LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IX° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE INTRODUTTIVA DI MARIANO RUMOR
(Roma, 12 settembre 1964)

Il IX° Congresso nazionale della Democrazia Cristiana si apre con grandi attese e attenzioni, dopo circa un anno di governi di centro-sinistra organico.
Nel gennaio 1964, dopo la nascita del I° Governo Moro di centro-sinistra e le conseguenti dimissioni di Moro dalla Segreteria politica della DC, Mariano Rumor diviene il nuovo Segretario del partito. Nel giugno dello stesso anno, il Presidente del Consiglio Moro rassegna le dimissioni, e dopo un mese riesce a ricostituire la stessa coalizione di centro-sinistra.
In questo contesto, il IX° Congresso della DC si svolge con una ripresa delle contestazioni politiche contro l'apertura a sinistra al PSI da parte della corrente di "Centrismo Popolare" di Scelba e Scalfaro, mentre il gruppo dirigente doroteo di "Impegno Democratico", i fanfaniani di "Nuove Cronache" e le sinistre di "Forze Nuove" appoggiano e riconfermano la scelta del centro-sinistra.
Il Congresso si apre il 12 settembre 1964 con la relazione del Segretario politico Mariano Rumor.

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Questo Congresso si svolge in un delicato momento della vita del Paese, mentre più gravi appaiono le responsabilità della Democrazia Cristiana e quindi più doverosa un'approfondita meditazione. Perciò l'angolo visuale di questa relazione sarebbe limitato se non individuasse anzitutto la prospettiva storica in cui si collocano il nostro movimento e l'esperienza stessa che stiamo vivendo. Nel quadro che intendiamo delineare, il richiamo alle origini del movimento politico dei cattolici italiani, al di sopra del valore sentimentale, acquista dunque un preciso significato metodologico, giacché il nostro Partito affonda le radici culturali in un lontano passato, dal quale nasce la giustificazione della sua presenza, in polemica con quanti ancora la considerano una forza di supplenza che eccezionalmente adempie a compiti politici che ad altri spetterebbero.
Lo abbiamo detto infinite volte e ancora lo ripetiamo: siamo una forza di ispirazione cristiana, e come tale ben qualificata, che vuole perseguire il bene comune, ponendovi a fondamento una idea madre di libertà e per ciò stesso di giustizia.
Siamo una forza popolare: non affrontiamo i problemi e non immaginiamo la loro soluzione con la presunzione illuministica delle minoranze radicali, ma ne facciamo partecipi — secondo le regole inviolabili della democrazia, che sono anche regole di quantità — le vaste masse popolari, e interpretiamo il suffragio universale, fondamento di ogni ordinata democrazia, come rapporto vincolante tra la classe dirigente e la realtà umana del Paese. Respingiamo, perciò, sia l'intolleranza totalitaria — che è sempre di ispirazione o di vocazione minoritaria — sia il chiuso dominio dell'autoritarismo economico. Vogliamo garantire la libertà, perché la storia si muova in un certo ordine morale e civile, sotto le spinte naturali e feconde delle grandi volontà popolari.
Siamo un Partito pluralista, tendente a ricostruire il corpo civile della Nazione attraverso lo sviluppo dei vari ceti, impegnati nella costruzione incessante di una civiltà in cui per tutti e per ciascuno ci sia un posto e una funzione dignitosa in misura del loro apporto; attraverso le autonomie locali e gli Enti intermedi — dal Comune alla Regione — onde rompere l'accentramento del vecchio Stato, che tutto assorbiva e riduceva a carattere politico e che avviliva la vita locale, addormentandone ogni energia ed ogni spirito innovatore.
Siamo un Partito democratico, perché accettiamo il metodo della democrazia; democratico, perché pratichiamo il metodo parlamentare; democratico, perché anticonservatore: «Oggi — affermò Sturzo — la necessità della democrazia nel nostro programma la sentiamo come un istinto, è la vita del pensiero nostro. I conservatori sono dei fossili …».
Siamo un Partito ad ispirazione sociale, perché legato ai principi cristiani, tradotti dall'insegnamento della Chiesa in chiari indirizzi operanti nella storia; ci riconduciamo, cioè, ad una scuola che, pur rivolgendosi a tutte le classi, fa proprie soprattutto le preoccupazioni e le attese dei meno abbienti.
Combattiamo contro il comunismo come l'avversario da sconfiggere, al termine di una lotta che sappiamo lunga e dura, non solo perché esso rappresenta la negazione totale dell'interpretazione cristiana della vita, ma anche perché tende ad imporre uno schema precostituito di vita e di rapporti che è contro le leggi della natura; combattiamo la conservazione economica, e l'autoritarismo politico che spesso la difende, perché ostacola la evoluzione della storia e tende a deviarla entro alvei artificiali, in stagnanti paludi di rassegnazione e di arretratezza.
Vogliamo la pace, non solo per ripugnanza, intrinseca e radicata nella coscienza cristiana, verso ogni atto di violenza, ma perché riteniamo che la guerra turbi e sconvolga l'ordine naturale della storia e deformi il corso del vivere umano e il suo dinamico ordinarsi nella ricerca del bene comune.
Non ci poniamo contro la realtà: operiamo in essa.

L'evoluzione del P.S.I.

Non v'è dubbio che la scelta di Napoli si connette alla evoluzione del Partito Socialista Italiano verso la collaborazione democratica. E' stato un cammino lungo, lungo, faticoso. Al Partito Socialista va dato atto di questo travaglio e del modo in cui esso lo ha superato. Bisogna riconoscere le difficoltà obiettive che condizionavano i socialisti, che nascevano dalla loro storica opposizione nei confronti della realtà sociale esistente. Dobbiamo anche riconoscere la suggestione esercitata dal mito della unità della classe operaia, che ha origini remote e radici profonde nella base e nell'elettorato socialista.
Un passo determinante fu compiuto nella evoluzione socialista, quando i dirigenti di quel partito cessarono di guardare ad una sola parte della Democrazia Cristiana come a un possibile interlocutore, per rivolgersi invece all'intero nostro Partito, riconoscendone la natura popolare e l'ispirazione sociale. Atti concreti vennero prima del nostro ottavo Congresso, con la formazione di giunte di centro-sinistra. Questa rottura dello schieramento apriva nuove prospettive anche per l'azione della Democrazia Cristiana.
Si riduceva lo scontro frontale tra il blocco democratico e il blocco antidemocratico, fornendo possibilità ad una dialettica nuova, che emarginasse le forze eversive della destra e della sinistra e offrisse alla Democrazia Cristiana le condizioni per riprendere quella politica popolare sostenuta da De Gasperi fin dai giorni della Resistenza e che risponde alla ispirazione più intima ed originale del nostro Partito.
Si trattava quindi di una situazione nuova, di una vera e propria scelta, nella storia recente della democrazia italiana, scelta che andava naturalmente controllata nei suoi svolgimenti reali, ma che, mutando le tradizionali posizioni del Partito Socialista, apriva in forma propria la possibile soluzione del problema, determinante per la stabilizzazione del regime di libertà, dell'allargamento dello spazio democratico. Toccava a noi valutarla, con estremo realismo e con urgenza, comparando le varie possibilità in una globale visione dei problemi politici.
Scartata ogni intesa con l'estrema destra e con l'estrema sinistra, la Democrazia Cristiana non poteva non constatare che i liberali si erano ormai posti come alternativa a destra del nostro Partito; di questo fatto avevano manifestato da tempo consapevolezza anche gli altri alleati tradizionali della Democrazia Cristiana, i repubblicani e i socialdemocratici, i quali, pur riconoscendo come noi al Partito Liberale la coerenza democratica e il rispetto delle libertà e dello Stato di diritto, ritennero, nelle nuove condizioni politiche ed economiche determinatesi nel Paese, di dover escludere una rinnovata intesa con esso.
La scelta, per la Democrazia Cristiana, rischiava quindi di porsi non fra il tradizionale centrismo e la nuova politica di centro-sinistra, ma come alternativa tra una politica, da un lato, che (per il riprodursi di schieramenti antitetici nell'area stessa delle forze democratiche) avrebbe fatalmente finito per acquistare un indirizzo conservatore, ed una coraggiosa iniziativa democratica, dall'altro. Non si trattava tanto di uno stato di necessità in termini parlamentari, quanto di una esigenza politica determinata dalle condizioni obiettive nelle quali la Democrazia Cristiana si trovava a svolgere la sua funzione di guida del Paese e di garante dello sviluppo democratico.
Non vi è dubbio, infatti, che, sospinto fuori dalla collaborazione democratica, difficilmente il Partito Socialista sarebbe sfuggito alla sorte, cui è volontariamente andata incontro l'ala massimalista e secessionista del P.S.I.U.P., di entrare nella zona d'influenza del Partito Comunista, con la rinascita di un frontismo diverso, ma forse più pericoloso, favorito anche dalla situazione internazionale. Sarebbe stata così risospinta in un atteggiamento protestatario una porzione cospicua del mondo operaio; e la Democrazia Cristiana avrebbe visto indebolita la sua azione: da un lato per la necessità di combattere lungo una vasta trincea frontista, dall'altro per una alleanza con forze che avrebbero tentato di estraniarla dal ruolo che le è proprio nella vita del Paese.

Il governo di sperimentazione

Era inevitabile che le decisioni del Congresso di Napoli si concentrassero, alla luce della nuova realtà italiana, sul terreno parlamentare e politico, con la costituzione di un nuovo Governo e con la formazione di una nuova maggioranza.
Il nuovo Governo Fanfani ebbe la funzione di associare ai partiti democratici, anche se dall'esterno, il Partito Socialista. Quella dell'on. Fanfani, in una così delicata fase della vita politica, fu una esperienza complessa.
Quel Governo nacque con un vasto programma che, sulla base delle vicende vissute, non aveva a sua disposizione dimensioni di tempo sufficienti, data la imminenza della consultazione elettorale; quel programma rispondeva però a problemi reali, avvertiti da tutto il Paese, di fronte ai quali i partiti democratici non potevano rimanere indifferenti.
Va dato atto all'on. Fanfani di aver utilizzato con impegnato dinamismo il tempo a disposizione, superando ostacoli di varia natura, sia politici che psicologici, resi più gravi dalla novità dell'esperimento e dalla serrata offensiva intimidatrice della destra economica e politica.
Resta dunque fermo che il primo Governo di centro-sinistra fa parte organica di tutta la esperienza nata dall'ottavo Congresso, che dei suoi successi e delle sue difficoltà porta meriti e responsabilità tutta la maggioranza che ha approvato la politica di Napoli, perché tutta l'ha voluta e vi ha collaborato in varie sedi e forme!
Il Partito Comunista adottava, nel frattempo, la duplice tattica della lusinga politica e della corrosione attraverso le azioni sindacali: prospettando in sede parlamentare le possibilità di un appoggio diretto o indiretto per superare le resistenze della destra, ed influendo sul terreno economico con richieste di massicci aumenti salariali, oltre i necessari margini di sicurezza. Il Paese, che attraversava un momento di buone prospettive economiche, veniva artatamente spinto verso nuove difficoltà, delle quali i comunisti avrebbero potuto valersi, sia come arma di ricatto che come mezzo per mettere in crisi la democrazia.
Il Partito, dal conto suo, agì sia in valido appoggio all'azione di Governo che come ostacolo ad ogni manovra comunista. Consenti al Governo dell'on. Fanfani di portare a termine alcuni fra i maggiori impegni programmatici, ma gli diede anche modo di respingere vigorosamente i pericoli provenienti dall'estrema sinistra.
Non posso qui enumerare i numerosi provvedimenti che il Governo Fanfani pose in atto per dare avvio ad una politica organica di sviluppo: dalla nazionalizzazione dell'energia elettrica, contrastatissima scelta compiuta per lo sviluppo economico e civile del Paese, alla istituzione della scuola media, all'incremento della ricerca, scientifica, al tentativo di rinnovo della politica tributaria, allo studio sulla riforma amministrativa, ad alcuni fondamentali problemi dell'agricoltura. Voglio solo ricordare che durante quel Governo si sono affrontati problemi che si sarebbero ulteriormente aggravati, senza un loro tempestivo avvio a soluzione. E fu sempre durante il Governo Fanfani che, dal punto di vista legislativo, venne completato il numero delle cinque Regioni a statuto speciale, con l'istituzione della Regione Friuli-Venezia Giulia, mentre furono presentate le leggi fondamentali che dovranno consentire l'istituzione delle Regioni a statuto ordinario.

Segni Presidente della Repubblica

In questa fugace analisi del coerente sviluppo della nostra iniziativa e dei fatti politici fin qui verificatisi, non posso dimenticare l'elezione del Presidente della Repubblica Antonio Segni, avvenimento che esula dalla semplice cronaca. La sua elezione a supremo Magistrato della nostra Repubblica ha rappresentato l'assunzione alla più alta carica dello Stato di un uomo la cui esistenza si identifica con la vita stessa del nostro Partito.
Dopo le alte parole con le quali il Presidente del Consiglio Nazionale ha commentato il messaggio di devoto saluto e di fervido augurio di questo Congresso, consentitemi di rinnovare ancora, a nome di tutti voi, la testimonianza di devozione e di affetto ad Antonio Segni: al di là della lunga consuetudine che a Lui ci ha legato per tanti anni nella comune esperienza democratica cristiana, sentiamo oggi, con tutti gli Italiani, quale carica di prestigio, di umana simpatia, di scrupolosa coerenza, di fiducia morale Egli abbia recato all'alta missione di Capo dello Stato e, con tutti gli Italiani, auspichiamo che riacquisti pienezza di salute, così come fin qui la Provvidenza del Signore e la scienza degli uomini quasi miracolosamente lo hanno tratto da un pericolo grave ed imminente.

Le elezioni del 25 aprile

Il primo Governo di centro-sinistra dovette affrontare le elezione politiche, precedute da alcune consultazioni amministrative che avevano confermato la diagnosi di una società in crescita ed in rapida e profonda trasformazione.
Le elezioni del 28 aprile 1963 sono da collegare ad alcuni fenomeni che influirono in modo decisivo sui risultati. Esse si svolsero all'indomani di una improvvisa e rapida redistribuzione di redditi, determinata sia dalla politica governativa che dalla forte pressione rivendicativa esercitata dai sindacati. Ciò aveva portato da una parte all'espansione dei redditi individuali e dei consumi di massa, dall'altra all'insoddisfazione di numerose categorie che si ritennero escluse e non sufficientemente comprese.
Si aggiunga che la novità dell'esperimento politico di centro-sinistra, da poco iniziato, aveva avuto una incidenza psicologica d'urto nei confronti di una diffusa mentalità tradizionale, ostile al cambiamento del corso politico e diffidente verso i socialisti. La propaganda delle destre fu in questo senso massiccia e puntò senza esclusione di colpi sull'allarmismo e sul tentativo di coartare la coscienza del nostro elettorato.
D'altra parte, il mancato Congresso del Partito Socialista Italiano non aveva consentito di definire organicamente e coerentemente l'intesa con la Democrazia Cristiana ed aveva reso impossibile un accordo sul delicato e importante tema delle Regioni, determinando un arresto nella collaborazione, e la presentazione differenziata e divisa al corpo elettorale anche su temi in fondo, sui quali si era esercitata la lunga dialettica dell'incontro.
Ma, al di là degli aspetti politici e psicologici, stava la realtà di una società in evoluzione, con i suoi scompensi e le sue necessità. La Democrazia Cristiana, impegnata ad adeguare i suoi indirizzi politici e a prospettare soluzioni nuove a livello parlamentare, non fu in grado di dedicarsi ad una organica revisione interna che le consentisse l'efficace presenza laddove la realtà sociologica andava rapidamente mutando col sorgere di nuove collettività: in particolare nei grandi centri urbani e nelle periferie industriali.
Il nostro dialogo con l'elettorato fu condotto nella consapevolezza che occorreva dare fiducia ai cittadini, la nostra attenzione fu polarizzata sui temi della prodigiosa crescita produttiva ed economica del Paese e dello conseguente possibilità di diffondere il benessere: legittimo motivo di vanto per il nostro Partito, argomento ben importante per indurre ad una scelta consapevole. Ma non poterono essere affrontati la vastità dei problemi civili, morali e culturali posti dallo sradicamento dagli ambienti nativi, dalla fattura verticale di nuclei familiari e di comunità locali, dalla creazione repentina di nuove comunità di cittadini, disalveati e disancorati dal loro ambiente tradizionale. E ci trovammo di fronte anche la perplessità di quei nuovi ceti intermedi che abbisognano di un quadro nitido, pacato, obiettivo dei nostri intendimenti, di una interpretazione democratica degli sviluppi che noi delineiamo per la società italiana, di una sicura garanzia che la Democrazia Cristiana — impegnata nella evoluzione e nella modifica della società italiana — non si renderà mai connivente di uno sconvolgimento del sistema di libertà che coincide con la sua stessa ragione di essere. Infine, elemento di disordine e, lasciatemelo dire, anche di discredito, fu l'eccessiva personalizzazione — di cui siamo responsabili tutti — della campagna elettorale al fine di ottenere il maggior numero di preferenze.
Si avvantaggiarono della particolare situazione e dei suoi elementi negativi le opposizioni di destra e di sinistra, e in particolare il Partito Comunista, che sfruttò tatticamente, in modo differenziato ma organico, l'evoluzione del Paese, ponendosi come l'interprete delle realtà nuove, dei suoi motivi di scontento, alimentando campagne scandalistiche, usufruendo in modo spregiudicato di tutti i mezzi offertigli dalla democrazia.
L'esame dei risultati del 28 aprile conferma, in particolare, la capacità di pene trazione comunista nelle zone dove la trasformazione economica agisce in maniera positiva. L'analisi sociologica dimostra che il primo tempo, quello della conquista di una migliore condizione, è generalmente favorevole ai comunisti, che utilizzano le reazioni psicologiche determinate dalla rottura con il passato: l'ascesa verso il benessere alimenta i desideri, fa maggiormente sentire la diseguaglianza, e la concentrazione delle città offre modo al Partito Comunista di meglio organizzare le masse e di controllarle in modo costante. Questo fenomeno non è certamente fatale e non presenta carattere di assoluta generalità, ma su di esso richiamo l'attenzione perché soprattutto nelle zone di maggior incremento produttivo e sviluppo economico la nostra azione si palesa ancora insufficiente e inadeguata.
Le recenti elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia e quelle amministrative del Trentino-Alto Adige sembrano indicare una più matura riflessione nell'elettorato e la tendenza al ricupero da parte delle forze democratiche, rispetto alla consultazione del 28 aprile, ma ciò non toglie valore alle conseguenze che abbiamo tratto dall'analisi delle elezioni politiche e agli impegni che dobbiamo pertanto assumere.

Il governo Leone

La situazione politica conseguente alle elezioni aveva posto l'esigenza di una partecipazione organica dei socialisti al Governo, la cui decisione avrebbe dovuto essere ratificata dall'imminente Congresso del Partito Socialista Italiano. Taluni partiti alleati, infatti, erano sostanzialmente contrari a prolungare la vita del Governo pre-elettorale, e del resto il congelamento di esso, senza un riesame di fondo dei problemi posti dalla coalizione, avrebbe potuto rappresentare un congelamento del cosiddetto disimpegno al di là dei tempi per i quali esso era stato convenuto, e cioè oltre la fase della campagna elettorale.
Prese così forma l'idea di un Gabinetto presieduto dallo stesso Segretario politico on. Moro, che avrebbe dovuto portare ad un rilancio immediato della politica di centro-sinistra, superandone il momento sperimentale ed iniziandone la fase organica, suffragata dal voto degli elettori. Non fu possibile conseguire tale risultato per le note vicende del giugno, che costrinsero il P.S.I. a rifiutare il proprio avallo agli accordi raggiunti alla Camilluccia fra i Segretari dei quattro partiti.
Si dovette invece ricorrere ad un Governo transitorio, che il disinteresse personale e l'attaccamento al Partito dell'on. Leone, e la sua autorità di Presidente della Camera, resero possibile. Questa soluzione avrebbe dato tempo al P.S.I. di risolvere i problemi interni e di assumere un atteggiamento di piena responsabilità.
Bisogna dare atto al Governo Leone di aver saputo adempiere in modo esemplare alla delicata funzione, assolvendo al mandato ricevuto senza paralizzare l'attività dello Stato, ma anzi risolvendo problemi impellenti e secondando, nello stesso tempo, il processo di chiarificazione, premessa alla formazione del primo Governo organico di centro-sinistra, presieduto dall'on. Moro.

Il governo Moro

Di fronte al travaglio socialista, la Democrazia Cristiana aveva sgombrato il campo politico da ogni incertezza e possibilità di equivoci nel Consiglio Nazionale del luglio 1963, offrendo al P.S.I., con franchezza e lealtà, prospettive precise, nel rispetto della sua autonomia, sollecitando a partecipare in modo diretto al grande disegno di realizzare una società più avanzata nel nostro Paese; e ricordando che il centro-sinistra indicato a Napoli restava valido come prospettiva storica della Democrazia Cristiana, e non come semplice incontro per alcune "cose" da fare; valido come schema attuale di collaborazione politico-parlamentare, e non quindi tesi astratta; valido come modo di risolvere il problema di fondo dello Stato, ampliando l'area della democrazia e sottraendo, con una politica coerente e coraggiosa di sviluppo e di riforma, vaste fasce marginali alla tentazione frontista; valido e permanente, non a salvaguardia di interessi classisti o di privilegi conservatori, ma delle libertà fondamentali in cui il P.S.I. mostrava di credere, tenendo distinto, con ferma determinazione, il confine invalicabile tra comunismo e democrazia.
Il Congresso socialista misurò il processo evolutivo di quel partito attraverso un contrastato e a volte drammatico ma positivo dibattito, mettendo in viva luce i contrasti tra una maggioranza autonomista, già guadagnata alla collaborazione democratica, e un gruppo di incerti, e rivelando la persistente presenza di un'ala massimalista evidentemente composita e differenziata. Il Partito Socialista, approvando a maggioranza un documento che indicava come linea di separazione e di divergenza dal Partito Comunista Italiano la diversa concezione della democrazia e della libertà, «tanto sul piano ideologico quanto nella struttura e nella vita del Partito e dello Stato e nell'esercizio del potere», oltre alla diversa impostazione dei problemi di politica internazionale, aveva comunque compiuto una fondamentale scelta. Per essa il Partito Socialista Italiano subiva la frattura dell'ala massimalista, frattura più di vertice che di base, determinata dalla coscienza che la divisione dal Partito Comunista Italiano si avviava a diventare definitiva.
Si rendeva pertanto possibile la formazione del Governo Moro, con il quale iniziò un'esperienza di grande interesse politico, alla quale gli stessi oppositori sono tenuti a guardare con estrema attenzione e senso di responsabilità, e che si articola in due tempi definiti: del primo e del secondo Ministero presieduti dall'on. Moro.
Il primo è stato caratterizzato dal travaglio derivante dall'incipiente esperienza di collaborazione organica coi socialisti — per la prima volta, si noti, nella storia d'Italia — e dalla dominante realtà di una situazione economica difficile, che ha subito posto il Governo di fronte a duri impegni e a drammatiche alternative. Nonostante tutto questo, nel breve spazio di tempo della sua esistenza il Governo ha posto mano con impegno alla presentazione di leggi d'attuazione del programma governativo, sia per quanto riguarda i problemi derivanti dalla congiuntura economica, sia per quanto concerne la realizzazione di incisive riforme. Ricordo in modo particolare — accanto ai disegni di legge in materia regionale — la rapida presentazione dei disegni di legge in materia agricola, dei quali proprio ieri finalmente è stato approvato quello relativo ai patti agrari, concludendo così un'annosa, estenuante vicenda della nostra esperienza politica.
Non c'è dubbio che l'uno e l'altro dei dati salienti nella esperienza del primo Governo Moro, aggravati da una massiccia campagna di larghi settori della stampa italiana, favorirono il determinarsi di equivoci, di interpretazioni tra loro contrastanti degli impegni e delle prospettive, di inquietudini talora emergenti in forma vivacemente polemica tra i partiti della coalizione, e posero, in misura sempre più accentuata, l'esigenza di un chiarimento di fondo, che trovò il suo sbocco nella crisi del giugno scorso: crisi nata, come ebbi occasione di affermare ella Camera, «da un'occasione di dimensioni quantitativamente limitate e tuttavia delicata per la materia coinvolta», com'era il modesto aumento dei contributi alle scuole private contenuto nel bilancio della Pubblica Istruzione.
Tuttavia, la crisi offrì motivo per un ben più vasto ripensamento, che indusse i partiti della coalizione ad affrontare temi e problemi sui quali nei primi mesi dell'esperienza collaborativa si erano andate determinando incertezze e talora contrasti.
Il tema di fondo, però, era quello di una verifica circa la volontà di proseguire a strada in comune, dopo che il duro contatto con la realtà dei problemi aveva mortificato slanci iniziali e ridimensionato troppe comune ottimistiche previsioni. Era indispensabile approfondire il concetto della solidarietà interna ed esterna, che costituisce il fondamento di questa come di qualsiasi collaborazione che voglia essere costruttiva e duratura.
La collaborazione non implica fusione e confusione delle forze componenti; non nasce da una filosofia politica del centro-sinistra, ma da un incontro di partiti che, pur conservando intatta la loro ispirazione ideale e la loro originaria vocazione, giungono, nella contingenza storica, ad una comune valutazione delle esigenze di libertà e di progresso sociale; non significa neppure semplice intesa sulla opportunità o necessità di fare alcune "cose" insieme, ma si esprime sostanzialmente nello sforzo di dare vita ad una politica generale alla quale ogni partito, pur giocando un proprio ruolo, fattivamente contribuisce in una comune visione dell'intera realtà politica del Paese.
Il chiarimento su questi problemi di fondo e sulle altre questioni emergenti lo si ebbe dopo franche discussioni, alle quali la Democrazia Cristiana dette il suo doveroso contributo con l'ordine del giorno direzionale del 29 giugno e con l'apporto della sua delegazione.
Fu così possibile riprendere il cammino interrotto, non per riconoscimento di un mero stato di necessità, né per fatalistica rassegnazione; ché mai abbiamo ipotizzato sventure irrimediabili, posto che l'esperienza dovesse, di fronte a insuperabili difficoltà interne od esterne, sospendersi, anche perché, come già ho avuto occasione di affermare, siamo convinti che la scelta democratica del Partito Socialista Italiano è ormai una linea di fondo per la democrazia italiana.
Non mi soffermerò in questa sede nella illustrazione dei chiarimenti intervenuti sui vari problemi che furono oggetto delle discussioni di Villa Madama. La vicenda si è svolta così di recente che ritengo bastevole un semplice richiamo ai problemi affrontati: dal ripristino in sanità del tessuto connettivo sul quale sviluppare una politica di ampia prospettiva di progresso e di rinnovamento (a questo proposito i recenti provvedimenti anticongiunturali sono un palese effetto di quei chiarimenti), all'indirizzo della programmazione, concepita come metodo per rendere più razionale ed incisiva l'azione dello Stato e non in contrasto con l'economia di mercato; dalla precisazione sulle norme da emanarsi per l'assetto urbanistico, al problema della costituzione delle Regioni a statuto ordinario; dall'impegno di affrontare entro un dato termine il problema della scuola non statale, alla volontà di tendere all'estensione dell'accordo dal centro alla periferia. Su alcuni di questi problemi, del resto, torneremo in seguito (e vi prego di armarvi di pazienza, miei cari amici ...).
Voglio sperare che anche in questa vicenda la Democrazia Cristiana, pur nel doveroso rispetto e nella cordiale comprensione delle esigenze di partiti alleati, si sia sforzata di corrispondere alla fiducia di quanti, iscritti ed elettori, esigono da essa un'interpretazione il più possibile ravvicinata della loro volontà e delle loro attese.
Il secondo Governo Moro è già all'opera per attuare, con prontezza e realismo, il programma concordato; ad esso la Democrazia Cristiana ha dato piena fiducia attraverso i suoi organi di Partito e i suoi Gruppi parlamentari. La Democrazia Cristiana ha assecondato e asseconderà con fervido impegno lo sforzo dell'on. Moro e dei suoi collaboratori, muovendosi in una prospettiva a lunga scadenza, che non prescinde dalla salvaguardia della nostra dignità di Partito e dalla somma cura in cui debbono essere tenuti quei rapporti che si riferiscono a principii ed a valori per noi irrinunciabili.
Non ci nascondiamo le difficoltà. Dissi alla Camera che non tutti i problemi e non tutto di ciascuno di essi può aver trovato nei recenti accordi un compiuto e particolareggiato chiarimento; del resto, ciò non è mai nell'ordine delle umane possibilità, mentre lo è uno sforzo per un'armonica comprensione e uno stabile equilibrio fra le prospettive dei vari partiti della coalizione.
Questo richiede un'interna disciplina, un modo di essere, di apparire, di collaborare ispirato permanentemente a superiori considerazioni. Una collaborazione non vive soltanto per la forza delle ragioni che l'hanno determinata, ma anche per la prudenza, la lealtà, l'armonia degli interni rapporti.

Le forze politiche in Italia

L'esperienza che si sta svolgendo si colloca in un ambiente politico più articolato di ieri, ricco di fermenti nuovi che ne rendono mobili i contorni e che determinano, al di là dei confini dei singoli partiti, convergenze e divergenze di gruppi, suscettibili di ulteriore evoluzione.
La formazione del Governo di centro-sinistra ha contribuito a mettere in movimento la situazione politica, anche se essa sembra aver colto di sorpresa i partiti che non ne fanno parte e che osteggiano la nuova maggioranza. Nessuna di queste forze, infatti, è riuscita fin qui, a me pare, a trovare il modo di stabilire un suo originale atteggiamento di fronte al centro-sinistra, in un corretto rapporto politico. Vi influisce certamente la speranza che l'alleanza di Governo abbia una fragilità intrinseca e che pertanto sia da attendersi il ritorno degli "erranti" alle originarie posizioni. Questa semplicistica attesa riflette un'insufficienza di diagnosi della realtà, che richiede invece obiettività d analisi e chiarezza di prospettive.
Abbiamo detto che il quadro politico si presenta oggi più articolato; ed infatti all'interno degli opposti poli, costituiti dalle forze di estrema sinistra e di estrema destra, sussistono ora due aree diverse: una, più ampia, che abbraccia tutti i gruppi politici, compreso il Partito Liberale, i quali hanno con noi comunanza di metodo nel rispetto dei principi democratici, delle norme costituzionali, della dignità e della libertà dell'uomo; una seconda, più ristretta, che ha in comune con noi anche concreti ed attuali obiettivi politici, e che costituisce l'area di Governo.
È con legittimo orgoglio che constatiamo questo stato di cose, perché non solo l'area democratica si amplia nel senso dell'acquisto, attraverso il Partito Socialista, di un più vasto spazio di forze popolari, ma si crea una dialettica politica più articolata, nel senso che essa non è più totalmente egemonizzata, nel campo delle minoranze, da partiti la cui natura antidemocratica vincola permanentemente all'opposizione.

Il P.S.I.

Ho già parlato del cammino percorso dal Partito Socialista verso l'approdo della collaborazione democratica. Nessuno può contestare la portata dell'avvenimento che si è attuato concretamente nella formazione del Governo di centro-sinistra, ma che nel suo contenuto politico travalica la formazione stessa di un Governo e acquista ben più ampia dimensione: si è parlato di dimensione storica, perché si chiude per la prima volta una pagina d'opposizione sistematica, che coincide quasi con la storia d'Italia, certo con la storia del socialismo; storica ci sembra anche, perché il lungo travaglio da cui la scelta è scaturita, la atmosfera consapevole, drammatica in cui è avvenuta, rendono difficilmente ipotizzabile una reversibilità, almeno nel suo indirizzo fondamentale, di questo processo.
Immaginare, peraltro, che una svolta di tal genere possa esaurire d'un tratto le inquietudini profonde e stroncare il risorgere di interrogativi preoccupanti, possa cioè consumare d'un colpo le residue spinte massimalistiche, vive nel tessuto organico del socialismo italiano, vorrebbe dire non misurare la portata del fatto politico.
Dobbiamo anche rilevare che la collaborazione in cui la scelta fatta si esprime è ancora una collaborazione a livello politico-parlamentare. Oggi larga parte della base militante ed elettorale del Partito Socialista Italiano continua a trovarsi nel contrasto nascente, per un verso, dalla documentata validità della collaborazione di Governo sostenuta dal P.S.I., per l'altro, dall'implacabile, sottile, quotidiana condanna e contestazione della stessa, che nelle organizzazioni di massa di prevalente dominio comunista vengono insinuate nell'animo dei socialisti che ne fanno parte.
È evidente che la scelta e il conseguente atteggiamento del Partito Socialista non potrebbero a lungo sopravvivere all'attrito logorante di questa contraddizione; è vero altresì che il dialogo con il Partito Socialista è talora faticoso e complesso, e che asprezze e contrasti riemergono non raramente; ma è altrettanto vero che il Partito Socialista sta dimostrando un serio impegno democratico: ha pagato con una lacerazione la sua scelta politica di fondo, e ha imboccato la strada nuova della diretta responsabilità governativa nella piena consapevolezza delle difficoltà che avrebbe incontrato, deciso ad affrontarle responsabilmente.
La rottura avvenuta nell'inverno scorso fra i dirigenti del Partito Socialista e la conseguente nascita dal Partito Socialista di Unità Proletaria hanno alleggerito la pressione interna, riducendo l'ala di sinistra e neutralizzando il gruppo massimalista che, in conseguenza della scissione, ha perduto buona parte della sua forza condizionatrice; ma è anche innegabile che la formazione di un partito socialista, sia pure di limitate dimensioni, erede della politica frontista ed impegnato in un'aspra polemica a fianco del Partito Comunista, abbia creato nuovi motivi di tensione all'interno delle file socialiste.
Sono queste spinte che rendono tuttora travagliata nel suo interno l'attuale esperienza del Partito Socialista e che i dirigenti di quel partito mostrano di voler controllare e dominare, pur avendo la preoccupazione di non creare nuovi motivi di frattura.

Il P.C.I.

Il Partito Comunista non accetta condizionamenti, né è disposto a porre argini al suo tatticismo: glielo impedisce, del resto, la stessa massa del suo elettorato, che lo sollecita a manovrare voti provenienti da ambienti diversi e tutt'altro che omogenei tra di loro. Né il Partito Comunista, pur conducendo una lotta serrata contro la politica di centro-sinistra e contro il Partito Socialista, vuole precludersi alcuna possibilità né perdere ogni occasione di contatto.
Il Partito Comunista teme soprattutto l'isolamento. Né la nascita del Partito Socialista di Unità Proletaria lo ha sottratto a questo pericolo: questo partito può aver rappresentato un surrogato della politica frontista, ormai rifiutata dal Partito Socialista, ma, nello stesso momento in cui sostituiva il Partito Socialista nella politica frontista, approfondiva la frattura provocata nell'area di sinistra dal passaggio dei socialisti tra le forze di Governo.
La strategia comunista, al di là degli sviluppi contingenti, rimane infatti sostanzialmente quella che l'on. Togliatti delineò nell'immediato dopoguerra e che consisteva nella volontà di utilizzare i socialisti in funzione puramente strumentale, come pedina avanzata verso ceti piccolo-borghesi e nella sollecitazione di un dialogo con forze del mondo cattolico.
Questa linea di fondo del Partito Comunista richiede estrema duttilità di manovra e presenta difficoltà tali, che soltanto la massima libertà di movimento può permettere di superare. Per questo i comunisti italiani sono oggi i più gelosi custodi della autonomia dei partiti comunisti sul terreno della tattica immediata e reclamano libertà di manovra, pur nei limiti della loro soggezione agli indirizzi di quello che tuttora resta lo "Stato-guida". La perplessità con la quale il comunismo italiano accolse la proposta sovietica di una pubblica condanna della Cina rientra in questa linea.
Lo rivela in modo inequivoco il promemoria dell'on. Togliatti, pubblicato poco dopo la sua morte, che davvero appare, quasi per un misterioso presentimento, ad un tempo testamento e sintesi di una esperienza politica. Il civile rispetto cui inducono ad un tempo la maestà della morte e il riconoscimento dell'avversario tenace ed impegnato, non ci possono velare l'obiettività del giudizio politico.
Quel documento rivela ancora il prevalere di motivi tattici e di metodo sul vigore di persuasioni di fondo e sulla chiarezza delle scelte: la non ripulsa delle radicali impostazioni cinesi; la immobilistica visione d un urto finale tra comunismo e suoi avversari globalmente presi, che postula l'unità delle forze al di là delle profonde fratture che le dividono; la tattica del lento aggiramento dei problemi su cui si impernia il conflitto, nella speranza che qualcosa avvenga ad impedire la scelta perentoria richiesta dal P.C.U.S., qui d'altra parte non si rifiuta; la preoccupazione dominante — teniamolo presente — che l'urto delle due tendenze provochi l'insorgenza di movimenti secessionisti nei singoli partiti, nel Partito Comunista Italiano specialmente (ed esso già ne denuncia le avvisaglie), in luogo della ferrea organizzazione unitaria; il pluralismo nazionalistico dei partiti comunisti, come metodo per farli più penetranti e intimamente dirompenti delle strutture democratiche; la preoccupazione che la grezza propaganda ateistica dell'Unione Sovietica non sia il metodo migliore per il "superamento" (notate) della coscienza religiosa. Lo si direbbe un documento senza speranza nella forza, alla fine vittoriosa, delle idee e degli orientamenti, e tutto proteso nella fiducia che l'empirismo tattico, utilizzando le contraddizioni e le debolezze degli schieramenti democratici, riesca per arrigamento laddove non è più possibile conquistare, con l'aperto assalto delle idee, la coscienza popolare! Forse quella morte e questa voce postuma aprono uno squarcio che può far meglio comprendere la complessità e, sotto certi aspetti, la contraddittorietà dei problemi oggi aperti nel Partito Comunista.
Dicemmo che la duttile politica di questo partito, liberatosi da lungo tempo dallo sterile estremismo di sinistra, ha mirato, nonostante l'esistenza di un indirizzo di fondo, a tenere aperte tutte le porte. Nei confronti del centro-sinistra, ad esempio, Togliatti lasciava aperta sia la linea dell'inserimento nell'area della maggioranza, sia quella della rottura della coalizione e della erezione di un nuovo composito fronte egemonizzato dal Partito Comunista (e per questo consentiva, sotto l'ala del suolo prestigio, la presenza operativa di Amendola e, ad un tempo, di Ingrao).
L'azione di Togliatti, il suo troppo elogiato moderatismo tattico, nasceva appunto da una fredda considerazione della realtà internazionale e della situazione interna del Paese. Fin dal dopoguerra il Partito Comunista scelse la strada della collaborazione governativa e della lenta penetrazione non solo a livello popolare ma anche ai vertici politici dirigenziali, culturali, religiosi ed economici, nella convinzione che gli accordi di Yalta e le circostanze mondiali non permettevano una azione rivoluzionaria. Fu intransigente assertore dell'ortodossia leninista e nello steso tempo non rifuggiva da atteggiamenti filoliberali.
In tal modo Togliatti riuscì non soltanto a rafforzare quantitativamente il Partito Comunista e il suo elettorato, a creargli aree di simpatia in ambienti della sinistra laica e talvolta cattolica, ma anche a comporre abilmente le gravi fratture esistenti nel suo partito, nel quale certamente esistono tendenze revisionistiche e tendenze di conservazione, orientamenti volti ad accentuare la politica di inserimento nell'area della maggioranza e orientamenti tendenti alla rottura del presente equilibrio, correnti lassiste sul piano ideologico e correnti di più rigida difesa del livello dottrinale ed etico del Partito Comunista. Togliatti lascia quindi una eredità ben difficile da conservare, che metterà a dura prova le doti di chi gli succede.
Di qui l'urgenza, per la politica di centro-sinistra, di mantenere valida e ribadire in ogni occasioni la delimitazione della maggioranza, «che non è — come dissi alla Camera — ovvio riconoscimento di un dato di fatto, ma esprimere un fermo indirizzo politico e indica un significato di impegno comune ai quattro partiti e al Governo da essi espresso»; di qui obbligo di non lasciare alcun dubbio circa la nostra ferma determinazione di chiudere rigidamente le frontiere che ci separano dal Partito Comunista, anzi di contrapporci incessantemente ad esso su piano dei principi e dei metodi!
Inaccettabile è quindi la tesi di chi si illude di intravvedere movimenti nuovi agitare le acque stagnanti del Partito Comunista: fermenti positivi, secondo certuni, tanto da indurli ad ipotizzare un vago "centro-sinistra avanzato" o a teorizzare su una possibile utilizzazione democratica del comunismo. Se i fermenti sono quelli che vengono enunciati, sempre in termini cauti, sfuggenti e provvisoria, come alcune recenti, certo intelligenti ed abili, affermazioni di Ingrao, — e non ne vediamo altri che valgano a modificare i fatti ampiamente provati dalla storia — non troviamo assolutamente motivo per cambiare il nostro giudizio: si tratta di affermazioni ambigue, che non mutano in niente la sostanza antidemocratica dell'ideologia del comunismo, la sua incapacità di garantire il principio della "reversibilità del potere". Per noi restano valide tutte le ragioni della nostra opposizione radicale al comunismo, dal quale ci differenziamo nel modo più netto, per la nostra ispirazione cristiana, per la diversa concezione della persona umana e della società, per la sincera e non tattica adesione al metodo democratico. Nei confronti del comunismo la Democrazia Cristiana si pone in una posizione di lotta, di scontro e di sfida!
Noi democratici cristiani diciamo "no" al comunismo, perché il comunismo sostanzialmente non è cambiato: è appunto la nostra vocazione cristiana e democratica a motivare questa intransigenza anticomunista. Il nostro è infatti un umanesimo cristiano che tende, con il metodo della libertà, all'elevazione dell'uomo, considerato soggetto e non oggetto della esistenza. Oggetto, invece, rimane ineluttabilmente l'uomo afferrato dal meccanismo comunista, nel quale, mancando lo spazio per la persona e per la libertà, è impossibile ogni autentica e libera cultura, ogni vera storia.
Ieri come oggi, il comunismo sta operando l'assurdo tentativo di cui parla “Mater et Magistra", proteso a voler «comporre (come essa dice) un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento, invece, il quale soltanto può reggere; a voler celebrare la grandezza dell'uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce ed alla quale si alimenta, cioè rifiutando e, se possibile, estinguendo il suo anelito verso Dio». Per questo nostro "no" al comunismo non subisce alcun mutamento!

La Democrazia Cristiana e la società

Un Partito che per l'ispirazione cristiana prenda consapevolezza della drammaticità dei problemi presenti in questa epoca di transizione deve perciò guardare con coraggio a tutti ed a ciascuno di essi per essere coerentemente presente nella guida del movimento storico.
1) Anzitutto noi guardiamo con preoccupazione al tentativo in atto e largamente riuscito, in un certo senso, di strumentalizzare la cultura alle forze della politica e della produzione; eppure io credo, a patto che lo si voglia veramente, che sia possibile vincere le resistenze di una corrente che sembra inevitabilmente trascinare la cultura italiana a perdersi nelle secche di un sofisticato materialismo. Anche la nostra difesa della scuola libera — le cui implicazioni sono per la Democrazia Cristiana un impegno determinante — s'inquadra in questa visione: non vogliamo difendere i privilegi, ma crediamo che sia positivo per il Paese assicurare il più vasto fiorire di autonome iniziative culturali.
Abbiamo più volte sostenuto che il problema della scuola deve essere al primo posto nei nostri programmi. Alla scuola è affidata la funzione di coltivare armonicamente lo sviluppo della persona umana, valore primario della vita sociale; ad essa è demandato un compito di giustizia, perequando i "punti di partenza" dei singoli cittadini.
2) La disgregazione, dicevo, ha il suo punto culminante nella famiglia: le mutate condizioni di vita pongono ad essa nuovi problemi, anche se nel fondo viene emergendo l'esistenza di riscoprire, in una nuova prospettiva, la sua insostituibile funzione di società primaria. La tutela dell'autonomia familiare diviene perciò un dovere nel momento in cui le questioni dell'urbanistica, della scuola, delta sicurezza sociale, della tutela del lavoro vengono da non pochi esaminate e risolte prescindendo da questa esigenza.
In questa prospettiva va inquadrato il problema della riforma dei codici, per quanto attiene il diritto familiare.
3) Col problema della famiglia coincide l'importante questione femminile. La crescita della società democratica passa anche attraverso la promozione civile e culturale della donna, alla quale occorre garantire il libero esercizio del suo Primario diritto-dovere di madre e di tutrice dei valori familiari.
Non esistono però motivi perché si tenti di bloccare la presenza femminile nell'attività extra-familiare: è una tendenza anch'essa irreversibile nella società moderna, che non deve essere contrastata, sibbene coordinata con la funzione primaria della donna, orientandone il lavoro verso attività compatibili con la sua natura e con i suoi compiti familiari, ed apprestando idonee misure di sicurezza sociale.
4) Il tema della famiglia suggerisce il problema dei giovani, protagonisti delle modificazioni in atto nella società. Le nuove generazioni dimostrano estrema cautela di fronte agli impegni d'ordine civile, mostrano una tendenza a diffidare delle ideologie, che essi reputano espressioni di arcaica e confusa retorica. Il loro stesso associazionismo non segue le costanti che animarono l'entusiasmo dei movimenti giovanili nel dopoguerra. Non possiamo ignorare la propensione della gioventù verso le cose concrete.
Per i giovani bisogna anzitutto procedere al riconoscimento non platonico dell'associazionismo giovanile, inserire in una visione dinamica della società la presenza di movimenti sia politici che studenteschi, religiosi, educativi, sindacali, e ricreativi. Dovremo perciò una buona volta affrontare i problemi tipicamente giovanili che concernono la cultura, il tempo libero, lo sport, il turismo, l'orientamento professionale, la tutela del lavoro giovanile.
5) La vita familiare è intimamente connessa con la casa. Questa acquista un peso non secondario nel ristabilire i valori di civiltà che difendiamo. Ecco perché la nostra politica della casa non può essere una qualsiasi politica edilizia. Ciò porta subito a considerare — tra le condizioni essenziali per l'affermarsi di una società nuova a dimensioni umane — il valore della città: città che non può essere contrapposta alla campagna, sicché l'una rappresenti la civiltà e l'altra la natura; la città semmai deve rappresentare la sintesi dei valori, in un equilibrio armonico delle sue strutture, integratrici e liberatrici, nello stesso tempo, della persona umana.
Il problema ha vastissime dimensioni, che non possono esaurirsi in una relazione congressuale; né le prospettive di risoluzione possono essere a breve termine. Occorre, però, non ignorare queste esigenze o addirittura, di fatto, contraddirle, ma comprenderle in un'organica prospettiva, utilizzando le varie esperienze compiute nel nostro e in altri Paesi.
6) la questione rurale è nella tradizione del nostro Partito, che nel suo sorgere si alimentò alle forze contadine e ancor oggi le interpreta in larga parte. Bisogna anzitutto abbandonare l'opinione che, a risolvere i problemi sociali del mondo agricolo, bastino riforme limitate al trasferimento della proprietà del podere. Questo trasferimento meccanico del titolo proprietario dal concedente al contadino non è sufficiente a risolvere nel tempo il disagio sociale, frutto di una complessa realtà di fattori.
Il nostro tradizionale favore per la coltivazione diretta deve essere adeguato i tempi, dare vita ad unità a conduzione familiare di razionali dimensioni. Esse devono trovare una loro integrazione, non soltanto tecnica ed economica ma anche sociale, in libere cooperative, la cui positiva funzione è stata da tempo collaudata in altri Paesi. E laddove l'agricoltura dovrà passare dalla fase artigianale a quella industriale, cioè dove non prevarranno le culture pregiate, la cooperazione non è sufficiente: qui bisognerà realizzare un tipo di società più unificante, che serva nello stesso tempo ad impegnare e valorizzare la famiglia contadina, utilizzando i benefici della grande azienda.
Comunque, occorre che l'attività agricola diventi una professione qualificata. Da tutte le forze del lavoro del mondo rurale occorre trarre i nuovi imprenditori agricoli, capaci di gestire le aziende secondo moderne concezioni organizzative e tecniche, e in grado di integrare l'agricoltura con l'industria, per inserirla efficacemente nel mercato.
7) Altrettanto grave e complessa si presenta la situazione nel mondo dell'industria: è qui che si hanno le più gravi tensioni sociali; è qui che la crisi della civiltà ha trovato la sua matrice e trova il suo alimento.
Noi sappiamo bene che in regime democratico il rapporto fra mondo imprenditoriale e mondo del lavoro è di per sé un rapporto dialettico, per la necessità di libere contraddizioni, fondate sulle esigenze di parti contrapposte. Riteniamo però che al di sopra di tale pur necessaria dialettica, incentivo utile allo stesso sviluppo economico, sia possibile stabilire nell'impresa, nel mondo industriale, rapporti diversi, ispirati ad un fine che dev'essere comune: e ricordiamo qui il solenne monito che Paolo VI nel recente discorso rivolgeva agli imprenditori cattolici. Proprio in questa sede noi richiamiamo gli imprenditori e le dirigenze aziendali ai loro precisi doveri, nel convincimento che il loro contributo, purché non espresso in forme di insopportabile paternalismo, può essere essenziale alla ricomposizione in unità della società civile.
Soprattutto, però, la nostra attenzione si rivolge al vasto mondo del lavoro, del quale la Democrazia Cristiana è la massima interprete per i suffragi elettorali conseguiti e per la sua natura di Partito idealmente e storicamente legato al mondo dei contadini, degli operai, degli impiegati, dei liberi professionisti. Non a caso il Partito dal quale traiamo origine si chiamò "popolare", a testimonianza di una realtà di partecipazione e di impegno.
È una grave distorsione della verità attribuirci la tendenza a strumentalizzare le masse lavoratrici che ci seguono e ci sostengono, per finalità contrastanti con i loro interessi e le loro esigenze. In una visione della società che le renda libere dalla umiliazione dei sistemi conservatori e dalla alienazione propria del collettivismo di Stato, il nostro impegno è al loro servizio, la nostra costante opera è alla loro difesa, non solo per le nostre idee, ma perché, stante la composizione della società italiana, è difficilmente contestabile alla Democrazia Cristiana la rappresentanza diretta di larghissime, forse le più larghe masse di lavoratori.

Lo Stato

Queste considerazioni ci riportano all'assunto fondamentale: la cultura, l'economia e la politica, per la nostra concezione della vita e del mondo, devono essere costantemente riferire all'uomo, alla sua inscindibile unità di individuo e di componente della società, alla persona umana cui la comunità deve essere ordinata. Di questa comunità, delle sue esigenze d'ordine e di libertà, delle condizioni permanenti della sua esistenza e del suo operare, del suo articolarsi in sfere di autonomia individuale e sociale e in necessari apparati di autorità e di potere, è forma necessaria lo Stato, ordinamento giuridico che per i suoi attributi di originarietà e di completezza, per essere espressione storicamente definita dell'unità di tradizioni e degli ideali permanenti della Nazione, si pone come l'organizzazione fondamentale e sovrana della comunità.

Il funzionamento del parlamento

E incominciamo dal Parlamento: per quanto attiene il suo funzionamento — ché non è in discussione né la struttura né il metodo della sua formazione — occorrerà certo adoperarsi per adeguare la sua attività e quella dei suoi membri alle esigenze di una moderna democrazia. Riforme appaiono auspicabili sul piano della disciplina delle sue procedure interne, così come su quello della interna prassi organizzativa: tra queste, una più razionale organizzazione dei lavori parlamentari, per quanto riguarda una più concentrata distribuzione nel tempo e lo snellimento e l'ammodernamento dei metodi di lavoro.
Occorre inoltre difendere il Parlamento dallo scadimento di funzionalità e dal discredito in cui cadrebbe, ove il nostro sistema politico degenerasse in regime assembleare se non addirittura in Convenzione, ove la razionalità cede il posto alla passionalità, la prudenza alla temerarietà, la serietà alla demagogia. Ricordiamo che solo garantendo un'utile e corretta funzionalità democratica del Parlamento se ne tutela e se ne esalta il necessario prestigio!

La funzionalità dell'esecutivo

D'altra parte, la vita di una moderna società, per il rapido insorgere dei problemi, per il celere esaurirsi delle occasioni e delle possibilità, richiede una prontezza di decisione, che si possono realizzare soltanto con l'esistenza di un Esecutivo democraticamente e responsabilmente forte, portatore, interprete e realizzatore di una linea politica.
La libertà non fu mai minacciata o compromessa da Governi democratici operativamente decisi, sottoposti al controllo del Parlamento e del popolo, ma responsabilmente forti e dotati dei necessari poteri: sono questi i Governi che hanno fatto grandi le «grandi democrazie»; sono i Governi deboli, senza responsabilità, senza unitarietà di indirizzo, senza lealtà di collaborazione, a causare la rovina dei regimi democratici!
Un libero Parlamento efficiente e un Governo responsabilmente autorevole: questi sono i pilastri della democrazia moderna!

I partiti nello Stato democratico

Con il problema della rappresentatività, del prestigio e della efficienza del Parlamento, con il problema della capacità operativa e della responsabile autorità dell'Esecutivo è collegato il delicato e difficile problema della funzionalità dei partiti in un moderno Stato democratico. Ma a questo proposito dobbiamo porre in guardia noi stessi e la pubblica opinione di fronte a certe critiche sistematiche e globali contro il cosiddetto sistema dei partiti, critiche che, tra l'altro, non sfociano nella formulazione di alcuna proposta concreta ed apprezzabile. La verità è che il regime dei partiti è essenziale al regime delle libertà: senza i partiti, senza queste organizzazioni permanenti e responsabili di azione politica, con una propria ideologia e con un proprio programma, la lotta politica sarebbe un confuso e non produttivo agitarsi di fazioni e di personalismi.
Non vi sono Stati democratici senza veri partiti, che organizzino e diano un segno unitario alla vita politica e alla libera e competitiva partecipazione dei cittadini al Governo del Paese; e non vi sono regimi in cui operino e agiscano veri e liberi partiti, che non siano regimi di libertà e di democrazia!

I sindacati nella vita dello Stato

Di carattere più limitato, ma non meno impegnativo, è il problema del collocamento dei sindacati, così come delle altre organizzazioni dei fattori della produzione, nella vita dello Stato.
Deve essere anzitutto ben chiaro che, mentre sul piano economico sono i sindacati e le altre organizzazioni dei fattori produttivi i soggetti propri dei rapporti relativi e i termini della dialettica che ne consegue, sul piano politico il loro peso non può assumere un valore decisorio in materia politica, sia pure di politica economica, sempre che si vogliano mantenere al nostro regime i suoi connotati. Questo valore non può non spettare al potere politico, che è l'unica espressione della unitaria sovranità popolare: altrimenti ne verrebbe menomata la preminente funzione di mediazione e di unificazione, e verrebbe, a ben guardare, minacciata la stessa libertà ed autonomia delle organizzazioni sindacali, e travisata la loro insostituibile funzione.
Siamo però ben consapevoli che in un regime di assestamento giuridico e politico, come quello in cui stiamo vivendo, la funzione dei sindacati va acquistando sempre maggiore rilievo, così come del resto indicano le esperienze di grandi e consolidate democrazie. Sappiamo certamente che cosa rappresenta per il nostro Paese la presenza di un sindacato in cui il peso di una volontà politica radicalmente polemica nei confronti del sistema si fa sentire in misura tanto massiccia: ciò non può tuttavia indurci a negare che il nostro regime economico, con le sue esigenze, non meno che il nostro regime democratico, cui peraltro aderiscono vasti schieramenti sindacali, tra i quali ricordiamo con spirito di particolare apprezzamento ed amicizia la Confederazione Italiana dei Sindacati dei Lavoratori (la CISL), comportano la presenza di queste organizzazioni non solo nella dialettica economica, ma anche — sia pure in forma indiretta e con particolare modalità — nei processi di formazione degli indirizzi politici.

Il problema delle autonomie locali: le regioni

Il problema della pubblica amministrazione, della rispondenza dei pubblici poteri alle esigenze tradizionali e nuove, della comunità, non potrà essere affrontato e risolto in modo adeguato se non in connessione con il problema delle autonomie locali.
Le autonomie locali hanno sempre avuto ed hanno anche oggi tanta parte nella nostra tradizione politica e nella nostra visione dello Stato: basterà qui ricordare che esse, a nostro avviso, si ricollegano ai valori fondamentali dell'autonomia e della libera iniziativa dei singoli e dei gruppi sociali, e alla nostra visione pluralistica della società.
Non possiamo, quindi, condividere le obiezioni di principio che si formulano all'ordinamento regionale, fondate ore su una concezione rigidamente statualistica della società, ora su una visione essenzialmente burocratica dello Stato. Né possiamo condividere il timore che tale riforma possa rompere o incrinare l'unità civile, morale e politica della Nazione italiana, convinti come siamo che l'unità nazionale, d'altronde consacrata dalla stessa Costituzione nel carattere unitario dello Stato repubblicano, sia un bene acquisito definitivamente alla coscienza del nostro popolo, un valore essenziale della nostra stessa vita culturale e della nostra tradizione giuridica. L'unità nazionale è fondata su qualcosa di ben più valido della uniformità amministrativa o anche legislativa: sulla nostra storia comune, sull'unità della nostra lingua, che della nostra stessa unità politica fu madre, sulla solidarietà creata dalle lotte combattute insieme.
Il problema dell'attuazione dell'ordinamento regionale ha una sua reale dimensione politica, nella misura della quale, come noi pensiamo, ai nuovi centri di potere, una volta costituiti, dovrà essere assicurata una vita ordinata attraverso la costituzione di maggioranze stabili, democratiche, omogenee. Ed ha una sua dimensione economica e finanziaria, su cui responsabilmente, specie in ordine alla presente congiuntura, è stata portata la nostra attenzione anche in occasione della recente intesa di Governo.
II Parlamento è seriamente e consapevolmente impegnato nella elaborazione delle varie leggi necessarie alla graduale attuazione dell'ordinamento regionale, attuazione che non è realisticamente ipotizzabile, in relazione al necessario iter parlamentare, se non in tempi che presumibilmente dovrebbero porre l'economia italiana fuori dalla stretta congiunturale. A questo impegno, nella prospettiva di una ordinata attuazione delle Regioni ad autonomia normale, in un regime politico di stabilità e in un regime finanziario ed economico serio e responsabile, noi rimaniamo fedeli.
I problemi relativi sono responsabilmente valutati dal Parlamento. Ad essi dovranno però aggiungersi la presentazione e l'emanazione delle fondamentali leggi-quadro, che chiaramente definiscano la sfera di competenza delle Regioni, sia dal punto di vista della materia che delle funzioni. Ma tali leggi-quadro implicano, nel tempo (ma il più presto possibile), un generale piano di rinnovamento dell'attuale legislazione, in particolare della legge comunale e provinciale, delle norme sui consorzi, della riforma tributaria, della finanza locale e della pubblica amministrazione.
Certamente non richiediamo la contemporaneità cronologica dell'intero complesso di riforme, ma ci sembra indispensabile la soluzione dei singoli problemi nell'ambito di una ben studiata e meditata revisione generale. Altrimenti l'attuazione dell'ordinamento regionale perderebbe ogni effettiva giustificazione, che non fosse quella formale dell'adempimento di una norma della Costituzione.

Le province ed i comuni

È per questo motivo che, anche in questa sede, richiamiamo l'attenzione del Governo e del Parlamento sull'urgenza di affrontare il problema della riforma delle Province e dei Comuni.
E a questo proposito vorrei che non dimenticassimo che sono i Comuni, entità elementari della realtà sociale, quotidianamente presenti ad ogni cittadino, gli strumenti primari per realizzare una società libera e progredita; mentre non è da sottovalutarsi la funzione delle Province, per il ruolo di specializzazione nello svolgimento di importanti servizi pubblici di cui sono competenti. Colgo qui l'occasione per rinnovare a voi, amici amministratori di Enti locali, l'espressione della nostra gratitudine per i servizi resi alla Nazione e al Partito. Tra breve le elezioni sottoporranno al giudizio dell'elettorato la vostra opera: noi abbiamo le prove che avete lavorato bene, che il vostro impegno è stato produttivo per le vostre città e per le vostre città e per le vostre terre. La battaglia elettorale sarà però dura e difficile, e ciascuno di voi è chiamato a collaborare, in un solidale sforzo di difesa e di conquista del suffragio popolare. E' un campo assai vasto quello che abbiamo delineato per una organica politica dello Stato, un campo però che deve richiamarci a un prioritario impegno: v'è cioè per il nostro Partito il dovere di portare avanti nella coscienza dei cittadini, nel Parlamento, un discorso serio ed organico sulla costruzione di uno Stato moderno. A questo dovere ci chiama il nostro senso dello Stato.

La politica economica

E veniamo ora alle prospettive della nostra azione in campo economico. È qui che si incentra e si sviluppa la più vivace polemica da parte delle estreme dello schieramento politico.
La destra, sorretta da una certa pubblicistica, continua a configurarsi gli sviluppi della politica economica in Italia come una china, lungo la quale — connivente la Democrazia Cristiana — si andrebbe scivolando fino a raggiungere una società marxista o quanto meno collettivistica. E ciò per le condizioni che si andrebbero creando nel tessuto economico del Paese per la compressione dell'iniziativa dei cittadini, per il logoramento, se non per la distruzione, dei canoni fondamentali propri dell'economia libera.
D'altra parte, il Partito Comunista e le forze che lo assecondano (e che rappresentano il conformismo d'opposizione) hanno premuto e continuano a premere, con impazienza, ai confini del centrosinistra e puntano, essi sì, allo sradicamento del nostro sistema economico: hanno messo in movimento tutte le forze e le riserve disponibili, respingendo — indifferenti ai concreti danni che ne deriverebbero alle masse — ogni ragionevole invito a non compromettere la correzione della congiuntura, per premere con articolata manovra su tutto il contesto economico allo scopo di oltrepassare i limiti della resistenza.
Da parte nostra, è quindi necessario indicare con estrema chiarezza, consapevolezza e coerenza, le prospettive di azione immediata e di sviluppo futuro, alla luce dei principi che ci ispirano a delle intuizioni di fondo che l'esperienza e la dottrina economica moderna ci forniscono.
Nel passato il nostro dibattito, in questo campo, si è svolto soprattutto attorno ai problemi e alle scelte di fondo del sistema economico e sociale del Paese; pur restando aderenti a questa necessità, ritengo che dobbiamo, in questo particolare momento, preliminarmente soffermarci sui problemi certamente contingenti, ma pur gravi e impegnativi, dell'attuale situazione economica. D'altra parte, quale validità avrebbero le soluzioni a lungo termine, se non potessimo garantire, senza soste e senza turbamenti, l'ordinato e continuo progresso di tutto il sistema?

L'attuale situazione economica

Rilevanti permangono le divergenze di opinioni sulle cause delle nostre difficoltà congiunturali, ma una singolare concordanza si è raggiunta nella diagnosi. È da questa diagnosi che vorrei partire per facilitare il dibattito su una piattaforma largamente accettabile: è stato riconosciuto che la poco favorevole situazione congiunturale che caratterizza l'economia italiana da circa tre anni è da rapportarsi ad un sostanziale squilibrio fra quanto si consuma e quanto si produce all'interno e si può importare dall'estero. L'eccesso della domanda rispetto all'offerta globale ha provocato, in un primo tempo, un notevole aggravio del deficit dei nostri conti con l'estero, ed insieme ad esso un sostenuto aumento dei prezzi; in un secondo tempo (quando una serie di interventi posti in essere dai Governi hanno costretto la domanda in più giuste proporzioni, non solo quantitative ma anche qualitative, il ritmo di crescita dei prezzi si è attenuato e ci si è avviati alla conquista della stabilità), sono apparsi i primi sintomi di un rallentamento dell'attività produttiva e quindi della crescita del reddito. Minori prospettive di espansione della domanda interna, carenza di risparmio da destinare ad investimenti, hanno modificato la situazione iniziale: siamo entrati così nella fase più difficile, ma perciò risolutiva, della evoluzione della congiuntura, nella quale, pur rimanendo prevalente e preminente l'obiettivo di assicurare la stabilità monetaria, sono stati i problemi in tema di investimenti e quindi di livello d'occupazione.
Ed è stato proprio in questa fase, che è più vicina cronologicamente, che il Governo ha avuto modo — anche sul difficile terreno delle misure anticongiunturali — di dimostrare la sua vocazione autenticamente popolare.
Sarebbe stato indubbiamente facile portare a termine, anche in un ristretto numero di mesi, il processo di stabilizzazione della lira attraverso l'ulteriore contenimento della liquidità del mercato. Bastava in tal senso dar precise disposizioni nella direzione delle due fonti di creazione di mezzi monetari: Tesoro e Istituto di emissione. Una netta e prolungata nel tempo diminuzione nella crescita dei mezzi di pagamento avrebbe ricostituito l'equilibrio interno fra domanda ed offerta attraverso una forte contrazione della domanda, ma, contemporaneamente, avrebbe provocato una forte caduta della produzione e quindi del livello d'occupazione.
La Democrazia Cristiana ha respinto una tale politica: questa politica, e non quella da noi posta in essere, avrebbe fatto pagare ai lavoratori il costo della stabilizzazione. Ciò che invece abbiamo definito coi partiti alleati nelle trattative di Villa Madama, è una politica sostanzialmente diversa, anzi contrapposta a quella facile e tradizionale, che nemmeno si è presa in considerazione.
Posta a riparo la lira da qualsiasi speculazione sul piano internazionale, grazie ai prestiti che ci furono assicurati nello scorso mese di marzo, ma soprattutto grazie alla ripresa delle esportazioni, su proposta della Democrazia Cristiana, i quattro partiti del centro-sinistra convennero a Villa Madama sulla necessità di una complessa manovra che ha trovato pratica realizzazione nei provvedimenti anticongiunturali deliberati dal Consiglio dei Ministri riunitosi il 31 agosto. Si decise allora, di fronte ai primi sintomi di rallentamento produttivo, messi in luce proprio dal miglioramento della bilancia dei pagamenti, che denunciò un calo nelle importazioni di beni strumentali e di materie prime per l'industria, di continuare a scoraggiare la domanda interna ma limitatamente ai beni non di prima necessità e di destinare i nuovi e maggiori introiti che sarebbero derivati dai provvedimenti fiscali — nessuno dei quali avrebbe dovuto colpire i lavoratori — a sostegno della produzione, apprestando per essa più alti motivi di redditività e quindi ponendola in grado di affrontare con più probabilità di successo la concorrenza internazionale e lo stesso mercato interno.
Oltre che alla situazione produttiva dell'industria in generale, particolare attenzione si dedicò all'industria edilizia: sia facendovi affluire, attraverso il credito, i mezzi finanziari, sia rivedendo i contributi che lo Stato assicura a tale importante settore della vita produttiva del Paese, specialmente dal punto di vista occupazionale.
Di fronte a questa complessa manovra — che ha trovato il suo finanziamento in provvedimenti fiscali che non gravano sui generi alimentari, sui mezzi per l'agricoltura e, in generale, sui meno abbienti — non può affermarsi che si tratti, come i comunisti hanno affermato, di costo della stabilizzazione posto a carico della classe lavoratrice.
Né crediamo, come sostengono le opposizioni di destra, che i recenti provvedimenti non fossero adeguati alla situazione presente, in funzione della quale, come si è detto, sono invece stati concepiti. Che del resto la opposizione delle destre sia soltanto un fatto di mera speculazione politica lo si deduce dalla constatazione che le categorie imprenditoriali hanno pubblicamente dichiarato la coerenza degli interventi governativi alla situazione di fronte alla quale ci troviamo.
D'altra parte, dobbiamo riaffermare vigorosamente che bisogna ritornare, sulla base della conseguita stabilità monetaria, al ritmo di sviluppo raggiunto nel passato, riconseguirlo e mantenerlo, se vogliamo raggiungere due obiettivi che restano fuori discussione: portare a termine il processo di piena occupazione nel quadro di una espansione più equilibrata delle regioni, specie di quelle meridionali, e dare al Paese quelle dotazioni, quei servizi, quelle prestazioni che l'azione pubblica ha il dovere di fornire e che il livello dei redditi — da raggiungere a livello di piena occupazione — permette, anzi, impone di elargire in misura non esigua.
Il nostro primo obiettivo è perciò quello di ripristinare comunque l'intensità dello sviluppo globale e con esso rimettere in moto il processo di crescita dell'occupazione, sulla base di una moneta stabile, di una bilancia dei pagamenti equilibrata come nel recente passato.

Il rapporto tra congiuntura e struttura

Ma oggi si pone anche il problema del contemperamento tra l'azione riformatrice e l'iniziativa per il mantenimento e l'espansione del bene conseguito: contemperamento che deve essere fatto di saggezza e di coraggio, fuori dalla tentazione di coloro che vogliono che vengano poste, sotto le fondamenta del sistema che ci siamo applicati a riformare ma non a distruggere, cariche esplosive che lo dilacerino, per decretarne la impossibilità di sopravvivenza e la necessità di radicale sostituzione.
Voler distinguere, nella complessa azione che dobbiamo intraprendere, tempi nettamente separati per accantonare ogni problema di fondo del nostro progresso economico e civile, per concentrarsi sulla soluzione dei cosiddetti problemi congiunturali, sarebbe altrettanto errato che voler premere l'acceleratore per risolvere i primi senza tener conto degli squilibri di breve periodo che occorre sollecitamente correggere.
Non dobbiamo, infatti, nel determinare responsabilmente la nostra azione, tenere presente solo questi ultimi ed operare su di essi come se la congiuntura fosse una parentesi accidentale, da chiudere al più presto, senza riconoscere che essa affonda le sue naturali radici nelle strutture da cui essa è nata; così come non dobbiamo ignorare che ogni azione di fondo, operata in un certo momento e secondo determinate modalità, creerà reazioni diverse in relazione proprio al momento e alle modalità.

Significato di una politica di programmazione

Il progresso ordinato di un Paese industrializzato, quale è ormai il nostro richiede che si verifichino una pluralità di condizioni. Di queste, due a me sembrano fondamentali. La prima è che una quota sufficiente delle risorse prodotte — in un rapporto ben determinato con la quota destinata ai consumi privati — sia destinata ad aumentare la quantità e la produttività degli occupati e le dotazioni di interesse generale di cui la società ha bisogno.
Questo è il significato di una efficiente politica dei redditi. Si tratta di una esigenza affiorata in tutti i Paesi giunti ad una situazione di pieno impiego; si tratta di una esigenza che si pone anche da noi e che ha valore sia per la stabilizzazione del nostro sistema sia per il suo razionale sviluppo.
Ne risulta esaltato il senso di responsabilità di ciascuno e di tutti, e in particolare il senso di consapevolezza delle grandi organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori; la maturità, infine, di tutto il popolo italiano. Ed è per questo che, nella situazione attuale, a questa consapevolezza, a questa maturità noi pure facciamo appello.
La seconda delle due esigenze, che mi pare debba essere posta in evidenza, è che le risorse disponibili per gli impieghi produttivi e per le occorrenze dell'azione pubblica trovino utilizzazione secondo una visione globale che consenta precise ed armoniche priorità.
A questo punto si inserisce il discorso sulla programmazione. Non siamo giunti impreparati a questo genere di problemi: se consideriamo i dibattiti svoltisi negli ultimi tre Congressi, a Trento nel 1956, a Firenze nel 1959, a Napoli nel 1962, cioè nell'arco di tempo che comprende la parte più intensa del nostro sviluppo economico — e se ricordiamo la problematica ivi proposta dai Segretari politici del tempo, Fanfani e Moro — ci convinceremo che l'intensità di progresso del sistema non ci indusse mai a ritenere che i vecchi problemi non sarebbero sorti. Fu appunto questa attenta riflessione intorno ai problemi strutturali che ci indusse a porre già nel 1961, in occasione del I Convegno di San Pellegrino, il problema di una politica di programmazione.
Il dibattito svoltosi dopo il 1961 non pose in evidenza apprezzabili divergenze di opinioni intorno a questo indirizzo. La necessità di una politica programmata è stata da noi riconosciuta in relazione a due ordini di circostanze: sul piano economico e sociale rischierebbero di rimanere enunciazioni di principio se la modalità dell'azione da svolgere non venissero fissate con il massimo rigore possibile; sul piano tecnico ed economico, perché constatiamo che la pluralità di Amministrazioni e di Enti di cui si compone la sfera pubblica, la complessità delle azioni da svolgere nei vari settori, le intime e complesse relazioni che intercorrono tra le azioni stesse, non consentirebbero un'organica ed efficiente presenza, ove non si provvedesse ad organizzarle attraverso la formulazione di concreti programmi fra loro coordinati.
Noi riteniamo che una politica di programmazione sia non obiettivo e fine dell'azione dello Stato, bensì mezzo razionale ed efficiente per rendere l'azione stessa più efficace, per conseguire con maggior rapidità, con minori costi, senza sprechi, senza squilibri, gli scopi dell'ordinamento politico.
In questo senso, noi respingiamo la concezione che vede nella programmazione del collettivismo. Neghiamo perciò il consenso a qualsiasi intervento che, anche indirettamente, tenda a quel medesimo risultato; e ribadiamo che la D.C. non pensa ad altre nazionalizzazioni. Occorre anche affermare che la D.C. respinge le tesi, che pur vengono con insistenza avanzate, in tema di controllo totale del processo di autofinanziamento delle imprese.
Fra la politica di programmazione, così come noi la vediamo, ed economia di mercato non vi è contrasto. Non vogliamo costrizioni o vincoli al consumo e alla produzione, ma ordine, coordinamento, conoscenza di cosa si può fare e di come lo si può fare.
E in primo luogo, la programmazione è autodisciplina dello Stato e di tutti quegli Enti che dallo Stato traggono potestà; un'autodisciplina che, nella consapevolezza sia delle risorse disponibili sia delle esigenze di intervento, ordini l'uso di queste risorse nel quadro di una visione globale delle esigenze e delle relative priorità.
In secondo luogo, la programmazione è disciplina degli incentivi dello Stato, perché essi diventino — laddove è possibile, laddove non si pone l'esigenza dell'intervento diretto di promozione e di correzione — strumento di orientamento delle scelte individuali, per liberarle dal condizionamento esclusivo del profitto e indirizzarle al bene comune.

Il ruolo dell'Italia nella politica internazionale

La situazione internazionale esige un ruolo dell'Italia che, pur tenendo conto della sua forza, del suo potenziale economico, della sua reale incidenza nell'equilibrio delle alleanze e dei rapporti mondiali, esprime una nostra iniziativa nei confronti degli impegni cui siamo legati nell'ambito delle formazioni che li realizzano, ed indichi il contributo che il nostro Paese, sicuramente orientato sui temi della libertà e della solidarietà internazionale, può responsabilmente dare.

La NATO

La mobilità tipica dei due schieramenti, quale si è venuta determinando negli ultimi anni per effetto degli eventi di cui abbiamo discorso, unita ad inquietudini che si manifestano col sorgere nel cuore dell'Europa di fermenti nazionalistici, non sfugge al rischio di nuovi seri pericoli di collisione.
È dovere delle Nazioni che sentono più vivo il senso di responsabilità incoraggiare quindi la formazione di larghe unità che superino gli Stati nazionali, e ridurre il margine di anarchia e la proliferazione delle armi nucleari, incoraggiando le organizzazioni regionali, di cui la NATO offre l'esempio più evidente e la cui funzione stabilizzatrice ed equilibratrice risulta orma in modo certo. Il fatto che la NATO non trovi più motivo di discussione da parte di forze politiche che pure la combatterono con dura energia, è testimonianza della vitalità della scelta che il nostro Partito e le altre forze democratiche fecero in tempi difficili. Confermiamo oggi, con lo stesso spirito, quella scelta, affrontando con serenità i temi nuovi che l'alleanza comporta.
Attraverso la NATO, tendiamo al controllo di una forza atomica multilaterale, alla quale ci siamo dichiarati favorevoli, pur non nascondendoci né le difficoltà, che sono obiettive, né soprattutto che la forza multilaterale rappresenta sempre una seconda linea, quasi un espediente, rispetto alla vera soluzione, che resta quella dell'unica forza nucleare atlantica integrata.

La Comunità europea

Nel quadro, così delineato, della nostra alleanza occidentale, la stessa proiezione della politica sovietica, come dicevo prima, pone in termini più marcati il problema dell'integrazione europea. Dico: lo pone in termini sempre più necessariamente politici.
Prima, infatti, il problema dell'unità europea nasceva quasi dal di dentro, dalla persuasione, cioè, che un mercato comune confluente verso una unitaria autorità sovrannazionale non potesse reggere, alla lunga, se non in un organico sistema politico.
Oggi, la tendenza unificatrice deve trovare uno stimolo acceleratore nella tendenza kruscioviana — che diventerà sempre più irresistibile — a puntare verso una espansione nel continente europeo. La vecchia tecnica cara alla fantasia del leader sovietico, il quale offre con faccia amica argomenti di varia collaborazione agli Stati europei, coltiva nuovi motivi d'interesse e ricorda vecchi motivi di attrito, alternando le lusinghe con duri avvertimenti, accentua piuttosto ciò che divide che quello che unisce. Non a caso le sue visite di questi ultimi mesi hanno avuto per meta i Paesi dell'area democratica europea; e piena di significato è, proprio per il clima e il momento in cui avviene, la sua annunciata visita a Bonn.
Superare, a tutela dell'Occidente, le nostre divisioni continentali, riprendere il processo di unificazione, sia pure in via graduale, attraverso gli organismi esistenti, è un altro tema che oggi si affaccia come una missione urgente per tutti gli Stati europei.
Non saremo noi, comunque, a sottacere le gravi difficoltà in cui tale processo si muove: fra di esse, appunto, le iniziative del Presidente De Gaulle e la concezione dell'Europa che egli offre e quasi contrappone alla nostra. Ma non dobbiamo nemmeno sopravvalutare le difficoltà esistenti, né spingere la logica degli inevitabili risentimenti alle sue conseguenze estreme, che determinerebbero appunto la brusca interruzione di un fecondo cammino intrapreso. Il gollismo è, prima di tutto, uno stato d'animo: un atteggiamento di distacco rispetto alla Comunità Europea, concepita nelle dimensioni di un fatto tecnico avulso da ogni significato soprannazionale. In questo stato d'animo s'innesta una concezione terzaforzista dell'Europa: rifiutiamo questa concezione — anche per la sua contraddittoria presunzione che un'Europa unita esista già — così come rifiutiamo l'Europa delle Patrie. Ma non sarebbe certamente utile contrapporgli un atteggiamento a nostra volta sentimentale, piuttosto che improntato a realistiche valutazioni politiche; sarebbe errato cogliere, nella dialettica europea, più quel che ci divide che non quel che ci unisce. Quale che sia l'argomentazione prescelta dalla Francia, per esempio, per sollecitare la fusione degli Esecutivi comuni, resta il fatto, per noi positivo, che la fusione degli Esecutivi contribuisce a preparare la strada al Parlamento Europeo.
Insistiamo perciò sull'importanza di questa tappa, e respingiamo l'impostazione di coloro che la vorrebbero dilazionata nel tempo o comunque subordinata all'ingresso della Gran Bretagna nella Comunità. Noi riaffermiamo la nostra persuasione che la Gran Bretagna deve far parte integrante della Comunità Europea e la nostra volontà di perseguire tale fine; ma ciò non deve fermare il processo d'integrazione, nella misura in cui essa è possibile e coerente con la nostra concezione unitaria: cadremmo altrimenti in quell'immobilismo di cui si è amaramente parlato nell'ultimo Convegno dei Comuni d'Europa. Si tratta di operare in modo da non scoraggiare, bensì da accrescere le propensioni manifestatesi nel Regno Unito verso l'adesione: l'immobilismo pregiudiziale non ci sembra certo stimolante a sollecitarla.
Affermiamo, intanto, che la convocazione di un Parlamento Europeo a base democratica diretta è resa necessaria proprio dalla fusione degli Esecutivi comunitari. Qui si gioca, concretamente, la vera partita tra la nostra concezione dell'Europa, che è quella democratica, e quella autocratica; e l'accentuazione dei poteri dell'Esecutivo integrato, nel momento in cui importanti decisioni politiche ed economiche vanno trovando sempre più il loro naturale centro di gravitazione al di fuori dei rispettivi Paesi, non può non essere accompagnata dalla dilatazione dei poteri di controllo, cioè alla funzione che i singoli Parlamenti nazionali non sono più in grado di assolvere. È in questa prospettiva, noi pensiamo, che la Comunità dovrà decidere le linee maestre della sua proiezione interna.
Nel salto qualitativo dallo Stato nazionale allo Stato europeo, che troverà nel Parlamento soprannazionale la più adeguata cornice — quale che sia il tempo in cui avverrà — decisive appaiono, fin d'ora, le grandi forze ideali e politiche presenti in Europa. E determinante fra tutte deve essere, oggi come ieri, la forza democratico-cristiana.
Noi sappiamo quale carica ideale, quale varietà e ricchezza di iniziative politiche, quali centri attivi il mondo democratico-cristiano faccia vivere sul terreno europeo. Sappiamo come non vi sia stato insegnamento ed esperienza, nella lotta e nella testimonianza di questi partiti fratelli, che non abbia lasciato eco in mezzo a noi. Sappiamo che i nomi dei tre fondatori dell'Europa unita sono nomi di democratici cristiani.
A queste forze si fa appello qui, anche nella speranza che sia possibile presto unificare, senza più barriere nazionali, una forza politica immediatamente europea.

Il Terzo mondo

Ma a questo nostro mondo, che desideriamo ordinare in modo pacifico e solidale, la sfida più impegnativa viene dai Paesi in via di sviluppo.
Qui è la filosofia di tutto il mondo libero — quella dei diritti elementari dell'uomo, delle leggi inviolabili, delle libertà dalla schiavitù, dal bisogno, dalla fame — che è chiamata a dare in concreto una prova organica ed unitaria della sua validità e della sua efficacia.
Se noi comprenderemo che la pace consoliderà quando il Terzo Mondo troverà aiuti per combattere la sua guerra contro il bisogno; se comprenderemo come l'Unione Sovietica e la Cina aspirino oggi, concorrenzialmente, sì, ma pur sempre entrambe in funzione polemica nei confronti del mondo libero, ad accogliere positivamente la sfida che ha come terreno di azione il sottoproletariato dell'emisfero meridionale del globo, allora soltanto daremo un senso veramente universale alla grande competizione tra noi e il comunismo. Parlo della sfida di fondo, quella che né la distensione in atto, né il faticoso stabilirsi di un equilibrio pacifico hanno in alcun modo annullato.
In questo quadro, tutti i Paesi democratici e tutte le forze democratiche devono essere indotti a rivedere, in termini maggiormente dinamici, i loro atteggiamenti. La stessa alleanza atlantica — così come noi la concepiamo — deve adattarsi a questo genere di sfida.
In Africa, specialmente dove si sta cercando di costruire mercati comuni e di realizzare intese pluriazionali, tanto sforzo di unione rappresenta indubbiamente un fatto positivo. Ecco perché ci sembra che sia questo il momento in cui l'Europa debba più attivamente intervenire in Africa, nella convinzione che la pace dell'Africa è anche la nostra pace, che il progresso degli uomini in pace e in civiltà, ovunque essi vivano, quale che sia il loro colore, è anche il nostro progresso!

L'America latina

Ma un impegno non meno vasto e, sotto un certo profilo di attualità, anche più drammaticamente determinante, è quello che dovremo assumere nei confronti dell'America Latina.
Da due anni, almeno, la costante di fondo di ogni evento politico latino-americano è data dalla rapida ascesa, spesso in proporzioni geometriche, dei partiti democratico-cristiani.
La clamorosa vittoria di Frey nel Cile è la prima grande risposta di un partito democratico, ideologicamente ispirato a principi di intransigente libertà e d coraggioso progresso, alla esasperata ed abnorme sfida castrista contro la lunga stagnazione reazionaria dei Paesi latino-americani; essa può aprire un varco di impensabile ampiezza al successo delle forze democratico-cristiane di tutto il continente.
Siamo il secondo partito in Venezuela; vi sono fin d'ora prospettive incoraggianti per noi in Argentina, determinanti come siamo stati nell'elezione del Presidente Illia, e come restiamo per garantire sviluppi democratici e sociali ad una situazione votata altrimenti, in quel Paese, a nuove avventure dittatoriali. Esistiamo, tra l'opposizione e la clandestinità, spesso a prezzo di sacrifici e di sangue per tanti nostri amici dirigenti e militanti, in altri Paesi del centro e del sud-America. Se non una certezza maggioritaria, una bandiera di speranza siamo là dove si sono rapidamente esaurite le alternative radicali, ideologicamente inconsistenti.
Anche là il comunismo è apparso, con la sua presenza martellante e la sua logica inumana, a sottolineare tanti doveri non assolti, tante ingiustizie disseminate dalle caste dominanti. Il castrismo è la folle risposta a tanti interrogativi angosciosi; ma non è la sola risposta. Lungimiranti intuizioni e generoso senso cristiano portarono il Presidente Kennedy, a meno di due mesi dal suo ingresso alla Casa Bianca, nel marzo del 1961, a formulare la soluzione democratica chiamata "Alleanza per il Progresso", programma di aiuti e di interventi per l'America Latina.
Ma perché non si isterilisca in una mera azione assistenziale, senza il lievito di un contenuto politico di libertà e di avanzata democratica, è necessario che quello sforzo sia accompagnato da uno slancio politico, organicamente sorretto da solide strutture di partito.
È proprio questo slancio che ha fatto difetto, come già osservava il compianto Kennedy. Bisogna ricercare i partiti, ha detto, le associazioni, i raggruppamenti politici e non politici, a base economica, contadina, operaia, capaci di recare una adesione attiva e responsabile dal basso, una adesione popolare. Le nascenti forze democratico-cristiane, possono, in tempi anche lunghi, adempiere a questa funzione; possono davvero costituire il cemento politico unitario che prepara l'integrazione di domani, prima di tutto tra i Paesi latino-americano e poi tra questi e l'Occidente.
Sentiamo dunque tutto il fascino ed anche l'impegno di questi obiettivi, ed assicuriamo i partiti fratelli dell'America Latina che la Democrazia Cristiana italiana non mancherà a questo storico appuntamento!

Il partito

Cari amici, giunti a questo punto (ed è l'ultimo) della relazione, occorre domandarsi a che varrebbe un impegnato sforzo di sintesi della realtà, una convinta proiezione sull'avvenire, secondo la nostra peculiare visione, se non riconoscessimo che il tema di fondo da affrontare, come il più attinente alle nostre responsabilità, è quello della natura e del ruolo del Partito, del suo modo di essere, delle sue strutture, della sua presenza in una costruttiva azione, sul piano interno su quello internazionale. È un discorso che non è nuovo tra noi, e ad esso conviene rifarsi.
La drammatica lotta dei primi anni del dopoguerra per congiurare il pericolo dell'affermazione comunista, determinò la interpretazione prevalente del Partito come strumento di difesa e di contrapposizione. Ne scaturì, come conseguenza, una differenziazione quasi inavvertita e spontanea tra élite dirigente e nassa dei soci: alla prima era riservata l'elaborazione della linea politica e l'individuazione delle scelte di Governo; alla seconda la funzione di contenimento, nel Paese, dell'iniziativa comunista.
La polemica dossettiana contro questa visione — se pur esasperata per contrasto — aveva una sua indubbia validità concettuale, e la sua interpretazione del Partito coincideva con una concezione moderna di esso, in una realtà storica nella quale la lotta politica è fortemente caratterizzata dallo scontro di opposte ideologie. Aveva peraltro in sé una tentazione integralista, che la generazione anziana, e in ispecie De Gasperi, comprese e non accettò, riconoscendone comunque — e aderendovi — la validità di alcune fondamentali intuizioni sul ruolo del nostro Partito e sulla necessaria struttura di esso.
Il V Congresso di Napoli costituì il momento di confluenza delle due visioni e delle due esperienze, momento ricco di prospettive e forse a tutt'oggi non utilizzato appieno con adeguata consapevolezza. I gravi e assillanti problemi relativi alla formazione di stabili maggioranze parlamentari e il conseguente spesso drammatico travaglio degli ultimi anni, hanno necessariamente allentato l'attenzione della Democrazia Cristiana rispetto a questa tematica.
L'attuale fase politica e la nuova esperienza di contatto con le forze socialiste ripropongono il problema nella sua interezza, affinché la Democrazia Cristiana offra una sua qualificata presenza e un contributo inconfondibilmente ed originalmente suo nella trasformazione della società e dello Stato.
In un regime nel quale i partiti giocano un ruolo determinante nella vita della Nazione, le loro crisi, le loro insufficienze, le loro incapacità si riflettono direttamente sul Paese; ciò vale in particolare per la Democrazia Cristiana che, per riconoscimento unanime, è il cardine della vita democratica.

La funzione del partito

Qual è dunque la concezione del Partito che noi dobbiamo, nel presente contesto, accogliere, e qual è la sua funzione nella comunità nazionale? Per rispondere, credo necessario tener conto della mancanza nel nostro Paese di un comune denominatore, che possiamo qualificare, in senso lato, "culturale", al quale si richiamino più o meno direttamente le forze politiche che si muovono nella collettività. L'unità civile che è ravvisabile, per esempio, in molti Stati anglosassoni, non sembra sussistere in Italia, ove le correnti di pensiero, i movimenti ideologici, la stessa lotta religiosa si sono accavallati negli ultimi secoli, determinando una vera e propria lacerazione culturale della società.
Ne deriva l'impossibilità per i partiti politici italiani di asservare quella — per così dire — "neutralità" sul piano dottrinale di fondo che è propria delle forze politiche in altre Nazioni: da noi i partiti sono correnti di pensiero e di azione, movimenti ideali, volti alla costruzione di diversi tipi di civiltà. Ecco perché non è concepibile in Italia il partito come comitato elettorale, come semplice rappresentanza di interessi settoriali, o anche come mero tramite tra elettori ed eletti. Un partito può essere comitato elettorale là dove la sua funzione si riduce al ruolo di selettore della classe dirigente di un Paese; può essere semplice tramite fra una parte dell'elettorato e i pubblici poteri là dove una comune concezione politica riduce gli orientamenti a scelte empiriche, in rappresentanza sovente di concreti interessi di gruppi o categorie sociali.
In Italia, le profonde diversità esistenti tra le diverse filosofie politiche che presiedettero al formarsi dei partiti, impongono a questi un ruolo ben più ampio e singolare. Per questo, la vocazione naturale del nostro Partito, prima ancora che farsi strumento di sintesi politiche in ordine alla soluzione dei problemi a livello statuale, è quella di essere una forza-guida sul piano dei rapporti sociali, del costume e degli indirizzi politici.
I problemi della società e dello Stato, lo stesso muoversi della storia sono da noi valutati alla luce del Magistero cattolico e secondo le più profonde tradizioni culturali del Paese; siamo il Partito che rappresenta sul piano politico i cattolici democratici, non nel senso che è il mandatario di una particolare categoria di cittadini, ma bensì come interprete di attese e di aspirazioni che nascono da un'antica e valida tradizione.

L'ordine interno

La rafforzata e meglio chiarita coscienza della nostra funzione nella società comporterà l'abbandono di un atteggiamento che l'affanno stesso delle cose conduce a trasformare da tentazione in consuetudine: mi riferisco alla spesso esclusiva considerazione dei problemi di potere che si manifesta ad ogni livello e che finisce per ridurre l'azione del Partito ai rapporti con gli organi dello Stato o del potere locale. È con questa rinnovata coscienza che il Partito deve oggi affrontare i suoi problemi.
Esiste per tutti i partiti l'esigenza di un ordine, di un costume, di un metodo: per un partito democratico questa esigenza deve ricollegarsi all'etica stessa della democrazia.
È comprensibile che in un Partito come il nostro questo ordine sia stato un poco alla volta forzato e deformato, anche per l'incidenza di un lungo esercizio del pubblico potere. Ciò può essere derivato da cause diverse e occasionali: la sovrapposizione sugli interessi generali del Partito di interessi personali e di gruppi, interni o influenti dall'esterno; una malintesa concezione — per eccesso da una parte, per difetto dall'altra — dei compiti della rappresentanza politica; non infrequente consuetudine del passaggio da responsabilità di Partito a responsabilità di gestione del pubblico potere, e la conseguente renitenza alla differenziazione e alla rinuncia.
Tutto ciò ha finito per rendere difficili i rapporti interni, per generare la tentazione di dar vita ad autonomi gruppi di amici: piccole clientele o vaste baronie politiche. Talora queste tendono a confondersi — per riabilitarsi politicamente – con le tendenze d'opinione, che vengono così degradate dalla loro naturale funzione, per farsi supporto a posizioni e ad aspirazioni particolaristiche. Avviene così che il dibattito interno, anziché andare alla ricerca di punti d'incontro, muove ad individuare punti di differenziazione.
Dinnanzi a questa realtà, l'impiego di chi dirige il Partito al Centro e alla periferia deve essere volto a ricostruire l'ordine, a ristabilire il costume, a garantire l'unità e l'autonomia della Democrazia Cristiana!

Rapporti con movimenti affini

Una esigenza di ordinati rapporti si pone anche nei confronti delle grandi forze collegate e collaboranti sullo stesso fronte democratico ed aventi la nostra stessa ispirazione cristiana. Il Partito ha sempre valutato l'incalcolabile contributo dell'Azione Cattolica, delle ACLI, della Coltivatori Diretti, delle grandi organizzazioni dei lavoratori e di categoria. Una notevole parte dei loro iscritti e dei loro dirigenti militano ed occupano posti di responsabilità direttiva nel Partito, sono presenti nel Parlamento, nel Governo, nelle Amministrazioni locali attraverso la Democrazia Cristiana.
Un delicato equilibrio di presenza nel Partito e di autonomia reciproca deve essere costantemente stabilito. Questo obiettivo sarà più facilmente perseguibile nella misura in cui la Democrazia Cristiana sarà organicamente collegata con tali forze e permanentemente attenta a raccoglierne le esigenze, le indicazioni, gli apporti, per inserirli nella visione di sintesi che è propria del Partito.
A loro volta queste organizzazioni così preziose e benemerite dovranno riconoscere al Partito il dovere, prima che il diritto, di adempiere a tale funzione di sintesi, in ordine ai problemi civili della società.

L'adesione al partito

Nella prospettiva di rinnovamento che stiamo delineando, si pone il problema di assicurare al Partito una più qualificata rappresentanza politica dell'elettorato attraverso un riesame degli attuali metodi di tesseramento.
Ritengo al riguardo che il male non sia tanto in casi degenerativi ed episodi di malcostume, che pur ci sono (che però, pur essendoci, sono meno estesi di quanto una compiaciuta pubblicistica, anche interna, lascerebbe credere): si tratta piuttosto di una certa superficialità consuetudinaria con la quale il tesseramento si rinnova e si estende, senza riuscire a selezionare e a reclutare nuove e qualificate energie, in taluni centri del nostro Partito.
Non tanto di un ridimensionamento quantitativo bisogna parlare, quanto di una revisione etico-politica: occorre dare consapevolezza, a chi domanda la tessera, della scelta che compie; occorre che i soci posseggano una disponibilità attiva ad impegnarsi nella vita del Partito, che è vita di presenza nella società e nello Stato.
Ciò postula l'efficienza dei centri periferici, il controllo sistematico delle operazioni di tesseramento, garantite peraltro, in via principale, da un'accurata selezione che porti al rinnovamento della nostra classe dirigente.
Se a questo si accompagnasse (quando si vorrà pensarci) una diversa commisurazione del potere di rappresentanza, e quindi di autorità, all'interno del Partito, rapportandola non soltanto al tesseramento ma anche al numero degli elettori, in modo opportunamente bilanciato, si avrebbe un più esatto equilibrio di potere e uno stimolo più efficace all'impegno elettorale.

La formazione politica

Il problema della formazione politica dei militanti e dei dirigenti rappresenta un altro obiettivo di fondo al quale dedicare tutte le nostre energie. Si tratta di creare le condizioni di una formazione selezionata, in base alle qualità, alle categorie sociali, alle dislocazioni ambientali, a tutti quegli elementi, insomma, che differenziano e caratterizzano la realtà ed il tempo in cui siamo chiamati ad operare.
Il problema si pone in termini non nuovi, perché una benemerita attività è stata già compiuta in questo campo e perché una costruttiva esperienza abbiamo già acquisito in proposito: si tratta ora di estenderla con organica continuità al centro e alla periferia, in aderenza alle realtà sociali, con particolare riguardo alla mentalità, al carattere ed alle esigenze delle nuove generazioni.
Soprattutto mi sembra che si tratti di espandere l'humus morale nel quale questa azione formatrice possa svilupparsi, sì da creare una forza compatta ed omogenea, in grado di affrontare le nostre molteplici e pesanti responsabilità civili con spirito di vera ed intimamente sofferta missione.

La struttura periferica

E si tratta di guardare alla nostra struttura periferica: e consentitemi a questo punto, amici delegati ed ospiti carissimi, di rivolgere da questa tribuna un grato ed affettuoso saluto a tutti gli amici di periferia, agli umili e affezionati dirigenti ed iscritti, che con slancio di volontà, a volte senza neanche il compenso morale del successo, ma per fede nelle nostre idee, per convinzione profonda, per fiducia anche — che tremenda responsabilità! — nelle nostre persone, credono e lavorano per l'affermazione della Democrazia Cristiana, per la sua qualificata e responsabile presenza, nelle Sezioni e negli Enti locali, fra i giovani, le donne, gli sportivi, i reduci, le categorie lavoratrici. È il loro impegno che diffonde i nostri ideali, è il loro lavoro che rende efficace la nostra iniziativa! Dobbiamo anche riesaminare l'organizzazione della Democrazia Cristiana, poiché attraverso la sua tradizionale struttura a base territoriale essa non è più in grado di mantenere un rapporto organico con la società circostante.
I mutamenti che hanno inciso nel mondo rurale, tradizionale ambiente del nostro Partito, le conseguenze dell'industrializzazione, il sorgere di nuovi ceti, le migrazioni interne, l'accentramento nelle grandi città — in una parola: l'odierna società in movimento, nel cui esame ci siamo già soffermati — impongono una revisione coraggiosa delle nostre strutture.
All'articolazione territoriale, che dovrà essere riconsiderata e corretta, sarà necessario affiancare un'articolazione per categorie sociali e per gruppi. Occorrerà assicurare, rispettando l'autonomia di libere organizzazioni e senza strumentalizzarle, come fa invece il Partito Comunista, assicurare, dicevo, una nostra presenza in quella moltitudine di associazioni e di organismi aventi natura culturale, economica o tecnica che si sono venuti sviluppando, anzi moltiplicando, nell'ultimo decennio.

L'autorità degli organi direttivi

Una simile apertura sui problemi della società e dello Stato ci costringe ad una attenta meditazione sui doveri della nostra classe dirigente e sulle questioni relative alla gestione del Partito.
Bisogna ridare autorità alla nostra dirigenza politica! Vorrei non essere frainteso: il problema non è di attenuare il libero manifestarsi delle opinioni, bensì di affinare la consapevolezza che siamo classe responsabile dell'avvenire del Paese e che pertanto ogni nostra voce non può porsi estranea ai comuni doveri. Guardiamo in faccia alla realtà: il giorno in cui il Partito non fosse più in grado di esprimere un centro di autorità, capace di staccarsi dalla visione particolare di singole correnti interne, o dovesse ridursi ad un organismo paralizzato nella mediazione fra tendenze diverse, ognuna rivendicante autonoma autorità, in quel giorno, con il cessare della capacità di far valere autorevolmente la voce della Democrazia Cristiana, cesserebbe la capacità del nostro Partito di essere forza determinante e perno essenziale del sistema democratico. C'è qualcuno che voglia arrivare a questo? Non lo credo!
E bisogna altresì che questo centro direttivo abbia a disposizione strumenti di studio e di azione efficienti, capaci di attente analisi, di rapide sintesi, ispirati soltanto all'interesse unitario del Partito. Nel corso di questi venti anni di esperienze il Partito, nella sua organizzazione centrale, è andato arricchendosi di una strumentazione varia e articolata, ma — come avviene spesso in questo nostro Paese e in tutte le cose umane — abbiamo proceduto non per adeguamento e sostituzione bensì per sovrapposizione. Oggi, sarebbe ipocrisia nasconderlo, al vertice del Partito v'è un complesso sistema di Uffici che ne appesantiscono l'operatività funzionale. Bisogna avere il coraggio — e sento che il Congresso comprende questa esigenza — di affrontare una radicale revisione della nostra struttura centrale, sia pure distribuita nel tempo, perché essa è troppo appesantita, con artificiose ripartizioni di competenze, oberata da una pluralità di funzioni e di Uffici non sempre organicamente fra loro connessi.
Occorre semplificare questa struttura, adeguarla alle necessità di nuovi metodi di ricerca e di azione: farne, in una parola, un agile strumento esecutivo, che permetta, a coloro che hanno le massime responsabilità del Partito, di esercitare nel modo più ampio e più completo e più efficace le loro funzioni.
Esistono poi i competenti organi statutari, che hanno il dovere di giudicare con inesorabile franchezza dell'uso di questi strumenti, nell'interesse generale del Partito.
Solo in questo realizzarsi di un centro effettivo di decisione sarà possibile pervenire tempestivamente ad efficienti sintesi politiche, che validamente si ripercuotano nello sviluppo della società. E in tal modo potremo portare a conclusione il disegno di costruire una società democratica e aperta, generata anche dal contributo di altre forze politiche, ma soprattutto improntata dalla nostra peculiare ispirazione cristiana.
Questa era — e non l'una o l'altra formula — la geniale intuizione di Alcide De Gasperi!

La nostra unità

Tutto questo richiede la nostra sostanziale unità: ben so quale comprensibile scetticismo suscitano gli appelli patetici all'unità, ma conosco anche quale squallido destino tocca ai partiti divisi. Non è, ovviamente, il caso nostro; facciamo però attenzione a non correre, magari contro le intenzioni, un simile rischio! Non alludo a quelle spaccature verticali che incombono come una fatalità storica sulle forze ancorate a rigidi schemi illuministici: mi riferisco a quel dividerci sottile, a quel bizantineggiare umbratile e sofistico, a quell'irrigidirci in equilibri di forze, che minacciano di lentamente paralizzare il Partito al suo vertice, con la prospettiva di estendersi alla periferia...
Ho detto poco fa che la discussione interna ha un grande valore: più grande lo ha se punta alla ricerca di una sintesi, nel superamento di posizioni che devono tendere all'integrazione.
Cari amici, risuona ancora nel mio spirito l'ammonimento di Alcide De Gasperi, che l'amico Piccioni ha ricordato stamane. Vale per me, vale per tutti noi: «Solo se siamo uniti siamo forti, se siamo forti siamo liberi di agire...». Molti di noi certo ricordano la voce sempre più fioca del vecchio Segretario, che con il suo accorato appello all'unità, nella sala del San Carlo di Napoli, dieci anni or sono, pareva quasi congedarsi dal suo Partito.
Ancora oggi avvertiamo che quelle parole esprimevano non soltanto l'ansia del fondatore, ma contenevano la tensione morale e civile di un milione e seicentomila democratici cristiani, sparsi nel Paese a testimoniare con dignità e fierezza la loro adesione agli ideali che ci uniscono. Sentiamo che quelle parole interpretano ancora l'ansia di milioni di nostri elettori, anzi, di milioni di cittadini, che nel segreto della loro coscienza comprendono come senza la compattezza della nostra forza entrerebbe in crisi l'equilibrio politico del Paese, la speranza del progresso nella libertà, la stessa pace sociale.
Fra breve, il Partito sarà impegnato in una competizione elettorale della quale non ignoriamo le obiettive difficoltà; ed è anche in vista di questo impegno, della doverosa e generale mobilitazione dei nostri iscritti e dei nostri simpatizzanti, che il dovere dell'unità diventa più urgente e pressante. So che tutti faremo il nostro dovere, so che il nostro Partito sarà unitariamente presente per vincere questa prova, per assicurare ai nostri borghi, alle nostre città, alle nostre province, amministrazioni democratiche ed efficienti!
Del resto, amici, che vale compiacerci dei nostri interni successi, se manca al Partito una reale unità, un ordine morale prima che giuridico? Dopo l'effimera compiacenza per una vittoria a caro prezzo conseguita nei confronti dei propri compagni di lotta, forse anche nelle coscienze più spericolate subentrerebbe l'amarezza per le ferite e le umiliazioni toccate al Partito che tutti ci unisce. Solo i nostri nemici sperano in un colloquio con forze disarticolate della Democrazia Cristiana; gli amici, gli alleati, le forze che vogliono costruire insieme con noi un ordine più giusto nella libertà non possono non volerci uniti.
Questo dobbiamo offrire ai nostri alleati, a testimonianza della volontà sincera di collaborazione, questo dobbiamo offrire alla Nazione.
Questo è l'invito che, con l'umiltà doverosa per la mia persona ma con l'autorità indispensabile che rivendico quale Segretario del Partito, nell'atto in cui restituisco a voi, insieme con la Direzione e il Consiglio Nazionale, il nostro mandato, io vi rivolgo, amici delegati, che rappresentate il Partito, che interpretate la coscienza del Paese, che siete gli eredi legittimi dei «liberi e forti».

On. Mariano Rumor
IX° Congresso Nazionale della DC
Roma, 12 settembre 1964

(fonte: biblioteca Butini)


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