LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIA GLI UOMINI I CONGRESSI LE ELEZIONI LE CORRENTI
I DOCUMENTI LE IMMAGINI TESTIMONIANZE ISTITUTO BRANZI RINGRAZIAMENTI

 

VII CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI MARIO SCELBA
(Firenze, 28 ottobre 1959)

Il 25 maggio 1958, più di un anno prima del VII Congresso nazionale di Firenze, la Democrazia Cristiana aveva conseguito un grande risultato elettorale, riportando quello che sarà il secondo miglior risultato elettorale della sua esistenza dopo quello del 1948.
Sullo sfondo del Congresso, ci sono le dimissioni da tutte le cariche (Presidenza del Consiglio, Ministero degli Esteri, Segreteria politica della DC) che Fanfani aveva dato nei mesi precedenti, le polemiche per l'apertura a sinistra, il milazzismo siciliano. C'è, soprattutto, la rottura della maggioranza del partito al Consiglio nazionale della Domus Mariae, dopo una serie di votazioni parlamentari caratterizzate dai franchi tiratori, che hanno fatto cadere il bipartito DC-PSDI guidato da Fanfani, e nascere un monocolore guidato da Antonio Segni con voti della destra. La Domus Mariae ha segnato la nascita della corrente dei dorotei, e la nuova segreteria politica di Aldo Moro.
Mario Scelba interviene il 28 ottobre, difendendo la politica del centrismo contro ogni avventura a sinistra.

* * *

Agli esponenti della D.C. i delegati hanno il diritto di chiedere un contributo positivo per risolvere i problemi che assillano il nostro Partito, un contributo in termini di senso di misura e di responsabilità, senza demagogia e soprattutto col rispetto della verità. Quando le luci di questo teatro saranno spente, la D.C. si ritroverà con i suoi problemi, e il primo problema che si porrà a noi sarà il modo di affrontare la prossima battaglia elettorale. Ma se da questo Congresso la D.C. non uscisse con una rinsaldata unità spirituale e morale, noi difficilmente potremmo affrontare quella battaglia elettorale con speranza di successo. Cercherò pertanto, come è nel mio temperamento, di essere realistico e di portare il dibattito sul terreno della concretezza.
Il popolo italiano non chiede di sapere se abbiamo compiuto degli errori e chi ne siano i responsabili; chiede invece, e soprattutto, di conoscere se abbiamo la volontà di riparare agli errori e di imprimere alla vita politica della D.C. un nuovo corso, capace di soddisfare i bisogni del nostro Paese. Che cosa ci divide? L'ha detto ieri l'amico Fanfani: non ci divide l'ideologia, non ci dividono i motivi finalistici della nostra azione; siamo divisi esclusivamente sulla valutazione degli strumenti per raggiungere i fini che intendiamo perseguire.
E vengo subito al tema del Congresso, poiché mi pare che questo sia nostro dovere. (Se avessimo dedicato al tema del Congresso tanto tempo quanto ne abbiamo dedicato all'autocritica e, vorrei dire, all'autodemolizione, forse avremmo contribuito molto meglio alle sorti, alle fortune della D.C.). Il tema del Congresso, «ampliare i consensi allo Stato democratico», è una frase elegante, pulita, ma, come altre (« allargare le basi della democrazia », ecc.), indica una realtà pesante che non viene sufficientemente coperta dalla pulitezza dell'espressione usata come tema del Congresso, cioè a dire la persistenza della minaccia totalitaria sulle libere istituzioni del nostro Paese. L'on. Moro ha detto: « Il comunismo è sempre lo stesso ». Da parte sua l'on. Forlani ha aggiunto: « La situazione nel nostro Paese è oggi più pericolosa di ieri; il comunismo è in marcia ». Condivido queste due affermazioni. « Il comunismo è sempre lo stesso »: siamo noi che siamo cambiati di fronte ad esso. « La situazione è più pericolosa di ieri; il comunismo è in marcia »: sono d'accordo, ma ciò non è conseguenza della caduta del Governo Fanfani.
Io dovrò fare qualche critica all'azione dell'amico Fanfani; ma, preliminarmente, desidero ripetere qui quanto dissi al precongresso di Catania: 1) che la D.C. è ingenerosa con i propri uomini, forse per effetto della nostra ispirazione cattolica, perché, sapendo che c'è il Paradiso per premiare i sacrifici, ci possiamo permettere di mortificare gli uomini su questa terra; 2) che la D.C. non ha tanti uomini da permettersi il lusso di accantonare coloro che più possono contribuire alle sorti e alle fortune del nostro Partito. E l'on. Fanfani è uno di questi uomini. Ho inteso ricordare queste affermazioni per dimostrare che nella critica che io porterò non vi è senso di inimicizia o misconoscimento dell'opera compiuta, ma soltanto la volontà di contribuire costruttivamente alla soluzione dei nostri problemi.
Senza una visione realistica della situazione politica del nostro Paese noi non saremo capaci di affrontare l'avvenire. Perché la situazione, amici, è oggi più grave di ieri? Il perché ce l'ha detto il 25 maggio 1958. Noi abbiamo celebrato il grande successo elettorale del 25 maggio ed anch'io inviai un telegramma all'amico Fanfani per felicitarmi del successo del Partito. Ma Fanfani in Consiglio Nazionale disse che quei risultati non rappresentavano un successo per la D.C. e per la democrazia italiana. Basta un semplice dato: i socialcomunisti erano passati, dal 1953 al 1958, dal 35,4 al 36,9 per cento. Quindi la marcia socialcomunista non era stata arrestata. Non mi rifaccio ai 1.650.000 voti di cui ha parlato Fanfani, perché quel che conta sono le percentuali. Del resto da quei 1.650.000 voti bisogna togliere i 72.000 voti di Trieste (dove non si votò nel 1953), bisogna togliere la quota percentuale spettante alla D.C. sui 2.000.000 di aumento della popolazione votante (circa 850.000 voti), e bisogna contare infine 1.350.000 schede nulle, che furono la causa del mancato scatto della legge elettorale e della sconfitta della D.C. La modifica della scheda elettorale, introdotta nel frattempo, consentiva il recupero di almeno 400.000 voti perduti dalla D.C. nel 1953 e tale recupero, come ebbe a dire lo stesso on. Fanfani, costituiva lo « scrigno segreto » della vittoria del 1958. Sono i dati percentuali quelli che contano e purtroppo le percentuali ci dicono che i socialcomunisti continuavano ad avanzare anche dopo il 1953.
E ciò era molto grave per due motivi: in primo luogo, perché avveniva dopo i formidabili avvenimenti che caratterizzarono la crisi del comunismo, la rivolta dei Paesi satelliti e il rapporto Krusciov. L'amico Fanfani (lo ricorderà certamente) in quei fatti vedeva l'inizio della crisi di tutto il mondo comunista. Io dissentii, rilevando che purtroppo la storia di un quarantennio ci dimostrava che il partito comunista, dopo ogni crisi, riusciva ancora rafforzato, tanto che dal 1917 al 1958 esso aveva potuto estendere la sua influenza su circa un miliardo di uomini, nonostante le varie crisi subite. In secondo luogo era un fatto particolarmente grave che il partito comunista avesse aumentato la propria forza nel 1958, perché ciò coincideva con un nostro tentativo di arrestarne la marcia, operato tra il 1954 e il 1955. Infatti per la prima volta nella storia elettorale del nostro Paese avevamo potuto registrare successi in Sicilia e in Val d'Aosta, successi che erano validi non per l'aumento dei voti della Democrazia Cristiana, ma sopratutto perché il partito comunista aveva perduto qualche posizione. Fu in quel periodo che potemmo raccogliere i primi frutti di una lunga resistenza contro il comunismo e segnare nello stesso tempo una folgorante vittoria nel mondo del lavoro nelle elezioni delle Commissioni interne.
Ma nonostante ciò, la marcia del comunismo è continuata e dopo i tragici avvenimenti di Ungheria ci ritrovammo con una forza del partito comunista ulteriormente accresciuta. Allora, cosa valeva la vittoria della Democrazia Cristiana, l'aumento della percentuale di voti del 2,4 per cento, ottenuto a danno delle masse che formavano i partiti monarchici e fascista? Se il successo elettorale della democrazia italiana fosse stato autentico, avrebbe dovuto ridurre l'avanzata del partito comunista e consolidare la posizione dei partiti democratici; ma questo scopo non fu raggiunto. Non abbiamo raggiunto la maggioranza assoluta, non abbiamo raggiunto la possibilità, scopo della legge maggioritaria, di un'alternativa all'interno delle forze democratiche per costituire un Governo non più a quattro, ma a due. Il solo successo elettorale che potevamo registrare nel 1958 dal punto di vista della democrazia italiana, era il fatto che tutti i partiti democratici nel loro complesso alla Camera avevano più deputati nel 1958 che non nel 1953: da 300 deputati nel 1953 eravamo passati a 318 deputati; ma dal punto di vista della forza numerica e della percentuale dei voti il partito comunista ebbe ancora una volta successo.
Amici, la situazione si è aggravata da allora ulteriormente: il partito comunista ha segnato nuovi successi perché nel frattempo ha conquistato nuovi strumenti di potere con i Governi di due regioni italiane, la Val d'Aosta e la Sicilia, e ha ottenuto la scissione della socialdemocrazia (e non è certo un successo della Democrazia Cristiana). Si avverte poi un senso di cedimento di fronte al comunismo da parte di tanti ceti italiani, economici ed intellettuali; e si sono visti persino capitalisti e agrari in combutta anche con i comunisti nella formazione del Governo regionale siciliano.
Insomma, abbiamo visto peggiorare la situazione, anche perché la Democrazia Cristiana oggi è isolata e perché noi, deliberatamente, abbiamo rotto il fronte della solidarietà democratica. La Democrazia Cristiana si trova oggi con un Governo monocolore appoggiato dalle destre: anche questo è un fatto pericoloso e non è il più indicato al rafforzamento della democrazia in Italia. Il partito comunista è riuscito a rompere l'isolamento nel quale, per la sua natura e per i suoi fini eversivi, dovrebbe essere invece destinato a vivere; anzi è riuscito a creare divisioni all'interno dei partiti democratici e anche in mezzo a noi. Anche questo è un successo del partito comunista. Vanno tenuti presenti poi anche altri elementi, che ieri l'amico Fanfani ha ricordato: la stessa distensione internazionale, che può operare contro la democrazia italiana se non sarà fatta una politica coerente, capace di evitare da parte comunista lo sfruttamento della politica distensiva dell'URSS; e la modifica che si va operando nella società italiana col trasferimento di migliaia di persone che dalle campagne si riversano nelle città e di casalinghe che, affluendo nelle fabbriche, non trovano certo le condizioni migliori per aderire alla democrazia. La situazione, quindi, è certamente delicata ed è vero che oggi la democrazia italiana attraversa uno dei momenti più difficili della storia di questo dopoguerra. Basterà un errore del nostro Partito perché tutti gli sforzi compiuti durante questi tredici anni vadano perduti. E noi saremmo responsabili, di fronte alla storia, alla nostra coscienza, alla Chiesa cattolica, della perdita della libertà in Italia. Ecco, amici, il senso della responsabilità che incombe su di noi.
E parliamo di Napoli. A Napoli c'ero anch'io. Quando si parla di Napoli ci si dimentica che c'eravamo anche noi. Ebbene, a cinque anni da Napoli, né il comunismo è stato arrestato, né il nostro Partito è più forte. Questa è la realtà attuale: è una triste e amara realtà, ma preferisco affrontare col bisturi l'analisi della situazione italiana per spronare i democristiani ad insorgere contro questa tendenza dimissionaria che c'è in giro e a riprendere le iniziative politiche per risolvere la crisi della democrazia in Italia.
Se nel 1958 la Democrazia Cristiana non ebbe la vittoria sperata e se il partito comunista poté registrare un successo fu forse colpa dell'on. Fanfani? No, cari amici, saremmo ingiusti a non riconoscere lo sforzo enorme compiuto, in unione d'intenti, dal Partito in quella campagna elettorale, che vide tutta la classe politica democristiana, vide i « notabili » (come dispregiativamente vengono chiamati) parlare univocamente per conto del Partito; mentre oggi purtroppo siamo obbligati a parlare non più a nome della Democrazia Cristiana ma quasi a titolo personale, incasellati come siamo nei vari scompartimenti, rischiando di compromettere il prestigio che la Democrazia Cristiana è orgogliosa di avere conquistato, per avere saputo trarre dalle rovine della guerra il nostro Paese e imprimere un nuovo corso alla storia italiana.
Non fu colpa di Fanfani, anche perché io credo che la situazione economica, sociale, politica, morale, religiosa del nostro Paese non consenta rapidi progressi ai partiti democratici. Valga l'esempio di Ravenna: dopo tre elezioni, nonostante gli sforzi ingenti da noi compiuti sul piano organizzativo e politico, non solo non siamo riusciti a progredire, ma anzi abbiamo perso 10.000 voti, anche se l'Amministrazione provinciale non è caduta in mano dei partiti di sinistra.
Come combattere dunque il comunismo? Dicono alcuni che non siamo più alla situazione del 1948-53. E con questo credono di aver scoperto l'America! Ma vi è forse qualcuno che pretende di usare gli stessi metodi usati in quel periodo? Certo è che se il comunismo non si combatte più così, il merito è della D.C., che ha vinto, affermando l'autorità dello Stato, la lotta ingaggiata contro il P.C.I. in tutte le piazze d'Italia. La cosiddetta « strategia del 25 maggio » voleva essere un mezzo nuovo per combattere il comunismo. Io posso parlare con tutta tranquillità della strategia del 25 maggio perché, in sede di Consiglio Nazionale, fui l'unico ad astenermi quando si votò su di essa. Non votai contro perché vidi che ero rimasto solo e non volevo apparire un oppositore per presunzione. Di passaggio rilevo che, nel nostro Partito, sarebbe opportuna una maggior indipendenza di giudizio e un maggior coraggio delle proprie opinioni: se in quella occasione avessero votato contro tutti coloro che, in privato, dicevano di non condividere la linea Fanfani, probabilmente questi non si sarebbe avventurato nella vicenda che ha finito con il dargli tante amarezze (anche se le amarezze della politica non le ha provate solo lui ed anche se egli non è esente dall'aver procurato amarezze a tanti altri, e qualche volta senza concorso di colpa).
Quale fu dunque la strategia del 25 maggio? Fu la mitizzazione di una formula e di un programma. Non voglio aggiungere che fu anche la mitizzazione di un nomo, perché non voglio assolutamente credere che Fanfani tendesse a scopi del genere. Quella formula e quel programma erano espressi così: chiusura a destra, chiusura al centro, chiusura a sinistra. Non la lotta su uno o due fronti, ma su tutti i fronti. I generali dicono che è difficile combattere contro due nemici, e la D.C. ne affrontava invece tanti in una volta sola. Si disse, a giustificazione di ciò, che il partito liberale non era più quello di Villabruna, che la collaborazione con esso non era più possibile, che occorrevano alleanze omogenee, che insomma la solidarietà di centro non era più costituibile. La cosa è vera, ma è vera perché la rottura della politica di solidarietà democratica non fu operata il 25 maggio, ma alla caduta del Governo Segni, quando cioè si costituì il monocolore Zoli. I 22 voti contrari di Vallombrosa dimostrarono che questa formula non era condivisa da tutti, ma la si volle adottare, rompendo così un equilibrio che aveva retto nel Paese per molti anni e con rilevante profitto. Del resto, Zoli si resse con i voti della destra (o di una parte della destra). Non si qualificò così quel Governo? Lo si nega. Ma perché si vuole che si qualifichi invece, oggi, il Governo dell'on. Segni per il fatto che riceve il voto dai partiti di destra?
La conseguenza della scelta di Vallombrosa fu la nascita del Governo Fanfani, senza maggioranza precostituita. I voti d.c. erano alla Camera 273, cui si aggiungevano i 23 del P.S.D.I., in tutto 296, mentre la maggioranza era di 299. La fiducia fu concessa così solo grazie all'appoggio dei tre altoatesini e dell'indipendente di sinistra on. Craveri e per l'astensione del P.R.I. Si disse che al Governo sarebbe andata la benevolenza di qualche gruppo. Ma di quale, di grazia? Poteva sperare Fanfani nella benevolenza del P.S.I.? No di certo, perché Fanfani era partito in guerra contro tutti e in primo luogo contro i socialcomunisti. Nemmeno la benevolenza dei liberali era possibile: Fanfani li aveva gettati nella destra economica e reazionaria e la campagna elettorale si era svolta all'insegna di una aspra polemica contro i liberali. Si disse ancora che noi avevamo diritto alla benevolenza altrui, perché difendevamo la libertà, che è un bene di tutti. Illusione ingenua, consentitemi la franchezza. Perché gli altri avrebbero dovuto esserci grati per il compimento di quello che era il nostro primo dovere, indipendentemente dai problemi di Governo? E del resto, era possibile sperare nella generosità altrui, quando la nostra generosità non si era manifestata verso nessuno, quando anzi noi eravamo partiti in quarta contro tutti?
E veniamo ai rapporti con i socialdemocratici. Io sono lieto delle parole di apprezzamento che sono state qui espresse da più parti verso il P.S.D.I., anche perché, a suo tempo, si disse che io avevo esagerato in simpatia e in concessioni verso questo partito. Ricordo che una volta l'amico Zoli mi portò un ordine del giorno del Senato, con cui mi chiedeva, in sede di rimpasto del Governo da me presieduto, di procedere ad una ripartizione « proporzionale » degli incarichi di Governo. Ma in questo caso ai socialdemocratici sarebbe spettato forse il Sottosegretariato alle Poste e Telecomunicazioni! Oggi, ripeto, sono lieto di sentire riconoscere che vale la pena di fare qualche sacrificio per il raggiungimento di un interesse che riguarda il Paese. Prendiamo atto — cominciamo a fare questo atto di contrizione — che in passato abbiamo peccato contro gli altri partiti, credendo che noi potevamo operare da soli.
Del resto io ammonii più di una volta che, scegliendo solo i socialdemocratici, avremmo finito per condizionare la vita e la resistenza del nostro Governo soltanto alla collaborazione del P.S.D.I. Bastava che l'on. Saragat qualche mattina si fosse svegliato di cattivo umore per mettere in crisi anche il Governo dell'on. Fanfani, così come erano stati messi in crisi altri Governi democratici. E non possiamo dire che l'apporto dei socialdemocratici al Governo sia stato tanto brillante, se pensiamo che l'Italia non ha avuto una politica del lavoro benché per quel dicastero i socialdemocratici avessero mandato un certo on. Vigorelli, oggi trasmigrato a Nenni. Ricordo che una volta scambiai con lui alcune parole vivaci; non era colpa sua, poveretto, eppure lo abbiamo dovuto subire per un interesse superiore.
Con la scelta operata il 25 maggio, la democrazia italiana correva un grosso pericolo, in quanto veniva infranta la politica di solidarietà democratica: era la fine della politica di Alcide De Gasperi. E' vero che anche con De Gasperi si erano avuti Governi a due o a tre, e quindi, in questo senso, non vi è dubbio che quello dell'on. Fanfani sia stato un Governo di centro, anche se, per comodità strategica, lo si è voluto chiamare di « centro-sinistra »; ma mentre in passato avevamo formato Governi di centro a due o a tre non per colpa nostra ma degli altri partiti, e anzi tenevamo sempre pronta per loro una poltrona ministeriale, in questo caso siamo stati noi a rompere questa politica di solidarietà democratica, escludendo deliberatamente uno dei partiti della tradizionale coalizione. Non era la creazione di un Governo di centro, ma la scelta politica che si operò da parte dell'on. Fanfani, che segnava la fine della politica di Alcide De Gasperi. Ma la rottura della politica di solidarietà democratica è stata la meta perseguita da dieci anni, sfacciatamente, da comunisti e socialisti, che hanno fatto tutto il possibile e l'impossibile per determinare questa rottura. Ancora ieri l'on. Nenni, al Comitato Centrale del P.S.I., ha sostenuto che è meglio un Governo monocolore con l'appoggio delle destre che un Governo centrista; ed ha ragione, perché un Governo centrista costringerebbe l'on Nenni a scegliere: o la sterilità politica o la rottura con i comunisti e, forse, l'evoluzione del suo partito verso la democrazia. E' stato dunque un grande successo del partito comunista avere rotto la politica di solidarietà democratica, anche se noi certo non lo abbiamo fatto per far piacere all'on. Togliatti.
Era poi facile prevedere, e lo dissi a Fanfani in sede di Consiglio Nazionale. che il giorno in cui il suo Governo fosse caduto, non sarebbe rimasta altra soluzione che l'appoggio delle destre; e che ben fortunati saremmo stati se, quel giorno, esse non ci avessero chiesto di essere immesse nel Governo. Io non sono d'accordo con quanti dicono che le formule non contano. Non è vero, amici: non è la stessa cosa fare un Governo con i fascisti o con i liberali, anche se gli uni e gli altri avessero lo stesso programma! Nei confronti dei fascisti vi è un'incompatibilità morale, che sorge dalla nostra natura di partito democratico. E come farebbero i nostri amici sindacalisti a presentarsi agli operai delle fabbriche, col rischio di essere accusati di essersi venduti alla destra, alla Confindustria, agli agrari?
Personalmente, io non sono favorevole alla collaborazione con le destre, anche se mi accusano di essere di destra; ma chi fa certe affermazioni dimentica la storia politica del nostro Paese e non ricorda che per molto tempo sono stato la bestia nera delle destre, per essere stato, fra l'altro, l'autore di quella dura legge, che i fascisti chiamano « lex scelbia », contro il fascismo in Italia. Con tutto ciò, oggi passo per avversario della formula di centro-sinistra che, si dice, vorrei sostituire con una scelta a favore della destra reazionaria, agraria, confindustriale e così via! Certo è, tuttavia, che bisogna fare delle scelte. Dobbiamo scegliere fra un Governo democratico, popolare, antifascista e un Governo fascista o con l'appoggio dei fascisti. E' risuonata spesso, in questa sala, l'accusa di « fascista ». Io non ho 1'abitudine di ricordare il mio passato antifascista ed ho qualche pudore a parlare di questo; ma desidero domandare: i Governi passati erano forse non democratici, non popolari, non antifascisti? Si crede di dover fare proprio oggi quella scelta antifascista che la D.C. ha invece fatto da sempre? Non discutiamone nemmeno!
Se Segni è stato obbligato a fare un Governo con l'appoggio delle destre, lo ha fatto perché costretto da una obiettiva situazione, da una necessità di fatto. Ma noi non possiamo accettare la pretesa che il Governo fatto con la socialdemocrazia fosse più democratico, più popolare, più antifascista di qualsiasi altro Governo fatto da democratici cristiani. Ma poi, chi ha voluto questo Governo? Siamo stati noi, con una scelta sbagliata. Ho avuto al riguardo una cortese polemica con l'on. Moro (che polemizza sempre cortesemente, come è nel suo temperamento), al quale facevo osservare che la scelta del 25 maggio era pericolosa, rischiosa e quindi sbagliata: rispondeva Moro che era una scelta rischiosa ma generosa... Ora, io apprezzo la generosità, ma in politica non dobbiamo farvi ricorso, se ciò rischia di compromettere le sorti della democrazia!
Che cosa c'era da fare allora, dopo il 25 maggio? Un quadripartito o un tripartito, insomma, un nuovo Governo di centro? Ogni volta che io parlo di centro, qualcuno rizza le orecchie e pensa che l'on. Scelba voglia attentare alla vita del Governo in carica, perché intende ricostituire un quadripartito sotto la sua presidenza. Beh, questo, dal mio punto di vista, non sarebbe mica male!... Ma non è questo il punto, amici. Coloro che hanno avuto la ventura di formare un quadripartito sanno quanto difficile sia mettere d'accordo i partiti della coalizione (anche se forse non sono più facili i bipartiti né i monocolori formati da democratici cristiani...).
Non ho mitizzato il quadripartito o il tripartito: contro questa mitizzazione sta del resto la legge maggioritaria del 1953, che aveva proprio lo scopo di non costringerci a fare necessariamente e sempre il quadripartito. La legge maggioritaria mirava appunto a consentire la formazione di quelle che Fanfani giustamente chiama omogenee maggioranze per una politica di centro; perché in certe situazioni di carattere sociale è più facile collaborare con i socialdemocratici che con i liberali, ma se è preminente la politica internazionale o la difesa delle libere istituzioni può essere preferibile per la D.C. collaborare anche con i liberali. Tutto dipende dai problemi obiettivi, dalla realtà della situazione politica del Paese. Nonostante il fallimento della legge maggioritaria, riuscimmo a campare per quattro anni; e se furono anni difficili (ma per la democrazia sono sempre anni difficili, perché essa è un regime difficile, anche quando vi è la maggioranza assoluta), non furono neppure improduttivi.
Che cosa io chiedevo al Consiglio Nazionale dopo il 25 maggio? Una cosa molto semplice. Facevo questo ragionamento: la D.C. ha avuto il 42,4% dei voti, sfiora quasi la maggioranza assoluta, è perciò il solo Partito che ha il diritto di formulare un programma di Governo per i prossimi cinque anni. Nessun altro partito poteva avere questo diritto, data la scarsezza dei voti raccolti. Dicevo: formuliamo un programma concreto, non generico, non il programma del 25 maggio, che poteva valere anche per dieci anni, ma un programma per i prossimi due anni, per i prossimi cinque anni; sottoponiamo questo programma a tutti i partiti dell'antica coalizione democratica e se qualcuno ci dice di no, allora diremo al popolo italiano: noi non possiamo realizzare il nostro programma per mancanza di una maggioranza parlamentare, metteteci in condizioni dl poterlo fare. Bisognava mettere alla prova lo stesso Malagodi, per fargli dire che non accettava il nostro programma, perché solo su una posizione di chiarezza avremmo potuto affrontare la battaglia elettorale. Ed invece si partì dal pregiudizio che con i liberali non si potesse collaborare in nessuna maniera, non si volle tentare in nessun modo e facemmo quella scelta politica, con i risultati che tutti dobbiamo lamentare.
Ma dobbiamo aggiungere che a Napoli e a Trento la linea politica della D.C. fu stabilita in presenza di due Governi di cui facevano parte i liberali, il che dimostra che non era inconcepibile la collaborazione dei liberali con la D.C. Io non sono un « patito del quadripartito, ma sono un « patito » della D.C. e soltanto di essa, e mi augurerei che la D.C. avesse sempre la forza sufficiente per fare un Governo da sola o a due e anche senza i liberali. Dirò di più: sono convinto che se il Governo di centro-sinistra formato dall'on. Fanfani avesse avuto una base parlamentare, quella era la formula da scegliere dopo le elezioni del 25 maggio, ma non perché forse altre formule non sarebbero state efficienti, ma perché la situazione politica qualche volta può obbligare ad adeguare la tecnica propagandistica e l'azione concreta di Governo anche attraverso una formula particolare. Non ho detto che il Governo di centro-sinistra fosse fuori del centro della D.C., era un Governo di centro anche quello, anche perché aveva come programma il programma del 25 maggio al quale avevamo tutti collaborato, non escluso colui che vi parla, e in una posizione non di ultimo piano. Ma la realtà parlamentare causò il fallimento di quel Governo.
Ed oggi cosa facciamo? Come risolviamo il problema? Vogliamo la riedizione della formula di centro-sinistra? non c'è la maggioranza. Vogliamo un ritorno alla politica di solidarietà democratica? Chi non vuole il ritorno alla politica di solidarietà democratica non può non accettare la conseguenza naturale, inevitabile, di un Governo monocolore con l'appoggio che esso ha attualmente. Contro il ritorno al centrismo un oratore autorevole, un Ministro, ha detto ieri: « Nel processo evolutivo della nostra società e della società internazionale, e soprattutto nelle condizioni particolari dell'Italia e delle sue categorie più povere, una politica di centro è assurda, è un regresso irrazionale, anche se raffrontato all'onerosità dei Governi monocolori ». Quindi è meglio, dice l'autore di questo periodo, un Governo con le destre che il Governo di centro: ci costa di meno! Ed in polemica con De Mita, egli ha detto: « Anche se un nostro amico ha affermato che in futuro non è impossibile un incontro dei liberali con la socialdemocrazia, io mi rifiuto di crederla una prospettiva politica, perché la socialdemocrazia avrebbe finito la sua funzione, che è stata meritoria, e i liberali dovrebbero rinunciare ad essere se stessi. Io rispetto la funzione politica del partito liberale, ma esso dovrebbe rinunciare ad essere se stesso ». Ed ha aggiunto: « Noi crediamo alle ripetute affermazioni dell'on. Saragat e dell'on. Reale », incitando l'on. Saragat e l'on. Reale a restare fedeli alla loro parola, perché se ritenessero, data la situazione della democrazia italiana, conveniente per tutti la ricostituzione della politica di solidarietà democratica, sarebbero sleali! Ed allora mi domando: come potete operare con queste affermazioni? E che cosa ci propone lo stesso Ministro? Sentite la sua soluzione politica: « Resta allora la validità e la responsabilità del Parlamento, al quale sarà demandato nei tempi futuri di concedere o di negare la fiducia a quei Governi, anche minoritari, che la chiesero in funzione di un programma decisamente innovatore, capace di condurre una politica essenziale senza miracolismi, nell'interesse esclusivo del nostro Paese ». Cosa significa questo? Che si chiede la formazione di un Governo pendolare. Ma non ci sono Governi pendolari: nel Parlamento italiano oggi tutti i partiti vogliono partecipare al potere. Quando si chiede un Governo di questa fatta, si chiede in realtà un Governo che abbia i voti della destra o della sinistra. E poiché l'oratore, nella sua ultima evoluzione, si presenta come rappresentante del progressismo sociale della sinistra (conosciamo questo suo orientamento), evidentemente egli pensa ai voti del partito socialista.
Ora, amici, io desidero dirvi questo, perché veramente qui mettiamo in gioco la vita della D.C.: un Governo di questo genere ci toglierebbe anzitutto il diritto della scelta del Presidente del Consiglio. Presentandoci senza una maggioranza precostituita, non saremmo noi arbitri della scelta del Presidente del Consiglio: potrebbe essere un democristiano, ma potrebbe anche non esserlo; e anche se fosse un democristiano potrebbe non essere gradito a tutta la D.C. o alla sua stragrande maggioranza, creando problemi gravissimi per il nostro Partito e per il Paese. Non si difende così la D.C.! Caro Fanfani, tu che hai lavorato per anni per dare forza alla D.C., accetteresti di vedere sacrificata tutta la nostra forza, il nostro prestigio di Partito, e ad un certo momento dover vedere che non contano più le designazioni di Partito, ma magari le designazioni di forze opposte, unite solo per dividere la D.C. non fosse altro che soltanto sulla scelta della persona del Presidente del Consiglio?
Io sono convinto, on. Fanfani, che tu non puoi condividere questa politica, perché essa può creare le premesse per la fine della Democrazia Cristiana.
Io difendo la Democrazia Cristiana contro questo pericolo, che scaturisce dal considerare la formula di centro una formula irrazionale, mentre non ci si accorge che una soluzione come quella che qui ho sentito proporre, comprometterebbe l'avvenire della Democrazia Cristiana stessa. Che cosa volete fare, amici: una politica sociale ed economica avanzata? Ciò significa negare lo sforzo decennale compiuto dalla D.C. in questo senso. Voi avete applaudito le belle esposizioni di programmi di politica economica fatte da Ministri in carica, che dimenticano però che queste cose, che questi loro programmi andrebbero prima sottoposti al Presidente del Consiglio. A parte ciò, io sono contrario a quei programmi di politica economica qui illustrati dal Ministro del Bilancio. E sapete perché? Non per le ragioni che qualcuno di voi può pensare, e cioè perché sono programmi progressisti, ma proprio perché li considero invece programmi conservatori. Quando si parla con sottigliezza e finezza di imprenditori intelligenti e non, o di monopoli nocivi e non, amici, si creano certe distinzioni che lasciano in effetti all'arbitrio del « signor Ministro » (come si dice a Roma) la scelta degli imprenditori intelligenti o dei monopoli non nocivi. I monopoli o sono nocivi, e si combattono come tali; o non lo sono. Non si può operare una distinzione. Delegati meridionali, ho l'impressione che quei programmi finirebbero per sacrificare ancora una volta gli interessi del Mezzogiorno d'Italia. Non credo che quei programmi di politica economica possano dispiacere agli organi imprenditoriali, contro i quali si scagliano tanti strali ad effetto nei nostri Congressi.
Respinti il monocolore pendolare, il monocolore appoggiato a destra, il Governo di centro, rimangono, amici, le elezioni. Non condivido il pessimismo di molti democristiani secondo cui se la D.C. farà le elezioni succederà uno sfacelo. Non sono d'accordo con lo amico Scalfaro, del quale apprezzo tuttavia la finezza politica: sono stato Ministro dell'Interno, mentre lui è ancora Sottosegretario all'Interno, e può quindi permettermi qualche diversa prospettiva. Penso che la Democrazia Cristiana, in un clima di ristabilita unità, potrebbe affrontare la campagna elettorale su una scelta programmatica. Quel che mi preoccuperebbe, invece, sarebbe la reazione dell'opinione pubblica. Il popolo italiano potrebbe dire: ma voi democristiani non siete capaci di governare senza la maggioranza assoluta? Che mentalità è la vostra? Ma in Italia la maggioranza assoluta rappresentò un fatto eccezionale nel 1948. In Italia abbiamo il regime pluripartitico e allora bisogna farsi una mentalità « coalizionista », abbandonando la mitizzazione delle formule. Il mio, amici, vuole essere un richiamo alla realtà delle cose: bisogna prendere la realtà italiana per quello che essa veramente è, con le sue divisioni, che danno vita a piccolissimi partiti, i quali talvolta hanno la funzione del « soldino che manca per completare una lira » e rendono difficile la vita stessa della democrazia italiana. Guardiamo l'esempio della Francia. In Francia, tutte le volte che il Parlamento si è trovato in difficoltà, per fare un Governo, si è ricorsi alle elezioni anticipate. E il risultato è stato l'avvento di De Gaulle, il che non vuol dire di un Governo antidemocratico, ma di un regime antiparlamentare, e il Parlamento ha pagato la sua incapacità a trovare una formula di Governo in grado di guidare la vita democratica di quel Paese.
I Governi di coalizione richiedono, amici, tante qualità. Anzitutto, richiedono capacità di mediazione. La politica, si dice, è l'arte del possibile. Mi rendo conto che i giovani, che gli idealisti sognano la realizzazione degli ideali e combattono una battaglia che vede di fronte da una parte l'ideale e dall'altra la realtà, e questa è una lotta che rappresenta un elemento di progresso. Ma se dobbiamo perseguire un ideale, non dobbiamo dimenticare la realtà quale essa è in effetti. E questo impone la mediazione, il compromesso. E' considerata oscena, nei nostri Congressi, questa parola « compromesso ». Eppure, amici, il compromesso è un fatto ordinario di un regime democratico, ogni giorno facciamo qualche compromesso con noi stessi.
I Governi di coalizione richiedono pure una grande facoltà di sintesi, cioè una visione unitaria dei problemi, per mettere nella giusta luce quelli più importanti e passare in seconda linea quelli secondari. E noi invece puntiamo tutto, tante volte, sul particolare. Ricordate, per esempio, i patti agrari. Io dissi al Congresso di Trento che avremmo celebrato il decennale del disegno di legge sui patti agrari, il decennale dell'impossibilità di tradurre questo disegno di legge in legge. Da qualche parte mi si urlò contro ed io aggiunsi che mi auguravo che i fatti non mi dessero ragione. E abbiamo invece celebrato il decennale, amici. E tutto questo per la giusta causa permanente, con la conseguenza che neanche le altre norme, che rappresentavano una conquista, un progresso per la categoria dei contadini, sono andate avanti in Parlamento. Abbiamo, direi, defraudato i contadini di tutte quelle altre norme che rappresentavano un grande progresso sociale. E questo perché volevamo l’impossibile, volevamo la soluzione massimalista e non sapemmo accettare la soluzione possibile. Rompemmo la coalizione democratica, ma non realizzammo poi, coi monocolori, neppure le clausole dei patti agrari accettate da tutti.
Con questo noi tocchiamo, amici, il fondo, l'essenza del nostro Partito, che non è un Partito massimalista. Tutti oggi esaltano Sturzo (forse perché è morto, altrimenti non sarebbe stato nemmeno ricordato in questo Congresso) per le sue prese di posizione radicali in materia di scelte democratiche e antifasciste, ma tutti dimenticano che Sturzo, mentre combatteva il fascismo, dichiarava che la Democrazia Cristiana era un Partito « temperato ». Oh, che parola, amici! Spero che porti refrigerio nell'atmosfera surriscaldata del nostro Congresso, questo concetto di « temperato ». E De Gasperi diceva che la Democrazia Cristiana era un Partito che doveva mediare gli interessi contrastanti. Questo naturalmente non significa che non abbiamo una nostra visione dei problemi, perché anche nella mediazione noi facciamo una scelta e la scelta non può essere che fatta in relazione ai fini primari della nostra azione politica. Si tratta di adeguare i mezzi ai fini.
Ed eccomi, al problema dell'apertura a sinistra. Spero che questo argomento interessi di più l'assemblea. Anzitutto un piano programmatico di politica sociale per la conquista delle masse non dovrebbe essere chiamato « apertura a sinistra », perché con questo si ingenera confusione. La lotta per la conquista delle masse degli altri partiti è un fatto permanente nell'azione di un partito, ma parlare per questo di apertura a destra o a sinistra nel senso di recuperare i voti dei missini e dei monarchici o i voti dei socialisti, non ha significato. Per maggiore chiarezza, quando io parlo di « apertura a sinistra », intendo riferirmi alla collaborazione con il Partito socialista. E' questo il problema che si pone ora a noi e che divide la Democrazia Cristiana, e non la politica sociale, sulla quale, amici, io credo non possano esistere obiezioni.
Quel che io denunzio, in primo luogo, è il fatto che molti democristiani guardano a questo problema come se non avessero sognato altro nella vita che portare Nenni al Governo, e che molti democristiani vedono nella collaborazione col Partito socialista una sorta di palingenesi, concedendo al P.S.I. una capacità di rinnovamento della società italiana, che si nega alla D.C. Detto ciò, io pongo i termini del problema in questa maniera schematica:
1) il passaggio del P.S.I. al fronte della democrazia rappresenta un fatto importante e auspicabile ai fini del consolidamento della democrazia;
2) un simile passaggio non può non accompagnarsi alla rottura con le forze eversive della democrazia, perché non si può essere democratici e collaborare con i nemici della democrazia.
L'esigenza preminente di consolidare le istituzioni democratiche può consigliare la D.C. a compiere i massimi sacrifici per favorire l'evoluzione socialista. Ma chi può facilitare l'evoluzione del Partito socialista? Una D.C. debole, un Governo senza maggioranza, un Governo appoggiato alle destre? No, amici, non avremo mai l'evoluzione del Partito socialista su queste basi. Una democrazia sicura e solida, nelle migliori condizioni parlamentari e politiche, è la sola capace di favorire l'evoluzione del Partito socialista, perché una democrazia debole indurrebbe i socialisti nella tentazione di puntare alla conquista della maggioranza con i comunisti, e il giorno in cui essi vi riuscissero, il Partito socialista si porrebbe non il problema della collaborazione con la D.C., ma quello della formazione di un Governo socialista minoritario con l'appoggio esterno della D.C., e se la D.C. non desse i propri voti avrebbe l'alternativa dell'appoggio comunista. Ecco il nostro errore di rompere la politica della solidarietà democratica: ci siamo tagliati tutti i ponti dietro di noi, per cui, se l'eventuale collaborazione governativa dovesse farsi con un Partito socialista in queste condizioni, essa non sarebbe una nostra scelta, ma uno stato di necessità e il P.S.I. diventerebbe il condizionatore della D.C. Mi auguro che la D.C. non si debba trovare così condizionata, perché allora, in confronto, i sacrifici che ci vengono chiesti per la collaborazione coi liberali e con altre forze democratiche rappresenterebbero ben poca cosa, mentre occorrerebbe un ben grande spirito democratico, amici, per accettare i sacrifici che, sul piano della programmazione generale e non soltanto sul piano della politica sociale, ci verrebbero chiesti (dalla politica estera alla politica scolastica). I quattro Ministeri chiesti dai socialdemocratici sarebbero allora uno scherzo, e le concessioni al partito liberale sarebbero un nonnulla di fronte a quello che dovremmo concedere al partito socialista per la formazione di un Governo.
Allora occorre una democrazia solida e sicura di sé. Giolitti fece l'apertura a sinistra, ma egli disponeva alla Camera, mi diceva scherzosamente uno studioso di queste cose, di una maggioranza di trecento deputati e di duecento deputati amici personali del Presidente del Consiglio. In un Parlamento di questo genere allora si poteva fare, amici, l'apertura verso le forze di sinistra, ma un Partito come il nostro, che ha bisogno di collaborazione per fare un Governo, deve andare molto cauto nel fare queste operazioni.
Io non citerò tutte le parole dell'on. Fanfani, quando affermava che « la fermezza del centro, come in passato, così in avvenire, sarebbe stata l'arma migliore per mettere in crisi le opposizioni dl sinistra e di destra nel loro complesso »; e non ricorderò tutte le parole assennate dell'on. Fanfani, quando diceva che « il successo della collaborazione nell'interesse del Paese esige sacrifici che debbono essere sopportati, ma con animo sereno e in spirito di leale collaborazione ». E' ciò che sosteniamo anche noi, che non siamo in una posizione di arretratezza politica, non siamo dei fossili della politica, non siamo degli immobilisti che non sanno dare una prospettiva alla politica della D.C., ma uomini che si pongono la soluzione di questo problema sul terreno del realismo politico e in termini di interesse generale del Paese, e non affidandosi a formule astratte o a visioni romantiche come spesse volte accade.
Amici, noi abbiamo l'abitudine di ridurre tutta la vita dello Stato e l'azione della D.C. alla politica sociale. Ma la politica dello Stato non è solo politica sociale! Dimentichiamo che se noi non accettiamo dello Stato moderno, formato dall'apporto liberale per un verso e fascista dall'altro, le strutture sociali, non accettiamo neppure le strutture amministrative e burocratiche. E vi è da dire molto nel campo della trasformazione dello Stato. Ma noi di questi problemi non parliamo mai perché non si può ottenere un successo elettorale, per esempio, con la riforma amministrativa studiata dall'on. Lucifredi, perché questa non dà la possibilità di frasi ad effetto. Con la politica sociale, invece, ci si può tutti presentare come progressisti e ottenere grandi applausi dalla folla. Ma bisogna che la D.C. si ponga tutti i problemi. Sono perciò d'accordo con la proposta formulata dall'on. Fanfani circa la costituzione di una Commissione che controlli l'attuazione del programma e l'azione del Governo nella politica di sviluppo, ma propongo che il controllo si estenda a tutti gli aspetti della vita del Paese. E ve ne sono tanti e di tanta importanza.
Anche la politica estera può contribuire ad allargare o meno i consensi allo Stato democratico. Chi ha detto che noi siamo contro la distensione? Ma, amici, che cristiani saremmo se non operassimo per la pace? Noi condanniamo la guerra, noi vogliamo la distensione; ma non vogliamo che essa si tramuti in arma contro la democrazia italiana, non vogliamo che i viaggi di andata e ritorno a Mosca e a Washington possano indebolire il fronte della democrazia interna, perché il giorno in cui avessimo indebolito la democrazia all'interno, quei viaggi non li potremmo fare più: li farebbero dei vassalli di Mosca e non degli uomini liberi, dei governanti di un Paese democratico. Anche per la situazione internazionale occorre una democrazia solida e sicura di sé, la quale può agire sul piano della distensione internazionale molto meglio di una democrazia debole, di un Governo che non abbia forza parlamentare.
Ma noi abbiamo una grave responsabilità: in questi ultimi anni ci siamo dedicati a tante iniziative nella politica internazionale, ma abbiamo dimenticato un punto capitale, veramente rivoluzionario, della nostra politica estera: l'unificazione europea. Che cosa abbiamo fatto perché si realizzi l'unità europea più rapidamente? perché il MEC deve attendere 15 o 18 anni per essere attuato? perché non si spinge il processo dell'unificazione politica europea? Qui è la chiave del consolidamento della D.C., qui è l'avvenire dell'Italia. Caro Fanfani, ieri giustamente, parlando da patriota, auspicavi un'Italia grande e libera, con un regime politico che potesse rappresentare un'attrattiva per i popoli che vivono sotto il dominio dei sovietici. Ma soprattutto un'Europa di questo genere sarà un faro di luce, perché noi sappiamo benissimo che i popoli satelliti, oggi inseriti in un sistema economico così rigoroso, restaurati alla libertà non potrebbero più tornare alle loro economie prebelliche, ma avrebbero bisogno di essere inquadrati nella comunità economica e politica europea.
Amici, operando in questo senso potremo ampliare i consensi allo Stato democratico. Ma non potremo realizzare questo programma se non realizziamo prima di tutto l'ampliamento dei consensi attorno al nostro Partito. Fanfani ha detto ieri che l'era delle correnti è finita, e sia ringraziato Dio se è così. Molto abbiamo sofferto durante questi armi e il Partito oggi piange amaramente le conseguenze di questo sistema delle correnti organizzate, che aveva diviso i democristiani in figli legittimi e illegittimi. Il risultato è stato che i maggiorenti della Democrazia Cristiana hanno dovuto combattere una battaglia precongressuale dicendo male uno dell'altro. Ma questo Congresso è già una condanna delle correnti, che hanno fornito una miniera di argomenti alla propaganda comunista contro la classe dirigente della Democrazia Cristiana.
Ma, forse, tutto ciò che è avvenuto qui è stato un bene: le discussioni sono valvole di sicurezza e quello che conta è che il Partito non è esploso e non può esplodere. C'era una tensione e il Congresso ha funzionato da valvola. Adesso riprendiamo il cammino. Questo Congresso deve segnare una ripresa dell'azione della Democrazia Cristiana. Lo ha detto un giovane parlamentare, Rampa: « Se il comunismo è in marcia, se la situazione è difficile, la colpa è di tutti noi: mettiamoci tutti uniti al lavoro e affrontiamo questo problema ». Mi piace finire il mio discorso con queste parole di un giovane, che cerca di ristabilire l'unità con una prova di sincerità e con un atto di amore alla Democrazia Cristiana. Che questo amore per il nostro Partito possa far superare le nostre discordie e segnare la via per il trionfo della democrazia italiana!

On. Mario Scelba
VII Congresso Nazionale della DC
Firenze, 28 ottobre 1959

(fonte: biblioteca Butini)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014