LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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I° GOVERNO MORO: REPLICA DI ALDO MORO AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 21 dicembre 1963)

Dopo alcuni anni di gestazione e di preparazione, e dopo il governo cosiddetto "balneare" presieduto da Giovanni Leone, il Presidente della Repubblica Antonio Segni assegna ad Aldo Moro l'incarico di costituire il nuovo governo. Il 4 dicembre 1963 si costituisce il primo governo organico di centro-sinistra, tra DC, PSI, PSDI e PRI. Nenni è Vice Presidente del Consiglio.
Il 12 dicembre il Presidente del Consiglio Moro presenta il nuovo governo alla Camera dei Deputati, ricevendone il voto di fiducia. Il 21 dicembre, Moro replica agli intervenuti nel dibattito al Senato, ove riceve anche in questo caso la fiducia.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Presidente, onorevoli senatori, è stato già rilevato nel corso di questo dibattito come il sistema bicamerale comporti la rinnovazione in immediata successione di una valutazione politica già espressa nell'altro ramo del Parlamento e secondo l'allenarsi, ormai consuetudinario, tra Camera e Senato. Una tale circostanza dà un binario obbligato al dibattito, sia per quanto riguarda gli interventi degli onorevoli parlamentari sia per quanto attiene alle posizioni proprie del Governo. E infatti evidente che non possono essere registrate in una rapida successione variazioni sensibili nel quadro politico, sul quale il Governo ha assunto la sua posizione ed è poi intervenuto il voto .dell'Assemblea che si è pronunciata per prima. Ciò detto in linea di principio, anche a giustificazione di una più stringata esposizione del mio pensiero, è tuttavia doveroso notare la varietà che, soprattutto su particolari e rilevanti punti del programma, ha caratterizzato qui in Senato la discussione sulla fiducia al Governo ed in generale l'elevatezza, la dignità, il tono rispettoso e costruttivo di questo dibattito. Il quale dunque, pur nelle strette che innanzi rilevavamo, non è stato certo inutile ed ha anzi contribuito ad accrescere, sia nelle adesioni sia nelle critiche, sempre misurate, la consapevolezza che il Governo ha dei suoi compiti, dei suoi doveri, delle difficoltà del momento, dei problemi così complessi e vari, che angustiano il Paese in questo momento cruciale della sua storia. E nel sincero apprezzamento dunque di un tale contributo, così utile, così vario, umanamente così gradito per l'attenzione che esprime alla progettata opera di questo Governo, che io desidero ringraziare nel modo più vivo l'illustre Presidente di questa Assemblea e gli oratori tutti intervenuti nel dibattito; dico tutti gli oratori, anche quelli dell'opposizione, nei quali, pur nel vigore delle critiche spesso radicali ed ingiuste, non è mancato, di quando in quando un cenno di comprensione, di apprezzamento ed anche di augurio per quel che il Governo può significare, con il suo lavoro, per l'intera comunità nazionale. E vorrei aggiungere al ringraziamento le mie rinnovate scuse ai senatori Turchi, Bartesaghi e Spano, i cui discorsi non ho potuto di persona ascoltare per una situazione di necessità, ma dei quali mi sono doverosamente informato e che ho quindi tenuto ben presenti nella mia valutazione complessiva della situazione. Una riconoscenza particolare devo naturalmente ai senatori Gava, Mariotti, Tolloy, Bolettieri, Rubinacci, Giardina, Angelini, Lami Starnuti, che hanno portato, oltre che una ricca messe di interpretazioni politiche e di valutazioni programmatiche, la calorosa adesione dei rispettivi gruppi parlamentari ad un'azione di governo la quale, proprio per essere così difficile e contrastata, non può che giovarsi di un consenso convinto, fervido ed incoraggiante come quello che è stato espresso in tutti questi interessanti discorsi.
E proprio in tema di obiettiva difficoltà della situazione e perciò di ostacoli molteplici e rilevanti che il Governo incontra ed incontrerà sul suo cammino, mi sia consentito di contestare la validità della critica che da qualche parte mi è stata rivolta: di accingermi cioè, insieme con i miei colleghi di Governo, al mio lavoro in uno stato di incosciente soddisfazione e di incomprensibile euforia. In verità né il mio volto né i miei discorsi hanno potuto rivelare un atteggiamento così irresponsabile. Hanno potuto, semmai, esprimere commozione, di certo assai più vicina alla preoccupazione che non alla soddisfazione e, pur nell'enunciazione di un vasto disegno politico e di un rilevante impegno legislativo, la piena coscienza delle gravi difficoltà di questo momento. In verità mi sono inibito, e non solo per natura, ma per consapevolezza e per senso del dovere, ogni ottimismo di maniera, indicando invece con assoluta chiarezza ostacoli, limiti, sacrifici, sia pure avendo nello sfondo la visione di una società più giusta ed umana che può e deve essere costruita, non ignorando le difficoltà, ma affrontandole con il coraggio e la ferma determinazione che sono necessari per superarle. Sicché giustamente ho potuto indicare come titolo di merito di questo governo e, più, dei partiti che lo compongono il fatto di avere risposto essi alle esigenze della situazione senza alcun calcolo, senza alcuna valutazione di particolari interessi, disponendosi a fare non nell'ora della comodità, ma nell'ora del dovere tutto quanto la comodità sconsiglierebbe ed invece il dovere impone. E ciò va detto soprattutto nei confronti del Partito socialista italiano, sospinto non dal calcolo, certo, ma da una seria valutazione delle esigenze di difesa e di sviluppo della democrazia italiana ad assumere proprio ora responsabilità di governo. Questo e non altro io intendevo dire, come del resto dimostra con tutta evidenza il testo del mio discorso, quando, valutando come altamente positivo l'apporto del Partito socialista, parlavo dell'inizio, per esso, di un nuovo e difficile cammino, quello cioè della responsabilità governativa, cosa nuova per un partito di tradizionale opposizione e certo difficile per questa ragione storica e per le obiettive difficoltà della situazione. Dal che traevo, come traggo, motivo di riconoscenza per l'appoggio disinteressato e leale che mi si è voluto assicurare ed anche di replica doveroso nei confronti di quanti hanno svalutato o presentato in una luce falsa ed ingiusta la partecipazione socialista a questo Governo. E così pure in tema d'incomprensione dei miei discorsi non posso che respingere nettamente l'interpretazione che si è data ad un mio accenno, quasi che io volessi in questa sede farmi giudice di non so quale rinnovamento o rigenerazione del Partito socialista. In realtà io avevo ripreso polemicamente una polemica battuta dell'onorevole Malagodi (ed avevo ben precisato trattarsi di un'espressione del leader liberale), allo scopo di sottolineare la resistenza che il Partito liberale oppone, anche in diverse circostanze e con diverse valutazioni, all'assunzione del Partito socialista alla direzione dello Stato in una coalizione democratica. Su tutte queste vicende, nel lento e faticoso evolversi della situazione politica fino allo sbocco positivo rappresentato dalla costituzione di questo Governo, vi è stata una vivacissima polemica tra i partiti che non è ancora esaurita, ed in parte alimenta guasto stesso dibattito: come uomo di partito tra uomini di partito ebbi anch'io a parteciparvi, del resto, credo, con somma discrezione e rispetto. Ma in nessun modo si può ritenere che l'eco di questa polemica si ritrovi in una dichiarazione di Governo e nei confronti di un partito alleato e che assume con noi una così rilevante responsabilità.
Dunque non c'è in noi, non c'è in nessuno di noi, né faciloneria né incontrollato entusiasmo. C'è una serena e ferma valutazione delle cose, che sono state indicate con tutti i loro dati significativi ed ammonitori, perché tutti noi, ciascuno nella sua responsabilità, ciascuno nel suo senso, di responsabilità, ne teniamo conto. Mentre dunque restano fermi tutti gli obiettivi vitali e liberatori della nostra azione politica, quelle ragioni di rinnovamento e di progresso per le quali sono state profilate le utili e decisive corresponsabilità del Partito socialista, la nostra azione immediata non può che indirizzarsi a superare la difficile congiuntura, peraltro con misure non contraddittorie ed anzi coerenti con la politica di sviluppo programmato ed armonico alla quale vogliamo infine pervenire. Certe facili mescolanze di tempi, di date, di cifre, certe critiche contraddittorie rivolte ora agli assurdi sperperi che il Governo comporta, ora alle inammissibili limitazioni, limitazioni che esso immagina necessarie per la spesa pubblica sono dunque espressione di incontrollata vivacità polemica e non di un meditato esame del nostro programma quale si viene delineando. Un programma dunque che si è cercato di svalutare e di snaturare per ragioni politiche, per contrapposte ragioni politiche, senza riuscire ad impedire peraltro che affiori qua e là il riconoscimento di quello che di utile, di onesto, di responsabile è nel progetto di azione con il quale ci siamo presentati dinanzi a voi. Le polemiche, ormai abusate, sulle irriducibili contraddizioni che sono nel programma, sullo scontro di concezioni diverse ed opposte, sulle ambiguità, sulle abilità, sui giochi verbali, sulle tattiche opportunistiche, sugli accordi dei partiti in vista di ragioni di mero interesse, alle spalle del Parlamento, sono ormai abbondantemente confutate oltretutto per il nostro comportamento chiaro e lineare. Ho già detto e ripeto che vi è stato un confronto serio ed approfondito delle diverse tesi ed esigenze; che tutto è stato vagliato, con senso di responsabilità, avendo presenti i dati della situazione; che il disegno generale, anche se può essere registrata qualche lacuna che dovrà essere riempita, è coerente e significativo. E non si dica, poi, che nelle strette di un accordo minuzioso e soffocante, si sia perduta la funzione e diminuita la responsabilità del Governo e del suo Presidente. Perché solo in qualche punto in realtà si approfondisce in un modo più penetrante quel complesso di princìpi politici che costituiscono, in essenza, il programma del Governo. Sicché resta, s'intende nell'ambito del chiaro e vincolante accordo politico dal quale questa formazione prende le mosse, lo spazio, costituzionalmente rilevante, per le decisioni proprie del Consiglio dei ministri e per quelle definitive del Parlamento. Del resto è da rilevare che la trattativa tra i rappresentanti dei gruppi parlamentari, la quale ha avuto un andamento ben diverso da quello convulso, polemico, mediocremente compromissorio, che è stato descritto qui e fuori di qui, si è svolta con serenità e chiarezza sotto la mia guida e la mia responsabilità, la guida e la responsabilità del Presidente incaricato, il quale è ora il Presidente del Consiglio, al quale compete d'interpretare e tradurre in atto, con lealtà ed insieme nell'esercizio sempre responsabile delle proprie funzioni, la linea politica e programmatica emersa dall'accordo.
Ho detto alla Camera dei deputati, e desidero ripetere qui, che pietra di paragone della validità e vitalità di questa formula politica, e condizione per l'auspicata e necessaria espansione della solidarietà politica sulla quale essa si fonda, è appunto l'attuazione integrale, tempestiva, ordinata, meditata del programma enunciato. Questo fermo proposito dunque viene ancora una volta confermato, nell'intento di offrire alla opinione pubblica la prova della serietà del nostro comune impegno ed al Parlamento la opportunità di vagliare in concreto e in una precisa articolazione quelle proposte che sono state per ora considerate prevalentemente nel loro significato politico generale, il che ha talvolta viziato quella libera considerazione dalla quale possono risultare la validità ed utilità dei provvedimenti proposti. Poiché il Governo dell'onorevole Leone, nella scrupolosa e felice attuazione di un compito delicato ed importante, ha dato un notevole contributo di iniziativa legislativa, questo Governo, nell'assolvimento delle sue funzioni e nel quadro del suo programma, farà al momento opportuno la sua valutazione circa i disegni di legge predisposti dal governo Leone e non ancora approvati dal Parlamento.
Non è necessario ritornare ora sul complesso del programma di Governo che si intende tutto richiamato al termine di questo dibattito.
Debbo rilevare che non mi pare siano emersi elementi critici di rilievo sui temi generali relativi alla struttura ed all'organizzazione dello Stato ed all'attuazione della Costituzione. Riconfermiamo il nostro proposito di curare la realizzazione legislativa del complesso degli istituti e dei principi previsti dalla Costituzione repubblicana, opera che sarà seguita in modo particolare con opportune forme di coordinamento dell'azione dei ministri competenti dal Vice Presidente del Consiglio onorevole Nenni. Ho preso poi buona nota di particolari richieste e segnalazioni relative al previsto svolgimento dell'attività legislativa, ad indirizzare la quale ha dato un rilevante contributo di competenza e sensibilità il senatore Lami Starnuti. Ribadisco altresì le indicazioni da me date circa la riforma generale della legge di pubblica sicurezza.
Delle Regioni in generale, e delle Regioni a statuto speciale, si è parlato largamente nel corso del dibattito. Ci è stato presentato un elenco di doglianze relative all'attuazione degli statuti ed alla soluzione dei problemi propri di alcune Regioni a statuto speciale. Ed a questo proposito io desidero ribadire l'intenzione del Governo di colmare le lacune che ancora si riscontrassero in questo settore, il che è un altro aspetto della volontà di dare attuazione piena alla costituzione che abbiamo or ora enunciata. Si è parlato molto anche della Sicilia e dei suoi problemi politici ed amministrativi. In proposito la polemica è stata vivace e con punte certamente eccessive. Ma questo è comunque un discorso che riguarda i partiti e non il Governo, salvo che per aspetti coperti dalla mia precedente dichiarazione, che evidentemente ha un significato generale, o per qualche altro, assai delicato, sul quale ha richiamato l'attenzione il senatore Trimarchi.
Sui temi generali di struttura dello Stato l'attenzione del dibattito con le più vivaci contestazioni è stata portata prevalentemente sulle Regioni a statuto ordinario e sui problemi della buona amministrazione. Sul primo punto si è fatta valere una contestazione generale, e talvolta addirittura categorica, sulla validità di questo fondamentale istituto di decentramento istituzionale e di autonomia dello Stato democratico. Si è lamentata la forza di rottura che una simile articolazione comporterebbe per il tessuto unitario dello Stato, richiamando in proposito anche una mia affermazione. Ma io ammonivo semplicemente a far bene quel che si deve fare e che ha, a nostro avviso, valore positivo, in quanto offre una sede idonea per una gestione responsabile e ravvicinata di rilevanti interessi comuni, tempera la rigidezza di un'accentrata gestione del potere, fa intervenire voci autonome e qualificate, per esprimere esigenze in vista di uno sviluppo economico e ordinato e giusto. Per quanto riguarda poi non l'istituto in se stesso, ma le condizioni politiche nelle quali se ne prospetta la realizzazione, cioè per quanto attiene ad una contestazione limitata alla situazione ed alle modalità nelle quali l'attuazione ha da compiersi, questo è un discorso che riguarda prevalentemente i partiti, i quali, nel loro accordo, posta l'esigenza dell'attuazione costituzionale, prevedono di affrontare essi i problemi di formazione delle giunte secondo indirizzi di ordine politico generale. In ogni caso, pur nella evidente delicatezza di una materia come questa, non può essere sottovalutato, come ebbi a rilevare, il valore che assume la esistenza di una impegnata ed organica maggioranza di Governo, a sostegno di un istituto così fortemente e, speriamo, fecondamente incisivo nella vita democratica del Paese.
Per i temi di amministrazione non è mancata, da parte liberale, una polemica di principio relativa all'intervento pubblico come tale. Questa prospettiva, nella sua inammissibile generalità che porta a disconoscere esigenze evidenti ed importanti, vizia il discorso sulla Pubblica Amministrazione, che merita di essere condotto innanzi seriamente, al di fuori di pregiudiziali di carattere politico, come quelle sopra accennate.
Desidero infine assicurare il Senato, di fronte a vari rilievi che sono stati fatti, che sarà cura del Governo di intensificare costruttivi e rispettosi rapporti con il Parlamento, accelerando nei limiti del possibile, poiché si deve talvolta procedere a complessi accertamenti amministrativi, la risposta alle interrogazioni.
Ancora una volta dobbiamo riconfermare, dopo l'attenzione che le è stata dedicata anche nel dibattito svoltosi in questa Aula, la posizione del Governo per quanto attiene alla politica economica.
La nostra politica economica, secondo quanto ho dichiarato alla Camera, si propone, sulla base degli accordi intercorsi tra i partiti della maggioranza, di percorrere quella strada dello sviluppo economico e sociale del Paese che ci consentirà, mediante la programmazione economica, di superare definitivamente la frattura tra Nord e Sud, di risanare il settore agricolo, di dotare il Paese di servizi civili adeguati al suo livello economico, di intensificare il nostro inserimento nel mercato mondiale e nella comunità europea, di eliminare ancor perduranti ingiustizie sociali per conseguire alfine l'unificazione reale del Paese.
Superare gli squilibri territoriali, settoriali e sociali significa riparare a mali antichi, ma anche affrontare aspetti nuovi di vecchi problemi e problemi prima d'ora mai conosciuti. Per questo abbiamo sentito come impegno primario l'esprimere con chiarezza il nostro programma, non solo per riconfermare il principio democratico della certezza dei diritti e dei doveri dei cittadini, ma anche per chiamare tutta la collettività ad essere partecipe degli strumenti occorrenti a raggiungere gli obiettivi che ci siamo proposti.
Ed è appunto la programmazione che consente di effettuare le scelte necessarie e di determinare i tempi e i modi per raggiungere gli obiettivi specifici che si inquadrano in una prospettiva non cristallizzata ma dinamica ed unitaria della società.
Questa azione programmata consente di richiamare imprenditori e lavoratori ad una collaborazione puntuale e consapevole dell'incidenza che essa può avere sui risultati finali; con ciò si esalta l'autonomia dei sindacati dei lavoratori e quella funzione dell'iniziativa privata riconosciuta dal doppio dettato dell'articolo 11 della Costituzione.
Nel rigoroso rispetto di questi princìpi istituzionali opereranno le determinazioni pubbliche e le scelte della privata iniziativa, e l'azione delle pubbliche imprese concorrerà ad assicurare nel sistema di mercato il ritmo e gli obiettivi dello sviluppo. Il programma di Governo non prevede nazionalizzazioni.
La presentazione del rapporto del Vice Presidente della Commissione per la programmazione economica consentirà di avviare i dibattiti che auspichiamo fecondi per dar modo al Governo di effettuare, nei modi e nei tempi indicati, le scelte di fondo e l'elaborazione del programma.
Ma costituisce altresì impegno di avviare la programmazione, superare questa delicata fase congiunturale, salvaguardare la stabilità monetaria e predisporre nel contempo le riforme, i provvedimenti e le politiche indicate nel programma di Governo come prioritarie.
Non si tratta quindi di provvedimenti isolati, ma di un insieme unitario capace di assicurare organicamente la continuità dello sviluppo economico.
In presenza dei fenomeni di tensione monetaria e finanziaria — specie nei rapporti economici con l'estero — che caratterizzano l'attuale fase congiunturale, il Governo è determinato perciò ad agire con fermezza, sulla base dell'accordo programmatico, onde riequilibrare, entro un ragionevole periodo di tempo, risorse disponibili e domanda per consumi ed investimenti per conseguire, in particolare, un soddisfacente equilibrio dinamico tra la formazione del risparmio ed il fabbisogno di capitale per investimenti.
Gli interventi necessari a tale scopo verranno cosa ad inquadrarsi in quell'insieme di misure coordinate che costituiranno l'inizio dell'attività di programmazione e ne formeranno parte integrante, di modo che le esigenze di breve e di lungo periodo possano armoniosamente contemperarsi garantendo la rispondenza degli interventi di breve periodo con gli obiettivi di periodo lungo.
Il Governo è fermamente determinato ad affrontare alla radice le cause effettive degli attuali fenomeni di tensione senza indulgere in provvedimenti dilatori che, rinviando nel tempo la soluzione dei problemi attuali, servirebbero solo ad aggravare la situazione.
Quell'esigenza di coordinamento che è caratteristica essenziale dell'attività di programmazione deve trovare proprio in tale campo la sua immediata e concreta applicazione.
Da un lato la ricognizione sistematica della situazione finanziaria dello Stato e degli Enti locali, con speciale riferimento all'incidenza immediata sulla situazione della Tesoreria statale, dall'altro il riesame secondo un ordine prioritario degli investimenti del settore pubblico e di quello privato da soddisfare con il ricorso al mercato dei capitali, permetteranno di dimensionare i fabbisogni nei limiti di quella sana espansione di mezzi monetari e creditizi che è connessa con lo sviluppo della situazione economica.
Un'eccessiva dilatazione della liquidità, anziché agire da stimolo sulla produzione interna, finirebbe con il defluire in gran parte verso l'estero con effetti deleteri sulla bilancia dei pagamenti, mentre, nel mercato interno, provocherebbe soltanto aumenti dei prezzi.
Un'accorta politica di incentivazione diretta degli investimenti e delle attività produttive secondo un ben coordinato ordine di priorità renderà invece possibile quel riequilibrio delle risorse ai fabbisogni che costituisce la principale immediata esigenza dell'azione di politica economica che il Governo si appresta ad intraprendere.
Tale processo di riequilibrio resterà tanto più facilitato quanto più — col consapevole concorso di tutte le forme produttive — sapremo operare aumentando l'offerta interna sia globalmente che — soprattutto — nei settori dove essa risulta tuttora deficitaria.
I primi dati provvisori attualmente disponibili circa i risultati economici dell'anno 1963 stanno a testimoniare l'immutata capacità di sviluppo dell'economia italiana. Nel complesso la produzione nazionale di beni e servizi in termini reali è aumentata di circa il 5 per cento rispetto all'anno precedente, mentre l'eccesso delle importazioni sulle esportazioni ha reso possibile un incremento percentualmente alquanto maggiore tanto dei consumi quanto degli investimenti. Questi risultati, se da un lato testimoniano dell'esistenza di quegli squilibri cui mi sono più volte riferito, dall'altro ci assicurano che il potenziale produttivo del nostro Paese è in grado di sopportare adeguatamente l'attuale fase e raggiungere i più elevati traguardi che ci siamo proposti.
Il Governo perciò ha chiarito, mentre si procede alla messa a punto della programmazione, alcune fondamentali zone e linee di interventi prioritari precisando inoltre la necessità di alcuni provvedimenti concreti.
Intendo richiamare il significato complessivo degli impegni concordati fra i quattro partiti della maggioranza governativa in ordine alla nuova disciplina delle società per azioni, alla legge per la tutela della libertà di concorrenza, alla riforma tributaria generale e della finanza locale e in particolare per quanto concerne i problemi del Mezzogiorno, dell'agricoltura e della disciplina urbanistica.
Perseguire una politica di programmato sviluppo economico generale del Paese significa esaltare l'impegno per la rinascita economica e sociale del Mezzogiorno.
Chiamare il Mezzogiorno a congiungersi con il resto del Paese non è solo azione di riscatto economico di un'area depressa, ma bensì è opera di elevazione civile collegata allo sviluppo della coscienza democratica dell'intera comunità nazionale.
Nella definitiva soluzione della «questione meridionale», la democrazia italiana coglierà la sua più significativa vittoria e segnerà una traccia esemplare per problemi che travagliano altri Paesi.
Il processo di creazione di un autonomo meccanismo di sviluppo avviato in questi anni nel Sud non può perciò subire interruzioni, ed in particolare per quanto concerne quello che è stato il più originale ed efficiente strumento della sua rinascita economica: la Cassa del Mezzogiorno.
Per questo si è convenuto di continuare l'intervento straordinario della «Cassa», adeguandola alle esigenze della politica di programmazione, con particolare riguardo ai complessi problemi della nuova fase di sviluppo, quale quelli relativi alle aree di sviluppo industriale ed ai grandi complessi agrari di intervento; occorrerà poi rivedere ed integrare il sistema degli incentivi al fine di creare un sistema organico ed unitario rispondente agli obiettivi proposti, ed in particolare introdurre un nuovo incentivo tendente ad alleggerire il costo della mano d'opera attraverso una riduzione degli oneri per assegni familiari, senza pregiudizio del trattamento a favore dei lavoratori; sarà inoltre necessario qualificare le forze del lavoro a tutti i livelli e soprattutto preparare i quadri intermedi e direttivi.
Infine componente importante di tale politica è l'impegno a promuovere e sviluppare l'efficienza degli Enti locali in quell'area meridionale, la cui depressione trova una radice, appunto, nell'accentramento dello Stato unitario.
Ciò dovrà consentire coordinate localizzazioni industriali ed il formarsi di nuovi ordinamenti agricoli, per ampliare l'offerta di occasioni a popolazioni che debbano trovarvi possibilità di istruzione, di assistenza civile, e di un lavoro reso in condizioni di elevata produttività, di guisa che i redditi che si formano siano stabili ed elevati e situazioni individuali e collettive di storiche arretratezze possano armoniosamente evolversi.
Il Mezzogiorno così non si vedrà più depauperato delle energie costrette ad emigrare verso altri Paesi od altre regioni.
Si delinea ora per esso la struttura di una società efficientemente organizzata, articolata in comunità locali, inserita paritariamente nel circuito della vita nazionale, una società capace di vivificare in forme nuove i valori permanenti di una tradizione civile e culturale.
Contemporaneamente, un preciso raccordo tra la politica di programmazione e la legislazione speciale permetterà di intervenire, in modo più efficace, nelle altre minori zone depresse del Paese sollecitando anche in questo l'equilibrata diffusione di nuove iniziative e la piena valorizzazione delle loro risorse.
L'agricoltura costituisce l'altro settore nel quale si caratterizzerà il programma di Governo.
La parte della nostra popolazione che vive nell'agricoltura, e che con l'agricoltura conserva legami diretti e indiretti, una parte non più preponderante ma sempre importante della nostra realtà e che più risente degli squilibri del nostro progresso economico, costituisce un mondo il cui assetto sarà comunque decisivo a qualificare il carattere della nuova società che stiamo contribuendo a costruire.
E un problema di tutta la società contemporanea il fatto che in tutti i Paesi la produttività agricola progredisca più lentamente della produttività del lavoro industriale, ma da noi vi è un elemento nuovo: il rapido ed accelerato progresso industriale, con l'aumento di occasioni di lavoro in altri settori produttivi, ha richiamato dalla campagna molte energie, e quindi, con la graduale eliminazione del sovrappopolamento della campagna, consente di affrontare in termini di efficienza produttiva i problemi degli orientamenti colturali, delle strutture aziendali e contrattuali, e di raggiungere e assicurare un rapporto di parità tra redditi di lavoro agricolo e quelli di altri settori, creando più conformi condizioni di vita tra città a campagna.
Il grado di maturazione raggiunto dai problemi dell'agricoltura e gli approfondimenti e la conclusioni emerse in sede di Conferenza nazionale dell'agricoltura e di Commissioni per la programmazione economica consentono di porre il risanamento della nostra agricoltura come un obiettivo fonda-mentale dello sviluppo economico generale del Paese e di inquadrare l'azione pubblica per zone prevalentemente agricole nelle più organiche prospettive della programmazione economica nazionale.
In questo quadro sarà possibile proporsi di:
a) migliorare tutto ciò che concerne le abitazioni, l'acqua, l'energia elettrica, le comunicazioni, i servizi; rendere accessibile la scuola di ogni ordine e grado avviando in particolare una efficiente formazione professionale; intensificare le attrezzature e le possibilità ricreative per raggiungere una effettiva unificazione nelle condizioni civili tra città e campagna;
b) garantire, con la diffusione degli impianti industriali verso aree già esclusivamente agricole l'ammodernamento, il consolidamento e l'integrazione dell'ambiente economico nel quale si svolge l'attività agricola e, con le ravvicinate occasioni alternative e non solo con l'emigrazione, rendere libera, secondo la vocazione professionale di ciascuno, la scelta del lavoro alle nuove generazioni;
c) raggiungere e mantenere un rapporto di parità tra redditi agricoli ed altri settori mediante una più sistematica politica agraria per quanto concerne l'adeguamento delle strutture fondiarie, i nuovi indirizzi colturali e gli interventi sul mercato, lo sviluppo della cooperazione ed infine il potenziamento ed il riordinamento delle strutture centrali del Ministero dell'agricoltura e dei servizi ed organismi ad esso coordinati, ed in particolare con l'avvio dell'attività degli enti di sviluppo.
Una importante applicazione di tale politica viene ravvisata nel disegno di legge, che porteremo al più presto all'esame del Parlamento, sul riordinamento delle strutture fondiarie e dello sviluppo della proprietà coltivatrice, sulla riforma dei contratti agrari per l'eliminazione dei patti abnormi ed il superamento della mezzadria.
Saranno disposti i corrispondenti sgravi per i proprietari che vedranno decurtato il loro reddito e si predisporranno misure per alleggerire gli oneri fiscali dei coltivatori.
Per quanto riguarda i problemi della sicurezza sociale, si è convenuto di assumere l'impegno della parificazione delle condizioni assistenziali e previdenziali dei coltivatori con quelle delle altre categorie, della direttiva più generale di realizzare l'unità del sistema di sicurezza sociale ed intanto di confermare l'impegno alla concessione degli assegni familiari ai coltivatori diretti e mezzadri, salvo a definire successivamente la ripartizione degli oneri relativi secondo le possibilità di bilancio.
L'esame della congiuntura economica ha richiamato la necessità di puntualizzare, accelerare ed intensificare alcune direttrici di riconversione degli ordinamenti produttivi, mentre, in particolare, l'esigenza di contenere i prezzi al consumo dei prodotti animali sollecita un'azione organica e prioritaria per l'incremento del settore zootecnico.
L'impegno a sviluppare una capillare ed efficiente organizzazione di mercato, consentirà di accrescere la ragione di scambio con gli altri settori produttivi e di adeguare le attrezzature della nostra agricoltura alle esigenze poste dai progressi della politica comunitaria europea.
Quanto alla nostra attività nell'ambito europeo, ho già avuto modo di rilevare nel mio discorso di replica alla Camera l'attiva presenza dei nostri Ministri nel corso delle riunioni che hanno luogo in questo momento presso i Consigli dei Ministri degli esteri e dell'agricoltura della Comunità economica europea.
Tale partecipazione ci è sembrata essenziale, malgrado lo svolgersi contemporaneo dei nostri dibattiti sulla fiducia, proprio per marcare, all'inizio della vita della nuova compagine ministeriale, la piena consapevolezza del Governo italiano della grande importanza, delle discussioni che hanno luogo in questa fine d'anno a Bruxelles.
A tali lavori i nostri Ministri stanno portando un valido e costruttivo contributo cercando di assicurare l'equilibrato progredire dell'integrazione europea. In quelle discussioni, agli argomenti che ho indicato nel mio discorso di replica alla Camera, si sono aggiunte ora le proposte della Commissione della C.E.E. per la fissazione del prezzo dei cereali. Sia sui primi argomenti, sia su queste proposte, non si è perso mai di vista, da parte italiana, la necessità di assicurare le opportune garanzie e le soluzioni adeguate alle aspettative delle nostre categorie agricole.
Quanto agli altri settori a cui si è in questi giorni estesa la discussione comunitaria — in particolare i problemi relativi alla partecipazione della C.E.E. al negoziato Kennedy nel G.A.T.T. — tengo a rilevare che il contributo della delegazione italiana si è costantemente basato sul riconoscimento delle esigenze che vengano elaborati criteri negoziali tali da favorire una espansione del commercio internazionale.
I punti essenziali sui quali sarà imperniata la nuova politica urbanistica sono stati ampiamente esposti nel discorso programmatico al Parlamento e nella replica alla Camera.
Ho già rilevato come le preoccupazioni espresse da alcuni Gruppi sulla impossibilità economica dei Comuni di attuare la legge urbanistica siano infondate, anche perché tra l'altro non si tiene conto che i Comuni, per l'indennizzo degli espropri, dovranno soltanto anticipare i primi capitali che rientreranno a mano a mano con la cessione dei suoli espropriati.
Inoltre l'ordinato sviluppo degli insediamenti urbani, garantito dalla nuova disciplina urbanistica, determinerà una diminuzione dei costi sostenuti da parte dei Comuni per le spese di urbanizzazione e consentirà la concentrazione dei mezzi e la loro programmata erogazione.
Le aree hanno assunto valori elevatissimi per effetto della dilatazione dell'insediamento urbano e della creazione di infrastrutture, nonché della dotazione dei servizi. Si tratta di fattori non determinati dai proprietari delle aree e non è giusto perciò che il vantaggio economico che ne deriva sia devoluto esclusivamente a favore di chi non ha contribuito a determinare tale incremento con la propria diretta attività.
Il principio di valutare le indennità ai prezzi del 1958 aggiornati con le modalità indicate negli accordi dei partiti della maggioranza è stato dettato da esigenze di equità. Nel prezzo di esproprio dei terreni non poteva essere conglobata, infatti, la lievitazione che essi hanno subito in questo ultimo quinquennio in coincidenza con i più rilevanti movimenti migratori. Resta invece consolidato, nel valore delle aree, quello che esse avevano già acquisito nel periodo precedente.
Nel sistema della vecchia legislazione, i piani particolareggiati non erano assistiti da efficaci strumenti di attuazione. Perché un piano urbanistico possa essere realizzato nel suo complesso, con la dotazione indispensabile di edifici, servizi pubblici ed aree destinate ad uso pubblico ed a servizi sociali, occorre dunque adottare misure capaci di ridurre l'interesse della proprietà fondiaria alla destinazione di uso delle aree.
L'applicazione della nuova legge urbanistica avverrà peraltro gradualmente: come è già stato chiarito, l'applicazione sarà anticipata nelle grandi città e nelle zone industriali e turistiche.
Non c'è da attendersi dunque disordine o squilibrio economico, ma solo un sensibile beneficio, non solo per le Amministrazioni locali, ma anche per i privati operatori, e, in definitiva, per l'intera collettività.
Lo scopo della legge non è quello di togliere la casa agli italiani, ma di favorirne e diffonderne l'acquisto attraverso la riduzione dei costi delle aree e di creare le premesse per l'espansione dell'attività edilizia privata e di quella incentivata.
È questo un programma possibile, una programma che, come del resto il nostro impegno politico, non ha trovato in questo dibattito vere alternative.
Terremo conto di tutti i suggerimenti, così pure delle critiche che ci sono venute dalle opposizioni, anche se avvertiamo che, mentre alcune considerazioni sono state opportunamente tenute presenti nell'elaborazione del programma, altre valutazioni sono dettate solo dalla contrapposizione polemica.
Il programma è stato uno sforzo per assumere organicamente gli aspetti attuali e le prospettive di fondo della nostra complessa realtà economica in una visione globale.
È questa organicità senza alternativa che ci legittima a chiedere la fiducia del Paese, la fiducia di tutte le componenti della collettività nazionale.
Supereremo il momento che stiamo attraversando. Non abbiamo nascosto né a noi, né all'opinione pubblica le difficoltà. Ma non faremo di queste difficoltà un espediente per ritardare la messa in opera dei mezzi necessari per raggiungere, con la piena valorizzazione delle risorse umane e materiali disponibili, i più elevati livelli di progresso e rendere più equamente partecipi tutti i cittadini dei beni e dei diritti della comunità nazionale.
Non si può perciò, con gli artifici della polemica, diffondere la falsa impressione che la fiducia, che abbiamo chiesto agli operatori economici al singolo consumatore, alle famiglie, alle categorie imprenditoriali ed ai sindacati dei lavoratori, serva solo a superare questo delicato momento senza che il Governo abbia una chiara prospettiva dell'avvenire. Eppure siamo ricorsi alla programmazione proprio per collegare la risposta alle esigenze del momento con le linee di fondo dello sviluppo economico e sociale del Paese.
La programmazione è il modo per impegnarci tutti, Governo, partiti, organizzazioni sindacali, e per mobilitare tutte le parti della comunità al conseguimento del grande obiettivo della unificazione reale del Paese, per edificare una società per molti aspetti veramente nuova.
Questo dunque il quadro dei nostri impegni programmatici, per l'attuazione dei quali, onorevoli senatori, noi vi chiediamo di concederci la fiducia. Essa è naturalmente legata alla qualificazione politica del Governo ormai nettamente definita sulla base delle dichiarazioni rese fin qui e che questo dibattito, attraverso le precisazioni sia della maggioranza sia delle opposizioni, ha contribuito a porre nel dovuto risalto. Appare chiaro innanzitutto la finalità di rinnovamento e di progresso che sta a base di questo Governo. Esso nasce, è stato già detto, in una situazione nuova, di fronte ad una società in profonda trasformazione, per un Paese in movimento ed in progresso. Vi sono problemi gravi e nuovi da risolvere, per i quali strumento efficace è una collaborazione di partiti democratici e popolari estesa fino al Partito socialista. Partiti diversi dunque, ma legati da una comune volontà di affrontare tutti i temi di sviluppo democratico e di giustizia che questa realtà nuova propone, con una penetrante attenzione rivolta ai valori umani, ai valori che sono in tutti gli uomini, ed in ispirito di libertà. Nostra ambizione è di non lasciare senza rilievo, di non lasciare ai margini della vita sociale, privo di reale libertà e dignità e di effettivo potere, nessun cittadino. Vogliamo per questo un'azione graduale e seria, ma anche fortemente incisiva. Vogliamo allargare ed approfondire la vita democratica in Italia, in modo che se ne apprezzi tutto il valore e si consolidino, nella constatazione del suo valore costruttivo, le libere istituzioni. Vogliamo più difensori, più convinti difensori, della vita democratica come quella che risolve senza alcuna rinunzia alla libertà, senza inammissibili costrizioni, i problemi del Paese e quelli dei lavoratori.
Crediamo di poter essere caratterizzati, vogliamo essere caratterizzati dalla nostra profonda convinzione del valore della democrazia sociale e politica, dall'impeto della realizzazione, dalla fede nella libertà. Vogliamo essere politici misurati ed accorti; ma senza che mai venga meno quella tensione ideale che è nelle nostre diverse esperienze ed ispirazioni, tutte tese però a dare una risposta efficace e persuasiva ai problemi dell'uomo e della società in questo momento difficile, ma insieme interessante e promettente. Ed abbiamo la speranza che proprio questa fede e questa tensione sprigionino tutte le latenti energie che sono nel nostro Paese, dando un volto nuovo, umano, libero e giusto, all'Italia.
Si è parlato, con diversi accenti, di necessità. Ne ho parlato io stesso, per indicare la esigenza di fronteggiare, con un forte impegno democratico, i problemi di un compiuto ed armonico sviluppo del nostro Paese. È questa necessità che piega forze diverse e le muove verso l'accordo, che le spinge a compiere un dovere verso la democrazia ed il Paese, a colmare un vuoto che un attestarsi caparbio sulle proprie diversità, malgrado l'ottimismo di tanti, potrebbe rendere incolmabile e pauroso. Non c'è qui, dunque, il soggiacere ad una fatalità e tanto meno, come pure si è detto, una cinica giustificazione per una operazione di puro potere. Si tratta invece di una consapevole scelta politica e dell'adempimento di un indeclinabile dovere. Non è una necessità artificialmente creata. È una situazione piena di significato che si coglie e alla quale si aderisce. Da più parti, proprio contestando il significato di questa situazione ed il peso di questa esigenza, sono state avanzate alternative, le quali peraltro si rivelano subito inconsistenti e vane. Non basta enunciare alternative, bisogna che esse siano serie ed abbiano riscontro in una reale volontà politica. Non si offende nessuno, tanto meno il Parlamento, quando si ritiene (il che il Parlamento, votando la fiducia, conferma) che quella da noi indicata è nella presente situazione l'unica via praticabile ed utile per la democrazia in Italia. Se il Senato confermerà il voto della Camera, esso avrà accettato questa impostazione e riconosciuto il valore costruttivo del nostro incontro. Quale diverso criterio c'è, che non sia il voto del Parlamento, per giudicare della validità di una intesa e della prevalenza di essa su ogni altra ipotetica collaborazione? Le nostre ragioni le abbiamo sottoposte al Parlamento che dirà esso, se questa è, come noi crediamo, la via migliore per salvare le libere istituzioni e dare ad esse un contenuto significativo.
Riconoscere il ruolo delle opposizioni è certo cosa ovvia, come si è detto, nel nostro ordine costituzionale. Ma ciò serve a delineare quel che è una scelta in un regime democratico, la quale non annulla le forze politiche, ma le differenzia e le valorizza nel gioco delle contrastanti posizioni, nel ruolo equilibrato e garantito della maggioranza e delle opposizioni. Ma se tutto ciò è vero, è altrettanto vero che la maggioranza deve avere la sua positiva caratterizzazione e conseguentemente la sua netta delimitazione. Questa delimitazione abbiamo espresso con assoluta chiarezza e intendiamo che essa resti ben ferma come condizione di validità e di efficacia della formula politica che in questo Governo si esprime. Ho ascoltato bene le argomentazioni dei senatori Terracini, Spano, Bartesaghi. Ma non basta dire che l'arrestarsi al Partito comunista, il tracciare una linea di confine a sinistra del Governo è assurdo e irreale e che proprio in quella direzione la libertà non è minacciata ed è anzi esaltata. Proprio condizione di vita del Governo è la sua interna ed impegnata coerenza sui grandi temi della libertà nella società e nello Stato. Ed è pur vero che su di essi, sul gioco democratico, sul regime parlamentare, sulla posizione dell'uomo nella vita sociale e politica c'è accordo tra i partiti di Governo e c'è divergenza tra essi ed il Partito comunista. Proprio sulla base di queste idee di fondo, che animano tutta l'esperienza politica, il Governo opererà e si caratterizzerà idealmente di fronte all'opposizione di sinistra. Parimenti netta e significativa è la delimitazione della maggioranza che sostiene questo Governo alla sua destra. Anche qui è un positivo contenuto, prima che una ragione polemica, che qualifica il Governo ed in forza del quale la destra e lo stesso Partito liberale si pongono al di fuori di una azione e di una prospettiva politica tese a dare ai cittadini ed alle categorie lavoratrici una posizione di giustizia e di potere, tese a riconciliare allo Stato vaste masse di popolo, a farle protagoniste della nuova storia d'Italia ed artefici di una profonda evoluzione sociale nella libertà.
È proprio in questo senso che abbiamo parlato dello Stato, della maestà dello Stato alla quale ci inchiniamo. Dello Stato libero ed aperto, non già artificiosa sovrapposizione, alla realtà sociale, ma espressione ordinata ed armonica di essa. Lo Stato che è ordine, ma, come abbiamo detto, nella libertà, nella giustizia, nella partecipazione responsabile di tutti alla vita sociale ed al suo costruttivo movimento in avanti.
Le accuse di ambiguità, d'insufficienza e d'impotenza rivolte alla politica estera, sia da sinistra che da destra, non hanno giustificazione alcuna di fronte alla nostra ferma ed equilibrata posizione. Noi respingiamo, lo abbiamo detto chiaramente, una politica di disimpegno. La solidarietà per la sicurezza, nel vincolo di una alleanza che è impegno dello Stato, è un dovere fondamentale di lealtà e di correttezza ed anche, nell'equilibrio precario, ma in veloce divenire, del mondo, uno strumento di efficace politica estera ed un fattore di pace. La nostra lealtà e fedeltà, come dicevo alla Camera, è duplice ed egualmente ferma. Lealtà verso i patti liberamente sottoscritti e lealtà verso la causa della pace. È la sicurezza della Nazione che deve essere conseguita: e, nella sicurezza, si tratta di operare con costante ed appassionata ricerca della pace. E il dovere e l'impegno dell'Italia, la quale si inserisce, nella sua ben definita posizione di politica internazionale, nel contesto di un mondo che si muove non senza contrasti, ma nella crescente consapevolezza della tragica follia di una guerra di totale distruzione e nell'adempimento di un cristiano ed umano dovere di collaborazione e di pace nell'unità della comunità umana. Di essa l'O.N.U. è la più alta espressione, ricca sono solo di contenuto ideale, ma di crescente e concreto significato politico. Della progettata forza multilaterale abbiamo indicato con chiarezza gli obiettivi politici ed il significato, in linea di principio, di remora ad ogni particolarismo e di strumento di responsabile controllo collegiale contro i rischi della dispersione e del possesso unilaterale e libero delle terribili armi. Del negoziato in corso ho chiarito alla Camera il contenuto e posso ripetere che, compiuti appropriati studi, saranno tratte responsabilmente le conclusioni di merito in relazione agli obiettivi che ci siamo prefissi e che riteniamo siano comuni ai nostri alleati.
Chi voglia dunque rendere giustizia al Governo, troverà, noi lo speriamo, nella sua impostazione la rispondenza alle vitali esigenze di questo momento storico: la difesa dell'ordine democratico, la garanzia della sicurezza della Nazione, il promovimento della pace, una impetuosa azione rinnovatrice e di giustizia.
Onorevoli senatori, questi sono i nostri impegni che speriamo di tradurre in atto tutti con rigorosa coerenza. Vogliamo oggi essere giudicati per i nostri propositi, domani per la nostra azione e cioè per la nostra coerenza ed il nostro costante senso di responsabilità. Nel permanente, libero gioco delle forze politiche questa dirittura e questa fedeltà a noi stessi sono le sole armi alle quali vogliamo affidarci per prevalere. Ma più che questa democratica vittoria ci interessa di essere al servizio della Nazione, di garantirne, nella comprensione e collaborazione che invochiamo da parte di tutti, alt interessi permanenti di indipendenza, di sicurezza, di libertà e di giustizia. Lavoreremo per così alti ideali con tutte le nostre forze e con spirito unitario. Questo responsabile impegno crediamo ci faccia degni di assumere la guida della comunità nazionale. (Vivissimi applausi dal centro, dal centrosinistra e dalla sinistra. Molte congratulazioni).

On. Aldo Moro
Senato della Repubblica
Roma, 21 dicembre 1963

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di sabato 21 dicembre 1963)


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