LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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VIII CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI MARIANO RUMOR
(Napoli, 30 gennaio 1962)

L'VIII Congresso nazionale della DC si svolge mentre si sono sviluppate a livello locale esperienze amministrative comuni tra DC e PSI, e il dibattito si svolge intorno alla possibilità di aprire nuovi coinvolgimenti anche a livello parlamentare.
L'VIII° Congresso diventa il Congresso che sancisce l'apertura a sinistra della Democrazia Cristiana, il principio della nazionalizzazione dell'energia elettrica, l'avvio di una "politica di piano" o di una "programmazione economica" per lo sviluppo del Paese, e l'insostituibilità dell'istituzione delle regioni.
Il Segretario politico è l'on. Aldo Moro, eletto il 16 marzo 1959 e confermato dopo l'ultimo Congresso a Firenze, e i due Vice Segretari sono l'on. Angelo Salizzoni e l'on. Giovan Battista Scaglia.
La lunga relazione introduttiva dell'on. Moro contiene gli elementi politici di riferimento della politica della DC, intorno alla quale si coagula il consenso di gran parte del Partito.
Mario Scelba rimane uno degli ultimi fieri avversari della politica di centro-sinistra, insieme a Giulio Andreotti e ad Oscar Luigi Scalfaro.

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Ho risposto all'appello del Presidente del Congresso perché non potevo sottrarmi al dovere di parlare. Durante la preparazione congressuale ho avuto occasione di illustrare largamente il mio pensiero intorno ai temi più interessanti sui quali il Congresso è chiamato a decidere; ma dato che l'on. Moro, nella sua relazione, ha compiuto un'ampia disamina delle tesi da me esposte per confutarle, mi vedo obbligato a spiegare ancora una volta il mio pensiero e a darne un'adeguata motivazione. Naturalmente non lo potrò fare con l'ampiezza che una replica al Segretario politico del Partito meriterebbe. Il mio compito, peraltro, è stato facilitato dagli interventi di numerosi amici, i quali hanno svolto alcuni degli argomenti che militano a sostegno della tesi fondamentale che noi sosteniamo, contraria a che, nelle attuali condizioni, sia affidate al P.S.I. le sorti del futuro Governo. Cercherò di sintetizzare gli argomenti in una forma piuttosto schematica, e il mio intervento sarà impostato soprattutto sui fatti, poiché essi contano molto più di tanti discorsi.
Il tema centrale del Congresso è stato precisato dall'on. Moro nel senso che questo Congresso è chiamato a sostituirsi al Consiglio Nazionale ed agli organi esecutivi della D.C. per fissare le direttive di massima per la soluzione di una crisi, che si dice in atto, sia in ordine al programma del futuro Governo, sia in ordine alle forze politiche che dovranno sostenerlo. Sul programma dirò due cose: 1) che non si può non essere d'accordo con l'on. Moro sull'analisi penetrante che egli ha svolto circa lo stato del Paese ed i più pressanti problemi da risolvere; 2) che sulle soluzioni prospettate, in generale, il mio giudizio è favorevole: riserve e opposizioni per particolari impostazioni riguardano non tanto la sostanza quanto le condizioni politiche in cui determinate soluzioni dovrebbero realizzarsi. Mi riferisco, in particolare, al problema dell'estensione dell'ordinamento regionale, che dovrebbe costituire uno degli impegni del futuro Governo.
Il mio pensiero in materia è stato espresso in epoca non sospetta, e quindi la mia contrarietà a questo punto del futuro programma governativo non è in relazione alla formula di centro-sinistra, almeno per taluni aspetti. Aggiungo, e intendo sottolineare questo punto, che il mio pensiero collima con la posizione ufficiale assunta dal Partito al momento delle elezioni politiche del 1958. Questa posizione fu elaborata da una Commissione nominata dalla Direzione del Partito (Segretario politico l'on. Fanfani) e da me presieduta per suo incarico, e alle decisioni della Commissione dette il suo assenso un regionalista come don Luigi Sturzo, al quale le conclusioni della Commissione furono preventivamente sottoposte. Anche in questo caso non sono io a mutare opinione. A quindici anni dalla Costituzione, con una esperienza regionalistica in atto ed in presenza delle sopravvenute esperienze di grandi comunità economiche internazionali, è lecita una valutazione critica dell'ordinamento regionale come previsto dalla Costituzione. Il mio punto di vista è questo: che la Regione, come è disciplinata dalla Costituzione, si appalesa nello stesso tempo inadeguata alla nuova realtà maturata in questo quindicennio, ed eccessiva per altri aspetti.
Per la Regione valgono le stesse considerazioni fatte per la piccola proprietà contadina. Ed invero l'ordinamento regionale, così come previsto dalla Costituzione, rappresenta nell'ordinamento amministrativo di uno Stato moderno quello che la piccola proprietà contadina rappresenta nell'economia agraria moderna. E' vero: la piccola proprietà contadina e la Regione costituiscono due punti programmatici del nostro Partito, ma essi figuravano già nei vecchi programmi della D.C. che noi, dopo la guerra, non abbiamo avuto la possibilità di adeguare alle esigenze della realtà contemporanea. Per quanto riguarda la piccola proprietà contadina, essa ha ancora il nostro osanna; ma l'osanna va rivolto ai coltivatori diretti, perché tutti sappiamo che la piccola proprietà contadina è oggi in crisi, soprattutto per la sua insufficienza a soddisfare le esigenze di progresso della famiglia contadina e ad assolvere i compiti di un'economia moderna. Noi tutti sappiamo che il destino della piccola proprietà contadina è legato alla capacità di essere assunta in una più vasta unità economica, sicché salvaguardandosi i valori personali e familiari legati all'Istituto, non vengano ad essere sacrificati i benefici di una economia agraria moderna e razionale e la partecipazione dei contadini al progresso generale.
Uguali considerazioni possono essere fatte per le Regioni. Quale entità economica e sociale, la Regione si appalesa inadeguata a risolvere i problemi economico-sociali di una società moderna, dominata dai grandi spazi e dalla tecnica di dimensioni economiche internazionali. Per quanto riguarda la sua capacità di realizzare un migliore decentramento amministrativo dello Stato, questa capacità è insussistente perché la Regione non ha poteri al riguardo, ma potrà riuscirvi solo in quanto lo Stato sia disposto a porre limiti alle proprie funzioni, cosa che allo stato attuale non sembra probabile.
La causa fondamentale della disfunzione dello Stato democratico non consiste nel fatto che su di esso pesano le ombre di Cavour e di Giolitti, ma nelle funzioni dello Stato moderno, che si sono amplificate a tal punto che nessuna organizzazione centralizzata può avere la capacità di assolverle efficacemente. La stessa esperienza sovietica ce lo dimostra. Possiamo imputare a Cavour e a Giolitti di non aver elaborato ordinamenti per situazioni che essi stessi non potevano immaginare? Il fatto grave non è tanto nella tendenza dello Stato ad assumere funzioni sempre più ampie, perché queste corrispondono alle esigenze di uno Stato democratico moderno, quanto nella pretesa di voler gestire direttamente l'economia ed i servizi pubblici. Uno dei motivi che rendono meno efficace l'azione dei dirigenti politici che presiedono alla burocrazia (a parte le loro capacità o incapacità personali) è che negli organi dello Stato spesso si sono venuti concentrando mano a mano diverse funzioni, come lo studio dei problemi, l'elaborazione legislativa, la preparazione dei programmi tecnici, la loro esecuzione e il loro controllo.
La soluzione di questi problemi non si può trovare nell'attuazione dell'ordinamento regionale, anche perché le esperienze in corso hanno già denunciato i suoi limiti, con la tendenza a costituire esso stesso un nuovo strumento di accentramento e di confusione di poteri, a danno dei Comuni e delle Province. Per una riforma della Amministrazione dello Stato che la renda più moderna, più aderente al bisogni dei tempi presenti, occorre partire da una netta delimitazione dei compiti dello Stato e da una rigorosa divisione degli organi di elaborazione, di esecuzione e di controllo. Bisogna riconoscere che la realtà ha confermato la validità di alcune critiche mosse alla Costituente contro l'introduzione delle Regioni nella Costituzione italiana da parte di alcuni rappresentanti del partito socialista, ciò che dà oggi un significato squisitamente politico, di rottura, alla sua rivendicazione di una attuazione immediata dell'ordinamento regionale.
A queste considerazioni vanno aggiunte le ragioni politiche che hanno obbligato fino ad oggi la D.C. a scartare dai programmi di Governo l'attuazione dell'ordinamento regionale. E qui ricorrono due considerazioni: la prima è che l'ordinamento delle Regioni a statuto normale è profondamente diverso da quello delle Regioni a statuto speciale. Ma oggi sono venute meno le ragioni contingenti che giustificavano la diversità di trattamento, se si eccettua la Regione Trentino Alto Adige a causa della sua struttura etnica. Orbene, io ritengo che nessun Governo domani, costituite le Regioni, sarà capace di resistere alle pressioni che fatalmente verranno dalle forze politiche ed economiche per un ampliamento delle sfere di competenza del Regioni a statuto normale fino a raggiungere quelle prevista per le Regioni a statuto speciale. Saranno portate giustificazioni, che possono essere considerate obiettivamente valide, per ogni Regione e per ogni gruppo di Regioni: le Regioni depresse invocheranno la loro depressione e le Regioni progredite invocheranno il loro progresso, per reclamare l'ampliamento delle loro competenze. Non è chi non veda i pericoli d'ordine economico e politico insiti nell'estensione un ordinamento autonomistico a tutte le Regioni, che prenda a modello, ad esempio, la Regione siciliana. La D.C., cui spetta di garantire l'unità del Paese, ha il dovere di prevenire il sorgere di motivi di più profonde divisioni interne.
Ma se le considerazioni fatte possono costituire motivi di riserva per l'attuazione dell'ordinamento regionale, bisogna aggiungere una seconda considerazione, e cioè che, nonostante i pericoli che ho denunciato, insiti nell'ordinamento regionale, il prezzo chiesto dal partito socialista potrebbe pagarsi se avessimo come contropartita un allargamento dell'area democratica, perché questo rappresenterebbe un grande vantaggio che merita la nostra considerazione. Anche perché ci sarebbe da sperare che partiti democratici, realmente amanti del Paese e del regime democratico, potrebbero trovare in se stessi la forza per resistere alle spinte centrifughe e dissolutrici dell'unità statale. Ma il guaio è che non esiste neppure questa contropartita da parte del partito socialista; al contrario, l'estensione dell'ordinamento regionale servirà a fornire nuovi ed importanti strumenti di potere al comunismo italiano, e ciò proprio per la politica dl alleanza del di P.S.I. col P.C.I. praticata nelle amministrazioni locali, ovunque i due partiti hanno la maggioranza assoluta. Senza un mutamento di rotta del P.S.I., sappiamo che tale alleanza si estenderà alle Regioni dove i due partiti hanno la maggioranza assoluta, con la conseguenza di estendere ulteriormente l'influenza del partito comunista nella vita italiana. L'Italia da Piacenza alle porte di Roma sarà governata praticamente dal partito comunista e lo Stato non avrà nessun potere; persino il controllo sui Comuni e sulle Province di maggioranza democratica passerà nelle mani dei comunisti. Questa sarà la risultante dell'attuazione dell'ordinamento regionale.
Sono questi i motivi per cui la D.C. per quindici anni ha ritardato l'attuazione del dettato costituzionale. Per queste ragioni la mia riserva sul piano economico-sociale, diventa netta opposizione. E' vero che la Regione è un punto programmatico della D.C.; è vero che la Regione è prevista dalla Costituzione, insieme a tante altre cose delle quali nessuno parla, ma questo era vero anche ieri, allorché la D.C., con il consenso del corpo elettorale, si assumeva la responsabilità politica di ritardare l'attuazione delle Regioni, e questo non per far piacere al partito liberale, all'on. Malagodi, ma nell'interesse superiore della democrazia italiana, di cui siamo i primi responsabili. Le libere Costituzioni non sono fatte per affossare la libertà dei cittadini. Attuando oggi la Regione non attuiamo un nostro autonomo programma di Governo, ma soddisfiamo una condizione impostaci dal P.S.I. per assicurare il suo voto al Governo, e il risultato sarà che le conseguenze negative dell'attuazione costituzionale ricadranno su di noi, mentre il merito sarà rivendicato dal P.S.I. Ora, on. Moro, io vorrei suggerire a te, che sarai certamente il futuro Segretario della D.C., e alla Direzione che si costituirà, che, se il Governo di centro-sinistra si deve fare, e per farlo bisognerà pagare il prezzo dell'ordinamento regionale, si ponga almeno come condizione inderogabile l'impegno pubblico e solenne del Partito Socialista Italiano che esso mai si presterà a fare Giunte regionali col partito comunista. L'attuazione delle Regioni sarà un errore sul piano economico-amministrativo, comporterà dei rischi di carattere economico-politico, ma almeno che non venga indebolito il regime democratico, che è già così fragile. Se questa condizione non chiederete e soprattutto non otterrete, la D.C. si assumerà una grave responsabilità di fronte al Paese: la responsabilità di avere operato, ad occhi aperti, non per allargare l'area democratica ed isolare il comunismo, ma per fornire a quest'ultimo un nuovo e più grande strumento di potere politico, facilitandogli l’opera di corrodimento della democrazia italiana.
E veniamo alle forze politiche che dovranno appoggiare il Governo per realizzare il programma preposto, comprendente l’ordinamento regionale. L'on. Moro non ha cercato di nascondere il suo pensiero intorno alle forze politiche che egli prende in considerazione per la formazione del nuovo Governo, anche se si è sforzato da un canto di minimizzare il valore dell'apporto del P.S.I. e dall'altro di valorizzarlo al massimo in rapporto ai fini che la soluzione proposta intende perseguire, specie guardati in prospettiva storica. In definitiva, il contenuto della proposta da lui fatta al Congresso si traduce in questi termini schietti e crudi sui quali prego i congressisti di portare in modo particolare la propria attenzione: il costituendo Governo nasce e vivrà per il consenso del P.S.I. Questo è il fatto. Le ragioni, i modi, i fini sui quali l'on. Moro si è intrattenuto lungamente sono sì importanti, ma li sovrasta il fatto che per la prima volta in Italia un Governo composto dalla D.C. e da altri partiti democratici nasce per la volontà determinante del P.S.I. e potrà vivere soltanto con il suo consenso. L'on. Piccioni, commentando gli sforzi di minimizzare la scelta in vista del Congresso, giunto all'esame dell'ultimo stadio di tali sforzi, scrive, però, che « per un Governo fatto così come lo si preconizza, l'atteggiamento mutevole del P.S.I. equivarrebbe a niente altro che alla corda che regge l'impiccato: uno strappo e il Governo è finito. E' questo che si vuole ? Questa è la realtà. Il P.S.I., dopo essere stato l'ostetrica del Governo, ne sarà la Parca ». Se qualcuno non avesse ben compreso, sappia che questa è la realtà sulla quale è chiamato a decidere in coscienza ed in libertà.
Cosa ci costa questo Governo? C'è un prezzo e lo pagheremo sul piano programmatico e sul piano dei nostri interessi di Partito. Ed ecco il prezzo:
1) La D.C. è costretta ad elaborare un programma di Governo che possa consentire l'appoggio del P.S.I., un programma gradito al P.S.I., un programma che contenga quel problema delle Regioni che la D.C. per tredici anni ha evitato di comprendere nei suoi programmi concreti;
2) La D.C. brucia dietro di sé tutti i vascelli, pronunziando una condanna generale nei confronti di partiti che in passato le hanno consentito di governare. Io non posso essere accusato di tenerezza verso le destre, ché anzi fui accusato in passato di avere contribuito a spingere la D.C. alla guerra su due fronti: contro la destra fascista e la sinistra socialcomunista. E non posso essere accusato di tenerezza verso il M.S.I. perché la legge contro la ricostituzione del partito fascista porta il mio nome ed i missini la chiamano per dispregio « lex Scelbia ». Del resto, il Governo da me presieduto, e che fu chiamato il « quadrilatero di ferro », non usufruì mai dei voti della destra. Quindi posso parlare con assoluta obiettività di questo problema e non ci sono sottintesi politici. La condanna contro il M.S.I. trova consenzienti tutti i democratici cristiani, nessuno la discute, naturalmente, anche se non si può dimenticare che due Governi, quelli dell'on. Zoli e dell'on. Tambroni, nacquero e vissero — ed io lo dissi a Firenze che sarebbe finita così — con i voti determinanti del M.S.I. I monarchici vengono condannati perché accusati di essere una forza para-totalitaria: sarà così, ma non si deve dimenticare allora, e lo posso dire io che non feci mai appello ai monarchici, che ad essi si rivolsero e ebbero il loro appoggio De Gasperi, Pella e Fanfani, e che il partito monarchico partecipò con noi al Governo Regionale Siciliano con il risultato di un accrescimento di voti della Democrazia Cristiana. Ma va osservato pure che se il partito monarchico è una forza para-totalitaria non si vede la ragione per cui si debba intrecciare una relazione col P.S.I., che certamente è anch'esso un partito para-totalitario, anche se di sinistra.
3) Altra componente del prezzo è la rottura con uno dei partiti democratici: il P.L.I., il cui appoggio, non dimenticatelo, permise per anni alla D.C. di condurre la battaglia per la libertà e per la solidarietà atlantica; un partito che diede un apporto determinante in una delle più memorabili battaglie di questo dopoguerra per la difesa delle libere istituzioni: quella per la stabilità monetaria, alla quale è legato il nome del compianto Presidente Luigi Einaudi. La rottura con il P.L.I. è una delle condizioni perentorie poste dal P.S.I. Ma perché la D.C. si brucia tutti i vascelli e limita le sue possibilità di movimento parlamentare? Esclusivamente per il P.S.I. Di fronte a questo fatto, il programma stesso diventa cosa secondaria, perché l'appoggio diretto o indiretto del P.S.I. Questa è la realtà, che potremo cercare di attenuare presso la pubblica opinione con le giustificazioni amplissime date dall'on. Moro; ma non servirà a nulla, cari amici, perché il fatto supera ogni tentativo di minimizzazione. Comunque ci penseranno gli altri partiti a spiegare la realtà nel corso della battaglia elettorale, e sarebbe una nostra grave colpa se non considerassimo gli effetti negativi di questa loro spiegazione.
Perché facciamo questa scelta? L'on. Moro ha impiegato molte ore per spiegare le ragioni, i limiti ed i fini che questa scelta si propone di realizzare. Ora, se ha avuto bisogno di tante ore per spiegare a noi, che dovremmo essere la classe politicamente esperta, queste cose, dobbiamo prospettarci le difficoltà in cui si troverà il grosso pubblico per comprenderle. Le ragioni addotte dall'on. Moro per giustificare la scelta sono molteplici. Mi limiterò ad indicare queste: 1) la necessità parlamentare; 2) la necessità politica di dare più respiro alla vita democratica; 3) i limiti dell'operazione, per cui abbiamo una serie di tesi contrastanti che vanno dalla « svolta » politica al tentativo di ridurre l'operazione ad una « convergenza » non negoziata. (Voglio enucleare il pensiero centrale dell'on. Moro in merito ai limiti, che vengono da lui precisati così: « L'impegno verso il P.S.I. non pregiudica la fedeltà al programma che è comune, nei tratti fondamentali, alla D.C. e ai partiti democratici, non essendo previste attenuazioni dei presupposti essenziali di questi partiti, non essendo consegnata ai socialisti nessuna leva di potere »); 4) il fine dell'operazione: isolare il comunismo e consolidare la democrazia. L'on. Moro aggiunge che non ci sono rischi particolari, che l'operazione comporta solo rischi psicologici. E proprio dalla asserita mancanza di rischi nella operazione nasce una sorta di accusa contro di noi, che siamo accusati di ingiustificato allarmismo. E ci si dice: perché non affrontate questa realtà? perché non aderite alla soluzione proposta, per la quale non ci sono rischi, non sacrifichiamo proprio nulla, non ci sono pericoli per lo Stato? perché non aderite alla nostra scelta ? Quali sono le vostre ragioni ?
Ebbene, io non condivido l'opinione dell'amico Moro che l'operazione non comporti rischi. I rischi ci sono e sono gravi e incalcolabili: sono sicuri alcuni, altri sono probabili; e possono identificarsi nelle conseguenze dell'operazione. Li indico rapidamente alla vostra considerazione:
Prima conseguenza del centro-sinistra sarà la divisione all'interno dei partiti democratici. E' un fatto innegabile che tutti i partiti democratici sono tormentati da questa scelta politica.
Seconda conseguenza sarà il turbamento e la reazione negativa di una parte delle forze elettorali a noi vicine, che noi usiamo chiamare « mondo cattolico ». Nessuno di noi ha mai discusso sull'autonomia del nostro Partito, ma non c'è nessun partito al mondo che non tenga conto del proprio elettorato. Ne tengono conto i liberali, i socialisti: tutti i partiti insomma. Se trascurassimo il nostro elettorato, saremmo certamente dei politici sprovveduti.
Terza conseguenza sarà la rinuncia aperta ad ogni prospettiva di allargare la base democratica sulla sinistra dell'elettorato con lo strumento di una ardita politica sociale.
Quarta conseguenza sarà il consolidamento naturale del tradizionale elettorato del P.S.I., e anzi la possibilità di una sua ulteriore espansione. Perché, gli elettori socialisti, che hanno votato per il P.S.I. fino ad oggi non dovrebbero votare così anche domani quando il P.S.I. si avvicina al Governo ? Possibilità, dunque, di ulteriore espansione; ma dirò di più: l'on. Moro non pensa certo che possa rimanere senza conseguenze nella pubblica opinione il fatto che egli abbia indicato al popolo italiano il P.S.I. come la « sola riserva » cui attingere per un « più completo sviluppo economico, sociale e politico del Paese ». Non potrà restare senza conseguenza il fatto che egli, « pur senza abbandonarsi ad un facile ottimismo », abbia invitato a guardare come unica direzione « le forze, gli ideali che fanno capo al P.S.I. ». E' da aggiungere che il P.S.I., parte determinante della maggioranza governativa, avrà il diritto di farsi merito del poco di buono che farà il Governo e di addebitare a noi il molto che esso non potrà fare. In un Governo di centro-sinistra la D.C., dovendo fare opera quotidiana di contenimento delle richieste dei partiti più avanzati dello schieramento, diventerà la destra dello schieramento stesso.
Quinta conseguenza sarà il probabile sgretolamento della base elettorale del P.S.D.I. e del P.R.I. Una legge fisica, quella dell'attrazione delle masse, spingerà quell'elettorato verso il P.S.I.
Sesta conseguenza sarà poi — cose di casa nostra -- la probabile evasione dell'elettorato della D.C. verso le destre, con la conseguenza di rendere più determinante la posizione del P.S.I. nella vita italiana.
Settima conseguenza sarà infine la caduta dell'ultimo motivo che teneva legato alla D.C. una parte dell'elettorato: quello di evitare i pericoli dell'alleanza socialcomunista, pericoli sui quali tanto insistemmo nelle passate elezioni.
Altro che salvaguardia degli interessi elettorali della D.C. e dei partiti democratici ! Come si vede, i rischi di cui io parlo non riguardano la politica governativa, per la quale si può concordare che uomini di sicura fede democratica non verranno mai meno agli impegni essenziali dei loro partiti e ai loro ideali. Sarebbe assurdo pensare che vi vengano meno uomini come La Malfa, Saragat, Pacciardi, Fanfani e via dicendo.
Ma l'on. Moro dice che non ci saranno cedimenti, neppure nei confronti del comunismo. Mi si consenta di esprimere qualche dubbio. E perché ? Intanto si attueranno le Regioni, e ne abbiamo già visto le conseguenze: si avrà un rafforzamento del P.C.I., e questo rappresenterà un primo cedimento, sia pure non voluto, e diminuiranno in Italia, con l'ordinamento regionale, i poteri statali sugli Enti locali. Coloro che non hanno letto la riforma della legge comunale e provinciale votata dal Governo e tuttavia ne parlano tanto in senso critico (io mi domando come si possa farlo se non è stata ancora stampata!), ignorano che questa riforma riduce già al minimo i controlli statali sugli Enti locali, mentre i socialisti e i comunisti hanno già dichiarato che sono ancora troppi. E comunque nelle Regioni dominate dai comunisti i controlli sui Comuni passeranno interamente ai comunisti, perché le Regioni hanno, per legge, questa funzione.
Come opera il comunismo ? Il comunismo utilizza ai propri fini le Amministrazioni locali, i Sindacati, il cinema, la scuola, i movimenti cooperativi, il commercio con l'estero. Già oggi non ci difendiamo più in questi settori, in cui i comunisti la fanno da padroni per un complesso di circostanze che non c'è qui il tempo di spiegare. Con il centro-sinistra aumenteranno, tra l'altro, le municipalizzazioni e così i comunisti si assicureranno ancora nuovi strumenti di potere. I rapporti di lavoro saranno alterati, ed i comunisti si rafforzeranno attraverso i Sindacati che il partito comunista controlla. La censura sul cinema sarà abolita in nome della libertà della cultura, ed in nome della libertà della cultura la scuola diventerà sempre più campo di conquista dei comunisti. Il movimento cooperativo costituisce già uno strumento di dominio politico formidabile nelle mani dei comunisti, e gli amici della Emilia e Romagna sanno che mai riusciranno a spezzare il dominio amministrativo comunista finché non sarà limitato il suo potere economico: il P.S.I. chiederà nuove agevolazioni per la cooperazione, di cui beneficerà il partito comunista.
Il Governo sarà spinto ad intensificare gli scambi con l'U.R.S.S„ con conseguenze economiche e politiche facilmente intuibili. Come potrete evitare tutto ciò, se il Governo sarà condizionato dal P.S.I.?
Ora tutto sarebbe sopportabile, ed anche un prezzo così alto si potrebbe pagare in cambio dell'acquisizione del partito socialista all'area democratica. Come vedete, non sono poi così esoso nei confronti del P.S.I.! Ma il Partito Socialista Italiano non può ritenersi acquisito nell’area democratica e il suo frontismo non è morto. Le ragioni per le quali il partito socialista non può essere considerato acquisito all'area democratica e il suo frontismo non è morto. Quali sono queste ragioni ? Eccole: il mancato distacco del P.S.I. dal P.CI., le radici comuni dei due partiti (l'identità dell'ispirazione marxista e l'identità del fine: la costruzione di una società socialista, senza classi, il che comporta il predominio di una sola classe) ed infine la politica estera. Sono queste le ragioni per le quali l'on. Moro dice che non si può fare una alleanza organica col P.S.I. Ora, io dico che questi stessi motivi non solo non ci consentono un'alleanza globale, ma valgono anche contro un'operazione che abbia la conseguenza di accreditare il partito socialista, di fronte al Paese, come partito democratico.
Ma io consento di cancellarli, di accantonarli tutti, questi motivi; accetto di considerarli non validi, e riduco la mia obiezione ad un solo motivo fondamentale che tutti li riassume: se, in conseguenza della nostra scelta politica, il P.S.I. ed il P.C.I. diventassero anche soltanto una maggioranza relativa del nostro Paese, che cosa succederebbe della democrazia italiana? La risposta la diede l'on. Fanfani agli elettori, a tutti gli italiani, ai quali egli si rivolse il 30 aprile del 1958. Disse l'on. Fanfani: « E dicano poi, quanti si intendono di marxismo, se Nenni o chi per lui potrebbe resistere all'unione il giorno in cui fosse provato che i socialisti e i comunisti fusi raggiungerebbero la maggioranza relativa e potrebbero aspirare ad avere la guida del Governo. Il pericolo c'è: dicono di non vederlo coloro che tacendolo o negandolo sperano di distrarre forze e voti dall'argine democristiano, dai puntelli che finora hanno aiutato a rinforzarlo ». E continuando l'on. Fanfani disse: « Se questa azione è cosciente, essa merita di essere definita grave attentato alla libertà della Patria. Se è incosciente, essa deve essere chiarita affinché quanti in buona fede l'hanno iniziata pongano fine alla loro impresa suicida ». Parole gravi, amici delegati. Non sono parole mie né di quindici anni fa, ma parole dette dal Segretario del Partito on. Fanfani alla vigilia delle elezioni del 1958, e fidando in esse il popolo italiano diede più voti alla Democrazia Cristiana. Adesso, amico Moro, è comprensibile la nostra paura? Abbiamo ragione di aver paura, se la scelta proposta è quella che l'on. Fanfani ha qualificato come « grave attentato alla libertà della Patria »?
L'on. Moro ha detto che tante cose sono cambiate in questi due anni nel P.S.I. Ma io debbo dire che le cose che egli considera cambiate negli ultimi due anni, preesistevano già allora, nel 1958: preesisteva la protesta del partito socialista contro i fatti d'Ungheria, preesistevano i fermenti autonomisti, e così via. Ma una cosa non è cambiata: non sono cambiati i dati della realtà prospettata in quel discorso di Fanfani. E' forse venuta dall'on. Nenni, dal partito socialista una parola chiara, precisa, una garanzia sicura che il P.S.I. domani rinuncerà ai voti dei comunisti per formare un nuovo Governo nel nostro Paese? Io ho sollecitato spesso, nei miei discorsi, questa dichiarazione, e la risposta mi è venata dall'on. La Malfa, ed è stata una conferma che quella realtà persiste ancora. L'on. Nenni ha protestato, sì, per questi nostri « allarmismi », ma anche allora alle dichiarazioni dell'on. Fanfani che cosa poté opporre? Non poté che continuare nel suo tentativo di attenuare i pericoli denunciati, ciò che fece dire a Fanfani, il 18 maggio 1958: « La sua insistenza nell'attenuare i pericoli dell'ipotesi da me deprecata, senza scartare l'ipotesi, sottolinea che i pericoli che vado denunciando sono tutt'altro che irreali ». Ora, amico Moro, amici delegati, che cosa vado dicendo io di più, rispetto a quello che diceva l'on. Fanfani nel 1958 agli elettori e al popolo italiano? Io non faccio che ripetere le sue parole. Non si tratta,quindi, di pericoli immaginari né di allarmismi con cui si cerchi di turbare il popolo italiano, ma si tratta di pericoli reali. Lo diceva l'on. Fanfani, che pure aveva responsabilità ben maggiori di quelle che io avessi allora e di quelle che ho oggi.
Ma nel Partito Socialista Italiano, oltre ad essere rimasta invariata, immutata questa realtà della possibilità della formazione di un Governo socialcomunista, sono rimaste immutate anche altre cose, che venivano considerate come condizioni insormontabili se si voleva iniziare un dialogo con il Partito Socialista Italiano. E quali sono queste condizioni? L'abbiamo detto non solo alla vigilia del 1958, ma anche fino all'altro ieri: innanzi tutto, la condizione insormontabile per un discorso con il P.S.I. doveva essere la fine del frontismo nelle Amministrazioni locali; seconda, l'autonomia del P.S.I.; terza, la politica estera, di cui parlerò appresso; quarta, l'accettazione dell'anticomunismo. L'on. Pastore, parlando l'11 dicembre 1958, così si esprimeva in un pubblico comizio: « Le masse cattoliche italiane sono profondamente anticomuniste; esse hanno, oltretutto, imparato a loro spese a conoscere in giogo sindacale. Accetta l'on. Nenni di essere anticomunista quanto lo sono le masse cattoliche? Se sì, il dialogo può anche aprirsi; se no, è perfettamente inutile tentare una intromissione in casa nostra avente il solo fine di indebolirci ». Amici delegati, ma che cosa vado dicendo io oggi di diverso da quanto non abbiano detto Fanfani, Moro e Pastore? O che le loro parole forse allora non erano serie? Ma noi non possiamo neppure sospettare che non si parlasse seriamente al popolo italiano. Ma, lasciando andare altre considerazioni, è venuta meno forse l'ipoteca comunista sul partito socialista? E anche se qualche cosa è cambiato nel P.S.I. (e chi potrebbe negarlo: cambiamo tutti, anche fisicamente, ogni giorno, e cambiano anche i partiti), possiamo riaffermare che nulla è cambiato nelle cose che indicavamo fino ad ieri come ostacolo insormontabile per un colloquio con i socialisti.
Da tutte queste considerazioni discende la nostra conclusione che la scelta proposta non ci garantisce che essa conduca al fine auspicato (e figurati, caro Moro, come ti vorrei assecondare nel raggiungimento di questo fine, io che da quindici anni combatto per l'isolamento del comunismo!). Ma c'è una conseguenza più grave, ed è che, mentre non riusciremo ad isolare il partito comunista, noi domani, di fronte all'elettorato non potremo più invocare gli argomenti di Fanfani, di Pastore, di Moro, di Scelba e di quanti esortavano a non votare per il P.S.I., e l'elettorato potrà dire: non si affida la sorte di un Governo ad un partito che può così gravemente minacciare le libere istituzioni del nostro Paese.
Qualcosa si è posso, dice ancora Moro, in questi anni nel P.S.I., ed è vero: il P.S.I. si è mosso, ma in avanti ed in dietro. Ma, caro Moro, per quel « qualcosa » che si è mosso in avanti, la D.C. ha fatto già molto: ha fatto le Giunte e un Governo regionale in Sicilia con i socialisti. Ma, nonostante questi nostri passi, queste prove di comprensione e di buona volontà, questi tentativi di aiutare, come si dice, gli « autonomisti » del P.S.I., che cosa fa il P.S.I., anche quando raggiunge posizioni di Governo in una coalizione organica globale ? L'on. Alessi ve lo ha dimostrato: egli ha detto che le Commissioni assembleari, conquistate con un colpo di mano dal P.C.I. in un momento particolarmente difficile della vita siciliana, sono rimaste e rimangono al P.C.I. nonostante che il P.S.I. sia al Governo con la D.C. Ma il P.S.I. non solo non rinunzia alle posizioni di potere coi comunisti, ma fa ancora passi in dietro. Anche dopo la formazione di Giunte con la D.C. e mentre si discute di alleanze globali e particolari, il partito socialista si allea ancora con i comunisti per fare nuove Giunte: ancora un mese fa il P.S.I. ha fatto un altro blocco con il P.C.I. per conquistare la Provincia a Ragusa; a Messina si presenta in questi giorni in blocco con il P.C.I. per conquistare l'Amministrazione provinciale, e così in tanti altri Comuni, ultimo quello di Manduria. Tutto questo in un clima di così alta comprensione da parte della D.C., dei suoi organi direttivi ed in particolare del suo Segretario politico.
Un accenno solo alla politica estera. Nessuno può dubitare minimamente che il Governo italiano, qualunque esso sia, anche con un appoggio del partito socialista, non rimarrà fedele all'alleanza atlantica: nessuno ha il diritto neppure di sospettarlo. Ma la politica atlantica non è affatto statica: essa richiede un continuo rafforzamento della difesa dell'Occidente, rafforzamento soprattutto militare. I1 partito socialista ci appoggerà in questo ? E se non ci appoggerà, chiederete l'apporto del P.L.I. per questo ? Il Patto Atlantico, in secondo luogo, non è soltanto uno strumento di difesa passiva militare, ma uno strumento di politica attiva di contenimento del comunismo nel mondo, se non addirittura uno strumento per farlo arretrare. Il P.S.I. ci appoggerà su questo punto?
Ebbene, dalle considerazioni fatte discende la nostra conclusione che, allo stato delle cose, la Democrazia Cristiana aveva già fatto molto a tenere conto dei passi innanzi fatti dal P.S.I. ed a non scoraggiare i suoi fermenti autonomisti, perché tutti noi siamo interessati all'allargamento dell'area democratica, perché siamo democratici e rinnegheremmo il nostro senso democratico se non auspicassimo che i partiti che vivono ai margini della democrazia vengano acquisiti all'area democratica. Aveva già fatto molto la D.C., e poteva fermarsi qui. Il P.S.I., invece, ha ancora qualche cosa contro di noi. Caro Moro, mentre tu dimostri tanta longanimità (e mi rendo conto degli sforzi che devi fare per accattivarti la benevolenza del P.S.I.), questo partito non ha esitato alla Camera, associandosi al voto della mozione comunista per la vicenda di Fiumicino, ad offendere la Democrazia Cristiana, tutta la Democrazia Cristiana nella sua integrità.
L'on. Moro per giustificare il nuovo passo innanzi, ha detto che l'esperienza delle Giunte è stata positiva. Se egli intende dire che sul piano delle realizzazioni programmatiche le Giunte non hanno rivoluzionato le Amministrazioni comunali e provinciali, io sono pronto a dartene completamente atto. Ma l'esperienza delle Giunte va considerata sotto un altro aspetto: quello della capacità di resistenza della D.C. di fronte all'iniziativa del partito socialista. Si era parlato di pochi Comuni, mentre ora le Giunte col P.S.I. non si contano più e il moto della formazione di Giunte di centro-sinistra si allargherà con la costituzione di un Governo formato con la collaborazione dei socialisti. Questo avverrà perché noi abbiamo posto delle preclusioni nei confronti di tutti gli altri partiti non di centro-sinistra. La D.C. non teme di contaminarsi con il partito socialista, nelle condizioni in cui questo opera, mentre lo teme ogni qualvolta forma Giunte con forze politiche di destra! Perché i socialisti, anche se alleati con i comunisti, devono essere considerati sempre puri nelle loro azioni, e noi sospettati di impurità e di fascismo tutte le volte che facciamo un'alleanza con i liberali od i monarchici?
Il risultato di queste considerazioni mi sembra molto chiaro: l'operazione dell'on. Moro, quando l'alleanza col P.S.I. sarà completa sul piano amministrativo e regionale, ed il Governo dovrà la sua nascita e la sua vita al P.S.I., non potrà più essere minimizzata di fronte all'opinione pubblica e non potrà più essere una « cauta sperimentazione » nei limiti di cui parla Moro. Noi siamo, in realtà, ad una « tappa ». Questa è la parola giusta, più delle tante espressioni usate dall'on. Moro: esperimento, prova, tentativo... Noi siamo ad una tappa del nostro cammino, e la prossima tappa sarà la partecipazione diretta del partito socialista al Governo, perché il partito socialista non vorrà restare a lungo a fare soltanto da palo a questo nuovo Governo. E questo mi preoccupa, amico Moro, perché ho l'impressione che non saremo più noi a dominare gli eventi, e che stiamo creando le condizioni in cui non ci rimarrà che « la rassegnazione cieca e impotente ». E mi preoccupo perché, rinunciando a questa nostra posizione, si compie un errore di valutazione, perché la nuova scelta politica nasce dalla sfiducia nella capacità della D.C. e dei partiti minori di espandere la propria area elettorale.
Qualcuno potrebbe obiettare, ed è stato già obiettato: « Tutto questo sarà vero, on. Scelba, ma rimane, in ogni caso, l'atteggiamento dei due partiti democratici di sinistra, i quali hanno dichiarato apertamente che non intendono più appoggiare un Governo della D.C. senza che essa accetti l'appoggio diretto o indiretto del P.S.I. ». Anche se non posso condividere questa tesi, io non sottovaluto l'argomento. Ma se i termini del problema si riducessero a questo, ci troveremmo in presenza di uno stato di necessità, e gli stati di necessità vanno considerati, ovviamente, in maniera diversa dagli stati di libertà. E giacché si tratta di uno stato di necessità, e non si può non tenerne conto, ecco che io ho chiesto l'appello al corpo elettorale. Ci si domanda come riusciremo a superare il semestre bianco, ci si preoccupa per lo scioglimento delle Camere. E' giusto: ma intanto cominciamo ad affermare, di fronte al popolo italiano che questa sarebbe la volontà del Partito di maggioranza relativa in questa situazione. Intanto, proprio per sfuggire allo stato di necessità e alle sue conseguenze, il Congresso dovrebbe chiedere che il Governo rimanga al suo posto finché non ci sarà un voto di sfiducia del Parlamento o non sarà realizzato una nuova maggioranza. E questo non per eludere il problema del centro-sinistra — ché l'on. Moro riprenderà il discorso il giorno dopo la chiusura del Congresso — ma per non lasciare tanto tempo il Paese senza un Governo.
Il centrismo è stato un atto di coraggio, che doveva essere compiuto perché esso soleva significare il superamento della mentalità integralista, che non era nostra, ma veniva rimproverata ad amici che ora sono nella maggioranza. Con la politica centrista abbiamo aperto la porta a tutti i partiti: al repubblicano, che aveva tradizioni carbonare; al liberale, che era stato condannato dalle encicliche pontificie; al socialdemocratico, che è di origine marxista; ed oggi potremmo aprirla allo stesso partito socialista, se vi fossero garanzie di sicurezza democratica. Ed ora, proprio io, che sono stato uno dei sostenitori di questa politica di collaborazione con gli altri partiti, dico che bisogna finirla con questa impostazione, che finisce col togliere alla Democrazia Cristiana il suo attributo di democraticità per farlo dipendere soltanto dal giudizio che di noi danno i partiti avversari. Bisogna finirla con l'accreditare presso la pubblica opinione che la D.C. diventa fascista anche quando non cerca i voti dei fascisti, ma è costretta a governare, da chiunque le vengano i voti, per superare stati di necessità determinati da altri. Questa impostazione non può che facilitare l'azione comunista contro di noi.
Ma, si dice, che cosa ci si ripromette dalle elezioni? Quali sono le prospettive elettorali? Ce le ha indicate Moro nella sua relazione, quando ha affermato che, considerati i risultati amministrativi, « le elezioni politiche troverebbero la D.C. con intatte posizioni di forza, anzi in sicuro progresso ». Vi sono anzi alcuni che prospettano come sicuro il traguardo della maggioranza assoluta, e lo stesso Moro ha adombrato previsioni molto ottimistiche, quando ha detto che anche « i partiti della convergenza hanno guadagnato posizioni rispetto ai risultati delle elezioni politiche ». L'on. Moro ha anche denunciato « nell'ambiguità del P.S.I. » la ragione del suo calo nelle ultime elezioni. Ora, io non penso alla maggioranza assoluta per la D.C., di cui qualcuno va parlando e di cui si preoccupano anche i partiti minori; ma ho fiducia che le elezioni potranno mettere la D.C. ed i partiti democratici in condizioni di maggiore sicurezza, sicché le scelte che essi faranno saranno scelte libere, scelte che non potranno pregiudicare in nessuna maniera il processo di sviluppo democratico del nostro Paese. Non è, quindi, su una pregiudiziale, come ha detto l'on. Moro, che chiediamo il responso elettorale (non chiediamo un referendum), ma su una fiducia ragionata, dopo aver posto all'elettorato anche il problema dei possibili rapporti della D.C. col P.S.I. Questa fiducia è stata in me rafforzata dalla rispondenza delle folle che hanno ascoltato i miei discorsi durante questa preparazione congressuale, e ciò è parsa a me una testimonianza che la fiducia del popolo italiano nella D.C. è ancora forte, salda, integra, e che esiste la volontà di aiutare il nostro Partito ad uscire dalle strettoie in cui l'azione di altri partiti l'ha cacciato.
L'on. Moro preferisce però che la consultazione elettorali avvenga ad esperimento fatto. Io considero pericolosa questa tesi, perché se il responso elettorale fosse di condanna della nostra scelta, quale sarebbe il risultato? Il risultato sarebbe che noi non saremmo più in grado di scegliere nulla, ed avremmo consegnato l'Italia alla rinnovata coalizione socialcomunista. Amici, queste sono cose serie! Voi parlate di « esperimento »; voi dite che dobbiamo chiedere il voto sull'« esperimento » Ma esperimento di che? Per la limitatezza del tempo, il nuovo Governo potrà fare ben poco e quel poco sarà attribuito a merito del P.S.I., mentre se l'esperimento fallirà la colpa sarà sempre nostra Il P.S.I. avrà l'occasione, per la prima volta, di presentarsi, per nostro stesso riconoscimento, al corpo elettorale con le carte in regola, come un partito democratico, come il partito della speranza e dell'avvenire.
Ecco perché, ad un esperimento come quello proposto, io preferisco il tentativo dell'esperimento globale, dell'assunzione del P.S.I. alla responsabilità del Governo del Paese con la D.C. Il nostro invito non è massimalista, noi non offriamo tutto perché non vogliamo concedere niente. Non è questo! Un invito ad assumere la corresponsabilità del Governo dimostrerebbe che la D.C. non vuole respingere nessuno, neppure il P.S.I., e che è pronta a fare tutti i sacrifici, ad accettare anche il programma elaborato, a pagare il prezzo necessario, per alto che sia, anche sul piano degli interessi particolari di Partito (dovesse costarci, questo, il sacrificio di una parte della nostra rappresentanza parlamentare), purché si ottenga un rafforzamento delle libere istituzioni.
Quali condizioni noi dovremmo porre al Partito Socialista Italiano per farlo partecipare al Governo? Una sola: la rottura coi comunisti almeno sul piano amministrativo. Non chiediamo la rottura sul piano della CGIL, perché ci si potrebbe obiettare che vogliamo danneggiare gli interessi dei lavoratori, ma abbiamo diritto di chiedere la rottura almeno sul piano amministrativo. Se il partito socialista rifiuta l'invito ad assumere la responsabilità del Governo perché non può spezzare i vincoli col P.C.I. ed aderire ad una politica democratica, allora apparirà chiaro da che parte stanno le responsabilità. E se il partito socialista ci dirà che questa potrà essere solo la politica del domani, abbiamo il diritto e il dovere di rispondere che, per nostro conto, non possiamo fare oggi quello che il partito socialista ritiene di poter far solo domani. La nostra non è « estatica e preoccupata contemplazione di difficoltà » (in quanto a me, io sono portato al dinamismo), ma è una posizione chiara, coerente, lineare, sicura per mantenere anche nell'avvenire quel rapporto fiduciario col corpo elettorale, al quale tu, caro Moro, ti sei richiamato e che costituisce la condizione prima e sicura di ogni successo.
Nella relazione dell'on. Moro ricorre continuamente, forse troppo, la parola « coraggio », parola che sembra indirizzata agli oppositori della sua scelta, tra cui ci sarei io. Ma io credo di aver dato qualche prova di coraggio quando, all'avvento del fascismo, pur essendo studente senza un soldo in tasca, scelsi la via dell'opposizione al fascismo per non tradire i miei ideali, condannandomi a vivere ai margini della vita civile e vigilato dalla polizia. Così quando, nel periodo clandestino, guidai a Roma, accanto ad altri amici, la rinata D.C. durante l'occupazione tedesca. Così quando mi schierai per la forma repubblicana e contro la monarchia. Così quando mi assunsi la responsabilità di accettare la soluzione del problema di Trieste, che neppure Alcide De Gasperi, cui il coraggio non mancava, aveva ritenuto di poter accettare per comprensibili, umane ragioni personali. E così, infine, durante quindici anni di lotta contro il comunismo. Non è quindi un problema di coraggio. Ho l'impressione, invece, che in fondo la scelta dell'amico Moro, come ha accennato ieri Andreotti, sia dovuta ad un fatto che egli stesso rivela nella sua relazione, quando lamenta, e giustamente, il continuo restringersi dell'area democratica e la difficoltà dei rapporti tra gli stessi partiti democratici. Sono queste cose, sono questi fatti che tormentano l'on. Moro, che lo fanno dubitare che la Democrazia Cristiana ed i partiti democratici non siano in grado, forse, di superare da soli le difficoltà del presente e quelle dell'avvenire per salvaguardare le sorti della democrazia italiana. E non è una preoccupazione del tutto ingiustificata, amico Moro, però io non condivido le tue conclusioni un po' troppo pessimistiche.
Io credo, invece, alla possibilità di modificare la situazione politica del Paese con un richiamo al popolo sul cammino percorso, nonostante l'opposizione dei socialcomunisti; sulla superiorità delle nostre idee, riconfermata dagli avvenimenti del mondo comunista; sui servizi immensi resi da noi al Paese, pur nelle più gravi difficoltà, in quindici anni di lotta politica democratica. La causa della democrazia non è perduta se sapremo denunciare l'arretratezza della stessa concezione socialista, superata dalla realtà di un mondo in profonda trasformazione che vede noi attori e partecipi nello stesso tempo.
Occorre per questo abbandonare la sterile e stolta polemica, delittuosa polemica, all'interno e all'esterno, sull'immobilismo della politica dei Governi centristi, smentita dalla realtà dei successi conseguiti. L'Italia ha camminato sospinta da noi, dalla Democrazia Cristiana; l’Italia di oggi non è quella di ieri: il suo volto è profondamente mutato, e questo è dovuto alla nostra opera. Abbiamo gettato le basi per un progresso economico e sociale: possiamo già vedere disegnata all'orizzonte l'alba del giorno in cui le disparità sociali del Paese che oggi ci tormentano, la disoccupazione e la sottoccupazione di larghi ceti sociali, e una gioventù senza speranza, non saranno che un triste ricordo. A questo « miracolo », che è nostro, il partito socialista è rimasto estraneo!
E' questa la strada sulla quale dobbiamo dirigere il popolo italiano, e non sulla direzione di un partito, come quello socialista, la cui politica è costellata di errori colossali che per poco non hanno fatto del nostro un Paese satellite. Dobbiamo aver fiducia in noi, nella nostra capacità di rinnovamento, nella perennità delle nostre idee, che attingono ad un patrimonio che sarà sempre valido finché durerà il mondo. E' questa la strada, amici, che noi indichiamo ai democratici cristiani. Vogliamo, dobbiamo essere noi il partito della speranza, il partito dell'avvenire. Con questi sentimenti, l'unità della D.C. diventa fattiva; non facciamo della D.C. un esercito demoralizzato, sospinto dallo stato di necessità a scendere su posizioni così profondamente discusse, a confidare comunque nel soccorso altrui per salvare la democrazia. Smettiamola con le polemiche astiose che vedono i democratici cristiani accusarsi reciprocamente gli uni di essere al servizio dei monopoli e gli altri di esserlo dei socialisti. Non dimostra di aver coraggio (e ve lo dice uno dei più vecchi militanti della D.C., che di coraggio ne ha avuto) un Partito che plaude entusiasticamente ad una soluzione che indica in un altro partito lo strumento necessario per il rinnovamento politico e sociale del nostro Paese, mentre proprio questo rinnovamento è già inoltrato.
Riflettete, per contenere i vostri entusiasmi. E' una decisione grave e seria che nessuno può prendere a cuor leggero, battendo le mani. Riflettete che mai in un'Assemblea del P.S.I. si è acclamato alla D.C. come voi fate per il P.S.I. Ed ai giovani che hanno conosciuto la D.C. soltanto nella posizione di potere, noi che abbiamo testimoniato gli ideali della D.C. quando il farlo ci costringeva ai margini della vita civile, ci permettiamo di additare l'esempio di quanti non dubitarono mai dell’avvenire delle nostre idee, del nostro patrimonio ideale, anche quando pareva follia sperare. E io vi dico che se quella fede tornerà a brillare nei cuori dei democratici cristiani, essi saranno capaci di rinnovare i fasti che hanno portato la D.C. ad essere l'artefice prima della libertà e del progresso del popolo italiano. Questa fiducia sorresse la nostra fatica nei momenti più duri di questo dopoguerra.
Cari amici, l'on. Moro ha dichiarato che, al punto in cui siamo, l'esperimento non si può non tentare, e poiché la maggioranza sembra orientata in questo senso, noi che siamo minoranza non potremo impedirlo. Ma poiché sono in gioco cose serie, non sono ammissibili furbesche sfumature o riserve mentali. Per questo ci siamo sforzati di illuminare gli amici della D.C. nella preparazione pre-congressuale, per questo abbiamo voluto ora esprimere il nostro dissenso dalla politica dell'on. Moro. Noi siamo una minoranza, anche se convinti di interpretare i sentimenti di più larghi strati di quella parte dell'opinione pubblica a cui la D.C. deve le sue fortune elettorali. Comunque, benché sicuri dell'errore della scelta propostaci, dichiariamo che il Segretario politico e la Direzione che usciranno dal Congresso possono essere sicuri che, per quanto dipenderà da noi, non avranno nulla da temere.
Aggiungiamo di più: vi auguriamo il successo e, per quel poco che una minoranza può offrire, vi aiuteremo nella vostra impresa. Poiché, amici, se non riuscirete nell'intento, e le nostre preoccupazioni fossero avallate dai fatti, le conseguenze non ricadrebbero solo su di voi, ma su tutti noi, sulle nostre famiglie, sui nostri figli, sulla Patria tutta. Oggi che le fortune di una Patria libera e cristiana si identificano con le fortune della Democrazia Cristiana, in questa coincidenza noi troviamo un incentivo a collaborare con voi lealmente per le fortune della D.C., nell'intento di servire non solo il nostro Partito, ma l'Italia, alla quale, così come per il passato, anche per l'avvenire intendiamo dedicare la nostra umile, modesta fatica.


On. Mario Scelba
VIII Congresso Nazionale della DC
Napoli, 30 gennaio 1962

(fonte: biblioteca Butini)


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