LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA ESTERA: OPUSCOLO DELLA DC SUL NEUTRALISMO SOCIALISTA
(Roma, aprile 1961)

Al termine dell'anno 1962, anno congressuale per la DC che a Napoli ha sancito definitivamente la politica di centro-sinistra, il giornale delle ACLI "Azione Sociale" pubblica una sorta di bilancio politico dell'anno.
Le ACLI, attraverso il suo notista Marco Venturi, riconosce che il governo Fanfani nato nel febbraio 1962 (una "collaborazione indiretta" tra i tre partiti della DC, del PSDI e del PRI, con il Partito socialista) ha messo in movimento (positivamente) l'intero arco politico italiano. Altrettanto positivamente viene giudicata la fermezza nei confronti dei comunisti.

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PREMESSA

Il neutralismo è un aspetto della politica socialista


Noi ci proponiamo di scandagliare l'atteggiamento e le posizioni del P.S.I. in merito al problema del neutralismo; perché il P.S.I. è un partito singolare nello schieramento politico italiano anche per questo.
Infatti, mentre ci sono i partiti che in politica estera si schierano decisamente per gli Occidentali o per il gruppo sovietico, il P.S.I., almeno come atteggiamento politico generale, tenta di mantenere una posizione che definiamo di equidistanza.
Dice il P.S.I.: per la tradizione socialista e per la stessa ideologia del nostro partito noi intendiamo avere una funzione mediatrice, ci proponiamo un compito di pacificazione tra i due mondi, tra i due blocchi. Se anche noi ci schierassimo (continua il ragionamento socialista) per gli Occidentali o per gli Orientali, e quindi contro gli Orientali o contro gli Occidentali, non potremmo sviluppare questa iniziativa di mediazione e cioè non vorremmo veramente la pace, ma intenderemmo piuttosto inasprire le diffidenze e il contrasto che già esistono.
Su questa giustificazione si fonda il neutralismo socialista in politica estera.
Dunque il neutralismo è un aspetto della politica socialista perché:
1) discende dalla storia, dall'insegnamento dalla stessa ideologia del partito;
2) è un aspetto particolare e collegato con gli altri motivi propri della politica socialista.
Questo vuol dire che non si può pretendere di esaminare solo la posizione del partito socialista in politica estera, per comprendere che cosa è il neutralismo, ma bisogna anche tener conto delle posizioni e delle discussioni che continuamente avvengono nel P.S.I., sul ruolo che il partito deve ricoprire nella politica italiana.
Noi qui, per brevità, ci occupiamo solo del problema del neutralismo, però non potremo fare a meno di richiamare anche altri aspetti della politica socialista o comunque di fare riferimento ad essi.

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CAPITOLO PRIMO

Quale giudizio dare sul neutralismo del P.S.I.



La posizione neutralista assunta dal partito socialista in politica estera non può sfuggire da alcune accuse.

Neutralismo generico

In tutte le affermazioni neutralistiche degli esponenti socialisti in questi ultimi anni non si sfugge all'impressione di una certa genericità, dovuta soprattutto alle difficoltà di precisare che cosa si intende per posizione neutralistica.
Il partito socialista, anche in questo campo, non esce dalle affermazioni di principio, dalle vaghe aspirazioni, dalle generiche pretese di porsi come mediatore. In sostanza, il partito socialista fa spesso esplicito riferimento a quella terza forza mondiale che generalmente si identifica con il blocco di Stati afro-asiatici.
Ecco, dicono i socialisti, le posizioni che preferiamo: la posizione e l'iniziativa degli Stati usciti dal colonialismo e giunti all'autonomia e all'indipendenza, degli Stati che non si assoggettano all'uno o all'altro blocco di potenze, ma tentano una funzione di mediazione, di superamento delle contese, di pace. Ma questa posizione di « terza forza » ha un significato ben diverso quando è assunta e concretata in atti e in iniziative da parte di quegli Stati e da quando è vagheggiata genericamente dal P.S.I.

E' un neutralismo contraddittorio

La posizione del partito socialista in merito al problema del neutralismo non sfugge alla contraddittorietà che è inerente alla posizione politica e alla stessa struttura del partito.
Chi esamina gli atti dei congressi e i documenti preparatori del prossimo congresso di Milano ha l'impressione di trovarsi di fronte non all'atteggiamento di un partito, ma almeno di due partiti.
Da una parte c'è la maggioranza che fa capo al Segretario del partito Nenni e al gruppo detto degli Autonomisti, dall'altra ci sono le due minoranze che, riunite, controllavano, all'ultimo congresso di Milano, oltre il 40%o dei voti.
Ecco, dunque, un secondo problema. Nella documentazione che proporremo più avanti, potremo vedere come anche sul problema del neutralismo esista una netta distinzione tra le posizioni degli Autonomisti e quelle delle minoranze.
Ora, se pensiamo che i due gruppi di minoranza (quello denominato della « Sinistra » e quello che fa capo all'on. Basso) hanno tesi molto simili su questo problema, e se ricordiamo ancora una volta che essi controllano oltre il 40% dei voti congressuali, dobbiamo concludere che anche la posizione della minoranza va considerata e ha un suo peso come espressione della linea socialista sul problema del neutralismo.
Ecco perché si tratta di un neutralismo contraddittorio: dovremo prendere come oro colato quanto afferma Nenni, che oggi muove delle critiche all'Unione Sovietica, che oggi accetta sia pure con molte riserve, le organizzazioni economiche europee?
E quale peso dovremmo dare, invece, alle posizioni delle minoranze allineate ai comunisti nella lotta contro l'imperialismo, nelle posizioni di soggezione all'Unione Sovietica, nel rifiuto di organizzazioni di tipo occidentale e così via?
Ecco perché il neutralismo del P.S.I. è contraddittorio e come tale, e finché resterà tale, non degno di fiducia.
Come parlare di neutralismo socialista quando di questo termine abbiamo due versioni diverse e contrastanti?
A quale delle due fare capo?

E' un neutralismo equivoco

Il neutralismo propugnato dal P.S.I. deve essere considerato equivoco almeno per due buone ragioni.
a) Nella storia degli atteggiamenti del partito socialista in questi ultimi anni, che faremo più avanti, si scorge che i socialisti sono passati attraverso dichiarazioni e prese di posizione in netto contrasto fra loro. Se c'è divergenza e opposizione anche tra quanto dicono gli Autonomisti e quanto sostengono i carristi, c'è superamento continuo di posizione nella stessa storia del partito socialista, in quanto tale, in questi ultimi anni.
Siamo passati dalle espressioni entusiastiche che Pietro Nenni riservava a Stalin al momento della consegna del premio della Pace, alle aspre critiche rivolte ai sovietici al tempo dei fatti di Ungheria, fino ad una imprecisa posizione di equidistanza.
In questo procedimento storico non si trova soltanto il segno di una rispettabile e positiva evoluzione, ma anche è presente uno sbandamento, una incertezza di posizioni, un continuo ritorno di ripensamenti che lasciano interdetto l'osservatore che voglia dare un quadro possibilmente netto e definitivo sul neutralismo socialista.
b) Il neutralismo socialista è equivoco anche nel suo contorno, cioè nella sua definizione.
Se si dovesse, infatti, chiudere in una formula il neutralismo socialista non ci si riuscirebbe. Ci sono delle affermazioni generiche, si parla di superamento di blocchi, di intese, di equidistanze, parole che non si traducono in concretezza. Insomma, su questo punto il P.S.I. dice e non dice e lascia intendere più che non dica.
Questo stato di cose aggiunto al contrasto tra le correnti e sommato al continuo ripensamento avvenuto in questi anni, dà per risultato una posizione politica quanto mai confusa, equivoca e pericolosa.


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CAPITOLO SECONDO

Come si definisce il neutralismo del P.S.I.


Rispondere a questa domanda è estremamente difficile. E non perché non ci siano documenti socialisti a questo proposito, ma proprio perché ce ne sono troppi e soprattutto in contraddizioni l'un con l'altro. Per tentare di chiarirci le idee, di definire una posizione, di stabilire le tappe di una evoluzione e di fornire, quindi, il materiale obiettivo per un giudizio, dobbiamo fare un lavoro sui testi.
La documentazione si svolge in due sensi: da un lato ripercorre le tappe della evoluzione socialista di questi ultimi 10 - 12 anni in merito al problema del neutralismo; dall'altra individua le posizioni diverse che ancora oggi esistono all'interno del P.S.I.
Quando il partito socialista si batte per il neutralismo, contrappone ai blocchi (e soprattutto ai blocchi occidentali), la posizione degli Stati socialisti e del partito socialista.
Ma il P.S.I. non può avere molta voce in capitolo.

Il P.S.I. figlio ribelle del socialismo internazionale

Rifacciamoci al 1948. Il Comisco, e cioè l'Internazionale Socialista, invita il P.S.I. a rompere i legami con i comunisti. Ecco cosa scriveva l'« Avanti » del 21 marzo 1948:
« Nella riunione di oggi veniva presentata di sorpresa una risoluzione, nella quale ci si strappa le vesti per il « pericolo » comunista e sovietico e si finisce col fare un inaccettabile appello ai socialisti italiani perché si ravvedano, staccandosi dai compagni comunisti.
« Il compagno Rodolfo Morandi reagiva immediatamente dichiarando che, se alla risoluzione non fosse stato tolto l'offensivo riferimento alla questione italiana, la delegazione del P.S.I. avrebbe abbandonata la conferenza.
Dopo una dichiarazione di Morgan Philips e di Guy Mollet, la delegazione del P.S.I. abbandona il Comisco ».
Allora il neutralismo socialista era tale da scandalizzarsi se qualcuno, sia pure altrettanto socialista, parlava di pericolo sovietico.

Il neutralismo socialista al servizio dell'Unione Sovietica

Ripercorriamo, dunque, sia pure brevemente, le tappe attraverso le quali trovò modo di esprimersi prima dei fatti di Ungheria il neutralismo socialista. E' il momento del Patto Atlantico che (oggi, lo possono riconoscere anche i socialisti), in quegli anni fu lo strumento indispensabile per contenere le mire espansionistiche e minacciose della Unione Sovietica.
Ma il neutralismo socialista era di tale fatta che proprio il Patto Atlantico veniva visto come strumento di guerra.
Al Congresso del P.S.I. tenuto a Firenze nel maggio del '49, la mozione di sinistra, che riportò la maggioranza assoluta, così si esprimeva a proposito del Patto Atlantico:
« Nell'opposizione alla guerra di cui il Patto Atlantico è uno degli strumenti, il P.S.I. è solidale con tutte le forze di pace e di progresso: con i popoli dell'Unione Sovietica e dei paesi a democrazia popolare contro i quali è diretto il tentativo di accerchiamento e che, per la natura stessa della rivoluzione sociale che hanno compiuto, sono all'avanguardia della lotta della pace; con la rivoluzione contadina e popolare in Cina promotrice della liberazione del continente Asiatico; con i partigiani greci e spagnoli ; con la Federazione Sindacale mondiale; con le minoranze rivoluzionarie delle organizzazioni americane laburiste; con la sinistra dei partiti socialisti dell'Occidente; insomma con tutti coloro che sono decisi a sbarrare la via ai provocatori della terza guerra ».
Dunque le forze di pace e di progresso erano le forze sovietiche, i provocatori della terza guerra gli Occidentali.
In questa schematica contrapposizione consisteva il neutralismo socialista modello '49, prima che quelle forze di pace e di progresso facessero la loro prova in Ungheria.

Basso e Nenni al servizio dell'URSS

Allora, anche gli on.li Basso e Nenni avevano un concetto ben strano e originale del neutralismo, della terza forza. Nenni scriveva sull'« Avanti » del 13 marzo 1949:
« Noi socialisti vi diciamo, e diciamo al Paese, che l'adesione al blocco occidentale, sotto qualsiasi forma ed etichetta, è un tradimento degli interessi italiani, e contro questo tradimento abbiamo parlato di disobbedienza civile !
« Noi socialisti, come non collaboreremo mai nell'ordine interno ai tentativo di porre fuori legge i comunisti, così non accetteremo mai, nell'ordine internazionale, di fare il gioco delle forme peggiori della reazione per cedere al pregiudizio piccolo - borghese dell'antisovietismo ».
E Basso di rincalzo sull'« Avanti » del 14 maggio 1949:
« La distinzione fra gli interessi della classe lavoratrice e quella dello Stato Sovietico è la distinzione più reazionaria che si possa fare.
« Non si può fare nessuna distinzione fra gli interessi del proletariato sovietico e quelli dello Stato Sovietico. Noi siamo militanti in questo grande fronte delle forze democratiche contro l'imperialismo mondiale, sia vicina oppure lontana una prospettiva di guerra.
« Non si deve sottacere che noi riconosciamo nello Stato Sovietico la guida delle classi lavoratrici. Bisogna essere estremamente chiari. Chi si schiera dalla parte della borghesia accetta, lo voglia o non lo voglia, la guida dei paesi capitalisti. Chi si schiera dalla parte del proletariato accetta, lo voglia o non lo voglia, la guida dell'Unione Sovietica, che è il paese più avanti sulla strada del socialismo.
« C'è una solidarietà internazionale fra il proletariato, di cui si deve tener conto anche nei problemi internazionali. C'è una battaglia all'interno e una battaglia all'esterno per il Socialismo, come scrisse Stalin nel 1938 ad un umile compagno di base ».
Questi uomini, che ancor oggi dirigono il partito, allora avevano questo concetto del neutralismo : da un lato i capitalisti contro cui combattere, dall'altro l'Unione Sovietica guida del proletariato.
Nenni, poi, non si peritava di abbandonarsi ad espressioni di entusiasmo come quando scriveva sull'« Avanti » del 6 novembre 1949:
« Con lo stesso sentimento i socialisti salutano oggi i popoli dell'URSS e il loro governo.
« Essi sanno che le rosse stelle del Cremlino brillano per i lavoratori di tutto il mondo, brillano per i vivi e per i morti, sono un faro a quanti combattono la dura lotta per rovesciare l'organizzazione capitalista e tutto il sistema ideologico borghese ».
E ancora un anno dopo, nel settembre del 1950, la direzione del P.S.I. impegnava i compagni « a mobilitare le loro energie nella lotta imperialistica » e a contribuire alla azione dei comitati partigiani della pace, il tutto « in stretta e fraterna unità di azione con il partito comunista ».
Il neutralismo si esprimeva in una fiducia dogmatica sulla funzione di guida e di libertà dell'Unione Sovietica e in una dichiarazione di lotta aperta al sistema capitalistico.
Una tale e corretta posizione da « terza forza », che addirittura Nenni scriveva sull'« Avanti » del 2 febbraio 1951:
« L'ipotesi di un attacco dell'Unione Sovietica è polemico e anche sul piano polemico è assurdo ».

Il neutralismo e il mito di Stalin

Andiamo avanti nel delineare la posizione dei socialisti in politica estera, la loro ambizione di condurre per mano tutti i popoli sulla via della pace, la loro pretesa di porsi all'iniziativa tra i due blocchi come terza forza, come elemento equidistante e di superamento dei contrasti. In questa prospettiva è interessante vedere l'abbaglio preso sulla figura di Giuseppe Stalin, altro campione della pacificazione.
Scriveva Pietro Nenni sull'« Avanti » del 3 agosto 1952:
« Mi è apparso uomo di estrema semplicità, di tratto e di costumi, con unti curiosità inesauribile per ogni aspetto della vita sociale del popolo, con una eccezionale acutezza nel sottolineare ed apprezzare le situazioni, una rara capacità di cogliere il lato concreto delle cose. Egli ama l'arguzia; ha un sorriso cordiale e bonario, volentieri ride delle cose, che gli sembrano al di là del bene e del male ».
Né questi toni enfatici sminuivano all'annuncio della morte di Stalin. L'impressione di aver perso un campione della pacificazione, un alfiere della guerra alla guerra, ritorna sulle colonne dell'« Avanti » del 5 marzo 1953 accanto all'annuncio della grave malattie del dittatore sovietico:
« Per tutto quello che Stalin rappresenta dinnanzi alle centinaia di migliaia di uomini, che vedono nella sua opera la più alta garanzia sino ad ora apparsa nel mondo per un avvenire di umanità e di giustizia, noi uniamo in questo momento il nostro augurio a quello che sorge spontaneo da tutta la classe lavoratrice, ovunque essa lotti per la conquista e la difesa della propria emancipazione: l'augurio che Stalin sia ancora conservato alla speranza del mondo ».
E il giorno seguente Nenni, alla Camera dei Deputati, sconfessava quanti avevano presunto di credere « che Stalin fosse un dittatore sostenuto da un sistema di forza » e concludeva : « il vuoto che egli lascia è quello della sua eccezionale personalità ».
Arriviamo così al tempo del XX Congresso del partito comunista sovietico.
Krusciov rivela che cosa sia stato in effetti Stalin, questo grande artefice di pace tanto ammirato dai neutralisti socialisti.
Di fronte alle rivelazioni venute dal Congresso di Mosca, i socialisti non sanno quale posizione tenere, quale giustificazione assumere. Scriveva Nenni sull'« Avanti » del 1° aprile 1956:
« C'è chi crede — e spera o teme — che la polemica che s'è aperta attorno al mito di Stalin possa costituire per noi un elemento di debolezza. Costituisce invece e soltanto un elemento di seria meditazione; comporta sviluppi che probabilmente andranno molto ai di là di quanto non abbiano previsto gli stessi congressisti di Mosca; implica non solo il ridimensionamento di molti giudizi e di molte acquisizioni a cui tutto un vasto settore del movimento operaio mondiale — e noi con esso — eravamo giunti, nella fiducia che quanto vi era stato di duro, di implacabile, anche di umanamente ingiusto, nella Rivoluzione sovietica, fosse da in scriversi al capitolo delle necessità a cui nessuna Rivoluzione ha potuto mai sottrarsi».
Il tono è turbato, le affermazioni sono incerte e imprecise. Ma il rapporto segreto di Krusciov apre gli occhi anche a Nenni e gli fa comprendere quanto errato fosse il suo giudizio e il suo entusiasmo per il defunto dittatore. Scriveva, infatti, sull'« Avanti » del 29 luglio 1956:
« Il XX Congresso denunciò la degenerazione della direzione collegiale nei partito e nello Stato in direzione personale ; e ciò non per un breve periodo di tempo, ma per venti anni. Tra la risoluzione del XX Congresso e quella del C.C. del PCUS c'è stata la pubblicazione, in Occidente, del rapporto segreto K, cioè di un documento allucinante nel quale gli errori di Stalin assumono le proporzioni di delitti a catena e la sua direzione personale si caratterizza come una lunga tirannia, contrassegnata da mostruosi abusi di potere e da massacri e deportazioni in massa. Migliaia di processi sono stati sottoposti a revisione nei tre anni trascorsi. I deportati, su semplice e arbitraria disposizione amministrativa, sarebbero stati delle centinaia di migliaia, addirittura due milioni. La stessa risoluzione del 30 giugno afferma che i metodi personali di direzione e gli arbitrii illegali divennero norma di vita del partito e dello Stato ».
Le rivelazioni venute dal Congresso di Mosca e dal rapporto segreto sui crimini di Stalin sembrano imprimere un corso nuovo alla politica socialista, per lo meno in riferimento ai problemi internazionali e ai rapporti con le potenze.
La Direzione del P.S.I. afferma:
« Nuove sono anche le vie che si aprono al movimento comunista internazionale. La revisione della esperienza sovietica, aperta dal XX Congresso e con il dibattito sul rapporto Krusciov, dimostra che i valori della libertà sono indissolubili dal socialismo e che essi, pur se contenuti per necessità delle cose o per errore degli uomini, alla fine prorompono come forze essenziali. La revisione non si può esaurire nella condanna delle degenerazioni del potere avvenute sotto la direzione staliniana, non può arrestarsi al ritorno alla direzione collegiale, non può appagarsi delle riabilitazioni e di metodi più tolleranti. Essa deve investire l'organizzazione politica del potere, trasfondere i principi di libertà nelle istituzioni, nei metodi di governo, nel costume, dare ampi garanzie democratiche ai cittadini nei loro rapporti con lo Stato ».
In questa parte del comunicato della Direzione socialista si leggono già alcune ammissioni, mai prima di ora udite.
Si afferma che « i valori della libertà sono indissolubili dal socialismo » e si muovono alcune riserve sulla esperienza comunista.
Tuttavia il tono è impreciso, le ammissioni sono proprie di colui che è stato impressionato da un forte choc, che ha « trovato » delle convinzioni, anziché averne maturate di nuove con un procedimento autonomo e logico.
Insomma, per arrivare a questo primo lieve mutamento di indirizzo, a questo nuovo neutralismo, è stato necessario il rapporto segreto sui crimini di Stalin e non è detto che altrimenti il P.S.I. vi sarebbe arrivato con mezzi propri.

Il neutralismo e le correnti

Dopo il XX Congresso del partito comunista sovietico e i fatti di Ungheria e Polonia, abbiamo una revisione anche nella politica socialista per quanto riguarda i problemi internazionali e i rapporti fra i blocchi.
Le vecchie tesi di soggezione all'Unione Sovietica, di lotta indiscriminata ai Paesi capitalistici e quindi di appoggio alla politica comunista, vengono mantenute vive dalla sinistra del partito.
Mentre, prima del 1956, tutto il partito socialista esprimeva una politica filo-comunista e filo-sovietica, dal Congresso di Venezia in poi abbiamo il manifestarsi di due posizioni che si alternano alla guida del partito e ognuna delle quali esprime circa il 50% dei voti congressuali, tanto è vero che a Venezia vincerà la Sinistra filo-comunista, e due anni dopo, a Napoli, otterrà la maggioranza la corrente Autonomistica guidata da Nenni.
Questa situazione, che dura tuttora all'interno del partito, è stata messa in moto e determinata dal XX Congresso, dal rapporto segreto su Stalin e soprattutto dai fatti di Ungheria e Polonia, dopo dei quali Nenni scrisse che i valori del socialismo e di libertà sono imprenscindibili.
Ma, se questa maturazione c'è stata ed è indubbia, essa resta tuttavia ancora insufficiente e pericolosa per almeno due motivi.
1) Perché (e lo vedremo nella documentazione che ora porteremo) le tesi neutralistiche, anche degli Autonomisti, restano confuse e imprecise. C'è da una parte la necessità, di respingere le violenze sovietiche che hanno determinato con i fatti di Ungheria e Polonia, un contraccolpo psicologico nel partito; e dall'altra la difficoltà di teorizzare un neutralismo e una politica della equidistanza tra i blocchi di potenze.
2) La presenza di un forte gruppo filo-comunista e filo-sovietico non solo quantitativamente indebolisce il peso delle posizioni espresse dagli Autonomisti, ma influisce anche sulla determinazione più coerente, autonomista e democratica di quella tesi.
Seguendo le tappe principali e le manifestazioni più importanti del partito socialista, dal Congresso di Venezia ad oggi, abbiamo la riprova di quanto abbiamo detto.
Nel documento che la Direzione socialista presenta al XXXII Congresso di Venezia (6-10 2/1957) si nota già una diversa e più elastica interpretazione, per esempio dei patti difensivi stipulati dall'Italia.
Il partito socialista, che si dice « contrario in linea di principio alle alleanze militari », per quanto riguarda il Patto Atlantico non si limita ad un ostracismo assoluto come fanno i comunisti, ma chiede « una interpretazione strettamente difensiva ». Per quanto riguarda la teoria socialista dei blocchi di potenze, il documento dice :
« A chi dice che i blocchi militari sono una realtà e lo saranno ancora per un periodo più o meno lungo, il Partito risponde che i socialisti non possono installarsi nella realtà dei blocchi militari e della politica di forza. I socialisti sono circondati da ogni lato da realtà politiche sociali economiche con le quali devono ogni giorno fare i conti, a cominciare dalla struttura capitalistica della società e dello Stato. Ma, lungi dall'identificarsi nella realtà capitalista e borghese, essi lottano per cambiarla. Nella lotta per la pace, il campo di azione socialista si colloca su un terreno che non è quello dei blocchi militari, sibbene quello dell'azione popolare per preservare, sempre ed in ogni caso, la pace tra i popoli e tra gli Stati ».
Anche qui troviamo una posizione diversa e più sfumata rispetto a quanto abbiamo visto accadere prima degli avvenimenti internazionali del '56.
Non c'è più una posizione nettamente subalterna alla Unione Sovietica, né un rifiuto astratto dei blocchi militari. Se ne riconosce l'esistenza reale e il partito socialista tende, più che altro, ad un'opera di persuasione. Tuttavia, anche in queste enunciazioni rimane l'impressione di una certa genericità, quando si parla, in astratto, di « azione popolare per preservare la pace ». Ancora sul tema dei blocchi militari ritorna, con più chiarezza, la relazione introduttiva al Congresso, del Segretario del Partito Pietro Nenni.
« Ci si dice, lo dice sovente Saragat, che i blocchi militari sono una realtà. Lo sono, e noi non ignoriamo che dobbiamo con questa realtà fare i conti. Perciò, fin dal nostro Congresso di Torino, abbiamo detto che il problema della politica estera del nostro Paese non può essere quello della denuncia del Patto Atlantico, ma della sua interpretazione ed applicazione in termini strettamente difensivi ».
E, infine, la mozione politica conclusiva del Congresso di Venezia afferma che il P.S.I. è internazionalistico:
« Tendere a superare nella solidarietà internazionale di tutti i lavoratori i contrasti fra le nazioni è gloriosa tradizione del socialismo italiano ».
Dunque, dal Congresso di Venezia emerge una posizione diversa del partito socialista, sia nei confronti dell'Unione Sovietica, sia per quanto riguarda la tesi neutralistica.
Potremmo dire che c'è una accentuazione del neutralismo. Non si poteva parlare di neutralismo socialista fino a che il P.S.I. si limitava a ripercorrere le orme comuniste. Ora, finalmente, parlare di neutralismo socialista ha un significato, ma questa conquista, che è indubbia, viene subito minimizzata e resa sterile dal fatto che a Venezia è la Sinistra del partito a prendere il sopravvento nella elezione del Comitato Centrale.
Da Venezia a Napoli i dirigenti del partito sono i portavoce delle esigenze di un maggiore contatto con il Partito Comunista nella politica estera e naturalmente di un rigoroso allineamento alla tesi sovietica della necessità di una più aspra battaglia contro i Paesi capitalisti, contro le alleanze difensive occidentali e contro, quindi, la stessa politica estera dell'Italia
Tuttavia, i fermenti venuti a maturazione al Congresso di Venezia, non resteranno senza conseguenze. La corrente Autonomista, guidata da Pietro Nenni, si prepara a dare battaglia al Congresso di Napoli.

Il Congresso di Napoli

Al Congresso di Napoli (15-18 1/1959) la distinzione tra le correnti e la polemica tra di esse assume un maggior vigore e in alcune parti si fa minacciosa. Le tre correnti in cui si divide il partito (Autonomisti, Sinistra, Alternativa democratica, cioè i Bassiani) distinguono ormai con una certa nettezza le loro posizioni anche in materia di politica estera, di teorizzazione della posizione neutralista del partito.
Nenni, nella sua relazione, prende posizione contro i Comunisti « che non sono riusciti dal '56 in poi ad assimilare gli insegnamenti del XX Congresso e degli avvenimenti ungheresi e polacchi » e condanna « la tendenza a far coincidere il socialismo con la espansione del blocco sovietico ».
Nenni precisa, in un altro passo, la teoria del superamento dei blocchi:
« In queste condizioni, la lotta per il superamento dei blocchi rimane il primo e il più urgente compito dei popoli e dei socialisti. Il nostro Partito tiene onorevolmente il suo posto. Il suo legame di simpatia e di solidarietà coi popoli che si sono liberati dal giogo coloniale o lottano per liberarsene, deve prendere forme sempre più positive. Esso deve moltiplicare i contatti con tutti i partiti operai, in particolare con quelli dei Paesi neutrali o che aspirano ad esserlo. Coi partiti socialisti europei, col Labour Party, con la socialdemocrazia tedesca, con i compagni scandinavi, con jugoslavi, polacchi e sovietici e gli scambi di vedute dello scorso anno hanno dimostrato che, pur partendo da impostazioni di principio diverse, c'è una sostanziale unità di vedute sui problemi europei del momento, sulla necessità di rafforzare la componente socialista europea nella organizzazione della pace. Per tutti questi contatti, sia ad Ovest che a Est, la condizione più proficua ed utile è quella della non pregiudiziale identificazione col punto di vista dell'interlocutore, e cioè la piena autonomia di giudizio e di apprezzamento.
« Ai Partiti dei sei Paesi del Mercato Comune Europeo, si pongono, come alle rispettive organizzazioni sindacali, esigenze di comune difesa degli interessi dei lavoratori, anche se diverso è stato il voto sul trattato.
« Ai suoi obblighi internazionali il Partito e i suoi nuovi organi direttivi dovranno consacrarsi con un impegno organico di lavoro. Ma è nell'interno di ogni singolo Paese che i partiti svolgono la parte più impegnativa nell'azione per la pace, nella lotta contro le correnti nazionaliste e militariste o legate ad interessi imperialisti e colonialisti stranieri. Tali correnti sono ancora forti e arroganti da noi. Fedeli alla nostra costante ispirazione neutralistica, noi continueremo a reclamare una politica estera che dia una interpretazione strettamente difensiva alle alleanze militari nelle quali il Paese è stato incautamente impegnato, che non amplifichi l'area di tali impegni, che sviluppi rapporti di amicizia, di scambi commerciali, di collaborazione economica e culturale con tutti i popoli, che susciti ovunque lo spirito della indipendenza, della libertà dell'autodecisione.
« Nella divisione del mondo in blocchi contrapposti, la politica socialista non fa corpo con nessuna posizione di forza e di potenza. Essa si identifica con la volontà dei lavoratori di ogni Paese, di ogni continente, di ricostituire al disopra delle frontiere nazionali o di blocco, l'unità del mondo lacerata dalle guerre ».
Da questa citazione, che è abbastanza significativa per comprendere le posizioni attuali della maggioranza del partito, possiamo trarre alcune considerazioni.
1) La maggioranza del P.S.I. tende ad identificare i problemi italiani e anche del socialismo italiano con quelli di altri Paesi e dei partiti socialisti degli altri Paesi. Mentre invece profondamente diversa è, per esempio, la posizione della socialdemocrazia tedesca o del Labour Party: diverse le loro posizioni nei confronti dello Stato e della collaborazione con il Governo dei loro Paesi, diversa anche la loro posizione di partito socialista in merito ai problemi internazionali (posizione distinta che si esprime anche con la partecipazione di quegli altri partiti all'Internazionale Socialista, cosa che non avviene ancora per il P.S.I.).
2) Si rafforza la considerazione della necessità della partecipazione italiana ai Patti militari occidentali, primo fra tutti il Patto Atlantico « purché in funzione strettamente difensiva ». Nello stesso tempo, c'è una certa benevola considerazione per le alleanze economiche europee di cui l'Italia fa parte.
(Il P.S.I., differenziandosi per la prima volta dal P.C.I., si è astenuto nel voto sul MEC e ha espresso parere favorevole all'EURATOM).
3) Esiste ancora una notevole confusione tra la aspirazione ad un superamento dei contrasti come stimolo di ogni vera coscienza democratica e la velleità di individuare una politica veramente neutralistica al di fuori dei blocchi.
Velleità che si manifesta soprattutto quando si pretende che una simile posizione neutralista venga fatta propria dallo Stato Italiano, che ha una posizione geografica, militare e politica ben precisa nello scacchiere internazionale e che non può confondersi con quella di altri Paesi per i quali il neutralismo è la dottrina dello Stato.
Comunque, la posizione autonomista, a Napoli, era vivamente combattuta dalla Sinistra del partito, erede della posizione filo-comunista e filo-sovietica, che era quella di tutto il partito fino al '56.
Basta leggere questo passo dell'intervento di uno degli esponenti della Sinistra, per rendersene conto.
« Quello che non riusciamo a capire è questo: perché una certa solidarietà che il Partito Socialista, del resto, ha sempre dato nel corso della sua storia alla Rivoluzione di Ottobre e al regime che ne è scaturito, a partire da 3 o 4 anni non è aumentata, non è neppure rimasta la stessa è addirittura diminuita. Ed è diminuita proprio quando là, nella Unione Sovietica, un processo di rinnovamento è in atto, vi è una spinta in avanti verso il socialismo, pur tra difficoltà e contraddizioni; quando vi sono motivi perché veramente quella solidarietà possa esercitarsi più liberamente e intensamente che nel passato.
« Noi teniamo il nostro Congresso di Napoli a pochi giorni dal XXI Congresso del PCUS, il quale probabilmente, dai documenti che abbiamo e tutti conosciamo, segnerà un nuovo passo in avanti delle forze di rinnovamento all'interno della Unione Sovietica. Noi teniamo il nostro Congresso per così dire all'ombra del lancio del grandioso piano settennale sovietico il quale ha una importanza non certo minore del lancio spettacolare del satellite del sole, in quanto trasformerà l'economia sovietica non solo quantitativamente ma anche qualitativamente, facendo tra l'altro dell'URSS la prima potenza economica del mondo. Noi teniamo il nostro Congresso all'indomani di riforme sociali grandiose che hanno inciso profondamente nella realtà sociale dell'URSS, avvicinando i lavoratori alla gestione della produzione, aumentando la quantità di socialismo nella società sovietica ».
Queste espressioni venivano riprese dal leader della corrente di Sinistra, Vecchietti, che nella sua replica non solo negava ogni funzione e valore del MEC, ma giungeva addirittura ad affermare: « il dovere di ogni socialista è quello di difendere l'URSS dalle aggressioni imperialiste ». Vecchietti attribuiva all'Unione Sovietica la funzione di contribuire « a liberare la stessa classe lavoratrice dei paesi colonialisti e imperialisti dalla corruzione del profitto coloniale ». Riconosceva al P.S.I. la possibilità di mantenere un atteggiamento di libertà di giudizio nei confronti dell'Unione Sovietica, ma si affrettava ad aggiungere « però c'è un limite a questa piena libertà ed è il limite del riconoscimento di quello che è e rappresenta nel mondo l'Unione Sovietica ».
Nenni invece rispondeva nella sua replica:
« Quello che deve essere chiaro è che noi non identifichiamo la politica internazionale del nostro partito e non vogliamo che sia identificata la politica estera del Paese con i blocchi militari, non col blocco sovietico, non con quello americano. Quindi non equidistanza, ma partecipazione responsabile giorno per giorno allo sforzo nel quale sono impegnati i popoli dell'Europa e del mondo per dare una soluzione concreta ai problemi dell'organizzazione della pace ».
Nel confronto tra le tesi degli Autonomisti e quelle della Sinistra, si poteva concludere che, se le prime vincevano sul piano democratico, le seconde segnavano un punto di vantaggio sul piano della chiarezza. Di fronte al tentativo degli Autonomisti di dare contorni netti e senso concreto alla dottrina neutralista, stava la facile impresa della Sinistra di riproporre la vecchia politica di fiancheggiamento dell'Unione Sovietica. La politica degli Autonomisti, era da un punto di vista democratico, migliore, ma riusciva più impalpabile e indefinita. L'altra proposta della Sinistra era certamente un insulto alla democrazia, ma aveva il pregio di essere una scelta netta e ben precisa.
Queste diverse interpretazioni si ritrovano nelle mozioni finali che le tre correnti proponevano alla votazione congressuale.
1) Mozione degli Autonomisti:
« Il P.S.I. è al fianco dei popoli che si battono contro il colonialismo e contro l'imperialismo per la loro indipendenza ed il loro riscatto sociale. Considera altamente positivo l'accresciuto peso politico dei Paesi neutrali. Appoggia ogni iniziativa volta a sollecitare una soluzione negoziata delle questioni del Medio Oriente e dell'Estremo Oriente, di Berlino e della unificazione tedesca, questioni attorno alle quali si riaccendono periodicamente pericoli di guerra. Propugna la conferenza al vertice tra le maggiori potenze, come mezzo verso un accordo generale che porti al ritiro ovunque delle truppe straniere, al disarmo ed alla sicurezza sotto il controllo e la garanzia dell'ONU restituita alla universalità che deve caratterizzarla col riconoscimento della Cina popolare senza ulteriori indugi. Mantiene rapporti con tutti i movimenti operai ».
2) Mozione della Sinistra:
« I socialisti riaffermano, contro la teoria e la pratica dello Stato-guida, l'autonomia rivoluzionaria del movimento operaio italiano e le vie nazionali al socialismo. E' pertanto da quella autonomia che va riaffermata la solidarietà con la Rivoluzione d'Ottobre, con l'organizzazione sociale che ne è scaturita, coi Paesi nei quali la classe operaia è al potere : una solidarietà nel cui ambito vanno manifestati i dissensi e va realizzato il continuo impegno dei socialisti a favore delle prospettive di rinnovamento. Una solidarietà che naturalmente non esclude i rapporti più ampi con gli altri partiti del mondo.
« Al centro dell'azione dei socialisti per la pace è la lotta contro l'imperialismo. La restrizione continua del mercato capitalistico, per effetto della espansione del mercato socialista e del grandioso processo di liberazione dei popoli coloniali, rende sempre più difficile il funzionamento del sistema capitalistico.
« Su questo terreno nasce e si sviluppa la politica aggressiva dell'imperialismo americano, che si manifesta in una strategia militare la quale tiene l'umanità sull'orlo della guerra e la minaccia mortalmente con la dislocazione in un gran numero di Paesi dei più terribili e moderni mezzi di distruzione di massa. La lotta per la pace e per la distensione è quindi tutt'uno con l'azione svolta a obbligare i Paesi capitalistici alla pacifica coesistenza con i Paesi socialisti, e al rispetto della indipendenza dei popoli di tutto il mondo ».
3) Mozione di alternativa democratica:
« Nell'attuale periodo storico la avanzata del socialismo non è collegata all'estendersi del blocco sovietico : sono le forze socialiste di ciascun Paese che devono assicurare autonomamente, in forme adeguate alle particolari situazioni, la avanzata verso il socialismo, nel quadro della solidarietà internazionale, mentre l'esistenza dell'Unione Sovietica esercita un immenso ruolo nella lotta contro l'imperialismo, in particolare sul piano dell'emancipazione dei popoli coloniali. L'obiettivo dei socialisti è quindi il superamento della divisione del mondo in blocchi, la distensione mondiale e la neutralità attiva dello Stato italiano ».
Da queste tre preposizioni che abbiamo estratto dalle risoluzioni conclusive emergono ancora una volta queste conclusioni:
a) Accentuata democraticità e autonomia della risoluzione della corrente di Nenni. Allo stesso tempo evanescenze e imprecisioni di questa politica, soprattutto se intesa come suggerimento per Ia politica estera dello Stato.
b) Posizione sostanzialmente filo-sovietica della Sinistra del partito. Per quanto qui si parli di neutralismo, il neutralismo non è inteso come vera equidistanza tra i blocchi: si accusa l'imperialismo americano di tenere « l'umanità sull'orlo della guerra » e si manifesta la necessità di « obbligare » i Paesi capitalistici alla coesistenza con quelli socialisti.
c) La risoluzione dei Bassiani, che vorrebbe essere una via di mezzo fra quella degli Autonomisti e quella della Sinistra, è in sostanza più allineata con la seconda che con la prima. Riafferma che l'Unione Sovietica « esercita un immenso ruolo nella lotta contro l'imperialismo » e soprattutto sollecita « la neutralità attiva dello Stato italiano ».
Il Congresso socialista di Napoli si conclude con questi risultati.
La lista Autonomia ottiene il 58,30% dei voti, la lista Sinistra il 32,65% dei voti e la lista Alternativa democratica i'8,73% dei voti.
In conclusione: la minoranza filo-comunista e filo-sovietica controlla il 42% dei voti congressuali ed eserciterà, nel periodo successivo al Congresso di Napoli, una influenza negativa sullo svolgimento delle tesi autonomiste, anche in materia di neutralismo, del partito socialista.
Peso negativo, che, come abbiamo già detto, si manifesta in due direzioni: come peso reale e quantitativo di voti e di presenze nel Comitato centrale e come fattore psicologico di freno e di rallentamento allo svolgimento delle tesi autonomistiche.
I commenti degli organi di stampa democratici al Congresso di Napoli riconobbero i passi avanti compiuti dalla corrente Autonomista anche in materia di neutralismo.
Tuttavia, non mancarono di rilevare le contraddizioni esistenti anche nei discorsi di Nenni. Nenni parlò di accettazione del Patto Atlantico, ma con una « interpretazione di applicazione in termini strettamente difensivi », che lo svuotavano completamente in quanto contemporaneamente sosteneva la necessità del ritiro delle truppe americane dai Paesi del blocco atlantico, sia pure con il simultaneo ritiro delle truppe sovietiche dai Paesi del blocco di Varsavia. Ma con questa duplice proposta non teneva sufficientemente conto delle diverse situazioni e dello squilibrio che in tal modo si sarebbe venuto a creare tra le due forze opposte.
Osservò a tal proposito Fanfani: « I contingenti alleati partendo dall'Europa metterebbero fra sé e il mondo libero europeo mezza giornata di volo, sette giorni di navigazione, 5.000 km. di oceano; mentre gli occupanti sovietici ritirandosi in Russia, metterebbero fra sé e il mondo libero europeo, solo i pali dei confini, cioè un attimo infinitesimo di un viaggio aereo, nemmeno un millimetro di oceano, pochi centimetri di terra ».
Luigi Salvatorelli, sempre a proposito del neutralismo nenniano, scrive che « parlare di ambiguità qui è poco » perché « si dice di no sottovoce all'alleanza atlantica ». Il voler ricercare poi il superamento dei blocchi militari con ispirazione neutralistica, significa « rinnegare quella solidarietà occidentale a cui pure si fa un inchino con le dichiarazioni favorevoli all'EURATOM e al MEC. E significa altresì rimanere indifferenti al contrasto fra il mondo della libertà e quello del dispotismo » (« La Stampa » - 12-2-'57).

Dal Congresso di Napoli al Congresso di Milano

Vi sono stati mutamenti nella posizione politica del socialismo, so-pratutto rispetto al problema del neutralismo, dal Congresso di Napoli, di cui abbiamo illustrato i risultati, a quello di Milano?
Veri e propri mutamenti non ci sono stati. Il partito socialista è stato retto, in questi due anni, da un Comitato Centrale a maggioranza Autonomista, da una Direzione in cui solo gli autonomisti erano rappresentati.
Tuttavia, si è fatta sentire la presenza, lo stimolo soprattutto la polemica imposta dalla minoranza, legata strettamente a una politica filo-comunista e filo-sovietica.
Quindi, in questi due anni, mentre la maggioranza Autonomista, che detiene le leve di potere del partito, ha accentuato alcune espressioni democratiche in politica interna ed estera, la minoranza, per contraccolpo e valendosi della pressione esterna esercitata a sinistra del partito dal P.C.I., ha accentuato e aggravato la sua tesi socialcomunista.
In sostanza, al termine dei due anni e alla vigilia del Congresso di Milano, il P.S.I. si presentava con una polemica e contrapposizione interna aggravate, inasprite e apertamente riconosciute dagli stessi dirigenti del partito.
Documentiamo brevemente queste affermazioni rifacendoci ad alcuni testi ufficiali che, pure, non riescono a esprimere tutte le divergenze, lo stato di disagio e di polemica che esiste fra le correnti socialiste alla vigilia del Congresso.

Gli Autonomisti accentuano la critica all'Unione Sovietica

L'equivoco permanente delle posizioni neutralistiche, anche della corrente Autonomista del partito, fa sì che l'accentuata critica e la proposizione di un obiettivo distacco nei confronti della politica sovietica, siano soggette a continui mutamenti, ad alti e bassi propri di una posizione che non si lega a principi dottrinali, ma piuttosto ad un vago stimolo di socialità ed è soggetta, quindi, a mutare secondo le brusche variazioni della situazione internazionale.
Per esempio: un articolo pubblicato su « Mondo Operaio » del settembre del 1959 a firma dello scomparso on. Mazzali risente apertamente del clima di Camp David:
« Nella società sovietica, dopo accanite discussioni e aspri contrasti sui modi e le forme cui conferire il processo di sviluppo del socialismo in questo tempo del nostro vivere e in questa fase della sua organizzazione, hanno avuto la meglio quelle correnti che, sia pure impropriamente, possiamo considerare liberali e definire liberatrici ».
La situazione si evolve. L'Unione Sovietica, sulla spinta della Cina e approfittando dell'incidente dello U2, porta al fallimento il vertice di Parigi ed ecco l'ottimismo socialista nuovamente in imbarazzo.
Nenni si rifugerà nuovamente nella dottrina del superamento dei blocchi. Su « Mondo Operaio » del giugno 1960 scrive:
« Oggi la linea di divisione della Europa e del mondo non è più quella che oppone tra di loro il blocco atlantico e quello di Varsavia, ma è quella che entro i blocchi e fuori, separa quanti vogliono sostituire il metodo dei negoziati e della coesistenza pacifica, da quanti, ín un campo e nell'altro, non vogliono perpetuare la divisione dell'Europa e del mondo in due blocchi, ma dei blocchi accettano la ideologia in termini di fanatismo e di intolleranza. Il problema non è più quello della accettazione o del rifiuto dei blocchi militari, ma dell'impegno di creare tra di essi, e tra tutti gli Stati, le condizioni della sicurezza collettiva e della coesistenza pacifica e competitiva ».
Questa posizione di imbarazzo si sviluppa nel tentativo di rendere più accentuata la distinzione tra la posizione di Krusciov, che — secondo i socialisti — combatterebbe in buona fede una campagna per la coesistenza, e quella dei Cinesi per la quale, scrive Nenni su « Mondo Operaio » del luglio-agosto 1960: « La formula ultima della violenza nella storia delle società è la guerra. Fino a quando il sistema imperialista e le classi sfruttatrici non siano morte, le guerre potranno sempre scoppiare ».
Più ottimista è, invece, Pietro Nenni nei confronti della azione politica svolta da Krusciov:
« Krusciov ha avuto una politica della coesistenza. Il suo compito è stato reso difficile dagli imperialisti e dagli oltranzisti americani o europei. Ma da mesi in qua anche i suoi atti, le sue parole, le sue iniziative appaiono smussate. Si ha come la impressione che nei fatti egli tenti di accumulare in una le due tesi e le due politiche della coesistenza e della guerra inevitabile ».
Giungiamo così, in una alternativa di ottimismi e di maggiori cautele, alla vigilia del Congresso di Milano.
Nenni, consapevole della battaglia estrema che è chiamato a combattere all'interno del partito, pungolato dalla sempre più acre polemica comunista, deluso dal « vertice rosso » di Mosca, presenta 1'8 gennaio 1961 una relazione al Comitato Centrale fortemente critica nei confronti delle posizioni del Comunismo interno e internazionale.
« Il XX Congresso di Mosca fece sorgere la speranza nello sviluppo organico di un processo critico il quale non si esaurisse nella condanna del potere personale e non si appagasse delle riabilitazioni o di metodi più tolleranti. Il Partito fu unanime su questo punto — e purtroppo non lo è più — quando la sua direzione unitaria, prima del Congresso di Venezia, dichiarava: « la revisione (alla quale il XX Congresso aveva dato la spinta) deve investire l'organizzazione politica del potere, trasfondere i principi di libertà nelle istituzioni, nei metodi di governo, nel costume, dare ampie garanzie democratiche ai cittadini nei loro rapporti con lo Stato. Ben poche di queste cose, si sono salvate dopo la ventata antirevisionistica seguita ai fatti di Polonia e di Ungheria. Esse non si ritrovano nella dichiarazione degli 81. La dichiarazione, come ha salvato il principio della coesistenza pacifica riducendo i margini della politica della distensione, così ha salvato, in linea teorica, il principio della via democratica e pacifica verso il socialismo, ma soltanto rispetto ai modi di conquista del potere nei paesi dell'occidente, non al suo esercizio, relativamente al quale acquista carattere fondamentale e permanente la concezione e la prassi di una egemonia e dittatura del proletariato, intese come egemonia e dittatura del Partito Comunista, al di là della stessa sconfitta delle vecchie classi dominanti. Su questo socialisti e comunisti sono profondamente diversi e si scontrano ».
La critica qui si punta sull'osservazione, che per Nenni è diventata fondamentale, della via democratica al socialismo. I comunisti e i sovietici ammettono la via democratica pacifica solo rispetto ai modi di conquista del potere non all'esercizio di questo potere.

Le tesi delle tre correnti

Come è consuetudine, le tre correnti del partito presentano le tesi del Congresso.
Gli Autonomisti riaffermano per quanto riguarda la politica estera il principio del superamento dei blocchi. L'Italia, secondo la maggioranza del P.S.I., malgrado l'adesione al « Patto Atlantico » (per il quale si riconferma l'interpretazione strettamente difensiva) deve porsi al di fuori dei blocchi : « per promuovere l'intesa, il riavvicinamento e in definitiva il superamento ». Il partito socialista chiede anche : « un coraggioso uso della neutralizzazione in Europa », lo smobilitamento dei blocchi, il disarmo generale controllato, l'interdizione del riarmo atomico della Germania.
Sostanzialmente allineata sulle posizioni comuniste in materia di politica estera è la tesi della Sinistra del Partito. Qui non si fa distinzione fra l'Unione Sovietica e la Cina : l'URSS è presentata come una forza benefica e pacifica che allarga la sua influenza a tutto vantaggio dei Paesi sottosviluppati, che con l'aiuto sovietico « si liberano dal giogo coloniale ».

La posizione della Sinistra

Anche la Sinistra parla di superamento dei blocchi, ma con una accentuazione pacifistica di stile comunista, in quanto il superamento dei blocchi militari è visto a senso unico, cioè, « contro la politica dei gruppi imperialisti e militaristici, contro la tendenza a fare del riarmo la valvola di sicurezza della economia capitalistica ».
Parole ed espressioni che sembrano tratte di peso da una delle tante risoluzioni del partito comunista.
Naturalmente, l'Alleanza Atlantica è sdegnosamente respinta perché essa è « solo uno strumento di lotta contro i Paesi socialisti ».
Anche la funzione, del socialismo internazionale nella tesi della Sinistra ha una sua particolare colorazione:
« Una politica operaia e socialista nei rapporti internazionali impone invece una coerente lotta contro l'imperialismo e il colonialismo, una efficiente solidarietà con coloro che lottano per la loro libertà e indipendenza ».
Tra la posizione degli Autonomisti e quella della Sinistra tenta di inserirsi, con una funzione vagamente mediatrice, la corrente di minoranza che fa capo all'On. Basso.
Ma sostanzialmente, al di là delle espressioni involute che le sono proprie, anche questa tesi prende posizione verso un più marcato filo-sovietismo che annulla ogni espressione neutralistica. La situazione della politica comunista e in particolare dell'Unione Sovietica è vista in un quadro di retorico attivismo. Secondo i seguaci di Basso, nei Paesi comunisti « vengono demolite le pastoie del dogmatismo e viene lasciato libero campo al manifestarsi di energie fresche più aperte, più vive, più direttamente legate alla realtà del Paese e alle aspirazioni delle masse ».
In quali provvedimenti, in quali manifestazioni si determini questa vita democratica e rinnovata, Basso non dice. Afferma, sullo slancio di questo ottimismo nei confronti delle cose sovietiche, che « il processo di sburocratizzazione e decentralizzazione » economica ha dato il via ad una nuova pianificazione che ha sviluppato i consumi fino a portare ad un « elevamento generale del tenore di vita ».
In cosa consista, cifre alla mano, questo più elevato tenore di vita, questa democratica e benefica pianificazione, proprio nei momenti in cui la censura sovietica è costretta a ammettere una crisi agricola, Basso non dice. Basso, anzi, vede dappertutto nei Paesi comunisti « ricerca di nuove forme di vita democratica », « ristabilimento della legalità », « una espressione artistica libera e una più larga circolazione di idee ».
Mentre Nenni si manifesta perplesso e sconcertato del vertice rosso, Basso risulta ottimista. Anche i contrasti manifestati nella conferenza moscovita sono per lui motivo di gioia perché stanno « in luogo della antica uniformità, dell'immobilismo » (che quando c'erano, uniformità e immobilismo, Basso si era ben guardato dal criticare).
Basso ammette (perché il contrasto dialettico gioca a favore del risultato finale) che nel mondo comunista esistano « resistenze e ostacoli », ma non ha dubbi sulla « impetuosa avanzata di energie più nuove » e di « tesi più moderne ».
Anche sul problema della via democratica al socialismo, Basso è elusivo ed equivoco, in quanto critica la società occidentale come « interamente alienata », anche se concede « una sfera di apparente liceità » al gusto individuale.
Sul piano internazionale, Basso condanna i « conati provocatori » degli americani « contro l'indipendenza di Cuba, del Congo, del Laos », anche se sostiene (bontà sua) che« appare sempre più difficile frenare la spinta verso la distensione ».
Anche Basso accenna e chiede il superamento dei blocchi, sia pure con intonazione più prossima alle tesi della Sinistra che non a quelle degli Autonomisti, e condanna la « Internazionale Socialista » che, secondo Basso, « è venuta sempre più integrandosi al mondo capitalista e ne costituisce oggi un elemento ».

* * *

CAPITOLO TERZO

E' accettabile il neutralismo del P.S.I. ?


Dopo quanto abbiamo scritto, dopo aver delineato — sia pur sommariamente — la posizione del partito socialista in merito al problema del neutralismo, è venuto il momento di trarre le somme. Bisogna, cioè, rispondere all'interrogativo: la posizione di «neutralismo» che il P.S.I. sostiene è accettabile?

Il neutralismo socialista, così come oggi si esprime, è inaccettabile, in quanto consiste nell'invito ad una impossibile posizione di neutralità dell'Italia nell'attuale situazione internazionale

Questa è, infatti, la tesi neutralistica che, nella migliore delle ipotesi (e cioè secondo l'interpretazione data dagli autonomisti del partito), il P.S.I. vorrebbe che fosse adottata dal Governo italiano come regola dei suoi rapporti con gli altri Stati, come mezzo della sua politica estera.
Dicono i socialisti (autonomisti): l'Italia deve porsi al di fuori dello schieramento di blocchi di potenze. Fuori dell'alternativa Occidente-Oriente. Fuori dei due blocchi capitanati dall'America e dalla Russia. L'Italia deve far parte del terzo blocco, il blocco dei Paesi nuovi, il blocco degli stati autonomi e neutrali, che svolgono una funzione di mediazione, di pacificazione, di superamento delle contese che dividono il mondo.
Questa — dicono ancora i socialisti autonomisti — è la missione di neutralità, di mediazione, di pacificazione che spetta al nostro Paese. Ma questa tesi è utopistica e inaccettabile.
1) Non si può non scegliere. Nella attuale situazione internazionale non ci si può esimere dal prendere posizione pro o contro gli Stati che difendono la libertà e pro o contro gli Stati che vorrebbero imporre un altro assetto della società. Gli stessi socialisti autonomisti riconoscono che sovietici e comunisti non danno affidamento per quanto riguarda l'esercizio democratico del potere.
E allora?
Allora non si può essere rinunciatari ne chiudere gli occhi di fronte alle diverse posizioni ideologiche e politiche degli Stati, al diverso modo di intendere e di applicare la democrazia.
2) La difesa è un dovere. Nella presente situazione geografica, politica e militare, la difesa è, per il nostro Paese, prima ancora un dovere che un diritto. E la difesa, oggi che gli armamenti sono così terribili e costosi, non può essere effettuata da una posizione di isolamento.
Da soli non ci si difende: le alleanze sono necessarie. Che si debba trattare di alleanze puramente difensive è un principio ammesso dai Paesi occidentali. Né, almeno fino ad ora, si possono portare prove in contrario.
3) Non si deve confondere la posizione del nostro Paese con quella dei Paesi afro-asiatici. Invece i socialisti non tengono conto di questa distinzione.
L'Italia, ha una posizione storica, politica, geografica ben diversa da quella degli altri Paesi neutrali che ci vengono additati ad esempio. Mescolare le carte significa confondere le idee, significa barare al gioco.
Ma, si dice: e la Svizzera e gli Stati scandinavi?
Anche qui, le argomentazioni vengono utilizzate in forma polemica, ma sono senza fondamento, non aderiscono alla realtà.
Prima di tutto, gli Stati citati ad esempio dai socialisti non è vero che occupano una posizione assolutamente neutrale, che sconfina nell'agnosticismo o, perlomeno, prescinde dagli schieramenti di forze in campo.
Poi, se alcuni di essi sono estranei al alcune delle alleanze di tipo politico-militari a scopo difensivo strette dai Paesi occidentali, ciò è dovuto proprio alla posizione particolare di quei Paesi.
Ma come identificare la posizione dell'Italia con quella della Svizzera, o della Norvegia? Siamo fuori della realtà.
E poi: questi Paesi, oltre a star fuori da alcune alleanze, non pare che svolgano una particolare e positiva funzione neutralistica, di pacificazione tra i blocchi. La loro è piuttosto una posizione di assenza (determinata da molteplici ragioni) che di presenza attiva.

Il neutralismo socialista è inaccettabile perché al di là delle manifestazioni verbali di terza forzismo, esiste, specialmente nella forte minoranza del partito, una chiara preferenza per l'URSS

E questo lo abbiamo documentato nelle pagine precedenti. Abbiamo visto che le correnti di sinistra e dei bassiani non distribuiscono mai equamente tra le due parti meriti o torti. Per essi:
a) l'Unione Sovietica e gli Stati socialisti sono la guida del mondo, sono all'avanguardia e quando si arriva ad accennare ad « errori » lo si fa solo per poter dire che « gli errori sono stati superati »;
b) i Paesi occidentali sono tutti da condannare per il loro assetto capitalistico, per le loro brame imperialistiche, per lo sfruttamento colonialistico di quelle popolazioni che solo l'URSS tende a liberare.
Come si può pretendere, entro questo schema manicheo, di parlare di neutralismo?
Il neutralismo è obiettività.

Il neutralismo di questi socialisti è fazione

Da una parte l'URSS, che vuole la pace, la liberazione dei popoli. Dall'altro i paesi capitalistici, che tendono alla guerra, allo sfruttamento delle popolazioni.
Qui non ci si può più parlare di neutralismo, ma di filosovietismo in concorrenza con quello praticato dai comunisti.
Queste tesi più estreme sono proprie della forte minoranza del P.S.I. senza quasi distinzione tra Sinistra e seguaci di Basso. Ma anche gli autonomisti, che pure muovono alcune critiche all'Unione Sovietica, non riescono a liberarsi dall'impulso di attribuire all'URSS una funzione di guida verso la pace e la liberazione dei popoli. E così inquinano il loro già equivoco e utopistico neutralismo, facendolo diventare un neutralismo a senso unico.
Ma il neutralismo predicato dal Partito socialista, oltre che inaccettabile, è anche pericoloso? E cioè: il fatto che il P.S.I. ne parli, lo proponga come piattaforma per la nostra politica estera può diventare una minaccia? Vediamo.

Il neutralismo del P.S.I. è pericoloso perché genera confusione

Le tesi neutralistiche, pacifistiche hanno grande possibilità di attecchire nell'animo delle persone semplici, in larghi strati di popolazione veramente amante della pace che ricorda con orrore i momenti terribili della guerra. Lo sanno bene i comunisti che, fidando su questo sentimento spontaneo e sull'ingenuità che lo accompagna, hanno fatto largo uso di « campagne per la pace », « movimento per la pace », « partigiani della pace », « colombe della pace », e così via. Non sempre i destinatari di questa propaganda riuscivano a distinguere che parlare di pace non significa sempre volere la pace. Anzi: chi più ne parla meno la vuole. Ora il pubblico tradizionale si è fatto più scaltrito e, dal giorno dei fatti di Ungheria e Polonia, i comunisti hanno messo un po' da parte questa grancassa della pace.
Il « neutralismo » predicato dai socialisti, fondandosi su richiami che paiono « di buon senso » potrebbe riuscire altrettanto pericoloso della campagna pacifistica dei comunisti. Sarebbero così in molti a pensare — sulla falsariga della propaganda socialista — che « in fondo », si può benissimo « restare neutrali », che « bisogna smobilitare lo esercito » e quindi « opporsi al servizio militare ». Si sa come le impressioni superficiali, fondate più sul sentimento e la fantasia che non sulla ragione, facciamo strada rapidamente. Così potrebbe riuscire al « neutralismo ». Creerebbe crepe nel senso unitario nazionale, aumenterebbe il desiderio di insubordinazione. Estenderebbe, in una parola, la confusione, come è sempre destinato a fare un principio confuso ed equivoco.

Il neutralismo del P.S.I. è pericoloso perché confonde la linea del partito con quella del Paese

Spesso i socialisti, per dare maggiore credibilità alla loro dottrina del neutralismo, si appellano all’esempio e alle tesi di altri partiti, primo fra tutti il partito laburista inglese. Ma qui sta un errore di prospettiva dei nostri socialisti. Perché un conto è la posizione politica di un partito, che può benissimo far professione di neutralismo, se ci crede: e altra cosa è la politica estera dello Stato.
Perché proprio i laburisti, ai quali così di sovente fanno appello i nostri socialisti, hanno dimostrato — quando hanno avuto in mano le redini della Nazione — di saper bene distinguere tra posizione e dottrina, del partito, anche in politica estera, e politica dello Stato. Un partito può avere delle tesi anche più estremiste rispetto alla politica del Paese. Ma, una volta che si trovi in posizione di potere, deve saper rispettare le tradizioni storiche e le condizioni politiche obiettive in cui il Paese si trova ad operare, anche a prezzo di una parte dei programmi del partito.
Così fece il partito laburista in Inghilterra. Ma così non ci dà garanzia che farebbe il P.S.I. in Italia. Quel P.S.I. che propone di trasferire tout court la tesi del neutralismo da ideologia del partito a politica dello Stato.
Ecco una ragione di più per considerare pericoloso, e quindi inaccettabile nella sostanza, il neutralismo socialista.

* * *

CAPITOLO QUARTO

Il Congresso di Milano

I1 34° Congresso Nazionale del P.S.I., che si è svolto a Milano dal 15 al 19 marzo, ha portato nuovi elementi per una considerazione, e tutto sommato una riconferma, di quanto fino ad ora esaminato in merito alla politica internazionale del partito socialista.
In sostanza e prima di fare alcune citazioni, si possono già anticipare delle considerazioni.
La dottrina socialista, relativamente ai problemi di politica internazionale, assume un significato più equivoco e evanescente dopo il Congresso di Milano.
Questo per due motivi.
1) Perché l'aumento delle correnti di Sinistra riduce la forza ed il prestigio della maggioranza autonomista. A ciò si aggiunge l'elemento nuovo scaturito dal Congresso di Milano e rappresentato dalla posizione assunta all'interno della maggioranza dall'On. Lombardi, che ha mostrato di attribuire un diverso significato (rispetto al pensiero di Pietro Nenni) a quelli che sono i rapporti con le minoranze di Sinistra. Non è, infatti, un caso la ricostituzione di una direzione unitaria con la partecipazione delle due correnti di Sinistra. Questo è avvenuto proprio per merito e volontà di Lombardi che ha, nei confronti di Nenni, una diversa posizione di prestigio rispetto a quella che aveva dopo il Congresso di Napoli.
2) Il Vice segretario del partito, De Martino, ha fatto, nel corso del suo intervento, una ammissione molto importante. Ha detto: « Mentre sulla analisi della situazione internazionale vi è una larga comunità di vedute nel nostro partito… abbiamo trovato invece differenze nelle analisi della situazione interna ».
E' una dichiarazione sostanzialmente veritiera e che aumenta il senso di disagio nel momento in cui si considera la dottrina del partito socialista in politica estera. Infatti, se esiste (e in effetti esiste) una diversa valutazione fra minoranza e maggioranza sui problemi di politica interna, non si può pretendere di superare questa situazione sulla base di una fittizia unitarietà in politica estera.
Esaminiamo ora, alla luce di queste premesse, alcune affermazioni contenute nei più importanti documenti del Congresso milanese.
La relazione di Pietro Nenni, con cui si è aperto il Congresso, tende, da un lato, ad approfondire la critica nei confronti dell'Unione Sovietica e relativamente alla politica estera di quello Stato; dall'altro, a  accentuare, senza una sufficiente coerenza con quella premessa, le tesi neutralistiche del rigetto dei blocchi e di mediazione tra le forze contrapposte.
Nenni afferma, infatti, che: « Il manifesto degli 81 partiti comunisti del mondo elaborato a Mosca... è il documento meno accessibile ai socialisti che sia stato pubblicato dalla svolta comunista del 1935 » e aggiunge: « Il manifesto si riduce alla tesi, sottintesa e sempre presente, della identificazione della lotta di classe con la vittoria dell'URSS e del blocco comunista e della conseguente necessità di tutto subordinare o anche sacrificare a tale vittoria ».
Concludendo, a questo proposito:
« Nel manifesto ogni posizione di potere e di potenza del comunismo è considerata al disopra degli interessi generali della pace ».
D'altra parte, Nenni attribuisce una funzione demiurgica all'iniziativa di Kruscev affermando: « Kruscev rappresenta, nella evoluzione dell'Unione Sovietica, la promessa e la garanzia di migliori condizioni di vita per tutti e di rapporti politici più umani, cioè per definizione è l'interprete di una esigenza di distensione incompatibile non solo con la guerra, ma anche con la mistica dell'assedio e della aggressione che ha caratterizzato, non sempre arbitrariamente, l'epoca staliniana... La sua azione non s'appoggia ancora su valide garanzie di vita democratica fuori delle quali tutto si corrompe, e tuttavia si diparte da profondi cambiamenti che hanno modificato la sostanza della politica sovietica ».
E ancora, malgrado l'irrigidimento della politica sovietica e le difficoltà riconosciute all'iniziativa di Kruscev, Nenni afferma che è: « il momento per una iniziativa socialista di politica internazionale che rifiuti l'identificazione coi blocchi, e fuori o dentro di essi assuma la direzione di una organica azione per la distensione e per la pace ».
La Sinistra, al contrario, rovescia la funzione demiurgica che Nenni attribuiva direttamente all'iniziativa di Kruscev sulla stessa iniziativa politica dell'Unione Sovietica. La dinamica internazionale è considerata sempre più in termini settari : da un lato il capitalismo e l'imperialismo che sfruttano, con sistemi colonialistici, i nuovi popoli, e dall'altro l'iniziativa liberatoria dell'Unione Sovietica. Ecco, infatti, il leader della Sinistra, Vecchietti, che afferma : « L'accresciuta forza economica della Unione Sovietica ha contribuito ad accelerare e a garantire il processo di liberazione dei popoli coloniali o soggetti ai gruppi imperialistici, che hanno perduto, almeno in parte, anche l'arma dello strangolamento economico contro Paesi semicoloniali e coloniali ».
In questa visione nettamente ottimistica della funzione assunta dall'Unione Sovietica non mancano affermazioni di sapore fideistico come quando Vecchietti afferma:
« Solo i socialdemocratici o gli anticomunisti di mestiere, possono dubitare oggi della direzione di marcia dell'URSS ». Oppure quando profetizza che : « In un domani che si approssima, il socialismo sovietico diverrà per la stessa classe lavoratrice europea dei Paesi capitalistici più avanzati non un mito, ma una realtà fascinosa ».
In questo panorama si inserisce anche la prospettiva di azione del P.S.I. e la stessa funzione che i socialisti attribuiscono allo Stato italiano quando Vecchietti afferma che il problema attuale è quello « di congiungere la lotta per il superamento dei blocchi con la lotta per la neutralità dello Stato italiano ».
Il tentativo migliore per saldare le due posizioni polemiche è opera-to, come abbiamo detto, dall' on. Riccardo Lombardi, che si batte a fondo per un superamento delle posizioni contrapposte di Destra e di Sinistra all'interno del partito e per una riunificazione al di sopra delle polemiche contingenti. Lombardi, infatti, da un lato sostiene una articolazione diversa e moderna del marxismo con la necessità di « aggiornare le molte teorie già messe in discussione sulla possibilità della fine del capitalismo per esaurimento »; dall'altro, dopo aver lanciato un ponte con la teorizzazione di una posizione di « acomunismo », afferma che « bisogna organizzare i nostri dissensi in maniera che essi divengano un fatto costruttivo ». E' il tentativo migliore, che avrà la sua buona parte di successo sul piano di un aggiornamento strategico e tattico della dottrina marxista e di una più solida affermazione del neutralismo attivo.
Veniamo, ora, ai passi più importanti delle mozioni conclusive del Congresso. Nella mozione della maggioranza si chiede : « Nel campo internazionale, una politica di pace e di distensione — ispirata alla costante posizione neutralistica dei socialisti — che tenda al superamento dei blocchi, rifiuti ogni ulteriore obbligo militare, riduca quelli esistenti in rapporto alle nuove tendenze suggerite dalla stessa evoluzione della strategia militare, associ il nostro paese alle iniziative di pace degli stati neutrali, aiuti i popoli in lotta contro le residue posizioni colonialiste e imperialiste, rafforzi l'ONU, concorra attivamente al disarmo, a cominciare da quello nucleare ».
Le richieste neutralistiche, che la maggioranza afferma in termini ancora vaghi e comunque riferiti alla iniziativa del partito socialista, nella mozione della Sinistra assumono un più categorico significato e vengono suggerite a base dell'azione politica dello Stato italiano. Si chiede infatti: « il raggiungimento della neutralità dell'Italia, coinvolta oggi dai governi democristiani nel riarmo, nell'atlantismo e nelle responsabilità del colonialismo. La lotta per la neutralità attiva intende sollecitare ed appoggiare gli accordi intesi a delimitare le zone di disimpegno, a realizzare un graduale disarmo controllato, a cominciare da quello atomico: obiettivi che sono il primo passo per il superamento dei blocchi di potenza ».
In definitiva, la differenza tra le due posizioni assume margini molto ristretti ed è proprio in considerazione di ciò che la conclusione a cui perviene il Congresso di Milano in materia di rapporti internazionali e di iniziative richieste allo Stato italiano in politica estera, diventa più equivoca e pericolosa.

Conclusione

I1 34° Congresso Nazionale di Milano ha riconfermato e anche approfondito, per l'ampiezza e profondità del dibattito che si è svolto in quella sede, i dati critici della linea politica del partito socialista, soprattutto per quanto riguarda la posizione assunta in politica estera. Ha riconfermato, cioè, quanto equivoco possa riuscire il rigetto di ogni possibile adesione all'Internazionale socialista, accusata di eccessiva predilezione per la visione occidentale dei rapporti tra potenze. E, di conseguenza, quanto sia confuso e rischioso il programma del neutralismo attivo propugnato dal P.S.I., soprattutto (è bene ripeterlo) quando questa posizione neutralistica viene riproposta come la linea di politica estera più conforme allo Stato italiano.
In questa prospettiva, prima di tutto viene scolorito ogni accenno di adesione agli organismi europei e anche il ripetuto invito che al partito è stato rivolto, specialmente dalla maggioranza autonomistica, di una iniziativa all'interno degli organismi europeistici e di collaborazione europea. Perché questi organismi, sorti per concorde volontà dei paesi occidentali e democratici dell'Europa, ritrovano una delle loro ragioni di vita e una delle loro caratteristiche fondamentali proprio nell'adesione alla politica occidentale, che non rappresenta affatto, come intendono assicurare i socialisti, politica di sopraffazione imperialistica o addirittura colonialistica, quanto piuttosto politica di difesa della libertà e delle sue strutture.
E poi, appare particolarmente difficile da accettare il principio che l'unanimità che non viene riconosciuta possibile sulla politica interna e sulla valutazione dei problemi relativi sia data per scontata in tema
di politica estera. Così, infatti, non solo si vanifica ogni discorso. di tipo democratico tentato dalla maggioranza che si raduna intorno all'on. Nenni, ma si dà un significato sibillino alla richiesta avanzata da Riccardo Lombardi quando chiede la « organizzazione dei dissensi ». Che significa infatti proporre questa « organizzazione », quando si dà per scontata una pretesa unanimità in politica estera, per fondare su questa fragile base una unità organizzativa del partito che ne minaccia, per l'equivoco di fondo che porta in sé, il discorso politico unitario?
E, dunque, ancora una volta si ripropone al partito socialista una necessità di scelta tra due linee che non offrono possibili mediazioni salvo il compromesso dell'una o della altra. Ancora una volta gli autentici democratici, i partigiani integrali della libertà hanno il diritto di chiedere ai socialisti italiani una parola chiara sul significato che essi intendono attribuire ai valori perenni di democrazia e libertà, sia nei rapporti interni che internazionali. Che, se no, il neutralismo rischia di diventare uno dei tanti specchietti per le allodole sprovvedute di ogni paese.


"P.S.I. e neutralismo"
Opuscolo della DC
Roma, aprile 1961

(fonte: biblioteca Butini)


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