LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA CADUTA DI FANFANI: INTERVENTO DI ANTONIO SEGNI AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 16 marzo 1959)

Il Consiglio nazionale della DC del marzo 1959 deve approvare la soluzione data alla crisi del Governo Fanfani (dimissionario a causa dei ripetuti agguati di “franchi tiratori”) ed eleggere il nuovo Segretario politico del partito, dopo le dimissioni di Fanfani.
Il nuovo Presidente del Consiglio Antonio Segni, al suo secondo governo, sente il peso della responsabilità della guida del Paese in un momento di forti tensioni dentro la Democrazia Cristiana. Segni è uno dei principali rappresentanti di quella nuova corrente interna alla Dc, i dorotei, che spaccando in due il correntone di Iniziativa Democratica ha portato Fanfani in minoranza.
Nel suo intervento Segni sottolinea che alla situazione (della crisi del governo Fanfani e della nascita del suo) hanno contribuito non solo gli errori democratici cristiani (pur non dicendolo, appaiono imputabili alla precedente gestione fanfaniana del partito), ma anche le incertezze di altri partiti quali il PSDI (diviso al suo interno) e il PRI. Verso i sostenitori all'interno della DC della linea dell'apertura verso il Partito Socialista di Nenni, Segni parla di complesso di inferiorità che avrebbero avuto nei confronti del PSI. Nenni come una dama corteggiata: più lo corteggi, più si tira indietro.
Segni sostiene che Nenni sembra rappresentare il cavallo di Troia per far entrare il Partito comunista nell'area di governo. In un'area di governo nella quale il PSI porterebbe, secondo Segni, un'ambiguità sulla politica estera dell'Italia molto pericolosa per il Paese.
Segni difende il suo governo monocolore, non mitizza la socialdemocrazia e non demonizza il Partito liberale.

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Signor Presidente e cari amici,
l'ampia discussione ha toccato tutti i punti della questione: e ha dimostrato, mi pare, alcune sostanziali identità di vedute. In ogni modo il mio compito è facilitato non solo dalla discussione ma anche dalle dichiarazioni da me rese al Parlamento, sia nei discorsi di presentazione, sia nelle repliche. A queste dichiarazioni perciò mi dovrà richiamare in parecchi punti per chiarire, il più brevemente possibile, la posizione del nostro partito.

La responsabilità ed il dovere del nostro partito

La posizione del nostro partito nel Parlamento e soprattutto nel Paese è tale da imporci delle responsabilità particolarmente gravi: la D.C., non solo per il numero, ma anche per i suoi principi e per i suoi ideali, ha una posizione tutta particolare. Non abbiamo solo la responsabilità del nostro partito, abbiamo la responsabilità dell'intero Paese, del suo ordinamento, della sua civiltà, delle sue idealità, soprattutto religiose: non dobbiamo dimenticarlo. E' con questo spirito che si è svolta tutta la procedura per la formazione del nuovo Governo. Non ci possiamo permettere il lusso, che sarebbe in molti casi agevole, di fare come altri partiti, i quali possono rifiutare di partecipare alla formazione del governo; questo noi non possiamo farlo. Quando si parla di stato di necessità, si dice una cosa inesatta; noi abbiamo verso il paese un grande dovere e dobbiamo accettarlo e compierlo senza riserve, sacrificando, se occorre le nostre aspirazioni i nostri interessi personali. E' facile agli altri partiti a noi vicini declinare gli inviti, perché non hanno che il dovere di considerare l'interesse del loro partito e può loro in certi casi convenire di stare all'opposizione per le condizioni interne del partito stesso. Noi non possiamo regolarci in questo modo, ma dobbiamo invece accettare in pieno le responsabilità che la Provvidenza ci ha imposto. Mi pare perciò che la visuale vada orientata su questo punto: sul nostro dovere. Ricordo De Gasperi, che nel 1947 quando vi fu la minaccia che la presidenza del consiglio e la direzione politica del paese passassero ad altri, combatté una battaglia - e non per voluttà di potere, come si è voluto dire da qualche parte - dettata dalla responsabilità che egli aveva come capo del partito, responsabilità che purtroppo è caduta anche sulle nostre spalle, molto più deboli delle sue.

Le incertezze del PSDI e del PRI

Questa responsabilità ci deve portare naturalmente anche ad un indagine sulla situazione parlamentare e di partito, ma una indagine senza autolesionismo. Nelle discussioni di questo mese e mezzo ho notato quasi una voluttà all'autolesionismo da parte di democratici cristiani. E' chiaro che se cominciamo noi a recitare troppo affrettatamente il “mea culpa” anche gli altri si precipitano su di noi e prendono a testimonianza il nostro atteggiamento per attaccarci. In verità, se la crisi vi è stata, le responsabilità sono state tante e grandi anche da parte di altri partiti: e l'ho dichiarato anche in Parlamento. Se da parte nostra ci sono stati errori, non si deve né sottovalutare né dimenticare la responsabilità degli altri. Sono perciò perfettamente d'accordo con Gui quando ha sottolineato ampiamente, qui e altrove, la responsabilità di altri partiti all'origine della crisi. E' vero, abbiamo avuto fenomeni assai deplorevoli, quali i franchi tiratori, ma non dimentichiamo l'incertezza continua dei repubblicani divisi in due fazioni che rendeva loro impossibile aderire a qualsiasi governo, né andare oltre l'astensione. Anche recentemente, quando venne loro offerta la collaborazione prima per il reincarico a Fanfani e poi per la formazione di questo governo, la risposta fu sempre negativa: o astensione, o addirittura voto contrario.
Non dimentichiamo le vicende del partito socialdemocratico; le ho ricordate alla Camera e dissi che nonostante i nobili sforzi di Saragat per salvare l'unità del suo partito, il partito si è frantumato. Di fronte alla proposta fatta nel corso della crisi per la formazione di un governo a tre, si rispose che dopo la crisi del P.S.D.I. questo governo non avrebbe potuto avere, conti alla mano, la maggioranza.
Non enumererò altri fatti che si sono verificati e possono essere anch'essi considerati nel quadro presente, perché non riguardano la formazione del governo, ma riguardano uno stato antecedente di cui non mi voglio occupare. Ma anche nel considerare il passato e i fatti precedenti alla crisi non dobbiamo sottovalutare certi fenomeni patologici, che si sono prodotti nel nostro partito e le cause che li hanno provocati.

Il PSI e la politica estera

Al momento della crisi, la situazione parlamentare presentava : i socialdemocratici decisi all'opposizione per la loro situazione interna e i repubblicani ugualmente contrari. Quale altra possibilità ci si offriva? Non so se in questi mesi, o in questi anni, non abbia dominato nel partito e nell'opinione pubblica, addirittura un complesso di inferiorità verso il partito socialista italiano, un complesso freudiano, qualche cosa che a noi è sfuggito ma che ha posto in primo piano, da Pralognan in poi, e forse anche prima, il P.S.I. e il suo leader Nenni. Questo complesso di inferiorità mi pare che permanga e faccia sì che Nenni, come una dama corteggiata, si tiri indietro per attirare di più i corteggiatori. Più si tenta di corrergli dietro, e più lui sfugge. Può darsi che le situazioni vengano a mutare, può darsi anche che questo allargamento della piattaforma democratica verso sinistra un giorno o l'altro possa riuscire; ma qual'è la situazione attuale della quale noi dobbiamo tener conto nella formazione del governo? Oggi Nenni costituisce una carta per l'allargamento della piattaforma democratica o costituisce un cavallo di Troia per far penetrare il comunismo nella cittadella democratica? E' una questione che forse merita qualche parola. E se qualcuno di noi può apprezzare in un certo senso i risultati del Congresso di Napoli, nessuno deve dimenticare un grave fatto e cioè che la nostra politica interna (e questo dissi già alla Camera come dato fondamentale per giustificare la nostra posizione nei confronti del P.S.I.) è strettamente legata alla nostra politica estera e che noi non possiamo accettare un allargamento della piattaforma democratica se non ci troviamo d'accordo non solo su un piano di politica interna, ma anche su un piano di politica internazionale. E sul piano della politica internazionale le posizioni del socialismo sono quanto mai ambigue ed essendo ambigue, estremamente pericolose. In un momento critico come l'attuale, in un momento in cui le sorti del Paese possono correre gravi pericoli, soltanto con la solidarietà del fronte occidentale noi possiamo scongiurare i pericoli di oggi. Io sono abbastanza vecchio da ricordare le esitazioni del 1914, e le esitazioni del 1938. Non dimentichiamoci la fine di luglio - primi di agosto del 1914 - molti di voi per fortuna non se la possono ricordare - ma noi che abbiamo vissuto quelle giornate, che abbiamo vissuto le giornate di Monaco, sappiamo bene quanto l'incertezza di un determinato schieramento può avvicinare un conflitto. Ecco perché (a prescindere dalle gravi ragioni ideali e di politica interna) in questo momento non possiamo parlare di un allargamento verso il P.S.I. e infatti, qui non se n'è parlato.
Ma devo continuare sull'argomento della politica estera, per dire che troppo poco se ne è parlato in questo Consiglio Nazionale. Si è parlato poco dei principi fondamentali di essa e della necessità che sia servita da un raggruppamento governativo che creda senza sottintesi, senza avere in sé delle sfumature. Mi dispiace notare come lo stesso on. Saragat abbia avuto recenti tentennamenti nella politica estera contando forse di avvicinarsi ai socialdemocratici tedeschi, o ad altre formazioni dello stesso colore politico.
Debbo aggiungere che nella politica estera non siamo degli oltranzisti, vogliamo tutelare la pace, la nostra indipendenza, la nostra libertà politica e religiosa.
In questo momento sono in giuoco molte cose, nello scacchiere internazionale, per cui non è con una politica intercambiabile che possiamo salvaguardare gli interessi maggiori, fondamentali del popolo italiano: occorre adottare una coerente linea di politica estera.

Un Governo democristiano con un programma democristiano

La formazione risultata dalla serie di osservazioni e di contatti è stata quella di un governo fondato su un programma del nostro partito, un governo democristiano.
Su questo punto i due Gruppi Parlamentari e la Direzione del Partito furono d'accordo: che non dovevano cioè essere dominati dal complesso di inferiorità di rinnegare il nome democristiano solo perché questo governo era formato tutto da democristiani, con un programma democristiano.
Ci è stato rimproverato di aver posto l'accento sul carattere di fede politica e di fede religiosa, nella formazione e nel programma del Governo. Non credo che questo rimprovero suoni tale per noi; è anzi, un titolo di onore per me personalmente e per gli amici che dividono con me la loro fatica, essere qualificati come un Governo democristiano con un programma del partito democristiano.

La formula attuale e le precedenti

Del resto la formazione attuale non è senza precedenti nella nostra storia parlamentare. L'ho ricordato in Parlamento: il primo precedente ci viene proprio da De Gasperi, il quale nel maggio 1947 - ed è quindi una storia recente, che tutti possono ricordare - si dimise per l'intollerabilità della situazione creatasi nel Governo tripartito con i socialcomunisti, intollerabilità di posizione per cui tutta l'opera di governo veniva sfruttata, in tempi diversi, a scopi propagandistici di partito. Sembrò, a un certo momento, che la situazione richiedesse di affidare l'incarico ad un uomo di altro partito. Ricorderete anche che, per parecchi giorni, il nome di Nitti fu in primo piano. Venuta a cadere questa ipotesi, Alcide De Gasperi si accinse da solo a formare il suo governo, integrandolo con collaboratori non democristiani che intervennero nel governo a titolo personale: mi riferisco a Einaudi, Sforza e Del Vecchio; le forze politiche e parlamentari su cui il governo era appoggiato, erano le forze democristiane, forze che naturalmente non avendo da sole nella Costituente la maggioranza, dovettero accettare l'aiuto di altri partiti tra cui il gruppo numeroso dei qualunquisti, che assicurò il passaggio nel voto di fiducia.
Questo governo democristiano fu quello che condusse alle elezioni del 1948 e alla vittoria del 18 aprile che tutti noi ricordiamo.
Altri governi monocolori furono quelli degli amici Pella e Zoli e non mi soffermo sui tentativi non riusciti di De Gasperi e Fanfani, e su questi non si sono fatte certo le questioni che si sono fatte sul mio. In ogni modo quella esperienza ci ha dato due elementi positivi: nessuno di questi governi ha abbandonato la linea programmatica e la linea ideale del partito, nessuno di questi governi ha mancato al suo scopo di mantenere il potere in salde mani e di preparare per il domani anche un progresso del partito in campo elettorale.
Non che io con questo chieda, pretenda o pensi di fare elezioni; tutt'altro. Voglio soltanto rilevare che tanto il governo De Gasperi, uscito dalla crisi nel 1947, quanto il governo Zoli, uscito da una crisi nel 1957, nonostante fossero governi monocolori, con una maggioranza parlamentare, ma non governativa, non ebbero danno da questa formazione e poterono realizzare concreti successi elettorali (seppur in grado molto diverso). Cosa che il governo del 1953, nonostante fosse sostanzialmente fondato sulla coalizione di centro, non riuscì invece a realizzare.
Quindi l'attuale situazione politica non è una posizione nuova, che non abbia precedenti. Con questa posizione - l'ho già detto - non abbiamo rinunciato a nessuna delle nostre idealità. Ho dichiarato in Parlamento e lo dichiaro qui, che il programma del partito non è stato contrattato; è opera esclusiva del governo, che lo discusse ampiamente al Consiglio dei Ministri sulle direttive che sono state date dai Gruppi Parlamentari e dalla direzione del Partito. Del resto mi pare che si sia riconosciuto che il programma è un programma democristiano, che non attinge ispirazioni da altra parte che non sia il programma della D.C.. Si sono invece formulate altre obbiezioni, altri dubbi: obbiezioni e dubbi che devono essere certamente considerati. Mi pare non valido il dubbio riguardo alla formula e all'etichetta, perché l'etichetta non è sempre conforme al contenuto del recipiente. Quel che conta è la volontà politica di realizzare un determinato programma e questa volontà politica nel governo c'è, e nel partito mi pare ci sia egualmente. Quanto al valore di certe formule vi porterò un esempio : se c'è stato un disegno di legge discusso, contestato, combattuto e agitato come segnacolo di qualche cosa di veramente molto nuovo, è stato il disegno di legge sulla riforma dei contratti agrari. Ebbene, quel disegno di legge porta la firma mia e del guardasigilli Grassi, un Liberale, e il governo che lo approvò era un governo di coalizione a due: noi e i liberali. Il disegno di legge che certamente ha colpito di più l'opinione pubblica, specie di talune categorie, fu approvato da un governo nel quale non c'erano socialdemocratici. I socialdemocratici, anzi, presenti in una fase successiva, non erano molto favorevoli.
Questo, per dimostrare che le formule contano poco; conta invece la volontà precisa di portare avanti e realizzare un determinato programma. L'amico Zoli poté realizzare delle proposte di legge significative e importanti, nonostante, che il suo fosse un governo monocolore, proprio, per la sua volontà di portarle avanti. Io, con un governo tripartito, in cui c'erano anche i liberali, ho potuto far approvare dal Consiglio dei Ministri la legge sul Ministero delle Partecipazioni, la legge sulle ricerche degli idrocarburi e quella delle aree fabbricabili. I primi due progetti divennero leggi sotto il mio governo: due leggi che hanno certamente una importanza nel nostro orientamento politico e dimostrano una volontà politica di realizzazione; era una volontà politica di realizzazione perché ci si credeva. Questo è importante: credere in quello che si vuol fare, e noi ci crediamo: io ho sempre creduto a quello che ho detto.

Il programma

E allora veniamo più dettagliatamente alle discussioni sul programma. Si sono ripetute osservazioni già fatte in Parlamento e alle quali in quella sede ho già risposto. Ho detto che il programma non era un programma congiunturale, perché un programma che si fonda sulla attuazione dello schema Vanoni non é un programma congiunturale anche se per necessità deve venire incontro alla congiuntura. L'amico Ferrari Aggradi, che è stato discepolo e collaboratore di Vanoni, come ne sono stato amico e collaboratore io, sa bene che Vanoni riconosceva anche un aspetto congiunturale al suo schema, e riteneva che si dovesse, attraverso lo schema, riparare a quella congiuntura sfavorevole che in dieci anni poteva benissimo verificarsi. Noi vogliamo riparare alla congiuntura non con mezzi che sono temporanei o passeggeri ma permanenti e che sono la realizzazione stessa dello schema Vanoni. Questo schema che cosa dice? Ci svela i mali d'Italia e ci indica le direttive secondo le quali l'azione del governo si deve svolgere in un certo periodo di tempo per rimediare ai mali stessi. I due mali peggiori dell'Italia quali sono? Primo : la disoccupazione; secondo: la disuguaglianza fra regione e regione, categoria e categoria. Rimediando all'uno o all'altro, si opera anche potentemente e precisamente sulla congiuntura: illustrai questo argomento, e a lungo, nella mia risposta alla discussione in Parlamento.
Il programma è tutto imperniato su questo ed è inutile osservare che le previsioni di Vanoni non si sono interamente attuate. Lo stesso Vanoni faceva una ipotesi di studio. Anche lui si poneva il problema che ci potessero essere degli intralci alla realizzazione del piano: fatti internazionali o nazionali di gravità tale che potessero arrestare lo sviluppo che aveva programmato. L'importante, secondo Vanoni, era di seguire, e per intero, una linea politica sociale ed economica che non si discostasse da questo piano. Perciò egli combatté accanitamente certi provvedimenti che aumentavano i consumi a detrimento degli investimenti. Anche noi in certe situazioni abbiamo il dovere di fare delle scelte: e qualche volta la scelta comporta delle situazioni politiche in contraddizione con il piano Vanoni.
Se noi avessimo potuto attuarlo integralmente, avremmo certamente proceduto più rapidamente di quel che non abbiamo fatto. Io costituii, proprio per l'attuazione dello Schema Vanoni, una commissione, presieduta dal prof. Saraceno, la quale ha svolto degli importanti studi generali, che hanno impedito anche qualche aberrazione, di quelle aberrazioni per cui nella politica italiana, molte volte si continua a dare di più a quelli che già hanno e si dimenticano quei poveri di cui parlò il compianto amico Vanoni nel suo ultimo discorso riferendosi a due situazioni: quella della sua Valtellina e l'altra della mia Sardegna.
Dobbiamo riconoscere decisamente a questi concetti invece di correre dietro, come talvolta si fa, a quelli che, per avere una migliore struttura organizzativa, chiedono di più di quello che dovrebbero chiedere. Vanoni era proprio il difensore dei poveri senza speranza, della povera gente che non ha molte volte la voce per farsi sentire.
Ma noi li sentiamo, amici, quando torniamo alle nostre case - li sento io che non vivo perennemente a Roma, io che mi onoro di fare spesso dei viaggi verso la Sardegna - e sappiamo quale è la profonda miseria e la profonda fiducia in noi di queste povere popolazioni.
Voglio rilevare talune osservazioni che sono state fatte al piano programmatico di questo Governo e ad una sua pretesa incompletezza.
Nel mio discorso dissi che non avrei fatto un “elenco ferroviario” di tutte le questioni che sono sul tappeto ma che avrei semplicemente accennato alle più urgenti.
I due problemi più salienti e fondamentali per lo svolgimento dell'attività politica del nostro Paese sono: il problema del Mezzogiorno continentale e delle Isole, il problema delle zone depresse. Noi viviamo in quelle zone, e sentiamo la profonda importanza e il profondo impegno di questo problema per la soluzione del quale nel 1950 abbiamo votato la legge sulla Cassa del Mezzogiorno e la riforma fondiaria; problema per il quale nel 1956 ho proposto la proroga della Cassa del Mezzogiorno e nuovi finanziamenti per la riforma fondiaria. Il problema meridionale, dello sviluppo non solo dell'agricoltura ma di tutta la vita economica meridionale, ed anche intellettuale, l'elevazione delle categorie economicamente più basse, è al centro della nostra attenzione. E' un problema che ho largamente toccato, perché può considerarsi come un problema mio personale, al quale ho dato quindici anni di vita: soprattutto per la restaurazione del Mezzogiorno, ho dato tutta la mia fatica, il mio lavoro, la mia passione.
Questo noi ci siamo proposti di fare, e non vi è un punto del programma che non ricalchi i principi fondamentali che rispettano gli interessi precipui del popolo italiano, di tutto il popolo, per i quali noi ci siamo sempre battuti; quegli interessi fondamentali che dobbiamo certamente armonizzare tra loro perché non sempre gli interessi di settori o gli interessi di regioni sono in armonia con gli interessi della comunità nazionale. Questo programma noi ci proponiamo di realizzare. Come lo realizzeremo? Questa è la domanda che ci è stata fatta.

L'unità del partito garanzia della realizzazione del programma

Ebbene, se abbiamo la volontà politica di realizzarlo, io credo che le difficoltà cadranno davanti a noi. Ho spesso constatato come certe posizioni politiche cedano di fronte all'imponenza del problema e alla bontà della soluzione. Non è il primo caso in cui le opposizioni possono convergere col governo, in cui i partiti della cosiddetta destra possono votare per delle leggi che sono conformi alla nostra idealità politica.
La realizzazione del nostro programma è compito del governo tanto in politica estera quanto in politica interna, ma è l'unità del partito, l'unità dei gruppi parlamentari quella sulla quale essa si fonderà soprattutto. Ed ecco perché io ho rifiutato e credo di dover rifiutare la formula di governo provvisorio. Anzitutto con quale autorità noi andremmo a trattare all'estero se ci dessimo da noi stessi il titolo di provvisorietà? Si capisce che nei fatti umani nessuna formazione politica è eterna. Tutto quello che noi facciamo durerà più o meno a lungo secondo gli eventi, secondo soprattutto la volontà della Provvidenza. Ma accettare noi stessi la formula di governo provvisorio sarebbe stato un danno, non per il Governo, ma un danno per la nazione.
Si capisce che la formula di governo monocolore, è una formula che potrà cambiare se e quando le circostanze lo permetteranno. Ma intanto noi dobbiamo tranquillamente accettarla e realizzare tutto il massimo realizzabile nel periodo di tempo in cui il Governo potrà operare. Quindi, decisa volontà di operare con la formula che è a nostra disposizione.
Nella presentazione al Parlamento per realizzare il programma, io avevo fatto appello a molti che hanno risposto di no, e non avevo invece fatto appello a taluni che hanno risposto di si.
Non dovreste dimenticare che proprio nel chiedere il consenso sul nostro programma mi sono rivolto ai partiti con i quali avevamo collaborato (e due dei quali votarono poi contro). E mi rivolsi anche a quanti altri hanno interesse al consolidamento delle nostre istituzioni democratiche dicendo che nel votare si dovrà tener conto della volontà del Governo di attuare il programma e si dovrà tener conto anche della fede nella libertà democratica, riacquistata con gravi sacrifici dal popolo italiano, e nel progresso economico e sociale, che ci ha ispirato e ci ispira anche oggi a questo sforzo nell'interesse del Paese.
Queste stesse formule furono espresse anche nel discorso di replica dove si affermava anche la nostra volontà, l'impegno di difendere la Costituzione, di rafforzare il prestigio istituzionale democratico, e salvaguardarlo da ogni involuzione antidemocratica. Questo l'impegno che noi abbiamo preso, che indica chiaramente la nostra volontà. E' inutile perciò che voi facciate delle questioni su alcuni voti.

Impegno del Governo per una politica di progresso

Il nostro impegno è chiaro e preciso: far progredire il popolo italiano in un regime di libertà democratica salvaguardandolo da involuzioni antidemocratiche, che potrebbero venire non soltanto dai due partiti di estrema destra e di estrema sinistra, ma anche da altre parti. Salvaguardare la libertà e la nostra idealità di Patria, di famiglia e di religione: parole che qualche volta ci vergogniamo quasi di pronunciare come se proclamarci italiani e cattolici non sia veramente la nostra caratteristica essenziale, quella caratteristica, che ci ha dato oltre dodici milioni di voti. Se non avessimo preso questo impegno di salvaguardia di questi principi ideali del popolo italiano, i nostri voti sarebbero stati molto minori. La gente che ha fame, che non ha lavoro, non ha soltanto bisogni materiali, ai quali cerchiamo di venire incontro, ma ha anche bisogni ideali. E noi sappiamo che soprattutto le popolazioni meridionali hanno questa esigenza, hanno questo bisogno; e se noi siamo riusciti ad arrestare il comunismo e portare via voti alla destra e riportarli verso il centro, è soprattutto perché abbiamo avuto un progresso economico e sociale ma anche abbiamo difeso quei valori fondamentali del popolo italiano, che il popolo italiano profondamente sente. Lo ha ricordato molto bene l'amico Manzini, quando ha detto che il nostro problema non è soltanto economico, non è solo sociale, ma è anche un problema ideale e politico.
Non ci allontaneremo dalla strada finora seguita. Fondiamo il programma sullo Schema Vanoni e continuiamo nella strada seguita. Non intendiamo abbandonare l'iniziativa pubblica tanto che ho annunziato a Brindisi, e prima ancora alla Camera, che impianti industriali sorgeranno nel Mezzogiorno e anzitutto l'impianto siderurgico: impegno vecchio di Vanoni non ancora realizzato e che noi vogliamo realizzare. L'attività statale deve continuare in quelle linee in cui Vanoni l'ha sempre prevista, in cui il nostro ordinamento la rende logica e la giustifica. Ma dobbiamo anche contare sulle altre forze produttive del Paese e dare loro quella tranquillità che è prevista dalla nostra stessa Costituzione, dobbiamo armonizzare questi due grandi canali dell'attività economica. Questo significa agire secondo gli schemi programmatici di Vanoni, secondo gli schemi programmatici della Democrazia Cristiana, che, realizzandosi, hanno assicurato riforme sostanziali nella struttura sociale e nella struttura economica del nostro Stato. Non è poco aver tolto alla agricoltura 600 mila sottoccupati, come si è fatto nel corso degli ultimi sette anni, è un passo fortissimo che vorremmo poter accelerare; non è poco aver dato del lavoro a tutte le nuove leve di lavoro; non è poco aver diminuito la disoccupazione endemica nel mondo della mano d'opera industriale; non è poco aver creato due milioni di nuovi posti di lavoro: è vero che una parte di questi sono nelle occupazioni terziarie, ma non dimentichiamo che anche in uno stato progredito come l'America, queste occupazioni terziarie hanno una importanza crescente notevolissima.
Non dimentichiamo inoltre che se in questa congiuntura abbiamo abbondanza di capitali, l'Italia è un Paese in cui i capitali hanno fatto sempre difetto, in cui soprattutto le esigenze politiche che hanno pesato sul bilancio, hanno detratto talvolta delle grosse cifre dagli investimenti ai consumi; non dimentichiamo che la situazione politica in Italia non ha concesso una politica più decisa nel senso degli investimenti come hanno potuto fare, per fortuna loro, altri paesi nei quali gli investimenti dello Stato sono stati certo molto inferiori a quelli dell'Italia, come ad esempio la Germania. Il reddito è aumentato, la ripartizione del reddito migliorata, e si è spostata a favore delle classi lavoratrici dipendenti e sono aumentati anche quegli spostamenti di reddito che derivano dalle formule di assicurazione e sicurezza sociale.
Vogliamo continuare in questa strada senza dimenticare anche quei problemi che per aver carattere economico non hanno tuttavia minore importanza sul piano del progresso; vogliamo continuare senza dimenticare quei problemi di fondo che sono rappresentati dai problemi dello Stato democratico e libero, effettivamente libero; problemi di primo piano quelli che ho ricordato iniziando; problemi della politica estera che non permettono né esitazioni né l'apparenza di esitazioni.
Altri problemi di fondo: lo sviluppo dell'istruzione: questo l'ho ricordato e sarebbe stato curioso che fossi io, che ho presieduto la Commissione che ha proposto nella D.C. il programma dell'Istruzione, a dimenticare proprio questo settore, nel quale ho passato si può dire tutta la vita dal giorno che sono entrato nelle scuole elementari fino a oggi. Non abbiamo dimenticato altri problemi generali; ho parlato della previdenza e dell'assistenza, che rientrano non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale; ho riaffermato i principi della difesa della famiglia.
Questo è il programma per il quale e con il quale ci siamo presentati al Parlamento, il programma per il quale noi lavoriamo. A voi spetta dire se questo è il programma della D.C. e se la D.C. si impegna a realizzarlo.


On. Antonio Segni
Consiglio nazionale della DC
Roma, 16 marzo 1959

(fonte: biblioteca Butini)


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