LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

IX° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

Molti, anzi moltissimi temi sono stati magistralmente trattati nella relazione del Segretario del Partito e poc'anzi dall'amico Carlo Russo; ma, come sempre nei Congressi, il tema su cui si concentra l'attenzione dell'opinione pubblica, quello su cui è attesa la presa di posizione da parte dei delegati, dell'intero Congresso, è sostanzialmente uno. Quale sia è già stato detto, scritto, riconosciuto da più parti: questo Congresso è chiamato a confermare la scelta di Napoli. Se ci limitiamo a sommare i voti ottenuti nelle Assemblee precongressuali dalle singole correnti, tenendo conto delle loro posizioni a Napoli, il Congresso apparirebbe una pura formalità. Coloro che oggi sostengono, come a Napoli, il centro-sinistra hanno una maggioranza talmente massiccia che non dovrebbe restare dubbio sull'orientamento della nostra Assemblea.
Invece il problema della riconferma della linea di Napoli esiste, ed esiste perché da allora ad oggi nel Partito non sono apparsi sempre chiari gli atteggiamenti delle diverse correnti, le motivazioni ideali e politiche che esse ponevano a base della loro azione e della loro stessa configurazione. E' forse mancato, o non è stato sufficiente, lo sforzo di cogliere il parallelo che esiste tra il processo in atto nel Paese, i suoi sviluppi politici e parlamentari, da un lato, e, dall'altro, gli sviluppi della dialettica interna del Partito. Sembra che sia mancato lo sforzo di trasferire il quadro dell'evoluzione esterna, per tanta parte promossa dalla stessa Democrazia Cristiana, in un quadro di dialettica interna al Partito.
E di qui nasce l'aspettativa per i risultati del nostro Congresso. Non interessa più, dopo i precongressi, siano le loro risultanze lievemente modificate o confermate: ha scarsa importanza a questo fine; non interessa, perché è sostanzialmente già nota, rilevare la proporzione del gruppo che a Napoli si è schierato contro il centro-sinistra e con continuità e coerenza persegue tuttora questa linea politica. Quello che si vuol sapere oggi è quale sorte, a seguito del dibattito fra le correnti che sostengono il centro-sinistra, quale sorte possa avere il concreto articolarsi di tale politica, il concreto articolarsi della politica di alleanza con i Partiti Socialista, Socialdemocratico e Repubblicano. Si tratta di vedere quale sia oggi la proiezione delle posizioni emerse al Congresso di Napoli e anche quali siano i termini più significativi dello stesso dibattito che si è svolto alla base del Partito tra maggio e giugno.
E questo problema ne comporta un altro: quello di chiarire il significato della presenza delle correnti nella vita del Partito. Una corrente è la espressione della volontà comune a più soci di affermare, all'interno dei valori permanenti del Partito, particolari indirizzi concreti per il tempo in cui si impone la lotta per la loro affermazione; ma al di là di questo la corrente rischia di diventare, e spesso diventa, un motivo di irrigidimento che dà inutile spazio a posizioni personali o all'esasperata ricerca di differenziazioni che finiscono per alterare la stessa logica del dibattito politico.
Durante gli anni della formula centrista, l'elemento su cui si fondava la gran parte delle nostre differenziazioni era dato dal diverso modo, qualche volta dalle diverse sfumature, con cui veniva proposto il tema della vocazione sociale del Partito. E non poteva essere altrimenti: il quadro politico del Paese era ben delineato, tutto doveva risolversi all'interno di una formula per la quale non sussistevano possibilità di ricambio.
Il fatto che nell'ambito della formula politica centrista si siano avute formule di Governo quadripartito, tripartito, bipartito, monocolore non aveva rilevanza nei riguardi della nostra dialettica interna. Il passaggio da una formula di Governo all'altra è stato sempre, tranne un caso, determinato o da mutevoli orientamenti dei partiti alleati o da questioni contingenti e transitorie, e sempre contro l'atteggiamento della Democrazia Cristiana, che partiva, in ogni crisi, dal tentativo di ricomporre l'alleanza dei quattro partiti convergenti al centro. Tranne un caso, dicevo, e fu nel 1950, quando sembrò che il passaggio dal quadripartito con i liberali al tripartito Democrazia Cristiana, socialdemocratici e repubblicani volesse significare l'inizio di una nuova linea politica. Senonché la guerra di Corea, esplosa nel giugno del 1950, riportò la già grave situazione internazionale ad un ancor più drammatico rincrudimento delle posizioni contrapposte, con immediate ripercussioni interne: la linea del centrismo riprese così, e mantenne, la sua indiscutibile validità.
Fu dunque naturale, per un lungo periodo, che la maggiore o minore accentuazione della vocazione sociale della Democrazia Cristiana emergesse come unico criterio di differenziazione all'interno di un quadro politico pregiudiziale, stabile e giustamente considerato allora non modificabile. Si manifestavano già, negli ultimi tempi di questo periodo, i pionieri della politica di centro-sinistra. Essa però cominciava solo a configurarsi, ma appariva ancora sul piano politico decisamente immatura. Deve tenersi ovviamente conto della posizione mantenuta in quel tempo dal Partito Socialista Italiano, posizione che non consentiva di pensare a mettere in alcun modo in movimento il quadro politico esistente.
E prima del quadro italiano, fu quello internazionale a modificarsi. Dopo la morte di Foster Dulles, che nel suo periodo era stato indubbiamente una figura di grande e abile statista, si è avuta da parte nord-americana, e ancora in gestione repubblicana, la modificazione della sua politica. Intanto in Russia, dopo la morte di Stalin, si stava sviluppando la destalinizzazione.
Questi avvenimenti di portata mondiale e storica non sono spuntati a caso, né sono stati determinati soltanto dalla scomparsa di quello o quell'altro pur importante uomo di Stato: erano nello sviluppo delle cose, in quello sviluppo che già s'era manifestato nella crisi dei satelliti (Berlino, Poznan, Ungheria) e hanno avuto un seguito. E, per esempio, proprio in questi giorni vediamo l'esplosione del contrasto sovietico-cinese, che è già allo stadio delle contestazioni territoriali, neppure limitate a modeste proporzioni né a singoli settori. E tenendo conto dell'enorme portata disponibile per la politica cinese, è probabile che lo schema delle posizioni mondiali di questi ultimi diciotto anni subisca modifiche anche rilevanti, i cui accenni non da oggi sono passati dalla fase delle semplici impostazioni propagandistiche a quella della realtà diplomatica.
Occorre però, a questo proposito, non essere presbiti: non miopi, ma neppure presbiti. Guai se dovessimo attenuare il vincolo della solidarietà atlantica! Esso è più che mai necessario per mantenere salda la difesa e il consolidamento della pace nella sicurezza e nella libertà dell'Occidente, e permane pur sempre il presupposto, la condizione per il perseguimento di quella unità europea che, malgrado le innegabili difficoltà contingenti, costituisce la più grande, la più seria prospettiva di sviluppo democratico per le generazioni del nostro continente. E guai se il conflitto ideologico che tormenta il mondo comunista dovesse farci perdere di vista gli essenziali, macroscopici errori del comunismo, del comunismo preso nella sua globalità, e il gravissimo pericolo del comunismo in tutte le sue interpretazioni! Il Congresso ha già risposto ieri con inequivocabile chiarezza alla precisa posizione assunta a questo proposito dal Segretario del Partito.
Fermi restando questi due punti fondamentali, non può peraltro negarsi che la situazione interna del nostro Paese e, nel Paese, del nostro Partito, si colloca oggi in un quadro assai mutato. Alle modificazioni internazionali, di alcune delle quali soltanto ho fatto cenno, occorre aggiungere quelle del quadro demo-grafico e sociologico del nostro Paese. L'autentica rivoluzione che, sia pure gradualmente ma sensibilmente, si è verificata tra il 1950 ed oggi nella realtà sociale dell'Italia (non occorre, perché vi farei torto, portare delle cifre degli spostamenti demografici e sociali dal sud al nord, dalla campagna alla città, dall'agricoltura alle altre attività; ne ha parlato teste l'amico Russo) è stata ampiamente documentata al II Convegno di S. Pellegrino.
Ma, nel quadro mutato, i temi della politica economica e sociale mantengono tutta la loro fondamentale importanza, ma direi che si inseriscono e si completano in una prospettiva nuova, allargata sui più ampi orizzonti della politica generale, ed è questa il « fuoco » dell'odierna dialettica all'interno del Partito; anche perché (è doveroso riconoscerlo), a proposito delle differenze sulla vocazione sociale, si è ormai pressoché dissolta quella linea che, da Crispolti a Jacini, a Reggio D'Aci, aveva caratterizzato per decenni l'ala conservatrice del movimento politico dei cattolici italiani.
E il nostro problema oggi è di promuovere, difendere, consolidare una grande operazione, rivolta all'allargamento della base della libertà del nostro Paese, favorendo l'inserimento nello Stato di cittadini rimasti a lungo in atteggiamento di protesta verso la democrazia. Questa prospettiva trova un suo contenuto anche e particolarmente nella sempre più compiuta attuazione dello Stato di diritto, nel rinnovamento graduale, ponderato ma effettivo degli istituti, come del resto è previsto dalla nostra Costituzione. E le differenziazioni, laddove sussistano, devono essere discriminanti vere e non fittizie, e la discriminante vera è oggi rappresentata dalla volontà o meno di portare avanti questa politica, la politica di centro-sinistra. D'accordo che non si debba fare di essa un mito o qualcosa di dogmatico, ma neppure tale politica può venire collocata tra le operazioni tattiche, che durano un breve periodo, per superare qualche ostacolo: è una di quelle operazioni a largo respiro, il cui successo è valutabile sui grandi temi e non su cose marginali o di dettaglio!
Né con ciò si restringe il dibattito o si soffocano le pur utili differenze: un contrasto di opinioni e di tesi può sussistere anche nell'ambito di una collaborazione costruttiva, di un atteggiamento comprensivo e aperto; ma tale confronto non può sfociare in irrigidimenti su particolari, che finiscono per contraddire la linea politica di fondo, anche se non vengono enunciati esplicitamente come tali. E' questo il tema che il Congresso deve chiarire. Ormai la forza di ogni corrente è definita, ma quello che vogliamo sapere e che ci auguriamo è che al termine di questo dialogo le varie espressioni che animano la vita del Partito risultino chiare, e chiara sia la risposta, ovviamente positiva, al grande tema della vita politica italiana e soprattutto all'impegno, su di esso, della Democrazia Cristiana!
Io avrei concluso, perché il mio intervento è nei limiti di una dichiarazione di voto, dopo tante illustrazioni che sono state fatte nelle relazioni. Ma qualcosa non posso non dire, brevemente, anzi desidero dire, su uno dei molti problemi impostati e chiariti tanto lucidamente da Rumor: il problema dell'Alto Adige. La linea politica del Governo è stata definita in proposito alla Camera nel discorso del 7 agosto dal Presidente Moro: è una linea di equilibrio e di fermezza, che il Governo unanime ha perseguito e persegue, sicuro che con essa può realizzarsi la serena, pacifica convivenza fra le popolazioni di lingua diversa in quell'estremo lembo di terra italiana. I drammatici avvenimenti degli ultimi giorni, come ho avuto occasione di dire in Parlamento, rendono ancora più ferma la nostra determinazione. In particolare, significherebbe subire il manifesto intendimento di quel gruppo di fanatici e criminali che hanno la responsabilità diretta o indiretta degli attentati, se dovessimo impulsivamente riversare sul negoziato internazionale in corso le amare, dolorose reazioni che suscitano tali avvenimenti. L'Italia osserva gli impegni internazionali assunti e intende lealmente osservarli nella lettera e nello spirito, ma al tempo stesso non può tollerare che in terra italiana si instaurino episodi di terrorismo: è un'esigenza, prima ancora che di sicurezza, di giustizia e di ordine!
Assai opportunamente Rumor ha parlato di questo problema nel terzo capitolo della sua relazione: quello sullo Stato. Perché anche qui è il senso dello Stato, il senso della comunità nazionale che ci guida e ci deve guidare. Le vittime di questi giorni sono cadute compiendo il loro dovere « al servizio del Paese », al servizio della grande famiglia del popolo italiano. Grazie, grazie, amici congressisti, del tributo di affetto e di profonda, fraterna solidarietà che avete loro dato ieri con la vostra spontanea, unanime manifestazione di consenso alle ferme parole del Segretario del Partito! E' la Democrazia Cristiana « al servizio del Paese ». Tutti conoscono questo slogan coniato da De Gasperi, ma forse non è a tutti noto che esso nacque venti anni fa, in uno dei momenti più difficili dell'Italia, durante la Resistenza: quella Resistenza in cui si è formata e temprata la nostra generazione. Ogni qualvolta ci ritroviamo in ore difficili, riandiamo con la mente a quegli anni lontani e associamo nel ricordo, ai caduti di oggi, gli amici che vedemmo allora cadere per la libertà, per la giustizia, per l'Italia.

On. Paolo Emilio Taviani
IX Congresso nazionale della Democrazia Cristiana
Roma, 13 settembre 1964

(fonte: biblioteca Butini)

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