LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

VII° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

Paolo Emilio Taviani, alla celebrazione del VII Congresso nazionale della DC, svoltosi nell’ottobre 1959 a Firenze, ricopriva la carica di Ministro delle Finanze nel Governo Segni.

Questo VII Congresso conclude e risolve un dibattito iniziato nei precongressi due mesi or sono. Esso deve e può essere, come è stato già osservato da questa tribuna, qualcosa di più che un consuntivo e potrà esserlo, potrà essere veramente un Congresso di portata storica, se ciascuno di noi esporrà con chiarezza il proprio punto di vista, prendendo chiara posizione nei problemi che già nei precongressi e qui, in questo inizio di discussione, si sono dimostrati più dibattuti e controversi. Sarà questo il migliore contributo all'unità del partito. E' sulla base di chiari e concreti discorsi politici che si possono operare le scelte, altrimenti non si hanno delle maggioranze e delle minoranze, ma dei gruppi di potere; chiari e concreti, e in questo senso, forse in questo solo senso, concordo con l'amico De Mita, che cioè è meglio fare dei discorsi semplici, concreti sulle posizioni e sulle questioni politiche del momento, piuttosto che discorsi di impostazione ideologica e culturale. Anche perché io spero che sulla impostazione ideologica non ci siano fra noi divergenze, dal momento che siamo tutti cittadini dello stesso partito e l'unità del partito allora dal dibattito libero e chiaro potrà non soltanto mantenersi, ma consolidarsi, prescindendo da intolleranze, da faziosità e da pregiudiziali cristallizzazioni.
Si è parlato molto delle correnti, della necessaria compattezza del partito, della disciplina di tutti alle decisioni unitarie del partito. C'è nel Congresso un'atmosfera nettamente ostile alle correnti. Spero quindi, ed ho ascoltato con molto piacere le dichiarazioni di stamane del Segretario politico, che non si ponga neppure il problema della proporzionale, perché la proporzionale fissa e cristallizza le correnti e ne perfeziona l'organizzazione. Credo di non fare una grossa scoperta dicendo che se vogliamo essere realisti, sarà difficile, direi impossibile, eliminare in un grande partito come il nostro le correnti. Ma penso che si possa e si debba cominciare sul piano concreto un serio tentativo di limitarne la natura e le manifestazioni esterne di caratterizzazione e di propaganda. E nel settore della stampa e delle agenzie un comune sforzo di contenimento e di disciplinamento potrebbe essere compiuto. Qualcosa del genere è stato fatto con successo durante la seconda segreteria De Gasperi e si potrà, anzi si dovrà ritentare.
Circa la disciplina o più semplicemente il problema dei « franchi tiratori », la deplorazione e la condanna non hanno attenuanti e, come giustamente è stato detto, non può esserci alcuna amnistia né sul piano morale né sul piano politico. Oltre tutto la vocazione politica chiede come elemento essenziale il coraggio e fare della politica con viltà è contro la natura delle cose prima di essere contro la morale. Ma non basta la condanna: occorre fare qualcosa di concreto anche perché non è giusto né politicamente giovevole alla compattezza e all'unità delle nostre forze che si diffonda nel partito e nell'elettorato uno stato di sospetto nei riguardi del Gruppo parlamentare, che pure ha diritto a quel riconoscimento e a quella solidarietà che non possono essere posti in dubbio dal gesto di alcuni traditori. Sono stato lieto di ascoltare la proposta che ha fatto ieri il Presidente Zoli circa un'azione parlamentare per affermare la preminenza dello scrutinio palese sul segreto: prima ancora che una operazione politica sarà un'opera di moralizzazione. Come sarebbe anche una bella opera di moralizzazione se si riuscisse ad eliminare il metodo delle preferenze.
Si è discusso del Governo, della sua attività e della formula. Abbiamo sentito dire da parte dell'on. Barbi e da parte di Forlani che bisognerà sostenere il Governo. Per altro non loro, certo, ma chi pure sembrava e sembra condividere le stesse idee ha rivolto nei precongressi e nelle sezioni critiche inesatte e ingiuste al Governo Segni. Durante il dibattito non mancheranno né il modo né il tempo per rispondere ad esse. Ma sono sicuro che quando le polemiche si saranno temperate in un clima più sereno e più idoneo al giudizio, si vedrà da parte di tutti quanto intensa, dinamica ed efficace sia stata l'opera compiuta dal Governo Segni in ogni campo e particolarmente sul terreno sociale.
Ma più a lungo si è discusso e si discute sulla formula del Governo. Ho già detto e scritto più volte, e non ho nessuna esitazione a ripeterlo qui dinanzi al Congresso, che non ritengo che la formula monocolore sia l'« optimum ». Non è responsabilità della D.C. se una collaborazione in grado di garantire stabilità ed efficienza non si è presentata e non si presenta ancora possibile. Non è che la formula monocolore comporti un minore slancio sul piano sociale e comunque nell'affermazione del nostro genuino programma, tutt'altro: si potrebbe dire anzi il contrario, se guardiamo l'esperienza dei due ultimi Governi monocolore; ma quello che non possiamo dimenticare, e non dimentichiamo, è la vocazione collaborativa del nostro partito, vocazione insita nella stessa sua natura di partito di cattolici, vigile e sensibile a consolidare i valori unitari del Paese, a impedire qualsiasi eventuale motivo di speculazione intorno al famoso steccato di cui parlò De Gasperi nella sua ultima lettera. Su questa posizione abbiamo già avuto occasione di esprimerci con sufficiente chiarezza nel IV Congresso, svoltosi a Roma.
Ci è stato detto anche qui, ma molto se ne è discusso e parlato e stampato, che con l'attuale Governo si sarebbe operata una scelta politica. Esso è sorto proprio con una dichiarazione di assoluta fedeltà al programma elettorale e di tale programma ha già portato a compimento alcuni punti. Parlare di una scelta politica a destra contrasta con i fatti e con le dichiarazioni precise, inequivoche del Governo e del partito. Non credo che esista soltanto un pericolo a sinistra e non ne esistano a destra. Pericoli per la linea democratica possono sorgere da ogni parte e bisogna sempre restare vigili e attenti. Tuttavia mi sembra ovvia nell'attuale contingenza una consistente differenza di pericolosità. Io non sono tanto pessimista, De Mita, da ritenere che i cattolici italiani siano oggi democraticamente così fragili da temere una involuzione verso forme autoritarie o paternalistiche solamente perché al nostro programma, alla nostra azione coerente, alla linea politica del partito vengono anche dei voti da destra. La pericolosità del comunismo e dei suoi alleati non sta nella possibilità di involverci verso forme comuniste (una involuzione di questo genere è altrettanto irreale quanto quella fascista), ma nella effettiva capacità, nella reale potenzialità che hanno i comunisti e i loro alleati di prendere il sopravvento e quindi di sopraffare i sostenitori e i difensori della democrazia.
Ma dal riconoscere che questo è un Governo di dovere al lasciar intendere un'aspirazione, quasi una necessità di nuove elezioni, c'è evidentemente un gran salto. Io penso che di nuove elezioni si possa, anzi si debba parlare solo nei termini in cui Moro ne ha parlato al convegno dei Segretari provinciali del luglio scorso quando indicò il punto di rottura nel caso in cui la moderazione, la discrezione e la unilateralità dell'atto sostitutivo del Governo venisse meno. Allora — ha detto Moro — ci può essere il titolo, la carta per chiedere al corpo elettorale un diverso giudizio. Non illudiamoci — egli continuava — che sia tanto facile ottenere situazioni nuove finché non sia dimostrato che abbiamo utilizzato con dignità, per quanto potevamo, in conformità dei nostri programmi, quelle prospettive che, benché modeste, erano offerte dalla situazione. Al di fuori di questa eventualità, e cioè di un ricorso al Paese per responsabilità a noi estranee, si tratterebbe veramente di un'avventura, e di una per lo meno inutile avventura. Non può essere valido l'esempio britannico, dove i governi ricorrono disinvoltamente, e in questo dopoguerra due volte su tre con successo, all'anticipazione della data elettorale. Non può essere valido perché là vi sono, col sistema uninominale e il bipartismo, delle condizioni completamente diverse, bastando poche centinaia di migliaia di voti, anche meno dell'un per cento dell'elettorato, a modificare sostanzialmente, se non addirittura capovolgere la situazione. Questo argomento non avrei desiderato toccarlo, data la delicatezza delle competenze che esso comporta, ma l'ho accennato perché se n'é parlato un po’ dovunque, nei precongressi. Ed è con questo argomento che si è lasciata intravvedere un'alternativa concreta all'attuale situazione parlamentare.
Problema essenziale della situazione politica italiana — credo che questo possa essere riconosciuto da tutti — rimane ancora la presenza attiva e pressante del partito comunista. A proposito della quale vorrei dire, amico Forlani, che tu hai fatto qui un quadro utile e opportuno per la tesi che andavi sostenendo, ma che non è certo reale, almeno non è reale nella nostra realtà del Settentrione e credo non sia reale neppure nella realtà del Mezzogiorno d'Italia. La distensione internazionale, che tutti auspichiamo come strumento di pace nella libertà per la nostra generazione e per le generazioni che verranno, muterà alcuni termini della polemica, ma non può mutare la sostanza della lotta politica in un Paese come il nostro, dove l'ideologia totalitaria più seria e coerente che si sia mai conosciuta ha oltre sei milioni di seguaci e quattro milioni di fiancheggiatori.
Tutto lascia anzi prevedere che quanto più si renderà possibile la coesistenza internazionale fra due differenti concezioni della vita dei singoli e della società, tanto più sarà acuta al nostro interno la lotta politica. Le due concezioni, infatti, hanno il diritto di coesistere nel campo internazionale su di un piano di rapporto di forze. Non è per l'accettazione dei temi della propaganda sovietica, ma per la fermezza del mondo occidentale che ha bloccato la politica di espansione dell'Unione Sovietica che oggi si può lavorare concretamente per far si che la coesistenza perduri evolvendosi in un reciproco rispetto di sfere d'azione, di sviluppo interno e di influenze esterne. Ci auguriamo che quest'opera abbia pieno successo perché tutti desideriamo la pace e non ci siamo mai stancati di dichiarare, anche a rischio di essere monotoni o criticati, che la difesa la concepiamo appunto come difesa della pace e della libertà. Ma ce lo auguriamo sinceramente anche perché in una coesistenza internazionale di questo genere sarebbe certamente la nostra concezione della vita che finirebbe per prevalere. Come potrebbero coesistere, infatti, in armonia due concezioni così antitetiche all'interno di uno stesso Paese? In politica non vi può essere equilibrio di potenza ma solo un'azione continua per realizzare concretamente quei principi sui quali la società si fonda. Quando i principi, non dico i programmi, divergono radicalmente non vi può non essere la lotta politica.
E qui s'innesta il discorso sul Partito Socialista Italiano. Ho già detto al Consiglio Nazionale che il nostro no al socialismo di Nenni non è un no dogmatico né irrevocabile. Noi crediamo che in qualsiasi forma si realizzi e si manifesti, in quella comunista, fascista, nazionalista o pseudo religiosa, l'integralismo politico sia il peggiore nemico della democrazia e del cattolicesimo. Sul piano ideologico nessuna confusione è possibile tra la nostra dottrina e quella socialista. Non è dunque per motivi ideologici che vediamo impossibile oggi una concreta collaborazione con il socialismo di Nenni, ma è perché egli è tuttora legato al comunismo e quando nel suo campo si accenna a qualche tentativo di sganciamento si parla di neutralità. Con i comunisti non si può essere neutrali: o li si combatte o si soccombe. Noi li conosciamo molto bene: li abbiamo conosciuti fin dal tempo della Resistenza, li abbiamo anche apprezzati per la tenacia e la durezza della loro azione, e appunto per questo sappiamo che dobbiamo combatterli senza alcuna titubanza.
Si è parlato di un complesso di inferiorità, di un complesso di paura del socialismo nei confronti del comunismo; ma non c'è forse anche in taluni settori fuori e dentro del nostro partito un complesso di inferiorità nei riguardi del partito socialista? Ma si crede veramente che andare incontro ai socialisti, preoccuparsi sempre di loro sia il miglior modo per troncare gli equivoci e favorire lo sbocco verso nuovi sviluppi della situazione politica italiana? E lo stesso De Gasperi, che aveva sempre presente il problema del socialismo, disse molto chiaramente a Napoli che con il socialismo come con qualsiasi altro bisogna trattare da una posizione di forza. L'unica posizione di forza che oggi è possibile è quella di andare avanti per la nostra strada lasciando ad altri la scelta del tempo e del modo di uscire dall'immobilismo e di inserirsi nel processo di sviluppo del Paese. Noi dobbiamo essere costanti, pazienti. Sette anni or sono, nel 1952, l'equivoco della destra, che si presentava come forza nuova in espansione, venne spazzato dall'elettorato. E oggi sarà nuovamente l'elettorato a risolvere l'equivoco socialista, se i dirigenti del Partito Socialista Italiano non sapranno provvedere in tempo e se noi sapremo restare forti e uniti.
Si è molto parlato di centro-sinistra ma le interpretazioni che se ne danno sono così polivalenti che non appare facile fare il punto sull'argomento. Tuttavia se s'intende con questa formula avere riguardo alla topografia parlamentare, si dovrebbe riconoscere che una prospettiva di tal genere ben difficilmente potrebbe realizzarsi senza scavalcare Saragat e puntare decisamente sullo sblocco del centrismo; in questo le posizioni di alcuni fra i basisti sono le sole che abbiano un rigore logico. Peraltro non mi paiono, nelle attuali condizioni, in alcun modo accettabili per le ragioni che ritengo aver dimostrato.
O forse per centrismo s'intende mantenersi fedeli al nostro programma per operare una seria e decisa azione sociale e insistere con rinnovata energia nell'opera di consolidamento e perfezionamento dello Stato democratico? Ma su questo siamo certamente, sinceramente e pienamente d'accordo e il rilancio del piano Vanoni, attraverso il suo aggiornamento, vuole essere appunto un rinnovato impegno programmatico che vada al di là di impostazioni frammentarie e settoriali.
Nel campo più strettamente di competenza del dicastero delle Finanze l'aumento delle entrate ha continuato e direi ripreso, dopo il rallentamento della recessione, il suo ritmo, il che non autorizza certo illusorie programmazioni, ma ci ha permesso, nella costante fedeltà alla linea Vanoni e nonostante il grave peso della copertura per gli statali (oltre 100 miliardi), di procedere ad alcuni sgravi nel settore dell'agricoltura, quello che, secondo il parere autorevole dei maggiori studiosi del piano e del suo aggiornamento, dovrà richiamare nel prossimo avvenire la maggiore attenzione anche sotto il profilo fiscale. Si è potuto anche provvedere ad alcune semplificazioni, come nel Registro e nell'IGE all'ultimo passaggio, eliminando una imposizione incongruente e non redditizia su oltre un milione e mezzo di contribuenti. E tutto ciò, non in senso frammentario, ma nel quadro organico di una riforma che si va gradualmente attuando. L'aumento rilevante del gettito dell'imposizione diretta dimostra che la lotta all'evasione continua con intensità e con successo assai più consistente di quanto non sappia l'opinione pubblica. Se un giorno potremo fare un'esposizione ordinata e documentata si riscontreranno dati e cifre che saranno la chiara testimonianza della fecondità di un'opera che, iniziata e consolidata dal personale impegno di Vanoni, è stata poi validamente proseguita dai suoi successori.
Ma a proposito della politica di sviluppo democratico e sociale anche ai fini di quell'allargamento dei consensi popolari da tutti auspicato, vorrei dire una parola sulla politica europeistica. La riaffermata volontà di un nuovo ed efficace impulso all'unità europea non si collega, come qualcuno anche in buona fede e per errore ritiene, alla politica di sicurezza. Per essa rimane fondamentale il Patto Atlantico. La politica dell'unità europea è soprattutto la condizione indispensabile per una durevole politica di consolidamento democratico, di sviluppo economico, di progresso sociale.
Le unità di misura contemporanee sono in tutti i campi troppo grandi rispetto alle dimensioni nazionali. Per esempio, le inevitabili grandi dimensioni di taluni settori industriali, postulate dal progresso tecnologico, esigono i grandi mercati e le grandi dimensioni politiche, proprio per ridimensionare la pressione dei gruppi di potere nella struttura dello Stato ed eliminare le strozzature monopolistiche, senza bisogno di ricorrere allo statalismo. Lo statalismo, il socialismo non sono affatto sinonimi del progresso. Il necessario intervento dello Stato è uno degli strumenti della politica economica, non è un'alternativa progressista; così come non è né deve essere un'alternativa conservatrice l'iniziativa privata. Si può essere conservatori in Inghilterra dove vi è da conservare una situazione di progresso che desta l'ammirazione del mondo, ma in Italia la situazione è diversa. Da noi non è neppure accettabile l'antitesi progresso-conservazione, un'antitesi che non si può isolare ma che finisce con l'essere assorbita dall’antitesi democrazia-totalitarismo.
E qui torna un discorso su un altro problema: quello dei rapporti con i liberali. Ho già detto che non è possibile alcuna confusione con il liberalismo. La nostra critica al liberalismo ha origini lontane quanto le origini stesse della D.C. ed il recente discorso di Moro di commemorazione di Sturzo ce ne ha offerto una lucida testimonianza; ma non si può fare dei liberali un blocco solo con la reazione solo perché dimostrano di non rendersi conto in Italia di una realtà di cui si rendono conto, per esempio, i liberali inglesi. Il metodo democratico, quando il suffragio sia universale, e non ristretto o mistificato come nei regimi comunista, fascista e salazariano, è già di per se stesso sostanza politica. Il consolidamento dello Stato di diritto ed il suffragio universale sono premesse necessarie di una altrettanto necessaria conseguenza: la diffusione del benessere economico e del progresso sociale.
Ma, al di là di queste considerazioni, io mi domando: perché si deve vedere la polemica interna di partito prigioniera della classica alternativa fra liberalismo e socialismo? Già la forza della prima D.C. fu quella di superare il dilemma, favorita anche dal fatto che i cattolici italiani erano rimasti per gran tempo praticamente estranei alla polemica. Quando la D.C. è ricomparsa sul piano politico la situazione mondiale era profondamente cambiata anche nei suoi aspetti economico-sociali. Nuove concezioni si erano affermate, che superavano la classica alternativa fra liberalismo e socialismo. Il capitalismo classico era ormai in via di profonda trasformazione. E così la D.C. ha potuto inserirsi nella realtà economica nuova innestando la eredità del Partito Popolare in una visione moderna e realistica. La D.C. ha preso il suo posto in tutte le strutture del Paese, dove non solo ha dato ma ha anche assorbito i valori risorgimentali dello Stato, ed è maturata attraverso una profonda esperienza. Tutto ciò ha contribuito a dare al nostro partito un contenuto politico e ideale sempre più saldo, quel contenuto che abbiamo ritrovato stamane nella magnifica relazione dell'on. Moro, che non è stata solo una chiara lezione universitaria, caro De Mita, ma una presa di posizione sui problemi di fondo e sui problemi politici contingenti della situazione italiana.
Amici congressisti, la nostra unità non è incrinata dalla varietà dei discorsi sulle valutazioni contingenti perché è garantita dalla compiutezza unitaria del nostro contenuto politico. Ho cominciato col prendere posizione sugli argomenti sui quali si sono avute differenze fra noi nel dibattito precongressuale o in questo inizio di dibattito congressuale. Desidero terminare sottolineando che deve essere il nostro programma a rinsaldarci e ad unirci. Risolviamo in un sereno dibattito le nostre differenze e riprendiamo il cammino. Sarà una via non priva di lotte e di sacrifici, come lo è stata la Resistenza, come lo è stata la ricostruzione, morale e materiale, del Paese; ma voglia Iddio e vogliano le nostre concordi volontà che sia una via di vittoria per la libertà ed il progresso del popolo italiano.

On. Paolo Emilio Taviani
VII Congresso nazionale della Democrazia Cristiana
Firenze, 24 ottobre 1959

(fonte: biblioteca Butini)

* * *


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014