LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

VIII° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

La discussione ha ormai esaurito tutti gli argomenti; per chi, poi, come me, è d'accordo con l'impostazione e la relazione dell'on. Moro, gli argomenti si erano esauriti già prima che la discussione cominciasse... Non resta quindi altro spazio che per quella che parlamentarmente si chiama una dichiarazione di voto, e per questa dichiarazione di voto vorrei partire da una considerazione più volte ribadita nei nostri Congressi, questa: la D.C., è stato detto e affermato più volte, ha essenzialmente una vocazione collaborativa. Non è per un complesso di inferiorità che noi insistiamo su questa vocazione: è dei forti accettare e cercare le collaborazioni, mentre la presunzione è dei deboli; non è bisogno dell'altrui ideologia. ma è consapevolezza delle regole del metodo democratico. L'essenzialità della nostra vocazione collaborativa deriva innanzi tutto dalla consapevolezza che la democrazia implica pluralità di opinioni e di partiti. Nei Paesi in cui sussiste un'alternativa democratica, la democrazia poggia proprio su tale alternativa: oggi un partito ha la responsabilità del potere, domani subentra l'altro partito. In Italia, l'alternativa ad una leadership d.c., o, comunque, ad un Governo imperniato sulla D.C., è solo un'alternativa non democratica. Di qui la connessione tra la nostra fedeltà alla democrazia e la nostra vocazione collaborativa.
Vorrei aggiungere solo una seconda considerazione, amici congressisti, quella della secolare divisione, dello « storico steccato » (secondo una celebre frase di De Gasperi). E' una divisione che si era costituita in nuove forme nell'ottocento, è un solco che soltanto i comuni sacrifici, il sangue che tutti gli italiani hanno versato nelle due guerre mondiali, hanno contribuito a colmare. Aveva in mente questa divisione De Gasperi, quando diceva: « Non ci possono essere né pentimenti né ritorni verso le angustie dei canali e degli stretti. Si va al largo, al servizio di tutta la Nazione, nello spirito di fraternità e di giustizia sociale. Se è vero che nel nostro sviluppo vi sono confluenze con altre esperienze, non pretendiamo di sostituirle tutte ».
La nostra vocazione collaborativa potrebbe, specialmente in momenti delicati come quelli odierni, impedirci di respingere qualsiasi collaborazione sinceramente e inequivocabilmente democratica. (A questo proposito io concordo con quanto Forlani ha detto del partito liberale). Ma la formula di centro è oggi fuori della realtà, non per responsabilità nostra, della D.C. nell'attuale momento, e neppure, almeno nelle grandi linee, per quanto riguarda gli sviluppi che hanno portato all'attuale momento. Dobbiamo quindi scegliere, e la scelta (non nascondiamoci dietro a giri di frase) è fra una formula che si può presentare come si vuole, ma finisce per essere di centro-destra: D.C., P.L.I., P.D.I.U.M., e la formula: D.C., P.S.D.I., P.R.I., che si definisce di centro-sinistra, formula che apre il discorso con i socialisti. Non vi è dunque stato di necessità per una di queste due vie, ma necessità di scelta.
Ora, al di là delle formule, risulta chiaro che il centro-destra finirebbe per indebolire il centro politico in Italia, sia per l'alibi di Fronte Popolare che offrirebbe ai comunisti, sia perché difficilmente potrebbe oggi imprimere alla nostra realtà politica, economica e sociale quel dinamismo che deve essere caratteristica propria di un centro democratico. Mentre la ricerca di allargare l'area democratica verso sinistra è proprio rivolta a porre le basi per un ulteriore indebolimento delle estreme ed un rafforzamento del centro politico del nostro Paese. Già il centrismo degasperiano fu sempre inteso non in senso immobilistico, ma come volontà di isolamento delle estreme.
Ci sono altre ragioni contro l'unica vera alternativa che oggi si pone a questa formula, cioè il centro-destra. Basare una formula politica su di una forza come il P.D.I.U.M., che è in evidente fase di esaurimento, significherebbe, nella migliore delle ipotesi, avviarsi verso una soluzione che avrebbe una portata parlamentare priva di un supporto radicato nel Paese. E non possiamo poi dimenticare quanto affermava l'on. Colombo proprio qui a Napoli nel 1954: la D.C. non può presentarsi come una valida alternativa ai miti offerti dal partito comunista, se non si dimostra sganciata dai vecchi gruppi di potere che per secoli hanno dominato la vita del Paese e che certo costituiscono e costituiranno sempre più l'argomento vivo della polemica e della lotta politica, specialmente per l'elettorato del meridione.
Ma soprattutto c'è un aspetto dell'attuale situazione internazionale che non possiamo dimenticare: la democrazia francese corre oggi un grave pericolo per il manifestarsi di tendenze chiaramente fasciste su basi spiccatamente nazionaliste. Il pericolo del totalitarismo di destra, che almeno sino ad oggi è stato soltanto un'ipotesi dialettica per la democrazia italiana, risulta invece oggi un'ipotesi tutt'altro che infondata per la vicina democrazia francese. E sugli stretti vincoli che da secoli esistono tra il mondo francese e quello italiano credo sia inutile insistere. Di fronte a questo pericolo, non offre garanzie una formula che comprenda forze che, pur avendo assunto posizioni democratiche, hanno mostrato di subire la suggestione di quei miti nazionalistici che in realtà nascondono posizioni politiche di chiara ispirazione dittatoriale. Ecco perché la nostra scelta non riguarda soltanto la D.C. e l'Italia (e come riguardi l'Italia lo vediamo dalla risonanza del nostro Congresso), ma riguarda anche l'Europa.
Si è parlato di trasferire la scelta all'elettorato. Ora, se io comprendo la posizione di coloro che pongono altre alternative — e il discorso di Andreotti è stato chiaro —, francamente non riesco a comprendere questa tesi del trasferimento della scelta all'elettorato. A parte il fatto che il ricorso alle elezioni non dipende da noi, nessuno potrebbe mai spiegarci in base a quale arcano fenomeno un problema difficile a risolversi per un Partito politico diventerebbe facile a risolversi per l'elettorato. Evidentemente un problema non si risolve trasferendo le competenze, e del resto in questo caso ciò non sarebbe neppure possibile perché come potremmo presentarci alle nuove elezioni senza aver assunto un orientamento? Che cosa andremmo a dire agli elettori senza aver prima deciso? Potremmo dire: per il centro-sinistra votate per i socialdemocratici e per il centro-destra votate per i liberali? Le cose sono a un punto tale per cui il problema deve essere affrontato con chiarezza e coraggio. Nella relazione Moro, a me, che ho sempre apprezzato la chiarezza e soprattutto il coraggio, sembra che questo sia stato fatto.
Al progresso sociale, e non da oggi ma da sempre, ci impegnano la nostra dottrina e il carattere popolare del nostro elettorato. E' tuttavia certo che la realtà economica odierna ci permette di precisare, ancor più che in passato, un programma di sviluppo economico e sociale che abbia come obiettivo l'eliminazione delle disparità esistenti tra regioni, settori e categorie, e come strumento una presenza pubblica consapevole delle fasi attraverso le quali il progresso deve passare e dei mezzi capaci di orientare l'espansione economica verso prestabiliti schemi di sviluppo. Però è vana la ricerca del progresso sociale, se non si accompagna ad un analogo progresso politico, cioè al consolidamento, al rafforzamento della nostra democrazia di fronte al totalitarismo. Credo che sia opinione condivisa da tutti i congressisti che il comunismo costituisca ancora la minaccia più grave e più seria alla nostra democrazia, per cui nessuna operazione politica può avvenire senza che essa venga valutata sugli effetti possibili nella lotta al comunismo. Ma l'anticomunismo della D.C. non è un fatto di conservatorismo: anche per questo esso è legato all'europeismo, cioè all'unica vera grande prospettiva di sviluppo che oggi sussiste, e all'atlantismo, cioè all'alleanza per la difesa ed il consolidamento della libertà nella pace e nella sicurezza. Europeismo ed atlantismo costituiscono due cardini fondamentali della nostra politica, rispetto ai quali nessun cedimento è possibile senza portare gravi minacce alle nostre libere istituzioni.
E si pone allora il problema: sarà possibile rendere il P.S.I. partecipe di una politica basata su questi elementi, in modo che si rafforzi obiettivamente la base della democrazia nel nostro Paese ? E' un interrogativo al quale risponderanno le vicende del prossimo avvenire. L'interrogativo che abbiamo posto mette bene in chiaro che il problema dei rapporti con il P.S.I. è essenzialmente politico prima e più che programmatico. L'interrogativo fissa, d'altra parte, la base sulla quale la D.C. è disposta ad affrontare un discorso, senza temere di venire meno ai suoi doveri fondamentali di salvaguardia della libertà e della democrazia nel nostro Paese.
E' un problema politico, non ideologico: le formule di Governo non possono incidere né intaccare la sostanziale autonomia della nostra ideologia; nessuna confusione è possibile fra i problemi ideologici e quelli delle alleanze politiche e delle formule di Governo. Come ho già avuto occasione di dire fin da quando ero Segretario del Partito e poi a Firenze, la D.C. non è legata a formule fisse di Governo. I suoi « no » sono soltanto per i totalitarismi. Non si tratta, nei rapporti col socialismo, di fare assurde confusioni di idee: si tratta di valutare le possibilità pratiche di collaborazione politica e amministrativa. Un « no » che estendesse ai problemi della collaborazione politica quella rigidità che è doverosa di fronte alle confusioni ideologiche, dovrebbe evidentemente colpire anche altri partiti, altre correnti ideali, e scivolerebbe nel dogmatismo politico, ci porterebbe all'integralismo; e, in qualsiasi forma si manifesti, così in quella comunista come in quella fascista o nazionalista o in quella pseudo religiosa, l'integralismo è davvero il peggior nemico non solo della democrazia, ma anche del cattolicesimo.
Il problema è quindi essenzialmente politico. La storia italiana dimostra del resto come il problema del P.S.I. debba essere visto in chiave politica. De Gasperi vide il socialismo democratico quale fattore fondamentale della sua battaglia per la difesa della democrazia: noi oggi dobbiamo vedere il discorso con i socialisti come occasione di rafforzamento della democrazia italiana, e non soltanto come irrobustimento, di cui non dovrebbe esserci bisogno, della nostra azione sociale. In questo senso è chiaro che i termini politici, ed in particolare i termini di politica estera, dovranno offrirci i criteri fondamentali di orientamento e di valutazione.
Sul problema politico dei rapporti con il comunismo, le condizioni interne del P.S.I. hanno subito dei mutamenti: non sono ancora tali da ispirare un facile ottimismo, ma possono indurci ad offrire al P.S.I. l'occasione per chiarire sul piano della realtà concreta la sua volontà. Ci sono ragioni obiettive per sperare, e sono state largamente illustrate. Pure significativo mi permetterei di considerare l’esempio delle giunte di centro-sinistra: nella mia Liguria esse hanno realizzato una collaborazione fra democratici cristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani non sempre facile, ma positiva, leale ed efficace sul piano amministrativo, ed hanno soprattutto operato nel senso di consolidare la linea politica sulla cui base quelle giunte erano nate: la chiusura verso ogni forma di totalitarismo. Nei Consigli comunali e provinciali non si dovrebbe discutere di politica e tanto meno di politica estera, però non di rado accade che se ne discuta. Ebbene, quando ciò è accaduto, non sempre si è registrato un incontro fra le nostre tesi politiche e quelle socialiste, ma non si è mai verificato un incontro, neppure una coincidenza, anzi talvolta si è verificato uno scontro, fra le posizioni socialiste e quelle comuniste.
Amici congressisti, tutti gli interventi, tutti i discorsi che sono stati fatti fin qui si sono conclusi con l'appello all'unità. E' un po' una tradizione: è un richiamo che quando andiamo a parlare nelle Sezioni dà sempre buoni effetti, ma di solito non ne ha avuto nei nostri Congressi, come, per esempio, al Congresso di Venezia, e al Congresso di Napoli del 1954, e più tardi ancora a Trento. Questa volta invece il Congresso accetta. ascolta gli appelli all'unità, alla compattezza. Perché? Perché tutto il nostro discorso. quello almeno della maggioranza, tutto il piano coraggioso e realistico che risulta dalla relazione Moro presuppone appunto questa unità e compattezza della Democrazia Cristiana. Questa volta l'appello non è soltanto il fervorino finale: questa volta è veramente un argomento politico essenziale.
Insieme, amici congressisti, abbiamo superato tante difficoltà: fin dai primi momenti della Liberazione, all'indomani del Referendum, nelle elezioni amministrative del 1946, nella preparazione di quelle politiche del 1948. (Ricorda, on. Piccioni, le riunioni che facevamo? Tutti quanti i Segretari provinciali erano pessimisti, tutti dicevano che era inevitabile la vittoria del Blocco, e invece poi venne la sfolgorante vittoria del 18 aprile). E poi vi fu l'avanzata comunista nel Mezzogiorno, lo scatenamento delle forze d'estrema destra, l'instabile e incerta situazione parlamentare che dura ormai dal 1953. Abbiamo superato ben altri momenti gravi! Adesso andiamo incontro a difficoltà che la situazione politica italiana, e non una nostra presunta incertezza, ci pone innanzi. Se saremo compatti e uniti, le supereremo tutte, e non sarà soltanto la nostra vittoria, ma un'altra vittoria della democrazia nel nostro Paese.

On. Paolo Emilio Taviani
VIII Congresso nazionale della Democrazia Cristiana
Napoli, 30 gennaio 1962

(fonte: biblioteca Butini)

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