LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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II° GOVERNO MORO: REPLICA DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 6 agosto 1964)

Il I° governo Moro si dimette il 26 giugno 1964, dopo che in Parlamento sono passati alcuni provvedimenti sulla scuola privata con l'astensione dei partner della DC. Preso atto della situazione, non limitata evidentemente solo alla scuola privata, Moro preferisce aprire la crisi.
Il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, riconferisce a Moro l'incarico di formare il nuovo governo. Dopo una lunga trattativa, Moro costituisce il suo secondo governo, ancora una alleanza organica di centro-sinistra DC, PSI, PSDI, PRI.
Il 30 luglio 1964 il governo si presenta al Senato, ove ottiene la fiducia. Moro replica agli intervenuti nel dibattito alla Camera dei Deputati il 6 agosto, ottenendo la fiducia anche del secondo ramo del Parlamento.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, il dibattito sulla fiducia si è svolto anche alla Camera dei deputati con importanti interventi di tutti i gruppi politici, arrecando un notevole contributo di analisi, anche critiche, della presente situazione con riferimento all'origine della crisi, al suo svolgimento, alle prospettive che si aprono al paese in forza della costituzione del Governo che ho l'onore di presiedere. Tuttavia, pur nella ricchezza dei motivi politici che hanno animato questo serio ed approfondito dibattito, non sono emerse, e non potevano emergere dopo le precise prese di posizione dei gruppi parlamentari, novità di fondo. La mia replica deve perciò largamente riprendere temi da me già svolti o nel mio discorso di presentazione o nella mia risposta agli oratori intervenuti in Senato.
Ringrazio vivamente gli onorevoli Rumor, Brodolini, Tanassi, La Malfa, Buzzi e Pistelli, i quali mi hanno recato, in termine di cordiale solidarietà, l'adesione incoraggiante della democrazia cristiana, del partito socialista, del partito socialdemocratico e di quello repubblicano. Nel momento nel quale assumiamo di nuovo per senso del dovere, per quelle determinanti ragioni politiche, richiamate in modo così vigoroso e persuasivo da questi oratori, il compito di Governo, con la piena consapevolezza delle grandi difficoltà che siamo chiamati ad affrontare, la comprensione, l'appoggio, l'augurio dei gruppi di maggioranza ci confortano e ci incoraggiano nel pesante lavoro che ci attende. Ma ringrazio pure i rappresentanti dell'opposizione che hanno contribuito criticamente a lumeggiarre i vari aspetti della situazione politica e del programma secondo quella che è la vitale funzione dell'opposizione; alla quale ho reso un omaggio non formale, che fa tutt'uno con il doveroso rispetto che il Governo professa per il Parlamento, nel quale istituzionalmente si esprime il gioco delle maggioranze e delle minoranze nel loro proprio ed insostituibile ruolo nella vita democratica del paese.
A questo riconoscimento, a questo rispetto non contrasta, come è stato sostenuto nel lucido ed equilibrato intervento dell'onorevole Valitutti, l'affermazione, che ho fatto, della insostituibilità della formula di centro-sinistra nella presente realtà politica. Infatti operare una scelta, libera e consapevole, come noi abbiamo fatto, sulla base di una seria e sofferta valutazione politica, valorizzare e difendere questa scelta, perché essa risponde, a nostro avviso, alle esigenze della situazione italiana, non significa togliere alle opposizioni il diritto e la forza di far valere le loro ragioni, per creare, se esse riescono a farlo, un diverso equilibrio politico.
Noi siamo convinti che l'equilibrio, che questo Governo esprime con la sua formula di collaborazione politica ed il suo programma, sia il migliore ed il più costruttivo, il più idoneo a porre il paese al riparo da avventure reazionarie ed eversive e ad assicurare all'Italia un reale progresso nella libertà. Altri hanno mostrato, ancora una volta in questo dibattito, di dare una diversa valutazione della situazione politica italiana e non v'è dubbio che essi potranno e vorranno combattere con l'accanimento la loro battaglia, per distruggere l'equilibrio politico che noi invece difenderemo con tutte le nostre forze e con profonda convinzione. Questa è la vita democratica, che naturalmente noi lasceremo svolgere libera e viva. Ma non ci si può chiedere di rinnegare, mentre siamo impegnati in una grande prova, come quella alla quale siamo sottoposti, la profonda e vitale ragione della nostra decisione e della nostra esperienza politica. Anzi, proprio la vita democratica si arricchisce ed il ruolo dell'opposizione viene esaltato in forza della nostra convinzione e del nostro impegno.
È soltanto, mi pare, espressione di un superficiale ed abusato giudizio il presentare, come ha fatto l'onorevole Almirante, questo dato fondamentale della presente situazione politica come il frutto di un fittizio stato di necessità, che io avrei creato, escludendo ogni alternativa. Ma io appunto ho fatto, per la parte di responsabilità che mi compete, una scelta ragionata, fondata cioè su di un positivo apprezzamento della validità della collaborazione politica che si esprime, oggi, in questo Governo e coerentemente su di una valutazione negativa di altre collaborazioni e di altri programmi. Aggiungerò doverosamente che la mia personale convinzione sarebbe ben poca cosa, se non vi fossero a sostenerla meditate decisioni dei gruppi parlamentari e dei partiti. Ad essi, nella loro responsabile collegialità, spettano le scelte politiche. Queste sono state espresse liberamente, a ragion veduta, dopo ampio dibattito anche in occasione di questa crisi, la quale non è stata affatto da me forzata verso la soluzione preferita, perché la mia designazione è stata soltanto l'effetto dell'orientamento assunto in piena libertà dai gruppi parlamentari e secondo una loro seria valutazione politica. Io non sono stato dunque protagonista della crisi nel senso che sia stato posto in condizione di orientarla in modo esclusivo in una certa direzione, impedendo di prendere in considerazione o di saggiare la validità ed attuabilità di altre soluzioni. Non si può quindi polemicamente contestare che un serio dibattito sia intervenuto, ben al di là della mia posizione personale, attraverso le meditate prese di posizione dei partiti. La possibilità di prospettare alternative vi è stata ed è stata larghissima. Ecco perché si può bene ritenere, come ho detto, che tra i dati positivi acquisiti mediante la soluzione della crisi sia la libera e consapevole riconferma della formula dopo una lunga polemica. Che questa scelta possa dispiacere, si comprende; che dalle opposizioni si lavori per modificarla, è egualmente comprensibile. Ma non è invece serio negare che essa sia intervenuta, che non sia un fatto personale, che rappresenti un vero impegno dei partiti del quale si deve tenere conto. Sta di fatto che questi quattro partiti, ed essi soltanto, hanno concordato di costituirsi in coalizione. Soltanto questa maggioranza si è profilata in Parlamento. Ho semplicemente registrato, senza alcuna offesa, il fatto che le prospettive avanzate dalle opposizioni sono velleitarie ed illusorie: infatti esse non sono sorrette, né sembrano essere sorrette, in prospettiva, da una maggioranza.
E tuttavia questa circostanza, invece che scoraggiare, ha reso in questo dibattito, vorrei dire, più duro, ed anche più ingiusto, l'attacco delle opposizioni, dalle quali non è venuto ora, come del resto non è venuto mai in passato, il benché minimo riconoscimento della validità, se non altro, di questa o quella tesi politica e del fatto che questa maggioranza, unica in atto possibile, costituendosi ed apprestandosi ad operare, non soltanto riempie un vuoto, ma apre anche una nuova fase della dialettica democratica, nella quale si esplica il ruolo delle opposizioni. Converrà ricordare in questo momento, oltre che l'asprezza dell'attacco, anche il suo carattere estremistico e, nel complesso, contraddittorio. In questa discussione infatti non sono riuscito mai a cogliere sfumature o posizioni differenziate. Per il partito comunista come per quello socialista di unità proletaria questo è un Governo di destra ed antipopolare. Per l'opposizione di destra ed anche per il partito liberale questo è un Governo di sinistra, un Governo di fronte popolare, ad un tempo impotente a risolvere, nella libertà, i problemi del paese e capace di aprire la via ad una nuova avanzata e ad una rafforzata influenza comunista.
La contraddittorietà, così visibile, di questi giudizi, espressi senza alcun senso di misura, dovrebbe far meditare gli osservatori in buona fede sul carattere preconcetto e non veritiero di una siffatta valutazione. Non è che io voglia coprirmi con la neutralizzazione reciproca di giudizi così contrapposti e trarre una ragione di verità da una equidistanza del Governo dalle posizioni e dalle polemiche che si sviluppano agli estremi dello schieramento politico. E tuttavia è difficile sottrarsi all'impressione che si tratti di eccessi polemici, che questo Governo non sia di destra o di sinistra nei termini di comodo indicati dalle opposizioni, ma un Governo profondamente democratico, pienamente impegnato per la difesa, lo sviluppo, l'espansione della libertà in Italia, operante nel quadro di tutte le libertà, economiche e politiche, garantite dalla Costituzione, consapevole ed operoso per il grande moto di elevazione popolare caratteristico della nostra epoca e sollecitato da una visione ampia e dinamica della democrazia. Che cosa vale, di fronte a questi generosi propositi, convalidati e resi credibili dagli ideali professati dai partiti impegnati in questa coalizione, la esegesi litigiosa dei testi, richiamati a sproposito, forzati nel loro significato, sottratti ad una seria e globale interpretazione, degli accordi di Governo e delle dichiarazioni di qualificati esponenti delle varie parti politiche? Vi è una visibile forzatura, vi è una chiara pregiudiziale polemica che impedisce di vedere la verità delle cose. Ma questa, noi crediamo, non potrà sfuggire a lungo all'opinione pubblica più avveduta e serena, la quale non potrà non cogliere, di fronte a spinte così fortemente contrastanti, di fronte alle tensioni che esse esprimono e fanno temere, la posizione di equilibrio e di garanzia che il Governo assume. Un equilibrio non insignificante ed immobilistico, come si, ma con una sua profonda ragione, con un giusto contemperamento di posizioni e di esperienze, con una indubbia capacità di far muovere, con l'ordinata mobilitazione di tutte le forze del progresso, la società italiana verso mete di armonioso sviluppo economico e sociale.
Sono state qui ripetute dalle opposizioni le ben note accuse al Governo di insufficienza, di incapacità, d'interna irrimediabile contraddizione, di debolezza, di precarietà. Queste valutazioni si sono intrecciate con quelle relative alla crisi, al modo secondo il quale essa si è svolta, all'arretramento politico e programmatico che essa ha segnato per alcuni, alla sua inutilità, per non avere essa arrecata alcuna correzione, per altri, all'inconsistenza dell'accordo politico che sta a base della sua soluzione. Si è anche contestata la retta posizione costituzionale del Presidente del Consiglio, quasi che egli sia in questa situazione prigioniero di un accordo politico a lui estraneo e del quale è chiamato ad essere passivo esecutore. Ma ho già chiarito, e ribadisco, che ho promosso, nella mia funzione di Presidente incaricato, l'intesa politica sulla quale si è fondato questo Governo; che ho guidato la trattativa, ho proposto i temi, ho attivamente lavorato, trovando pronta e cordiale rispondenza, per realizzare un accordo che dunque mi appartiene e del quale sono chiamato, dall'interno e non dall'esterno, ad essere l'interprete ed il realizzatore nella mia responsabilità di Presidente del Consiglio.
E ribadisco altresì che la crisi, se non è stata utile alle opposizioni, è stata, pur con l'inevitabile costo della interruzione dell'attività governativa, utile alla maggioranza per un rinnovato impegno, per un'accresciuta solidarietà, per una messa a punto nello svolgimento del programma, per una nuova consapevolezza insieme della difficoltà del compito e della necessità di assumerselo tutto intero e di assolverlo nell'interesse del paese.
Dunque non si tratta di una meccanica ripetizione né di un arretramento programmatico che sconvolga la fisionomia di questo Governo nei confronti di quella che fu disegnata nelle mie dichiarazioni del dicembre scorso. Quelle dichiarazioni infatti ho tutte richiamate, il che toglie peso alle accuse che mi sono state rivolte di aver lasciato troppe lacune nella mia esposizione. Essa è stata, in forza di questo riferimento, volutamente incompleta, e del resto facilmente integrabile per tutti i punti che sono stati sollevati sotto un tale profilo nel corso di questo dibattito.
Fuori discussione è dunque, come la consapevolezza degli imperiosi doveri che al Governo ed al popolo italiano propone la sfavorevole congiuntura economica, la volontà di realizzare, con la più seria, attenta e responsabile impostazione, quelle riforme non socialiste, ma democratiche che sono nel nostro programma. Così è per le regioni delle quali è incontestabile il valore, nel senso da me indicato, come alta espressione di autonomia, nelle giuste dimensioni per la nostra epoca ed il grado di sviluppo del nostro paese, ed i cui costi, che intendiamo calcolare e far conoscere con il maggiore rigore, saranno assunti, in forza di tempi tecnici apprezzati dal Governo, gradualmente e comunque fuori della presumibile durata della stretta che dobbiamo ora dare alla spesa pubblica.
Ma la riforma si farà e sarà vitale. Riconosco valido e condivido il rilievo sulla opportunità di procedere sollecitamente nella elaborazione delle leggi quadro, sia a garanzia della unità dello Stato (che è cosa diversa, onorevole Valitutti, dal livellamento della società italiana), sia per una precisa valutazione dei costi ed apprezzamento dell'effettivo trasferimento di competenze alle regioni senza inutili o pericolose duplicazioni. Non vi è per altro in proposito, come ho rilevato, una subordinazione, anche se è sperabile si riesca a far coincidere il più possibile i tempi di questa elaborazione e della realizzazione delle regioni.
Della legge urbanistica ho già detto. Non posso che respingere come ingiusti e infondati rilievi che, con scarsa conoscenza della materia, sono stati avanzati dall'una e dall'altra delle opposizioni, con l'intento o di contestare ogni valore innovativo della legge o di presentarla in termini esasperati e punitivi. Ritengo di poter dire che a non lontana scadenza il Parlamento sarà investito di questo importante disegno di legge insieme con quello sull'edilizia convenzionata, con la proposta di equilibrate, ma incisive e significative soluzioni, soluzioni reali per reali problemi, dalle quali dipende anche quell'ordinato ed equilibrato sviluppo della nostra economia che da tante parti si dichiara di voler perseguire. E per questo, come per altri temi, vorremmo potesse manifestarsi, a riprova di libertà da particolari interessi, un'attenzione del partito liberale che sia diversa da quella pregiudiziale posizione negativa che è propria dell'estrema destra ed alla quale troppe volte, forse per ragioni propagandistiche, a mio parere, malintese, il partito liberale ha mostrato d'indulgere.
Anche per la programmazione devo rilevare gli stessi eccessi polemici, la stessa esasperata ed ingiusta valutazione. Ritengo di avere nel mio discorso messo in luce i vari aspetti del problema, e cioè l'instaurazione di un metodo di azione che utilizza organicamente le varie complesse leve dell'intervento pubblico nell'economia, per creare il quadro nel quale la libertà di scelta possa esprimersi, oltre tutto difesa da alcuni rischi che sono insiti in una iniziativa assolutamente svincolata da un dato di politica economica, operando anche verso obiettivi di utilità sociale e di organico sviluppo.
Anche qui posso dire che, compiutosi il ciclo delle previste e necessarie consultazioni, che non è un espediente dilatorio, ma un atto di serietà e di responsabilità, il rapporto che il Governo avrà approvato sarà sottoposto alla valutazione del Parlamento.
Questi sono i nostri propositi ed i nostri accordi. Senza svalutarli e condannarli in via pregiudiziale, sembrerebbe lecito chiedere da parte nostra che ci si attenda alla prova dei fatti, dei tempi e dei modi della nostra azione. Soltanto in quella sede si potranno riscontrare a ragion veduta incongruenze, discordie, cedimenti, intrinseche ed irrimediabili debolezze. Certamente, ciò presuppone che il Governo duri. Ebbene, ho detto e ridico che noi faremo tutto il nostro dovere, giorno per giorno, per tutto il tempo che ci sarà concesso. Ho detto e ridico che non staremo a misurare questo tempo secondo il gioco delle ' facili ed interessate previsioni degli oppositori.
Agiremo cioè con serenità, con serenità valutando tutte le scadenze politiche che sono nella fisiologia del sistema democratico, con serenità operando come se quello fosse o il primo o l'ultimo giorno della nostra fatica. Non vi è alterigia né rassegnazione in questo stato d'animo, ma soltanto consapevolezza di un dovere da compiere, finché il dovere ci è imposto. Vi è soltanto il netto rifiuto, come uomini e come partiti, dell'accusa ingiusta di smodato attaccamento al potere. Questo è tutto.
Confermo che è intenzione del Governo di indire le elezioni amministrative generali alla loro scadenza. Non vi è alcun condizionamento, e non vi è mai stato, con la legge innovatrice del sistema elettorale. Ma vi è soltanto la ferma raccomandazione al Parlamento a provvedere in tempo alle proposte modifiche. Raccomandazione, la nostra, che le Camere hanno accolto.
Da più parti mi è stata rimproverata insensibilità del Governo per i problemi della pubblica moralità. Questa insensibilità non esiste. Di questo tema mi sono occupato nelle mie dichiarazioni del dicembre scorso, che ho poi richiamato. Desidero confermare, pur respingendo le interessate ed ingiuste amplificazioni delle opposizioni, che il Governo porrà la più vigile e doverosa attenzione nel controllo della attività della pubblica amministrazione e degli enti pubblici, promuovendo, ove occorrano, in sede di riforma amministrativa i necessari aggiornamenti. Stiamo da tempo esaminando la situazione degli enti che possono considerarsi non necessari e già abbiamo proposto al Parlamento la soppressione del monopolio delle banane. (Commenti).
Già al Senato della Repubblica, ed anche in questo dibattito che oggi si conclude alla Camera dei deputati, la discussione sulla situazione economica del paese e sulle sue prospettive di evoluzione, nel breve come nel medio termine, è stata impegnata ed altamente responsabile.
Può affermarsi — ed è un rilievo positivo, che conferma quanta rispondenza trovino nel Parlamento le attese del paese — che tutti gli onorevoli deputati intervenuti nel corso di questo dibattito hanno dedicato parte dei loro interventi ai problemi economici. Del resto la situazione dell'economia italiana è tale che sarebbe stato assurdo avvenisse il contrario.
Di fronte ad una situazione ancora controllata e controllabile è giusto che ogni gruppo politico assuma la sua parte di responsabilità con riferimento agli intendimenti del Governo esposti con consapevole chiarezza e con la necessaria severità.
Della chiarezza della diagnosi congiunturale tutti hanno dato atto, anche se, con malcelata ironia, da parte della estrema destra si è voluto asserire che non esiste un problema di congiuntura poiché esso si identifica con la stessa realtà economica e politica di oggi. Vorremmo che la «congiuntura» fosse davvero una invenzione, così come ha ritenuto l'onorevole Almirante.
Purtroppo essa è una dura realtà che rende arduo il nostro compito e difficile il nostro cammino. Ma non è dura realtà soltanto per noi. Basta guardarsi attorno, in Europa: la Francia ancora prima di noi, poi l'Olanda, il Belgio, la stessa Germania attraversano difficoltà nelle loro economie e certamente esiste, pur nelle diversità di alcune manifestazioni, una profonda rassomiglianza degli elementi che ne caratterizzano l'evoluzione. Basterebbe questa constatazione, insieme con l'altra relativa al fatto che i paesi menzionati presentano notevoli differenze nell'orientamento politico dei loro governi, per smentire l'affermazione di coloro che stabiliscono un necessario collegamento fra Governo di centro-sinistra ed andamento congiunturale.
Secondo l'onorevole Almirante le difficoltà di fronte alle quali ci troviamo discenderebbero da un'errata condotta ventennale della politica economica italiana. Secondo altri, invece, le difficoltà di oggi sono tutte da attribuirsi agli errori commessi dalla politica economica di centro-sinistra, inauguratasi dopo il congresso di Napoli della democrazia cristiana.
Mi ero ripromesso di non tornare ancora una volta a fare il processo al passato. Continuiamo in una disputa sterile, che impegna energie le quali più utilmente potrebbero applicarsi alla soluzione dei problemi che sono sul tappeto e che, soli, costituiscono la realtà con la quale ci dobbiamo tutti misurare.
Ma all'onorevole Almirante, che ha fatto intravvedere errori ventennali, vorrei soltanto per un minuto ricordare quale sia stata l'eredità che la democrazia italiana ha raccolto nel 1945...

MANCO. Non ripeta sempre le solite cose, onorevole Presidente del Consiglio! (Proteste al centro).

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ... a conclusione dei secondo conflitto mondiale, per quel che riguarda struttura produttiva, livello di reddito, volume di occupazione. Ed a tale ricordo vorrei aggiungere la preghiera di un confronto rapido con la situazione di oggi. Dal 1945 il reddito nazionale è triplicato, l'economia da prevalentemente agricola si è trasformata in prevalentemente industriale...

ROMUALDI. Ma questo è avvenuto in tutto il mondo. Non è serio rivendicare certi meriti. (Proteste al centro).

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ... ed a livello tecnologico internazionale certamente molto più alto di quello proprio dei sistemi autarchici, il triste fatto della disoccupazione è quasi cancellato, la lira è una moneta liberamente convertibile.
Sono questi, onorevole Almirante, i frutti di una azione costante e tenace che ha impegnato i partiti democratici italiani in uno sforzo che è stato certamente fecondo di risultati.
Ad altri che, in verità assai semplicisticamente, vorrebbero far risalire le difficoltà di oggi alla politica di centro-sinistra, è bene fare osservare — e la storia dello sviluppo economico di tutti i popoli è pronta a dimostrarlo — che fasi recessive seguono sempre a fasi di intenso sviluppo. La vita economica ha sempre proceduto sulla base di cicli. L'unica, ma fondamentale differenza fra i tempi passati e quelli moderni è che, mentre una volta i governi assistevano impotenti al susseguirsi di fasi di ascesa e di recessione, oggi, grazie ai progressi della scienza economica ed anche in rapporto alla più alta responsabilità assunta dagli Stati nella vita economica delle nazioni, è possibile intervenire per limitare le onde recessive che tentano di emergere dopo periodi di intenso sviluppo. (Commenti a destra).
Non è qui il caso di attardarsi in spiegazioni teoriche, ma nessuno vorrà contestare che, conseguita o quasi la piena occupazione, aumenta la pressione salariale, crescono i consumi, diminuisce il risparmio, tanto quello delle famiglie quanto quello delle imprese, e conseguentemente si riducono gli investimenti: proprio nel momento nel quale dovrebbero più crescere per poter alimentare una più alta produzione che equilibri la crescente domanda.
Nel triennio 1959-1961, dopo dieci anni di ininterrotta ascesa, lo sviluppo economico dell'Italia ha segnato i più alti traguardi. Insieme con la crescita del reddito è cresciuto il livello dell'occupazione; ed è a questo punto che si è inserita la pur giusta tendenza dei salari a conquistare un più elevato equilibrio rispetto alla produttività del sistema economico. La spinta ascensionale delle remunerazioni del lavoro, avviata nel 1961, è proseguita intensa nel 1962 ed ancora più incisivamente nel 1963. Ma è evidente che nel secondare, com'era giusto fare, il processo di equilibrio salari-produttività non si è riusciti a determinare il punto giusto né a proiettarlo in un periodo di tempo tale da non determinare sensibili squilibri fra la domanda e la offerta.
Questa accelerazione della dinamica salariale è stata il frutto dei mutati rapporti di forza sul mercato del lavoro per effetto della quasi ormai raggiunta piena occupazione e del processo di integrazione della nostra economia all'interno del mercato comune con quella di altri paesi a più elevati livelli di remunerazione. Una analoga espansione salariale e, di conseguenza, analoghi problemi di politica economica ha recentemente sperimentato l'Olanda, che aveva mantenuto finora livelli salariali meno elevati di quelli dei suoi più ricchi vicini.
La rapidità di questo aggiustamento dei salari ha creato tensioni inflazionistiche, derivanti da un eccesso di domande per consumi; e non ha permesso di assorbire i maggiori costi del lavoro attraverso un allineamento altrettanto rapido della produttività della nostra organizzazione economica ai livelli di efficienza degli altri paesi. Ne sono pertanto derivate le note difficoltà congiunturali: la esplosione dei consumi, la carenza di risparmio, la formazione di liquidità eccedente le risorse reali disponibili, la tensione nel sistema dei prezzi, il deficit nella bilancia dei pagamenti.
L'onorevole Togliatti ha contrastato vivamente l'interpretazione data alla evoluzione congiunturale di questi ultimi tre anni e ha respinto — quasi che noi l'avessimo in qualche sede formulata — l'accusa che quel che è accaduto sia dipeso tutto dai più alti salari. L'onorevole Togliatti ha affermato che il punto nodale del problema è un altro: il sistema produttivo italiano non è stato in grado di equilibrare l'offerta all'espansione della domanda, che pur doveva a suo avviso prevedersi, dopo un così intenso sviluppo del reddito nazionale e del livello di occupazione.
Con altrettanta franchezza bisogna ricordare all'onorevole Togliatti (ed anche all'onorevole Sereni, che ha ribadito la stessa tesi) che, a parte le deficienze lamentate nell'incremento della produzione zootecnica, nessun sistema economico — e quindi nemmeno quello italiano — poteva resistere senza scosse all'urto derivante da una redistribuzione di redditi e dai connessi spostamenti della domanda, nelle dimensioni che tali fenomeni hanno assunto in Italia nello spazio di due anni. I redditi da lavoro dipendente nel settore pubblico e in quello privato sono aumentati, tra il 1961 ed il 1963, di quasi 4 mila miliardi. Questo accresciuto potere di acquisto è stato precipuamente destinato ai consumi, e in special modo a consumi alimentari; tali consumi, e fra essi particolarmente la carne e lo zucchero, non presentano una tale elasticità nell'offerta da poterli immediatamente adeguare ad una redistribuzione di redditi che è stata certamente eccezionale.
Alle prime manifestazioni di carenza del risparmio e quindi di difficoltà di finanziamento degli investimenti — necessari allora come oggi a dare continuità e slancio alla produzione — si fece fronte nel 1962 e nel primo semestre del 1963 con una politica volta ad accrescere la liquidità del mercato. Ciò nell'ipotesi che iniezioni temporanee di liquidità sarebbero poi state assorbite dall'aumento della produzione, vale a dire del reddito, e dalla sua equa distribuzione fra consumi e risparmi: il che non accadde, per i motivi che ho già ricordato.
Appena si ebbe la certezza che ulteriori dosi di liquidità, anziché sostenere la produzione ed il livello dell'occupazione interna, si sarebbero tradotte in una crescita ulteriore dei prezzi e quindi in un aggravio aggiuntivo della bilancia dei pagamenti, fu deciso di avviare una politica di contenimento della espansione delle fonti di creazione della liquidità. Dalla spesa pubblica agli impieghi bancari (sia con risorse interne sia con ricorso a banche estere) tutto fu posto sotto severo controllo. Dei risultati positivi che sono derivati da tale politica ho già informato il Parlamento nelle mie dichiarazioni programmatiche; aggiungo che essa è tuttora attuale e sarà ulteriormente proseguita, poiché è ancora da conseguire in via definitiva il riequilibrio fra mezzi monetari in circolazione e risorse reali disponibili.
In uno alla politica di contenimento del ritmo di espansione dei mezzi monetari, il primo Governo che ho avuto l'onore di presiedere ha anche proposto e posto in atto misure allo scopo di ridurre consumi non necessari (imposta speciale sull'acquisto di autoveicoli, regolamentazione delle vendite a rate, aumento dell'imposta di fabbricazione sulla benzina). Ma già da allora ci si è preoccupati del riflesso di tali provvedimenti restrittivi della domanda sul volume della produzione e dell'occupazione; tanto è vero che sono state contemporaneamente adottate scelte volte a favorire la ricostituzione del risparmio delle famiglie e delle imprese (modificazione delle norme per la cedolare di acconto, disegno di legge — da tempo all'esame del Senato — avente per titolo: «Agevolazioni tributarie per l'ammodernamento ed il potenziamento delle attrezzature industriali») ed a favorire la ripresa degli investimenti attraverso la destinazione dei più alti introiti fiscali ad investimenti produttivi.
Queste ed altre cose ha fatto il primo Governo da me presieduto (non va, ad esempio, sottovalutata la riduzione del deficit di bilancio per l'esercizio finanziario 1964-65 che si ritrova nel bilancio semestrale in corso di gestione): e non semplicemente l'aumento della benzina e dei fiammiferi, come ha affermato l'onorevole Milia. Né l'azione del Governo passato —e di quello che è di fronte a voi — si ferma a quelle che l'onorevole Gaetano Martino, in un intervento molto logico ed argomentato anche se accettabile assai parzialmente, ha definito misure «di politica antisociale». La maggioranza di centro-sinistra non solo oggi, ma anche ieri, onorevole Martino, non si è limitata ad aumentare le imposte indirette ed i prezzi dei servizi pubblici, ma ha posto in essere — e più si propone di farlo in avvenire — un complesso piano, che è di stabilizzazione allorché adotta scelte capaci di equilibrare definitivamente mezzi monetari e risorse reali, ed è di sviluppo quando si concreta in misure volte a ridare fiducia al risparmio (la stabilizzazione monetaria è la più efficace misura a tale riguardo) e quindi a garantire disponibilità e redditività per gli investimenti.
Nonostante questa complessa azione, in parte svolta e in parte da svolgere, riaffermo il giudizio che siamo al punto più difficile della nostra evoluzione congiunturale: abbiamo conseguito, cioè, risultati che possono ritenersi altamente positivi, anche se non definitivi, in tema di stabilizzazione monetaria; siamo riusciti ad ammorbidire le tensioni dei prezzi; abbiamo sostanzialmente mantenuto il livello di occupazione; abbiamo riportato sulla strada dell'equilibrio la bilancia dei pagamenti. Dobbiamo adesso far sì che i risultati positivi in tema di stabilizzazione monetaria si traducano in contributo determinante alla ripresa produttiva e non si trasformino invece — come sarebbe pur possibile se non impegnassimo il senso di responsabilità della classe politica, delle organizzazioni dei datori di lavoro e di quelle dei lavoratori — in fattori di decelerazione della produzione prima, di contrazione del livello di occupazione poi.
Questa preoccupazione è alla base di quella parte del programma del Governo avente per oggetto la ricostituzione del risparmio e la ripresa degli investimenti. 11 Governo non ha fatto come da qualche oratore si è rilevato — astratte invocazioni di fiducia: il Governo, avendo manifestato con estrema chiarezza il suo proposito di difendere innanzitutto il valore della lira (e ne ha indicato i mezzi e gli strumenti: dal controllo della spesa pubblica, al collegamento del credito alle esigenze della produzione e degli scambi), pone il fondamento alla ripresa del risparmio. Il Governo ben sa che, avendo indicato con precisione quali sono gli obiettivi della sua politica a breve ed a medio termine ed avendo con responsabilità espresso il suo avviso per i temi propri della distribuzione del reddito fra i fattori che concorrono a produrlo, anche gli investimenti dovranno riprendere.
Mi sembra dunque a questo punto di poter ricordare all'Assemblea la coerenza assoluta che lega l'azione di ieri e di oggi della maggioranza di centro-sinistra. La politica di stabilizzazione e di ripresa produttiva che proponemmo alla vostra attenzione nel discorso del 24 giugno trovasi ribadita negli accordi fra i quattro partiti, trovasi riaffermata nelle dichiarazioni programmatiche, è oggi ancora una volta sottoposta al vostro giudizio.
La nostra complessa azione di politica economica non è fatta solo di interventi volti a contenere la domanda globale, con restrizioni del credito o con riduzioni della spesa pubblica o con misure fiscali, in modo da conseguire, costi quel che costi e nel più breve tempo possibile, la stabilizzazione. In questo caso saremmo stati unilaterali. Siamo invece attenti ed aggiornati: anche se l'onorevole Sereni non riesce a valutare globalmente la politica che abbiamo proposta.
Alla stabilizzazione ci avviciniamo con gradualità, senza perdere di vista il livello dell'occupazione. Sempre al fine di garantire l'occupazione respingiamo la tesi per la quale nessun collegamento deve esistere fra crescita della produttività del sistema economico e remunerazione dei fattori produttivi che a quella crescita danno il loro contributo: sia che si tratti di salari che remunerano il lavoro, sia che si tratti di interessi che remunerano il capitale. Soltanto un equilibrio fra crescita della remunerazione e crescita della produttività del sistema ci consente di utilizzare saggiamente le risorse che noi stessi produciamo: in caso contrario consumeremmo più di quel che saremmo riusciti a produrre e ci avvieremmo, consapevolmente, alla distruzione del sistema economico e perciò alla disoccupazione.
Vuol far questo l'onorevole Togliatti, quando afferma pregiudizialmente che ogni colloquio con i lavoratori non può dare alcun risultato? Vuol ridurre il livello di occupazione, quando sollecita i sindacati a non rinunciare — cosa mai chiesta, del resto, dal Governo — al loro autonomo potere contrattuale: rinuncia che sarebbe implicita, secondo il leader comunista, nella stessa dizione della «politica dei redditi»?
Ebbene: se l'onorevole Togliatti, incitando i lavoratori a reclamare anche in questa situazione più alti salari vuole distruggere il sistema economico in atto, passando attraverso la disoccupazione di massa, noi faremo tutto quel che dipende da noi, sulla base della convinzione che ci deriva dalla nostra fede nella libertà e nell'autentico progresso sociale, per contrastare tale obiettivo. Faremo tutto il possibile per evitare che la facile e demagogica impostazione comunista, che non vuole dire la verità alle classi lavoratrici, possa gettarle nella miseria e nella disoccupazione. (Applausi al centro e a sinistra — Commenti all'estrema sinistra).
I necessari, faticosi adattamenti che sono imposti dalle nuove condizioni di sviluppo dell'economia italiana, ormai prossima alla situazione di piena occupazione e di maturità che caratterizza le economie capitalistiche più sviluppate, non riguardano soltanto l'azione del Governo e della pubblica amministrazione, ma richiedono un rinnovamento di obiettivi e di strategie anche da parte delle imprese e delle grandi forze sociali organizzate.
E qui il discorso cade, ovviamente, sui problemi che costituiscono il contenuto della politica dei redditi. L'onorevole Togliatti ha ripetuto a questo proposito le ragioni della tradizionale posizione comunista; ma le sue affermazioni sono apparse contraddittorie con l'altra parte del suo discorso, nella quale egli ha ammesso i pesanti condizionamenti che la struttura economica e le leggi di funzionamento di una economia capitalistica impongono, sia alla politica economica del Governo, sia all'azione rivendicativa dei sindacati. Tra questa storicistica accettazione del dato obiettivo dei condizionamenti della struttura e l'astratto volontarismo che assume le riforme di struttura come unica terapia per le difficoltà congiunturali oscilla opportunisticamente l'intera posizione del partito comunista. Il discorso dell'onorevole Togliatti dimostra la fragilità di tale posizione quando, dopo la sbrigativa critica, non tanto alle misure congiunturali di questo Governo, quanto ad ogni possibile tipo di politica congiunturale che le esperienze riformistiche dal New Deal in poi sono venute elaborando, non sa altro proporre come rimedio alle attuali difficoltà che una «elaborazione programmatica che dovrà essere opera collettiva di tutto il movimento democratico italiano». Un governo che non voglia rinunciare al suo dovere di governare non può naturalmente attendere una tale elaborazione, quando i problemi che gli stanno di fronte sono urgenti, e gli strumenti per il loro superamento ben definiti dalle esperienze della moderna politica economica sperimentata in altri paesi da governi spesso di diverso colore politico.
Nel colloquio con i sindacati noi intendiamo appunto valutare i margini entro i quali una politica di distribuzione del reddito attraverso l'espansione salariale può essere sopportata dall'attuale sistema, senza che esso metta in atto reazioni che contrastino con gli obiettivi della piena occupazione delle forze di lavoro e della stabilità monetaria. Ma, proprio perché riteniamo che un'azione riformistica possa allargare questi margini, intendiamo anche esaminare la possibilità che l'impiego degli strumenti a disposizione dei pubblici poteri nel campo della politica monetaria, della politica del lavoro e più in generale dell'intera politica economica permetta, in presenza di determinate strategie sindacali, una più sollecita redistribuzione dei vantaggi del progresso tecnico, e solleciti gli aumenti della produttività del lavoro.
Proprio per i condizionamenti reciproci che esistono fra politica economica del Governo e politica dei sindacati riteniamo che questi non possano sottovalutare la fruttuosità degli incontri che abbiamo proposto, e nei quali intendiamo valutare la compatibilità delle rispettive strategie.
Senza una politica dei redditi la dispersione dei centri di decisione della politica salariale può determinare una dinamica contrattuale che renda impossibile il mantenimento della piena occupazione, della stabilità dei prezzi e dell'equilibrio della bilancia dei pagamenti. Nel mercato del lavoro di una economia prossima alla piena occupazione mancano infatti i meccanismi automatici che impediscano ad una categoria di imporre aumenti retributivi sproporzionati con le possibilità del sistema, e può anzi verificarsi il caso che la stessa controparte della contrattazione collettiva offra o accetti facilmente aumenti delle remunerazioni monetarie tendenzialmente inflazionistiche.
Quando questi aumenti riguardano categorie-chiave, le altre non possono non seguirle, cercando anzi di aumentare la misura dei miglioramenti richiesti, per recuperare la riduzione del potere di acquisto che nel frattempo si è manifestata per la eccessiva espansione del reddito monetario delle altre categorie. Il processo si autoalimenta, fino a quando l'aumento dei prezzi e delle importazioni riduce la domanda interna in termini reali a livelli tali da compromettere il volume della produzione e da minacciare il ricrearsi di margini di disoccupazione.
Queste alternative di periodi inflazionistici e di periodi di depressione hanno seriamente danneggiato le possibilità di espansione di lungo periodo di alcune grandi economie; e dal 1961 in í minacciano di caratterizzare anche il nostro sviluppo economico, impedendo ogni seria possibilità di realizzare un meccanismo di programmazione.
Per tutto questo riteniamo che, nono ante la violenta opposizione del partito comunista, i sindacati, tutti i sindacati, vogliano comprendere le ragioni che impongono un maggiore coordinamento tra la politica salariale e l'intera strategia della politica economica nazionale e non si sottraggano all'esame comune (per il quale il Governo metterà a disposizione i propri strumenti di analisi economica) degli effetti sull'intero sistema delle richieste di aumenti salariali avanzate dalle diverse categorie e degli altri aumenti derivanti dall'automatico funzionamento di alcuni tradizionali istituti contrattuali.
Dissi il 24 giugno, e ripeto oggi: «Sarebbe più facile, più sbrigativa, a risultato immediato, una politica di stabilizzazione realizzata soltanto con severe restrizioni creditizie, indiscriminatamente applicate, ed integrata da misure fiscali per conseguire nello spazio di sei mesi la stabilizzazione; ma una tale politica riproporrebbe il problema di una notevole disoccupazione, riproporrebbe insieme con esso una netta contrazione del reddito nazionale nel suo valore assoluto, non nel tasso di sviluppo. Ecco perché quando perseguiamo una politica di stabilizzazione che non comprometta il livello dell'occupazione né il tasso di sviluppo del reddito — e chiediamo a tal fine il responsabile concorso di tutti i fattori che partecipano alla vita produttiva del paese — facciamo una politica autenticamente popolare. Certamente più popolare e più conforme all'interesse di tutti i lavoratori italiani rispetto a quella suggerita dall'opposizione, che finge di non vedere che un indiscriminato aumento della remunerazione del lavoro in eccedenza alla produttività del sistema porta alla distruzione di attività produttive e quindi al licenziamento di parte degli operai ai quali si è tentato di dare un più alto salario».
Questa politica si ritrova confermata nelle mie dichiarazioni programmatiche.
Sono certo che dal confronto la democrazia uscirà rafforzata e, contrariamente a quanto ha sostenuto l'onorevole Togliatti, aumenterà la fiducia nel Governo di centro-sinistra delle classi lavoratrici. Queste si avvicinano, e non si allontanano, onorevole Togliatti, alla nostra maggioranza parlamentare. (Commenti all'estrema sinistra).
E' fuor di ogni dubbio che il cammino che è di fronte a noi è ancora lungo e difficile; ma se saremo sorretti dalla vostra fiducia e confortati dal vostro incitamento potremo, in un periodo di tempo non lungo, risolvere i problemi congiunturali.
Vorrei dire all'onorevole Gullo una parola sul Mezzogiorno. Vorrei cioè dirgli innanzi tutto che la politica di stabilizzazione e di rilancio produttivo interesserà in primo luogo il sud, dove è in atto, nonostante la avversa congiuntura, un deciso impegno degli operatori pubblici e privati, specialmente nel settore industriale. All'onorevole Gullo non sarà sfuggito — lo spero bene — che nei due anni 1962 e 1963, nonché in questa prima parte del 1964, caratterizzata da condizioni non certo normali del mercato finanziario, mai sono mancati, così come non mancheranno in avvenire, i mezzi per gli investimenti nel sud. (Commenti all'estrema sinistra).
Non mi riferisco solo ai programmi pubblici di intervento, ordinari e straordinari, ma anche ai programmi di investimento delle aziende industriali. Attraverso adeguati interventi del Tesoro gli istituti di credito a medio termine sono riusciti a collocare le loro obbligazioni e a provvedersi dei mezzi necessari per finanziare i programmi delle aziende che avevano richiesto i mutui. Ciò accadrà anche nel prossimo autunno. Inoltre nel febbraio scorso (e l'ho già ricordato) si destinò la metà dei nuovi introiti fiscali proprio all'aumento dei fondi di dotazione degli istituti di credito a medio termine, con la legge che è ancora davanti al Parlamento per l'approvazione. A ciò aggiungasi l'impegno del Governo, da me esplicitamente menzionato, di proporre al più presto al Parlamento la legge di rilancio e di proroga della Cassa per il mezzogiorno, per convenire che le esigenze di crescita dell'economia meridionale non solo non sono state trascurate, ma sono state esaltate anche in questo delicato momento congiunturale.
L'onorevole Sereni ha lamentato che nel programma di Governo, a parte il riferimento alle leggi agrarie, non si sia fatto cenno ai problemi dell'agricoltura; e ne ha tratto lo spunto per affermare che noi trascuriamo tale settore e non affrontiamo quindi gli aspetti sostanziali della situazione economica.
Debbo ripetere a questo riguardo ciò che, in via generale, ho a più riprese detto: e cioè che non mi sono dilungato su questo come su altri aspetti che mi sembravano già chiaramente precisati, in quanto abbiamo riconfermato per essi il programma del novembre scorso, che sta tuttora alla base del nostro Governo. Nel caso specifico, non mi sono dilungato anche per il fatto che l'azione svolta e quella in atto dimostrano con evidenza la nostra volontà di dare corso per intero e celermente all'azione di rinnovamento e di sviluppo dell'agricoltura.
Le osservazioni dell'onorevole Sereni mi offrono per altro l'occasione di ribadire la nostra -posizione in questo settore. Innanzi tutto tengo a ripetere che noi siamo pienamente consapevoli delle difficoltà dell'agricoltura, della complessità dei suoi problemi e della importanza di una loro soluzione ai fini di quello sviluppo armonico della società italiana che costituisce l'obiettivo fondamentale della nostra azione politica. Tengo a sottolineare altresì che siamo convinti della necessità di un'azione a fondo, che impegni mezzi adeguati ed utilizzi, in una visione organica e di largo respiro, tutti gli strumenti a nostra disposizione.
In sostanza la politica di programmazione deve, a nostro avviso, servire proprio ad assicurare a settori bisognosi come l'agricoltura la giusta priorità, e ad impegnare in tal senso Stato, enti e cittadini ad un lavoro coordinato e alla più razionale e coerente utilizzazione dei mezzi a loro disposizione. Credo di poter affermare che la nostra politica per l'agricoltura si muove oggi con chiarezza di obiettivi e con visione precisa dei tipi di intervento e di azione da svolgere. In sostanza noi ci siamo impegnati e stiamo operando per la contemporanea e coordinata soluzione di tre gruppi di problemi: i problemi di struttura; i problemi di mercato; i problemi relativi allo sviluppo produttivistico.
Affrontando i problemi di struttura, noi intendiamo dar luogo ad una migliore organizzazione delle aziende agricole ed a migliori rapporti fra coloro che nelle aziende e nel mondo agricolo operano. Tali problemi hanno una fondamentale rilevanza umana e sociale, ma hanno pure un grande rilievo economico e sono, alla lunga, determinanti sul tipo di sviluppo che noi vogliamo e sulla ampiezza di questo sviluppo. È appunto in questo senso che vanno visti i disegni di legge all'approvazione del Parlamento, riguardanti le nuove norme in materia di patti agrari, il riordino fondiamo e lo sviluppo della proprietà coltivatrice, le attività degli enti di sviluppo. L'approvazione di questi disegni di legge, secondo i principi sanciti dai nostri liberi ordinamenti, recherà un contributo alla chiarezza dei rapporti nel mondo agricolo, consentirà di ampliare l'area della imprenditorialità agricola in aziende idoneamente organizzate, consentirà all'agricoltura di particolari zone e regioni di avvantaggiarsi dell'azione di guida allo sviluppo che sarà esercitata dagli appositi enti nel quadro della politica generale dell'agricoltura.
I problemi di struttura sono legati però ai problemi di mercato e a quelli dello sviluppo produttivistico. Ai problemi di mercato dedichiamo la nostra attenzione in stretto collegamento con gli altri paesi della Comunità economica europea. Si tratta di migliorare la capacità contrattuale dell'agricoltura nei confronti degli altri settori, impegnando i produttori agricoli a produrre ciò che il mercato richiede, ad offrirlo nelle condizioni migliori di tempo e di luogo, ad inserirsi quindi profondamente nei circuiti di mercato. Si tratta di ottenere, grazie ad efficaci congegni nazionali e comunitari, ordine nei mercati e livelli di prezzi il più possibile adeguati ai costi e, soprattutto, il più possibile stabili. Al di là di visioni protezionistiche, occorre assicurare prospettive sicure e porre, con ciò stesso, le premesse per un'attività produttiva ordinata, dando certezza di previsione e di lavoro. Il tutto, evidentemente, in una visione dinamica, di ampio respiro e chiaramente protesa verso i grandi obiettivi di fondo del nostro tempo e del nostro paese.
I problemi dello sviluppo produttivistico, che possono trovare invero integrale soluzione sulla base di una idonea politica di mercato e nel quadro di strutture adeguate, comportano l'impegno di fare ogni sforzo per ottenere maggior quantità e migliori qualità a costi minori: il che vuol dire impiego di macchine e di mezzi tecnici, adozione di moderni strumenti produttivistici, dalle sementi selezionate alla lotta antiparassitaria, alle razze zootecniche più idonee, alle attrezzature più efficienti e più economiche. Tutto ciò occorre fare tenendo inoltre adeguato conto delle naturali vocazioni dei terreni, sì da produrre, nei modi più opportuni e più economici, quel che ambientalmente ed obiettivamente risulta più conveniente, al fine di garantire che ogni sforzo ed ogni mezzo diano i massimi risultati. Ed è con questi obiettivi che, mentre stiamo intensificando lo sforzo per lo sviluppo produttivistico, ed in particolare per lo sviluppo zootecnico, dobbiamo prevedere la necessità di un rifinanziamento della legge sul «piano verde» (Commenti all'estrema sinistra), la cui scadenza si avrà con il 1° luglio dell'anno prossimo, ed una revisione delle sue norme per consentire una loro più efficace e rapida operatività.
Abbiamo naturalmente sempre presenti, per una soluzione il più possibile sollecita, i problemi previdenziali dell'agricoltura. (Commenti all'estrema sinistra).
L'onorevole Pacciardi accusa l'Italia di non avere una politica estera, nel momento in cui egli intravvede nel mondo comunista un aggravarsi di fratture e constata, nel mondo occidentale, l'esistenza di nuovi atteggiamenti da parte della Francia.
Mi permetto però di respingere questo giudizio. In politica estera noi seguiamo una linea di sicura lealtà verso i nostri alleati nel quadro atlantico; e giudichiamo che proprio per effetto di questa politica atlantica i rapporti est-ovest abbiano preso una particolare direzione e nel mondo comunista si vadano a mano a mano manifestando istanze nuove. Anche la nostra azione a Ginevra si basa su queste premesse e mira al raggiungimento di obiettivi che l'Italia ha contribuito e contribuisce a perseguire.
Ma le iniziative non vanno prese in maniera improvvisata ed astratta, bensì in un preciso quadro e con specifica concretezza, quando tutte le premesse di carattere diplomatico e politico siano utilmente maturate. Altrimenti gli effetti potrebbero essere contrari a quelli sperati.
L'onorevole Scelba si è lungamente occupato dell'Europa, dicendo cose che in parte sono accettabili. Così egli ha rilevato le difficoltà che si incontrano sulla strada della costruzione europea: e la sua diagnosi è certamente degna di attenzione. Non mi sembra però abbia pure indicato opportuni rimedi. Rispondo dunque brevemente alle sue osservazioni, anche perché ciò mi offre l'occasione per meglio precisare il nostro punto di vista su un problema assai complesso, che, come ho detto nel mio stesso discorso programmatico, è un problema fondamentale della nostra politica estera.
Prima di ampliare la Comunità dei sei — ha detto l'onorevole Scelba — occorre pensare al suo consolidamento. D'accordo. Anzi, è proprio quello che stiamo facendo a Bruxelles; ed anche a tale fine abbiamo proposto che la Comunità si affretti a definire la propria «filosofia» delle associazioni.
Sostituire la Gran Bretagna alla Francia non significherebbe un allargamento della Comunità, ma solo una rottura dei trattati di Roma: così ha detto l'onorevole Scelba. Ma nessuno di noi ha mai affermato che ciò possa avvenire! Siamo invece dell'avviso che la Comunità debba essere aperta a tutti coloro che siano disposti ad assumerne le responsabilità. Riteniamo che la Gran Bretagna, per la sua gravitazione politica ed economica, debba, non appena le condizioni lo consentano, partecipare di pieno diritto alla costruzione europea.
Se è vero che i trattati di Roma nulla prevedono circa l'unificazione politica, è altrettanto vero che essi sono stati concepiti, fin dal momento della firma, come una tappa nel processo di integrazione europea iniziato con il trattato di Parigi sulla Comunità del carbone e dell'acciaio. L'onorevole Scelba ci taccia di immobilismo per quanto concerne l'unificazione europea; ma, allo stesso tempo, egli stesso ci dice che non sussistono oggi le condizioni necessarie ad uno sviluppo nel senso dell'integrazione quale noi la desideriamo.
Non solo, onorevoli colleghi, noi abbiamo preso in attenta considerazione il cosiddetto progetto Fouchet, ma abbiamo contribuito ad elaborarne numerose parti; e ci doliamo anche noi che le trattative non abbiano raggiunto lo scopo preffisoci, al cui raggiungimento intendiamo fermamente dedicare attenzione ed azione.
Anche l'onorevole Gaetano Martino ha formulato qualche riserva sull'impegno europeistico del presente Governo. Non ho che da richiamare l'attenzione degli onorevoli colleghi su quanto ho avuto l'onore di dichiarare a questo riguardo giorni fa, nel presentare alle Camere il programma del Governo: «L'Italia, inoltre, mentre dà il suo contributo di leale collaborazione in tutte le sedi comunitarie economiche e politiche, sforzandosi di rafforzare le istituzioni europee mediante la progettata fusione degli esecutivi e l'elezione diretta del Parlamento, si pone come obiettivo fondamentale la realizzazione dell'unità europea, economica e politica; di una Europa democratica aperta, senza ingiustificate esclusioni, tendente ad una autentica integrazione, legata da un profondo vincolo di solidarietà ideale e politica con gli Stati Uniti d'America in una più vasta comunità di uguali». Ed aggiungevo: «Un così grande disegno ha bisogno di un vasto concorso di consensi e di una forte spinta popolare. L'Italia per parte sua cercherà di rendere fatto di popolo questa politica e lavorerà, precludendosi ed escludendo ogni particolarismo, per una progressiva armonizzazione delle componenti ideali e politiche dell'Europa unita, che sia una creazione comune, non dissimile da come essa fu immaginata dai grandi spiriti che ne iniziarono la costruzione, una forza di unità e di pace, capace di perseguire una politica comune, inserita nel più vasto contesto dei popoli democratici dell'occidente e nella fitta trama di più vaste relazioni internazionali».
È in questa direzione che noi intendiamo muoverci e ci siamo mossi nel recente passato, in perfetta coerenza e continuità con l'azione svolta sul piano europeo da tutti i governi italiani succedutisi negli «anni cinquanta».
L'onorevole Gaetano Martino ci accusa anche, sempre sul piano della politica europea, di «immobilismo». Egli stesso però riconosce che la costruzione europea si è sviluppata, in questo ultimo periodo, in campo economico ed ammette perfino che «il primo Governo Moro aveva avuto qualche spunto confortante, allorché si impegnò in favore delle elezioni a suffragio diretto». Subito dopo però esprime il giudizio che l'iniziativa italiana sia stata «più dannosa che benefica», rimproverandoci soprattutto di aver ignorato una preesistente proposta del 1960.
Vorrei a questo proposito precisare che la proposta avanzata da parte italiana il 24 febbraio scorso per l'elezione a suffragio universale diretto dei membri del Parlamento europeo fa esplicito richiamo non solo all'articolo 138 del trattato C.E.E., ma anche all'articolo 21 del trattato C.E.C.A. e all'articolo 108 del trattato C.E.E.A.; e, lungi dall'ignorare la precedente proposta del Parlamento europeo, vi fa espresso riferimento e da essa prende le mosse.

MARTINO GAETANO. Ma non si è chiesta la discussione del progetto preparato a norma dell'articolo 138. È stato presentato un nuovo progetto.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Dice la proposta italiana: «Il Parlamento europeo ha adottato il 17 maggio 1960 un progetto di convenzione al riguardo e lo ha sottoposto al Consiglio. Il Governo chiede che il Consiglio riprenda l'esame del problema per fare, già nel corso del periodo transitorio, un primo passo in tale direzione». Tale primo passo dovrebbe consistere nell'elezione a suffragio diretto universale, a partire dal 1° gennaio 1966, di almeno metà dei membri del Parlamento europeo.

MARTINO GAETANO. È un'altra proposta.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Due obiettivi si prefiggeva la proposta italiana: far riprendere in esame il problema generale, sulla base proprio della proposta del Parlamento europeo; spingere per dare a tale proposta almeno un inizio graduale, a partire da una data precisa.
Che l'iniziativa non sia stata dannosa e nemmeno inutile è provato dal fatto che proprio nella riunione del Consiglio della C.E.E. del 29 luglio scorso i sei governi hanno confermato l'impegno a riprendere l'esame del problema, sulla base della proposta italiana, subito dopo la fusione degli esecutivi, che dovrebbe essere realizzata all'inizio dell'anno prossimo.
Risponderò poi brevemente all'onorevole Togliatti. Non mi sorprende che il giudizio dell'onorevole Togliatti sulla nostra politica estera sia un giudizio negativo. Constato che mentre ci si accusa di non svolgere una politica indipendente da quella di una alleanza della quale, col consenso del Parlamento, facciamo parte, ci viene offerta una visione artificiosa e partigiana della situazione internazionale.
È assolutamente inesatto che non abbiamo lavorato per la distensione. Alle Nazioni Unite, in sede atlantica, a Ginevra e in tutti gli altri luoghi di incontro internazionale la nostra voce si è fatta sempre sentire per sostenere quanto vi è di veramente valido e costruttivo nelle iniziative di pace: beninteso, quando si tratta di iniziative serie, che non siano unicamente ispirate a motivi di propaganda.
Quanto all'accenno alla Cina e al nostro presunto asservimento alla guida di altre potenze, che sarebbe stato dimostrato da tale vicenda, il pensiero del Governo è stato già espresso in precedenza, e desidero pienamente confermarlo. È del resto perfettamente logico che, nel quadro dei periodici scambi di vedute sulla situazione nei vari scacchieri mondiali, l'Italia abbia messo il governo di Washington al corrente di talune nostre idee; come è perfettamente logico che, nel corso di tali scambi di vedute, il governo di Washington abbia, a sua volta, messo il Governo italiano al corrente di taluni suoi orientamenti o preoccupazioni. (Commenti all'estrema sinistra). Ciò non toglie che, quando sarà giunto il momento, l'Italia sarà perfettamente in condizione di prendere le sue decisioni, in armonia con gli interessi del paese e con una valutazione concreta dell'interesse generale. E in questa forma che noi concepiamo l'amicizia, la collaborazione, l'alleanza con gli Stati Uniti e con gli altri paesi atlantici.
La situazione attuale del Vietnam deve essere messa in relazione con gli accordi di Ginevra del 20 luglio 1954, che hanno posto termine alla guerra in Indocina. Tali accordi sono stati sottoscritti dalle principali potenze interessate, fra cui la Repubblica popolare cinese, gli Stati Uniti d'America, l'Unione Sovietica, il Regno Unito, la Francia e l'India.
In base a tali accordi, la regione del Vietnam venne divisa in due zone: il Vietnam settentrionale, con capitali Hanoi, a regime comunista; ed il Vietnam meridionale, con capitale Saigon, e con governo gravitante verso il sistema occidentale. (Proteste all'estrema sinistra). Tali accordi prevedevano anche che si sarebbe dovuto procedere successivamente alla riunificazione dell'intero Vietnam.
Le possibilità della unificazione risultarono però più difficili del previsto e spronarono il Vietnam del nord a ricercare attraverso la guerriglia una soluzione, non sul piano del negoziato, ma della disgregazione e della forza. Di fronte a questo intervento esterno, a partire dal 1961 e su richiesta del governo di Saigon si assisté ad un graduale e crescente impegno degli Stati Uniti d'America, i quali, mediante l'invio di tecnici, di consiglieri civili e militari, prestiti ed assistenza di ogni genere, riuscirono ad organizzare una efficace difesa.
In questo quadro si inseriscono due nuovi fattori di notevole importanza. Il primo è il contrasto tra Pechino e Mosca, contrasto che ha avuto a sua volta due conseguenze essenziali: da una parte, la diminuzione della capacità di influenza di Mosca sulla Cina, al fine di impedire ai cinesi di oltrepassare il limite di rottura; e, dall'altra, l'intento di Pechino di dimostrare che, specialmente nel sud-est asiatico, è possibile realizzare l'avvento di regimi rivoluzionari comunisti senza che necessariamente si addivenga ad un conflitto mondiale. Il secondo fattore è costituito dal fatto che gli Stati Uniti d'America sono stati indotti ad attribuire un carattere di altissima priorità al settore vietnamita. Infatti a Washington si ritiene che, ove dovessero cadere le posizioni del Vietnam meridionale, l'intera situazione in estremo oriente sarebbe gravemente compromessa.
Questo è il quadro entro il quale si situa l'attuale crisi, determinata dall'intensificazione delle azioni militari dei guerriglieri comunisti, dovuta, probabilmente, sia a motivi di ordine economico, sia al convincimento di trovarsi di fronte ad un esercito fortemente indebolito in seguito alle vicende politiche che hanno portato a ripetuti colpi di Stato a Saigon (Commenti all'estrema sinistra), sia, infine, al calcolo che gli Stati Uniti, alla vigilia delle elezioni presidenziali, si dovrebbero trovare in uno stato di paralisi politica. A questa circostanza Washington ha invece risposto con un accrescimento dell'intervento militare...

Una voce all'estrema sinistra. Con l'aggressione!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ... sia sotto forma di aumento del numero dei consiglieri militari, sia con accresciute forniture in campo civile e militare.
I recentissimi avvenimenti di ordine militare sono facilmente spiegabili. Da una parte, i vietnamiti del nord facilitati da una copiosa assistenza militare cinese, sono passati all'attacco. (Proteste all'estrema sinistra). Probabilmente anche al fine di sondare le reazioni americane, in questi ultimi due giorni sono state attaccate a due riprese navi della settima flotta americana, flotta che, pattugliando le acque internazionali del golfo del Tonchino, impedisce il contrabbando di armi. (Proteste all'estrema sinistra).
Le rinnovate azioni navali vietnamite costituiscono un indice nuovo e di estrema gravità. Si pensi infatti che durante l'intero conflitto coreano nessuna nave statunitense è stata mai attaccata da sottomarini o da navi di superficie. Queste azioni navali sono altresì indice sicuro dell'intensificazione dell'assistenza bellica cinese.
La reazione militare americana è stata una semplice autodifesa (Proteste all'estrema sinistra), con l'obiettivo limitato di colpire le basi dalle quali gli attacchi vietnamiti sono partiti, risparmiando, con alto senso di responsabilità, le popolazioni civili. (Vive proteste all'estrema sinistra — Scambio di apostrofi). A conferma del carattere limitato della reazione americana è l'assenza di un ultimatum al governo di Hanoi (Interruzione del deputato Nannuzzi) dopo avere subito l'aggressione non provocata. Nello stesso tempo gli Stati Uniti hanno preso l'iniziativa di chiedere la convocazione d'urgenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. (Commenti all'estrema sinistra). Si può dunque sperare, e vi è già qualche segno confortante, che l'intervento della Organizzazione delle nazioni unite — nella quale riponiamo piena fiducia, come già ho ribadito nel mio discorso introduttivo — contribuisca ad agevolare il superamento della crisi.
Convinti che non sia nei propositi degli Stati Uniti di allargare il conflitto che turba il sud-est asiatico, noi seguiamo questa situazione con senso di responsabilità e con sentimento di alleati e di amici. Infatti, pur non avendo alcun impegno in quella parte del mondo, siamo consapevoli che all'esito di questo conflitto e alla posizione ferma e responsabile degli Stati Uniti è legata la libertà di un numero cospicuo di Stati dell'Asia orientale. (Applausi al centro — Proteste all'estrema sinistra).
A proposito della questione altoatesina, desidero precisare che gli attuali contatti italo-austriaci non mirano affatto alla conclusione di un nuovo accordo internazionale. Basandosi sul programma dei quattro partiti di Governo, secondo cui da parte italiana si intende utilizzare le conclusioni della relazione dei 19 (la quale prevede, fra l'altro, modifiche statutarie) per assicurare la tranquillità e la fiducia nell'Alto Adige, il sondaggio in corso a Ginevra tende semplicemente ad accertare se, ove certe misure siano autonomamente decise dal Governo di Roma, si possa nello stesso tempo realizzare la cessazione della controversia con l'Austria.
Nell'iniziare questi contatti non intendevamo e non intendiamo allontanarci dallo spirito dell'azione intrapresa all'interno, ma assicurarne l'efficacia ad estinguere la controversia internazionale.
Non è esatto infatti affermare che l'istituzione della Commissione dei 19 abbia cancellato dalle agende internazionali la controversia italo-austriaca. L'assemblea generale delle Nazioni Unite approvò, fra l'altro, all'unanimità, il 30 novembre 1961, una risoluzione con cui si prendeva atto con soddisfazione dell'esistenza di trattative tra i due governi; si rivolgeva ad essi l'invito a proseguire negli sforzi per l'applicazione della risoluzione adottata l'anno precedente, che prevedeva negoziati tra le due parti per una soluzione diretta e, sussidiariamente, per la ricerca di un mezzo pacifico idoneo ad assicurare la soluzione della controversia; e si invitava inoltre ad astenersi da ogni azione che potesse compromettere le loro relazioni amichevoli.
Desidero comunque assicurare il Parlamento, quanto agli attuali contatti con l'Austria, di cui auspichiamo la rapida e positiva conclusione, che non abbiamo receduto — e non intendiamo recedere — dal nostro punto di vista, più volte espresso, circa l'applicazione da parte italiana dell'accordo De Gasperi-Gruber: e voglio ribadire che, dal punto di vista italiano, la cessazione della controversia non dovrà comportare l'assunzione di obblighi internazionali maggiori di quelli risultanti dallo stesso accordo di Parigi.
Con ciò ritengo che siano anche superate le preoccupazioni espresse dall'onorevole Almirante.
All'onorevole Vaja vorrei ancora aggiungere che la difesa degli interessi nazionali non è «insana», e lo è tanto meno per noi che abbiamo dimostrato di preoccuparci vivamente, nell'ambito degli interessi dello Stato, degli interessi di tutti i gruppi etnici. Il che è anche dimostrato dalla istituzione della Commissione dei 19.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo è íl complesso panorama politico che il Governo offre all'approvazione del Parlamento; questi i nostri ideali, i nostri propositi, il nostro comune modo di reagire alla dura realtà che è dinanzi a noi e che noi dobbiamo affrontare. Si è domandato se i nostri obiettivi politici sono giusti. Ebbene, ve li abbiamo esposti con assoluta sincerità: e sta a voi, ora, giudicare. Si è domandato se siano dalla nostra parte sufficienti unità e forza. E noi abbiamo potuto assicurarvi della nostra rinnovata solidarietà. Di questa capacità del Governo di assolvere al suo compito, ancora una volta, sarete voi a giudicare.
Noi vogliamo dirvi la nostra profonda convinzione morale e politica, che ci sollecita a non sottrarci al dovere che ci viene domandato. Da tutti gli oratori della maggioranza sono state messe in rilievo le ragioni politiche che imperiosamente hanno sollecitato il costituirsi di questa coalizione: l'esigenza cioè di impedire che un vuoto politico, determinato da insufficiente coesione dei partiti, rivelasse una impotenza delle istituzioni democratiche, rivelasse l'assenza della forza di unità, del vigore costruttivo che sono propri della democrazia; l'esigenza di evitare le rigide contrapposizioni, quella spaccatura del paese che abbiamo sempre deprecato, considerandola determinante di forti tensioni e tale da sottoporre a dura prova il metodo democratico; l'esigenza di associare forze nuove, provenienti dall'opposizione, dopo un difficile processo di passaggio sul terreno delle responsabilità di governo, allo sforzo comune per la difesa e lo sviluppo della libertà in Italia.
Questa è una complessa prospettiva politica, per la quale vale la pena di impegnarsi. Il suo obiettivo ed il suo contenuto, nel complesso, è l'ampliamento e l'arricchimento della vita democratica in Italia: un camminare più spediti sulla via della libertà e del progresso del nostro paese. Così sarà, se il nostro e il vostro sforzo riuscirà.
Voi sapete della consapevole e ragionevole delimitazione della maggioranza, che ci oppone polemicamente alle forze che contestano i nostri ideali ed i nostri programmi. La ragione di questa opposizione, e la misura di essa, emergono chiare nell'esperienza degli ultimi mesi ed in questi dibattiti parlamentari. Non vi può essere dunque dubbio alcuno sulla nostra autonomia, sulla nostra coraggiosa solitudine come qualificata maggioranza politica. (Commenti a destra).
Al paese chiediamo comprensione e solidarietà: perché vogliamo lavorare per esso, per il suo avvenire. E chiediamo solidarietà, in questo momento difficile, ai lavoratori ed agli operatori economici, confermando la nostra volontà di fare con senso di responsabilità, di giustizia, di rispetto tutto intero il nostro dovere verso la comunità nazionale. (Vivissimi applausi al centro e a sinistra — Moltissime congratulazioni).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 6 agosto 1964

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 6 agosto 1964)


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