LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VIII CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI GIULIO PASTORE
(Napoli, 30 gennaio 1962)

L'VIII Congresso nazionale della DC si svolge mentre si sono sviluppate a livello locale esperienze amministrative comuni tra DC e PSI, e il dibattito si svolge intorno alla possibilità di aprire nuovi coinvolgimenti anche a livello parlamentare.
L'VIII° Congresso diventa il Congresso che sancisce l'apertura a sinistra della Democrazia Cristiana, il principio della nazionalizzazione dell'energia elettrica, l'avvio di una "politica di piano" o di una "programmazione economica" per lo sviluppo del Paese, e l'insostituibilità dell'istituzione delle regioni.
Il Segretario politico è l'on. Aldo Moro, eletto il 16 marzo 1959 e confermato dopo l'ultimo Congresso a Firenze, e i due Vice Segretari sono l'on. Angelo Salizzoni e l'on. Giovan Battista Scaglia.
La lunga relazione introduttiva dell'on. Moro contiene gli elementi politici di riferimento della politica della DC, intorno alla quale si coagula il consenso di gran parte del Partito.
L'intervento dell'on. Giulio Pastore, punto di riferimento della cosiddetta corrente dei sindacalisti di "Rinnovamento", è centrato sulla collaborazione con i socialisti, sull'appoggio al governo Fanfani e alla linea politica espressa da Moro.

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Il dibattito di questi giorni ha largamente sottoposto al Congresso il problema dell'incontro fra democristiani e socialisti, e soltanto indirettamente — e in verità per opera di pochi oratori — sono state fatte considerazioni sulla politica che la nuova formula di Governo verrebbe chiamata a svolgere. La relazione dell'on. Moro ha stabilito, anche cronologicamente, una stretta colleganza fra i due momenti, ed io ritengo che siamo in molti a considerare essenziale che il Congresso non si esaurisca nell'esame dei rischi e delle possibilità dell'incontro con il P.S.I., ma sia chiamato anche, come del resto risulta dalla relazione del Segretario politico, a fornire indicazioni su cosa ci proponiamo di fare nel caso che tale incontro avvenga.
Allorché nelle scorse settimane vi furono a Roma gli incontri promossi dalla Direzione del Partito allo scopo di indicare alcune linee programmatiche, emerse l'opportunità di evitare che tutto lo scibile divenisse oggetto di esame e di scelte. Richiamando in quella circostanza la particolare attenzione dell'on. Moro, rilevai che il problema numero uno sul quale è incentrata da lungo tempo la polemica politica e quella economica, resta sempre il problema dei cosiddetti squilibri, la drammaticità dei quali. se vogliamo essere sinceri, si trova alla base dell'imperiosa esigenza di dar vita nel nostro Paese ad una politica nuova. Mi consenta l'on. Moro, mi consentano i congressisti, di ripetere qui la mia opinione. Il Congresso deve, a mio parere, evitare di disperdere diversamente il suo dibattito: potremmo altrimenti trovarci dinanzi al contenente, e non al contenuto.
Pare a me che, affrontando i problemi nuovi che la relazione del Segretario ci ha presentato, vi sia innanzitutto la necessità di liberare il dibattito, e questo per motivi di chiarezza ed anche di sincerità, dai pericoli del nominalismo. E' un pericolo che incombe da sempre in casa nostra, ma che specie in questi ultimi tempi si profila con preoccupante insistenza. (Vi confesso che abbiamo provato qualche imbarazzo, poiché in questi giorni abbiamo avuto occasione di constatare che gli scavalcamenti in tema di programma sono stati notevoli). La verità è che circolano fra noi gerghi, formulari ed espressioni che hanno il potere di trovarci tutti d'accordo e attorno ai quali si formano facili, e purtroppo soltanto formali, unanimità. Ieri era la parola « socialità» che conseguiva i maggiori successi, oggi la capofila è la parola « programmazione », anzi l'espressione « politica di piano ». La verità è che dietro ai formulari si nasconde spesso la possibilità di contrabbandare, ad opera dei furbi, qualunque politica, così da far scambiare per evoluzione della politica quella che, nei casi deteriori, è soltanto evoluzione terminologica del linguaggio, mentre le cose, cambiate le parole, continuano ad essere sempre le stesse, e soprattutto continuano ad essere sempre le stesse, salvo un modesto ricambio, le dirigenze politiche.
Di fronte ai problemi che dobbiamo una volta per sempre affrontare e risolvere, bisogna, a mio parere, avere il coraggio di affermare che quello che è veramente indispensabile non è la terminologia, ma è la sostanziale innovazione della nostra politica, e che eventuali nuove coalizioni di Governo sono valide in quanto propongano e siano capaci di realizzare cose nuove. Faremmo un grosso torto alla realtà ed alla verità, se credessimo che nuove formule di Governo sono suggerite semplicemente da esigenze di alleanze parlamentari. Il fatto è che le cose, che la realtà del nostro Paese sono cambiate e cambiano tutti i giorni, e che queste cose che cambiano non chiedono il perpetuarsi di una certa politica elaborata per altri tempi, ma una politica aderente ai bisogni ed ai problemi di oggi.
Tutti parlano, ad esempio, del « miracolo economico » italiano. In effetti, cosa abbiamo di fronte ? Abbiamo una forte espansione della produzione industriale, che ha sostanzialmente modificato il ritmo di incremento del reddito. Noi constatiamo un fenomeno, un fenomeno positivo che certo abbiamo decisamente contribuito a creare. Ma si sbaglia quando si considera e si giudica il « miracolo economico » soltanto in se stesso, magari inebriandosi, senza cioè portare il giudizio su tutti gli effetti che esso ha provocato e provoca nella complessa vita economica e sociale del Paese. Non deve sfuggire ad alcuno che è stato proprio l'accrescimento, superiore alle previsioni, del ritmo di espansione economica che ha rotto il vecchio equilibrio e che ha fatto esplodere tutte le contraddizioni che hanno accompagnato l'unificazione italiana. I problemi non risolti appaiono oggi in tutta la loro drammaticità: il benessere che si diffonde al Nord rende spesso difficile la vita nel Mezzogiorno; lo sviluppo delle industrie rivela la stagnazione nell'economia agricola, che è in crisi; nuovi metodi di produzione e di organizzazione del lavoro accentuano le vecchie carenze della Scuola italiana, rendendola del tutto inadeguata ai bisogni.
Che cosa significa, amici congressisti, tutto questo ? Significa che il « miracolo economico », pur con tutta la sua carica positiva, non riesce di per sé a risolvere quei problemi che si chiamano « squilibri », e per giunta il miracolo ha un costo per la società, nel suo complesso, altamente squilibrato. La verità è che l'espansione produttiva, quando avviene all'insegna del più alto profitto privato, tende inevitabilmente a sacrificare quei fattori, quei settori, quelle regioni che offrono una minore remunerazione al capitale investito. Ed ecco nella sua concretezza e drammaticità il problema degli « squilibri ». D'altra parte, questa è una tendenza incontrovertibile, che ha trovato la sua verifica storica nelle grandi crisi che si sono succedute negli altri Paesi, e non c'è quindi da sorprendersi se si è verificata anche all'interno del nostro Paese.
A questo punto, io credo che noi, che questo nostro Congresso deve avere il coraggio di affermare che la denuncia non basta più: abbiamo l'obbligo di correre ai ripari. Dobbiamo riconoscere che questo è il vero problema politico del nostro tempo, problema da cui discendono tutti gli altri, anche quello delle alleanze. E' un problema politico che deve essere risolto con energia e tempestività, sottraendo lo sviluppo italiano alle logiche settoriali e dei gruppi privati ed ancorandolo a logiche e interessi generali. Bisogna convincersi che oggi è possibile realizzare un tipo diverso di sviluppo dell'economia italiana, più equilibrato, più armonico, capace di far accrescere il ritmo dello sviluppo stesso. Anche questo è un discorso da fare. Non mancano infatti in Italia i presupposti di una politica nuova; e questo bisogna dirlo a coloro che gridano allo scandalo e proclamano la loro indignazione preannunciando che così la nostra economia va verso la catastrofe. Noi lo denunciamo, questo sistema, come ingiusto ed illecito. E' infatti ingiusto ed illecito suscitare allarmi presso l'opinione pubblica (amico Andreotti, troppo di frequente e senza reale fondamento si sono avuti in questi tempi improvvisi sbalzi di Borsa !) se si vuole seriamente sbloccare la situazione italiana. E' un discorso da fare, perché se ne hanno tutti i motivi.
Nessuno, per esempio, può negare che il superamento dell'arretratezza meridionale costituisca per l'economia italiana nel suo complesso un nuovo e potente stimolo alla crescita più di quanto non lo sia un eventuale rafforzamento del sistema produttivo del Nord. Nessuno ignora che lo stesso superamento della crisi agricola si ripercuoterà con effetti positivi sul reddito globale; nessuno può contestare che in ogni caso il superamento dell’arretratezza e dell’immobilismo economico di un settore o di una regione, e la crescita delle capacità di acquisto di più vaste masse con il conseguente formarsi di nuovi mercati dei consumi, creano di per sé più vasti e stabili circuiti. E' vero che ci sono state e ci sono ancora nel nostro Paese molte polemiche circa il prezzo da pagare per il risollevamento del Mezzogiorno e per un più adeguato intervento nel settore agricolo, prezzo che verrebbe giudicato troppo alto e non conveniente; ma qui, amici, torna il discorso della logica dell'alto profitto: vogliamo dire che certi rilievi e certe critiche trovano la loro origine esclusivamente là dove o questi erano soltanto in chiave di interessi privati, o si è preoccupati di conservare e consolidare posizioni dominanti sul mercato.
Se dunque è possibile realizzare un tipo più equilibrato di sviluppo, senza incidere negativamente sul ritmo dello stesso, è necessario responsabilmente assumere gli strumenti che siano in grado di portare avanti efficacemente questa nostra linea: una linea che intende sorreggere l'automatismo di mercato, contrapponendo all'interesse di pochi, sia pure entro un ambito delimitato ma rigoroso, l'interesse di tutta la collettività. Quando si chiede una « politica di piano », non si vuol tanto conseguire un fine ideologico, che del resto sarebbe più che lecito, ma ci si propone innanzitutto una strumentazione efficace, capace di promuovere un'azione coordinata ed organica dei singoli e della collettività, proiettata nel tempo e capace di unificare in una visione d'insieme le diverse decisioni e ciò in funzione di obiettivi preventivamente fissati. E' nostro avviso che in questa materia il Congresso non può esimersi dall'indicare scelte precise e chiare. Non si può parlare di piano come se si trattasse di un puro e semplice esercizio linguistico. Il « Piano » è un fatto di tale contenuto e portata da costituire veramente il punto obbligato di passaggio, se vogliamo ricondurre un po' d'ordine nella finora ingiusta distribuzione del benessere nel nostro Paese. A quanti hanno paura delle parole, non sarà male ricordare che, oltretutto, questa è anche la strada maestra per costruire lo Stato democratico. La « politica di piano » intesa nella sua sostanza è oltretutto un metodo permanente di condotta della politica economica e sociale di uno Stato moderno.
Nella sua relazione l'on. Moro ha fatto un'analisi chiara e coraggiosa della realtà economica del Paese, e soprattutto ha affermato tesi nuove. Amici congressisti, consentitemi una piccola confidenza: ho notato la diversità degli applausi e dei consensi rivolti alla relazione del Segretario politico nella prima parte e nella seconda parte. E' tornata l'emotività in questa nostra Assemblea non appena i temi furono di natura formalmente e strettamente politica: l'anticomunismo, l’antifascismo. A me pare, e ve ne chiedo scusa, che è mancata invece tale reazione di consensi quando il Segretario politico ha portato per la prima volta dinanzi ad un'Assemblea politica della D.C. tesi che pochi anni fa non solo si ignoravano, ma, capitando, si respingevano.
L'on. Moro ha sottolineato che esiste oggi nel nostro Paese una chiara contraddizione, sono le sue parole, tra « convenienza privata e convenienza economica quale può essere misurata nell'ambito nazionale ». Mi sembrano, on. Moro, fin troppo chiare le conseguenze che da tale constatazione bisogna trarre. Si impongono innanzi tutto organi e strumenti di pianificazione, capaci di orientare gli investimenti e di realizzarne il controllo, di intervenire sulla formazione qualitativa dei consumi, di promuovere un'adeguata condotta antimonopolista e di politica dei prezzi nelle Aziende a partecipazione statale. Ma domandiamoci: il nostro Stato ha già la possibilità di impostare, e subito, e di attuare un tale tipo di politica ?
L'accettazione del piano come strumento di coordinamento, a priori, delle decisioni di utilizzazione delle risorse disponibili, compatibilmente con un'economia di mercato, richiede due scelte essenziali: come fisseremo gli obiettivi; chi elaborerà e controllerà l'esecuzione del piano. Fissare gli obiettivi del piano è un fatto squisitamente politico che non può essere demandato ai tecnici, così come è stato fatto sino ad oggi. Ed essendo un fatto politico, richiede un'esplicita, non ondeggiante, ferma volontà politica: volontà capace di toccare interessi di gruppi, compresi i gruppi dominanti.
Arriviamo al problema degli strumenti: chi avrà la responsabilità dell'elaborazione e del controllo del piano ? Non è un problema marginale, né un fatto puramente strumentale, poiché non si può sottovalutare la necessità che esso costituisca il punto di partenza per un nuovo ordinamento della pubblica Amministrazione. A noi sembra necessario un organismo nuovo, dotato di chiare competenze e di adeguati strumenti, tali, amici, da non ridurre il nuovo Ministero alla Ragioneria Generale dello Stato. Al nuovo organismo vanno ricondotte tutte le attuali responsabilità territoriali e settoriali di coordinamento, oggi distribuite tra i tanti Comitati di Ministri. Ho avuto personalmente una lunga esperienza in questi anni, presiedendo il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, in tema di coordinamento della spesa, e credo di aver raccolto sufficienti elementi per affermare la necessità di una pregiudiziale riforma dell'ordinamento amministrativo, poiché è vero che l'attuale organizzazione non consente alcun serio coordinamento reale e di contenuto tra i vari settori dell'Amministrazione.
In tema di chiare scelte politiche, permettetemi di richiamare l'attenzione del Congresso su cinque problemi che toccherò rapidissimamente: politica di selezione degli investimenti, politica fiscale, politica dell'energia, politica agraria, politica meridionalistica.
A nostro avviso non esistono oggi sufficienti strumenti pubblici per un controllo selettivo degli investimenti. A prova di questa affermazione è sufficiente rendersi conto come oggi sfuggano al pubblico potere, anche sul piano conoscitivo, qualità e quantità del risparmio di impresa e del suo impiego, quello che si chiama da parte dei tecnici autofinanziamento. La necessità di una riforma delle attuali società per azioni, con particolare riferimento alla pubblicità dei bilanci, è in questa materia un elemento pregiudiziale di una politica selettiva degli investimenti.
Non è difficile fare riferimento qui alle esperienze compiute negli Stati Uniti nel 1933 allorché il Presidente Roosevelt, per superare la grave crisi depressiva, ritenne indispensabile affrontare il problema dell'organizzazione della produzione industriale. Occorre che questa responsabilità venga oggi assunta dalla nostra classe dirigente. E' urgente ed importante sottrarre lo sviluppo alla politica degli investimenti e dei prezzi, che è operata prevalentemente secondo la logica dei grandi gruppi. Non è pertanto da porsi soltanto un problema di legislazione. Anche se è importante disporre di un'efficiente legge antimonopolista, il problema oggi è collegato al tipo e alla capacità di intervento delle aziende a partecipazione statale, le quali devono sapersi imporre una politica di prezzi e di investimenti che riesca finalmente a rompere la logica monopolistica.
L'on. Bo nella sua ultima relazione al Parlamento affermava che si tratta di un problema di politica di gestione; e siamo d'accordo con lui. Lo Stato, pur fedele ai rigidi criteri di economicità di gestione, non interviene mai per accrescere il « potere dell'azienda » secondo una logica privata: non ve ne sarebbe motivo né necessità; ma interviene per accelerare il ritmo di sviluppo industriale e per colpire posizioni dominanti sul mercato. Ebbene, amici, questo in realtà ad alcuni gruppi privati dà fastidio, e non la questione di principio dell'intervento puro e semplice dell'Azienda statale. E ne volete la prova ? Assistiamo oggi ad un tipo di polemica e di critica apertamente discriminata: si colpiscono certe aziende a partecipazione statale, e se ne risparmiano altre.
Quanto alla politica fiscale, l'on. Moro ha detto: « Il sistema tributario opera in un senso scarsamente progressivo ». La denuncia, quando è fatta, pone il dovere dl prospettare i rimedi. Il nostro Vanoni ha avuto il merito di indicare una strada, la quale però è stata abbandonata progressivamente (come capita spesso in casa nostra) per la politica del giorno per giorno, ma che oggi va coraggiosamente ripresa. Le proporzioni assunte dal fenomeno delle evasioni fiscali impongono strumenti d'accertamento adeguati. Non basta scandalizzarsi unanimemente e lasciare che le cose procedano con lo stesso metodo e lo stesso costume. Si potrà discutere sulla portata di alcune proposte, quale ad esempio l'abolizione del segreto bancario, ma resta ferma l'esigenza che gli strumenti siano efficaci. Non si può respingere una proposta come quella che concerne l'abolizione del segreto bancario, senza offrirne, on. Moro, una di pari o anche di maggiore efficacia. E' di questi giorni, come ogni anno, la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi. Altro che « miracolo economico »! Stando alle dichiarazioni fatte, si direbbe che la povertà è generale ! In questi giorni si è verificata anche la « strozzatura » a causa della quale non si sono potute varare leggi che pure sono unanimemente richieste: aumento dei minimi di pensione, provvedimenti per le zone depresse del centro-sud, provvedimenti derivanti dalla Conferenza Nazionale dell'Agricoltura. Rumor ha detto da questo podio che i provvedimenti sono pronti, ma che mancano i mezzi. Qui, veramente, il coraggio si rende necessario, perché mi pare che quasi inconsapevolmente si accrediti la tesi di un muro che in nessun modo si può spezzare. La realtà non è così poiché le evasioni di cui abbiamo testimonianza sono evidenti: la sottrazione al fisco di larghi settori e gruppi è una realtà. Bisogna avere il coraggio di escogitare i mezzi perché questo muro cada.
Quanto alle fonti di energia, l'analisi dell'on. Moro è apparsa attenta ed acuta anche in questa delicata materia, e in verità qui la relazione contiene anche suggerimenti. Noi riteniamo che si debba portare sotto la diretta responsabilità pubblica la produzione dell'energia elettro-nucleare; studiare più a fondo di quanto non abbiamo fatto il problema della nazionalizzazione e, se per caso l'onere ed il costo risultanti fossero sproporzionati alle possibilità economiche dello Stato, affermare perentoriamente che bisognerà trasferire allo Stato le concessioni idroelettriche che vengano a scadere; costituire l'ente per l'energia capace di determinare la politica generale del settore e di controllare le imprese pubbliche e private; effettuare una radicale e coraggiosa politica dei prezzi, capace di incentivare e assecondare il raggiungimento degli obiettivi del piano.
Quanto all'agricoltura, l'on. Moro dice che « la politica agraria deve mutare i propri indirizzi: sarebbe infatti inane continuare a sostenere con misure di protezione le situazioni esistenti senza nello stesso tempo avere una nozione del nuovo assetto che occorre realizzare e delle misure da prendere per raggiungere tale assetto ». Ma, on. Moro, non abbiamo capito perché, parlando della mezzadria, non si sia fatto cenno all'ormai maturo problema del suo superamento, ampiamente sancito, oltre tutto, dalla Conferenza Nazionale dell'Agricoltura. In agricoltura, a nostro parere, le conclusioni potrebbero così riassumersi: realizzare efficienti sistemi di impresa, e quindi superare alcuni tipi, come la mezzadria; stabilire (problema grosso, e noi spesso dinanzi ai problemi grossi ci fermiamo) nuovi rapporti privato-Stato nell'ambito della bonifica soprattutto irrigua (lo sappiamo che è problema difficile, ma io guardo con crescente preoccupazione alle grandiose opere di bonifica realizzate dalla Cassa del Mezzogiorno, che di fatto restano senza risultato concreto, sicché è da chiedersi se, per esempio, non abbiamo condannato alla distruzione quegli stupendi invasi costruiti un po' in tutte le regioni meridionali); affidare responsabilità ad organismi collettivi in tema di trasformazione dei prodotti, e costituire efficienti enti di sviluppo, capaci di stimolare e presiedere alla trasformazione agraria.
Quanto al Mezzogiorno, in ordine agli squilibri cui è chiamata a far fronte la nuova « politica di piano », esso ha una sua particolare collocazione, e non soltanto per dimensioni territoriali, ma anche perché il Mezzogiorno ha offerto la prima possibilità concreta di un intervento pubblico pianificato. Noi riteniamo che debba chiudersi la polemica sui « tempi lunghi » e sui « tempi brevi », poiché ormai è chiaro che è possibile parlare soltanto di urgenza e di « tempi brevi », nel rispetto dei tempi tecnici. Nessuno ha il diritto di condannare il Mezzogiorno a restare nelle condizioni di miseria in cui si trova. La Cassa del Mezzogiorno è stata in concreto il primo strumento, e mai sufficientemente lodato strumento, di intervento programmato dello Stato, che ha assolto con notevole profitto, per lo sviluppo delle regioni meridionali, il suo compito. E' spiacevole dirlo, ma ancora troppa gente, anche di ambienti qualificati, ignora che la « Cassa » opera nel Mezzogiorno con un vero e proprio « piano » con previsioni quindicennali. Il piano della « Cassa » non è stato un fatto strettamente settoriale od infrastrutturale, come taluno crede, ma esso ha progressivamente investito tutta l'economia meridionale, anche se l'assenza di un'adeguata politica economica a livello nazionale e di un coordinato intervento delle amministrazioni ordinarie, ne hanno ridotto in parte l'efficacia innovativa.
L'esperienza positiva condotta ed i risultati conseguiti consentono oggi, alla « politica di piano » in atto nel Mezzogiorno, di puntare più rapidamente alla trasformazione delle strutture produttive attraverso l'attivazione di efficienti poli di sviluppo. Restano questi i cardini della nuova economia del Mezzogiorno, della nostra nuova politica nel Mezzogiorno, che consentiranno la instaurazione di un autonomo meccanismo di sviluppo. E' questa del resto la condizione per dare all'incremento del reddito nel Mezzogiorno un tasso sufficiente a ridurre progressivamente lo squilibrio esistente con il resto del Paese. La politica dei poli di sviluppo richiede alcune condizioni essenziali: la creazione di un apparato industriale che imponga un volume di investimenti maggiore; una più rapida trasformazione dell'agricoltura irrigua, che richiede il completamento degli schemi di irrigazione, una più diretta responsabilità della « Cassa » e dei Consorzi di Bonifica nelle modificazioni produttive ed un'ampia azione di assistenza tecnica e finanziaria; ed infine la preparazione del personale in funzione degli obblighi produttivi che si intende conseguire.
Cari amici congressisti, non avrei richiamato l'attenzione del Congresso, che è Congresso politico, su questi problemi che sembrano tecnici, se non si ponesse l'esigenza di una scelta di natura politica che investe l'intervento pubblico nel suo complesso, una scelta che comporta una netta riqualificazione di tale intervento sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo; una riqualificazione, anche in ordine alla definizione di funzioni e di competenze, dell'intervento straordinario oggi espresso dalla « Cassa » e di quello ordinario che è di competenza dei singoli Ministeri; una riqualificazione che porti alla revisione dei rapporti fra organi centrali, Enti locali e quelli strumentali.
Non è chi non veda come qui, ancora una volta, si richiedano: in linea tecnica un'azione pianificatrice generale, e in linea politica anche il coraggio di scelte ardite e precise. Non lasciate queste scelte alle Amministrazioni centrali, straordinarie o ordinarie: c'è un afflato di contenuto politico che deve derivare dalla base e dalle direttive del Partito! Non lamentatevi se, abbandonati alla burocrazia o al potere centrale, non avrete le scelte conformi alla volontà della base e dei popolo ! Io mi ero illuso, quando portai per la prima volta dinnanzi al Parlamento il problema degli indirizzi del Mezzogiorno attraverso le realizzazioni disposte da un disegno di legge, di poter cavare dal Parlamento sussidio e contributo per determinare le nuove scelte. Non mi interessava essere in grado di oppormi alle facili critiche dell'opposizione, peraltro sempre rivelatesi vuote e prive di fondamento; mi interessava che il Parlamento partecipasse in modo diretto alla critica e alla scelta. Ahimé, qualche delusione il Ministro responsabile l'ha provata, anche se ha avuto ampi consensi per questa sua iniziativa!
Vi è, d'altra parte, nel processo di crescita economica del Mezzogiorno, un pericolo che bisogna evitare, e cioè lo sfruttamento monopolistico delle risorse esistenti da parte dei grandi gruppi e anche dei singoli, i quali, anche perché, amici meridionali, manca un adeguato potere sociale locale capace di contenere e contrastare tale logica, tendono a piegare lo sviluppo in funzione dei propri interessi particolari. E' una strana contraddizione anche questa: andiamo cercando, andiamo suscitando la venuta nel Mezzogiorno dell'iniziativa privata, vuoi di singoli, vuoi di gruppi, e poi, abbandonatili alla loro logica, ci troviamo, sì, a raccogliere, se volete, l'industrializzazione, ma sottraendo al popolo meridionale i risultati democratici di cui ha diritto nel momento in cui si utilizzano le risorse che quelle province offrono.
Il Congresso della D.C. deve sottolineare questo aspetto della realtà meridionale: l'aspetto della crescita civile, del rafforzamento del potere locale, dell'avvio di quelle popolazioni all'autogoverno. Lo deve fare anche perché molte leve politiche e amministrative delle province meridionali sono nelle nostre mani. E' vero, la Direzione Centrale ha promosso nel 1960 un interessante Convegno che doveva delineare ed ha delineato le prospettive nuove della « Cassa », ma non possiamo dire che la presenza e la partecipazione della classe dirigente d.c. (il Segretario politico on. Moro pure si era impegnato in modo notevolissimo) abbia dimostrato che il problema si era veramente imposto alla sua attenzione. Grave, dunque, sarebbe la nostra responsabilità come democratici cristiani ed anche come cattolici, se dovesse risultare, Dio non voglia, che permangono le condizioni che avevano caratterizzato il progressivo decadimento economico, sociale, politico, culturale delle province meridionali.
Il Partito nei suoi organi centrali e periferici deve occuparsi subito e a fondo di questo problema, che il Ministro responsabile da tempo va denunciando. E' questo il problema politico più rilevante del Mezzogiorno: non è più quello delle infrastrutture, oserei dire che non è neppure quello dell'industrializzazione, ma è quello di una crescita civile che consenta alla popolazione, ai ceti popolari, di togliersi da quella situazione di rottura che esiste fra essi e la classe dirigente, per immettersi là dove si determinano le direttive per la politica futura, anche perché bisogna evitare il rischio dell'utilizzazione dei vecchi gruppi di potere da parte dei nuovi gruppi, con evidente danno per la crescita civile. Mi si consenta di ricordare ciò che disse il collega Colombo su questo aspetto al Congresso di Napoli. Io lascio alla riflessione di tutti di constatare se da allora ad oggi si sono fatti dei passi avanti o se siamo rimasti al punto di partenza.
Noi stiamo attuando nel Mezzogiorno la politica dei Consorzi industriali, non solo per costruire infrastrutture, ché in questo caso potremmo anche seguire una strada diversa, ma per rendere gli Enti locali effettivamente responsabili dello sviluppo delle aree. Non si può non convenire sull'attuale debolezza degli Enti locali, ma non vi sono, purtroppo, altre strade, e pertanto bisognerà rafforzare in ogni modo, finanziariamente e tecnicamente, tali Enti. In ogni caso sarà l'interesse generale a prevalere sull'interesse di parte. Non avrebbe logica, nel momento in cui combattiamo una politica di monopolio nel resto dell'Italia, lasciarla fare nel Mezzogiorno: così in un prossimo futuro ci troveremmo di fronte anche lì al dominio dei monopoli.
Occorre, in vista di una « politica di piano », e non soltanto per i problemi del Mezzogiorno, dare una efficiente organizzazione al potere politico e all'ordinamento dello Stato. L'avvertiamo tutti, lo abbiamo ascoltato anche qui, che il problema dello Stato è ormai balzato in primo piano. D'altra parte, se vogliamo senza ipocrisie affrontare questo problema, non ci possiamo nascondere che lo Stato che abbiamo ereditato è, tendenzialmente, direi al di fuori della volontà degli uomini, uno Stato di parte. Il potere economico, che è privilegio di settori ristretti, è diventato il potere dominante nella società. (E qui noi respingiamo l'accusa comunista secondo cui ciò è avvenuto con la complicità della Democrazia Cristiana: è vero, invece, che la D.C. si è trovata di fronte uno Stato già così formato e, se mai, deve trovare l'energia per correggere una situazione non voluta). Questo potere economico ha finito per premere sulle strutture dello Stato, uniformandone gli interessi a quelli di ceti molto ristretti e privilegiati.
L'on. Moro ha coraggiosamente affermato — sono sue parole — che « spetta allo Stato instaurare un nuovo rapporto con la realtà che esso Stato ha il compito di governare, un nuovo rapporto che sia capace di rendere l'azione delle nostre forze sociali più conforme alle linee di progresso della società italiana ». Sono parole interessantissime. Amici congressisti, questa affermazione del nostro Segretario politico in un regime democratico non ha che un significato: non si vince la resistenza di certe forze economiche, senza attuare una più attiva e profonda partecipazione alla vita dello Stato dei nuovi gruppi sociali che si stanno affermando nella società (rivelando oltre tutto un senso di alta responsabilità, che è poi il senso dello Stato, inatteso da parte di certi settori) e che stanno ormai minando alla base il potere esclusivo delle concentrazioni economiche. Sissignori, il movimento operaio, da forza puramente subalterna come l'aveva voluto la borghesia, è riuscito a trasformarsi in forza cosciente dei valori che porta con sé. E' stato salutato come storicamente positivo l'avvento della borghesia in sostituzione dei poteri feudali: ora è giunto il momento di procedere in questo progresso, anche perché la borghesia ha esaurito ormai la sua funzione dirigente.
Nel nostro Paese, dopo lunghi anni di maturazione democratica (e di questo bisogna dare atto ai Sindacati democratici, e l'on. Moro lo ha fatto), i lavoratori possono fare la loro battaglia politica, possono entrare come forza dirigente dello Stato al pari delle altre, per porre fine al dominio di parte nelle strutture politiche, per ancorare la condotta dello Stato al bene comune e all'interesse generale. I nuovi gruppi sociali costituiscono, on. Moro, il necessario contrappeso sanare l'equilibrio turbato, per ancorare la volontà politica all’interesse generale ed attuare — parole sue — una « condotta delle forze sociali più conforme alla luce di progresso della società italiana ».
E' un discorso che sa di ermetismo per i nostri avversari politici (ne chiedo scusa agli amici, ma direi che sa di ermetismo per tutta la classe dirigente italiana) e forse sfugge alla stessa preparazione culturale dei settori popolari; ma pure resta qui il problema di fondo. Noi abbiamo uno Stato di parte, largamente influenzato da un potere economico che è al di là delle istituzioni democratiche — quindi del Parlamento e degli altri organi — che riesce ad orientare e a determinare, ed abbiamo gruppi sociali nuovi relegati in una posizione rivendicazionista e protestataria, senza alcuno strumento né possibilità di creare un contrappeso a quell'altro tipo di interferenza. La democrazia però richiede non l'esercizio delegato del potere, ma, nelle forme più ampie possibili, un esercizio diretto, responsabile, a livello dei gruppi e sotto l'indirizzo e il coordinamento del potere politico.
La classe politica deve perciò convincersi (da anni noi lo predichiamo, e anche la relazione dell'on. Moro ci ha lasciato intravvedere orientamenti nuovi in questo senso, che giudichiamo coraggiosi) che non è essa la sola depositaria del destino della collettività nazionale. Essa deve comportarsi in modo da consentire che la sua volontà si determini in un rapporto costante e responsabile anche con le nuove forze sociali. Queste non chiedono, sia chiaro, di essere sentite in benevola udienza — ah, quelle « Conferenze triangolari »! —, ma chiedono di essere consultate, di raggiungere responsabili intese, di stringere accordi perché ci si possa avviare verso quelle forme di economia « concertata » tra volontà pubblica, privata e privato-collettiva, che sono le uniche possibili nel nostro Paese. E dobbiamo dire questa nostra convinzione al Congresso: che attraverso gli incontri triangolari si è fatto un passo avanti, ma soltanto formale. Presidente Fanfani, perché si sono sentiti, accademicamente, anche i Sindacati, ma non è questo che essi vogliono, non vogliono cioè una crescita di prestigio formale; essi pensano invece che vi è bisogno di un contrappeso ad un potere reale che altri gruppi hanno.
E dirò all'amico Andreotti: vogliamo contrastare i gruppi di pressione, la possibilità, cioè, che essi hanno di determinare situazioni economiche (persino internazionali) capaci di condizionare il potere politico, grazie anche a degli organi di informazione e di formazione di una certa mentalità nella pubblica opinione, che al momento buono servono per tentare di sviare le giuste scelte democratiche del popolo italiano. I Sindacati chiedono di studiare insieme il metodo per contrastare loro il passo. I fautori dello Stato comunista vogliono il rovesciamento del rapporto, che noi invece respingiamo perché a noi non interessa sfuggire al potere dei privati per cadere sotto il potere dello Stato comunista. A noi interessa determinare una presenza democratica di tutti i gruppi sociali. Presidente Fanfani, lei ha sempre ricca fantasia, ed il Paese ne ha largamente guadagnato: si studi assieme quale è la strada!
Dobbiamo dare atto che una certa parte della classe imprenditoriale italiana si è apertamente ribellata davanti al tentativo di volere accrescere il potere iugulatorio di una delle parti economiche del nostro Paese. Per contro, rimane vero che il potere economico è detentore di privilegi non più soltanto economici ma anche politici, che esso sviluppa attraverso molteplici strumenti. Questa è la realtà. Ma si obietta che in regime democratico anche il Sindacato è un gruppo di pressione. E' vero, ma quando abbiamo parlato di sciopero — il solo strumento di pressione che hanno gli operai — noi lavoratori democratici ci siamo preoccupati di evitare che esso uscisse dai suoi limiti naturali ed abbiamo violentemente reagito ai tentativi di trasferire in campo politico la pressione dei Sindacati. E ci siamo riusciti perché la C.G.I.L. non ha potuto far altro che mettersi sulla stessa nostra strada. Il Sindacato deve trovare il modo di opporsi ai movimenti illeciti dell'altro gruppo, se non vogliamo creare una disparità di posizioni dello Stato di fronte ai gruppi che lo compongono.
Caro amico Andreotti, lei ha creduto di rinnovare con la sua brillante parola la polemica sui gruppi di pressione. (Mi consenta, amico on. Andreotti, lei che è sempre così preciso, di ricordare che io ho già accettato questa polemica. Lei doveva dire che tempo fa mi aveva posto delle domande e che io le avevo risposto con una lettera, che ritenevo esauriente). On. Andreotti, vogliamo riprenderla qui, davanti a questo Congresso, davanti all'opinione pubblica ? Io non ho nessuna paura di farlo, ma dovrei essere autorizzato a portare qui l'elenco dei giornali, dei grandi giornali che coordinano l'opinione pubblica, che non solo hanno mantenuta e confermata la linea che ho già denunciato a Firenze come espressione dei gruppi di pressione, ma, purtroppo per tutti noi, l'hanno sensibilmente aggravata.
A questo punto, vi sarebbe anche per me il dovere di affrontare l'argomento più dibattuto del Congresso: l'incontro con il Partito Socialista Italiano. La mia è una semplice dichiarazione — a nome degli amici di Rinnovamento — di totale adesione alla linea emersa dalla relazione del Segretario politico on. Moro. Obiettivamente mi pare che esista in tale linea il coraggio che deve avere un Partito come il nostro, che non può consentirsi il comodo riposo della poltrona di opposizione, ma cui incombe il dovere di governare, il dovere non soltanto di consolidare, ma di sviluppare ulteriormente lo Stato democratico. E ci pare evidente che saranno prese su quella linea tutte le cautele che legittimamente da una parte del Partito e, perché no, del mondo cattolico, ci verranno chieste al momento in cui l'incontro si realizzasse.
Mancherei però di sincerità con me stesso, e col Congresso, se non esprimessi una certa angoscia dell'animo mio, in vista di certi incontri di natura… farmacologica, dove si sono combinate piccole formule chimiche per vedere che cosa ne esce fuori. Confesso che sento una certa perplessità di fronte al profilarsi di un grosso rischio. Mi perdonino gli amici se parlo con franchezza, e voglia comprendermi il Congresso. Qui, in questo Congresso, è apparsa manifesta una grandissima maggioranza intorno alla linea politica dell’On. Moro:
forse con leggere sfumature diverse, ma credo che il calcolo non sia esagerato se indico nella percentuale dell'80% i consensi emersi. Dove sta il rischio, dunque ? Voi lo sentite, io lo sento: l'on. Moro ha detto che mentre spetta al Congresso decidere le scelte di fondo e dare indicazioni di principio sulle cose da fare, l'attuazione dipenderà dal Consiglio Nazionale che il Congresso eleggerà. Amici congressisti che vi preparate al voto, che cosa accadrebbe se in virtù dell'uno o dell'altro sistema elettorale risultasse che l'organo del Partito che andiamo ad eleggere sarà nelle condizioni di rimescolare tutto ? Non dimentichiamo il putiferio suscitato nella D.C. e nel Paese dal momento che abbiamo profilato la necessità di una nuova formula di Governo, nonché l'urgenza di attuare un certo coraggioso programma.
Sarebbe ben triste, amici, se dopo quanto è accaduto, ci trovassimo fra qualche mese non soltanto al punto di partenza, ma nella triste condizione di apparire al Paese ed al mondo che ci guarda come un partito scombinato, che non sa darsi una linea, o che, peggio, quando la linea è stata congressualmente scelta, un sapiente uso del bilancino del farmacista butta tutto all'aria. Amici congressisti, ho affacciato una ipotesi che spero veramente sia frutto soltanto di quella viva perplessità di cui ho parlato. Tocca a voi, tocca al Congresso dare la dimostrazione che l'ipotesi non aveva fondamento, e quindi proclamare solennemente e con atti concreti, ancora una volta, che la D.C., soprattutto perché Partito di cattolici, è ancora degna della fiducia che il Paese le ha dato.

On. Giulio Pastore
VIII Congresso Nazionale della DC
Napoli, 30 gennaio 1962

(fonte: biblioteca Butini)


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