LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VII° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE DI ALDO MORO
(Firenze, 24 ottobre 1959)

Il 25 maggio 1958, più di un anno prima del VII Congresso nazionale di Firenze, la Democrazia Cristiana aveva conseguito un grande risultato elettorale, riportando quello che sarà il secondo miglior risultato elettorale della sua esistenza dopo quello del 1948.
Sullo sfondo del Congresso, ci sono le dimissioni da tutte le cariche (Presidenza del Consiglio, Ministero degli Esteri, Segreteria politica della DC) che Fanfani aveva dato nei mesi precedenti, le polemiche per l'apertura a sinistra, il milazzismo siciliano. C'è, soprattutto, la rottura della maggioranza del partito al Consiglio nazionale della Domus Mariae, dopo una serie di votazioni parlamentari caratterizzate dai franchi tiratori, che hanno fatto cadere il bipartito DC-PSDI guidato da Fanfani, e nascere un monocolore guidato da Antonio Segni con voti della destra. La Domus Mariae ha segnato la nascita della corrente dei dorotei, e la nuova segreteria politica di Aldo Moro.
Il Congresso si svolge in clima molto teso, con momenti di elevata tensione drammatica.

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Il Congresso Nazionale di Firenze si colloca in un momento delicato e difficile della vita nazionale e della stessa Democrazia Cristiana. La lunga esperienza di 14 anni di azione politica in posizione di suprema responsabilità in un Paese come il nostro, che non consente alternative democratiche, l'esistenza di problemi nuovi per i quali è necessario un modo di essere nuovo, che non rompa però la continuità e non contraddica al modo tradizionale dell'azione politica della DC, il peso di dure prove che hanno scosso le strutture del Partito, tutto ciò pone il Congresso di Firenze tra i più difficili, i più problematici, i più aperti Congressi della Democrazia Cristiana.

Le fonti ideali

Ritornano in questo momento alla nostra mente i ricordi del passato, delle lontane origini e di quelle immediate. Si delineano nitidamente le fonti ideali del movimento, le sue fondamentali ispirazioni, gli insegnamenti dell'ormai lunga esperienza in una costante dedizione alla causa della democrazia italiana. Riemergono ricordi, insegnamenti ed ispirazioni nel vigore del dibattito congressuale, in relazione alle difficoltà ed agli interrogativi del momento, all'aggravarsi di certi periodi, ai nuovi modi del loro presentarsi e quindi a nuove necessità di resistenza e di difesa, le quali includono, necessariamente, una più chiara e, direi, rassicurante consapevolezza della natura, delle caratteristiche, della storia della Democrazia Cristiana. L'origine ideale della DC è nell'affermazione coerente alla ispirazione cristiana della dignità umana, della iniziativa e libertà dell'uomo, dei suoi diritti nella società e di fronte alla società. E' il concreto momento d'avvio della DC nella storica esperienza della società italiana, individuato nel pieno inserimento dei cattolici con autonoma responsabilità nella vita democratica del Paese, nel loro accettare che si confrontano le proprie tesi politiche, in coerenza con l'ispirazione cristiana, nel dibattito democratico, nell'impegno di dare alla libertà espressione concreta nelle diverse articolazioni sociali, nell'assunzione della rappresentanza d'interessi popolari da perseguire sulla base di quella ispirazione.
Esperienza questa compresa, ma non esaurita nel suo slancio ideale, dal chiuso esclusivismo della dittatura e riemersa perciò intatta, alimentata da quelle lontane origini, ravvivata dalla lunga mortificazione e dalla resistenza contro l'oppressione interna ed esterna, per sostenere le responsabilità dei cattolici nella costruzione del nuovo Stato nelle varie esperienze che questi anni turbinosi e difficili ci hanno riservato nella tutela della libertà, nell'attuazione dello Stato di diritto, nell'azione di giustizia, nella estensione di ogni valore della vita sociale. Questo è il significato della nostra azione, della nostra presenza nella lotta politica in Italia, una presenza che impegna sul terreno democratico le masse cattoliche e fa dell'ideale cristiano non una remora, non una contraddizione, ma un fermento ed una garanzia di sviluppo democratico nel nostro Paese. Chi non tiene presente questa inflessibile fedeltà anche agli ideali democratici, disconosce la vera natura della DC e falsa i termini della lotta politica in Italia, alimenta speranze e timori infondati. La Democrazia Cristiana farà tutto il suo dovere.

Potenziamento organizzativo

Un esame anche se rapido dell'attività svolta dal Partito dal Congresso di Trento ad oggi, in ognuno dei settori in cui si articola, ci pare doveroso, non solo come rendiconto del passato, ma anche come presupposto per individuare l'azione avvenire e come occasione per esprimere il vivo ringraziamento a quegli amici che, ognuno nel settore di propria competenza, hanno dato l'apporto della loro intelligenza, della loro preparazione, del loro impegno.
In attuazione del punto 4 della mozione conclusiva del Congresso di Trento l'impegno fondamentale del Partito dal '56 in poi è stato l'ulteriore rafforzamento organizzativo «quale strumento insostituibile per la formazione degli iscritti, per il costante e tempestivo accostamento del carpo elettorale, per l'incontro e vicendevole fecondo intercambio di istanze e comunicazioni fra il popolo e le rappresentanze politiche e amministrative del Partito». A tal fine la Direzione Centrale, espressa dal Consiglio eletto a Trento, nella sua prima riunione, ridimensionando l'Ufficio organizzativo, istituì la Segreteria centrale organizzativa, diretta ad un rafforzamento delle strutture del Partito e della capacità di formazione politica sia nell'ambito territoriale, sia all'interno delle varie categorie sociali. I criteri ispiratori della campagna per il tesseramento, la festa del socio, la festa del dirigente, la costituzione di un nucleo di propagandisti di categorie specializzate, l'aumento del numero degli addetti di Comitato e la loro sempre più vigorosa formazione, il potenziamento della rete capillare mediante il censimento dei responsabili di seggio, degli incaricati giovanili e delle incaricate femminili di seggio, il piano particolare per i grandi centri, il potenziamento del settore esteri, il numero eccezionale di convegni a livello provinciale, regionale e nazionale, gli innumerevoli corsi di formazione, hanno costituito il complesso delle iniziative che, potenziando la struttura organizzativa del Partito, hanno consentito a questo di esprimersi compiutamente mediante l'attività anche degli altri settori e di conseguire successi elettorali.

L'attività della SPES

Il settore SPES ha perfezionato in questi anni sempre più la propria attività, sollecitando una responsabile presenza degli incaricati SPES al livello sezionale, ma soprattutto richiamando, a mezzo manifesti, pubblicazioni e manifestazioni, l'attenzione del Paese su problemi o su avvenimenti di larga risonanza e testimoniando così la sensibilità del Partito per tutto quanto direttamente e indirettamente riguarda la vita e lo sviluppo della comunità nazionale.
Gli aspetti più salienti di tale attività sono costituiti dall'azione illustrativa dei trattati del Mercato Comune e dell'Euratom, dell'opera dei vari governi succedutisi, la celebrazione del 40° della fondazione del Partito popolare, la commemorazione di Sturzo. Ma la nota indicativa della modernità dell'azione SPES e della sua efficacia è data essenzialmente dal modo con cui venne effettuato il lancio del programma elettorale della DC e dai metodi e strumenti di propaganda nella campagna elettorale politica del '58. Metodi e strumenti che contribuirono non poco al successo elettorale del Partito.
L'ufficio Enti locali, in conformità all'impegno assunto dalla DC col programma amministrativo predisposto per il periodo '56-'60, ha svolto un'azione di propulsione legislativa. È da rilevare in tal senso il contributo dato dalla Giunta tecnica dell'Ufficio stesso, soprattutto per quanto riguarda le linee di riforma della legge comunale e provinciale e di parziale riforma di quella per la finanza locale. Come naturale sviluppo di tale impegno e come assunzione sempre più completa delle proprie responsabilità, la Consulta nazionale Enti locali, nella riunione del 29-11-1958, demandava alla Giuria tecnica, in collaborazione coll'Ufficio problemi assistenziali e con l'Ufficio legislativo, il compito di vagliare importanti problemi, quali ad esempio quello dell'assistenza pubblica, dei rapporti tra pubblica istruzione ed Enti locali, e di prospettarne le soluzioni.
Da ricordare anche l'attività di assistenza e consulenza amministrativa ed il potenziamento periferico dell'Ufficio, mediante la costituzione delle Consulte provinciali degli Enti locali e la organizzazione di riunioni e convegni.

L'azione dell'Ufficio elettorale

L'Ufficio elettorale centrale ha avuto, dopo Trento, come obiettivo, quello di estendere e perfezionare l'organizzazione elettorale del Partito, come contributo essenziale per rimontare lo svantaggio delle leggi elettorali modificate e migliorare le posizioni. Infatti l'efficienza sul piano tecnico organizzativo avrebbe consentito di realizzare una larghissima serie di piccoli guadagni marginali di natura elettorale. A tal fine sono stati promossi convegni e corsi a carattere zonale, provinciale e nazionale in collaborazione con l'Ufficio formazione. È stata effettuata una migliore individuazione e valorizzazione della figura del dirigente elettorale sezionale, sono stati nominati gli addetti elettorali, è stato pubblicato notevole materiale elettorale.
Un settore di particolare rilievo nell'ambito della vita del Partito è costituito dall'Ufficio problemi del lavoro: un settore che, sviluppando in maniera sempre più organica la propria attività, si è rivelato quanto mai importante per trarre le pratiche conseguenze di quella analisi della composizione della società italiana, che costituì il punto di partenza della relazione di De Gasperi al Congresso di Napoli. La individuazione di problemi non solo di carattere economico ma anche umano e sociale di categorie del mondo del lavoro, la sollecitazione di soluzioni da dare a questi problemi, il dialogo con le categorie interessate, hanno costituito e costituiranno la nota distintiva dell'attività dell'Ufficio.

Responsabile contributo

L'Ufficio legislativo rivela sempre più la propria rispondenza agli i scopi per cui fu istituito e conferma, nel contributo responsabile che dà all'azione dei gruppi parlamentari, anche la bontà della sua organizzazione.
L'Ufficio per la scuola ha confermato, nella varietà interessante con cui ha esplicato la propria attività, le ragioni della sua istituzione. Da ricordare la collaborazione data all'Ufficio formazione e al Movimento femminile per convegni sui problemi della scuola, il convegno per l'approfondimento del tema dell'istruzione professionale, i cui atti sono stati pubblicati dalla Editrice «5 Lune», la partecipazione attiva al convegno del «Mulino» a Bologna sui problemi della scuola secondaria.
L'Ufficio problemi assistenziali, articolato attraverso la sezione studi e documentazioni, la sezione organizzazione ed iniziative e la sezione «al servizio del cittadino», ha promosso convegni, ha individuato problemi, ha sollecitato soluzioni, ha contribuito notevolmente alla compilazione del programma elettorale del 25 maggio.

L'opera dell'Ufficio formazione

Nel quadro generale della vita del Partito, pur nella riconosciuta essenzialità di ogni settore di attività, ha particolare importanza l'Ufficio centrale formazione. Esso, svolgendo attività formativa, è lo strumento a mezzo del quale il Partito favorisce il formarsi nei soci di una sempre maggiore maturità politica, e pertanto la collaborazione dell'Ufficio formazione con gli altri settori di attività del Partito è evidente. Già all'inizio del '57 l'Ufficio formazione promosse, prima al vertice e poi in periferia, incontri di aggiornamento. Nel febbraio '57 vennero tenuti a Roma, in tre divesi turni, incontri di studio per dirigenti provinciali. Dal '57 ad oggi alla Camilluccia si sono svolti 58 corsi di cui 10 normali con 502 partecipanti e 48 specializzati con 2.205 partecipanti. Fra quelli specializzati, esperienza nuova è stata l'organizzazione di due corsi per artigiani. Attività straordinaria dell'Ufficio formazione è stata, in occasione delle elezioni regionali sarde del '57, la creazione di una scuola regionale che ha svolto 10 corsi con una partecipazione complessiva di 409 unità. Sono stati promossi anche 14 convegni regionali per un incontro con gli allievi che negli anni precedenti erano passati dalle scuole del CISP. La partecipazione a tali convegni è stata di 1.322 elementi. In campo provinciale sono stati promossi 107 convegni di aggiornamento per segretari di sezione con 6.395 partecipanti, sono stati promossi 173 convegni di aggiornamento per dirigenti sezionali e responsabili di seggio con 11.911 partecipanti, sono stati organizzati 759 corsi con 43.160 partecipanti. Queste cifre da sole indicano quale debba essere per l'avvenire I'ulteriore funzione dell'Ufficio formazione per lo sviluppo consapevole coll'attività del Partito.
L'Ufficio studi va ricordato per l'apporto responsabile all'approfondimento di problemi prevalentemente di carattere economico e finanziario e alla soluzione degli stessi. Va ricordato anche per il contributo notevole dato al programma elettorale del 25 maggio mediante l'esame e la selezione delle risposte pervenute dalle sezioni al questionario inviato dalla Direzione Centrale e per la consulenza data alle sei Commissioni istituite per la preparazione del programma.
L'Ufficio attività culturali, per la molteplicità dei settori in cui specifica la propria attività, per la serietà dell'impegno, per le iniziative che promuove (conferenze, convegni di studio, mostre d'arte), è stato validissimo strumento e dovrà esserlo sempre di più al fine di stabilire correnti di simpatia tra la DC ed i ceti intellettuali e contatti tra gli iscritti ed i problemi culturali del Paese.
L'Ufficio stampa, con la raccolta di documentazione giornalistica e col contributo che ha dato e che dà all'attività dei settimanali e dei periodici provinciali e regionali del Partito, ha acquistato particolari benemerenze.
Accanto all'Ufficio stampa, l'Ufficio politico stampa periodica concorre ancor più efficacemente al collegamento della stampa centrale e della stampa periferica.
Anche l'Ufficio problemi della sanità ha rivelato la sua efficacia predisponendo studi ed elementi per la individuazione di una nostra politica sanitaria.
L'Ufficio attività popolari, ispirandosi alla necessità di usare sempre forme e mezzi nuovi per mantenere ed approfondire i contatti con gli elettori, si è rivelato strumento valido per concorrere ad accrescere l'area di influenza della Democrazia Cristiana nel Paese.
L'Ufficio per le relazioni internazionali ha esplicato la propria attività, inserendo sempre più attivamente il nostro Partito nell'ambito degli organismi internazionali, di intesa con le forze di ispirazione democratica cristiana.
Il centro nazionale sportivo Libertas, che già a Trento fu citato per l'apporto notevole dato alla presenza del Partito e che ottenne in quel Congresso la statutaria inclusione fra gli organi ufficiali del Partito, ha potenziato sempre più i suoi sforzi per perfezionare la propria organizzazione al centro e alla periferia. Sono stati svolti convegni e riunioni, promosse manifestazioni regionali e nazionali. I risultati al 10 settembre '59 sono: polisportive costituite 1.567, soci ordinari 53.040, soci atleti Libertas 114.015.

L'attività dei Movimenti

Il Movimento femminile ha sviluppato da Trento a Firenze una intensa attività organizzativa e soprattutto formativa nella certezza che solo una formazione ideologica e politica delle donne può garantire la loro costruttiva partecipazione alla vita della società italiana. Sul piano formativo sono stati promossi corsi e convegni al livello nazionale in numero di 76; convegni specializzati per giovani lavoratrici, corsi provinciali e convegni di aggiornamento politico in numero di 39; un corso nazionale di studio per incaricate provinciali lavoratrici, 6 corsi regionali di studio, un convegno nazionale sulla qualificazione regionale della gioventù. Inoltre il Movimento femminile ha contribuito all'attività europeistica, alle manifestazioni elettorali, alla stampa e alle Commissioni di studio per la individuazione e la soluzione dei problemi che in modo particolare interessano le donne.
Il Movimento giovanile, nel quadro delle specifiche attività, si è andato sempre più costituendo come forza che esprime un serio impegno dei giovani per i problemi del Paese e quindi come viva speranza per il domani del nostro Partito. I convegni promossi, le associazioni fondate, come quella nazionale dei giovani amministratori, la costituzione del Centro studi «Ricerche economiche e politiche» articolato nelle tre sezioni economica, storico-dottrinale, sociologica, le pubblicazioni fatte o in via di preparazione, quali, ad esempio, una antologia sul Piano Vanoni, sono l'indice della serietà con cui i giovani si atteggiano di fronte ai problemi della società italiana.
I GAD, con convegni di studio, come quello di Genova sui problemi economici e politici delle aziende IRI e quello di Aritzo (Sardegna) sui problemi del MEC, con l'apporto dato allo sviluppo organizzativo del Partito e alle manifestazioni elettorali, hanno dimostrato di possedere una loro ragione di essere che ci porta a considerare la necessità di un ulteriore potenziamento per l'avvenire.
Così pure il Movimento reduci di guerra, sviluppando una decisa azione di assistenza a favore dei reduci, sollecitando la opportuna legislazione e promuovendo manifestazioni pubbliche in occasione della celebrazione di date storiche e di ricorrenze nazionali, ha efficacemente dimostrato quanta sia viva nella coscienza dei democratici cristiani la riconoscenza verso quelli che generosamente hanno dato al servizio della Patria.
Particolare apprezzamento va infine al lavoro svolto in questo periodo dalla Commissione per la classe dirigente.
Questa rassegna necessariamente sintetica ed immancabilmente frammentaria, la cui integrazione è costituita dal volume pubblicato a cura della Direzione Centrale e distribuito anche ai giornalisti, indica già come il partito con la molteplicità delle sue articolazioni abbia tentato di essere presente in ogni direzione della vita del Paese per assumere i problemi e per individuarne le soluzioni da ricavare non solo dalla fecondità delle proprie idee, ma anche dalla costruttività dell'incontro e del dibattito con gli altri.

Vivacità del Partito e tensione ideale

Abbiamo voluto ricordare quanto è stato fatto per ordinare, ravvivare, rendere feconda ed espansiva la vita interna del Partito, perché siamo convinti che l'organizzazione della DC, la vivacità del Partito, la sua capacità di raccordarsi all'elettorato, la sua rispondenza ai diversi settori della vita sociale, sono un importante strumento di azione politica, espressioni esse stesse di tensione ideale, manifestazioni di volontà politica. Perciò la storia interna del Partito nella sua evidente fecondità e nel suo crescente vigore è la premessa ideale di questa relazione. Il forte sforzo organizzativo di questi anni si è utilmente rivolto a creare, invece che un episodico ed effimero strumento per la concentrazione delle opinioni, una permanente robusta struttura di sostegno della vita politica italiana, un mezzo per la interpretazione e la selezione delle valutazioni sociali, un veicolo di convinzione.
È attraverso il Partito che si forma il principio di unità che presiede alla organizzazione sociale e per suo mezzo esso ogni giorno comprova la sua validità ed efficacia. Un sostegno dunque permanente e stabile. Questo sforza organizzativo, condizione indispensabile di successo politico, deve essere dunque proseguito, intensificato ed affinato. In particolare ci sembra debba essere accentuata l'azione di formazione umana e sociale e di approfondimento ideologico programmatico e tecnico, differenziata a seconda che si indirizzi al militante o a chi invece sia investito di responsabilità nel Partito e impegnato nel settore amministrativo o politico. Nel quadro di questa intensa opera di formazione può opportunamente inserirsi una più viva attività culturale in generale, da promuovere in modo sistematico al centro ed alla periferia con opportuni contatti secondo esperienze già fatte e rinnovate in questi ultimi mesi, mi pare con discreto successo, con i due convegni su «Libertà e cultura» e su «I cattolici e lo Stato», che sono stati promossi per fare da sfondo culturale di questo Congresso.
Per quanto riguarda poi i settori ai quali si riporta e le forme nelle quali si articola l'attività del Partito nel suo riferimento a tutta intera la realtà sociale da indirizzare in conformità degli ideali della DC, il Partito si impegna in modo particolare a ravvivare il suo interessamento per i problemi di politica internazionale e per quelli inerenti alla unità europea, che hanno bisogno di essere approfonditi e ravvivati nella coscienza popolare sia per compensare l'innegabile lentezza delle concrete costruzioni politiche, sia per sollecitarne gli sviluppi al di là delle difficoltà del momento. Questo lavoro di orientamento dell'opinione pubblica è indubbiamente in Italia preminente responsabilità della Democrazia Cristiana.

Gli Istituti autonomistici

Un altro settore di attività, oggi pericolosamente aperto ad un interessamento fortemente incisivo del Partito comunista, è quello degli interessi locali, degli Istituti autonomistici ed in particolare delle Regioni, sia là dove esse sono regolarmente costituite, sia nelle altre, dove sussistono comunque indubbie comunità di interessi suscettibili di dar luogo quasi inavvertitamente a solidarietà politiche intorno al Partito comunista ed alla pratica subordinazione ad esso, sotto la pressione di interessi locali, di altre forze politiche. L'azione politica generale di valorizzazione delle autonomie non può non essere accompagnata ed anzi, per così dire, resa possibile da questa attenta e vigile azione di partito. Analogo interessamento in forme nuove, più organiche e penetranti deve essere esplicato, per quanto riguarda le zone depresse, sul terreno economico sociale, il cui sforzo di ripresa deve essere accompagnato, aiutato, chiarito dal Partito nei suoi obiettivi di elevazione sociale.
Un settore che pone nuove esigenze di carattere organizzativo, per seguire e conquistare un elettorato vasto, esigente e disperso, è quello dei grandi centri, la cui conformazione sociale e le cui spinte psicologiche il Partito dovrà in avvenire seguire e studiare con la più attenta cura insieme con tutti i movimenti e le modificazioni sociali del corpo elettorale: la fedeltà dell'elettorato, che è cosa primaria di fronte all'auspicato accrescimento di esso, non può essere assicurata che attraverso un'azione politica sostenuta dall'attento studio dei fattori ambientali, sociali e personali i quali possono modificare le convinzioni meno radicate dell'elettorato democratico cristiano.

La vita democratica

Ma il discorso sul Partito non attiene solo all'organizzazione. C'è anche un problema relativo ai modi di vita democratica ed ai processi attraverso i quali si compone e si mette giorno per giorno alla prova nella sua permanente validità la volontà unitaria del Partito. Non si può negare che questo sia un punto cruciale, un tema di decisiva importanza per l'avvenire della DC. L'unità è altrettanto essenziale alla democrazia quanto lo è il metodo di libertà che è servito a conquistarla. L'unità della DC è strumento essenziale di azione politica; è la necessaria solidarietà che emerge dal grande dibattito e dalla complessa realtà del Partito in tutto rispondente alla vastità dell'elettorato che esso rappresenta. Quanto più vasto è il Partito, quanto più vasto è l'elettorato da guidare con mano ferma, secondo una linea diritta che non tradisca imbarazzi e tentennamenti, tanto più è necessaria una chiara volontà unitaria, tanto più si impone un vertice espressivo e ben fermo nella sua efficacia coesiva. Unità dunque, e nella unità la disciplina, ch'è il sacrificio consapevole e pronto della propria convinzione e della propria iniziativa alla ragione comune, all'impegno collettivo, alla necessaria funzione rappresentativa del Partito.
Ma quanto più stringente è, per la vastità degli interessi e per la varietà degli ideali, lo sforzo di coesione che la DC deve esplicare, altrettanto libero, vivo, efficace, originale deve essere il gioco delle opinioni, il confronto delle idee, la posizione di rilievo e di influenza assicurati a tutti i democratici cristiani. Il problema della democrazia interna del Partito è certamente dominante. La prima garanzia che il Partito deve dare, non contro la realtà, ma anche solo contro il sospetto della sopraffazione, è quella della piena cittadinanza dei democratici cristiani e della eguaglianza dei diritti e dei doveri, della permanente apertura a nuove tesi ed a nuove soluzioni, del libero e fecondo confronto delle idee. Tanta libertà insomma, quanta è necessaria per rendere l'unità non artificiosa, immobile, inefficace; tanta libertà, quanta è necessaria per spiegare e giustificare la più rigorosa disciplina; tanta libertà quanto basti per dare respiro a tutti gli uomini ed a tutte le idee che la ricchezza e la varietà della Democrazia Cristiana raccoglie nel suo seno.
Perché questo dibattito sia garantito nel suo libero esplicarsi, e sia anzi ordinato e veramente costruttivo, giovano il riconoscersi ed il ricongiungersi delle opinioni, un lavoro comune per una comune affermazione ideale la quale faciliti il faticoso processo di riduzione all'unità entro la DC come premessa perché essa assolva al suo compito di unità nella vita nazionale.

Lo sforzo costante di tutti

Questo processo di coagulo di opinioni, di confronto di tesi, di avviamento all'unità, non è naturalmente un aspetto episodico nella vita del Partito, ma tessuto quotidiano, permanente espressione del dibattito democratico, dell'autentico autocontrollo nell'emergere delle opinioni della DC. Le correnti del Partito, ammonivo già nel mio discorso di Trieste, non devono essere raffinati strumenti organizzativi, e quindi partiti nel partito, ma solo veicoli delle idee, sforzo costante di tutti, secondo la propria convinzione e le solidarietà e le intese che così vanno configurandosi, per la ricerca della via migliore, della linea politica più idonea per fare assolvere alla DC il proprio compito nella comunità nazionale. La organizzazione chiusa, accaparratrice, pregiudizialmente ostile, portata a sminuire i valori personali ed a rendere difficili i riconoscimenti leali, non è strumento di unità, ma ragione di disagio e principio di dissoluzione nella vita del Partito. E neppure può dirsi che una tale forma di organizzazione sia presupposto necessario per un dibattito ideologico ed una impostazione programmatica in seno al Partito. Anzi proprio attraverso un sistema più nobile ed aperto, al di fuori di ogni cristallizzazione personale e di gruppo, è più agevole far svolgere un dibattito di idee veramente libero e fecondo. Le idee sono meno persuasive se presidiate da apparati. Esse si muovono meglio, con efficacia persuasiva e motrice, in un ambiente veramente rispettoso per ogni forma di ricerca della verità.
Io ritengo ancora che, in linea di principio, la libertà e mobilità della Democrazia Cristiana nella sua vita interna non sia compromessa e la sua ragione unitaria sia meglio garantita dal sistema plurinominale attualmente in vigore per l'elezione del Consiglio Nazionale e sinora adoperato senza inconvenienti ed anzi con indubbia utilità in questi anni dalla DC. Non si può disconoscere che il sistema proporzionale cristallizza le posizioni, favorisce il frazionamento, rende più difficile un incontro costruttivo, su basi umane, nel Partito. Il sistema maggioritario assicura normalmente una sufficiente forza coesiva, rappresentativa e direttiva su basi di omogeneità nel Partito. La scelta personale corregge gli eccessi del sistema maggioritario, favorisce le intese, dà il giusto rilievo alle persone rompendo gli irrigidimenti eccessivi, sempre che il sistema maggioritario sia congegnato ed adoperato in modo da non correre il grandissimo rischio di schiacciare ed escludere le minoranze. Modifiche statutarie potrebbero per l'avvenire rendersi necessarie, anzi è da ritenere senz'altro che lo statuto del Partito meriti un aggiornamento, un coordinamento di norme, una più precisa definizione di competenze, la predisposizione di strumenti idonei a fare, del nostro, un autentico partito di diritto soprattutto riguardo ai problemi del tesseramento. Perciò la Direzione uscente si permette di suggerire al Congresso che la delega concessa dal Congresso di Trento al Consiglio Nazionale sia rinnovata con le stesse garanzie allora previste. In particolare potrebbe essere considerata l'opportunità di un adeguamento nella composizione numerica degli organi direttivi del Partito per assicurare ad essi maggiore rappresentatività ed efficacia. Ritengo poi anche in questa sede di confermare quanto dissi nel discorso di Trieste auspicando che una Direzione Centrale largamente rappresentativa sia posta a garanzia della compiutezza del dibattito in seno al Partito ed a presidio efficace della sua unità.

Intensa attività legislativa

Il periodo che va dal Congresso di Trento al Congresso di Firenze ha visto il termine della seconda e l'inizio della terza Legislatura repubblicana. Dalla fine del 1956 al 17 marzo 1958, data del decreto dello scioglimento delle Camere, il Parlamento svolse intensa attività legislativa, con un solo periodo di interruzione, in coincidenza con la crisi ministeriale, conclusa con la costituzione del governo presieduto dal senatore Zoli.
Devono essere ricordate, di questo periodo: la legge sull'ordinamento del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (5-1-1957 n. 33) e quella per l'istituzione del Ministero delle Partecipazioni Statali (22-12-1956 n. 1589).
Altre leggi sanciscono: la partecipazione delle donne alla amministrazione della giustizia (27-12-1956 n. 1441) e l'aumento degli organici della magistratura (27-12-1956 n. 1444); nel settore economico e sociale: l'assicurazione obbligatoria contro le malattie per gli artigiani (29-12-1956 n. 1533); la estensione dell'assicurazione di invalidità e vecchiaia ai coltivatori diretti (26-10-1957 n. 1047); il fondo di rotazione per il credito peschereccio (27-12-1956 n. 1457); l'ulteriore concorso statale per i mutui destinati alla formazione della piccola proprietà contadina (7-10-1957 n. 967).
Da ricordare ancora, per il 1957, la legge 11-1 n. 6 concernente la ricerca e la coltivazione degli idrocarburi, e l'emanazione del Testo Unico con lo Statuto degli impiegati dello Stato.
Nota caratteristica, anche se non interamente positiva, di ogni Legislatura è il ritmo intensificato della produzione legislativa negli ultimi mesi. Ciò si è verificato anche nel gennaio, febbraio e marzo 1958.
Sul piano dell'attuazione costituzionale e dell'ordinamento generale dello Stato sono da segnalare la legge 24-3-1958 n. 195 sulla costituzione ed il funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura e quella concernente l'istituzione del Ministero della Sanità (13-3-1958 n. 296).
Particolarmente numerosi i provvedimenti legislativi di contenuto economico-sociale: riconoscimento e tutela delle malattie professionali in agricoltura (21-3-1958 n. 313); riordinamento dell'Associazione mutilati e invalidi del lavoro (21-3-1958 n. 335); miglioramenti delle prestazioni per infortuni sul lavoro (3-4-1959 n. 499); provvidenze in favore dei pensionati della Previdenza Sociale (20-2-1958 n. 55): legge approvata dopo un vivacissimo dibattito, essendo ben consapevole l'opposizione del grande valore di essa sul piano politico ed elettorale, riordinamento delle carriere e del trattamento economico del personale insegnante (13-3-1958 n. 165); stato giuridico ed economico dei professori (18-3-1958 n. 311) e degli assistenti universitari (18-3-1958 n. 349); provvidenze a favore dei pescatori (13-3-1958 n. 250).
Di particolare interesse per gli Enti locali la legge (12-2-1958 n. 30) sul risanamento dei bilanci comunali e provinciali e quella (12-2-1958 n. 126) sulla classificazione e sistemazione delle strade di uso pubblico.
Ed inoltre: la legge (27-2-1958 n. 190) per la repressione delle frodi nella produzione e nel commercio dei prodotti agrari; la legge (13-3-1958 n. 264) sulla tutela del lavoro a domicilio; la legge (15-2-1958 n. 46) sulle pensioni ordinarie a carico dello Stato.
Sono di quest'ultimo periodo della seconda Legislatura anche la legge delega per il riscatto degli alloggi di tipo popolare, provvedimento varato dopo una elaborazione quasi decennale (21-3-1958 n. 447) e la risoluzione dell'annoso problema dell'abolizione della regolamentazione della prostituzione (20-2-1958 n. 75).
L'impegno del Parlamento si rivelò notevolissimo, così da giustificare in pieno il giudizio sinteticamente espresso sul corso della seconda Legislatura: «5 anni difficili ma non sterili».

I provvedimenti approvati

Dopo le elezioni del 25 maggio 1958 e la formazione del governo presieduto dall'on. Fanfani ha inizio l'attività legislativa del nuovo Parlamento. Intenso nell'estate e nell'autunno del 1958 il ritmo di elaborazione e di presentazione al Parlamento di disegni e proposte di legge. L'esame e la discussione di essi, appena avviati negli ultimi mesi dell'anno, vengono tuttavia interrotti dalla crisi governativa, risolta nel febbraio 1959 con la formazione del governo presieduto dall'onorevole Segni. La notevole mole di provvedimenti in attesa di approvazione viene affrontata dal Parlamento nei mesi successivi, sicché in un periodo relativamente breve di attività vengono approvati: miglioramenti economici ai dipendenti statali (27-5-1959 n. 324); concessione di amnistia e indulto (10-7-1959 n. 459); estensione assicurazione invalidità e vecchiaia agli artigiani (4-7-1959 n. 463); disciplina del commercio all'ingrosso dei prodotti ortofrutticoli (25-3-1959 n. 125); aumento del fondo di dotazione dell'IRI (21-7-1959 n. 556); integrazione alle leggi per il Mezzogiorno (18-7-1959 n. 555); nuovi incentivi a favore delle piccole industrie e dell'artigianato (30-7-1959 n. 623); interventi a favore dell'economia nazionale con l'utilizzazione del ricavato dal prestito (24-7-1959 n. 622); contributo statale agli enti gestori di ammassi volontari di uve e mosti (30-7-1959 n. 614), temperativo e valido aiuto per la soluzione della incombente crisi vitivinicola.
In questo periodo viene anche emanato il nuovo Testo Unico con le norme di polizia mineraria (9-4-1959 n. 128); si costituisce il Ministero del Turismo e dello Spettacolo (31-7-1959 n. 617) e trovano soluzione alcune iniziative di parlamentari dc rimaste in sospeso sin dalla precedente Legislatura. Da ricordare fra le altre la legge concernente il nuovo inquadramento economico dei sottufficiali delle Forze Armate (11-6-1959 n. 353), molto attesa e risultata di piena soddisfazione per la categoria. Da ricordare, infine, la approvazione, nella stesura definitiva, del nuovo codice stradale.

L'attività dei Gruppi parlamentari

Una nota rimarchevole, accanto a quella della sempre vigile e sollecita iniziativa governativa nella presentazione dei disegni di legge, è data dall'opera assidua e diligente dei parlamentari dc (deputati e senatori). L'iniziativa dei nostri parlamentari, in molti casi veramente pregevole, ha assolto il delicato compito di stimolare od integrare l'attività del Governo, di fronteggiare le spesso demagogiche iniziative altrui, di sintetizzare in provvedimenti di legge la visione del Governo con altri aspetti politici, sociali ed economici, che la sensibilità dei parlamentari ha saputo cogliere nel corso dei dibattiti e delle votazioni.
Assai efficace si è rivelata l'azione di coordinamento dei direttivi dei gruppi parlamentari e quella che l'Ufficio legislativo del Partito ha svolto, soprattutto per il collegamento dell'attività delle nostre rappresentanze nelle Commissioni legislative della Camera e del Senato.

L'impegno per gli Enti locali

Come ricorderete, in occasione della campagna elettorale amministrativa del maggio 1956, la Direzione del Partito, avvalendosi della preziosa opera di consulenza di esperti amministratori locali, elaborò e presentò all'elettorato un programma di politica amministrativa che doveva costituire la base per la progressiva rinascita degli Enti locali.
Il programma legislativo per il quadriennio 1956-60, che voi lutti conoscete, si dettagliava in sei punti principali e cioè:
1) consolidare e sviluppare le autonomie locali;
2) dare alle autonomie locali il sostegno di una sana finanza;
3) accelerare la soluzione del problema della casa;
4) consentire a tutta la popolazione di usufruire in eguale misura del beneficio della istruzione pubblica;
5) consentire a tutti i cittadini, specie se abitanti in zone disagiate, di usufruire dei servizi pubblici in eguale misura e ad eguale costo;
6) diffondere istruzione ed educazione potenziando le attrezzature e le attività culturali, ricreative, sportive e turistiche.
In conformità ai punti del programma e alle più dettagliate indicazioni formulate dalle Commissioni speciali istituite in preparazione dell'Assemblea dell'aprile 1956, il Partito ha perseguito con impegno una costante azione di studio, di consultazione, di sollecitazione presso gli organi competenti, sia in sede di formulazione di proposte di legge, sia in sede di discussione e di approvazione delle stesse. In tanta vastità e complessità di materia sono naturalmente emersi alcuni temi di più grave e urgente importanza ed a quelli in particolare il Partito ha dedicato la sua più scrupolosa attenzione. La riforma della legge comunale e provinciale e la riforma, sia pure parziale, della legge per la finanza locale sono, tra questi, i due argomenti che più hanno impegnato gli organi di studio e di consultazione del Partito.
Il progetto per la finanza locale, già approvato e opportunamente perfezionato dalla Commissione finanze e tesoro del Senato, dovrebbe giungere definitivamente in porto entro l'anno, mentre il disegno di legge per la riforma della legge comunale e provinciale, nel testo predisposto dal Ministero dell'Interno, sarà presentato quanto prima al Consiglio dei ministri per essere poi sollecitamente passato all'esame del Parlamento.
Fra i provvedimenti di interesse specifico per gli Enti locali approvati in questi anni ed a cui il Partito ha dedicato una premurosa sollecitudine, va ricordata la legge per la viabilità minore, la cui applicazione sarà tanto più efficace e diffusa, quanto più sollecitamente si provvederà ad assicurare alle Province un congruo contributo annuo per la manutenzione delle strade assorbite. Il che è già previsto ed inserito nel ricordato disegno di legge per la finanza locale.
Va ricordata, inoltre, la legge per il ripiano dei bilanci e quella per l'indennità agli amministratori.
Non qui è la sede per elencare la serie degli altri provvedimenti approvati, in via di esserlo o che sono fermi da tempo per difficoltà di varia natura, ai quali il Partito ha dedicato il proprio interessamento. Alcuni di questi, pur avendo un riflesso soltanto indiretto nei confronti degli Enti locali, hanno impegnato, non meno, l'azione del Partito e dei suoi organi consultivi. Basti citare tra questi le leggi 634 e 635 rispettivamente per la Cassa del Mezzogiorno e le zone depresse del centro-nord, la legge per il credito sportivo, la legge per il riordinamento delle funzioni del magistrato per il Po, quella dei mercati generali, le varie leggi riferentisi alle zone montane; e, con le leggi, i progetti, non ultimi quelli relativi al piano per lo sviluppo della scuola, alle aree fabbricabili, alle aziende municipalizzate, al grave problema delle farmacie rurali, alla definizione delle funzioni e all'assestamento finanziario degli enti periferici del turismo.
A ciò aggiungansi tutti i provvedimenti riferentisi al personale dipendente dagli Enti locali, per i ricorrenti adeguamenti al trattamento economico dei dipendenti dello Stato in virtù di norme generali o di disposizioni specifiche per le singole categorie di essi. La Democrazia Cristiana, conscia della sua alta missione, ribadisce comunque il suo fermo impegno ad attuare i programmi approvati nell'interesse e per lo sviluppo degli Enti locali che — nella nostra concezione dello Stato democratico — rappresentano il tessuto connettivo dello Stato stesso. Gli Enti locali, mi piace sottolinearlo, meritano tutta l'attenzione del Partito, sia per la loro specifica funzione di enti più vicini al cittadino e quindi più sensibili alle esigenze di questi, sia come più immediata espressione di quell'autogoverno popolare che è uno dei concetti basilari della Carta costituzionale repubblicana.
In questo spirito intendiamo che il Partito si prepari alle prossime consultazioni elettorali per il rinnovo delle amministrazioni comunali e provinciali, potenziando l'Ufficio centrale e gli uffici provinciali Enti locali.
Ma se questa è la struttura del Partito, se questa è stata la sua crescita interna, come poi il Partito si è inserito nel tessuto della società e dello Stato, come ha operato in essi, con quali appoggi, con quali risorse esso ha adempiuto a quella funzione di guida che ad esso è stata commessa dal popolo italiano?

La collaborazione con i partiti democratici

Al momento del Congresso di Trento era in opera un Governo di coalizione democratica nella forma tradizionale, e cioè con la presenza dei partiti considerati appartenenti ad un'area politica e parlamentare di relativa omogeneità in relazione alle posizioni assunte ed alle garanzie date per la difesa e l'attuazione degli ideali democratici. Un'area nella quale, sulla base di una certa rigida configurazione dello schieramento politico italiano, di un comune impegno di fronte all'urgenza della difesa democratica, venivano attutite le differenze di ordine ideologico e politico, sì da consentire, sia pure con alcune oscillazioni, una lunga, ed in complesso feconda, opera di governo incentrata intorno alla preminente responsabilità della DC. Già in quel momento però la presenza del Partito repubblicano nella maggioranza parlamentare, ma non nella piena responsabilità di Governo, stava ad indicare un certo disagio nella convivenza, qualche elemento di novità, qualche difficoltà, forse il segno premonitore di quella crisi delle alleanze tradizionali che era stata già superata una volta, quasi insperatamente, all'inizio della Legislatura, ma che stava ormai per riprodursi.
A rendere difficile la convivenza dei partiti democratici, più che la mancanza di una visione comune con cui affrontare concreti problemi, era la sempre più netta caratterizzazione di ciascuno di essi, la volontà di rispondere alla propria peculiare ispirazione, di lasciare nella realtà sociale una traccia più esattamente corrispondente al proprio modo di essere. Non mancavano naturalmente difficoltà anche per la risoluzione di problemi concreti, che l'opposizione curava naturalmente di esasperare per quanto riguarda i tempi ed i modi della loro soluzione, allo scopo di mettere in crisi la maggioranza e rompere gli argini che a destra ed a sinistra, nella fase più difficile della ricostruzione democratica del Paese, la coalizione dei partiti del centro democratico si era rigidamente tracciati e che erano rimasti fino allora sostanzialmente inviolati. Ma queste difficoltà, il vincolo che esse rappresentavano, la resistenza a profilare e fare accettare compromessi erano, più che il dato politico, il sintomo di quella progressiva presa di possesso che ciascun partito faceva di sé, della divergenza che si andava determinando. Era il problema aperto e vivo della sorte e della piena espansione del socialismo, del socialismo democratico, in Italia. Era il nuovo corso, allora appena accennato, della politica repubblicana. Era il tema della caratterizzazione specifica del Partito liberale rivelata anche dalle vicende delle sue scissioni e delle sue unificazioni. La DC benché sostanzialmente salda ed equilibrata nella sua struttura, non poteva alla lunga, anche per la vivezza e varietà di fermenti che in essa operano, non risentire di queste difficoltà, non poteva sfuggire essa pure al problema di una propria più accentuata caratterizzazione, pur operata nell'ambito del suo tradizionale equilibrio e della sua larga rappresentatività.

La rottura della coalizione democratica

La crisi del primo Governo dell'on. Segni, che pure aveva assai fecondamente operato, nacque appunto dal prevalere in seno alla coalizione di forze centripete tendenti ad accentuare le caratterizzazioni particolari dei partiti e ad assumerne i relativi rischi. E ciò in un ambiente politico fortemente deteriorato per la lunga controversia sui patti agrari e soprattutto per i significati e per le riserve che in essa si erano espressi. Su queste basi di frattura appariva impossibile nella soluzione della crisi ricostituire la coalizione democratica.
A determinare il risultato negativo dell'esperimento, tentato allora dall'on. Fanfani, fu la constatata impossibilità di accogliere i partiti della maggioranza democratica tradizionale intorno ad un programma comune. Una impossibilità che, facendo apparire inconciliabili tra loro alcuni partiti della coalizione, tutti indispensabili per costituire la maggioranza, esonerava per forza di cose la DC dal proporsi, come problema attuale, il quesito circa la concreta compatibilità del programma e della sua impostazione con quelli dei suoi antichi alleati. Anche in considerazione della vigilia elettorale, che naturalmente spingeva i partiti alle nette caratterizzazioni nei confronti del corpo elettorale, la DC dové assumersi intera la responsabilità del Governo che essa formò sotto la presidenza del sen. Zoli e che in un anno di impegnativo lavoro e di importanti realizzazioni portò il Paese alla prova elettorale del 1958. L'appoggio dato a quel Governo da forze politiche diverse da quelle della alleanza tradizionale non significò, né per la DC, che quel Governo aveva espresso, né evidentemente per il corpo elettorale, compromissione della DC con forze politiche diverse dalla nostra nella loro impostazione e nelle loro finalità, instaurazione di un'alleanza parlamentare, contaminazione del programma della DC al quale esclusivamente, pur nelle limitazioni imposte dal tempo e dalle circostanze, si riferiva il Governo presieduto dal sen. Zoli.
Il programma elettorale del 25 maggio, che fu il culmine dell'azione organizzativa e politica dell'on. Fanfani, rappresentava, e come tale il corpo elettorale mostrò di accettarlo nel modo più largo, per la sua impegnativa complessità, per la modernità della impostazione, per la immediata aderenza a speranze ed attese dell'opinione pubblica e più per lo spirito che lo animava al di là della sua concreta articolazione, spirito che conquista le masse, promessa sincera di soddisfazione delle loro esigenze, impegno categorico ad attuare la completa ed efficace presenza del popolo nella vita dello Stato, rappresentava, dicevo, un grande impegno della DC di fronte ai problemi della instaurazione democratica in Italia, una tappa fondamentale nella evoluzione sociale e politica del nostro Paese.
Il grande successo del 25 maggio, che coronava il lungo ed efficace lavoro svolto dalla DC in tanti anni di esercizio del potere e di contatto rassicurante ed impegnativo con il corpo elettorale, rappresentava una legittima e piena soddisfazione per la DC, una prova della sua intatta vitalità, della sua non diminuita funzione di orientamento e di guida del popolo italiano. Fu quella un'aspra delusione per l'opposizione social-comunista, che aveva puntato tutte le sue carte sulla impossibilità per la DC di superare la crisi, di riproporsi nella sua unità ed autorità ad un corpo elettorale che si presumeva stanco e distratto, di dare al popolo, al di fuori del mito rivoluzionario ed eversivo del comunismo, speranza di progresso e garanzia per l'avvenire.

Il governo Fanfani

Per fronteggiare in sede di governo la situazione emersa dalla vittoriosa consultazione elettorale del 25 maggio, la DC, con deliberazione pressoché unanime del suo Consiglio Nazionale, si prospettò una formula nuova di governo che si iscriveva nell'ambito dell'area tradizionale delle condizioni democratiche, operando in essa una scelta conforme alle aspirazioni del nostro corpo elettorale, all'impegno assunto dalla DC di una più intensa e sostanziale attuazione democratica, di un'azione vigorosa, com'è stato detto, una azione concorrenziale per una riconquista alla democrazia dell'elettorato di sinistra, la cui massiccia imponenza, ancora appena intaccata, costituisce il più grave ed il più urgente problema della democrazia italiana. A parte la considerazione dell'evidente e del resto constatata impossibilità di raccogliere in una solidarietà anche solo parlamentare socialdemocratici e repubblicani da un lato e liberali dall'altro, a parte l'innegabile difficoltà nella quale si trovava la DC dopo la logorante esperienza dei patti agrari a conciliare alcuni suoi impegni ed aspirazioni con quelli inerenti alla più marcata visione politica del Partito liberale, è certo che la formula bipartita DC-PSDI, cui dette vita l'on. Fanfani, corrispondeva alle attese del Partito, alimentava la speranza di un allargamento a sinistra dell'area democratica, perseguiva una felice omogeneità come presupposto di un'agile e vigorosa politica sociale, sacrificava il margine discretamente largo di maggioranza di cui in astratto avrebbe potuto disporre l'intera coalizione per averne in cambio intensità ed efficacia di azione politica.
Com'ebbi a rilevare nel mio discorso di Roma, si realizzava in tal modo (e non si trattava di una assoluta novità, essendovi dei precedenti nei Governi di coalizione degasperiani) una nuova articolazione, una particolare conformazione nell'area delle antiche coalizioni democratiche, un'articolazione corrispondente alle pressanti esigenze del momento politico, ma tale, per il fatto stesso d'inserirsi nell'ambito dell'area democratica tradizionale, che ne riaffermava in complesso sul piano generale la validità, ne accettava le rigide tradizionali preclusioni a destra e a sinistra, legava la grande iniziativa di conquista democratica che s'intendeva intraprendere ad un sicuro ancoraggio democratico, iniziava timidamente l'esperienza che deve essere propria di una democrazia consolidata, di non far cioè coincidere, con indubbi effetti di rigidezza e di artificiosità, l'area democratica con quella occupata dalla formula di governo.
Probabilmente, nel fervore comprensibile di una polemica che si riallacciava a quella molto vivace della campagna elettorale, si attenuò il significato per quanto limitato, ma non certo irrilevante, di questa continuità e si andò profilando quasi una brusca rottura, una svolta decisa che doveva alimentare i tanti equivoci interessati che avrebbero contribuito a deteriorare la situazione. Il Partito liberale, che in determinate circostanze abbiamo il dovere di combattere, in quanto si ponga, per una sua irrigidita concezione, come un ostacolo obiettivo per l'adempimento di pressanti doveri dello Stato e per la piena apertura alle masse popolari del patrimonio sociale dei beni economici e della cultura, ma dobbiamo sempre rispettare per la sua dedizione alla libertà, per l'idea che esso ha del valore dello Stato, il Partito liberale, dicevo, che avrebbe potuto condurre una serena, obiettiva, costruttiva critica sulle tante cose che potevano prestarsi ad un onesto dibattito, ha preferito impostare un'azione di rottura e costruirsi per comodità polemica il bersaglio della progettata apertura a sinistra, dimenticando la solidarietà fondamentale che stringe i partiti democratici, quale che sia la loro particolare ispirazione e la polemica che per altri versi essi debbano condurre tra loro.
Circa le cause che determinarono il rapido esaurirsi di quella formula e di quella esperienza, ormai credo che da una parte e dall'altra sia stato detto tutto. Io stesso feci il punto della situazione nel mio discorso di Roma e, credo, con uno sforzo estremo di obiettività. È da respingere, io credo, il giudizio evidentemente unilaterale di chi voglia attribuire la responsabilità di quell'insuccesso esclusivamente a fattori esterni od a fattori interni alla DC. Queste responsabilità sono egualmente gravi e certamente convergenti. Tali sono le incertezze, non certo addebitabili alla perfetta lealtà dell'on. Saragat ma tuttavia sussistenti nel suo partito, che non riuscì a sentirsi tutto impegnato in una totale solidarietà con la DC nella difficile prova, una solidarietà che doveva compensare con la fiducia in se stessi e con la passione per il proprio impegno politico le esiguità del margine di maggioranza. Anche con poche forze si possono fare grandi cose, a patto però che vi siano chiarezza d'idee, entusiasmo, fiducia, coraggio e soprattutto stima e unità. Invece la sinistra socialdemocratica accettò quell'esperienza senza convinzione, con infinite riserve, con scadenze rigide di tempo. Nella ricerca del meglio essa esauriva man mano — fino a colpire con la propria finale ed ingenerosa defezione, facendo mancare sul piano costituzionale la maggioranza — quello sforzo positivo, svolto su terreno sicuramente democratico, accettabile quindi alla grande maggioranza del Paese, per completare e rendere più solido l'edificio della democrazia italiana. E così è da giudicare il tentativo di alcuni ambienti di quel partito rivolti a rompere quell'atmosfera di lealtà e di rispetto reciproco che deve caratterizzare una solida alleanza e per giunta mediante un'evidente violazione della verità. Tentativo sleale e meschino che sta, nella sua vanità e nel suo significato distruttivo, a dimostrare che nessuna seria operazione politica può essere fatta, se non si accetti intera e non si rispetti intera la Democrazia Cristiana.
Le stesse gravi responsabilità si assumeva il Partito repubblicano con la sua tiepida accettazione, con la sua scelta elusiva, con la sua riserva permanente. Non si tratta solo del laccio soffocante dei pochissimi voti di maggioranza, che l'astensione repubblicana faceva contare al millesimo, sicché non ce ne fossero mai né troppi né troppo pochi. Tanti, insomma, come dicevo a Roma, da far vivere sì il Governo, ma in modo che esso non respirasse né acquisisse quella posizione di prestigio che alla lunga è pur necessaria per governare. Non è tanto questione di voti, quanto di atmosfera, di fiducia, di rispetto. Soprattutto di fiducia nella validità dell'ardito tentativo di conquista democratica. La riserva di altri sviluppi, che è da ritenere corrispondesse alle aspirazioni del Partito repubblicano, quegli sviluppi in attesa dei quali si voleva tenere in condizioni di minorità e di organica debolezza l'esperienza del Governo dell'on. Fanfani, non doveva condurre a sottovalutare i gravi rischi della situazione e a sovrapporre all'esperienza ed all'evidenza dei fatti uno schema geometrico, arido ed in fondo infecondo del movimento della situazione politica. Tenuto conto di quelle condizioni, lo sguardo lungimirante del Partito repubblicano, la strategia dell'impulso rinnovatore e chiarificatore che esso intendeva dare alla vita politica italiana, rischiano di apparire, nella realtà politica concreta, come una grande esercitazione dialettica, un vano sforzo di ingegni estremamente brillanti.
Noi desideriamo rendere omaggio all'alto significato morale di quella prospettiva e di quell'impegno; ma ci domandiamo, considerato quello che è stato il corso degli eventi, le difficoltà obiettive, gli ostacoli incontrati dall'onorevole Fanfani, se non convenisse meglio impiegare quell'ingegno, quella passione, quell'amore per il Paese a sostenere, anche nell'ambito di una tradizione che ha visto il Partito repubblicano così vivamente e direttamente partecipe, con costante senso di responsabilità, degli sviluppi democratici in Italia, il tentativo di Governo di centro-sinistra.

Le responsabilità all'interno della Democrazia Cristiana

Dobbiamo ora individuare le responsabilità in seno alla DC. Voler determinare quali di queste responsabilità, quelle esterne o quelle interne alla DC, abbiano il maggior peso, abbiano esercitato un'influenza più nettamente determinante, è, sul piano politico, impossibile. Le resistenze esterne e quelle interne si sono naturalmente influenzate reciprocamente potenziandosi. La reazione interna sarebbe stata meno forte e tenace, se ci fosse stata una solida alleanza contro la quale urtarsi, un'alleanza che non offrisse pretesti né di scarsa lealtà né di minore convinzione ed impegno. Per un altro verso una DC veramente compatta, veramente pronta a fare tutto il suo dovere, avrebbe incoraggiato o quanto meno non avrebbe scoraggiato le solidarietà che si auspicava si costituissero maggiori o più intense intorno al Governo. Non un peso politico diverso, dunque, ma certo un diverso peso morale.

Colpevole tradimento

È la ragione della profonda mortificazione con la quale affrontiamo questo tema, dell'amarezza che è di tutto il Partito, di tutto quello che merita di essere considerato il Partito, di fronte a questo fenomeno di slealtà, di meschinità, d'irresponsabilità politica. Gli oscuri autori delle ignobili imboscate, i formulatori dei capziosi «distinguo» tra votazione di fiducia e votazione normale, quasi che sia possibile ad un Governo vivere, pur investito della fiducia, vedendo sistematicamente respingere in Parlamento tutti i propri provvedimenti, quasi che in realtà per essi la differenza tra le due votazioni non sia solo quella che l'una è nominale e l'altra segreta, gli autori del tradimento, non ad un uomo, per quanto benemerito, ma alla DC, all'elettorato, al Paese, che ha bisogno di tutta la forza della DC, penso che siano ora in grado di valutare tutto il significato negativo della triste impresa. Essi vedono oggi le difficoltà alle quali deve far fronte la DC e come in questa situazione si faccia più forte la minaccia alla sua interna compattezza, più aggressiva l'iniziativa comunista, più critico e pretenzioso l'atteggiamento degli altri partiti nei nostri confronti. Perdere una maggioranza sicura, una maggioranza sufficientemente omogenea, per dover fare affidamento esclusivo nelle proprie risorse, per parare i colpi di una instabile ed inquieta situazione politica, è una cosa veramente grave. Il discredito che da un tale atteggiamento è venuto e viene ancora al Partito è purtroppo grandissimo.
Se si fossero dovute affrontare le elezioni, se esse si dovessero affrontare ancora in qualsiasi momento in condizioni anormali, che cosa avrebbe potuto dire, che cosa ancora potrebbe dire la DC al suo elettorato come incitamento ad accrescerne, com'è pur necessario, la forza, quando di quella che ci è stata data, quella che è stata cosi faticosamente conquistata con il sacrificio e l'impegno di tanti, è stato fatto un così cattivo uso, quando essa è stata così miseramente dispersa? Perciò, per la profonda immoralità che quest'atto esprime, per il gravissimo danno che esso ha arrecato alla DC sia sul piano del prestigio sia su quello della libertà e della efficacia dell'iniziativa politica, la condanna che questo Congresso deve esprimere con vigore, ma serenamente, dev'essere unanime e netta.
La DC né ha spiegato né ha giustificato né ha legittimato questo atteggiamento, né lo spiegherà, giustificherà o legittimerà mai. Aggiungo che come non c'è stata amnistia, così non si è verificata estinzione dell'illecito per decorso del tempo.
Qualcuno mi ha chiesto, di volta in volta, se questo deprecabile cedimento della Democrazia Cristiana sia qualificabile politicamente, se esso esprima una linea politica o l'opposizione ad una linea politica. Bisognerebbe rispondere per intuizione, il che è sempre arrischiato. È probabile che bassi motivi personalistici e di ripicca si siano mescolati a valutazioni e riserve di ordine politico. Io mi sento ora di poter dire solo che, se riserve politiche in effetti vi furono, se esse attenevano a quello che fu il motivo polemico dominante dell'attacco di tutta la destra democratica e non democratica, si trattava di una preoccupazione infondata che poteva avere appena la verosimiglianza di un'apparenza ingannatrice, ma nessuna sostanza, nessuna verità. Si trattava insomma, se quella riserva vi fu, di un pretesto, magari assunto in un tortuoso esame di coscienza, per rompere nel modo più vile la legge di lealtà e di solidarietà che è essenziale ad ogni società e che dovrebbe essere, per comprensibili ragioni, soprattutto la legge della DC. La quale, come ho avuto più volte occasione di dire, per aver ripreso il suo cammino, per avere imboccato la sola strada che le rimanesse aperta, per aver ricominciato ad assolvere, malgrado tutto, con rinnovata lena, con rinnovata fiducia in se stessa, il suo compito essenziale nella vita dello Stato, non ha inteso però con questo livellare, giustificare, dimenticare, non ha inteso che la sua lacerazione fosse superata. Essa ha ripreso il suo cammino con tutta la sua forza e la sua decisione, perché di questa forza e decisione il Paese ha bisogno. La DC non si è fermata, perché non fermarsi è il suo dovere.

Una scelta permanente

Ma qual è per la DC la validità attuale, il significato permanente dell'esperienza di governo tentata dall'on. Fanfani? Ha il Partito sconfessato o almeno superato quella scelta che il suo Consiglio Nazionale aveva adottato quasi all'unanimità nel giugno scorso? Chi ha voluto vedere nell'insuccesso parlamentare di quella formula e negli eventi che ad esso hanno fatto seguito un pentimento, un ripensamento e una diversa o contraddittoria decisione della DC, non ha inteso il vero significato di questa complessa vicenda e delle decisioni che il dovere da assolvere verso il Paese ha dettato alla DC. E così il rilevare, del resto ovvio, che dopo la defezione della sinistra socialdemocratica e la permanente riserva repubblicana manca in concreto una maggioranza che possa dar vita in sede parlamentare a questa formula e sostenere questa politica, né intacca la validità e ragionevolezza della scelta passata, né toglie significato all'atto di chiarificazione interna e di presa di posizione politica che essa contiene.
Una volta fissato il presupposto base del sicuro ancoraggio democratico, dello sforzo di conquista sul terreno sociale, che non vuol dire porre in pericolo la democrazia nel nostro Paese, ma anzi rinsaldarla dando ad essa un concreto contenuto, una volta chiarita l'indipendenza, nella massima misura possibile, delle scelte politiche di fondo dalle mutevoli contingenze parlamentari, dagli adattamenti ed aggiustamenti che la vita complessa del Partito esige nelle diverse circostanze, è chiaro che la scelta di quella formula ha un significato che va al di là dell'esaurirsi della sua effettiva esplicazione parlamentare. E questo è il significato della rispondenza strutturale del Partito ai ceti popolari, della sua volontà di rendere giustizia alle categorie non in un piatto ordine di mera garanzia esteriore, ma in un ordine sostanziale che scaturisca dall'adempimento dei doveri di solidarietà e dei compiti dello Stato, della sua ricerca di affinità da utilizzare per il più rapido ed efficace assolvimento del compito sociale della DC, della tensione ideale che questo impegno comporta.
In questo senso può ben dirsi che questa scelta è una scelta del Partito, emerge dalla sua storia, corrisponde alle sue origini.

Il governo Segni

La precisazione, che abbiamo fatto or ora, che cioè la scelta fatta all'inizio della Legislatura, pur constatata l'impossibilità attuale della sua attuazione parlamentare, non è stata né contraddetta né superata né annullata dai successivi sviluppi della situazione politica, introduce facilmente ad una retta comprensione del significato del Governo presieduto dall'on. Segni e della sua posizione di fronte alla DC. Questa posizione del resto emerge limpidamente dalla deliberazione del Consiglio Nazionale del febbraio scorso, deliberazione adottata con il voto di tutti i consiglieri e la semplice astensione della «sinistra di base». Con quella decisione il Consiglio Nazionale ratificava, dal punto di vista del Partito, il mandato ricevuto dal Presidente del Consiglio on. Segni; riconfermava, come stringente necessità politica, il dovere della DC, come partito di maggioranza relativa, a dare un Governo al Paese, assumendone la esclusiva responsabilità politica; richiamava gli impegni programmatici fondamentali della DC dei quali dichiarava la permanente validità e che poneva come obiettivo essenziale all'azione di governo. Questo è dunque, nella precisa delimitazione operata dal Consiglio Nazionale ed in conformità delle dichiarazioni rese dal Governo nella presentazione alle Camere, il significato dell'esperienza di governo alla quale si è accinto l'onorevole Segni, significato al quale tutti noi abbiamo inteso rimanere rigorosamente fedeli.
Innegabile, mi pare, la situazione di necessità nella quale la DC si è trovata. La circostanza che, almeno in parte, tale situazione sia scaturita dalle oscure debolezze interne del Partito, deve dar luogo ad una rilevante ed amara considerazione di ordine morale, pone un problema interno di partito, ma non modifica il dato della situazione politica, la constatata impossibilità, allo stato, di qualsiasi altra maggioranza. Non meno evidente è il dovere, direi il diritto-dovere, che spetta, in una situazione così divisa e confusa, alla DC di dare al Paese, in assenza di una maggioranza qualificata, la sua direttiva, quella direttiva che è sostenuta al Senato dalla maggioranza assoluta ed alla Camera da un'altissima maggioranza relativa. Una direttiva, si aggiunga ancora, che per l'equilibrio e il senso di responsabilità che l'ispira, è capace di realizzare il maggior possibile equilibrio politico e parlamentare e di corrispondere in linea generale alle attese di tutta la Nazione. Questa compiuta rappresentatività, questa sintesi delle esigenze politiche e sociali del Paese al di fuori di pericolose e chiuse accentuazioni unilaterali, corrisponde alla natura del partito di maggioranza, costituisce del resto il titolo per il quale la DC si pone come partito di maggioranza. La indipendenza del programma, che va riferito esclusivamente alla DC, la indipendenza della posizione politica di fronte ad ogni condizionamento o vincolo o alleanza, l'assunzione esclusiva di responsabilità da parte della DC, tanto che quello dell'on. Segni può e dev'essere esclusivamente considerato come Governo democratico cristiano con il programma della DC, tutto ciò è stato ed è considerato condizione essenziale, limite invalicabile per l'adempimento in questa situazione ed in questa forma del dovere di governare della DC. Questo punto abbiamo tenuto sin dall'inizio rigorosamente fermo, da quando fu avanzato il rilievo, mai poi ritirato o attenuato, del carattere unilaterale degli appoggi parlamentari e dell'impegno di governo della DC, respingendo qualsiasi ipotetica pretesa ad un condizionamento del programma, ad un adattamento della linea politica, alla configurazione di un'alleanza organica parlamentare o politica. Questo non significa scarsa considerazione delle forze politiche che hanno consentito la vita e l'opera del Governo dell'on. Segni. Ciò significa solo che quanto esse fanno con propria decisione, guardando, secondo la propria intuizione, agli interessi del Paese, non costituisce un comune allineamento con la DC; significa, guardando alla nostra natura ed alla nostra storia, che non si è verificata una svolta a destra della DC e perciò di tutta la vita politica italiana. Questa non è mancanza di rispetto, ma riconoscimento della verità, cioè di una diversità che non è di oggi ma di sempre, e tale perciò che, se mai, ci si dovrebbe stupire se essa fosse accantonata o diventata indifferente.

Gratitudine all'on. Segni

Perciò il Governo dell'on. Segni dev'essere giudicato per quello che esso è e vuol rimanere, non un governo cioè di maggioranza a destra, ma un governo minoritario espresso esclusivamente dalla DC, espresso unilateralmente dalla DC. Deve essere giudicato per la sua innegabile fedeltà agli ideali, alle ispirazioni, al programma della DC. Dev'essere giudicato per la continua, impegnativa, fervida attuazione del programma della DC, di cui è stata data e sarà data qui ancora un'altra esauriente documentazione. All'on. Segni, al quale il Partito ha commesso questo compito così pesante, ha dato questa croce così dura da portare, all'on. Segni, che per il suo passato, per la sua lunga milizia popolare e democratica cristiana, per la sua azione riformatrice e di sviluppo democratico, poté degnamente, efficacemente rappresentare questa linea autonoma, democratica e sociale della DC in questa difficile esperienza di governo, va con la gratitudine più viva la solidarietà doverosa del Partito e quella mia personale per quel che egli ha fatto e per le condizioni in cui lo ha fatto, risolvendo una drammatica crisi e consentendo che la DC continuasse nella sua posizione di guida politica del Paese.

I fatti siciliani

Le recenti vicende della Sicilia hanno una grande importanza per la comprensione della situazione politica, non solo per quello che l'Isola rappresenta nella realtà della Nazione, ma perché l'operazione Milazzo, la prima e la seconda, costituisce l'episodio più grave e preoccupante della tecnica della conquista del potere ad ogni costo da parte del comunismo, l'indicazione chiara della nuova forma e del nuovo metodo di cui riesce ad avvalersi oggi il suo frontismo, la denuncia delle inconcepibili compiacenze e delle irresponsabili acquiescenze che riesce a trovare, la dimostrazione irrefutabile di come solo sulla DC, sulla sua capacità di fare coerentemente sino in fondo il suo dovere, poggi la salvaguardia della democrazia italiana dall'insidia soffocatrice del comunismo.
Dopo la prima operazione Milazzo dell'autunno dello scorso anno, quando dalle parti più impensate si considerò l'epilogo di quella vicenda come una lezione per la DC, ed in particolare per la struttura di partito moderno con la quale essa andava esplicando la sua azione nell'Isola, è apparso poi chiaro come proprio la struttura organizzativa della DC abbia costituito l'ossatura intorno alla quale si poté concentrare nell'Isola l'opposizione a Milazzo, bloccare in vasti strati dell'opinione pubblica l'effetto psicologico della conquista dei poteri locali direttamente o indirettamente da parte dei comunisti.
E' apparso chiaro come mentre altri nella corsa al potere cedevano, soffocando nella polemica contro la DC il tradimento del loro verboso anticomunismo, la DC sola potesse tenere alta la bandiera e collocarsi coerentemente per la prossima campagna elettorale come una prospettiva reale e concreta per ricacciare dai gangli del potere i comunisti che Milazzo di giorno in giorno vi veniva insediando.
Sulla forza e sulla solidità della nostra organizzazione si poté far perno per impostare la campagna elettorale e articolare intorno ad essa la partecipazione d tutte le energie alla lotta.
Se tutti gli altri partiti, se lo stesso Milazzo, potettero reggere la campagna elettorale nonostante l'esaurirsi delle loro posizioni nella polemica contro la Democrazia Cristiana, e potettero presentarsi con una qualche prospettiva agli elettori e non restare assorbiti in un fatale dilagare dei comunisti, lo si deve proprio alla circostanza che la DC si presentava ancora come una valida e solida alternativa.
E così la campagna elettorale vide a fianco dei nostri amici in Sicilia la partecipazione entusiastica di tutti gli amici del continente, dagli uomini di governo, con lo stesso Presidente Segni, ai parlamentari, dai dirigenti nazionali ai Segretari provinciali, agli attivisti di tutte le regioni, e attraverso quella mobilitazione della DC la lotta elettorale ebbe un significato nazionale, il significato di un appello alla solidarietà di tutta l'opinione pubblica democratica del Paese per liberare l'Isola dall'ipoteca comunista.

Rigorosa opposizione al fenomeno Milazzo

Al di là della torbida immagine di una realtà sociale arretrata, invischiata nell'immoralità e nel malcostume, che le corrispondenze di colore avevano potuto accreditare in vasti strati dell'opinione pubblica, fu presto chiaro come dietro la facciata moralistica contrabbandata da Milazzo vi era la realtà del comunismo che tentava di assumere il controllo politico di una Regione di nobili tradizioni, di antica cultura, di vera civiltà, in lotta per il suo ammodernamento, per il suo progresso economico, per la sua crescita sociale.
Gli elettori siciliani, superando le suggestioni di una propaganda concentrica, ingenerosa, ricca di menzogne e di equivoci, risposero all'appello della DC, la quale, nonostante la modifica della legge elettorale, ritornava alla Sala d'Ercole con i suoi trentaquattro seggi come gruppo di maggioranza relativa.
Ritornava in quell'Assemblea rafforzata proprio dal vaglio di una esperienza combattuta non con le armi del potere ma come forza di opposizione, portando con il consenso dell'elettorato una precisa indicazione anticomunista, una chiusura al milazzismo come espressione eversiva dell'equilibrio del sistema politico, come indice di una frattura nella unità dei cattolici militanti, come forza infine asservita alla strategia comunista; vi ritornava portando alta la bandiera di una concreta, rigorosa e positiva riaffermazione dell'autonomia regionale come strumento essenziale dello sviluppo economico dell'Isola.

Milazzo legato al PCI

Con queste indicazioni il nostro gruppo si mosse, per dare una soluzione conseguente alla realtà derivante dalla nota composizione della Assemblea. Per comprendere la linea seguita in Sicilia, occorre subito affermare contro facili ed ingiuste deformazioni che ancora una volta, come negli avvenimenti dell'autunno scorso dello scorso anno, fu tentato il recupero in condizioni di piena garanzia e dignità dell'onorevole Milazzo. La DC era disposta a mettere da parte ogni pur legittima suscettibilità o questioni di prestigio formali; ma il recupero non è riuscito perché Milazzo mai ha voluto cedere la carta comunista utile al suo effimero gioco. Alla DC si poteva chiedere tutto, salvo che di essere essa stessa complice con Milazzo del gioco comunista, e Milazzo a quel gioco — apparve subito chiaro e costantemente venne confermato — era ormai indissolubilmente legato.
Come pure occorre chiarire che, nonostante i timidi accenni della campagna elettorale, il PSI riconfermò, superando la contraddizione che noi avevamo decisamente denunciato, la sua acquiescenza ai comunisti ne l'accettare l'operazione Milazzo. Si disse che per una diversa linea occorreva al PSI che fosse tolta dal quadro delle cose possibili l'operazione Milazzo; ma non era forse il PSI, proprio il PSI, la forza determinante che, rifiutando pregiudizialmente, in modo incoerente con la sua ispirazione programmatica, l'ibridismo milazziano, poteva aprire la via a soluzioni diverse? Ancora una volta invece ci venne la prova di come le affermazioni di autonomia del PSI vengano sistematicamente contraddette anche in situazioni particolari, anche in contingenze nelle quali invece potrebbero avere un inizio di concretizzazione.
Di fronte all'impossibilita di avviare il recupero di Milazzo, di fronte al PSI pregiudizialmente prigioniero dell'operazione comunista cosa ci restava se non il tentativo di bloccare tutte le altre forze disponibili sulla via del potere, che alcune con molta disinvoltura la prima volta avevano già percorso?
La DC siciliana ha fatto in Sicilia tutto il suo dovere, obbedendo alla situazione di necessità determinata dallo spregiudicato sistema di alleanza inaugurato dal Partito comunista e dal cedimento di quelle forze che ne avevano consentito l'attuazione e sembravano del resto disponibili per ripeterla.
La DC nell'Isola resta, in piena autonomia di ispirazione, di programma, di prospettive, all'opposizione, ad una rigorosa opposizione sino a che non si determinino le condizioni pregiudiziali di una chiarezza politica che affranchi gli organi regionali dall'ipoteca comunista; una opposizione ancora una volta non sterile, né dispettosa, una opposizione centrata nella rivendicazione di un reale, effettivo organico progresso economico dell'Isola, un'opposizione che mobiliti intorno al gruppo dei nostri deputati regionali la solidarietà di un partito rinvigorito in tutte le sue strutture, in coordinata collaborazione con tutte le altre nostre organizzazioni presenti nell'Isola, un'opposizione diretta a porre in termini corretti l'ulteriore sviluppo nell'articolazione democratica dell'autonomia dell'Isola.
Un'opposizione che denunci sempre di più i limiti, le insufficienze, gli equivoci dell'esperienza milazziana, un'opposizione che imponga a tutte le forze politiche, a tutte le sane energie dell'Isola, un ripensamento critico per una ripresa della vita democratica, per la liberazione dall'ipoteca comunista, per l'avvio del suo avvenire nella comunità nazionale.

La DC e gli altri partiti

La complessa vicenda politica svoltasi dal Congresso di Trento ad oggi sta a dimostrare quanto dominante sia in ogni caso la natura del Partito, la caratterizzazione del Partito, il programma del Partito. Non si può evidentemente considerare il Partito quale emerge nelle strette della situazione politica contingente, in base a quanto esso riesce a realizzare ed esprimere di sé nelle limitazioni che la situazione politica di volta in volta comporta. Il Partito va guardato soprattutto nella sua ispirazione e nei suoi obiettivi, confrontato con le altre forze politiche, inserito nel gioco politico come strumento di differenziazione e di orientamento insieme. Conviene dunque vedere la nostra posizione autonomamente di fronte alle altre forze politiche. Il che faremo, come si conviene ad un Congresso, con estrema obiettività. Tra esse ha una posizione dominante il Partito comunista, che si pone di fronte a noi come la grande forza di opposizione alla quale in qualche modo tutte le altre opposizioni finiscono per fare riferimento, come, in concreto, la sola possibile alternativa alla Democrazia Cristiana.

L'alternativa comunista

La consapevolezza di questa fatale alternativa antidemocratica alla DC dovrebbe essere sempre presente in tutti nella vita politica italiana. Essa non esime certo la DC dalle sue responsabilità, non la autorizza a commettere errori che debbano essere necessariamente perdonati, non giustifica nessun ricatto del nostro Partito, come è stato da qualche peste malevolmente rilevato, compiacendosi che il ricatto, come si dice, non funzioni più. Ma neppure esime gli altri dalle loro responsabilità né li esonera dal riscontrare quel che la DC significa e rappresenta nel porsi come alternativa alla incombente minaccia totalitaria del comunismo.
Certe resistenze, certe riserve, certi dinieghi di collaborazione nei confronti della DC, ceti comodi affidamenti ad essa perché faccia da sé e si comprometta e si logori, sono espressioni della minore consapevolezza e delle meno attenta considerazione di questa indissolubile connessione in forma di alternativa tra il Partito comunista e la DC. L'insofferenza nei confronti della DC e della sua lunga opera di governo, una superficiale considerazione della realtà delle cose, un gioco tanto sottile quanto vano per riservarsi l'ultima parola, per giocare abilmente (oh ingenua pretesa!) non solo la DC, ma anche il comunismo, per indicare una terza via, tutto questo porta ad oscurare l'entità e gravità della minaccia totalitaria comunista.
Si pensi a certe moderate, accomodanti reazioni — e reazioni, si noti, di ambienti insospettabili — di fronte ai prodromi, all'inizio ed allo svolgimento della trasparente e grave operazione comunista in Sicilia. Si pensi a certe inconcepibili reazioni ad operazione già avvenuta, a certe malcelate soddisfazioni a certi sfoghi di oppositori, a certo linguaggio di rimprovero e di ammonimento nei confronti della DC, come la ricerca di un alibi giustificativo per una tolleranza e una debolezza che possono essere esiziali per il Paese. Non occorreva poi altro che una distensione male intesa (e perciò tradita nel suo genuino accettabile significato) per aumentare le indulgenze ed impegnare personalità persino borghesi ed anticomuniste a delineare un volto del comunismo per noi inopinatamente nuovo. Eppur il comunismo non è cambiato né è diminuito il suo incombente pericolo. I sorridenti inviti, rinnovati ed allargati nel gioco trasparente delle alleanze di comodo, sono ben modesta copertura della permanente minacciosa realtà del totalitarismo e dell'esclusivismo comunista.

I fatti di Ungheria

Sono inseriti nel periodo di tempo che va dal Congresso di Trento a quello di Firenze i fatti di Ungheria. Ed a proposito di essi scriveva ne «l'Unità» del 30 ottobre 1956 l'on. Togliatti: «È un assurdo politico volersi porre al di sopra della mischia». E continuava il 6 novembre: « È mia opinione che una protesta contro l'Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, e con tutta la sua forza questa volta, per schiacciare il fascismo nell'uovo, nel nome della solidarietà che deve unire nella difesa della civiltà tutti i popoli, ma prima di tutto quelli che si sono posti sulla via del socialismo». Ed ancora l'on. Togliatti, nella sua replica all'VIII Congresso del Partito Comunista Italiano, delineava realisticamente il significato dell'impegno democratico del comunismo. «Rivendichiamo il rispetto della Costituzione da parte di tutti — osservava l'on. Togliatti — ma in pari tempo sappiamo che il passaggio ad un regime di democrazia socialista è qualche cosa di più... È sbagliato considerare le libertà democratiche come qualcosa di statico, farne una specie di feticcio, uno stabile corpo di norme. io penso ad un feticcio, per esempio, quando sento parlare della famosa divisione dei poteri, o anche dell'esistenza di diversi partiti, del funzionamento degli istituti parlamentari e così via».
E il sen. Scoccimarro, nel suo rapporto alla Commissione centrale di controllo del 25 gennaio 1957, così si prospettava l'eventualità di una violenta rottura rivoluzionaria: «Le forme più o meno aspre della lotta per il passaggio al socialismo dipendono non tanto dal proletariato quanto dalle classi privilegiate. In tale situazione, la affermazione polemica secondo cui il partito dive accettare il metodo democratico senza riserve e sottintesi non può avere obiettivamente altro significato che quello di affidare le sorti della classe operaia alla "lealtà democratica" delle classi sfruttatrici, escludendo a priori ogni volontà e possibilità di ricorso alla violenza da parte di queste. Tutto ciò è pura illusione». E proseguiva: «Si è detto pure che le libertà democratiche devono essere assunte come un dato permanente e immutabile della nostra politica. Si tratta di una formulazione equivoca... Le libertà democratiche non sono un dato assoluto ed immutabile. Esse sono soggette a condizioni e limiti che derivano dal loro contenuto di classe, che mutano col mutare dei loro rapporti di forza e delle esigenze della lotta di classe. Se si negano questi elementi essenziali della lealtà politica, si cade nell'opportunismo». Ed ancora: «Sono da respingersi come teoricamente errate e politicamente viziate di opportunismo tutte quelle interpretazioni che tendono (...) a concepire addirittura la dittatura proletaria come una dittatura democratica degli operai, contadini, ceto medio urbano, produttori Indipendenti, tecnici, ponendo sullo stesso piano contadini, operai, ceti medi... Così si apre la via a tutte le deviazioni opportuniste tendendo a sottovalutale ed a fare scomparire la funzione di egemonia e di direzione della classe operaia».
Con questa riconfermata ed angusta visione classista, con questa espressa riserva di una risolutiva violenza rivoluzionaria, quando ad essa debba farsi ricorso per attuare i fini del comunismo, con questa chiusa concezione dell'uomo privato, della sua individualità, della sua iniziativa, della sua libertà, con questa cinica indifferenza per la strage operaia dell'Ungheria, il Partito comunista si rivolge ai diversi ceti e finanche ora ai più diversi partiti per chiedere fiducia e solidarietà. Il fine è di battere il così detto monopolio politico della DC e cioè la resistenza tenace del nostro amore per la libertà, della nostra visione di giustizia che rispetta la libertà degli uomini e la varietà della società non per effimero opportunismo, ma per autentica convinzione. Da qui l'attacco quotidiano, rabbioso, indiscriminato del comunismo contro di noi, la polemica che è egualmente viva contro qualsiasi formula di governo, il disconoscimento e la deformazione di ogni nostra più utile iniziativa, il tentativo di insanire un cuneo per rompere l'unità, per diminuire in qualche modo la forza della Democrazia Cristiana.
Il linguaggio si fa solo più persuasivo e conciliante se — aiutando anche la distensione adoperata come mezzo di rottura del Partito comunista nei confronti della democrazia italiana — si può sperare di utilizzare la DC o una parte di essa, ingiustamente considerata più sensibile all'allettamento comunista, per realizzare una di quelle fruttuose intese, considerate come un utile gradino per l'avvento della dittatura comunista. Agli allettamenti di ieri e di oggi noi rispondiamo con la consapevolezza della impossibilità di realizzare una intesi su vera base democratica con il comunismo. All'attacco rabbioso, all'insidia alla nostra unità, alla quotidiana denigrazione dei nostro Partito, rispondiamo con la nostra unità reale, con la nostra forza, con la nostra autorità che deriva dal vasto e ripetuto consenso del popolo italiano, con la nostra umana concezione della libertà, con quella tenace resistenza democratica che preferisca il lento, penetrante, educativo affermarsi della libertà ad un'opposizione violenta e superficiale che lasci intatte le radici del male.

Resistenza morale

Per la Democrazia Cristiana il primo dovere, il primo compito da assolvere nella sua responsabilità di fronte al Paese, è quello della resistenza al comunismo sul terreno democratico, resistenza morale, giuridica, politica veramente inflessibile, senza un attimo di sosta e di disattenzione. La DC lascia ad altri, non so se l'ingenuità o la furberia di dare al comunismo una risposta diversa dal suo intransigente diniego. Lascia che altri cadano nella pania comunista o indulgano ad operazioni di sfacciato opportunismo come quella siciliana. In fondo non ci si può meravigliare che il comunismo faccia il suo gioco spregiudicato e promuova solidarietà C condiscendenze con riguardo esclusivo ai suoi fini eversivi. Ci si può meravigliare invece che per calcolo meschino, per delittuosa incoscienza, per inqualificabile ripicca, altri si lasci introdurre nel gioco comunista e si adatti a favorirlo. Le ulteriori fortune del comunismo in Italia, rese impossibili dalla resistenza del corpo elettorale, possono essere prospettate per ora solo episodicamente (ma la situazione potrebbe diventare più grave) in forza di cedimenti di settori politici che sono pure in condizione di comprendere tutta la pericolosità della manovra aggirante del comunismo. Dai fatti di Val d'Aosta e di Sicilia emerge un ammonimento di più vigile e intransigente resistenza al comunismo, un impegno che dev'essere rinnovato in un momento nel quale il comunismo ritenta disperatamente l'assalto alla cittadella democratica, alternando all'attacco frontale la tattica efficace dell'aggiramento. Con il comunismo, dunque, nessuna solidarietà.

Il problema del PSI

È appunto sul tema dei rapporti con il Partito comunista che si può misurare l'effettività e le pienezza dell'impegno democratico di un partito, e così è per il PSI, la cui disponibilità per la difesa e lo sviluppo della democrazia è un grave problema del nostro Paese. Le vicende di questi tredici anni tormentati di vita democratica in Italia, la scissione della socialdemocrazia, la lunga ed infeconda storia della unificazione socialista, i tre ultimi significativi Congressi del Partito socialista, i rapporti infine con i cattolici e la Democrazia Cristiana, sono tutti aspetti e momenti diversi di un unico travaglio, quello che dovrebbe dare al PSI piena coscienza della sua vera natura, della sua imprescindibile caratterizzazione, della sua effettiva disposizione a prendere con coraggio e chiarezza il suo posto nello schieramento democratico italiano con tutte le conseguenze e responsabilità che quella scelta comporta. E sono appunto questo coraggio e questa chiarezza a mancare; è questa scelta che non si riesce a fare. Il tema della difesa della democrazia in Italia, del suo porsi su una base sufficientemente larga e solida, della utilizzazione positiva sul terreno democratico delle forze morali e politiche, degli impulsi, delle iniziative di un così vasto e qualificato settore popolare come quello rappresentato dai socialisti, della presenza in Italia di una forza socialista democratica considerevole per vastità di consensi e nettezza di posizioni, tutto ciò è tanto importante per a civiltà e l'avvenire del nostro Paese che non è consentito restare in superficie ed accontentarsi di artifici polemici. A parte le divergenze ideologiche, che pur sono fondamentali, il solo punto da affrontare ora è quello relativo alla fedeltà democratica, alla comune appartenenza al mondo della democrazia.
Il PSI, proponendosi una politica nuova caratterizzata dal proprio attivo inserimento per eliminare le insufficienze nel processo di sviluppo democratico del nostro Paese, ha affrontato, anche in risposta agli interrogativi che venivano rivolti da altre formazioni politiche e soprattutto dalla costante impostazione polemica della DC, il problema della sua autonomia nelle due direzioni che valgono appunto E definirlo, e cioè la fedeltà ai valori di libertà e al metodo democratico, ed il tema dei rapporti con il Partito comunista.
A questo proposito nel Congresso di Venezia si precisa che i rapporti tra socialismo e comunismo non si pongono più nel vecchio quadro di unità di azione, ma si osserva che ciò che dà carattere permanente alla politica unitaria è «l'impegno di mantenere intatti i legami di classe, di organismi di massa nelle fabbriche, nei villaggi, nelle pubbliche amministrazioni; è la ricerca del massimo di unità tra le masse, fuori di ogni preclusione ideologica o politica». A Venezia si denuncia a proposito delle conclusioni del XX Congresso del Partito comunista sovietico, che non si tratta di errore di persone, ma del sistema. A Venezia è severo il giudizio nei confronti dell'URSS per la repressione della rivolta ungherese, mentre si ripetono categoriche affermazioni di fedeltà democratica. Il Congresso di Napoli ribadisce la interpretazione restrittiva di Venezia circa la politica unitaria e riafferma solennemente la fedeltà al metodo democratico.
Ma in realtà, al di là delle impegnative dichiarazioni e forse delle buone intenzioni di un gruppo di vertice del PSI, la posizione del Partito socialista resta allo stato delle cose tutt'altro che chiara ed è ancora ben lontana dall'offrire quella piena disponibilità, senza riserve, né ombre, né possibilità, nell'equivoco, di conturbanti interventi di terzi, che la democrazia italiana attende da anni. Che significato ha infatti la permanente solidarietà di classe e quali necessari riflessi ed espressioni ha sul terreno politico, sul terreno degli strumenti politici da adoperare per realizzare le proprie finalità di ordine sociale e quindi corrispondere anche alla presupposta unità di classe? È mai possibile arrestare alle soglie del politico quell'unità di classe che si è assunta e coltivata ad ogni altro livello e soprattutto in alcune dominanti ed influentissime articolazioni sociali come quelle sindacali e delle autonomie locali ed in quest'ultime quello rilevantissimo delle Regioni?
Non dice niente al PSI l'esperienza siciliana, così importante dal punto di vista nazionale, esperienza caratterizzata dalla nessuna preclusione a sinistra e, sia aggiunto incidentalmente, da alcune tattiche e non indifferenti indulgenze verso destra? Ritiene l'on. Nenni che prospettare una politica di alternativa socialista democratica, e per giunta con tutte le premesse di cui or ora si diceva, non sia implicitamente e, direi, per un'insuperabile ragione psicologica, come un far posto, nella storica situazione italiana, al comunismo con la sua forza, la sua astuzia, la sua spregiudicatezza, la sua agilità, il suo effettivo predominio in alcuni rilevanti settori ed aspetti della vita delle masse italiane? È pensabile che, permanendo una sostanziale solidarietà di base, rifiutandosi il PSI ad ogni netta presa di posizione anticomunista, alimentando esso, per opportunismo e forse per necessità di partito, una situazione di equivoco, al più configurando a sinistra una situazione di neutralità, il Partito comunista, quando abbia esaurito gli argomenti del richiamo alla politica unitaria, non si inserisca abilmente in qualsiasi tentativo di gioco democratico del PSI, intorbidando le acque e creando situazioni insostenibili che renderebbero vana ogni iniziativa di sblocco del Partito socialista? Ritiene l'on. Nenni che, senza fatti veramente nuovi e significativi, sia possibile dimenticare la vecchia esperienza bloccarda, accantonare le drammatiche preoccupazioni che essa ha determinato, ritenere cancellata per sempre quella politica di piatto allineamento con i comunisti durata tanto tempo, rimasta quasi sempre senza smentite, stranamente rinverdita, anche contro il migliore calcolo opportunistico, dalle consultazioni di questi giorni tra i due partiti in tema di politica estera?

Il PSI e la politica estera

Non è poi mai rimasta senza rilievo e non è senza rilievo la divergenza di politica estera, sul quale terreno le difficoltà di allineamento dei socialisti con la politica del mondo libero, ancorché questa avallata dall'assenso di larghi settori del socialismo europeo, determinano una situazione di perenne disagio, una vera zona d'ombra per coloro che con maggiore e sincera convinzione auspicano l'inserimento del PSI nella vita democratica del Paese e ne vanno verificando le condizioni. La timida accettazione degli impegni di solidarietà atlantica con la interpretazione limitativa delle clausole del trattato non impedisce poi di allineare pienamente socialisti e comunisti nella polemica contro l'installazione dei missili, sulla base della singolare argomentazione che la causa della distensione e della pace si serve con il disarmo unilaterale.
Nella sollecitudine con la quale il PSI ha auspicato ed auspica il successo della politica di distensione non mi pare arbitrario riscontrare, accanto all'auspicio con cui tutti gli uomini di buona volontà accompagnano il profilarsi di prospettive di pace, anche se incerte, il desiderio di essere in qualche modo sollevato dall'imbarazzo di una scelta veramente discriminante, quella che i partiti socialisti europei hanno fatto in favore del proprio Paese incondizionatamente e del sistema di libertà che caratterizza il mondo libero. La distensione, con la conseguente esclusione di schieramenti drastici e chiusi, potrebbe servire al PSI per evitare di assumere una posizione netta sui problemi della sicurezza, della pace e della tutela, sul terreno dei rapporti internazionali, non solo dei confini, ma anche degli ideali democratici ai quali il nostro Paese si ispira. È un altro elemento di incertezza nella incerta posizione del Partito socialista.
Appare evidente, a chi da Napoli guardi indietro fino al 1953, che il gruppo che ha tentato di portare il PSI su posizioni autonome e democratiche ha incontrato opposizioni e resistenze che esso ha mediato con l'esigenza dell'unità del Partito, con progressivi cedimenti delle proprie posizioni, rimandando al domani l'assunzione di responsabilità, attribuendo agli altri le colpe, cercando di guadagnar tempo schierandosi all'opposizione e dando a questa posizione di comodo il carattere di una scelta responsabile. In realtà il PSI non è pronto nella sua interezza, e non solo per opposizione di vertici, ma anche di base, ad una politica di impegno democratico conseguente. L'attacco violento ed ingiusto alla DC, accompagnato di volta in volta dal tentativo di minarne l'unità, per fare allora sì una grande operazione politica, ma purtroppo assolutamente passiva per la democrazia, quell'attacco che fu sferrato violentissimo anche contro Fanfani, salvo poi a rivalutarlo tardivamente per inserirsi in modo pesante nel nostro libero dibattito congressuale, tutto ciò significa che vi è da coprire una cattiva coscienza.
Non vale fingersi sdegnati per la presunta involuzione della DC in senso, come si dice, clerico-fascista, quando si è fatto tanto poco (ed oltre tutto nello stesso senso si sono immobilizzati e come ipnotizzati gli altri), per rendere normale nella dialettica democratica il gioco delle forze politiche italiane.

Il tatticismo di Nenni

In realtà tutti gli sviluppi della situazione in seno al PSI e la linea politica assunta da quel partito sono dominate dalle ragioni proprie del socialismo italiano e dalla sua interna consistenza. La causa determinante della politica di apertura a sinistra e del dialogo con i cattolici, per quel partito globalmente considerato, è l'esigenza di offrire una prospettiva nuova alle masse stanche, la convinzione che il frontismo minacciava di «congelare» le forze del PSI, la valutazione della situazione conseguente al 7 giugno che avrebbe consentito d'inserire attivamente il PSI nella vita politica nazionale. A tal fine l'apertura a sinistra e il dialogo con la DC vengono individuati come l'unica prospettiva di un mezzo efficace per trarre il partito dalle secche della vecchia politica. La ragione essenziale, poi, del passaggio alla politica di alternativa democratica non è il rifiuto, del resto motivato, del gruppo dirigente dc all'apertura a sinistra, ma la larga opposizione all'accordo con la DC, il perdurare di posizioni filocomuniste e il tentativo conseguente di quelli che dal '53 avevano prospettato una politica autonoma dal PCI di sacrificare la prospettiva dell'accordo con la DC per ottenere sull'alternativa democratica, come posizione di autonomia, i consensi di tutto il partito. La mancanza quindi di una concreta prospettiva politica, il carattere astratto e, come fu detto, meramente pedagogico, della politica di alternativa democratica, la diversità d'interpretazione sul modo della sua attuazione, la profonda divisione del partito e gli stessi equivoci in seno alla maggioranza, rendono impossibile che allo stato delle cose il PSI possa essere utilizzato per la difesa e lo sviluppo della democrazia italiana. Ciò intendiamo dire al di fuori di accentuazioni polemiche, come obiettivo riconoscimento delle difficoltà che il PSI incontra sulla strada che dovrebbe portarlo ad un pieno impegno democratico. Ma questo riconoscimento, come quello di una certa buona volontà episodicamente dimostrata (mai però in atti decisivi), di alcuni fermenti rinnovatori operanti in seno a quel partito, neppure può indurre ad un meno netto giudizio sulla situazione, ad una meno precisa indicazione dei pericoli che ancora vengono da quella direzione alla democrazia italiana. Benché essa appaia in questa situazione assai difficile, è una scelta netta e decisa che è chiesta al PSI. Come ebbi a dire a Trieste, «nei confronti del comunismo non è concepibile neutralità o meno vigorosa polemica. Esso è troppo forte ed astuto e spregiudicato, per rendere possibili simili posizioni. Chi non è antro il comunismo è forzato ad essere con il comunismo. Bisogna dunque che l'on. Nenni scelga, che scelga tutto il Partito socialista, sapendo che non giovano le mezze misure ma che si richiede un atto coraggioso e definitivo di chiarimento politico, un fatto netto ed irreversibile che renda sicura la democrazia italiana».
Detto ciò, è da aggiungere che è dovere della Democrazia Cristiana tenere aperto il problema del Partito socialista ed esprimere ancora una volta, al di fuor di ogni particolare considerazione ed interesse di partito, l'auspicio che il travaglio del Partito socialista, per difficili e lenti che re siano gli sviluppi, abbia uno sbocco democratico. Questo sbocco non è un approdo di governo né significa eludere o dimenticare le grandissime differenze di ordine ideologico e politico che dividono il Partito socialista dalle altre forze politiche e in particolare dalla Democrazia Cristiana. Qualora fosse acquisito il punto della sicura accettazione del metodo democratico, si aprirebbe un grande dibattito circa le caratteristiche proprie della DC e la sua differenziazione dal socialismo. Ma non sarebbe confacente agli interessi, agli interessi in prospettiva della democrazia italiana, auspicare — e trarre dall'auspicio concreto spunto di azione politica —che siano ribaditi i legami tra socialismo e comunismo e che una così vasta area di elettorato sia posta sotto l'ipoteca del Partito comunista.

I partiti di destra

Nel settore opposto dello schieramento politico sono altre forze, alcune delle quali, per la mutevolezza ed incertezza dei motivi proposti e degli obiettivi perseguiti con la loro azione, sono di più difficile identificazione e caratterizzazione dal punto di vista politico. Tale è ad esempio il Patito Democratico Italiano, la cui lunga vicenda di scissioni ed unificazioni, insieme con le poco chiare e stabili linee del programma, testimoniano insieme della insufficienza e pur del valore condizionante sul piano elettorale e su quello della rappresentatività politica del motivo legittimista e revisionista che ha presiedute alla formazione e ha determinato le prime fortune del partito. Nello sfondo del patrimonio di idee che costituisce il tessuto comune delle forze di destra (resistenza psicologica al nuovo, esaltazione mitica di alcune tradizioni, accese anche se vane puntate nazionalistiche, tentativo di dissolvere nel sentimento di devozione alla Patria i concreti problemi che la realtà sociale e politica propone) si sono di volta in volta inserite, come nel loro ambiente naturale, posizioni conservatrici di cui si assume il necessario ed auspicato superamento anche per la spinta di un elettorato, prevalentemente meridionale, di condizione proletaria. Nel confuso coacervo degli ideali diversi e delle diverse spinte sociali è difficile prevedere quale sia per essere, specie al di fuori del dato emotivo costituito dal problema istituzionale, del resto ormai in via di superamento come problema vivo ed attuale, quale sia per essere la composizione in coerente unità programmatica e conseguentemente la capacità e la forza rappresentativa di quel partito.
Egualmente il MSI, sottoposto alla spinta di diverse esigenze sociali portate da un elettorato composito, e quindi incoerente ed incerto nella impostazione programmatica sul terreno economico-sociale, vive anch'esso su di un dato emozionale che è suo elemento veramente caratterizzante. Una rievocazione storica, che la maggior parte degli Italiani respinge e condanna, ma che ha per settori limitati dell'elettorato, sullo sfondo di quel tessuto base comune ai partiti di destra, una forza attrattiva che ben più di qualsiasi concreto programma di azione politica costituisce una ragione di orientamento e di coagulo. In quel passato è l'esaltazione e come la teorizzazione della dittatura, la legittimazione della violenza nei rapporti sociali, il rifiuto del travaglio difficile ma fecondo della democrazia. Questo bagaglio emotivo e mitico, illuminato dai sinistri bagliori di una drammatica esperienza che dette volta a volta ed infine nel sangue della guerra la prova della sua disumanità, è ad un tempo la forza elettorale e la debolezza del Movimento sociale, il suo essere anacronistico, il suo congelare, per adoperare ancora una volta questa parola, sul terreno dell'antidemocrazia voti, aspirazioni, esigenze che sono naturalmente protesi verso lo sviluppo democratico. Ma per superare questa posizione statica, che lo pone fuori del gioco, il MSI dovrebbe negare se stesso, la sua origine, la sua storia, il suo significato di protesta contro il mondo nuovo il cui emergere la dittatura aveva invano tentato di arrestare. Agli antipodi del comunismo, ma come il comunismo, il Movimento sociale è nella democrazia, è nel Parlamento, sperimenta la vitalità della polemica delle idee, della rinuncia alla violenza, della fecondità dell'influenzare e del convincere, ma pensa ad altro, ha la mente rivolta ad altro.
Questa colpa di origine, questa irrigettabile ragione caratterizzante, paralizza e disperde ogni altro, pur apprezzabile, apporto di idee e di esperienze che può essere dato di volta in volta, in rapporto a particolari temi, dall'indubbia intelligenza e preparazione di alcuni uomini del Movimento sociale.

Svolta impossibile

Quale sia il rapporto della DC con queste forze, quale la sua posizione di netta differenziazione in vista di tutta la nostra passata esperienza e di quanto si è detto or ora, c'è appena bisogno di dire. La DC, in buona o mala fede, sulle basi di superficiali analogie, di presunte affinità, ci inesistenti compatibilità, per il fatto che ha anch'essa delle tradizioni da difendere, una Patria da amare e da servire, una ispirazione cristiana che si presume condivisa pur con tante diverse interpretazioni, la DC, dicevo, viene attesa di volta in volta, direi periodicamente, per un appuntamento con le forze di destra, per una svolta politica che, saldando intorno al comunismo vecchie e nuove solidarietà, porterebbe l'Italia alla mercé del comunismo e postulerebbe il ricorso alla dittatura di destra per salvare l'Italia dilla dittatura di sinistra. Posso dire, sicuro di interpretare la volontà del Congresso almeno su questo punto, che questa svolta non si è verificata e non si verificherà mai.

Socialdemocratici e repubblicani

Al Partito socialdemocratico, con il quale la DC ha lungamente collaborato, va riconosciuto il grande merito di avere proposto con una coraggiosa decisione nel modo più netto il problema dell'isolamento del Partito comunista per la sicurezza della democrazia italiana, di avere innalzato in Italia la bandiera del socialismo autonomo e democratico, quasi a simbolo, al di là della limitata consistenza delle forze, di una politica di giustizia e di riforme assolutamente libera dalla ipoteca comunista. Non vogliamo ora soffermarci sulla polemica nei nostri confronti, sovente eccessiva e soprattutto negli ultimi mesi, nel corso dei quali è stato spesso disconosciuto lo sforzo della DC per difendere con la sua azione di governo la libertà del Paese e la libertà di tutti i democratici, anche di quelli che sono in rigida opposizione al Governo monocolore. Ma l'ispirazione sociale del Partito socialdemocratico, operante nella più sicura fedeltà al metodo democratico e la netta differenziazione e polemica nei confronti del Partito comunista, trovano pronta rispondenza nella DC.
La lunga opera di collaborazione nel governo con la DC è stata certamente utile al Paese. In quella esperienza il PSDI ha efficacemente operato come forza storica di mediazione tra le diverse forze connaturate nella struttura stessa del nostro Paese. Sul terreno della mediazione compiuta nella trincea democratica, portando con decisione entro di essa i motivi più validi prospettati dall'opposizione, esso è riuscito nei momenti migliori della sua collaborazione a favorire un adeguamento sempre più accentuato dello Stato alle esigenze di progresso di tutta la collettività e non solo unilateralmente e settorialmente della classe lavoratrice. Questa presenta al governo è oggi interrotta, in una situazione che pur richiede l'impegno di tutte le energie disponibili sul terreno democratico, per la più efficace realizzazione di una giustizia che sia essa stessa fondamento e garanzia degli ordinamenti democratici.
Anche il Partito repubblicano ha una lunga tradizione di collaborazione con la DC ed anzi forse più cordiale, fiduciosa e stretta che non quella instaurata con altri partiti. Significava quella collaborazione una equilibrata commisurazione dei valori, per dir così, cattolici con quelli laici in una posizione sinceramente democratica ed aperta alle opportune riforme sul terreno economico-sociale. La cementava e la rendeva solida la comune ispirazione atlantica ed europeista, la vivace polemica contro il comunismo, la reciproca tolleranza sul piano ideologico e politico. Negli ultimi anni, però, il PRI ha cercato di modificare la situazione politica «sviscerando tutti i motivi politici, economici e soprattutto d'ordine ideologico che (...) rendono inutile, anzi dannoso, un ritorno al centrismo», profilando una politica diversa, più ardita e più efficace, che non quella praticata dai governi di coalizione. Pertanto il PRI ha ritenuto il comunismo forza non più pericolosa per la democrazia e di conseguenza ha propugnato libertà di manovra, praticata uscendo dalla politica di difesa della cittadella democratica assediata dalle forze totalitarie, ha vaticinato l'alternativa socialista di Nenni, cercando di convincere tutti della validità e sufficienza delle garanzie offerte dal PSI circa la sua adesione alla democrazia, ha avuto qualche cenno di raffreddamento circa le tradizionali alleanze internazionali, in modo da accorciare le distanze che su questo terreno lo dividevano dal PSI, ha assunto, come si è già detto, una posizione di diffidente attesa nei confronti del governo di centro-sinistra, per tenere più viva la sua riserva in favore dell'on. Nenni. Dalla posizione di piena autonomia si era passati ad una posizione di sostanziale chiusura nei confronti della DC. Si assumeva diminuito il «peso di certi doveri», mentre si riscontrava il «maturare di problemi di fondo» e cioè la crisi comunista e l'evoluzione in senso democratico del PSI.
Questo è il dato dominante della nuova politica del PRI: un costante riferimento al PSI, un collegamento vigilante e critico, ma sostanzialmente condizionato. Se non l'intento, certo l'effetto di questa politica così vivace e spregiudicata in confronto degli schemi del passato è d'indebolire se non distruggere l'espressione unitaria dei cattolici sul piano politico, per erigere su quelle rovine l'alternativa democratica-laico-socialista. Su questi punti il nostro pensiero è molto chiaro. Chi in Italia lavora per umiliare e disperdere la DC, anche se si configuri in buona fede uno sviluppo democratico da realizzare più agevolmente con altre forze, non serve obiettivamente gli interessi della democrazia.

Una carta arrischiata per la democrazia

Quale sia poi il nostro pensiero sul PSI e le garanzie che esso possa dare per il gioco democratico, abbiamo già detto. Malgrado tutto, un grosso equivoco resta nella vita del Partito socialista e pesa su di esso il problema globale, ancora insoluto, dei rapporti fra comunisti e socialisti. Un credito così largo, così generoso, così cieco nei confronti del PSI, non solo significa giocare una carta arrischiata per la democrazia italiana ma vuol dire anche, per l'avallo anche di opinione pubblica che scaturisce dalla presa di posizione di un partito insospettabile come quello repubblicano, allentare la stretta intorno al PSI delle forze politiche democratiche, quella stretta esigente che ha eccitato la problematica dalla quale sono emersi i primi fermenti critici e rinnovatori del Partito socialista. E nel frattempo, mentre si gioca la carta della riserva e della piena disponibilità socialista per la battaglia democratica in Italia, si perdono, come già al tempo del governo Fanfani, tutte le possibilità effettive di intervento efficace e veramente condizionante per lo sviluppo democratico del Paese.

I rapporti col PLI e la spinta centrifuga

È nota poi nei suoi concreti motivi e nel suo significato la polemica apertasi tra la DC e il Partito liberale fin da quando, di fronte alle difficoltà, invero sintomatiche, insorte per la risoluzione del problema dei patti agrari, si verificava la spinta centrifuga nell'ambito della coalizione centrista. La polemica proseguì vivace nel corso della campagna elettorale e dopo fino alla posizione di irrimediabile rottura assunta di fronte al Governo dell'on. Fanfani. Nei due governi di coalizione democratica ai quali i liberali parteciparono, essi parvero voler esercitare, pur dando un contributo notevole di competenza e di solidali indirizzi politici in alcuni importanti settori, una funzione frenante. L'accusa di conservatorismo rivolta ai liberali non ha senso come indicazione di deteriore asservimento ad interessi economici particolari. Ma essa è, nella sua sostanziale ingiustizia, la traduzione polemica relativa alla visione di insieme, ideologica e quindi politica, che i liberali hanno nei confronti della società attuale e delle sue prospettive di sviluppo.
Una venatura economicistica, una preminente preoccupazione di tutelare le iniziative di coloro che già sono imprenditori o proprietari o hanno comunque già la potenzialità di esserlo, è presente nella direttiva del Partito liberale. «Per noi liberali — si poteva leggere nella relazione economica approvata all'unanimità al Congresso di Firenze — il problema politico effettivo è di limitare l'attività economica dello Stato a ciò che è, nelle circostanze attuali, strettamente necessario nell'interesse generale dell'economia, della sua espansione, della riduzione dei costi, della equità sociale». Dove ciò che è significativo non è tanto il limite economico all'intervento dello Stato, quanto la considerazione che questo limite esprime in modo rilevante il problema politico.
Con la costituzione del governo Zoli, ed avendo in vista le elezioni, il Partito liberale si prospettò la possibilità e la speranza di assumere la funzione di guida di una rispettabile destra costituzionale e di giungere così a condizionare effettivamente a destra la DC. La enunciazione dei programmi in vista della campagna elettorale e le accuse dei liberali all'impostazione democristiana consentono di chiarire alcuni punti dell'atteggiamento liberale. L'accusa è che il programma sia una specie di carrozzone, ma gli strali sono particolarmente puntati su due punti: la politica creditizia e la possibilità di dirigere l'azione delle aziende di Stato per esercitare con maggiore efficacia una funzione stimolatrice della produzione e dell'economia nazionali. Sembra dunque profilarsi una opposizione liberale ad inserire, nell'ordine, la proprietà e l'iniziativa privata nel generale sviluppo economico e sociale della collettività nazionale.

Un contenuto effettivo alle libertà

Ora, non si può contestare il dovere di uno Stato che voglia essere veramente democratico di superare certi punti morti che rendono difficile la soluzione di problemi complessi e vitali, senza per questo mettere in pericolo le libertà. Non si può non rilevare che vi è un momento in cui il problema della libertà si amplifica, passa dalla sua considerazione formale e limitata ad essere un problema generale allorché la politica del governo debba proporsi come obiettivo di portare tutti i cittadini ad un grado maggiore ed a un contenuto effettivo di libertà.
È evidente che tutti i partiti hanno il diritto di soddisfare in modo netto e preciso le loro esigenze e perseguire i loro obiettivi politici; ma è pur vero che è fuori della realtà, soprattutto in una situazione complessa e difficile ed in movimento qual è quella italiana, in una struttura sociale che ha indubbiamente delle strozzature che debbono essere corrette, mentre è immanente nella vita pubblica italiana una minaccia comunista che trae almeno in parte il proprio vigore dalla protesta di diseredati che chiedono giustizia, pensare di potere, come dire, neutralizzare, se non negli obiettivi, nel metodo, una assunzione di responsabilità così imponente e complessa quale è quella cui è necessitata dalla vastità e caratterizzazione della sua rappresentanza politica la DC e alla quale non contrastano significative spinte sociali di sicura ispirazione democratica.

Leale riconoscimento

Ma certo nel giudizio del PLI non può essere assente il ricordo di passate ed utili collaborazioni e la constatazione già fatta della sicura ispirazione democratica del PLI e della tradizione politica che esso esprime. C'è in comune tra noi l'esigenza di inquadrare la evoluzione dello Stato in rigorosi limiti giuridici, alcune visioni delle forme democratiche ed istituzionali dello Stato, almeno in molti punti fondamentali, la visione di politica estera. Questo leale riconoscimento credo potrebbe trovare, al di là delle astiose polemiche, il corrispettivo di un altrettanto leale riconoscimento da parte liberale che la rigorosa posizione assunta dalla DC non era espressione di un capriccio D di un disegno fantasioso, ma aveva il suo fondamento reale nelle condizioni del Paese, nella esigenza diffusa di progresso sociale e di sviluppo, alla quale era urgente e indispensabile fosse data una risposta democratica, autorevole, rassicurante quale in concreto poteva essere data solo dalla Democrazia Cristiana.
In complesso, com'ebbi a osservare a Trieste, la DC riconosce il significato della delimitazione di un'area politica parlamentare, pur nella diversità delle forze politiche che la costituiscono, sicura dalla tentazione e dalla minaccia del totalitarismo e non può che auspicarne nell'interesse del Paese l'allargamento. Essa non dimentica le benemerenze dei partiti che in essa, sulla base delle proprie idee che si ricollegano alla tradizione risorgimentale, hanno combattuto per anni una solidale battaglia per la difesa delle istituzioni democratiche e la difesa del nuovo Stato. Questo atteggiamento di rispetto e di riconoscimento non significa che tale piattaforma, tutta intera, debba offrire in ogni momento storico un compiuto programma di governo, perché condizioni e necessita storiche possono imporre più agili ed omogenee articolazioni, sempre nell'ambito dell'area democratica, in vista di esigenze programmatiche urgenti ed altrimenti inattuabili. Nessuna pregiudiziale arbitraria, ma solo l'esigenza del rispetto del programma.
Come rilevavo nel mio discorso di Trieste, la DC, pur dovendo ricercare sempre le condizioni più idonee per l'attuazione compiuta del suo programma, e quindi affinità di ordine ideologico e politico, deve però sempre avere come base per ogni sua azione o intesa politica il programma, deve avere consapevolezza della sua funzione storica e della idoneità ad assolvere il suo compito nella vita democratica del Paese. In ogni contingenza cioè la DC deve dare a se stessa la garanzia intera della consapevolezza ideologica e dell'approfondimento programmatico. Le considerazioni che seguono sono un contributo ad una conferma e, dove occorra, ad un aggiornamento delle linee programmatiche della Democrazia Cristiana.

Le linee programmatiche della Democrazia Cristiana

Innanzi tutto conviene confermare in questo momento l'impegno della DC per l'attuazione dello Stato di diritto, per la piena affermazione e lo sviluppo della libertà umana nella vita sociale.
Questa difesa e questo sviluppo sono la sostanza della DC, la sua prima ragion d'essere. Esse sono nella sua origine storica lontana, esse sono nella vicenda dalla quale è emersa, nella lunga polemica e nella lotta, storicamente, la DC. In un mondo nel quale l'uomo è sempre più inserito nel meccanismo sociale, che, con tutti i rischi che comporta, è esso pure un importante strumento adoperato a vantaggio di tutti e per dare alla libertà di tutti piena esplicazione, in un mondo minacciato perciò dalla pressione di possenti fattori collettivi, ma sempre alla ricerca dei valori umani, la DC si pone come il partito che appunto per la sua ispirazione sente più viva la esigenza di difendere e sviluppare la dignità umana.
Una difesa che si fa con la resistenza vigile, come è stato fatto in questi anni, alle forze eversive del totalitarismo, ma pure dando attuazione, con iniziativa positiva, a quegli ordinamenti sociali, a quelle strutture dello Stato a quei presidi istituzionali di libertà che sono suggeriti dall'evoluzione in senso personalistico delle società moderne. Pur nell'ambito delle solidarietà e dei vincoli che per la generale estensione dalla libertà possono essere richiesti, la moderna e libera organizzazione sociale alla quale la DC vuole dare il suo apporto comporta il riconoscimento di garanzie fondamentali della persona anche nei rapporti con la collettività, l'assicurazione di maggior spazio e respiro nei rapporti sociali, la più libera ed efficace articolazione della società nelle autonomie locali e negli organismi intermedi, il pieno rispetto della Chiesa nel suo ordine spirituale e della coscienza religiosa dei cittadini.
Una tale libera ed ariosa struttura del corpo sociale si riflette nella Costituzione repubblicana che porta in sé tracce sensibili del pensiero sociale cristiano e della esperienza storica dei cattolici nella vita del Paese. Il valere della libertà, il pluralismo sociale, l'organizzazione sociale su basi di garanzie e di controlli, sono espressivi di questa presenzi ed è con questo spirito che, nella doverosa adesione al supremo strumento di garanzia della libertà e dell'ordine sociale, si va compiendo l'attuazione della Costituzione negli Istituti e nelle leggi, alla quale intendiamo impegnarci sempre più come contributo della DC alla attuazione dello Stato democratico in Italia. I ritardi che si sono determinati, i tempi di attuazione che si sono delineati sono dovuti alla necessaria gradualità da adottare nella concreta costruzione dell'imponente edificio costituzionale ed alle importanti novità alle quali occorre adeguare una legislazione estremamente complessa ed una realtà sociale non sempre prepara a alla revisione di fondo. Ma pur con responsabile prudenza bisogna guardare all'obiettivo di una compiuta conformazione della società italiana, secondo le indicazioni della Costituzione, ad una piena attuazione dello Stato di diritto, a quel primo fondamentale ossequio al diritto dello Stato che consiste nell'osservanza della sua norma fondamentale ordinatrice. Con il presidio della forza e della unità della DC, con la sua netta democratica chiusura di fronte a tutte le forze totalitarie, con il presidio del costume e della tradizione che la DC rispetta e valorizza, con l'idea sempre presente e viva della solidarietà sociale e dei diritti della collettività, la realizzazione di una società in cui l'uomo si ponga con un suo valore di fronte agli altri uomini ed alla stessa collettività è in queste condizioni una cosa che non può destare preoccupazioni. E poi vi è un valore formativo ed educativo della libertà nelle sue varie forme, individuali ed associate, che difende alla lunga, se si abbia coraggio e fede nel sistema democratico, contro ogni eccesso ed ogni aberrazione distruttiva della libertà. Se la DC servirà, come ha fatto finora, la libertà, non sarà tradita dalla libertà.

L'immissione delle masse nella vita dello Stato

Così pure riaffermiamo in questo momento l'impegno a dare un contenuto concreto alla libertà, a rendere effettiva, nella partecipazione ai beni dell'economia, della cultura e dello spirito, oltre che con l'uso degli strumenti giuridici di garanzia e delle armi politiche per la formazione democratica del potere sociale, la dignità umana. In una società democratica, come quella che noi abbiamo. contribuito a delineare nella Costituzione e che vogliamo costruire nella realtà, vi è un problema fondamentale di valorizzazione generale e compiuta dell'intera società. Cioè generalità nell'esercizio del potere e generalità nei benefici dell'esercizio del potere. Nessuna persona ai margini, nessuna persona esclusa dalla vitalità e dal valore della vita sociale. Nessuna zona d'ombra in un ritmo graduale, armonico, universale di ascensione. Niente che sia morto, niente che sia condannato, niente che sia fuori della linea vitale della società.
Questo è il problema immane della piena immissione delle masse nella vita dello Stato, tutte presenti nell'esercizio del potere, tutte presenti nella ricchezza della vita sociale. La conciliazione delle masse con lo Stato, il superamento dell'opposizione tra il vertice e la base: non lo Stato di alcuni, ma lo Stato di tutti; non la fortuna dei pochi, ma la solidarietà sociale resa possibile dal maturare della coscienza democratica ed alimentata dalla consapevolezza del valore dell'uomo e delle ragioni preminenti della giustizia. Perciò la DC riconferma il suo impegno di una politica di espansione di tutto il sistema economico, nel quale lo Stato si assuma le sue concrete e puntuali responsabilità ordinatrici, coordinatrici, propulsive ed attive di utilizzazione a fini generali e produttivi di tutte le risorse nazionali, di tutela, nell'ordine, dell'iniziativa privata, di giusta distribuzione del reddito, di perequazione fiscale, di tutela del mondo del lavoro, di revisione delle strutture sociali che si renda necessaria, di sempre maggiore ampliamento ed approfondimento della sicurezza sociale, di assicurazione di una più intensa vita economico-sociale per le aree depresse. Un grande compito di solidarietà sociale, un impegno generale per il bene di tutti, al quale la DC per la sua sensibilità e per la sua esperienza non si trova impreparata.

Il progresso dell'economia italiana

Chi, con l'ausilio dei molteplici dati e strumenti a nostra disposizione, voglia considerare i nostri attuali problemi economici, non può che partire — con troppi incauti detrattori — dalla constatazione del rilevante progresso globale che l'economia italiana ha compiuto sotto la guida dei governi democratici.
Senza entrare nel dettaglio dei dati (basterà ricordare che mentre nell'insieme dei Paesi dell'Occidente europeo membri dell'OECE il reddito nazionale è stato nel 1958 del 33% superiore a quello del 1951, in Italia esso è stato maggiore del 43%), si può rilevare che dalla stessa recente «Riconsiderazione dello Schema Vanoni», che ha dato luogo a tante polemiche, non possono essere tratte che delle conclusioni sostanzialmente positive.
Questo giudizio si conferma anche se, anziché fermarci ai dati 1958, non più molto vicini, noi includiamo nel nostro esame anche i risultati dell'anno che volse ormai al termine, risultati ormai valutabili dopo ultimati i principali raccolti: questo aggiornamento di dati appare tanto più utile in quanto con la fine del 1959 si chiude un quinquennio dalla presentazione dello «Schema Vanoni», risulta in altri termini trascorsa una metà esatta del periodo contemplato da un documento che appare, ogni giorno di più, come uno strumento utile per accertare la conformità della nostra azione a quell'obiettivo di piena occupazione che costituisce il nostro massimo impegno sul terreno economico.

Bilancio di un quinquennio

Orbene, nel quinquennio 1955-1959 il nostro reddito nazionale ha progredito a un saggio che ha superato quel 5 per cento annuo che ormai tutti concordiamo nel ritenere una condizione che consente di dar soluzione, a scadenza non lontana, ai nostri attuali problemi.
Che un progresso globale così intenso si sia potuto conseguire in via continuativa per un lungo periodo mantenendo la stabilità monetaria è un altro fatto la cui importanza non sarà mai abbastanza sottolineata; a questo riguardo non si deve mai dimenticare che la stabilità monetaria è il primo presidio delle classi più povere, sia perché sono prevalentemente di carattere monetario le poche risorse di cui esse possono disporre, sia perché è dall'azione dello Stato che quelle classi possono attendere un miglioramento sostanziale delle loro condizioni ed è proprio l'azione dello Stato che sarebbe più menomata da andamenti inflazionistici.
A soffermarci in occasione di ogni nostro rendiconto sulla stabilità monetaria come su di un risultato nuovamente acquisito si è poi indotti dalla circostanza che la stabilità monetaria non è un bene che si acquisisce una volta per sempre, ma è una condizione che va creata, e può quindi essere perduta, attraverso l'azione di ogni giorno.
Altro fatto positivo, di recente acquisizione, che possiamo oggi constatare, è il solido equilibrio dei nostri rapporti economici con l'estero: con il 1957 ha avuto termine quella necessità di un'assistenza finanziaria estera che la catastrofe bellica aveva determinato in termini che non è esagerato definire paurosi; e non occorre certo dilungarsi a sottolineare i riflessi anche non strettamente economici della riacquistata e consolidata indipendenza economica nazionale. Sul piano internazionale significa, tra l'altro, non incidere su risorse che il mondo occidentale deve destinare allo sviluppo dei Paesi economicamente arretrati; sul piano interno significa che l'accumulazione di capitale che rende possibile l'intenso progresso economico del nostro Paese è ormai interamente frutto del nostro lavoro e del nostro risparmio. Tutto ciò non significa instaurare nel nostro Paese una specie di autarchia finanziaria: l'accumulazione di capitale in corso dovrà ulteriormente intensificarsi per dare più rapida soluzione ai problemi strutturali aperti nel nostro Paese; a questa accumulazione riteniamo parteciperà anche largamente il capitale estero. E d'altra parte il sistema industriale delle dimensioni di quello italiano richiede una notevole assistenza finanziaria dall'estero se vuol competere sul mercato internazionale con i sistemi degli altri Paesi. Ognuno vede però come quest'ampia attività finanziaria, necessaria al nostro sviluppo interno ed esterno, sia oggi facilitata dalla solida posizione di sicurezza in cui è oggi collocato il nostro sistema di rapporti con l'estero.
In conclusione: alto saggio di aumento del reddito nazionale, mantenuto in un quinquennio pur turbato da una non lieve depressione internazionale; stabilità monetaria; capacità di finanziare un processo di intensa accumulazione interna di capitale senza sostegni finanziari esteri, mi sembrano tre fatti sufficienti sia per qualificare positivamente l'azione economica svolta negli ultimi anni, sia per affermare che nel nostro Paese è in atto un meccanismo di sviluppo dotato delle condizioni necessarie e sufficienti per dare soluzione ai pur gravi problemi che stanno innanzi a noi. Ed è a questi problemi che mi preme ora ricondurvi.

Il problema della disoccupazione

Disoccupazione e Mezzogiorno sono senza dubbio i due nostri massimi problemi economici. Nel nostro Paese esistono certamente sul terreno economico altri punti molto dolenti, ma si può ben dire che la soluzione che noi daremo a ogni altro nostro problema economico rischia di risultate una pseudo soluzione se disoccupazione e Mezzogiorno continueranno a presentarsi come problemi largamente irrisoluti; e peggio ancora se sugli stessi termini di tali problemi non vi è, quanto meno presso i gruppi responsabili, una fondamentale concordanza di valutazione.
Un giudizio sul fenomeno della disoccupazione italiana deve partire dalla constatazione che, lungo tutto il periodo post-bellico, la massa disoccupata ha oscillato per molto tempo intorno a due milioni di unità e che solo in anni più recenti questa massa si è portata verso il livello di un milione e mezzo di unità.
Problema dunque grave; né vale attardarsi ad analizzare questo dato per mettere meglio in luce aspetti che tolgono qualche ombra al fenomeno. Vediamo piuttosto cosa sta dietro la cruda serie di dati che rappresenta l'andamento della disoccupazione post-bellica e consideriamo, in primo luogo, in che misura gli Italiani in età di lavoro hanno trovato e trovano oggi appagamento alla loro legittima richiesta di ottenere un impiego.
Ora, i dati disponibili ci dicono a questo riguardo che l'assorbimento di mano d'opera per creazione di nuovi posti di lavoro all'interno e, in misura ovviamente molto minore, per emigrazione, è notevolmente superiore all'aumento naturale delle forze di lavoro italiane: ad esempio, nell'ultimo quinquennio questo assorbimento si valuta sia stato circa doppio dell'aumento naturale. Che malgrado questo fatto la massa di disoccupati permanga rilevante è indice dell'importanza di ben noti fenomeni in corso da tempo nel nostro Paese. Tra essi quello che più interessa ricordare ai fini di questo nostro discorso è l'esodo dalla campagna, esodo determinato, in sostanza, dal fatto che per ragioni in gran parte naturali la produttività del lavoro è in agricoltura più bassa che negli alti i settori e per di più può essere accresciuta solo più lentamente.
La quasi stazionarietà della massa disoccupata è quindi in effetto la risultante, in un certo senso accidentale, di mutamenti di grande rilievo, indipendenti fra loro, che hanno luogo nel nostro Paese: da un lato un afflusso non solo di nuove leve ma anche di sottoccupati che non accettano più il loro stato, dall'altro un deflusso verso il mercato del lavoro interno ed internazionale che, ripeto, è stato ed è di grande rilievo.
L'entità di questi movimenti e del conseguente mutamento in corso nella nostra struttura sociale sono indicati dal fatto che i settori non agricoli correntemente assorbono ogni anno una forza di lavoro pari a tutto l'incremento naturale della forza di lavoro italiana (compreso quindi l'incremento che ha luogo nelle campagne) più circa 80-100 mila unità di cui in media si assottiglia ogni anno la forza di lavoro agricola. Indice dell'importanza del mutamento in corso è il fatto che il 1957 sarà ricordato nella storia economica italiana non solo per il conseguito equilibrio dei nostri rapporti con l'estero, ma anche perché a partire da tale anno l'agricoltura non costituisce più la principale fonte di occupazione del nostro Paese, essendo stata sopravvanzata dall'industria.
L'entità della disoccupazione, in presenza di un assorbimento che è costantemente e notevolmente superiore all'aumento naturale delle forze del lavoro, dipende dunque in misura rilevante non tanto dal nostro recente incremento demografico, quanto dall'entità del trasferimento di mano d'opera agricola che possiamo ancora attenderci in futuro e dai tempi con cui questo trasferimento avrà luogo. In questo quadro assume straordinaria importanza l'instaurazione di un giusto equilibrio fra settori agricoli e settori non agricoli, dato che la mancanza di tale equilibrio può fare aumentare la massima disoccupazione in una misura che un progresso economico, anche più intenso dell'attuale, non riuscirebbe mai a fronteggiare. E sarà questo uno dei punti su cui più dovremo soffermarci quando tratteremo dell'azione da svolgere.

Il problema del Mezzogiorno

Quanto al Mezzogiorno, i dati a nostra disposizione anche per l'anno in corso, ci consentono di definire come segue il problema: la politica di sviluppo svolta nelle regioni meridionali ha permesso di portare il saggio di aumento dei redditi e dei consumi di quelle regioni alla pari dei saggi, oggi piuttosto alti, raggiunti nel resto del Paese; non si è invece accora prodotto quello scatto in più rispetto al Nord, nel saggio d sviluppo del Sud, che è necessario per dar luogo ad una rapida attenuazione del divario esistente tra i due gruppi di regioni.
Dobbiamo dunque passare dalla raggiunta situazione di parità dei saggi di sviluppo tra Nord e Sud, nel moto di progresso, a una situazione di vantaggio per il Sud; a questo fine devono mirare congiuntamente un'intensificazione del processo di industrializzazione ed il riequilibrio dei rapporti agricoltura-industria di cui ora ho parlato e di cui il maggior beneficiario sarà evidentemente il Mezzogiorno.
La riduzione del divario Nord-Sud costituirà quindi, dopo l'agricoltura, il secondo dei massimi temi di questa esposizione e certo della nostra discussione.
In sostanza, dopo quanto si è detto sin qui, si può formulare, sul quadro economico italiano, il seguente giudizio, un giudizio al quale mi sembra debba riconoscersi l'obiettività necessaria per avviare un costruttivo dibattito.
L'economia italiana ha progredito e continua a progredire ad un ritmo soddisfacente, bastevole per dare soluzione a scadenza non lontana ai nostri più gravi problemi; la portata di questo progresso appare evidente a chi confronti il sistema economico autarchico devastato dalla guerra, lasciato dal fascismo, con il sistema produttivo odierno solidamente inserito nell'economia internazionale e capace di fornire un reddito pro-capite del 60% superiore al massimo reddito prebellico.
Peraltro l'intenso progresso economico in atto, se esprime un profondo cambiamento in corso nella società italiana, non ne appaga ancora in misura adeguata le attuali esigenze. I rilevanti interventi effettuati, specie nelle regioni meridionali, non hanno modificato in misura sufficiente il meccanismo proprio dell'economia italiana: ora, è questo meccanismo che occorre riequilibrare oltre che espandere. E quanto questo punto sia importante lo dice la circostanza che noi potremmo ben progredire anche a passi superiori al 5% e trovarci ancora con i nostri squilibri non corretti, mentre potremmo con fondamento immaginare un progresso meno intenso, ma orientato n primo luogo al riequilibramento interno e quindi alla soluzione del nostro problema.

L'integrazione europea

Ciò premesso, quali le direttive generali da svolgere? Rispondere a questa domanda ci induce a ricordare in via preliminare che tutti questi problemi hanno assunto, può ben dirsi, un'altra dimensione per effetto della nostra adesione al processo d'integrazione europea che, iniziato nel 1957 con la formazione di un Mercato Comune tra i Sei, avrà probabilmente sviluppi più vasti nell'ambito europeo. Esaminiamo quindi brevemente questo recente mutamento intervenuto nelle prospettive della nostra azione.
La politica economica italiana del dopoguerra è tutta caratterizzata, dal suo primo inizio, dalla ferma volontà di conseguire il massimo inserimento del nostro Paese nell'economia internazionale; la reazione alla politica autarchica del fascismo aiutò certamente i governi democratici a rendersi conto prontamente che un Paese sovrappopolato come il nostro o riusciva a procurarsi per via di scambi sui mercati mondiali le materie prime e le derrate alimentari necessarie per il miglioramento del suo tenore di vita non ottenibili dalle sue limitate risorse, o sarebbe ricaduto nelle situazioni cariche di contraddizioni che tanto hanno pesato sul nostro recente passato.
Dai criteri con cui venne configurata la tariffa doganale della nuova Italia post-bellica alla pronta adesione del nostro Paese alla politica di liberalizzazione degli scambi, alla nostra partecipazione alla Comunità del carbone e dell'acciaio prima, al Mercato Comune poi, è tutto un processo di progressiva apertura delle nostre frontiere economiche al mondo esterno e, corrispondentemente, un rafforzamento continuo delle nostre strutture produttive che, dotate di protezioni via via minori, sono state messe a confronto con mercati più vasti e indotte a cimentarsi con prodotti nuovi e più complessi.
Indirizzo vitale, dunque, ma tutt'altro che ovvio per larghi strati del nostro Paese; e certo si deve soprattutto al nostro Partito il merito di aver fatto perseguire con continuità e con risolutezza un simile indirizzo, specie nei suoi più recenti ed ardui sviluppi europeistici; e ciò vincendo da una parte tenaci e sordi interessi e superando dall'altra le violente affermazioni di quelle correnti che ci accusavano di perseguire aggressive coalizioni politico-militari; e anche su questo terreno il nostro pensiero corre ad Alcide De Gasperi che subito percepì e sempre affermò la fecondità della linea di sviluppo che ho ora indicato.
Non credo che vi siano oggi ancora serie divergenze di opinioni intorno a questa linea e soprattutto intorno alla fondamentale giustificazione che possiamo dare del Mercato Comune Europeo, giustificazione che sul terreno economico, e a parte quindi motivi di altro ordine, può essere in breve formulata nei seguenti termini: un sistema produttivo avente la dimensione di quello italiano non potrebbe continuare a lungo il suo attuale moto di espansione (dato il quadro tecnico in cui si svolge la produzione moderna) se la base interna di questo sistema produttivo non fosse sostanzialmente allargata; e questa esigenza si pone per la nostra agricoltura più progredita non meno che per l'industria.
Il Mercato Comune, in quanto consente sviluppi oggi impensabili nel ristretto ambito del mercato nazionale, è destinato quindi a introdurre un potente stimolo allo sviluppo della nostra economia e a farci raggiungere in anticipo i traguardi di reddito e di occupazione che ci eravamo proposti; ovviamente il conseguimento di quelle mete implica mutamenti profondi nel nostro sistema produttivo, in sostanza tutti i mutamenti che sono necessari per aumentare più rapidamente la produttività del lavoro italiano. Questo processo di adattamento si svolgerà con gradualità e in un sistema di garanzie, di salvaguardia e di reciproci aiuti che costituiscano appunto la principale ragion d'essere del Trattato di Roma.
Si è detto, anche nel nostro Paese, che questa costruzione pone in atto un indirizzo protezionistico o addirittura autarchico; nulla di più infondato. Basti dire, per quanto riguarda il nostro Paese, che nel giro di una decina di anni la nostra economia sarà posta a contatto senza protezione con cinque Paesi europei oggi più attrezzati del nostro; per di più, aspetto importantissimo in genere trascurato, abbasseremo nello stesso tempo in misura notevole, adottando la cosiddetta tariffa esterna comune, il sistema di protezione doganale che oggi vige in Italia verso il resto del mondo. Questo per quanto riguarda la posizione particolare del nostro Paese; quanto all'insieme de sei Paesi, i fatti stanno dimostrando essere loro interesse e loro intenzione non chiudersi all'interno della Comunità e cercare anzi di espandere i loro traffici verso l'esterno, data la loro crescente dipendenza da rifornimenti di oltre mare; e sul piano europeo è ugualmente loro interesse e loro intenzione allargare ad altri Paesi europei l'area del Mercato Comune, come del resto dimostrano le negoziazioni già iniziate in tal senso.

Tutelare le condizioni del nostro sviluppo

Certo il nostro Paese, impegnato nei gravissimi problemi interni di cui si è fatto cenno più sopra, non può avventurarsi in procedure di integrazione automatica sprovveduto delle necessarie garanzie. Il rifiutare questi indirizzi non significa quindi chiudersi in protezionismi o minare la solidarietà occidentale: significa soltanto tutelare le condizioni essenziali del nostro sviluppo.
Su tutto ciò possiamo ormai constatare una crescente convergenza di opinioni, soprattutto in presenza del concreto attuarsi del Mercato Comune; questa confortante evoluzione aiuterà certo a trovare una formula non lesiva di nostri vitali interessi che ci permetta di conseguire quell'obiettivo di una più vasta integrazione europea che ha sempre orientato e continua ad orientare la politica italiana anche fuori del campo economico.
Le brevi considerazioni ora svolte sul movimento di integrazione europea erano indispensabili per poter cogliere una componente fondamentale dello sviluppo economico italiano nei prossimi dieci anni. Appare da quanto detto che su questo sviluppo incideranno due fondamentali circostanze e molto probabilmente tre:
a) la messa a contatto senza protezione della nostra economia con quella di cinque Paesi fra i più sviluppati del mondo occidentale;
b) la riduzione del livello di protezione oggi esistente nei riguardi del mondo esterno e, con tutta probabilità,
c) l'allargamento del Mercato Comune (e quindi la caduta di ogni protezione) nei riguardi di altri Paesi europei.
È chiaro che se queste sono le prospettive che noi dobbiamo configurarci per il 1970 — cioè per la data stabilita dal Trattato di Roma — anche i problemi di riequilibramento interno devono essere ricondotti entro quest'ambito temporale; e ciò non certo nel senso che per quella data un tale riequilibramento debba essere in tutto conseguito, ma in quello che occorre porre in atto un vigoroso meccanismo di sviluppo capace di far conseguire finalmente quella unificazione economica e sociale del nostro Paese che a cento anni dall'unificazione politica è ancora lontana dal suo compimento.

L'obiettivo da conseguire

Di fronte a questa duplice prospettiva interna ed internazionale, è da ritenere che questo Congresso possa prendere precisa coscienza dei termini attuali del problema del nostro sviluppo economico, additare al partito e alla Nazione tutta l'obiettivo che, con la partecipazione di tutti, si vuole conseguire entro la scadenza fissata ed affermare la nostra volontà di cominciare a porre immediatamente in atto tutte le misure necessarie per tale conseguimento.
Né si dica che si vuole con ciò eludere l'obiettivo dello «Schema Vanoni»; i risultati conseguiti nel primo quinquennio dello schema, che si sono sopra ricordati, permettono di riaffermare la possibilità e la necessita di pervenire alle mete indicate dallo schema per il non lontano 1964; oggi si deve solo aggiungere che quelle mete saranno considerate l'ora in poi come un necessario punto di passaggio nel nostro cammino verso una nuova meta ancora più alta, l'unificazione economica e sociale italiana in un quadro europeo pure unificato, meta che certo lo stesso Vanoni oggi additerebbe alla nostra azione se egli fosse stato con noi protagonista della più recente storia italiana.
Se la formulazione di una linea rigorosa di azione che copra il decennio che ci separa dal 1970 sembra oggi veramente necessaria, non occorre certo attendere questa formulazione per aumentare fin d'ora l'efficacia dell'azione in corso.
Il programma formulato sotto la direzione dell'on. Fanfani per la battaglia elettorale del 25 maggio è già orientato, nella sua sezione economica, a quell'obiettivo di unificazione economica della società che è stato prima ricordato; possediamo dunque già un solido e per noi impegnativo documento al quale ispirare l'azione da propugnare nel periodo poco più che triennale che è riservato alla presente Legislatura.
Ora, quali, in sintesi gli elementi da tener presenti nella situazione odierna ai fini di una rapida realizzazione di quel programma? Si è concluso più solari che il nostro sviluppo economico, più intenso se globalmente considerato, non è ancora orientato da un mercato strutturato in modo da correggere, a non lontana scadenza, i nostri interni squilibri.
Grandi sono le divergenze di opinioni sui motivi di questa situazione e sulle misure da prendere per correggerla. Deve lo Stato provvedere alla creazione di nuovi stabilimenti? Oppure l'azione creditizia rappresenta la chiave per la soluzione dei nostri problemi? Oppure ancora si deve per intanto aumentare rapidamente la spesa pubblica e creare così nuovi stimoli al mercato? O infine si deve operare sul livello delle retribuzioni? Come ognuno vede queste alternative pongono difficili problemi tecnico-economici.

Stimolare il mercato interno

Ora, un esame concreto del quadro economico attuale, un esame, per essere chiari, non influenzato da interessi particolari o da ideologie estranee al nostro sistema di pensiero, non può non partire dalla considerazione che il nostro problema preliminare non è la deficienza di capacità produttiva, ma l'esigenza di ampliare e modificare la domanda esistente. E sarà in rapporto con i risultati di questa azione che si porrà, in termini concreti, il problema della costruzione di unità di produzione a partecipazione statale; come pure si porrà il problema del contenimento del moto di aumento dei consumi nella parte più ricca del Paese. E naturalmente sorge su questo punto il problema delle forme con cui tale obiettivo può essere realizzato attraverso la responsabile partecipazione degli interessati resi consapevoli degli obiettivi generali che si intendono conseguire. A questo riguardo non v'è dubbio che non sarà certo con il risparmio dei disoccupati e in genere dei ceti più poveri, che potremo finanziare il rilevante volume di investimenti necessari per creare i posti di lavoro mancanti.
Ciò premesso, di quale entità deve essere l'azione volta ad aumentare la domanda oggi presente sul mercato?
Per rispondere a questo quesito occorre tener conto della confortante ripresa che da qualche mese si sta delineando nel nostro mercato, ripresa che riflette sia il miglioramento della congiuntura sia le iniziative prese dalla più recente politica economica. Osservano giustamente gli esperti che gli effetti di tali iniziative si sono manifestati solo in parte e che quindi ulteriori impulsi all'attività economica generale devono essere attesi dall'attuazione delle iniziative stesse.
Sono al riguardo da ricordare gli interventi deliberati nel luglio scorso in rapporto con l'emissione del prestito nazionale di 300 miliardi di lire: si ricorderà che con questa grande operazione sono stati finanziati investimenti nell'agricoltura per 60 miliardi, nelle opere pubbliche per 94 miliardi, nell'edilizia per 20 miliardi, nei trasporti per 50 miliardi.
Un secondo provvedimento del luglio è pure destinato a risolversi in un flusso addizionale di investimenti: si tratta del provvedimento che riduce, con il contributo dello Stato, il tasso di interesse sui finanziamenti alle medie ed alle piccole industrie ed all'artigianato; il provvedimento riduce il costo del denaro ad un livello che non ha precedenti nel nostro Paese per un così largo settore della nostra industria; favorevoli effetti non possono quindi mancare a breve scadenza. A parte altre iniziative prese di recente nell'ambito più strettamente statale, è poi da tenere presente l'attività in costante sviluppo del vasto sistema degli enti pubblici e soprattutto delle aziende a partecipazione statale.

La pressione fiscale

Ma a questo punto occorre pure far presente che la portata di un'azione addizionale di sviluppo dev'essere legata ad un altro importante elemento — il bilancio dello Stato — se si vuole che la correzione di un certo tipo di squilibrio non ne determini altri ancora più gravi.
L'azione di sviluppo si risolve in iniziative che danno luogo a nuovi oneri o a riduzione di entrate: ora, quale sforzo può sostenere in questa direzione il nostro bilancio statale? Per rispondere a questa domanda va ricordato che da molto tempo il prelievo fiscale si commisura ad oltre il 30 per cento del reddito addizionale che la nazione ogni anno realizza; in conseguenza la pressione fiscale aumenta progressivamente di anno in anno. E aggiungasi che questo incremento di pressione è destinato a continuare anche per il prossimo avvenire, dato il carattere nell'insieme progressivo che ha il nostro sistema di imposizione.
In questa situazione non si può pensare, come era possibile qualche anno fa, di aggravare ancor più la nostra imposizione anche se può bene immaginarsi che il sistema fiscale oggi esistente possa essere reso più razionale sotto l'aspetto tecnico e più conforme alle finalità della nostra azione politica.
Per di più il bilancio è ancora in situazione di deficit, sia pure non rilevante, e questo deficit tende ad espandersi per effetto di impegni presi in passato.

Riformulazione di una politica di bilancio

Un breve, piccolo margine resta dunque nel quadro attuale per finanziare un'intensificazione dell'azione pubblica a favore dei ceti più sacrificati. E anche se non si deve escludere che in determinate circostanze il deficit possa di nuovo essere aumentato senza gravi pericoli, occorre rendersi conto che non è certo con politiche di deficit che può svilupparsi in modo duraturo quell'azione ampia e risoluta che si ritiene necessaria. Un primo passo da compiere è quindi quello della riformulazione di una politica di bilancio in termini consoni alla politica economica che intendiamo seguire.
Più precisamente occorre dare la massima priorità agli obiettivi dello sviluppo nella ripartizione delle risorse, ormai molto cospicue, di cui dispone l'azione pubblica.

Responsabilità dello Stato nel processo di sviluppo

Tutto ciò ricordato per quanto riguarda il tipo dell'azione di sviluppo da svolgere ed i criteri con cui si possono garantire a tale azione le necessarie risorse finanziarie, occorre vedere, in presenza delle gravi incertezze e divergenze di opinioni che sussistono in materia, quale è il tipo di meccanismo al quale noi intendiamo affidarci per far luogo al desiderato progresso.
La breve ma intensa esperienza storica vissuta nel dopoguerra dai governi democratici e un'analisi diciamo pure teorica del contenuto, sul terreno economico, di una posizione democratica, concordemente ci dicono che lo Stato deve assumere la piena responsabilità del processo di sviluppo, specie quando il meccanismo di mercato esistente lascia, come nel caso italiano, largamente inappagate legittime esigenze di larghi strati della popolazione.
Ed è per l'accettazione di queste responsabilità che una posizione democratica si distingue nettamente, sul terreno economico, da una posizione conservatrice, per quanto illuminata questa voglia essere.

Posizione democratica sul terreno economico

Nello stesso tempo però la posizione democratica afferma che una politica di sviluppo può e deve essere fatta mantenendo ed aumentando la funzionalità del mercato, intendendo con ciò una situazione in cui i consumatori effettuano liberamente le loro scelte ed in cui le decisioni di investimento sono prese di norma dai privati a proprio rischio. Il perseguire questa funzionalità del mercato distingue, anche qui nettamente, la posizione democratica dalla posizione comunista e da talune correnti socialiste.
La posizione democratica è dunque una posizione autonoma in quanto respinge connotazioni caratteristiche delle altre due posizioni, connotazioni, è bene ricordarlo, senza le quali le altre due posizioni perderebbero la loro ragione d'essere.
Spetta al nostro Partito il merito di averne affermato con coerenza e con continuità maggiori di ogni altro l'esistenza di una posizione democratica anche sul terreno economico e di averne perpetuato l'attuazione sia sul terreno delle politiche da svolgere che in quello delle istituzioni da creare o da riformare.
Nella misura in cui l'affermarsi di tale posizione democratica è ritenuta utile per il progresso civile di questo nostro Paese, il nostro Partito può legittimamente chiedere che gli venga riconosciuto questo merito. E quindi una scelta ben precisa che si deve fare: più precisamente una scelta che esclude sia impossibili attese nel vedere risolti da sé i gravi problemi del nostro Paese, sia vaste ed in genere vaghe riforme ispirate ad ideologie classiste estranee alla realtà ed agli effettivi bisogni di un Paese che non ha affatto respinto né intende respingere la libera intrapresa e i meccanismi di mercato.
E del resto, come si spiegherebbe l'unità dei cattolici italiani in un loro partito, questa unità che supera le rilevanti tensioni cui inevitabilmente danno luogo le gravi scelte che stanno di fronte ad un partito di governo, come si spiegherebbe dunque questa unità, se essa non potesse fondarsi anche sull'autonomia, sull'attualità storica e sul valore della loro posizione in fatto di azione economica?

Criteri di azione

Vediamo ora di dedurre dalle proposizioni sopra enunciate i criteri fondamentali di un'azione: se condizione essenziale e distintiva della nostra azione è il mantenimento della funzionalità del mercato, è chiaro che noi dobbiamo in primo luogo operare sulla domanda espressa dai consumatori da un lato, sulla condizione che determina le convenienze degli operatori ad investire dall'altro. Ma la nostra azione non si limita a questo: noi intendiamo anche facilitare l'incontro tra queste due entità utilizzando lo strumento dell'industria a partecipazione statale, industria che deve infatti essere sollecitata ad intervenire sia per la espansione dei settori nei quali già opera, sia per prendere nuove iniziative ogni volta che il mondo privato non colga l'opportunità che il mercato offre. In questo modo il processo viene a guadagnare in rapidità ed organicità senza smentire la propria natura.

Concreti esempi di una politica

Recenti provvedimenti, in parte già ricordati, si presentano nel loro complesso come un esempio concreto di una simile linea: dalla parte dello sviluppo della domanda, si è avuta l'azione nel campo degli investimenti pubblici finanziari con il ricavato del prestito; dalla parte degli incentivi ai privati ad investire, si è disposta la già citata riduzione del tasso di interesse alla media ed alla piccola industria; dalla parte dell'industria a partecipazione statale, si è attuata la decisione di costruire l'impianto di Taranto, un investimento, questo, giustificato dallo sviluppo del mercato, cui però gli investimenti in essere non avrebbero dato luogo, quanto meno sulle province meridionali.

Le aziende di Stato

Derivano da questo sistema di finanziamento determinate caratteristiche tipiche dell'azione delle aziende di Stato, caratteristiche coerenti con la nostra politica di sviluppo, preoccupata piuttosto di costituire nuove unità o di risanare unità già esistenti il cui esercizio, ritenuto conveniente, potrebbe cessare in mancanza di un intervento.
Le più significative di queste caratteristiche della nostra concezione in fatto di aziende a partecipazione statale possono essere individuate come segue: 1) le unità operanti nella sfera pubblica possono essere in concordanza con le unità operanti nella sfera privata; è questa una conseguenza del fatto che lo Stato può ritenere conveniente intervenire nei settori più vari e non per questo dev'essere costretto a nazionalizzare ogni volta l'intero settore; 2) lo Stato potrebbe, al limite, anche ritrasferire in mani private unità produttive divenute non determinanti per la sua azione e riacquistare quindi i mezzi per la sua azione.
Orbene, dobbiamo ritenere che queste direttive consentiranno all'iniziativa pubblica e a quella privata di coesistere e svilupparsi in relazione alle finalità proprie a ciascuna di esse; e ciò in un sistema coerente, ripeto, con i principi che reggono la nostra società.
Così delineato il meccanismo di sviluppo che si intende porre in atto, passiamo ora ad esaminare i settori in cui principalmente deve svolgersi la nostra azione.

Lo sviluppo dell'agricoltura

Una intensificazione dell'intervento in corso nel settore agricolo appare conveniente per molteplici motivi: a) l'agricoltura possiede ampie riserve suscettibili di organico sviluppo; il Mercato comune ha contribuito a creare le direzioni di tale sviluppo e ne sollecita l'attuazione; b) le situazioni di crisi agricola si riflettono in vaste depressioni regionali nelle aree molto popolate dove è mancato uno sviluppo industriale; è questo in sostanza il problema del Mezzogiorno, cui si aggiungono ora i problemi di numerose zone disseminate in altre regioni; in attesa che il processo di industrializzazione e i movimenti migratori interni e verso l'estero diano uno stabile assetto alle varie economie locali in crisi, un'azione nel settore agricolo può fornire a queste economie depresse un sostegno rilevante e prezioso; c) si promuove uno sviluppo della domanda dei ceti agricoli che, mentre risponde alle esigenze di giustizia sociale, renderà allo stesso tempo conveniente un'intensificazione della produzione industriale e affretterà quindi i tempi della soluzione dei nostri problemi di fondo.
Queste considerazioni che, come si vede, in buona parte non nascono dalla sola realtà agricola o da determinate condizioni locali di crisi, ma attengono a tutta l'economia del Paese, possono ben giustificare, appunto nell'interesse generale, uno sforzo che valga a correggere sostanzialmente, in un breve giro di anni, lo squilibrio di cui soffre il settore agricolo. È questo un altro impegno che mi sembra utile prospettare alla considerazione del Congresso.
Quanto al tipo di azione da sviluppare, occorre aver presente che nell'immensa varietà di condizioni che presenta l'agricoltura italiana, gli esperti correntemente distinguono tre condizioni tipiche: a) condizioni che hanno già raggiunto un alto livello produttivo e che oggi devono soprattutto superare i problemi dei costi, b) condizioni suscettibili di aggiungere alti livelli produttivi e nelle quali occorre quindi avviare o accelerare le necessarie trasformazioni, c) condizioni di insufficiente redditività, che non offrono favorevoli prospettive di valorizzazione e che sono destinate quindi ad essere convertite in forme, come il pascolo ed il bosco, capaci di sopportare solo una frazione dell'attuale loro carico di mano d'opera.
Il disagio investe dunque, sia pure in forme ed in misure varie, la generalità delle condizioni ora menzionate. Misure di carattere, appunto, generale trovano quindi piena giustificazione: sono tra esse gli sgravi fiscali, di cui taluni già deliberati nelle scorse settimane e che offrono ancori vasti ed utili campi d'applicazione. Sono poi da prendere in considerazione la concessione di contributi ad interesse, una più larga assistenza tecnica da parte dei vari ordini di istituzioni di cui già dispone l'agricoltura, un aggiornamento di questi istituti coattivi che consentono di supplire all'inerzia della proprietà nonostante la sollecitazione degli incentivi, il miglioramento delle attrezzature richieste, fuori dalle aziende agrarie, per la conservazione, la trasformazione, la tipizzazione e la distribuzione dei prodotti, un impulso di movimento cooperativista, ed altri provvedimenti atti a sviluppare idonei organismi come, ad esempio, gli Enti di riforma.
Ma, specie per la parte della nostra economia agricola che già gode di alti livelli di produttività, un impulso all'ulteriore progresso ed agli investimenti può derivare da un miglioramento delle ragioni di scambio tra prodotti agricoli e prodotti industriali, miglioramento che compensi il diverso ritmo di aumento della produttività dei due settori. Il Mercato Comune contribuirà in maniera rilevante a determinare un simile andamento; un altro contributo dovrà essere ottenuto attraverso tutto l'orientamento della nostra politica economica in fatto di prezzi e di retribuzioni.
Quanto al problema delle molte situazioni suscettibili di raggiungere alti livelli produttivi, giustamente si propone di concentrare l'attenzione su tutte quelle azioni che sono capaci di portare rapidamente a termine, e quindi di mettere in reddito cospicui investimenti effettuati in passato. Rientrano in questo gruppo di misure quelle dirette a promuovere il miglioramento fondiario, il finanziamento del maggior capitale di esercizio occorrente, specie a seguito dello sviluppo della zootecnia, per la razionale manutenzione delle opere già eseguite e in genere tutta l'opera concernente bonifiche e irrigazioni; una piena e rapida utilizzazione delle capacità di reddito delle aree in questione richiederà probabilmente ancora una profonda revisione delle attuali strutture consortili.
Quanto, infine, alle zone la cui produttività non può essere utilmente accresciuta, in attesa che si produca il necessario rilevante deflusso di popolazione l'azione dovrà da un lato rivolgersi all'approntamento di quelle infrastrutture (strade, scuole, elettricità) che sono richieste da qualsiasi tipo di economia, e dall'altro a misure temporanee di sostegno delle produzioni che per intanto si ottengono.

Il «Piano verde»

Non è certo questa la sede per una diffusa trattazione tecnica delle misure che possono, in modo rapido e sostanziale, attenuare lo squilibrio esistente tra settori agricoli e settori non agricoli e nello stesso tempo valorizzare queste fondamentali risorse nazionali; non a torto, del resto, si richiede per l'agricoltura un piano organico nel quale le diverse misure siano ordinate al fine che ci si propone; piano che deve fondarsi però sulle linee di sviluppo degli altri settori che dovranno dare impiego all'eccedenza di manodopera che oggi grava sull'agricoltura italiana. È perciò da rilevare con grande soddisfazione che il Governo ha posto mano alla formulazione del cosiddetto «Pano verde». Qui basta aver richiamato l'attenzione sulla necessità di un particolare impegno in questo settore e ancora una volta sulla importanza di quella politica di bilancio, di cui ho parlato prima, che deve fornire i mezzi cospicui che sono necessari per una concreta politica in favore dell'agricoltura.
Un miglioramento della posizione relativa dell'agricoltura nel quadro dell'economia nazionale avvantaggerà in primo luogo il Mezzogiorno; sia perché là sono numerose le conduzioni la cui produttività può essere accresciuta, sia perché in quell'economia il peso relativo dell'agricoltura è maggiore che nelle altre regioni.

L'industrializzazione del Mezzogiorno

Queste considerazioni non possono però far passare in seconda linea il problema della industrializzazione delle regioni meridionali, cioè il problema di accelerare un processo necessario per lo stabile assetto economico e sociale di una tanto vasta parte del nostro Paese.
Il problema è stato ampiamente dibattuto negli ultimi tempi e ciò consente di fissarne rapidamente i termini, evitando l'ingombro di ampie documentazioni statistiche e di analitiche esposizioni delle diverse tesi. Assumiamo come punto di partenza un dato acquisito nella prima parte di questa esposizione: noi siamo riusciti a portare il saggio di sviluppo del Sud al livello di quello del Nord, non a farlo superare nella misura necessaria per ottenere una sostanziale riduzione dell'attuale divario; ora, poiché noi non abbiamo ancora nel Sud un flusso rilevante di investimenti autonomi direttamente produttivi, questo dato significa che l'azione pubblica svolta finora principalmente nei settori tradizionali delle opere pubbliche e dell'agricoltura, è riuscita a far conseguire un saggio di aumento di redditi e di consumo pari a quello raggiunto da una zona industrializzata in peno sviluppo, quale è il Nord.
Questo punto, da un lato può essere motivo di compiacimento sull'andamento raggiunto dall'azione pubblica, dall'altro ci dice che il passaggio ad una fase di più intensa industrializzazione si rende oggi più che mai urgente anche perché non si può immaginare che un'azione pubblica tanto rilevante possa continuare all'infinito, come mero correttivo dello squilibrio esistente e non come premessa di investimento di capitale direttamente produttivo.
Ora, come aumentare queste decisioni di investimento? Forse che il nostro sviluppo industriale si svolge ad un ritmo inadeguato? No, certo: la produzione industriale aumenta a saggi annui del 7-8 per cento e se una quota rilevante di questo incremento non trova interesse a localizzarsi al Sud, è tutt'altro che certo che questo localizzazione avrebbe luogo se il saggio di aumento della produzione industriale aumentasse del 9 e del 10 per cento. Comunque non dobbiamo subordinare una maggiore localizzazione al Sud della nuova industria italiana al raggiungimento di saggi di aumento della produzione industriale che sarebbero veramente eccezionali. Giustamente quindi ci si chiede come ottenere questo spostamento di iniziative al Sud, anche in presenza di un progresso normale dell'industria nazionale, e ciò come conseguenza dell'ottimale modo di essere e di espandersi del nostro apparato produttivo.
Da talune parti si vorrebbe superare la difficoltà affidando all'industria di Stato il compito di far luogo al richiesto volume di investimenti produttivi; ora, è questo un indirizzo che richiede un momento di riflessione.
L'obiettivo di una industrializzazione del Sud è ormai un impegno fondamentale della democrazia italiana. Per mantenere tale impegno l'industria di Stato dovrà fare tutto sino in fondo il suo dovere, anche per supplire alle remore che ancora gravano sull'iniziativa privata. Ad ogni modo è da prevedere che l'intervento dello Stato, per quanto notevole, non potrà coprire tutte le esigenze di una adeguata industrializzazione delle regioni arretrate, mentre tale iniziativa si aggiungerà ad ogni altro elemento per sollecitare la iniziativa privata.
In tal modo si eviterà il pericolo, nonostante un ampio impegno dell'iniziativa statale, di far coesistere un sistema industriale prevalentemente statizzato nel Sud con un sistema prevalentemente privatistico nel Nord e di rendere difficile il formarsi di una autonoma classe imprenditoriale nel Mezzogiorno.
Quindi il sistema degli incentivi deve essere considerato in tutta la sua importanza e, a chi obietta che incentivi numerosi e anche generosi sono andati via via accumulandosi nell'ultimo decennio, si può rispondere che molti degli incentivi più interessanti sono stati concessi solo in epoca recente e per di più nel corso di una temporanea fase di rallentamento degli investimenti; è poi da aggiungere che tutto il sistema degli incentivi nel suo complesso potrà essere reso più efficace. Non si dimentichi, a questo riguardo, che l'incentivo non ha un valore in sé; ma in quanto istituisca una condizione differenziale nei riguardi di tutte le altre parti del sistema. All'interno stesso del Mezzogiorno è arrivato forse il momento di effettuare distinzioni a favore delle zone periferiche che godono di posizioni meno favorevoli. È nel coraggioso riesame di questa geografia degli incentivi che dobbiamo impegnarci. E l'istituzione delle zone industriali può avere ulteriori interessanti sviluppi, specie se si saprà inserirla nella nuova realtà del Mercato Comune.
Altri grossi problemi potrebbero utilmente essere trattati in questa nostra riunione politica: l'azione antimonopolistica, nel quadro della tecnica nuova che va determinando l'attuazione del Mercato Comune, la ricerca scientifica applicata, che oggi condiziona tutto il progresso produttivo, l'istruzione professionale, che deve risolvere il problemi di rendere accessibili a forze di lavoro fin qui non utilizzate i complessi compiti di un sistema produttivo moderno, ed altri problemi di rilievo non minore. Ma i tre problemi toccati in questa esposizione: riformulazione di una politica di bilancio adeguata ai nostri fini, sviluppo dell'agricoltura, industrializzazione del Mezzogiorno, meritano una concentrazione del nostro esame perché si staccano da tutti gli altri per quattro motivi: a) per la loro entità; b) perché la loro soluzione è pregiudiziale non solo alla soluzione degli altri problemi, ma allo stesso progresso civile della nostra società: c) perché nella loro soluzione si può sperimentare l'autonomia e la validità del nostro pensiero e cementare così la nostra unità; d) perché su di essi un'azione immediata, che dia risultati a breve scadenza, certamente si impone. Su questi problemi un impegno preciso non dovrebbe quindi mancare.

L'unificazione economica

Ma non minore attenzione deve ricevere quella prospettiva a più lunga scadenza che le più recenti vicende dello sviluppo italiano hanno determinato in modo molto preciso. E non vi è dubbio che dobbiamo far convergere fin da ora le nostre ricerche e i nostri dibattiti sulle modalità di una azione capace di far luogo in un decennio a quella che ho definito l'unificazione economica della società italiana in un quadro europeo pure unificato e pure di interesse immediato e concreo; e anche questo comune impegno di lavoro può grandemente contribuire a cementare quella unità dei cattolici italiani nel loro partito cui tanto devono la stabilità e il progresso civile ed economico del nostro Paese.

Il problema della scuola

Tra gli impegni fondamentali della DC, un impegno che tocca a un tempo la difesa della libertà, la concreta attuazione della dignità umana, la soddisfazione degli interessi di sviluppo e di ordinata crescita della società, è quello attinente alla scuola. Questo è stato sempre fra i temi ai quali più vivamente si è rivolta l'attenzione della DC nel suo grande lavoro per lo sviluppo della vita democratica in Italia, o che si trattasse di assicurare, colmando grado grado enormi dislivelli, la necessaria espansione della scuola nel confronti di tutti gli ambienti, o che si trattasse di affrontare i problemi del rinnovamento strutturale e dell'adeguamento tecnico e didattico della scuola italiana, sempre nel rispetto, voluto anche dalla Costituzione, della libera iniziativa scolastica come fondamentale espressione essa pure della libertà umana.
Ma non si può negare che mano a mano i problemi della scuola, della sua dimensione, della sua struttura, della sua qualificazione, della sua espansione siano diventati particolarmente urgenti e preminenti parallelamente con lo sviluppo straordinario della scienza e della tecnica, con la elevazione del livello tecnico del lavoro, con il maturare progressivo della coscienza democratica che comporta il diritto di tutti a partecipare ai beni della cultura e il dovere sociale di rendere questa estensione possibile. Per queste ragioni nel programma elettorale che ebbe la sua sanzione popolare il 25 maggio 1958 i doveri dello Stato in materia di istruzione e dl cultura venivano particolarmente sottolineati e ad essi si dava un seguito che, al di là di ogni critica malevola e preconcetta, si è imposto all'attenzione e alla responsabilità della Nazione con il «Piano decennale di sviluppo della scuola italiana», che io ebbi il gradito e impegnativo compito di elaborare sotto la responsabilità politica del Presidente del Consiglio on. Fanfani. Questo ampio e organico piano di sviluppo con attenta sensibilità il Presidente del Consiglio Segni ha fatto proprio e posto fra i primissimi punti del suo programma e lo sta conducendo alla sanzione parlamentare grazie all'intelligente impegno del Ministro Medici e dell'illustre Presidente della Commissione Istruzione del Senato e relatore del disegno di legge sen. Zoli.

Il disegno di legge per il piano della scuola

Il piano di sviluppo della scuola non è di per sé la pur necessaria revisione degli ordinamenti scolastici, ma è un programma di organico sviluppo, il più possibile vicino alle effettive esigenze, degli interventi dello Stato per creare le condizioni idonee all'esplicazione dell'attività scolastica, per fornire attrezzature didattiche e scientifiche, per risolvere i problemi dell'edilizia e della scuola materna, per estendere sino ai limiti della necessità la scuola d'obbligo e la scuola professionale, per dotare dei mezzi necessari le università e gli istituti scientifici. Certo, si tratta di un piano di sviluppo e non in sé e per sé di rinnovamento della scuola, ma è certo uno sforzo di estrema importanza, di eccezionale impegno finanziario, di organica visione delle esigenze strumentali e strutturali della scuola italiana. Uno sforzo che è stato posto e si è affermato proprio a opera della DC come un preminente dovere della collettività nazionale, uno sforzo che per merito della DC è stato articolato in modo concreto, presentato contro le molte tentazioni dispersive come un tutto organico, proposto come prima presa di coscienza da pare della comunità nazionale delle fondamentali esigenze che la scuola è chiamata a soddisfare.
L'approvazione e l'attuazione del piano della scuola, una attuazione che per il ritmo e l'impegno dev'essere commisurata all'urgenza e all'importanza della grande opera intrapresa, estenderà progressivamente e approfondirà l'azione della scuola, strumento insostituibile di formazione professionale, intellettuale e morale, fondamento immancabile per il retto funzionamento dello Stato democratico, mezzo basilare per la valorizzazione piena della società. L'impegno finanziario e organizzativo proprio del piano della scuola, se precede temporaneamente per la sua straordinaria urgenza dovendo esso provvedere ad esigenze improrogabili di adeguamento e di rafforzamento della scuola italiana nella sua attuale struttura, non esaurisce però il tema della politica scolastica della DC. Il nostro Partito, anche attraverso l'accorta azione dei governi, si è reso buon conto che esiste, oltre a quello dell'organizzazione e dell'estensione della scuola, anche un problema urgente di revisione e modernizzazione delle sue strutture, di adeguamento dei suoi ordinamenti, di adattamento articolato di essi alle esigenze nuove della tecnica, della cultura e della vita sociale, di corrispondenza soprattutto alla spinta di espansione e di approfondimento della cultura propria di una società democratica in sviluppo. Basti pensare, a titolo di esempio, alla assenza nei nostri ordinamenti di un insegnamento di educazione civica che io, Ministro della Pubblica Istruzione, ebbi l'onore di introdurre nella scuola italiana, rompendo le perplessità e gli indugi di fronte a quella che sembrava una sconcertante novità e anche accettando di adottare forme di insegnamento e programmi sperimentali per dare la dimostrazione dell'esistenza di una simile esigenza e della possibilità della scuola, contro ogni scetticismo, di farvi fronte e contribuendo anche per questa via a fondare su salde basi di educazione e di consapevolezza lo Stato democratico.
Al piano della scuola non si può naturalmente chiedere, e si è tuttavia banalmente e polemicamente chiesto, quello che esso non può dare e cioè un nuovo ordinamento scolastico. Ma a corredo di quel piano furono già predisposti disegni di legge per così dire di merito, ai quali altri se ne sono aggiunti man mano e che danno già, e più compiutamente stanno per dare, il nitido quadro della nuova scuola quale noi la concepiamo e cioè con alcuni saldi fondamenti unitari e con quelle articolazioni e particolari strutture che corrispondono alla libertà di scelta, alla vocazione individuale e ad un tempo alla esigenza della società alla quale la scuola deve servire.
Tali disegni di legge riguardano il riordinamento degli istituti tecnici, magistrali e dei licei, ai quali si è aggiunto il progetto organico per l'istruzione professionale e sta per accompagnarsi ora uno di decisiva importanza sulla conformazione della scuola d'obbligo fino a quattordici anni, per il quale è ancora aperta la discussione presso i competenti organi tecnici, esame che sarà al massimo accelerato compatibilmente con la grande delicatezza e importanza politica del tema, che riguarda l'istruzione di base, il minimo di preparazione culturale a tutti offerto nella società democratica e il fondamento idoneo per quegli ulteriori studi sino ai più alti gradi che la nostra Costituzione apre, sulla base di un vero diritto, a tutti i capaci e meritevoli anche se sprovvisti di mezzi. Alla sensibilità per i problemi della scuola ritengo poi debba congiungersi nella DC una sensibilità ugualmente viva per i problemi della gioventù che ormai urge impostare seriamente.

La politica internazionale

Nei tre anni che vanno dall'ultimo Congresso di Trento a oggi la situazione internazionale — e la politica internazionale — hanno subito sensibili mutamenti e attraversato prove difficili e drammatiche. L'autunno del 1956 vide l'intervento di Suez con le sue confuse vicende, che portarono grave perturbamento su tutti i fronti della politica mondiale. In primo luogo, peggiorarono notevolmente i rapporti fra l'Occidente e la Russia, la quale inaugurò in quella occasione la minaccia di impiego delle sue armi nucleari sulle capitali europee, suggerendo l'impressione di una ferma e brutale sicurezza nella forza del proprio dispositivo bellico. In secondo luogo, si deteriorarono i rapporti fra gli Alleati occidentali e in particolare fra Stati Uniti da un alto e Francia e Inghilterra dall'altro. Infine, la vicenda di Suez precipitò la già difficile situazione dell'Occidente nel mondo arabo sollevando un'ondata di odio contro le antiche potenze colonialistiche e spingendo la loro politica a cercare nuovi e più stretti vincoli con la Russia sovietica.
Contemporaneamente scoppiava la rivoluzione ungherese, accavallando le sue conseguenze con quelle dell'impresa egiziana. Naturalmente sul piano morale ed eroico le giornate di Budapest hanno lasciato tracce incancellabili nelle coscienze di tutto il mondo, hanno dimostrato che anni di servaggio non bastano a comprimere la speranza e l'ideale della libertà: anzi li formano più forti e tenaci sino a rendere inevitabile la loro esplosione violenta. Hanno anche dimostrate l'assenza di scrupoli dell'imperialismo russo, il quale si è comportato in Ungheria esattamente come si poteva comportare un secolo fa una grande potenza imperialista di fronte a una insurrezione coloniale. Ma sul piano delle sue conseguenze sulla situazione politica mondiale la rivoluzione ungherese del novembre 1956 ha anche offerto la prova del rischio grave e sempre immanente, in una situazione tesa, della esplosione di una conflagrazione distruggitrice e quindi della limitata possibilità delle democrazie di fornire aiuti concreti ai movimenti di libertà che si accendono oltre frontiere della cortina di ferro. Nel giro di pochi mesi, dalle minacce del tempo di Suez alle violenze del tempo di Budapest, la Russa sovietica aveva inciso nei rapporti di forza dietro i quali il mordo libero si sentiva protetto nel periodo di superiorità atomica americana, anche in relazione ai suoi progressi scientifici e tecnici.
La situazione internazionale, nell'incalzare di queste vicende, raggiunse uno stadio di tensione che non aveva conosciuto in tutto il dopoguerra. La sua gravità apparve evidente nel convegno che tennero a Parigi i Capi d governo dei Paesi membri della NATO con la eccezionale partecipazione del Presidente degli Stati Uniti d'America. Fu in quella occasione che si decise di estendere la dotazione di impianti nucleari nei Paesi alleati in Europa come risposta alla accresciuta potenza offensiva della Russia.
L'anno che segui, il 1958, fu ancora un anno di crisi e di gravi rischi per la pace. Scoppiò in luglio la rivolta sanguinosa di Bagdad e il vicino Oriente tornò a essere una polveriera in procinto di scoppiare. Lo sbarco dei marines americani nel Libano fu un atto di rischio calcolato che riuscì a bloccare la disgregazione dei Paesi arabi in procinto di frantumarsi in una specie di reazione a catena.
Ma il mondo rimase per qualche giorno con il fiato sospeso. Che cosa avrebbe fatto la Russia? La Russia non si mosse. Sembrava profilarsi un equilibrio fra i due grandi blocchi mondiali, che poteva, in una posizione di estrema vigilanza, garantire il mondo libero. Ma le prove non erano terminate.
Tamponata la crisi del vicino Oriente, se ne aprì subito dopo un'altra nell'Oriente estremo con il nuovo martellamento cinese delle isole dello stretto di Formosa. La reazione americana fu anche in questo caso ferma. Le unità della flotta del Pacifico scortarono i convogli dei rifornimenti alle isole assediate e la grande invasione non venne. Dobbiamo ricordare la coraggiosa politica degli Stati Uniti nelle drammatiche vicende del 1958 associandola al nome di un uomo scomparso di recente, ma la cui forza morale brandeggia come un esempio di chiarezza, di fede nelle idee, nella posizione inalienabile della libertà e della democrazia: intendo nominare il Segretario di Stato John Foster Dulles, a cui molto si deve se l'Occidente non ha barcollato nel momento forse più difficile, certo più rischioso, della crisi aperta nel rapporto di forze fra l'America e la Russia.
Nel novembre dello stesso 1958 l'Unione Sovietica iniziava la sua campagna per il famoso incontro al vertice appoggiandola alla minaccia di una nuova crisi nel delicato settore di Berlino. Tutti ricordano che cosa fu l'ultimatum del 27 maggio che per lunghi mesi rimase sospeso sulle sorti dell'antica capitale tedesca: politicamente una manovra assai scaltra sul terreno più sfavorevole all'Occidente lungo tutto il fronte della guerra fredda. L'alternativa alla crisi di Berlino era in sostanza questa: o trattare con i russi, ovvero essere ridotti a fare la guerra per Berlino. Anche questa era una sfida nella quale l'Occidente è stato costretto a fare la sua scelta nei mesi densi di incognite della primavera e dell'estate di quest'anno. Fra le due alternative, l'Occidente ha scartato di entrambe gli aspetti estremi: non ha accettato di trattare sulla base della proposta sovietica per fare di Berlino una città aperta e non ha voluto avventurarsi nella incognita che il rifiuto di negoziare avrebbe aperto e che poteva comprendere come conseguenza finale la necessità di una guerra per Berlino. Il risultato di questo temporeggiamento è stato la conferenza di Ginevra dei quattro Ministri degli Esteri. Il tema della conferenza finì tuttavia per riportare la situazione allo stesso punto. I sovietici chiedevano un prezzo per regolare la questione di Berlino e questo prezzo era tale che gli occidentali non potevano pagarlo.

L'invito di Eisenhower

Nell'intervallo di sospensione fra la prima e la seconda fase della conferenza, a metà giugno, Eisenhower si rese conto che una volta di più la crisi non aveva vie di uscita, a meno che non se ne tentassero di nuove e inedite. È quello che fece rivolgendo a Kruscev il famoso invito.
Il panorama che abbiamo descritto e che riassume gli avvenimenti internazionali intercorsi fra i due Congressi di Trento e di Firenze segue così una strana parabola poiché muove in sostanza da una conferenza al vertice — quella di Ginevra nel 1955 — per approdare a una nuova «sommità» — quella degli incontri dell'autunno del 1959.
Sembra quasi che il mondo, dopo aver pericolosamente ondeggiato sull'orlo della crisi o della guerra, cerchi di salvarsi dal precipizio. Questa parabola è davanti ai nostri occhi, costituisce una realtà cui il nostro giudizio non può sottrarsi. Ora, partendo da questa realtà conviene fare alcune riflessioni. Da tutte le parti, e una efficacia determinante ha esercitato in questo senso la decisiva e serena solidarietà della Comunità atlantica, si è indietreggiati al momento decisivo di fonte alle prospettive di una guerra veramente totale alla quale la terribile efficacia delle nuove armi dà una dimensione nuova e irreparabile per tutti. Dobbiamo quindi considerare che la decisione di Eisenhower di aprire la via a realistici negoziati — in posizione di dignità e di forza — con la Russia sovietica è una meditata scelta che apre la via, se vi sarà buona volontà da parte di tutti, a una convivenza internazionale, non più dominata dalla ostilità e dalla rottura ma dalla fiducia e dal rispetto reciproci.

L'Italia e la pace

Ora, mentre da sinistra si esaltano fin d'ora le prospettive di pace che solo una laboriosa e lunga serie di negoziati potrà raggiungere nell'equa dimensione di un concreto equilibrio, da destra si vuole sottovalutare la possibilità di pratiche intese future, riducendo la portata dei dialoghi in corso a quella di una pura tattica interlocutoria. Purtroppo questo riflesso nella polemica interna di avvenimenti dai quali può realmente dipendere l'avvenire dell'umanità, crea pericolose confusioni nell'animo popolare e negli orientamenti dell'opinione pubblica italiana.
La pace, non la guerra, la pace nella sicurezza, è stato sempre l'obiettivo della politica estera democratica. A questo scopo ha teso l'inserimento dell'Italia nella solidarietà atlantica, scudo militare e dell'Occidente, sempre rigorosamente considerata come un'alleanza difensiva di fronte alle soverchianti forze altrui e alla brutale minaccia. Perciò la DC ha sempre favorito ogni sforzo rivolto a ricondurre le divergenze d'interessi e d'ideali, le diversità che riscontrano nel mondo internazionale, sul terreno democratico, quello cioè della pacifica coesistenza e competizione con la rinuncia all'uso della violenza e la accettazione della diversità che si afferma senza sopraffare l'avversario. Perciò, partendo dalla doverosa esigenza di difesa e di sicurezza e dall'inammissibilità di un cedimento unilaterale (che oltre tutto costituirebbe una grave tentazione all'aggressione), i democratici cristiani si associano vivamente al voto che all'umanità sia risparmiata, per ragionevole senso di misura e di solidarietà di tutti, la terribile tragedia della guerra. Per quanto possa dipendere dalla DC, l'Italia favorirà ogni ragionevole e costruttiva iniziativa in tal senso. I democratici cristiani auspicano che il processo distensivo ora appena agli inizi prosegua, si consolidi, si manifesti veramente capace, come fatto di convivenza fiduciosa e leale, di assicurare esso quel rispetto per i nostri confini e per i nostri ideali, che in questi anni abbiamo dovuto cercare di difendere in una posizione di forza, di fermezza e purtroppo di diffidenza.

Pacifica competizione

Il nuovo modo di convivenza internazionale che noi auspichiamo dovrebbe rendere possibile l'attuazione sufficientemente vasta di un disarmo generale, bilanciato e controllato, che sia a sua volta generatore di fiducia e contribuisca a rendere più liberi, rispettosi ed umani i rapporti internazionali. In questa forma di convivenza, in questo modo di pacifica competizione noi pensiamo che il mondo libero possa portare al confronto, ed a un confronto efficace, il suo modo di ordinare i rapporti sociali e di coordinare e rendere produttive tutte le energie della società, secondo un principio di libertà e, in questo modo, la forza morale, la tradizione religiosa e civile, i valori spirituali che sono propri della nostra concezione del mondo. Perciò distensione non vuol dire in nessun modo allentamento dei vincoli di solidarietà, delle naturali ed omogenee comunità che sono nel mondo occidentale.
La solidarietà atlantica e l'integrazione europea restano ragioni determinanti della nostra politica. Proprio la complessa vicenda di questi ultimi mesi, proprio la ricerca di un modo più efficace e sereno per affrontare rapporti e problemi nuovi dalle immense dimensioni, proprio questa vicenda ha contribuito a far ricordare l'Europa. L'opportunità di correggere in Europa, e per il bene dell'Europa, egoismi ed angustie, la necessità di avere visioni sempre più larghe, quali la grandezza dell'ora richiede, non può indurre l'Italia, come rilevavo a Trieste, a dimenticare l'Europa, a profilare una politica per così dire periferica e decentrata, isolata dai centri naturali di collegamento economico e spirituale del nostro Paese. Nella distensione, e proprio a causa della distensione, va proseguito con ogni impegno quel processo di unificazione e di intesa che è incontestabile titolo di merito della DC. E perché questa solidarietà non trasformi il vecchio nazionalismo in un nazionalismo nuovo, diverso solo per le più lunghe basi, la politica estera propugnata dalla DC, lontana sempre da ogni forma di iattanza e di presunzione, rivolgerà anche il suo interesse ai diversi settori della vita internazionale, specie a quelli, come rilevava la Direzione Centrale in una delle sue ultime deliberazioni, dove nuovi fermenti sul terreno economico, sociale e politico, in una comunità umana trasformata e resa tutta più significativa, fanno maturare avvenimenti importanti per la storia del mondo.
Ma se la logica dei fatti e la forza intrinseca degli ideali di pace possono portare ad un consolidamento dell'equilibrio internazionale, sul piano ideologico la nostra avversione inconciliabile alle dottrine e all'azione politica del comunismo rimane e rimarrà intatta. La distensione internazionale, se avverrà e nelle forme in cui avverrà, non significherà né l'avvento della democrazia in Russia, né la collaborazione di forze democratiche in seno al regime sovietico. Così non potrà affatto significare, in un Paese democratico come l'Italia, l'apertura di nessuna forma di collaborazione con i comunisti.
Possiamo aggiungere qualcosa di più: noi riteniamo che se sul piano internazionale l'ipoteca delle minacce sovietiche può essere allontanata o diradata da reali prospettive di distensione, la lotta ideologica e democratica contro il comunismo sul piano interno dovrà ricevere un apporto di maggiore chiarezza e di maggiore determinazione. La nostra avversione al comunismo ha radici ben altrimenti profonde e permanenti, radici vitali nella vita dello spirito, nella nostra stessa ragione di essere liberi; e con questo partito noi resteremo inconciliabili avversari.

La DC partito innovatore

Possiamo a questo punto tirare le fila del nostro discorso. Dalle vicende politiche così difficili e qualche volta dolorose, dallo sforzo costante della DC di essere presente a se stessa e di corrispondere così alle attese del Paese, dalle posizioni di volta in volta assunte di fronte agli altri partiti, dal richiamo alle linee programmatiche del Partito emerge, mi pare, chiaramente la fisionomia politica della DC, che abbiamo conservata integra in tutte le prove ed in esse semmai meglio scavata e caratterizzata e che conserveremo integra e chiariremo e approfondiremo nelle prove che verranno. La DC, osservavo nel mio discorso di Roma, è una forza popolare che lavora in piena fedeltà alla sua natura, per una graduale, ma piena attuazione della democrazia. Il nostro è un partito innovatore che non vuole lasciare le cose come sono, ma le vuole fare diverse e più giuste.
Il carattere popolare della DC, la sua opposizione alla dittatura, il suo carattere antifascista al di fuori di ogni polemica meschina, sono connaturali con la DC. E queste cose, aggiungevo, non furono acquisite soltanto in quella memorabile lotta popolare in cui è nata la DC, ma sono per noi più antiche e più profonde, perché attingono alla nostra coscienza cristiana. Ed a Trieste precisavo: «La DC considera essenziale, inalienabile e pienamente attuale la sua originaria vocazione democratica, popolare, antitotalitaria, e perciò anticomunista e antifascista, in piena aderenza con la idealità cristiana e sociale a cui si ispira e con la sua partecipazione alla memorabile lotta contro l'oppressione esterna e la tirannide interna». Con questa caratterizzazione, con la quale ho aperto il dibattito congressuale alcuni mesi fa, sto per chiuderlo, per quanto mi riguarda. Queste sono le linee essenziali, questa è la compiuta, sintetica espressione della DC. Chi pensi di modificare anche in piccola parte questi contrassegni ideali della DC, oltre che compiere un tentativo vano, in realtà minaccia il Paese, la sua stabilità politica, la sua espansione democratica, il suo ordinato progresso, perché il Paese ha bisogno della DC, di tutta la DC, di questa DC e non altra, falsificata ed impotente. Chi teme sinceramente, non per calcoli di parte, non per obiettivi di impoverimento e di dispersione della forza della DC, che il nostro Partito attenui la sua spinta democratica e sociale e si acquieti in posizioni di compromesso conservatore o peggio si collochi in una trincea reazionaria, deponga la sua preoccupazione, perché la DC farà fronte integralmente al suo impegno democratico.

Indipendenza dai gruppi di pressione

Proclamandosi con tutta sincerità forza popolare, com'essa fece già nel suo primo storico manifestarsi, essa non intende certo rinnegare il suo interclassismo, ma semmai interpretarlo e qualificarlo. Essa riafferma infatti, contro il mortificante livellamento che porta con sé ogni forma di collettivismo, la varietà della vita sociale e la diversità delle categorie e delle funzioni della vita economica. Il corrispettivo necessario di questa varietà, che essa considera reale garanzia di libertà, indissolubilmente legata al tema generale della libertà, è però una autentica solidarietà che leghi tra loro le parti del corpo sociale, una vera giustizia che si instauri con strumenti democratici e con finalità democratiche nella società. La varietà sociale, espressione e garanzia di libertà, può comporsi in un ordine, che la renda accettabile e feconda, solo nello Stato democratico, in cui il potere sia autentica espressione del suffragio universale e che si attribuisca la possibilità ed il dovere di intervenire con leggi e con l'azione solidale della collettività per fini di giustizia e di generale, effettiva tutela della dignità umana. Ciò comporta, pur nel giusto riconoscimento e nella tutela, nell'ordine, delle iniziative economiche e delle forze sociali, la indipendenza, indispensabile per l'assolvimento di un così alto compito di giustizia, dai così detti grippi di pressione che intendano rivolgere l'azione sociale in senso particolare e non obiettivo.

La funzione dei sindacati

Nella sua azione per realizzare la rappresentanza nello Stato democratico delle forze popolari, la DC non può non avere presenti le forze sindacali e di categoria. Desidero sottolineare in questo momento, proprio nello spirito della rivendicazione della natura propria del Partito, l'apprezzamento vivissimo e la profonda riconoscenza della DC nei confronti di quelle organizzazioni, e penso in specie ai Coltivatori Diretti ed alla Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori, che hanno esplicato con slancio ed efficacia in questi anni un'importantissima azione per l'attuazione dello Stato democratico sia con la responsabile ed efficace attività di tutela delle classi lavoratrici, la quale è condizione essenziale perché possa parlarsi di Stato democratico, sia con l'azione educativa e la costante significativa testimonianza resa ai valori della vita democratica, alla conciliabilità non solo, ma alla feconda compenetrazione di una autentica democrazia e di uno sviluppo espansivo e soddisfacente del mondo del lavoro. Questo riconoscimento va dato, solo avendo presenti gli interessi della democrazia ed al di fuori di ogni considerazione di partito. Ché anzi desidero riconfermare il sostanziale, pieno rispetto della DC per l'autonomia delle organizzazioni sindacali, considerata come uno strumento efficace di solidarietà e di rafforzamento della base democratica. La DC ritiene poi un suo dovere, nell'attuazione dei suoi compiti, di assicurare al sindacato un ambiente di libertà (e penso anche alla libertà nelle fabbriche), di legalità, di comprensione per la sua unione, di consenso alla sua funzione democratica, di ispirazione ad un'azione della collettività, di appoggio per queste forze sociali, atto a correggere la sproporzione tra le capacità di resistenza e ali anione delle diverse categorie sociali.
Laa DC esprime altresì la speranza, confortata del resto da una esperienza sostanzialmente felice, che le forze sindacali, ottenendo anche cordiale rispondenza nelle forze imprenditoriali, sappiano trovare il modo di conciliare, e di agevolare a conciliare, con alto senso di responsabilità, gli interessi che esse rappresentano in questi gruppi sociali, con quelli generali del Paese.

L'elettorato cattolico

Tra gli elementi caratterizzanti del Partito, tra le ragioni della sua presenza e della sua rappresentanza dell'elettorato italiano, è l'ispirazione cristiana del nostro movimento ed il suo sforzo di esprimere, nella sua responsabilità globale di fronte al Paese, le esigenze morali, sociali e civiche dei cattolici italiani. Come notavo nel mio discorso di Milano, il fatto che i cattolici s'inseriscano nello Stato democratico, nella prima professione della loro idealità, del loro modo di concepire, misurare, valorizzare i rapporti umani, s'inseriscano accettando il confronto democratico delle opinioni, la legge permanente nel metodo democratico, ad esso affidando la realizzazione della propria intuizione, tutto ciò è importantissimo, insostituibile contributo all'attuazione della democrazia, alla costruzione dello Stato democratico in Italia. E ciò e in tanta parte delicatissima responsabilità della DC: all'azione di quest'ultima, attraverso la vasta e rispettosa mobilitazione dell'elettorato cattolico, spetta il dimostrare che quello che a taluno ingiustamente è apparso come remora o minaccia alla democrazia, si rivela in effetti come una spinta verso di essa e garanzia della sua compiutezza e profondità. Questo compito della DC si esplica con la sua capacità di sollecitare ed attrarre l'elettorato cattolico, al di là di forzate ed effimere convergenze, con la forza morale generatrice di vigorose convinzioni, con la continua ricerca di rispondenza dell'azione politica agli ideali della concezione sociale cristiana, con la dignità, serenità e serietà di un'azione in tutto rispondente al livello morale di quella ispirazione. E naturalmente la DC è profondamente grata a quanti nelle organizzazioni cattoliche l'hanno efficacemente aiutata, con alto senso di responsabilità, in questo suo difficile compito di interpretare ed esprimere sul terreno democratico, nel modo più fedele ed insieme più responsabile, le esigenze morali e sociali dei cattolici italiani, l'hanno aiutata e l'aiutano a promuovere le rispondenze ed i consensi che rendano efficace l'azione politica dei cattolici. La DC ha la difficile ed insostituibile funzione di indirizzare sul terreno politico l'elettorato cattolico, di essere guida alle sue scelte, di difenderlo contro interessate sollecitazioni, di assicurarlo che la sua unità non è una rinuncia ai propri ideali né una perdita di forza e di efficacia nella vita nazionale.
Ma questa funzione di guida, questa posizione di responsabilità sono legate, come dicevo a Milano, alla capacità rappresentativa, alla dignità morale, all'attitudine a determinare risonanze della DC. Su questo terreno la DC ha sempre saputo trovare il tono giusto, ha sempre saputo dare garanzie di ordine morale che ad essa possono essere legittimamente richieste e sulla base delle quali essa è in grado di assolvere al grande compito di assicurare la efficace presenza dei cattolici nella vita democratica del Paese. Io desidero esprimere in questo momento la fiducia che con la sua unità, con il suo tono morale, con la sua fedeltà alla ispirazione motrice della sua azione, la DC possa degnamente ed efficacemente continuare ad assolvere il suo compito per il bene del Paese e lo sviluppo della democrazia italiana.
Sulla base della sua caratterizzazione e della sua ideologia, del resto, la DC può continuare a rivolgersi con fiducia a vastissimi settori dell'elettorato e dell'opinione pubblica, ai quali già essa si è efficacemente presentata con la complessità e serenità della sua visione (una serenità che non esclude gli ardimenti), con l'armonica coordinazione degli interessi, con le più serie prospettive di sviluppo sociale e democratico: come un partito, cioè, nazionale, solidamente inserito nella nostra storia, capace di esprimere senza unilateralità, meschinità e irresponsabilità le esigenze fondamentali, morali, religiose, patriottiche e di sviluppo democratico del popolo italiano.
E così in conclusione il nostro discorso ritorna al Partito, la cui purezza, solidità ed efficacia speriamo di veder comprovate dal Congresso ora iniziatosi. Indubbiamente il Partito ha vissuto giorni difficili, ha subito delle dure prove, ha intravisto pericolose lacerazioni. Ma io credo che, malgrado tutto, la sostanza non sia intaccata, che il Partito non abbia perduto la sua vitalità ed unità, sia una forza sulla quale il Paese, attento a queste nostre vicende come non mai, può ancora sicuramente contare. Perché il Paese sente di aver bisogno della DC così com'è, con tutta la sua forza, con intatta la sua rappresentatività ed autorità. È una richiesta esigente alla quale non possiamo sottrarci, che pone dei doveri che il Congresso, con il suo grande e spero sereno e costruttivo dibattito, deve aiutarci ad adempiere.

Il dovere della fedeltà

Il dovere della fedeltà, innanzi tutto, alle nostre origini, alla nostra storia, alla nostra ispirazione ideale, al nostro patrimonio ideologico, all'insegnamento ed all'esempio dei nostri uomini migliori che hanno contribuito potentemente a definire ed arricchire il patrimonio ideale del Partito, ed a delinearne il significato e la funzione della vita nazionale. Abbiamo avuto occasione di ricordarli tutti, ed è bene che il Congresso li ricordi ancora, nella piena validità dell'apporto che essi hanno dato all'esperienza storica dei cattolici operanti sul terreno politico ed alla soluzione dei fondamentali problemi del nostro tempo. Intendo richiamare Luigi Sturzo, rievocato ieri così efficacemente dall'alta parola del Presidente Zoli, Sturzo che definì con coraggioso impegno la responsabile, autonoma iniziativa dei cattolici sul terreno politico e delineò con il pensiero e con l'azione la base popolare e la funzione innovatrice e liberatrice del movimento; Alcide De Gasperi che guidò in modo inimitabile la rinascita democratica del Paese e fece della DC una potente forza di garanzia della libertà e di rinnovamento democratico della Nazione; Ezio Vanoni che sottolineò, con l'ardente passione da cui fu consumato, l'impulso del Partito per lo sviluppo sociale e democratico del Paese. E non è senza significato che un uomo inserito in questa tradizione, vivo ed efficace artefice di questa esperienza, sia assurto, con il non dimenticato patrimonio di queste idee e di queste ispirazioni, alla suprema magistratura dello Stato. All'on. Giovanni Gronchi, sicuro d'interpreture i sentimenti di questa Assemblea, mi è gradito rivolgere, nel ricordo di così alta tradizione, il deferente omaggio della Democrazia Cristiana.

Il dovere dell'unità

E poi un dovere di unità, una unità, come ho detto ripetutamente, ricca e viva, che presuppone il dibattito, che accetta la varietà delle idee, che nulla lascia disperdere di quanto è servito ad alimentare la dialettica delle opinioni ed è stato dato come contributo alla ricerca della via migliore per il Partito. Questa unità comporta che la DC non disprezzi nessuno degli uomini, nessuna delle idee che entrano comunque a comporla, che non disperda niente della sua tradizione e della sua storia. Vogliamo perciò ricordare in questo momento, con profonda riconoscenza, con assoluto rispetto per quello che fu il significato proprio dell'azione di ciascuno, tutti coloro che guidarono il Partito da De Gasperi a Piccioni, a Cappi, a Taviani, a Gonella, a Fanfani; tutti coloro che guidarono i governi della DC da De Gasperi a Pella, a Scelba, a Segni, a Zoli, a Fanfani. Nessuna di queste esperienze è stata vana, tutte hanno in qualche modo arricchito l'azione politica, ampliato il tessuto, ormai storico, dell'iniziativa della Democrazia Cristiana.
Tutti questi valori, tutte queste esperienze possono coesistere nel Partito, ne sono anzi la ricchezza: una ricchezza che non toglie quella linea essenziale e diritta che è fondamentale significato storico della nostra azione, quella nella quale si riconoscono tutti i democratici cristiani. Lasciatemi sperare che proprio da questo dibattito sia per risultare che vi è una DC nella quale si ritrovano tutti i democratici cristiani e dei democratici cristiani che possono tutti e sempre incarnare in se e rappresentare il Partito. Sarebbe il premio migliore, l'unico che io desideri, al termine di questi mesi di duro e difficile lavoro, che assunsi con l'amico Salizzoni e gli altri cari amici tutti della Direzione, con questo solo obiettivo e questa sola speranza, di garantire la purezza, di promuovere la fraternità, di realizzare l'unità della Democrazia Cristiana.

On. Aldo Moro
VII° Congresso Nazionale della DC
Firenze, 24 ottobre 1959

(fonte: biblioteca Butini)


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