LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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L'APERTURA A SINISTRA: INTERVENTO DI GIULIO PASTORE AI PRE-CONGRESSI PROVINCIALI DI VERCELLI E NOVARA
(Vercelli - Novara, 16-17 dicembre 1961)

I sindacalisti cattolici sono stati da sempre protagonisti anche della vita politica della Democrazia Cristiana, in anni nei quali non sussisteva ancora l'incompatibilità tra cariche sindacali e cariche politiche.
Giulio Pastore, fondatore della CISL, è stato eletto nel Consiglio Nazionale della DC sin dal primo Congresso nazionale del 1946. E dopo l'esperienza degasperiana ha promosso una corrente interna al partito che si è presentata nei Congressi nazionali con la proprio autonomia: nel VI Congresso nazionale di Trento nel 1956 guida la lista "Forze Sociali", nel VII Congresso nazionale di Firenze del 1959 si presenta insieme ai fanfaniani di "Nuove Cronache", e in previsione dell'VIII Congresso nazionale di Napoli del 1962 organizza la nuova corrente di "Rinnovamento".
La CISL, le ACLI, e la corrente di "Rinnovamento" appoggiano la politica di centro-sinistra portata avanti da Fanfani prima e da Moro poi.
Nel dicembre 1961 si svolgono i pre-congressi provinciali della DC, in vista del Congresso nazionale dell'anno successivo. Pastore interviene a Vercelli e a Novara, ribadendo la necessità attuale di dare nuovo impulso alla stagione delle riforme, possibile con la piena attuazione della politica di centro-sinistra. Conferma senza riserve l'anti-comunismo, e allerta sulle eccessive polemiche che settori economici stanno facendo sulla Dc e sul mondo cattolico per impedire l'evoluzione della politica di apertura a sinistra del partito.

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MOTIVI DI UNA POLITICA NUOVA


In queste settimane nelle varie province d'Italia si svolgono i precongressi provinciali del nostro partito. Essi sviluppano temi fondamentali per la vita politica del nostro Paese e sono caratterizzati da vivaci ed appassionati dibattiti. Tutto questo è certamente una prova di maturità e di consapevolezza degli iscritti al nostro partito.
Abbiamo bisogno di maturità anche perché mai come ora sembra esserci in gioco per il partito la sua stessa capacità autonoma a svolgere il suo ruolo nella vita del Paese.
La D.C. è infatti oggi al centro di tentativi molteplici, che in un modo o nell'altro, tendono ad offuscarne la volontà e la capacità di procedere autonomamente e soltanto alla luce dei suoi fondamentali principi.
E' in quest'ora delicata, che i Democratici Cristiani devono saper dimostrare di essere se stessi: fedeli cioé alle proprie convinzioni di cattolici coerenti e di democratici convinti.
Molti sono i motivi di preoccupazione in questa vigilia congressuale, e noi annovereremo tra questi anche quelli suscitati dalla campagna di permanente pressione, proveniente da potenti fonti esterne alla D.C. e al mondo cattolico, che viene sviluppata nei confronti di coloro che nel dibattito in corso recano, anche come cattolici, un loro particolare convincimento.
Quello cioè che l'attuale instabilità politica, legata alla minacciosa presenza del P.C.I., pub essere fronteggiata soltanto mediante una politica nuova che consenta di risolvere problemi, attorno ai quali si dibatte il Paese.
Noi crediamo di aver diritto di partecipare al dibattito, nella pienezza delle nostre convinzioni, senza che ad alcuno sia permesso di aggredirci ogni giorno, come se fossimo improvvisamente divenuti dei transfughi della D.C. per assolvere al ruolo di mandatari di diaboliche manovre comuniste.
Noi riteniamo che un siffatto metodo, illecito perché falsa la realtà dei fatti e snatura profondamente le nostre posizioni, sia fuori del buon metodo e della legittimità democratica.
E, tanto per evitare equivoci, confermo che questa nostra ferma protesta non ha come obiettivo i settori interni della D.C., né tanto meno i settori del mondo cattolico. A questi, semmai, vorremmo chiedere, prima che considerazioni di democrazia politica, un maggior spirito cristiano.
Noi ci rivolgiamo sopratutto agli avversari della D.C. appartenenti ad un certo mondo non cattolico, anche perché i mezzi potentissimi di cui dispongono sono oggi massicciamente usati, non solo per premere sulla Democrazia Cristiana, ma anche per gettare il discredito e fuorviare il giudizio della pubblica opinione, sui democratici cristiani che chiedono soltanto che nel Paese si proceda più speditamente sul terreno delle riforme. A riprova, basta scorrere ogni giorno certa grande stampa di informazione.
E' estremamente indicativo, oltre tutto, rilevare che soltanto per le questioni di contenuto economico, tali forze assumono un presunto ruolo di difensori del pensiero della Chiesa; che allorché si tratta di problemi di esclusivo contenuto morale, quali ad esempio quelli della scuola o della censura, non esitano anche esse a schierarsi dalla parte opposta a quella della D.C., conformemente del resto alle loro tradizioni anticattoliche.
La verità è che tali forze, per le quali la difesa del pensiero cattolico non è che un falso scopo, temono soltanto una politica nuova, che si preannuncia capace di ridurre lo strapotere di gruppi, a cui preme non l'interesse generale, cioè quello della società nazionale, ma l'interesse più particolare di ristrette categorie.
E infatti la politica di questi gruppi si trova alla base degli squilibri ormai da tutte le parti denunciati. Lo testimoniano studiosi ed economisti notoriamente obiettivi.
Quegli squilibri che, sul piano sociale, mettono il nostro Paese all'ultimo posto tra quelli di alta civiltà; squilibri ancor meno concepibili oggi, dopo cioè il verificarsi di quello che è stato chiamato il miracolo economico italiano. Miracolo che è certamente una realtà; frutto anche della politica condotta fin qui dai governi democratici.
Ma il miracolo economico espresso soltanto dagli alti indici della produzione e dei redditi non è sufficiente, per un equilibrato ordine sociale.
Problema di fondo e di estrema attualità resta quello di una più equa redistribuzione del maggior reddito: redistribuzione territoriale, settoriale, personale.
Vi è un passo della enciclica "Mater et Magistra" che dice testualmente: "La ricchezza economica di un popolo non è data soltanto dalla abbondanza complessiva dei beni, ma anche e più ancora dalla loro reale ed efficace distribuzione secondo giustizia, a garanzia dello sviluppo personale dei membri della società, ciò che è il vero scopo dell'economia nazionale".
Che cosa denuncia ad esempio il permanere del divario sociale ed economico fra Mezzogiorno e Nord d'Italia? - del profondo diverso grado di efficienza economica che esiste anche tra zone depresse e zone sviluppate della stessa Italia centrale e settentrionale? - della disparità da tutti lamentata tra l'agricoltura e l'industria? del contrasto mortificante, che ormai frequenti episodi rivelano, tra la troppa povertà e la eccessiva ricchezza?
E' difficile negare che sono queste le situazioni dalle quali prende risalto l'esigenza di strumenti capaci di rettificare, di guidare, una economia che lasciata a se stessa si è rivelata incapace di dar vita a situazioni più eque e più giuste.
Quando si disquisisce tra statalismo e liberalismo, di solito non si fa che della inutile dialettica. Per noi, e oltre tutto ci sembra consono con la dottrina sociale della Chiesa, là dove la privata iniziativa si rivela carente ed incapace di realizzare condizioni di vita, per tutti, più degne e più giuste, è lo Stato che deve intervenire con la sua autorità per integrare innanzi tutto, e, nei casi di necessità, per fare ciò che i privati non fanno.
Si parla tanto di monopoli, e alla loro maniera quasi tutti i partiti politici si dichiarano per la libera concorrenza. Quando però la pubblica iniziativa interviene, allora si grida allo scandalo.
Eppure vi sono oggi settori dell'economia nazionale che ieri erano asfittici, sì da far giudicare il nostro Paese incapace di uno sviluppo economico, privo di risorse e quindi naturalmente povero, e che oggi dopo il coraggioso e intelligente intervento pubblico hanno acquistato un inatteso vigore.
Vigore che si è rivelato equilibratore di prezzi e stimolatore degli stessi gruppi privati, sicché assistiamo oggi ad una benefica gara a chi fa di più e di meglio.
Sono questi i settori che sono pervenuti ad una efficienza tale, da destare la viva attenzione ed il rispetto di molti e qualificati ambienti dell'economia mondiale.
Ecco dove si configura la cosiddetta nuova politica; ecco di fatto cosa si teme da questa politica.
Si obietta che non i fini che noi perseguiamo sono discussi, quanto i mezzi, cui si pensa di fare ricorso. E specialmente da nostri amici, ci si addebita di aver diminuito la nostra fiducia nella capacità autosufficiente del patrimonio sociale dei cattolici. E con una punta di minore correttezza, si aggiunge che noi tendiamo a mutuare da altre dottrine ciò che è già nostro patrimonio.
Pare a me che, a questo proposito, nell'interesse di tutti, il discorso possa farsi più sereno e tranquillo specie all'interno della D.C., e le opposte tesi possano dispiegarsi senza apriorismi di sorta.
Nessuno di noi ha diminuito la sua fiducia nei principi della D.C., nessuno di noi pensa di mutuare alcunché di ideologico dagli altri e quindi neanche dal P.S.I.
Noi confermiamo che una volta chiarita la nostra assoluta impossibilità di accettare, anche in minima parte, alcunché di caratterizzazione marxista, una volta verificata l'accettazione da parte di tutti del metodo democratico, come mezzo e come fine, e ciò a conferma della nostra immutata opposizione ad ogni forma di dittatura, comunista e fascista, nella misura in cui vogliamo seriamente e sinceramente realizzare obiettivi di esplicito progresso sociale, ampiamente previsti anche dal programma del nostro partito, non si può fare ricorso ad una strumentazione adeguata.
Per noi le intese con il P.S.I. di cui si parla, peraltro ristrette ad un apporto diretto o indiretto a livello parlamentare, in nessun modo espresso con partecipazioni al Governo, rappresenta in questo momento la strada da percorrere.
In questi giorni la polemica, almeno al livello nazionale, sembra spostarsi dal piano delle formule di governo e delle alleanze parlamentari, al piano programmatico.
Gli amici che con me condividono nell'ambito del partito la rappresentanza di larghe masse di operai, contadini, impiegati, ceti medi, etc. non chiedono di meglio.
Non da oggi, noi prospettiamo la necessità che si affrontino coraggiosamente con decisione e chiarezza di scelte, certi problemi resi sempre più attuali dalla stessa favorevole congiuntura economica: oltre al problema di una diversa redistribuzione di redditi, esiste l'esigenza di una politica e strumentazione fiscale più efficaci o giuste, di un concreto controllo e quindi di una limitazione delle influenze dei monopoli, di una nuova legislazione sulle società per azioni, della nazionalizzazione delle fonti di energia, di un effettivo orientamento selettivo del credito, della sempre più grave questione delle abitazioni popolari specie contadine, dei rapporti di lavoro in agricoltura con particolare riguardo alla mezzadria e alla tutela della piccola impresa coltivatrice.
Noi conveniamo, adunque, sull'opportunità che il dibattito congressuale sia orientato innanzi tutto verso l'elaborazione di una piattaforma programmatica, che non sia però il solito zibaldone che di tutto si occupa, ma che proprio per questo contiene in se le premesse per non farne nulla sul piano operativo.
All'attuale governo va riconosciuto di aver dato l'avvio ad interventi di coraggio: bisogna saper continuare e con notevole accentuazione ma sopratutto devono essere individuate le remore che impediscono di andare ancora più avanti, così come le condizioni di squilibrio del Paese richiedono.
Ma, cari amici, dobbiamo preoccuparci del programma, ma anche e sopratutto dobbiamo sentirci impegnati a suscitare e consolidare la necessaria e coerente volontà politica di realizzarlo. Bisogna abbandonare definitivamente il malcostume di chi predica bene e razzola male.
Si parla tanto di garanzie da chiedere in sede di formule governative: il congresso nazionale a nostro parere deve questa volta chiedere garanzie esplicite che il partito, nei suoi organi, si impegni, perché quanto viene programmato sia anche e sollecitamente attuato.
L'amara esperienza dello schema Vanoni rimasto nei cassetti deve pure insegnare qualche cosa.
Lo stesso enorme ritardo con cui è arrivato alla fase parlamentare conclusiva il provvedimento sulle aree fabbricabili che da anni era stato preparato dal governo; la stessa metamorfosi sostanziale che il provvedimento ha subito, sono altri indici che i gruppi di pressione ci sono, anche se non sempre si vedono; così come la riforma fiscale che sembrò anni or sono acquisita e che soltanto ora con i recenti provvedimenti deliberati dal Consiglio dei Ministri sulla progressività della imposta complementare, ha fatto una timida apparizione nelle attività di governo.
E si può aggiungere la stessa lunga e contrastata vicenda sull'art. 17 della legge Tremelloni. Sono tutte situazioni che ci illuminano.
Sono queste le cose che dimostrano che non ci si può più accontentare di bei discorsi o di bei programmi, quei bei discorsi e quei programmi che hanno sempre, fino alla noia, caratterizzato i congressi del nostro partito. I nostri lavoratori, tutti gli iscritti al partito, quanti sono animati da ansie sociali non devono più essere delusi.
Già al Congresso di Firenze richiedemmo una esplicita volontà politica sul piano operativo; l'ottavo congresso dovrà sopratutto caratterizzarsi in questa direzione.
Non saremmo tuttavia giusti se ci limitassimo a stabilire le responsabilità del nostro partito.
Bisogna avere una volta tanto il coraggio di chiamare in causa le massicce pressioni che si manifestano dall'esterno, ad ogni profilarsi di provvedimenti nuovi e coraggiosi, così come è da richiamare il costo di certe alleanze e collaborazioni in corso da anni.
Non saremmo a questo proposito sinceri, se non dicessimo che qualche timore comincia a sorgere in noi, a proposito anche della sollecita e tempestiva attuazione delle conclusioni della recente Conferenza Nazionale della Agricoltura, voluta dal Presidente del Consiglio.
Le riserve e le reazioni di certi ambienti, al documento conclusivo di quella conferenza, che pure è stato il risultato di un approfondito esame all'insospettabile livello degli esperti, degli studiosi e degli operatori agricoli, fanno temere che ostacoli saranno frapposti alla traduzione in provvedimenti se non di tutte almeno di parte delle conclusioni stesse.
Ma l'impegno su un programma non è ancora tutto; occorre predisporre gli strumenti di attuazione; anche questo lo abbiamo chiesto due anni or sono a Firenze.
Quando si fa il discorso di un piano si pone al centro della politica economica l'intervento pubblico e si configurano impegnativi orientamenti anche per la privata iniziativa.
Questa è la programmazione normativa che noi chiediamo, anche perché è il solo modo per avviare gli investimenti privati verso le zone sottosviluppate che spesso vengono ignorate per ragioni di costo e di minore rendimento.
In buona sostanza noi pensiamo che alla legittimità del giusto reddito per i capitali che vanno ad investirsi, debba aggiungersi la non minore legittimità, e questa volta in nome dell'interesse generale, di intervenire a favore delle zone e dei settori privi di particolari elementi di attrazione.
Ho notato che molti di questi temi sono apparsi nel corso del dibattito. Consentitemi di soffermarmi brevemente su qualche punto.
Sono state fatte alcune constatazioni per dimostrare il pieno successo della politica seguita fino ad oggi, traendo in sostanza la conclusione che ogni cambiamento di direzione sarebbe non soltanto inutile ma dannoso. Pressapoco sulla stessa linea si sono espressi alcuni amici i quali, per sostenere le loro tesi, hanno citato come elemento soddisfacente il livello salariale raggiunto nel nostro Paese.
Cari amici, mi sembra inutile contrastare queste affermazioni poiché ritengo che voi conosciate le condizioni salariali, il reddito dei lavoratori di oltre mezza Italia. E non mi riferisco soltanto al Mezzogiorno, ma aggiungo anche i comuni depressi collinari e di montagna del Centro-Nord, la cui situazione economica vi è direttamente nota. E se questo non bastasse, richiamo alla vostra mente la drammatica realtà sociale determinata dall'attuale livello delle pensioni. Non crediate che io voglia fare della demagogia. Spero che non mi addebiterete questo peccato. Ho voluto riferirmi a questi fatti per giungere ad un'altra conclusione che mi pare doverosa per poter formulare un giudizio obiettivo.
Nessuno più degli uomini dÏ governo sente la pena di non poter dare luogo ad interventi globali capaci di modificare queste disparità tra le condizioni economiche di territori diversi e di diverse categorie. Tuttavia, tanto per fare qualche esempio, il progetto di legge a favore delle zone depresse del Centro-Nord, da me predisposto, è fermo; così come è fermo un progetto di legge, predisposto dal Ministro del Lavoro su invito del Presidente del Consiglio, tendente a modificare il livello delle pensioni.
Perché sono fermi questi progetti e con essi molti altri? Perché vi si oppone l'ineluttabile legge del bilancio che non consente; e il bilancio non consente perché non vi sono sufficienti disponibilità. Siamo di fronte a un circolo chiuso che bisogna rompere. E' ora di dire che quando i mezzi non ci sono, poiché le cose che si devono fare sono indilazionabili, i mezzi bisogna saperli prendere dove si trovano. Questo è il problema. Ecco il rapporto tra causa ed effetto di un tipo di politica.
Altro argomento che è ripetutamente tornato nel nostro dibattito, è quello del comunismo. Si è parlato del comunismo in toni tanto accesi che in qualche caso - e consentite che a rilevarlo sia proprio io che nella polemica anticomunista non ho mai usato molta tenerezza - sono stato notevolmente sorpreso.
E' un argomento per il quale i delegati sono molto sensibili, ed io, per la mia stessa provenienza, per aver vissuto con voi molti anni, per conoscere direttamente le vostre pene, credo di essere tra quelli che meglio comprendono che cosa significa la paura del comunismo.
Ma vorrei fare una precisazione: non crediate che qui qualcuno di noi abbia il monopolio dell'anticomunismo: qui siamo tutti anticomunisti, in termini espliciti, senza riserva alcuna. Ed è quindi inutile porre a noi domande e quesiti: nessuno ha il diritto di mettere in dubbio la nostra posizione anticomunista. In questo senso le carte le abbiamo tutti in regola allo stesso modo; non fosse altro che per la nostra viva, sincera, schietta fede cattolica e per la nostra fede nella libertà.
Il discorso da fare è quindi un altro: è quello di valutare i mezzi e gli strumenti più efficaci per combattere il comunismo. Anziché alimentare falsi timori circa ipotetiche collusioni o cedimenti ideologici, bisogna mettere in condizione i nostri delegati di valutare essi stessi quali sono i mezzi più efficaci, più determinanti, nella necessaria, improrogabile lotta al comunismo. La mia valutazione l'ho già fatta e l'ho precisata in quanto ho detto prima: la presenza di un partito comunista sempre più forte e minaccioso richiede una politica nuova.
Io nego che i molti milioni di voti che vanno in direzione comunista siano tutti voti di elettori convinti della validità di quelle teorie e di quel sistema. E giungo addirittura ad affermare che non vi è una precisa convinzione neppure in larga parte dell'elettorato del P.S.I. Si è, che la vita quotidiana che vivono i nostri lavoratori, quel tipo di vita che è determinato non solo dal livello delle paghe ma anche dai rapporti umani all'interno delle aziende, favorisce il formarsi di stati d'animo di ribellione, frutto di una sofferenza che è di ogni giorno. Si tratta di uno stato d'animo che pone il lavoratore in condizione di permanente protesta nei confronti di una società incapace di comprendere e rispettare la sua dignità di uomo. E' da questo atteggiamento protestatario che hanno origine molti voti al comunismo. Ebbene noi pensiamo che molta parte di questi voti siano recuperabili con una nuova politica. Qualcuno ci dice che siamo degli illusi: può darsi; noi non affermiamo di avere in mano la carta definitiva nella battaglia al comunismo. Tuttavia, noi siamo convinti che quella da noi indicata sia una delle strade più valide.
Alcuni amici ci richiamano i rischi che sono connessi alle nostre impostazioni. In fatto di rischi bisogna tenere presente che esistono dei rischi in atto e dei rischi ipotetici. I rischi in atto sono quelli che in precedenza ho rilevato e che si sintetizzano nella incapacità dimostrata sinora dalla politica italiana nell'arginare la lenta ma costante crescita dei voti comunisti. E' chiaro che procedendo le cose come procedono attualmente vi è una scadenza oltre la quale c'è il superamento da parte del comunismo di ogni margine di sicurezza. Questo è evidentemente un rischio in atto. Raffiguriamoci pure un rischio ipotetico, derivante da una politica nuova: c'è il rischio di cedimenti ideologici da parte nostra; c'è il rischio di un possibile voltafaccia del PSI.
Ho già detto prima che respingiamo con ogni energia l'accusa di cedimenti ideologici: è altresì offensiva l'ipotesi che uomini di provata fede, uomini come Moro e Fanfani ad esempio, siano tanto deboli - penso che nessuno li voglia considerare addirittura complici - da rassegnarsi alle eventuali lusinghe di cedimenti ideologici.
Circa l'atteggiamento che potrebbero assumere i socialisti, è bene precisare ancora una volta che le condizioni dell'incontro con il PSI non saranno certamente poste soltanto dal PSI. Ci saremo anche noi, nella pienezza delle nostre convinzioni democratiche, delle nostre convinzioni religiose, nella piena consapevolezza che cedere in certe direzioni non sarebbe più un rischio ipotetico bensì un rischio certo. E' mai possibile che non si possa chiedere un po' di fiducia per uomini che pure hanno dato larga testimonianza di capacità e di volontà nel difendere sempre, in ogni momento, le caratteristiche ideologiche e programmatiche dei cattolici nella vita politica?
Amici delegati, siate certi: nessuno vi tradirà, nessuno tradirà la nostra fede comune.
Consentitemi di soffermarmi un momento su un'altra affermazione emersa nel dibattito.
E' stata affermata in terminl assoluti la sussidiarietà dello Stato nei confronti della privata iniziativa. Si legga bene la "Mater et Magistra", quella magnifica enciclica della quale, guarda il caso, la catena della grande stampa di informazione ha dato l'annuncio per metterla quindi subito tra le cose da dimenticare, impedendo così a larga parte della pubblica opinione che legge tale tipo di stampa ritenendola indipendente, di poter approfondire il contenuto veramente storico del documento pontificio. La "Mater et Magistra" non è soltanto un documento polemico verso altre posizioni ideologiche sul piano della giustizia sociale, così come fu la gloriosissima "Rerum Novarum". Direi che la "Mater et Magistra" ignora quasi l'aspetto polemico per sottolineare soltanto l'aspetto positivo, primario, direi autonomo, della dottrina della Chiesa sul piano sociale. E non è soltanto un documento di socialità, perché imposta problemi di politica economica, di scelte economiche che autorizzano molto più le nostre opinioni in materia rispetto ad altre opinioni. Consentitemi di ricordare che l'enciclica "Mater et Magistra" è esplicita, quando parla delle zone sottosviluppate mondiali, europee, italiane, nell'affermare che è sussidiaria l'iniziativa privata e che è primario l'intervento dello Stato.
Cari amici, ho voluto esporvi con estrema franchezza alcune mie opinioni, che peraltro penso g1à conoscevate. E' questa l'ora delle responsabilità ed è doveroso per ciascuno di assumere le proprie.
Ripeto ciò che ho detto all'inizio: il nostro è un dibattito di grande importanza e per l'avvenire del Partito e per l'avvenire del Paese.
Ma perché il dibattito sia produttivo dobbiamo condurlo con sincerità, e fuori da preconcetti e risentimenti di sorta. Mi pare che sia soprattutto dovere di noi cattolici dare dimostrazione di grande rispetto degli uni verso gli altri. Soprattutto non mettiamo in dubbio la reciproca buona fede e la retta intenzione di servire soltanto la causa alla quale ci siamo votati.
Nella misura in cui crediamo nelle tesi di cui siamo sostenitori, e sappiamo dare ogni giorno prova di servizio disinteressato all'idea, abbiamo tutti uguale diritto - soprattutto perché siamo chiamati ad operare nella sfera temporale - di portare un contributo di eguale peso al comune dibattito.
E se le posizioni che derivano dalle tesi che ciascuno di noi sostiene, risultassero soccombenti, dobbiamo, proprio perché democratici e cristiani, accettare umilmente la logica del giuoco democratico. Soltanto così si realizza veramente la sostanziale unità del Partito.
Se sarà questo il metodo che presiederà lo svolgersi dei precongressi provinciali, e del Congresso Nazionale, possiamo essere certi che qualunque siano le conclusioni a cui perverremo, ne uscirà aumentato il prestigio della D.C. e ne guadagnerà l'avvenire della nostra amata Italia.


Giulio Pastore
Pre-congressi provinciali DC di Vercelli e Novara
Vercelli - Novara, 16-17 dicembre 1961

(fonte: biblioteca Butini)


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