LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VIII CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI MARIANO RUMOR
(Napoli, 30 gennaio 1962)

L'VIII Congresso nazionale della DC si svolge mentre si sono sviluppate a livello locale esperienze amministrative comuni tra DC e PSI, e il dibattito si svolge intorno alla possibilità di aprire nuovi coinvolgimenti anche a livello parlamentare.
L'VIII° Congresso diventa il Congresso che sancisce l'apertura a sinistra della Democrazia Cristiana, il principio della nazionalizzazione dell'energia elettrica, l'avvio di una "politica di piano" o di una "programmazione economica" per lo sviluppo del Paese, e l'insostituibilità dell'istituzione delle regioni.
Il Segretario politico è l'on. Aldo Moro, eletto il 16 marzo 1959 e confermato dopo l'ultimo Congresso a Firenze, e i due Vice Segretari sono l'on. Angelo Salizzoni e l'on. Giovan Battista Scaglia.
La lunga relazione introduttiva dell'on. Moro contiene gli elementi politici di riferimento della politica della DC, intorno alla quale si coagula il consenso di gran parte del Partito.
L'intervento dell'on. Mariano Rumor, uno dei protagonisti tre anni prima della Domus Mariae e della nascita dei dorotei contro la linea di Amintore Fanfani, sostiene a Napoli la linea di apertura a sinistra del segretario Aldo Moro e del Presidente del Consiglio Amintore Fanfani.

* * *

Forse avevamo avuto tutti, già alla vigilia di questo Congresso, la sensazione che la discussione politica, a parte i previsti contrapposti plausi e dissensi, sarebbe stata priva di aspetti drammatici, perché il Partito era venuto via via preparandosi con una discussione ordinata, libera da contraddizioni profonde, con alternative, sul piano delle nostre scelte, che esprimono, sì, opinioni e prospettive diverse, ma non contrasti del tutto insanabili. Mi pare giusto perciò riaffermare qui che il merito della pacatezza sostanziale del nostro dibattito va riconosciuto al nostro Segretario politico, all'on. Moro, che ha governato il Partito mediando con generoso e onesto sforzo, con sacrificio personale, con intelligente senso della misura. Mi sia consentito dire anche che maggioranza e minoranza hanno assecondato il suo sforzo con grande, liberale senso dell'unità. Mi pare che a ciò abbia contribuito l'azione solidale e la collaborazione unitaria che si è venuta realizzando specialmente in questo ultimo anno e mezzo, nel Governo presieduto dall'on. Fanfani. Mi pare però che nel fondo ci siano ancor più radicali e sostanziali motivi unitari, che nascono dalla situazione obiettiva in cui si inquadra il Congresso.
Oggi, a quindici anni di distanza dal nostro ingresso nella realtà politica italiana come Partito guida della democrazia e come classe dirigente dominante, due dati incontrovertibili anche dai più tenaci misconoscitori dei meriti della D.C. sono acquisiti come termini di paragone della nostra presenza politica: anzitutto, lo straordinario impeto espansivo della nostra economia produttiva e, in secondo luogo, la concretizzazione, in termini di iniziata sovrannazionalità, della Comunità Economica Europea. Sono due dati obiettivi, che indicano il lungo cammino percorso, secondo una linea certo ricca di deficienze, di ombre e di incongruenze, da parte di una classe dirigente spesso improvvisata, alla presenza di opposizioni che rendono faticoso il ritmo non dico del programmare, ma dell'amministrare; ma si tratta di una linea sostanzialmente valida e soprattutto creatrice di quelle condizioni pregiudiziali alle ulteriori evoluzioni di cui il Segretario politico ha parlato nella sua relazione, e che sono uno degli argomenti più impegnativi del nostro Congresso.
E' forse superfluo ricordare che alla base di questi risultati sta l'intuizione lucida e coraggiosa di De Gasperi e della classe democratico-cristiana, che all'inizio dell'esperienza democratica, pur stretta in condizioni di estrema difficoltà politica, mirò innanzi tutto all'inserimento organico dell'Italia nell'area occidentale, e poi, e insieme, alla fine della collaborazione con i comunisti, così come aveva prima proclamato e dimostrato l'incompatibilità della D.C. col fascismo. Si può dire che di lì la contrapposizione ideologica della D.C. al comunismo si è tradotta in una coerente, decisa e irreversibile lotta politica contro il comunismo.
Fatto si è, amici, che a risalire dal punto del nostro attuale approdo al punto di partenza, noi peccheremmo contro la verità e saremmo ingiusti contro noi stessi, se questo Congresso, prima di tutto, non proclamasse con grande vigore che, fatte salve le inevitabili deficienze, non solo non abbiamo motivo di rinnegare il nostro passato, ma se mai di rivendicarne l'intatta validità. Vale a dire che oggi noi dobbiamo prospettarci gli impegni futuri, non come un dirottamento, non come un nuovo corso, ma come la logica proiezione di uno sviluppo in corso, resa possibile da quanto fin qui realizzato. Voglio dire che l'anno zero dello sviluppo democratico italiano è il 1946, non il 1962. E' quindi in questo quadro che il Partito, per sua comune adesione, si va apprestando ad impostare e attuare una politica programmata, o, come si è cominciato a chiamarla, una « politica di piano ».
Cari amici, una prima ovvia considerazione. Una « politica di piano » deve essere una cosa seria, concreta, di aperto respiro, ma guardiamoci dal farne ancora una volta un mito nominalistico, un feticcio da adorare. Guardiamoci soprattutto dal farne un oggetto di polemica della nostra dialettica interna. E' e deve essere una politica nuova, che rappresenti però la conclusione razionale di una economia, la nostra, giunta ad un certo stadio di maturità, in un certo ambiente, il nostro, nel quale avvertiamo. in modo e in misura incontrovertibili, che lo sviluppo del Paese, proseguendo così, accentuerebbe, con la crescita sperequata del benessere, lo squilibrio economico ed il disagio politico e sociale dei ceti e delle zone. Cosa debba essere, del resto, una democratica « politica di piano » è stato detto da Moro, ripetuto da molti, e sarà ancora detto da altri e certo, con particolare qualificazione, penso dall'amico Colombo. Mi limiterò a dire che, a mio avviso, non si ha « politica di piano » se essa non si pone obiettivi economici quantitativi, se essa non punta ad una razionale distribuzione del reddito nazionale tra investimenti e consumi, se essa non realizza il pur difficile coordinamento degli investimenti pubblici e privati in aree e settori determinati, se essa non investe quindi direttamente le responsabilità operative dello Stato.
Detto questo, mi sembra che occorra tener presenti queste considerazioni: nel nostro Paese, proprio perché in esso non c'è solo da proporre il razionale sviluppo di una economia già equilibrata, ma vi è una prospettiva di equilibri da raggiungere, la « politica di piano » è una politica di civiltà, tocca cioè non solo gli aspetti economici della società nazionale, ma anche le stesse radici dello sviluppo civile di essa. La « politica di piano » deve individuare i fenomeni da correggere e condivido l'opinione che essi siano la Scuola, la ricerca scientifica, l'agricoltura, che causano i tre squilibri fondamentali del nostro Paese: l'attrito fra esigenze di sviluppo e qualificazione professionale, la insufficiente ricerca applicata, l'imponente fenomeno della urbanizzazione delle masse. Il Mezzogiorno, registrando la somma algebrica dei più gravi squilibri, rappresenta l'area in cui si deve proiettare la programmazione economico-sociale. Occorre inoltre eliminare le sacche di vaste aree (specie in Italia centrale: ha ragione Forlani), che si determinano non per secolare trascuratezza, ma per il crescente divario tra i redditi di un'economia prevalentemente agricola e quelli di un'economia prevalentemente industriale.
Vorrei anche dire che la « politica del piano » è stata già preceduta da tentativi d'impostazione mediante leggi programmate per settori, che, non fosse altro, indicano esse pure l'interesse e l'urgenza di una programmazione. Per quanto mi riguarda, un tentativo di tale tipo mi sembra possa essere considerato, almeno in parte, il « Piano quinquennale per lo sviluppo agricolo », che ha messo ordine nella politica di interventi, ha precisato una graduatoria di priorità, ha fissato le prospettive di sviluppo per settori, ha individuato la caratterizzazione delle zone omogenee ed ha stabilito per ciascuna di esse direttive per un razionale intervento di sviluppo.
Il Segretario politico ha ricordato quali sono gli ulteriori impegni per un rinnovamento organico dell'agricoltura: non ho che da approvare e gli strumenti e la concezione. Si tratta non solo di dare una vigorosa spinta di modernità alle strutture tecnico-economiche, ma di modificare alcune strutture tecnico-sociali, alcuni rapporti, come la mezzadria, ormai in crisi manifesta e non più accettati dal mondo contadino. Ho solo da aggiungere che, per quanto mi riguarda, gli strumenti legislativi di mia competenza indicati nella recente Conferenza agricola sono pronti: bisogna predispone naturalmente i mezzi per la loro attuazione. Vi è dunque ragione per poter affermare che l’ossatura essenziale e le prime indicazioni di fondo per l'inserimento dell’agricoltura in una « politica di programmazione » globale, ci sono.
Una « politica di piano », però, non può prevedere solo l'intervento indicativo, ma anche quello operativo dello Stato, cioè una moderna strumentazione realizzatrice, con un necessario controllo qualitativo del credito, degli autofinanziamenti, dei problemi fiscali. Per assicurare successo a questa politica è necessario perciò anche un rapido adeguamento dell'organizzazione stessa dello Stato e un suo decentramento secondo dimensioni regionali, un adeguamento che riguarda anche la classe politica e la burocrazia, la quale, nel quadro dell'esercizio delle sue pubbliche funzioni, è investita da dirette responsabilità d'intervento.
Ha ragione però Moro, quando afferma che la realtà economica italiana va proiettata tutta intera sul nuovo schermo della Comunità Economica Europea. Così la nostra vocazione liberalizzatrice, sperimentata con grande coraggio in una situazione carica di rischi, dopo la rottura dell'isolazionismo autarchico, può davvero inserire una carica di fiducia, di energia e di coraggio in un mondo ancora depresso e incerto tra i passivi vantaggi del protezionismo e la meditata avventura della libertà degli scambi, che proprio di recente è stata uno dei temi ispiratori della politica delle « nuove frontiere ».
Forlani e Malfatti, che hanno pubblicato un pregevole e sereno studio precongressuale, mi consentano di pensare che l'abbiano scritto prima del 14 gennaio. Essi saranno d'accordo con me nel riconoscere che l'eredità di De Gasperi non è stata né tradita né trascurata. Fanfani, Piccioni e Scelba ricordano con me l'ultima ed angosciosa telefonata da Sella, la mattina del 18 agosto 1954, quando l'imprevisto arenarsi della CED pareva travolgere nella sua rovina l'ideale di una Europa unita e sovrannazionale. Ebbene, credo che Segni e Colombo abbiano sentito con me, all'alba appunto del 14 gennaio, che non solo la Provvidenza ci faceva partecipi di un grande avvenimento della storia, ma ci consentiva inoltre di dissolvere le nebbie dell'angoscia che avevano avvolto di malinconia le ultime ore di Alcide De Gasperi.
Ho detto che il primo spazio, per noi, è quello europeo, ma è uno spazio che naturalmente si inserisce nella realtà della cooperazione occidentale, cardine e punto di riferimento di ogni nostra politica e condizione prima del nostro consolidamento democratico e della nostra espansione economica. Non è immaginabile oggi un'Italia staccata da quel contesto, e ciò non solo perché un tale distacco spezzerebbe, come universalmente è riconosciuto, l'equilibrio mondiale, ma per una ragione più positiva, e cioè che la dinamica democratica della storia, il moto di liberazione dei popoli, l'evoluzione di una libera cooperazione economica e quindi del progresso civile, sono ormai indissolubilmente legati alla stabilità e alla capacità evolutiva del mondo occidentale. Qualcuno teme che in questo spazio occidentale vi sia per noi solo un posto di passivo allineamento sulle decisioni altrui, ma in verità — valga ad esempio — la stampa mondiale è stata unanime nel riconoscere la funzione dinamica dell'Italia nelle vicende determinanti della Comunità Economica Europea.
E si può aggiungere che un posto di attiva presenza già occupiamo e siamo destinati ad occupare, anche senza alzarci in punta di piedi. nella dinamica prospettiva d'una Comunità atlantica e occidentale costruttrice di pace, di civiltà e di solidarietà economica e sociale.
Non si può certo dire che siamo rimasti inerti ed emarginati nell'ambito della Comunità atlantica, nella comune ricerca di una stabilizzazione equa e dignitosa dei rapporti di forza fra i blocchi.
E un vasto campo, forse fin qui inesplorato, ci si apre nella suggestiva vicenda dell'evoluzione democratica dei continenti. Ci sono aree in cui la nostra influenza può esercitarsi in condizioni favorevoli e in maniera incisiva: in Africa, per esempio, dove la nostra azione ha paragone forse solo con quella inglese degli ultimi trent'anni, e nella America latina, dove, per la sostanziale coincidenza di tradizioni civili e per la suggestione della nostra dottrina, proprio della nostra dottrina democratica cristiana, noi siamo in grado di realizzare nuclei di amicizia e di solidarietà che contribuiscano a meglio saldare quel mondo con l'Occidente, cui esso appartiene per tradizioni di solidarietà e di esperienza. E sarà un prestigioso contributo, questo, allo sforzo comune di contendere il mondo nuovo alle tentazioni comuniste e alle lusinghe sovietiche e cinesi, contributo di cui certo nessuno potrà dolersi.
Ora, cari amici, viene proprio da domandarsi se, di fronte ad un così ampio respiro di una politica di civiltà quale si apre per noi in questa prospettiva. non sia davvero un sogno malato quello di annullare le garanzie di sicurezza che danno slancio al mondo democratico, di spezzare una solidarietà su cui riposa la fiducia dell'elettorato democratico italiano. per vagheggiare, al contrario, una solitudine indifesa, tanto debole e sospetta quanto presuntuosa ed astratta; e se obiettivamente si possa far nascere dubbi di sorta nella coscienza pubblica e nella opinione responsabile internazionale, cessando di essere presenti con impegno attivo in una politica occidentale di iniziativa di pace, che del resto è l'unica ad aprire le porte dello stesso campo comunista alla nostra penetrazione economica.
Certo, questa che noi conduciamo è una politica esattamente contraria a quella che persegue con ammirevole e paziente ostinazione il Partito Comunista Italiano. Perché una cosa soprattutto preme ad esso: una svolta in politica estera, e nel suo inesausto trasformismo il PCI troverebbe motivi di incontro con chiunque, a qualunque prezzo, contento anche solo di un allentamento dei nostri vincoli con l'Occidente atlantico. Sono convinto che il partito comunista non pretenderebbe partecipazione di potere, decoro di alleanze formali o di un riconosciuto incontro politico. Si accontenterebbe di stare sulla soglia come un cane da guardia, ma sulla soglia di un Governo e di una maggioranza svincolati dai patti che li legano all'Occidente.
Un partito politico democratico tende a sceverarsi da ogni collaborazione con i comunisti per l'antitesi totale e irreversibile che separa la democrazia dal comunismo. E' in questo campo che si misura la dimensione di una politica che effettivamente isoli il partito comunista su un terreno che non si presti ad equivoci. E' qui, sopratutto, che non possiamo essere disposti in alcun modo a rendere mutevole ed incerta nella coscienza pubblica la limpida certezza di questo nostro impegno. Credo che il fondo del problema dei nostri incontri con altri partiti debba trovare in questo punto una sua componente essenziale. Non c’è dubbio che ogni nostro incontro con forze e partiti insofferenti della dialettica democratica, legati ad una visione reazionaria e conservatrice, sarebbe precluso non solo dalla nostra vocazione popolare e antifascista, ma anche perché sappiamo per esperienza che questo fatto determinerebbe le condizioni ideali perché il comunismo esca dal suo isolamento e tenda a legittimarsi nella più vasta area dell'antifascismo. E' forse inutile perciò ricordare che la D.C. rivendica la sua libertà di incontri e di scelte entro tutto l'arco democratico. E non c'è dubbio che nell'arco delle forze democratiche la nostra scelta vada alle forze dalle quali una politica coraggiosa di programmazione e di sviluppo sia naturalmente agevolata ed incoraggiata.
Il problema del PSI entra chiaramente in questo quadro complesso, che va dagli sviluppi programmati della « politica di piano » alla cornice di una politica generale entro la quale la « politica di piano» si inscrive per trarne stabilità e sicurezza. Il problema del PSI si pone oggi, quindi, perché sono effettivamente maturati alcuni dati obiettivi, che ci consentono di affrontare questo problema nella nostra tematica congressuale. Questi elementi, a mio avviso, sono: 1) l'indubbia formazione all'interno del partito socialista di una classe dirigente nuova che, intorno a Nenni, mostra una sua accentuata e battagliera disponibilità per un incontro costruttivo con le forze democratiche (ed è quindi necessario sondare quale profondità di spazio effettivamente abbia nell'area socialista questo vivo ed intelligente gruppo dirigente, ma sarebbe errore ignorare questa realtà di fatto); 2) la nostra prospettiva di « politica programmata », che fa prevedere indubbiamente più facile il suo sviluppo con un partito, come quello socialista, più aperto ad integrare l'attività privata entro una cornice di responsabilità pubbliche operative quali quelle che una tale politica comporta; 3) l’opportunità di allargare per quella « politica programmata » l'area di partecipazione, e di impegnare i responsabili politici e sindacali di quelle masse lavoratrici che sono ancora al di fuori della nostra area di influenza; 4) soprattutto l'opportunità, sottolineata dal Segretario politico, che si creino le condizioni per un progressivo isolamento del partito comunista.
L'acquisizione del partito socialista all'area democratica fu anche il sogno di De Gasperi, conclusosi allora in modo malinconicamente negativo, proprio col discorso con cui in questo Teatro egli pose fine al suo magistero politico. Oggi ci sono, obiettivamente, condizioni nuove per una apporto del PSI a sostegno di una politica di Governo. In che misura? In che proporzioni? Mi pare che al PSI vada fatto un discorso leale. Noi non chiediamo ad esso la rinuncia alle sue tesi di fondo, ai suoi presupposti ideologici, e così deve essere chiaro che non si può attendere da noi una flessione della fedeltà all'ispirazione cristiana, non uno slittamento su posizioni marxiste, di cui ribadiamo la sostanziale inconciliabilità con la visione cristiana delle cose. E' inutile nascondersi che la D.C. corre un grosso rischio, anche di natura elettorale, per il solo fatto di aprire un conto fiduciario al PSI. Ma mi sembra pacifico il rispetto dell'integrale validità delle nostre istanze e delle nostre esperienze, anche se non condivise, e conseguentemente non si pensi di accettare un incontro di tal fatta come una specie di rinnegamento o catarsi da una esperienza che consideriamo invece positiva: questa considerazione non deve essere fatta né dall'una né dall'altra parte.
Non credo che possiamo nemmeno immaginare come attuale una alleanza integrale ed una collaborazione di Governo: troppe cose ancora la rendono impossibile: oltre tutto, gli stessi vincoli congressuali del PSI. La D.C. ha il dovere e l'onere di proporre essa, alla valutazione delle altre forze politiche, la linea e gli impegni conseguenti di una politica di sviluppo. Ed è ovvio che nella formulazione di essa vanno presi in attenta considerazione e acquisiti gli apporti che il partito socialista può recare per una politica di sviluppo, come del resto gli altri partiti già hanno recato e recano i loro. E' vero che la D.C., se nel computo della maggioranza necessaria deve tener conto dell'apporto, quale che esso sia, del PSI. deve anche essere sicura di poter far conto, nell'affrontare i suoi impegni di politica generale, interna ed estera, oltre che di politica economica e sociale, sulla leale continuità di quell'apporto.
Ho detto che anche questo tipo di incontro presenta i suoi rischi, ma bisogna valutarne con obiettività gli aspetti positivi e il rischio contrario che la Democrazia Cristiana e la democrazia italiana correrebbero se, nella prevedibile impossibilità di tornare ad una formula di collaborazione democratica tradizionale, la D.C. dovesse ridursi ad una formula necessariamente includente forze che farebbero d'incanto rinascere un fronte antifascista in cui fatalmente il partito comunista assumerebbe una funzione egemonizzatrice. E bisogna anche tener conto che il meccanismo stesso della democrazia assicura un limite ad ogni rischio, affidandone in ogni momento la valutazione alla volontà di maggioranze responsabili. Ma chiedo, d'altronde, agli amici che dall'altra parte sollecitano un incontro, se non a scatola chiusa, ad occhi semichiusi con il PSI, se essi non ritengono che un tale tipo di incontro o sarebbe destinato a fine prematura compromettendo un'operazione di portata storica per l'avvenire della democrazia italiana, oppure, mortificando la dignità della D.C. e annebbiando alcuni tratti incisivi caratterizzanti la nostra ragione d'essere politica, creerebbe un insuperabile stato di disagio nel Partito e nell'elettorato.
Moro ha affermato con grande vigore e con grandi consensi la sua fiducia che possa essere superato il punto di inerzia e si possa dare l'avvio a qualche cosa di nuovo e di costruttivo. Io non posso non condividere queste generose speranze del Segretario politico. E proprio per questo credo che occorra, non dico eliminare preventivamente, ma per lo meno ridurre i rischi che questa coraggiosa iniziativa reca con sé, ed assicurarci che essa non si bruci immaturamente equivocando sull'essenziale e sull'irrinunciabile, ma al contrario trovi il terreno su cui consolidarsi ed affermarsi.
Poi, semmai, verranno le elezioni. Credo anch'io che a questo rapporto conclusivo con i nostri elettori non si debba andare senza aver prima diligentemente affrontato tutte le ipotesi onestamente sperimentabili che lo scacchiere politico italiano ci offre. Se questo faremo con chiaro ed onesto atteggiamento e con sincera buona fede, io non dubito che gli elettori saranno sempre disposti a premiare la nostra paziente, onesta ed aperta interpretazione della nostra vocazione collaborativa.
Cari amici, in una prospettiva così aperta. così ricca di sviluppi e di rischi qual'è quella che nasce dal nostro Congresso, ci pare che una esigenza soprattutto si ponga: quella di affrettare il sistematico adeguamento del nostro Partito e la sua adesione alla realtà obiettiva del mondo italiano che si evolve. Siamo un Partito di un milione e mezzo di iscritti, che lievita una massa di 13 milioni di elettori, ciò che nei rapporti quantitativi corrisponde alla corretta proporzione tra un partito di massa e il suo elettorato. Molte volte mi è venuto di domandarmi in che misura il nostro Partito eserciti la sua influenza effettiva sul nostro elettorato e in che misura, invece, questo si muova secondo intuizioni e adesioni di massima, rispondenti, sì, a convinzioni radicate e profonde, ma non tali da farlo partecipe di tutto l'insieme di impegni, di prospettive e di scelte programmatiche che sono la vita stessa e la ragione d'essere di un partito; in che misura il Partito riesca a realizzare a volta a volta la necessaria sintesi degli interessi settoriali, controllandoli e coordinandoli in una visione politica unitaria; in che misura esso riesca a farsi effettivamente l'animatore ed il coagulante sul piano politico di capacità spesso inespresse, disperse, che si muovono e si organizzano ai nostri margini e che rischiano di dissolversi in un qualunquismo scettico e protestatario.
Il Partito si appresta ad affrontare una unitaria « politica di piano », cioè un'impostazione programmata di sviluppo economico e sociale del Paese. e sente che, affinché una tale politica possa investire tutte le diramazioni capillari della vita italiana, esso deve tendere al massimo grado le sue capacità di presenza ispiratrice. Mi sembra che in questa missione ci soccorra la tradizione culturale e politica radicata nella nostra storia di forza cattolica che è venuta organizzandosi in mezzo alla società civile nel periodo dell'astensione elettorale e che pure ha trovato solidi agganci in un ambiente popolare che veniva,via via acquistando coscienza della sua forza. E' la storia del Partito Popolare, che è riuscito a dare ai cattolici un'autodisciplina politica realizzando un largo seguito popolare pur senza adagiarsi nel troppo comodo alveo classista. E' la storia del Partito della D.C., infine, che ha realizzato, unico fra i partiti di massa di profonda ispirazione ideologica, una autonomia e una coscienza dello Stato fuori dalle secche del clericalismo isolazionista e chiuso, e fuori dalla chiusura totalitaria dello Stato di partito e di classe. Questa coscienza dello Stato raggiunta dai cattolici è frutto non di una tradizione custodita e protratta nel tempo, ma di una lotta serrata, di una dialettica viva all'interno delle nostre coscienze.
Siamo oggi all'ultimo atto del processo di maturazione della responsabilità democratica del nostro Partito. Non c'è nulla da rinnovare o da mutare rispetto al passato: nulla nella politica di vitalizzazione delle strutture del Partito e nella partecipazione attiva alla vita di esso. Anzi, è su questa radice di consapevolezza e di efficienza che si innesta il più largo respiro della vita operativa della D.C. Essa impone anzitutto una coscienza della validità delle nostre tesi e della nostra presenza, ci chiede, cioè, di essere coerenti con le nostre scelte originarie e di avere una coscienza dignitosa di noi stessi. Bisogna poi che la dinamica del Partito si adegui e possibilmente diventi la dinamica del Paese. Oggi il fenomeno delle trasmigrazioni rurali verso le città impone una nuova strategia. Come per i valori religiosi, così anche per quelli politici, il campo della più dura battaglia sono diventate le periferie dei centri industriali che si vanno espandendo, e l'organizzazione del nostro Partito, nata dal guscio della realtà cattolica, nell'ambito delle Parrocchie, rischia ora di essere scavalcata dal progredire della vita sociale e di diventare una larva priva di contenuto umano.
Cari amici, io sono stato sempre un difensore delle tendenze come elemento vivificatore della dialettica democratica dei partiti, ma penso che l'imponenza del nostro compito possa ampliare la discussione interna del nostro Partito su temi più direttamente impegnativi della nostra missione. Il programmismo e l'organizzativismo che prescindono dalla valutazione delle forze operanti nel libero giuoco democratico, conducono fatalmente ad un integralismo ideologico che, per i cattolici specialmente, è una tentazione da evitare; e non c’è dubbio invece che la strategia adottata dal PCI rende non solo politicamente corretta ma doverosa l'articolazione e l'incontro dei gruppi politici. Ma non meno angusta sarebbe una visione della presenza democratica cristiana puramente ancorata a questi rapporti di forza, a questi incontri esterni. Non solo essa sarebbe una visione parziale della nostra operatività, ma finirebbe per cristallizzare la dialettica del Partito in un bizantineggiare di sfumature e di sottigliezze, per scolorire nelle coscienze la portata dei nostri impegni, per spegnere, nella combinazione di formule, la nostra capacità creativa. per mortificare negli elettori la dimensione e il vigore del Partito.
Il Parlamento potrà rimanere il punto di riferimento della società democratica, nella misura in cui le forze che lo compongono avranno chiaro il concetto del divenire di essa, e lo guideranno e lo asseconderanno. Oggi Salan non insidierebbe la Quinta Repubblica, se essa non fosse nata dal dissolversi di una democrazia parlamentare incapace di guidare con vigore la politica francese e di arginare quindi le tempestose forze di settore. Noi siamo più fortunati riguardo al divenire della nostra società: la presenza della forza dominante di un Partito come la D.C. ci garantisce dalle manovre di corridoio parlamentari, ci assicura una larga piattaforma operativa e rafforza il nostro impegno a favore della società italiana.
E' anche per questa via che si rinsalda quell’unità che non solo è una delle nostre più grandi responsabilità, ma è anche uno dei motivi dell'ansia con cui l'opinione pubblica segue la polemica politica all'interno del nostro Partito. Direi che quell’unità non è in discussione in un Partito in cui il dibattito democratico è così franco ed aperto. Il problema, quindi, non è di salvarla, come credono taluni, ma di rinvigorirla, di farla sempre più coagulante di apporti, di energie, di incontri. Ripeto anche oggi che per certe forze politiche italiane, quelle che sognano la nostra distruzione, quelle che più comprensibilmente sognano un ridimensionamento della D.C. e un equilibrio radicalmente nuovo e diverso su cui fondare una diversa realtà politica italiana, non è ancora venuto il loro giorno: possono stare tranquille che non c’è niente da fare! Dipende da noi rendere definitiva la persuasione che la Democrazia Cristiana sta salda e viva come un corpo sano e vivo, con limpide idee e la forza di attuarle; e che la nostra discussione interna non è un segno premonitore della distruzione, ma è il modo con il quale gli « uomini liberi e forti » hanno deciso di scegliere liberamente, di volta in volta, i mezzi migliori per servire il proprio Paese.

On. Mariano Rumor
VIII Congresso Nazionale della DC
Napoli, 29 gennaio 1962

(fonte: biblioteca Butini)


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