LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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L'APERTURA A SINISTRA: ARTICOLI DI DOMENICO ROSATI SULLA RIVISTA DELLE ACLI "AZIONE SOCIALE"
(Roma, 13/24 febbraio - 3/10 marzo 1963)

Nell'imminenza della conclusione della III legislatura, la rivista delle ACLI "Azione Sociale" dedica una serie di articoli a firma di Domenico Rosati al bilancio politico della legislatura aperta nel 1958.

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UNA PARTENZA BRUCIANTE


"Cinque anni difficili, non sterili": con questa valutazione del quinquennio 1958-1963 la Democrazia Cristiana si presentò agli elettori il 25 maggio 1958. Con quale valutazione dei sessanta mesi trascorsi da allora si presenterà la DC al popolo italiano per la consultazione della prossima primavera? Il giudizio potrebbe probabilmente essere ripetuto di sana pianta perché dal 25 maggio 1958 ad oggi il Paese ha vissuto momenti estremamente delicati e complessi, anche se, al tirar delle somme, il bilancio si rivela tutt'altro che infecondo.
Mentre ci avviciniamo alla grande prova elettorale di primavera non sarà dunque inopportuno volgere un momento lo sguardo agli anni trascorsi per irevocare insieme battaglie, vittorie e sconfitte; per richiamare a memoria le scelte operate o le situazioni subìte, conquiste realizzate od obiettivi mancati.
Il punto di partenza naturale della vicenda è, necessariamente, la data del 25 maggio 1958. Quale fu allora il voto degli italiani? Per la Camera, la DC ebbe 12.508.674 voti, pari al 42,4%, con 237 deputati. Guadagnò circa due milioni di voti rispetto al 1953 con un incremento percentuale del 2,4% e 11 seggi in più. Al secondo posto si classificava il PCI con 6.700.812 voti, pari al 22,7%, e 140 deputati: tre di meno che nel 1953, malgrado la percentuale rimanesse invariata. Il PSI ottenne 4.198.522 voti (14,2%; 84 seggi), con un incremento percentuale dell'1,5% e con nove deputati in più rispetto al 1953. Seguivano i socialdemocratici (PSDI) con 1.352.029 voti (4,5%) e 22 seggi; i liberali (PLI) con 1.046.132 voti (3,5%) e 13 seggi; i monarchici (PNM e PMP), in forte regresso da 40 a 25 seggi; i neofascisti (MSI) da 29 a 24 seggi; il PRI passò da 5 a 6 seggi. Un seggio andò a "Comunità", tre andarono al SVP Altoatesino e uno alla Unione Valdostana. Al Senato la DC rasentò la maggioranza assoluta.

Due fatti nuovi

Come si giunse alla formazione dell'orientamento popolare che portò a quei risultati? La campagna elettorale del 1958, pur senza toccare i toni drammatici di quella del 1948 e le asprezze polemiche di quella del 1953, si svolse in un clima estremamente teso con una forte dialettica tra i gruppi politici in lizza. Rispetto al passato due fatti nuovi la caratterizzano: una certa frizione concorrenziale tra socialisti e comunisti, anche se non portata fino allo scontro frontale; il delinearsi di un reciproco atteggiamento polemico tra due gruppi democratici che in passato avevano più volte collaborato nelle coalizioni centriste: la DC e il PLI.
Lo scontro elettorale tra PLI e DC fu particolarmente vivace. La DC si presentava con un programma complesso ed articolato, condensato nello slogan "progresso senza avventure". Malagodi non lo digerì fin dal primo momento, accusando la DC di "statalismo" e di "collettivismo". "Dopo la pubblicazione del programma della DC - dichiarò il leader liberale - parlare di alleanze è una illusione o una manovra". L'organo ufficiale della DC, "Il Popolo", contrattaccava accusando a sua volta Malagodi di malafede. Ed aggiungeva: "Sulla scala della diffamazione Malagodi non monterà certamente in groppa alla DC per giungere al Governo".

La polemica con i liberali

Mentre la lotta sulla sinistra dello schieramento, tra PCI e PSI, si svolgeva piuttosto in sordina, quella tra la DC e i liberali assunse il significato di una chiarificazione esplicita di fronte agli elettori. La DC non poteva dimenticare il ruolo di "freno" esercitato dai liberali nelle coalizioni centriste della seconda legislatura, gli ostacoli e le remore che la politica del PLI - per influsso di Malagodi e dei gruppi che lo sostenevano - aveva frapposto alla attuazione dei caposaldi programmatici democristiani. Chiedeva agli elettori più forza per poter governare senza l'impaccio del contrappeso liberale, ricercando alleanze con i gruppi democratici della socialdemocrazia e dei repubblicani, attuando così la promessa politica di progresso senza insidia per la stabilità delle istituzioni.
L'assunzione di un simile atteggiamento della DC nei confronti delle forze collocate alla sua destra non significava, ovviamente, minor pressioni nei confronti del PCI Agli elettori si proponeva però una politica nuova nei confronti del comunismo; non più soltanto di difesa, ma di attacco, di consapevole sfida. Il discorso sull'isolamento del comunismo mediante lo sganciamento dei suoi alleati non ebbe peso dominante nella campagna elettorale. Il PSI aveva soltanto da poco iniziato a manifestare segni di resipiscenza nei confronti della politica frontista praticata fino al '56: stesse dunque in anticamera e rivelasse in modo più esplicito i propri intendimenti; poi si sarebbe giudicato il da farsi.

Alla ricerca della "omogeneità"

Un concetto si fece strada nell'opinione pubblica: dopo le elezioni la DC avrebbe ricercato la costituzione di maggioranze "omogenee", capaci di realizzare organicamente un programma comune, il meno lontano possibile, nell'essenziale, da quello elaborato dalla DC. Fanfani, allora Segretario del partito, fece una dichiarazione tre giorni prima del voto: "Durante la campagna elettorale mi è sembrato che il partito più possibilista e più obiettivo verso la DC sia stato il PSDI". La scelta era già fatta? Bisognava attendere il responso degli elettori ed interpretarne il significato, ma certamente quella di Fanfani era una significativa pronuncia di intenzioni.
Un fatto era certo, ed esplicito: la DC non si presentava con l'intenzione di ingannare gli elettori chiedendone il consenso su un programma avanzato per poi praticare la politica contraria. La chiusura a destra - verso la destra politica ed economica - era netta, pari a quella verso la sinistra totalitaria. Chi votava DC sapeva quel che votava: una immutata garanzia democratica unita ad una rinsaldata volontà di progresso sociale.
Questa caratterizzazione programmatica della DC fu un elemento che influì indubbiamente sull'orientamento dell'elettorato popolare, il quale apprezzò nella impostazione del partito di maggioranza relativa una accentuata sensibilità sociale, una consapevole attenzione alle prevalenti attese della popolazione, una aperta e positiva valutazione delle prospettive aperte dallo sviluppo economico in atto.

Contro tutti

La spinta delle organizzazioni popolari che confluivano nel votto sulla DC si esercitava in questa precisa direzione. A milioni di lavoratori si rivlsero le ACLI per sostenere e garantire un programma "di sviluppo del reddito, della occupazione, della cultura nella democrazia". La stessa stampa cattolica rintuzzò efficacemente le accuse di cedimento "collettivistico" formulate contro la DC dalle destre. La voce dei Vescovi ammonì i cattolici alla unità necessaria nel voto e "L'Osservatore Romano" ribadì più volte la inscindibilità della dottrina sociale cristiana e della vocazione alla giustizia nel bene comune.
Alla luce di queste premesse vennero logicamente giudicati i risultati delle elezioni che avevano dato largamente ragione alla utonoma impostazione della DC. Un giornale non sospetto di amicizia per la DC, "Il Tempo" di Roma, rilevava che nel corso della campagna del '58 era mancato alla DC l'appoggio della grande stampa indipendente, che aveva per lo più spalleggiato la propaganda liberale, ed aggiungeva: "Le elezioni del '48 furono una lotta dei socialcomunisti contro tutti gli altri; quelle del '53 erano state uno scontro fra i partiti di centro e i partiti di estrema; le elezioni del '58 sono state una difesa e un contrattacco della DC contro tutti gli altri". Un grande successo, dunque, che ripagava largamente la DC delle amarezze subite il 7 giugno 1953 e nei cinque anni successivi, quelli, appunto, "difficili, ma non sterili". Un grande successo che tutti - amici e avversari - riconobbero. Eppura dal 25 maggio 1958 in poi, nella vita pubblica del nostro Paese, sono avvenuti fatti tali che in più di una occasione hanno fatto temere di veder sciupata quella grande vittoria. Fatti talvolta chiari, talvolta pressoché misteriosi e inspiegabili; alti e bassi sconcertanti, fase di estremo dinamismo alternate a stasi prolungate.
La vita politica è sempre difficile. Quella italiana, poi, è particolarmente difficile. All'indomani del 25 maggio sembrò a molti che gran parte degli ostacoli che avevano impacciato il cammino della precedente legislatura erano da considerarsi rimossi: si poteva partire con nuova energia, premendo il piede sull'acceleratore. Se non proprio rettilinea, la strada non presentava, all'apparenza, troppe curve.
E invece sarebbe stata una autentica corsa campestre con pendenze, siepi, fossati da superare. Chi si accingeva a partire con tanta sicurezza avrebbe dovuto affrontare parecchie disavventure prima di arrivare al traguardo. Certo, il 26 maggio 1958 nessuno poteva sapere che stava per aprirsi una legislatura che, partendo dalla prima svolta del "centro-sinistra", doveva passare per il fossato dei "franchi tiratori" e per la siepe dei "dorotei", per i tornanti del "Governo Tambroni" e per il pendio delle "convergenze", concludendosi infine con la seconda edizione del "centro-sinistra". Nessuno poteva saperlo: neppure l'on. Fanfani che si è trovato nella singolare situazione di presiedere il primo e l'ultimo Governo del quinquennio, con un "intermezzo" tra i più complessi e travagliati della vita politica italiana; e neppure l'on. Moro, che doveva assumere la massima responsabilità della DC in un momento di eccezionale gravità in cui sembrava che il partito dei cattolici fosse sul punto di sfasciarsi.


Domenico Rosati
Rivista delle ACLI "Azione Sociale"
Roma, 13 febbraio 1963

(fonte: biblioteca Butini)

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IL SASSO NELL'INGRANAGGIO


Il 9 luglio 1958 l'on. Fanfani presentava in Parlamento il primo Governo della terza legislatura, realizzato, secondo le previsioni, da democristiani e socialdemocratici. Il 26 gennaio 1959 l'on. Fanfani rassegnava a Gronchi le dimissioni del Governo. Sette mesi appena era durata questa esperienza.
Eppure essa era stata concepita con propositi ambiziosi, con previsioni di durata, se non proprio coincidenti con il quinquennio della legislatura, certamente molto avanzate nel tempo. Lo stesso programma su cui la combinazione si era costituita aveva un contenuto ed un respiro tali da impegnare Parlamento e Paese per un certo numero di anni.
Invece il "bipartito" venne rapidamente travolto. L'inizio della terza legislatura, caratterizzato da una decisione e da un'ansia di rinnovamento che non trovavano riscontro nel recente passato, venne bruscamente interrotto. Fu come se un corpo estraneo si fosse inserito in un meccanismo delicato; un sasso nell'ingranaggio di una vettura in piena corsa!

I "franchi tiratori"

Che cosa era accaduto? Chi mise il sasso nell'ingranaggio? Chi seminò d'ostacoli la strada del "bipartito"? I sette mesi di quel Governo furono - e lo ricordiamo tutti - confusi e contraddittori. Da un lato c'era un impegno di azione proteso a bruciare le tappe; dall'altro c'era una situazione complessa, articolata, difficile, che rendeva estremamente vulnerabile la compagine ministeriale.
L'esperienza venne battezzata col nome di "centro-sinistra", ma essa era rigidamente chiusa nei confronti dei socialisti. Faceva affidamento sulle sole forze della DC e della socialdemocrazia con l'appoggio esterno dei repubblicani, i quali, per la verità, consideravano l'esperimento come una fase di transizione verso più impegnativi approcci con il PSI. Il Governo ebbe così l'ostilità dei comunisti e dei socialisti alla propria sinistra, oltre alla rigida e indiscriminata opposizione di tutte le destre, dai liberali ai missini. Riprodotta in Parlamento, la situazione che era stata tipica della campagna elettorale del 25 maggio, offriva a Fanfani un ben scarsa margine di sicurezza, per garantire il quale occorreva in ogni momento, in ogni voto, il massimo di compattezza delle forze che sostenevano il Governo; ma né i gruppi della DC né quelli del PSDI dettero prova di questa coesione indispensabile, e il Governo fu travolto.
L'aspetto più doloroso e umiliante di questa vicenda fu costituito dai "franchi tiratori", i parlamentari della DC, che, nel segreto dell'urna, sabotarono l'azione del Governo e ne determinarono il collasso nervoso prima che politico. Fu un fenomeno ignominioso di viltà e di ipocrisia, sul quale da ogni parte piovvero le condanne morali. Esso resta ancor oggi misterioso, anche se ormai non sono più misteriosi i moventi che determinarono quelle ripetute imboscate, alimentate da una campagna denigratoria che venne condotta soprattutto da destra senza esclusioni di colpi.

Accuse infondate

Si accusò, ad esempio, il Governo di infedeltà atlantica, di degenerazione filo-socialista, di eccessi statalistici in campo economico, quando viceversa le sue enunciazioni programmatiche e il suo comportamento non lasciavano dubbi sulla sua fedeltà alle alleanze, sul suo rifiuto ad ogni incontro con il PSI, sulla sua volontà di realizzare un principio di coordinamento nella economia garantendo i diritti della privata iniziativa. Di tutto questo si dette atto allo stesso Governo, dopo che l'azione congiunta dei denigratori e dei "tiratori" ne aveva determinato il tracollo: ma ormai il gioco era fatto!
Furono momenti amari soprattutto per noi. Ci rendevamo conto della vasta carica di rinnovamento che si sprigionava dall'impegno governativo; ed anche se il programma non ci sembrava organico e completo, tuttavia lo avevamo apprezzato per quello che era e significava, e cioè un principio di attività, dopo anni di condizionamenti immobilistici, senza rischi per la libertà essenziale del Paese. Era l'unico tentativo che si poteva onestamente compiere per accrescere attorno allo Stato democratico i consensi popolari, senza ricorrere all'ausilio di un socialismo ancora paurosamente incerto ed oscillante tra la vocazione della libertà e il frontismo. Era la sola strada consentita per realizzare il programma sul quale la DC aveva chiesto ed ottenuto il voto degli elettori.
Ma per aver detto e scritto queste cose, per aver onestamente difeso le oneste intenzioni di quel Governo, anche su noi si riversò la campagna di calunnie; e ci sentimmo gratificare di scarsa fedeltà ai principi, di cedimenti filomarxisti, di smanie statalistiche ed espropriatrici. Momenti duri, convulsi anche per noi; momenti di enorme disagio per tutto l'elettorato popolare cattolico, il quale vedeva consumare un autentico travisamento delle proprie attese più legittime e sentite.
Ancor oggi, nel rievocare quei mesi, sentiamo riemergere dentro di noi lo sdegno che ci pervase allora, e dal quale attingemmo a piene mani con condurre una polemica non vittoriosa, anche se non sterile ed insignificante.

La DC in crisi

La crisi del Governo provocò anche la crisi della DC, avendo Fanfani rassegnato le dimissioni anche da Segretario del partito. Dal partito erano venute le frecce anonime dei "franchi tiratori"; Fanfani ritenne di non poter continuare a guidarlo quando in modo così oscuro e sleale era stata sconfessata quella che, con votazioni plebiscitarie, era la politica prerscelta da tutta la DC.
Fece bene ad andarsene? Poteva restare? Doveva restare? Chi non ricorda il travaglio di quei giorni: la laboriosa nascita del Governo Segni; la drammatica successione dell'on. Moro al Consiglio nazionale della "Domus Mariae". Sotto i ponti è passata molta acqua, ma non tanta da cancellare il senso di preoccupata tensione con cui tutti vivemmo quelle vicende; e non tanta neppure da far luce completa sugli avvenimenti, sulle colpe - se ve ne furono - e sulle reciproche responsabilità.
I fatti però restavano:Fanfani era caduto, alla guida del partito gli era succeduto il gruppo dei cosiddetti "dorotei" (il troncone di "iniziativa democratica" che aveva assunto un aperto atteggiamento critico nei suoi confronti dopo le duplici dimissioni); al Viminale si era insediato un Governo monocolore con un programma limitato e appoggiato estrenamente dalle destre. Tutto questo, nelle valutazioni dell'opinione pubblica, ed anche nel giudizio di larghi strati popolari cattolici, aveva un significato: i "franchi tiratori" avevano vinto; la carica rinnovatrice della DC si stava stemperando nel compromesso; gli impegni del 25 maggio sembravano appartenere ad un passato che appariva estremamente lontano. D'altro canto, l'esultanza delle opposizioni legittimava queste impressioni scoraggianti: i comunisti e i socialisti dichiaravano che la DC aveva ormai rinunciato ad ogni parvenza di vocazione popolare; le destre esultavano, fiere di aver finalmente travolto le smanie riformistiche del partito dei cattolici e certe di averlo ormai ridotto alla propria mercé in virtù dell'appoggio "gratuito" concesso in Parlamento.

Moro alla ribalta

In questa situazione, mentre il Governo Segni procedeva si può dire in punta di piedi, insistendo sulla propria qualificazione esclusivamente democratica cristiana e facendo leva sul "dovere di governare" proprio della DC, l'on. Moro si accingeva a riprendere in mano le redini di un partito diviso, frantumato nello spirito, umiliato per la sconfitta subita. Di Moro come "leader" non si sapeva molto nell'opinione pubblica. I più lo ritenevano come un uomo di transizione, destinato a lasciare il passo ad altri elementi il cui orientamento pratico risultasse più intonato alla situazione del momento.
E invece fu proprio Moro a qualificarsi, con un discorso che fu una doccia fredda per quanto di lui e della tormentata DC si erano andati facendo una opinione di comodo. Fu il discorso con cui rammentava a tutti che la DC era un "partito democratico popolare e antitotalitario, cioè amticomunista e antifascista" e che esso, pur costretto a governare per senso di responsabilità in una situazione difficile, non intendeva rinnegare in nessun momento questa sua essenziale fisionomia. Non solo: ma Moro non ripudiava neppure una virgola del recente passato, non sconfessava il tentativo fanfaniano di centro-sinistra e lasciava anzi intendere che, mutata la situazione parlamentare, quella sarebbe stata la strada da riprendere.
Era una dichiarazione di intenzioni assai esplicita ed assai poco tranquillizzante per le destre esterne ed interne del partito; diceva chiaramente che la DC non era disponibile per una politica stagnante, moderata, sostanzilamente insensibile alle attese popolari. Era un impegno che, in qualche modo, veniva a rincuorare quanti, ancora sotto l'impressione del trauma subìto, erano disorientati o momentaneamente sfiduciati.
Così, mentre il Governo, nell'ambito limitato delle proprie possibilità, portava avanti alcuni provvedimenti già avviati da Fanfani ed altri ne impostava, la DC si accingeva ad una ripresa lenta, difficile, faticosa, in vista del proprio Congresso nazionale fissato per l'autunno 1959.

Faticosa ripresa

A questa ripresa contribuirono in modo essenziale tre componenti: 1) l'azione dell'on. Moro costantemente tesa a far appello alla coscienza ed alla unità del partito, salvaguardandone il patrimonio ideale; 2) l'azione dell'on. Fanfani che, anche se volta al fine immediato di una vittoria congressuale, animò fortemente la periferia della DC sui temi di una politica di rinnovamento; 3) l'azione di formazione e di orientamento di forze sociali autonome, come le ACLI che, senza cadere nella mitologia delle formule, "vaccinava" la coscienza di larghi strati cattolici, sia contro i pericoli del cedimento sia contro i rischi di assuefazione alla situazione presente, subìta appunto come "stato di necessità", non accettata come una scelta volontaria.
Al Congresso di Firenze, al di là dei risultati e delle stesse polemiche che lo precedettero e lo seguirono, si poté constatare che i risultati non erano trascurabili. La DC poteva riprendere a guardare avanti, anche se le piaghe interne non erano rimarginate e se le vicende del Paese e del Parlamento dovevano ancora riservarle le ore più tragiche del quinquennio. Ma quelle ore non si sarebbero potute affrontare con forza e prestigio, se la paziente opera di cucitura e di rianimazione del partito non avesse ricostituito le trame essenziali della compagine della Democrazia Cristiana.


Domenico Rosati
Rivista delle ACLI "Azione Sociale"
Roma, 24 febbraio 1963

(fonte: biblioteca Butini)

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I GIORNI PIU' LUNGHI


Parafrasando il titolo di un noto film, si può affermare che "i giorni più lunghi" - cioè i più drammatici della legislatura - furono quelli che vivemmo tra la fine di giugno ed i primi di luglio 1960. Fu allora che tutti poterono constatare quanto pericolosa fosse per il Paese una situazione politica in cui, malgrado ogni diversa intenzione, la Democrazia Cristiana sembrava essere ineluttabilmente sospinta a ridosso delle forze di estrema destra, fornendo così un alibi all'assalto comunista contro lo Stato democratico.
A quella situazione si era giunti al termine di una complicata crisi di Governo, originata dalle dimissioni del Presidente Segni, dopo il ritiro dell'appoggio liberale al suo Ministero. In verità i liberali avevano deciso di ritirare la propria adesione al Governo giudicandolo un ponte verso quella apertura a sinistra che essi paventavano. Avevano cioè ritenuto che, al riparo della relativa stabilità governativa garantita anche dal loro apporto parlamentare, la Democrazia Cristiana stesse ricucendo le fila del dialogo con le altre forze democratiche ed anche con il partito socialista. Per questo Malagodi aveva tolto la fiducia a Segni.

Un calcolo sbagliato

Ma i suoi calcoli dovevano risultare sbagliati: la soluzione che scaturì dalla crisi, dopo reiterati vani tentativi di ricostituire una piattaforma di centro-sinistra simile a quella dell'inizio della legislatura, fu ancora più radicalmente sorretta a destra; tanto è vero che lo stesso on. Malagodi non si sentì di appoggiare in Parlamento il Governo di emergenza, con dichiarate finalità amministrative, costituito dall'on. Tambroni. Esso richiese la comprensione di tutti i settori politici e sembrò, ad un certo momento, che stesse per ottenere una larga maggioranza; alla fine, però, ebbe soltanto l'appoggio parlamentare dei missini, e ciò originò lo stato di cose descritto agli inizi.
Furono, anche questi, giorni delicati. Dopo le dimissioni dei Ministri Pastore, Bo e Sullo, Tambroni rassegnò il proprio mandato a Gronchi. Si riaprirono le consultazioni per un ennesimo tentativo di ricostituire la piattaforma di centro-sinistra o, nelle intenzioni di alcuni, una coalizione che in qualche modo richiamasse le antiche formule centriste. Tutto però fu inutile, anche per le perplessità, le resistenze, le riserve che all'interno dei gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana emergevano ogni volta che si riproponeva una scelta che potesse significare in qualche modo una riedizione del centro-sinistra fanfaniano.

Un appoggio insidioso

In queste condizioni Gronchi rinviò il Governo alle Camere. Tambroni dichiarò che sarebbe rimasto al Viminale soltanto per pochi mesi: il tempo di fare approvare i bilanci, di preparare le elezioni amministrative, di portare a compimento pochi provvedimenti di legge già avviati in precedenza.
Ma non si poteva sperare che questi mesi trascorressero serenamente, anche se ci si avviava verso l'estate. Quella di Tambroni non sarebbe stata una "esperienza estiva" di tregua e di ripensamento. I fascisti, trovatisi inopinatamente da soli ad appoggiare un Governo democratico cristiano, avrebbero tentato inevitabilmente di condizionarlo. Essi avevano mal digerito la precedente esperienza del Governo Zoli che aveva sdegnosamente rifiutato i loro voti. Dichiaravano che ormai non avrebbero più dato appoggi gratuiti.
Anche se la Democrazia Cristiana raddoppiava la sua vigilanza, anche se l'on. Moro continuava nella propria azione politica volta a preservare i connotati popolari e democratici del partito, lo stato delle cose si andava deteriorando.
I comunisti non stavano certo alla finestra. Per essi, il fatto che la DC fosse costretta a governare col sostegno dei neo-fascisti, non era il frutto di una situazione di necessità, ma il risultato di una scelta politica della stessa Democrazia Cristiana. Su questi argomenti facevano leva per mobilitare le masse operaie e contadine contro il "clerico-fascismo" e contro quello che, per essi, era ormai un connubio stabile tra la Democrazia Cristiana e l'estrema destra; un tradimento dei valori della Resistenza perpetrato dai democristiani.

I fatti di Genova

Rpensando qualche mese più tardi alla situazione di quel periodo, l'on. Fanfani ebbe a dire che si andava profilando nel Paese una "esplosione del conflitto tra opposti estremisti", ed era vero: soprattutto perché, in base allo schieramento parlamentare, il Governo della Democrazia Cristiana non era più in grado di essere considerato assolutamente imparziale nei confronti delle due estreme.
Gli incidenti scoppiarono a Genova, per via della scelta di quella città come sede del Congresso neo-fascista. Ma avrebbero potuto scoppiare dovunque e comunque, poiché si trattava, per i comunisti, di una occasione unica per far appello al Paese senza che più la Democrazia Cristiana avesse la possibilità di distinguersi dalla destra nel respingere l'assalto. Gli incidenti si reiterarono a Roma e poi a Reggio Emilia, dove si ebbero anche dei morti.
In quelle drammatiche giornate ognuno fu chiamato a scegliere. Una interpretazione semplicistica della realtà, avrebbe voluto che la scelta vertesse sui due poli: da un lato il Governo garante dello Stato democratico e, dall'altro, le forze eversive che lo aggredivano. Questa concezione portava a ridimensionare il problema ad una questione di polizia, di ristabilimento dell'ordine. Ma non poteva essere solo così.
L'ordine andava, ovviamente, ristabilito e garantito, ma dovevano essere necessariamente rimosse le ragioni che, sia pur indirettamente, avevano fomentato il disordine: ed erano ragioni squisitamente politiche. Doveva essere quindi mutata la situazione parlamentare, sottraendo la Democrazia Cristiana al ricatto, apparente o reale, della estrema destra e, di conseguenza, togliendo pretesti alla mobilitazione comunista. Fu questa preoccupazione che determinò, mentre la situazione sembrava precipitare, mentre voci allarmistiche parlavano di colpo di Stato, un ripensamento nelle forze politiche democratiche; ed anche in questa circostanza protagonista fu l'on. Moro.
Come anche i lavoratori cristiani avevano auspicato, ci si studiò di ricercare ed affermare una soluzione in Parlamento. Pazienti contatti riportarono le forze democratiche che erano state antiche protagoniste della lotta per la libertà in Italia - la DC, il PSDI, il PRI ed il PLI - su una piattaforma comune, non centrata su programmi, ma sulla comune volontà di ripristinare e tutelare la libertà politica.

Le "convergenze"

Questa intesa "a livello della libertà" si tradusse in una soluzione parlamentare che prese il nome di "convergenze parallele" e fu incarnata dal Governo presieduto dall'on. Fanfani, appoggiato dall'esterno da socialisti democratici, repubblicani e liberali, che ottenne anche, al suo insediamento, l'astensione delle mezze ali socialiste e demo-italiane.
Da qui può dirsi che cominci la vera ripresa della terza legislatura anche sul piano parlamentare. Anche attraverso la prova dei giorni di luglio, il Parlamento era riuscito a trovare uno sbocco tale da isolare nuovamente e mettere fuori gioco l'estrema comunista e l'estrema fascista, ponendo le forze democratiche al loro posto naturale, al centro cioè dello schieramento politico, ed in grado, quindi, di assolvere il loro ruolo principale di garanti della libertà.
Come ebbe a dire lo stesso Fanfani, Moro aveva vinto la "battaglia democratica di luglio". La terza legislatura era in grado di procedere verso il secondo ciclo della sua esistenza al riparo di assalti rivoluzionari e di sommovimenti convulsi. Intanto si garantiva la libertà. Poi si sarebbe potuto pensare alla caratterizzazione programmatica e al rilancio di un vigoroso impegno sociale, come avevano indicato gli elettori del 1958.

Domenico Rosati
Rivista delle ACLI "Azione Sociale"
Roma, 3 marzo 1963

(fonte: biblioteca Butini)

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IL CAUTO ESPERIMENTO


I diciannove mesi del Governo delle convergenze, ripristinando un clima di serenità nel Paese dopo i turbamenti del luglio 1960, resero possibile la ripresa di un intenso dialogo tra le forze democratiche attorno ai più gravi problemi del Paese.
La legislatura, ormai decisamente avviata verso il termine, aveva registrato una serie di combinazioni e di formule, dando luogo ad una varietà di situazioni. Ma, salvo la prima incarnazione del Governo Fanfani di centro-sinistra (1958), nessuna di quelle combinazioni e formule poteva dirsi il frutto di una scelta delle forze politiche e, in primo luogo, della DC. Si era sempre trattato di circostanze di necessità, in cui i condizionamenti esterni avevano costretto il partito di maggioranza all'ingrato compito di reggere le sorti del Paese da solo, o, al più, con la temporanea comprensione di altre forze.

La prospettiva di centro-sinistra

D'altra parte, la stessa DC non aveva mai lasciato cadere la prospettiva di un Governo di centro-sinistra. Moro, come si è detto, non aveva mai sconfessato o rinnegato il primo esperimento Fanfani. Ma una sua eventuale riedizione, per la mutata situazione parlamentare (dopo il passaggio di cinque deputati socialdemocratici al PSI), non poteva essere più tentata in condizioni di autosufficienza. Occorreva affrontare senza equivoci il problema dell'apporto del PSI che, nel frattempo, si era dichiarato a maggioranza disposto ad appoggiare dall'esterno una coalizione democratica imperniata su un programma di forte caratterizzazione sociale.
La Democrazia Cristiana si pose il problema nella sua interezza al Congresso di Napoli tenuro all'inizio del 1962. Moro, nella sua relazione, non nascose le incertezze e i rischi di una operazione di incontro tra cattolici e socialisti ma, tenute presenti le prospettive di un ampliamento della base democratica del Paese mediante il distacco del PSI dal PCI e l'isolamento di quest'ultimo, propose al partito di effettuare un "cauto esperimento" di collaborazione democratica con i socialisti. Un esperimento liberamente tentato, ma anche rigorosamente controllato in ogni fase dalla DC, per impedire che minacce avessero a derivare sulla stabilità della democrazia nel nostro Paese e sulla posizione internazionale dell'Italia. Su questa proposta Moro ottenne una votazione pressoché unanime in sede congressuale. Era il segnale di via libera per il centro-sinistra, nei limiti e per gli scopi con cui la DC lo aveva voluto ed accettato.

Fedeltà democratica

La nuova coalizione governativa (DC, PSDI, PRI, con l'astensione benevola del PSI) venne presentata alle Camere da Fanfani il 2 marzo 1962. La piattaforma essenziale della nuova formazione ministeriale venne così sintetizzata: "fedeltà alla politica interna di difesa contro gli assalti di forze politiche, quali il PCI e il MSI, che accettano il metodo e le istituzioni democratiche quali strumenti e mezzi per giungere ad instaurare sistemi sociali e politici totalitari; impegno ad una politica estera di iniziative a favore della difesa occidentale, della integrazione europea, dello sviluppo dei Paesi depressi, della pace nel mondo, nel reale e fermo rispetto degli impegni sottoscritti dall'Italia accedendo alla NATO, al MEC, all'ONU". Su queste basi così riconfermate, il Governo intendeva muoversi per operare in tre direzioni fondamentali: 1) ammodernamento della pubblica amministrazione, anche con l'ordinamento regionale; 2) sviluppo della scuola con provvedimenti urgenti e la istituzione della scuola media unica; 3) definizione di un programma economico nazionale democratico. Accanto alle regioni ed alla attuazione della scuola dell'obbligo, il programma prometteva di razionalizzare il sistema elettrico nazionale, non escludendone la nazionalizzazione.

Nascita polemica

Il Governo di centro-sinistra non nacque certamente all'insegna della tranquillità. Era una scelta coraggiosa, anche se "sperimentale". Molti avrebbero preferito che la DC non l'avesse mai fatta. Particolarmente combattivi nella opposizione si mostrarono subito i liberali. I quali, per la verità, cadevano in grossolane contraddizioni, come quella di farsi patrocinatori di una formula di "irizzazione" dell'energia elettrica, quando proprio in passato vi si erano categoricamente opposti in nome della libertà economica. Ma in passato non c'era l'alternativa della nazionalizzazione. Le previsioni delle destre furono catastrofiche: il Paese sarebbe andato alla rovina, il miracolo economico si sarebbe spento, i comunisti, presto o tardi, sarebbero entrati senza colpo ferire nella roccaforte democratica impossessandosene. Tutto questo, come ognuno può constatare, è stato puntualmente smentito dai fatti.
Altri, poi, rimpiangeva addirittura il Governo Fanfani del 1958, riconoscendo, finalmente, che esso era "buono" perché i socialisti non lo avevano appoggiato. E magari si trattava proprio di coloro che, palesemente o nascostamente, avevano contribuito a travolgere prematuramente quella esperienza!
Nella vita politica, difficilmente si ripresentano due volte le stesse occasioni. Nel 1953, De Gasperi, sconfitto nelle elezioni, chieso il voto dei monarchici. Gli fu negato, ma i monarchici, da allora, attesero invano di essere chiamati di nuovo, ufficialmente, a cooperare alla difesa democratica. Nel 1958 la DC aveva tentato una sortita ardimentosa, basata su una maggioranza strettissima. Poteba riuscire solo se vi fosse stato il massimo di compattezza senza chiedere niente a forze esterne. La compattezza mancò. E dopo quattro anni appariva del tutto inutile recriminare. Il corso della politica aveva preso una diversa direzione.

Prudenza e coraggio

Certo il centro-sinistra con l'appoggio socialista poneva problemi nuovi. Due soprattutto. Da un lato occorreva evitare che la DC apparisse o fosse rimorchiata alle scelte programmatiche del PSI; dall'altro occorreva garantire la "impermeabilità" della formula all'iniziale tentativo di infiltrazione dei comunisti, i quali avrebbero fatto ogni sforzo per non rimanere isolati all'estrema. Giudicando la sostanza delle cose, bisogna riconoscere che questi due problemi non sono stati risolti negativamente. La DC ha costantemente rivendicato la originalità e l'apertura sociale del proprio programma, anche in fasi delicate e impegnative, come la nazionalizzazione dell'energia elettrica: tutto quel che il centro-sinistra ha fatto non è in contraddizione con la ideologia e con il programma della DC. La DC e le forze democratiche hanno poi vigorosamente rintuzzato il tentativo comunista di accaparrarsi i risultati del centro-sinistra; e non è certo senza significato che, parallelamente allo svolgersi della esperienza, la polemica tra comunisti e socialisti si sia andata accentuando ed ha raggiunto toni inusitati.

La strada compiuta

Altri traccerà un bilancio legislativo e amministrativo del centro-sinistra, elencando i provvedimenti più significativi sul piano sociale che esso ha approntato e condotto in porto in un margine di tempo eccezionalmente breve. Qui interessa il bilancio politico dell'esperimento. Ed è un bilancio non negativo, se appunto si hanno presenti i limiti iniziali della esperienza. Non si voleva, da parte della DC, teorizzare e istituzionalizzare la collaborazione con i socialisti; si voleva saggiare una strada nuova, sulla quale mettere alla prova la responsabilità democratica dei socialisti, facendone convergere la forza a fini di espansione democratica e di bene comune. E' una strada non priva di ostacoli e di insidie; ma occorre riconoscere che, grazie soprattitto alla vigilanza ed alla prontezza della DC, i beni essenziali della libertà non hanno corso durante questi dodici mesi rischi più gravi di quanto non fosse accaduto nel passato. E, al riparo da questi rischi, si sono compiuti significativi passi in avanti verso quei traguardi di giustizia nella libertà che sono alla base della presenza politica dei cattolici.
Rimane, è vero, la pesante minaccia del comunismo. Essa però non può essere sconfitta solo con le formule di Governo. Queste possono, con l'impronta che lasciano attraverso le opere, scalzare alcuni dei presupposti della presenza comunista in tanti strati della popolazione. Ma, per chi abbia una profonda coscienza democratica, il campo aperto su cui il comunismo può essere sconfitto, o almeno fortemente ridimensionato, è quello del voto, della conquista democratica. Il 28 aprile si rinnoverà l'appello contro il comunismo e contro ogni vocazione totalitaria nel nostro Paese. Noi riteniamo che, al di là della demagogia e delle lusinghe elettoralistiche, vi siano motivi seri per auspicare ed attendere un vasto ripensamento democratico in molti cittadini. Opereremo per sollecitarlo nella piena coscienza di aver fatto, anche in questi cinque anni trascorsi, tutto il nostro dovere.

Domenico Rosati
Rivista delle ACLI "Azione Sociale"
Roma, 10 marzo 1963

(fonte: biblioteca Butini)


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