LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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L'APERTURA A SINISTRA: DISCORSO DI GIULIO PASTORE AD UN CONVEGNO DI "RINNOVAMENTO"
(Roma, 7 gennaio 1962)

I sindacalisti cattolici sono stati da sempre protagonisti anche della vita politica della Democrazia Cristiana, in anni nei quali non sussisteva ancora l'incompatibilità tra cariche sindacali e cariche politiche.
Giulio Pastore, fondatore della CISL, è stato eletto nel Consiglio Nazionale della DC sin dal primo Congresso nazionale del 1946. E dopo l'esperienza degasperiana ha promosso una corrente interna al partito che si è presentata nei Congressi nazionali con la proprio autonomia: nel VI Congresso nazionale di Trento nel 1956 guida la lista "Forze Sociali", nel VII Congresso nazionale di Firenze del 1959 si presenta insieme ai fanfaniani di "Nuove Cronache", e in previsione dell'VIII Congresso nazionale di Napoli del 1962 organizza la nuova corrente di "Rinnovamento".
La CISL, le ACLI, e la corrente di "Rinnovamento" appoggiano la politica di centro-sinistra portata avanti da Fanfani prima e da Moro poi.
A tre settimane dalla celenbrazione del Congresso nazionale di Napoli del 1962, Giulio Pastore riunisce la sua corrente "Rinnovamento" al Teatro dei Satiri a Roma. L'intervento di Pastore costituisce la piattaforma congressuale della corrente dei sindacalisti cattolici (definizione che Pastore contesta all'inizio del discorso). Un chiaro sostegno all'alleanza con il PSI, senza il Partito Comunista.

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UNA POLITICA NUOVA SENZA IL PARTITO COMUNISTA


Cari amici,
bisogna riconoscere che il dibattito pre-congressuale va assumendo proporzioni di rilievo anche sul piano qualitativo. Finalmente nella D.C. si discute attorno a delle idee e questo non può non considerarsi una promettente prova di crescita e di avviata maturità del nostro Partito. Anche se sussistono ancora le propensioni alla formazione e al consolidamento di deteriori gruppi di potere, ancorati soltanto al desiderio di occupare posti di comando, resta vero che il Partito si sta sempre più allontanando dalla prassi secondo la quale tutto doveva regolarsi soltanto secondo la volontà dei cosiddetti notabili. Grande e indiscutibile merito di questo miglior tono della vita del Partito va senz'altro date all'On. Moro.
In questa fase di sostanziale progresso del Partito, è largamente presente "Rinnovamento". E lo è per il contributo che gli recano i suoi uomini e per il contenuto dinamico e concreto delle sue opinioni e delle sue tesi. Tesi ed opinioni che non esprimono affatto limitati interessi o posizioni di settore ma sintesi politica nuova per uno Stato di tutto il popolo e non solo di determinati gruppi. E' questo un chiarimento che dobbiamo ai nostri critici ed anche agli amici della stampa politica.
"Rinnovamento", respinge la restrittiva definizione che gli viene sovente riservata, di recare cioè al Partito soltanto una rappresentanza settoriale e non è quindi da ritenersi conforme a verità e alla realtà, la qualificazione di corrente "aclista e sindacalista".
Non è certo questa la sede per un'approfondita ed adeguata dimostrazione del fondamento di questa nostra messa a punto. Ci riserviamo di farlo in altra sede e dopo il Congresso di Napoli.
Oggi ci limitiamo a riaffermare:

1) non siamo, né vogliamo essere il prolungamento in politica dell'associazionismo operaio. Oltretutto, gli statuti e i fini delle ACLI e del Sindacato non ce lo consentirebbero;
2) non vogliamo essere, né siamo, all'interno della D.C., un semplice movimento di pressione.

Siamo invece nella D.C., un movimento di idee che vuole caratterizzare gli obiettivi che i cattolici perseguono nella vita politica con un forte contenuto sociale.
Sappiamo di non dire cose originali. Infatti non c'è oggi democratico cristiano che non professi la più ampia socialità, anzi, per la verità, è tutto il Partito che si dichiara allineato su tale posizione.
Tuttavia "Rinnovamento" considera essenziale, all'interno, questa sua azione per due ragioni:

1) mentre non fanno difetto nel Partito le teorizzazioni sociali, meno risoluta appare a volte, la volontà politica di tradurre nei fatti le idee professate;
2) la stessa volontà politica, può riuscire deludente e in ogni caso priva di effetti positivi, e vi è una costante testimonianza storica che lo dimostra, quando essa è dettata soltanto dallo schematismo intellettuale, che non tiene conto delle grandi lotte portate avanti dal movimento operaio.

Non è quindi in chiave di rappresentanza o espressione settoriale che va posto il discorso, quanto di volontà e capacità di dare contenuto allo Stato democratico e di esprimersi come gruppo dirigente.
E' tempo infatti di prendere atto della capacità nuova del gruppo operaio di superare tradizionali atteggiamenti settoriali, per sostituirvi una impegnativa azione in termini di interesse generale e cioè di interesse "politico". Non può essere infatti trascurato il fatto che il gruppo operaio, uscito dalla nuova società industriale, è oggi tra gli elementi più dinamici per la formazione di una nuova classe dirigente, quella classe di cui vi è necessità se si vuole trasformare il vecchio Stato liberale nel nuovo Stato democratico.
"Rinnovamento" intende portare un contributo autentico a tale interpretazione. Il movimento operaio, come già abbiamo detto, ha ormai superato il settorialismo rivendicazionistico, per giungere ad una visione globale dell'interesse sociale e si è quindi politicamente maturato e con ciò stesso si è preparato ad essere, alla pari con le altre, effettiva forza dirigente dello Stato. Considerare il contributo del movimento operaio alla vita politica in chiave settoriale, significa non tener conto che le basi del potere politico, confrontate con il periodo del primo formarsi della struttura dello Stato italiano proprio per effetto delle lotte operaie, si sono completamente modificate e che non si costruisce oggi lo Stato democratico senza che il movimento operaio abbia in esso un peso determinante per modellarne in termini nuovi gli istituti, perché da uno Stato della borghesia si passi ad uno Stato che sia al servizio di tutto il popolo e delle esigenze più profonde e vive della società nazionale.
Posto in questi termini, appare anacronistico parlare di noi, soltanto perché aclisti o sindacalisti. "Rinnovamento" è un movimento autonomo, aperto quindi a tutti i democratici cristiani che condividono l'indicata impostazione.

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I motivi di maggior interesse del dibattito precongressuale, vanno delineandosi in due fondamentali direzioni: problema di scelte programmatiche e problema di formazione di Governo.
E' certamente giusto, anche per esigenze cronologiche, che si dia la priorità alla formulazione programmatica. Noi affermiamo, a questo proposito, che vi è la pregiudiziale necessità che si abbiano in materia idee chiare, che le scelte non siano soltanto velleitarie e che vi sia in partenza l'impegno di Partito e di uomini a tradurre nei fatti, i programmi enunciati. Non possiamo dimenticare che la ricerca e la formulazione dei programmi hanno sovente rappresentato in passato, vere e proprie cortine fumogene, tanto da non essere mai stati momenti determinanti dello sviluppo democratico del Paese.
La facile attitudine a dimostrare che tutti i problemi sono presenti e che per tutti, si hanno soluzioni pronte, costituisce quasi sempre un comodo alibi per le mancate realizzazioni.
Tutto questo non va dimenticato se non si vogliono ripetere le troppo deludenti esperienze del passato.
I problemi che maggiormente agitano il Paese sono conosciuti, e si può dire che sono i problemi che hanno fatto maturare la crisi che ci sovrasta.
Vi è un fondamentale problema del ruolo dello Stato, vi sono problemi di costume che investono le singole coscienze e un certo modo di condurre la pubblica amministrazione e vi sono i determinanti problemi degli squilibri economici e sociali.
Bisogna dire che sulla individuazione degli uni e degli altri, non vi sono grossi contrasti né all'interno della Democrazia Cristiana e neppure fra Partiti diversi. La diagnosi sui mali é pressoché univoca, mentre profonde divergenze esistono sui modi di fronteggiarli; divergenze tanto profonde che si ritrovano alla base dell'attuale instabilità politica.
Per quanto ci riguarda da tempo andiamo sostenendo che nei guai della società italiana vi sono aspetti organici e strutturali, ai quali non si può porre rimedio che con interventi ugualmente organici e strutturali. Facciamo qualche esempio:
1) nel dibattito in corso fra democratici cristiani, è latente una denuncia contro il permanere del vecchio Stato liberale in netta antitesi con l'incalzante esigenza di dare sostanza al nuovo Stato democratico. E non è una denuncia formale.
La falsa e teorica neutralità dello Stato liberale nei confronti della società ha fatto della volontà pubblica la volontà del gruppo sociale più forte. Così all'ombra dello Stato cosiddetto neutrale è di fatto cresciuto dentro lo stesso "Stato", un ""potere economico" che il primo influenza e condiziona. Da ciò ne risulta sovente, una subordinazione, anche se involontaria, del primo al secondo. Lo stesso Parlamento risente di tale dualismo e qualche volta prende verosimiglianza l'espressione inglese che lo considera un semplice organo di "registrazione" di una volontà formatasi in altra sede.
Abbiamo detto che è cresciuto un "potere economico", e questo è certamente rappresentato dalle grandi concentrazioni di ricchezze e dai grandi monopoli: fenomeno che non è soltanto italiano ma che, proprio perché esteso, riesce ad interferire indirettamente ma con portata determinante, nel formarsi degli strumenti che operano e guidano le stesse scelte economiche interne e internazionali.
Quando si fa riferimento ai gruppi settoriali, in verità si va oltre a quelli di natura strettamente economica, poiché si trovano a premere sullo Stato anche forze di altra natura: le categorie organizzate, i grandi sindacati, la stessa burocrazia, etc.
Siamo praticamente di fronte ad una girandola di poteri, formatasi fuori dalla logica statuale, anzi spesso in contrapposizione al tipo di Stato donatoci dal liberalismo ottocentesco. Con il passaggio dallo Stato neutrale allo Stato interventista dovevano emergere nuove frizioni, a causa delle quali si è accresciuto lo svuotamento del potere politico.
Se questa è la realtà e volendo perseguire la costruzione di una società veramente democratica, è certamente difficile sottrarsi alla necessità di far ricorso a rimedi di fondo e cioè a rimedi strutturali. Una salda coscienza democratica se riconosce al cittadino i diritti propri della persona umana, non ignora anche che lo Stato in quanto chiamato a sovrintendere, regolare, accompagnare il sano sviluppo della società nazionale, deve costituirsi in ferma salvaguardia contro il comportamento del singolo o dei gruppi che per fini egoistici insidiassero il bene comune. Tutto questo indica, che tra i problemi da risolvere è primario quello del potere reale dello Stato e quindi della sua organizzazione.
Naturalmente è ben lungi da noi il proposito di potenziare lo Stato e, quindi, il potere politico contro e a danno degli individui, della società civile, delle forze sociali come liberamente ed autenticamente riescono ad esprimersi nella vita della società. Anzi per noi la forza dello Stato nasce proprio da questo costante rinnovamento della società che è davanti ai nostri occhi, da questo moltiplicarsi dei rapporti di convivenza e, quindi, da questo formarsi e svilupparsi di gruppi e poteri sociali. Solo che le strutture dello Stato liberale sono tali che il peso preponderante nella formazione della volontà dello Stato è esercitato da uno solo di tali gruppi, quello facente capo alle concentrazioni capitalistiche.
Pur non negando a queste forze la possibilità di influire sulla volontà dello Stato - in forme naturalmente responsabili non tendenzialmente sotterranee come quelle attuali - occorre sempre più energicamente sostenere l'esigenza e, in concreto, promuovere nelle istituzioni, una più decisa e robusta partecipazione delle forze del lavoro alla formazione della volontà dello Stato.
Solo così, si può creare nel meccanismo statale, quel sistema effettivo di pesi e contrappesi che consentano alle decisioni dello Stato di non essere inficiate da latenti, anche parziali, subordinazioni ad una sola forza sociale, ma di restare permanentemente ancorate al bene comune e all'interesse generale. Ed è così, e solo così che si costruisce la democrazia nel nostro Paese, perché la democrazia richiede non già l'esercizio delegato del potere, ma nelle forme più ampie possibili un esercizio diretto, responsabile a livello dei gruppi che naturalmente si formano nella società, sotto l'indirizzo e il coordinamento del potere politico.
E' in questa stessa prospettiva che noi vediamo le autonomie locali, che non rappresentano per noi, come nella logica dello Stato liberale, un semplice decentramento funzionale di attività che invece di svolgersi al centro si svolgono in periferia, ma che rappresentano bensì, una forma di attribuzione di potere reale alle collettività minori, perché anche loro abbiano voce negli orientamenti generali della comunità politica nazionale e concorrano anch'essi a quel meccanismo dialettico di formazione della volontà statuale in cui solo riposa la garanzia della legalità e della democrazia.
Noi crediamo che sopratutto a questi problemi di fondo di riorganizzazione dello Stato, in senso democratico, si sia voluto riferire il Presidente della Repubblica nel suo elevato ed acuto discorso di fine anno, laddove sottolineando le deficienze oggi avvertite nel Paese, ha detto che di tali deficienze tutte ne risente e cioè "dalla funzionalità dell'amministrazione alla moralità della vita pubblica, dalle contrastate difficoltà delle scelte economiche e politiche alla capacità dello Stato di imporsi alle concentrazioni della ricchezza, quando tendono ad ottenere o conservare privilegi a danno del benessere comune".
2) Il secondo aspetto della nostra vita nazionale che pone problemi di revisioni strutturali, investe il settore del costume. Sono purtroppo non infrequenti i fatti che denunciano preoccupanti cedimenti in tale settore e se è vero che non è questa una prerogativa esclusiva del nostro Paese (ricordiamo per inciso che anche negli Stati a consolidata democrazia non mancano episodi sconcertanti ed in quelli a direzione comunista si rivelano, sia pure ad esplosione ritardata, cose e fatti di ben maggiore gravità e proporzione) non per questo il male non deve essere curato.
Vi è un problema di costume che investe direttamente il cittadino nei suoi rapporti con la collettività. Noi crediamo sia da addebitarsi oltre che ad egoismo, anche ad immaturità civica il permanere di una certa scorretta mentalità tributaria. Un diverso e più responsabile concetto della interdipendenza tra diritti e doveri, una più viva coscienza solidaristica che dimostri sensibilità dinnanzi al perpetuarsi di gravi squilibri, contribuirebbero sicuramente ad eliminare quell'abitudine alle grosse evasione fiscali che, tra l'altro, ci scredita anche nei confronti della pubblica opinione degli altri Paesi.
E vi è poi l'aspetto più generale dl una maggiore fedeltà agli impegni a contenuto politico.
Non ci stancheremo di ripetere che si argina il decadimento del costume, liberando innanzitutto la nostra giovane democrazia dalla facile propensione al trasformismo. Troppi spostamenti di opinioni e di posizioni avvengono senza alcuna motivazione ideale e responsabile. Non interessa se escono calpestate la coerenza e la limpidezza di una linea politica. E non si bada se un tale comportamento è di fatto all'origine di vasti sbandamenti delle coscienze e della generale sfiducia.
Una classe dirigente democratica deve trovare la sua fondamentale componente e un suo comun denominatore, nel rigoroso rispetto di alcuni fondamentali principi di natura morale e noi annoveriamo tra questi principi l'obbligo per tutti, ma in modo particolarissimo per quanti sono assunti a posti di comando e di responsabilità nella vita pubblica, di rigettare in via permanente ogni sorta di manovra trasformistica specie quando è manifesto il fine di raggiungere o mantenere il potere. Non v'è alcun dubbio che ne guadagnerebbe molto, la stessa formazione della coscienza democratica del popolo (ed anche di questo ve n'è grande bisogno) se cessasse una volta per sempre il cattivo esempio dell'uomo pubblico che contraddice nei fatti le sue professioni di fede.
E' nella sfera del costume che si può ambientare anche il modo di condurre la pubblica amministrazione.
E' un discorso che va riferito a tutti i livelli della pubblica amministrazione. Non si deve infatti dimenticare che nel rapporto tra Stato e cittadino, gioca il suo ruolo anche il modo con cui la pubblica amministrazione svolge i suoi compiti nei confronti dell'uomo della strada anche se situato nel più lontano centro periferico. Come deve avere la coscienza dello Stato il singolo cittadino in quanto tale, a maggior ragione la deve avere chi lo Stato rappresenta. Improntare il costume a questa reciproca consapevolezza può rappresentare oltre che efficace salvaguardia per i reciproci diritti e stimolo all'osservanza del dovere reciproco, anche una efficace scuola di costume democratico.
Ma il problema dei problemi è rappresentato certamente dalla più volte affermata esigenza dl riformare e rinnovare un ordinamento amministrativo che se era funzionale per le Stato di altri tempi presenta oggi tali assurdi anacronismi che rendono lenta e inefficace l'azione pubblica e costringono spesso gli amministratori, anche se in buona fede, ad azioni di per sé stesse elemento di diseducazione e di sfiducia della coscienza pubblica.
Anche in questo settore si impongono urgenti modifiche di struttura, riforme di natura legislativa ed amministrativa e se anche si intravvedono proporzioni di enorme rilievo, tali da rendere perplesso l'uomo più coraggioso, bisogna manifestamente avere il coraggio di procedere. Del resto non sono pochi quelli che si chiedono perché non si danno mezzi e potere all'esistente Ministero per la Riforma della Pubblica Amministrazione, impegnandolo a portare a fondo i compiti istituzionalmente affidatigli.
Non si tratta, tuttavia, di dar luogo soltanto a strumenti più adeguati e a norme e procedure amministrativamente aggiornate e quindi più valide; la pubblica amministrazione va oggi avanti molto per prassi, prassi divenuta sistema e forse è qui che si trova quel pericoloso piano inclinato che inavvertitamente porta alle dolorose sfasature che intaccano la morale e il costume.
Al Presidente del Consiglio, On. Fanfani, è doveroso dare atto di alcune rilevanti iniziative da lui poste in atto con il proposito di modificare un certo stato dl cose. Dargliene atto vuol dire incoraggiarlo a proseguire per una strada appena iniziata e possibilmente non più con provvedimenti sporadici ma con un'azione a fondo organicamente condotta.
Il discorso si fa anche più serio ed estremamente concreto quando si tratta degli squilibri economici e sociali da ogni parte denunciati.
L'eccezionale progresso economico registrato nel nostro Paese in questi anni, ha illuminato di luci sconcertanti gli enormi divari che distinguono Regioni da Regioni e settori da settori e gruppi sociali da altri gruppi sociali.
Anche delle sedi più elevate viene insistentemente ed anche fermamente, richiesta una politica di distribuzione più equa del benessere. E ciò perché appare sempre più inquietante il crescente aumento della ricchezza abbondante a disposizione di pochi e della povertà estrema in cui vivono rilevanti moltitudini. Passare quindi dalla fase della denuncia a quella dei provvedimenti, dovrebbe essere cosa facile.
Eppure non lo è. Non lo è perché vi si oppongono di fatto quei gruppi e quelle forze che più direttamente dovrebbero concorrere a risolvere i vari problemi. Si protesta contro il più timido avvio ad una politica fiscale severa ma giusta, si preferiscono gli investimenti che assicurano l'alto profitto anziché quelli che possono contribuire, pur nel rispetto della necessaria economicità, ad eliminare gli squilibri territoriali e settoriali; si respinge ogni forma di controllo selettivo del credito reso necessario da una visione esasperatamente egoistica dei criteri di investimento; si accetta in teoria una politica di programmazione subito annullata in pratica dal tipo di strumenti che dovrebbe realizzarla; si contesta in termini politici ed economici un intervento organico e sistematico delle aziende di Stato anche se è dimostrato che si tratta di intervento positivo sul piano degli interessi generali (vedi rilevanti posizioni di mercato conquistate in campo internazionale o le benefiche conseguenze calmieristiche sul mercato interno); allo stesso modo si respinge ogni idea di affidare alla diretta responsabilità dello Stato la produzione e distribuzione dell'energia elettrica, a partire da quella nucleare; si continua a dare la preferenza all'edilizia di lusso anziché a quella popolare; in agricoltura pur nella consapevolezza che urge qualcosa di più di una semplice politica protezionistica, si persiste nel respingere riforme giudicate necessarie dagli stessi studiosi e dagli esperti; nei rapporti di lavoro si sostiene una politica sindacale resa anacronistica dal diverso ritmo assunto dal progresso tecnico e produttivo, impedendo così una più giusta distribuzione del reddito aziendale. E di questo passo potremmo anche continuare.

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Abbiamo fin qui parlato dei problemi dello Stato, del costume e di quelli a contenuto economico e sociale. Problemi aperti che è urgente affrontare. Naturalmente non si ha la pretesa di aver formulato un programma. Nella società italiana altre essenziali questioni devono essere sottolineate come ad esempio quella della Scuola. Abbiamo inteso fornire elementi al dibattito pre-congressuale, convinti come siamo, che il Governo che succederà al monocolore dovrà impegnarsi a fondo nelle direzioni indicate.
Sarebbe tuttavia sommamente ingiusto ed antistorico, se la constatazione di quanto v'è da fare volesse mettere in ombra il formidabile sforzo compiuto dal nostro Partito e dagli altri Partiti democratici, dalla Liberazione ad oggi, per ridare al Paese un suo volto di maggiore progresso e di benessere. Si è nel vero quanto si esalta l'operato delle coalizioni cosiddette centriste che hanno governato il Paese negli anni travagliati dopo la Liberazione. Basterebbe a dimostrare la positività di un lungo periodo di Governo la avvenuta ricostruzione del Paese.
Ed è a questo punto che taluni amici sostengono come tuttora valido il tipo di Governo di quel periodo, rifiutandosi con ciò di riconoscere che quelle coalizioni si resero possibili per il fatto che i problemi della ricostruzione posero in secondo piano l'adozione di indirizzi di fondo concernenti l'assetto da dare alla nostra società e al nostro Stato, quegli indirizzi che caratterizzano ciascun Partito e che sono determinanti proprio per la soluzione dei problemi che oggi si devono affrontare.
Qui è manifestamente la radice delle divergenze che oggi si verificano nell'ambito del tradizionale schieramento dei Partiti democratici. E' in questa profondamente mutata situazione che la D.C. è chiamata a fare le sue scelte, scelte che mentre non devono contraddire le sue impostazioni ideologiche, devono anche rivelarsi attuali e valide per andare incontro alle attuali e pressanti esigenze del Paese.
Ma nella polemica che avrebbe dovuto essere prevalentemente politica, si è da più parti inserito un complesso discorso che investe principi e ideologie.
Non è che ce ne doliamo; chiediamo soltanto che se devono essere chiamate in causa le posizioni ideologiche nostre e degli altri, questo va fatto nei confronti di tutti e con identico rigore.
Noi siamo cresciuti in un'epoca nella quale i cattolici, e non soltanto quelli impegnati in politica, combatterono a fondo il liberalismo, che era identico a quello di oggi, nelle sue impostazioni dottrinali anche nei riguardi dei permanenti valori religiosi, e nei suoi indirizzi economici e sociali. Sono stati anni di dolori e sofferenze per i cattolici e - perché no - per la Chiesa. Sono stati anni in cui si era veramente tutti uniti contro il più duro, il più settario, il più fazioso avversario del tempo. Sono stati gli anni nei quali si vivevano con tensione spirituale altissima, lotte non diverse da quelle che più avanti si sono combattute fronteggiando fascismo e comunismo. Non vorremmo con questo istituire un paragone tra queste ideologie totalitarie e il liberalismo. Ma è un dato storico che l'asprezza di quella battaglia fu parimenti dolorosa per i cattolici.
Vogliamo dirle e ricordarle queste cose ai nostri iscritti, ai nostri buoni popolani, e ai cattolici militanti sempre, per fortuna nostra, così sensibili alle questioni che toccano da vicino la loro viva fede religiosa?
Il farlo non sarebbe fuori luogo, se non altro si eviterebbero orientamenti a senso unico e perciò meno giusti e si renderebbe possibile una più equilibrata valutazione delle difficoltà che accompagnano le decisioni e le scelte della Democrazia Cristiana.
Non è forse vero che ciò che di più amorale, anticristiano, esiste ancora oggi nelle strutture della nostra società, ha le sue origini nella quasi secolare dominazione liberale; non è forse vero che molta parte dell'attuale classe dirigente ai vari livelli e dei diversi settori, è ancora tanto permeata di spirito fazioso e intollerante che tradisce spesso insofferenza per la presenza dei cattolici della direzione politica dello Stato?
Dato a ciascuno il suo sul piano ideologico, non dobbiamo tuttavia dimenticare che noi siamo Partito politico, chiamato a compiti immanenti e del tutto temporali. Impegnandoci a nulla concedere sul piano dei principi e a respingere quindi ogni confusione sul piano ideologico, dobbiamo far fronte alle nostre responsabilità, quelle responsabilità che ci derivano in modo primario dall'essere Partito dl maggioranza e fulcro del sistema democratico.
E' a questo punto che la situazione impone il discorso degli incontri o delle alleanze, quel discorso che dopo quello del programma costituisce il motivo centrale del nostro dibattito.
Quando l'On. Scelba riafferma la sua avversione all'incontro con il Partito Socialista Italiano, non si pone evidentemente il problema del come e del modo possono venire risolte tutte le incalzanti questioni che rendono estremamente precaria la situazione sociale e politica del Paese.
Può darsi che l'autorevole collega non scorga in quelle questioni la drammaticità che noi invece intravediamo; forse vi è chi pone in dubbio l'urgenza della loro soluzione, e magari si tende ad affacciare dubbi di natura ideologica circa le soluzioni da adottare.
Per quanto ci riguarda, di fronte a tanti se e a tanti ma, riaffermiamo il convincimento profondo che in tutto vi è sufficiente motivo di drammaticità, che l'urgenza di risolverle è assoluta, che le soluzioni previste non contrastano affatto con i principi e i programmi della D.C.
Ed è in conseguenza di questi convincimenti che poniamo in un certo modo la formula di Governo. Noi apprezziamo il discorso di Scelba di estrema riserva sui rischi in cui sembra incorrere la Democrazia Cristiana accettando i voti del P.S.I., ma ci domandiamo se sia questo il modo più efficace per affrontare la complessa situazione italiana; a noi pare che sia innanzitutto un modo estremamente parziale anche se rivela preoccupazioni meritevoli di grande rispetto.
Torneremo su tali preoccupazioni ma intanto dobbiamo chiedere all'amico e collega, posto che sia con noi d'accordo sulla esistenza di quei tali problemi, come egli pensa che possano venire affrontati e risolti nel tempo breve come la gravità della situazione lo esige.
Ma, viene affermato, l'incontro anche indiretto con il P.S.I. comporta rischi: e noi non escludiamo che ciò possa essere vero. Ma abbiamo il dovere di ricordare che esiste un altro rischio che gli amici che giustamente si mostrano preoccupati della stabilità democratica non possono né ignorare né minimizzare; un rischio ugualmente grave con la sostanziale differenza che esso non é ipotetico come lo è il primo. Vogliamo riferirci al costante, sia pur lento ma progressivo restringersi dell'area democratica da tempo in atto.
L'elettorato italiano e manifestamente quello popolare, ha uno strano modo di marcare la sua protesta per il permanere degli squilibri, della miseria, delle ingiustizie e delle insoddisfazioni: esso, protesta, continuando a votare partito comunista. E che si tratti di voti non certamente conseguiti sul piano ideologico lo dimostra la contemporanea e costante diminuzione degli iscritti allo stesso P.C.
Un po' tutti avevamo sperato che il rivelarsi del vero volto del comunismo, quello dei fatti di Ungheria, della rivolta di Berlino, delle ribellioni operaie in Polonia, delle spaventose vergogne staliniane, aprissero gli occhi a chi vota P.C. in Italia: dobbiamo confessare di esserci sbagliati. Se così stanno le cose perché non avere il coraggio di procedere ad un ripensamento del nostro modo di vedere al fine di ricavarne una politica più adeguata e valida? Non vorrei essere troppo duro nella mia denuncia: la verità è che alcuni milioni di italiani condannati a vivere o una vita di miseria materiale, o in una posizione di intollerabile subordinazione psicologica e morale sui posti di lavoro, ad un certo momento perdono la visione del bene immenso della libertà e sia pure come atto di protesta, commettono il grave errore di dare fiducia ai nemici della libertà.
Si tratta allora di rimuovere i motivi della protesta, di dare più fiducia, di sottrarre questi milioni di italiani al sospetto che la democrazia è puntello di coloro che dominano economicamente; si tratta di convincerli che in democrazia vale la libertà dal bisogno, non meno delle tradizionali libertà politiche.
Ecco perché siamo dell'opinione che occorra nel Paese e con urgenza, inaugurare una politica nuova. Quando i comunisti, come appare ormai chiaro dalle ultime loro prese di posizione, tendono ad inserirsi, anche in modo indiretto, al formularsi di questa politica nuova, commettono un grossolano errore non difficile ad avvertirsi anche se nel loro intimo lo ritengono niente più di un atto di furblzla o un procedere tattico.
Con il P.S.I. riteniamo possibile un incontro che consenta di realizzare gli auspicati obiettivi di ulteriore e maggiore progresso economico e di un più equo benessere. Coloro che insinuano esserci in questa nostra attitudine una certa nostra abdicazione a presunte maggiori capacità sociali di quel Partito, come se il nostro programma mancasse di adeguata carica sociale, non sono giusti con noi. Vi fu un'epoca in cui proprio in nome delle nostre prerogative sociali, tratte dagli stessi insegnamenti della Chiesa, fummo noi a contrastare al socialismo il tentativo di monopolizzare le masse popolari e grandi masse sono rimaste con noi.
Se ci sentimmo allora, ed eravamo nel periodo pre-fascista, di misurarci su tale terreno era perché eravamo ben convinti, come lo siamo ora, che sul piano sociale la Democrazia Cristiana in linea programmatica ha semmai da insegnare e non da apprendere.
Quello che noi auspichiamo è un incontro di due posizioni per un fine ben individuato senza che ciò comporti cedimenti sul piano dei principi. Ma mentre con il P.S.I. il discorso è possibile, sopratutto perché negli ultimi tempi è stato in modo esplicito sottoscritto da quella parte e in ripetuta polemica con lo stesso P.C. l'atto di fede nel metodo della libertà come mezzo e come fine ed è stata ripetutamente denunciata l'inconciliabilità del comunismo con il socialismo proprio perché il primo é negatore dei diritti che spettano alla persona sul piano delle libertà morali, civili e politiche con il Comunismo il discorso non ha neppure la possibilità di iniziarsi. Perché? Perché con il comunismo non é il discorso sul programma che deve farsi; il discorso é profondamente diverso, e cioè il discorso sul sistema di cui esso é fautore. Quando il Partito Commista Italiano riafferma la sua fede nella società sovietica, chiunque ne siano i dirigenti, dà la sua adesione ad un sistema che se apparentemente ha risolto il problema dei gruppi sociali. ne ha suscitato un secondo che cambiati i termini ripete, esasperandoli, gli stessi difetti della società che ha eliminato.
Quando in altra sede e in altro tempo, tempo nel quale molti dei nostri critici odierni non democratici cristiani erano tra i cosiddetti incerti e pensavano a mettersi al sicuro o blandendo i comunisti o addirittura portandosi oltre i confini della Patria, combattemmo la nostra prima battaglia contro il comunismo in Italia, lo abbiamo fatto con la profonda convinzione di difendere la libertà e con essa quello che a noi in quel momento stava molto a cuore, la libertà e la personalità del lavoratore italiano che in buona fede e, comunque involontariamente era caduto nella trappola della cosiddetta unità operaia, di concezione comunista.
Noi siamo ancora quelli e non concepiremo mai di sviluppare una politica nel nostro Paese, la più avanzata possibile, in collaborazione con i nemici della libertà, per giunta nemici convinti, nemici tenaci, nemici che si esaltano nell'assolvere questo loro ruolo distruggitore della personalità umana. Né i comunisti italiani devono dolersene della conferma di questo nostro atteggiamento anche quando volessero contestarci l'interpretazione che noi diamo, come la danno i buoni democratici di ogni Paese, del sistema inaugurato dalla società sovietica.
Noi siamo convinti che si tratta di sistema negatore della libertà. Ed è questa convinzione che fa accrescere la nostra intransigenza. Noi non sappiamo cosa pensi in proposito il P.S.I. E' bene che il P.S.I. sappia che queste sono le nostre convinzioni. Noi non vogliamo inaugurare politiche contro chicchessia, vogliamo inaugurare una politica a favore di chi fino ad oggi è rimasto di fatto ai margini della vita attiva del Paese e sopratutto della sua ripresa economica; una politica nuova che in ogni caso non intacchi in alcun modo il sistema democratico per il quale abbiamo sempre combattuto e nel quale abbiamo creduto e crediamo.
A questo punto ancora tra democratici cristiani dobbiamo farci un altro franco discorso. Quando ci si accinge ad affrontare problemi come quelli enunciati, quando si ritiene positivo l'approccio con forze che fino a ieri erano fuori dal raggio delle nostre collaborazioni, insorgono doveri di chiarezza, di lealtà, di esplicita e non dubbia volontà politica, doveri che se sono d'obbligo per tutti a maggior ragione lo sono per chi si professa cattolico.
Noi abbiamo ascoltato in queste settimane i discorsi di taluni cari amici. Discorsi che se possono essere giudicati incoraggianti, sono però ancor troppo accompagnati da dichiarazioni sfumate, facili alle più opposte interpretazioni. Pare a noi che si renda necessario un maggior coraggio e una maggiore chiarezza politica. Una volta che ci consideriamo fermamente ancorati al massimo di fedeltà a quanto di più sacro ci appartiene, la fede religiosa e l'impegno democratico, dobbiamo fare nostro il procedere degli onesti, non dimenticando che se imbrogli venissero covati, e noi riteniamo che non ve ne siano, gli stessi si dissolverebbero automaticamente.
Si parla di condizioni da porre al P.S.I. e forse per taluni è questa è la strada più efficace per buttare all'aria tutto. A parte la diversità di opinioni in argomento, non deve essere dimenticato che a condizioni si contrappongono condizioni e che se probabilmente nessuna riserva si può ipotizzare a carico della D.C. sul piano della libertà e della democrazia, riserve sono possibili sul modo di interpretare la nostra stessa vocazione sociale e popolare e sul grado di volontà politica che in casa nostra esiste in ordine all'attuazione degli impegni di una certa natura.
E a questo punto possiamo anche concludere. Un attento esame retrospettivo degli avvenimenti che hanno resa vivace la vita politica nel nostro Paese nell'ultimo quindicennio, porta a constatare che la Democrazia italiana nel contrapporsi alle forze meno propense alla costruzione di una sana società democratica, forze economiche conservatrici e forze politiche totalitarie, si è attestata più spesso su posizioni difensive anziché assumere l'iniziativa di attaccare e procedere in avanti. Forse un po' di riflessione su questo modo di comportarsi ci porterebbe a scoprire le ragioni della minore espansione verificatasi nell'area democratica. Noi siamo convinti che è giunto il momento di adottare comportamenti opposti. Non restare più sulla linea difensiva ma assumere coraggiosamente l'iniziativa.
Quando insistiamo perché si incontrino forze omogenee per realizzare determinati programmi di sfondamento è perché sentiamo che a nulla servirebbero i buoni programmi e la buona volontà se mancasse l'adeguato sostegno.
Bisogna naturalmente confidare innanzitutto nella nostra onestà politica e poi nella bontà degli obiettivi che si perseguono.
Che si debba essere vigili in un tal modo di procedere siamo d'accordo, vigili e forti, e certamente lo saremo se ci appresteremo ai nuovi compiti col massimo di sforzo unitario, che prima di essere uno sforzo formale deve essere il risultato della fiducia che abbiamo nel successo finale della nostra missione di cattolici chiamati a fare dell'apostolato anche nella vita pubblica.


Giulio Pastore
Convegno della corrente "Rinnovamento"
Roma, 7 gennaio 1962

(fonte: biblioteca Butini)


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