LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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II° GOVERNO MORO: REPLICA DI ALDO MORO AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 1 agosto 1964)

Il I° governo Moro si dimette il 26 giugno 1964, dopo che in Parlamento sono passati alcuni provvedimenti sulla scuola privata con l'astensione dei partner della DC. Preso atto della situazione, non limitata evidentemente solo alla scuola privata, Moro preferisce aprire la crisi.
Il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, riconferisce a Moro l'incarico di formare il nuovo governo. Dopo una lunga trattativa, Moro costituisce il suo secondo governo, ancora una alleanza organica di centro-sinistra DC, PSI, PSDI, PRI.
Il 30 luglio 1964 il governo si presenta al Senato. Moro replica agli intervenuti nel dibattito il 1 agosto. La votazione successiva fornisce la fiducia del Senato al nuovo governo.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Presidente, onorevoli senatori, il dibattito in questo ramo del Parlamento, per la concessione della fiducia al Governo, si è svolto in modo serrato ed efficace, contribuendo a lumeggiare tutti gli aspetti della situazione economica e politica del Paese. Rilevo, con soddisfazione e con riconoscenza, come esso abbia avuto un tono elevato e costruttivo, non solo negli interventi degli esponenti della maggioranza, che ringrazio della cordiale e motivata adesione data alla linea politica ed al programma del Governo, ma anche nelle critiche, anche se vivaci, sempre corrette dei rappresentanti delle opposizioni. Il che è segno non solo di un costume democratico sempre più fortemente radicato nel nostro Paese, ma anche, almeno così mi sembra, di una comune consapevolezza del difficile momento, il quale richiede sì l'apporto di diverse intuizioni e prospettive, ma anche l'operosa coscienza della solidarietà di fondo che stringe il popolo italiano, la cui salvezza non può che essere assicurata da un generale senso di responsabilità, di misura, di impegno comune. Di fronte a questa esigenza essenziale, il Governo ha una sua posizione e funzione ben definite e le opposizioni tengono il loro posto di critica e di controllo. Ma la diversità, ma la contraddizione, le quali sono naturali e benefiche, tra essi, non vogliono, non possono significare una dissociazione totale che laceri il Paese e lo condanni, con ciò stesso, all'impotenza ed al disastro. Questo significa, io credo, il modo civile di discutere che abbiamo sperimentato in questi giorni, il quale non vuol dire affatto una attenuazione delle differenze di fondo, che ci sono e debbono restare, tra le varie forze politiche. Io spero si tratti, invece, di una comune preoccupazione, di un comune interesse per l'avvenire di prosperità, di libertà e di giustizia, da assicurare al popolo italiano. Io spero che esso sia il riflesso di un analogo stato d'animo del Paese, di una preoccupazione, di un impegno ed insieme di una speranza in tutti, ai quali corrispondano una ferma indicazione ed una efficace azione del Governo nella sua responsabilità di fronte alla intera Nazione.
Non sono mancati rilievi nel corso del dibattito sul modo secondo il quale si è aperta, si è svolta e si è conclusa questa crisi di Governo.
Così il senatore Trimarchi ha polemicamente rilevato il carattere, ancora una volta, extra parlamentare della crisi, che ha poi definito inutile e dannosa per la battuta di arresto che ha determinato nella soluzione di importanti problemi, come quello della scuola, già giunti a maturazione.
Ora a me pare difficilmente contestabile il carattere parlamentare di una crisi, come questa, apertasi a seguito di un voto del Parlamento che ha messo in minoranza il Governo su di un capitolo di bilancio, e per giunta un voto che aveva determinato di fatto, pur in presenza delle intenzioni non polemiche già messe in luce nelle mie precedenti comunicazioni, una frattura nella maggioranza. Ora è vero che, in questo caso, non si riscontra una sfiducia formale e non vi è quindi l'obbligo delle dimissioni; ma non si può negare che si sia di fronte ad una posizione negativa del Parlamento su di una proposta del Governo, il quale ha, se non l'obbligo, la facoltà di effettuare un complesso giudizio politico e di trarne egualmente la conseguenza delle dimissioni. Il che noi appunto abbiamo fatto, partendo da un voto del Parlamento e per i seri motivi che ho avuto già occasione di mettere in luce. L'interpretazione che sembra fare propria il senatore Trimarchi porterebbe a ritenere che, come solo la fiducia formale del Parlamento abilita il Governo, così solo la sfiducia formale consente l'apertura di una crisi. Il che sembra politicamente aberrante, difforme dalla prassi ed in contrasto con la norma, che è di difesa della stabilità del Governo, per la quale il voto di sfiducia soltanto obbliga alle dimissioni, il che lascia evidentemente aperta la via ad una libera valutazione politica negli altri casi. Il giudizio del senatore Trimarchi che si sia trattato di una crisi inutile e dannosa è un rilievo di merito. L'appunto d'inutilità, che è stato mosso polemicamente anche da altri oratori in considerazione, com'essi hanno detto, del permanere degli equivoci, delle contraddizioni, della costituzionale inefficienza che caratterizzano il mio precedente Governo, io mi permetto di respingerlo, riaffermando integralmente la mia precedente valutazione circa gli aspetti positivi riscontrabili nella soluzione della crisi. Voglio dire: la libera riconferma della formula dopo un ampio dibattito che ha escluso utili alternative e messo in luce il valore attuale della politica di centro-sinistra; la riaffermata solidarietà dei partiti della maggioranza in seno al Governo e in sede parlamentare e politica; i chiarimenti ed approfondimenti nel programma, per renderne più agile, sicura e rispondente alla realtà economica e politica l'attuazione; la rinnovata adesione ai vitali obiettivi di questa coraggiosa politica che abbiamo intrapreso sono tutte positive acquisizioni atte a rendere più coerente, rapida ed incisiva l'azione del Governo, com'io spero e credo potrà essere dimostrato dall'esperienza nuova che sta per avere inizio.
E qui vorrei dire che, senza volere contestare alcune difficoltà riscontrabili nell'attività del precedente Governo e comprensibili nell'avviamento di una collaborazione in circostanze così complesse e così nuove — difficoltà a superare le quali ha giovato la messa a punto realizzata con la soluzione della crisi — si è molto esagerato, anche nel corso di questo dibattito, nel giudizio dato sul significato politico e sulla linea di azione del precedente Governo di centro-sinistra.
Ma non desidero soffermarmi ora in una difesa, che, pur sarebbe agevole, e che consentirebbe di rilevare la complessa attività legislativa che è stata da noi promossa, la quotidiana e non inerte attenzione rivolta ai temi della congiuntura, sempre identificati nella loro obiettiva gravità, la difesa coraggiosa contro la minaccia di dilatazione della spesa pubblica, una politica interna ferma, ma senza alcune eccesso, una politica estera di dignitosa presenza dell'Italia con obiettivi di sicurezza e di pace, ed infine la esperienza fatta, mi sia consentito dirlo, contro tante deformazioni, della lealtà, della responsabilità, del senso dello Stato dei quali i colleghi socialisti nel Governo hanno dato un'ammirevole prova. La crisi dunque non è stata inutile e non era del resto chiamata a sanare una situazione irrimediabilmente compromessa, ma a consentire opportune correzioni in una situazione suscettibile di miglioramento sul piano funzionale. Quanto poi al rilievo che la crisi sia stata dannosa, mi permetto di interpretarlo, venendo esso da un leale avversario qual è il senatore Trimarchi, come un obiettivo riconoscimento che, malgrado tutte le critiche, qualche cosa di positivo si andava pur realizzando, e dell'apporto rilevante che, in definitiva, la continuità politica ed amministrativa dà alla soluzione dei problemi del Paese. Siffatte considerazioni sono, in linea di principio, del tutto valide, anche se non possono prevalere sulle ragioni, quando esse s'impongano imperiosamente, di un completo chiarimento politico.
Potrei opporre, dunque, queste considerazioni della continuità amministrativa ed altre inerenti al difficile equilibrio politico del Paese, che potrebbe essere rotto con conseguenze imprevedibili ed incalcolabili, alla compiaciuta previsione che il senatore Nencioni ha fatto, del resto senza appesantire il tono del suo intervento, sulla limitata durata della vita di questo Governo. Debbo dire che questa valutazione, che questo auspicio di una rapida dissoluzione della presente compagine governativa, i quali vengono da destra così come da sinistra, mi lasciano personalmente del tutto indifferente. Giudichi il Parlamento, giudichino le forze politiche quel che è utile alla democrazia ed al Paese. Io, che non mi sono sottratto ancora una volta al compito che mi è stato affidato e che non ho sollecitato, farò con fermezza tutto il mio dovere per tutto il tempo per il quale esso mi sarà richiesto, senza attardarmi nella oziosa misurazione della prevedibile durata della mia fatica.
Al senatore Nencioni poi vorrei aggiungere che non trovo giustificati, ancora una volta, i suoi rilievi in ordine allo svolgimento della crisi. Di essa si è gonfiata la durata, quasi si fosse trattato di una vicenda interminabile, mentre i contatti collegiali per la elaborazione programmatica, e che ha toccato punti numerosi ed importanti di complessi problemi, sono durati poco più di una settimana. Il resto del tempo è stato impiegato nelle pur rapide consultazioni in sede costituzionale (e non vedo perché il senatore Scoccimarro mi abbia addebitato di aver reso doveroso omaggio e di aver dato convinta testimonianza all'azione svolta dal Capo dello Stato) e nelle deliberazioni dei partiti sulle direttive politiche di fondo per la soluzione della crisi.
E così neppure vi è stata reticenza alcuna nel corso delle trattative, salvo che per reticenza non s'intenda la normale riservatezza in un negoziato in corso per quanto riguarda i particolari di esso, salva la indicazione dei temi e delle posizioni di fondo assunte dalle varie forze politiche.
Ed infine farò notare al senatore Nencioni che tutti i contatti da me stabiliti, in vista della soluzione della crisi, sono stati tenuti con rappresentanti parlamentari, che autorevoli esponenti parlamentari erano anche i Segretari politici dei Partiti, che tutte le deliberazioni sono state adottate dai Direttivi dei Gruppi parlamentari e poi dai Gruppi stessi collegialmente considerati.
Il Governo è venuto qui, lo ripeto, per la definitiva investitura, in Parlamento, per verificare la sua maggioranza e per delineare anche più nettamente la sua posizione dinanzi alle critiche ed alle sollecitazioni delle opposizioni.
Se queste non potevano essere presenti nella fase precedente, poiché già, attraverso le consultazioni, si era delineata una coalizione con il suo programma e una tale coalizione si doveva in effetti realizzare attraverso le intese tra i Gruppi parlamentari della maggioranza, la loro funzione invece risalta pienamente in questa seconda fase, quando essa con la sua polemica sottopone a verifica il Governo, la maggioranza, il programma che si intende perseguire.
E vorrei anche assicurare che, pur dinanzi alle precise intese che hanno portato a definire la linea politica e programmatica di questo Governo, intese che sono state da me non già accettate, ma promosse e definite nella mia responsabilità di Presidente incaricato, io resto, come è nel mio compito — al quale, neppure volendolo, potrei sottrarmi — la guida, il coordinatore, il responsabile di tutta la futura attività governativa; resto l'interprete vivo ed impegnato dell'accordo politico che io ho promosso per la costituzione del Governo.
In qualche momento di questo dibattito, andando al di là dei temi politici generali, si è fatto richiamo a punti particolari del programma, lamentando nelle mie dichiarazioni delle lacune e contestando la mancata attuazione di impegni già assunti dal precedente Governo. A quest'ultimo proposito, mi sembra veramente eccessiva l'accusa di inadempimento rivolta al Governo, il quale ha dato inizio alla predisposizione dei disegni di legge relativi al suo programma che è, nella sua complessità, un programma di legislatura. Non v'è stato quindi abbandono su nessun punto, anche se, come è ovvio, non tutto questo rilevante materiale legislativo ha potuto giungere, nei sei travagliati mesi di vita del Governo, all'approvazione collegiale del Consiglio dei ministri e del Parlamento. E tuttavia, tra l'altro, tutte le leggi agrarie, mentre è sempre vigile la nostra attenzione sui complessi problemi dell'agricoltura, sono state portate alle Camere e così numerose leggi relative all'ordinamento regionale. Sono in corso gli studi sulla finanza locale e quelli sulla legge di Pubblica Sicurezza.
Ho richiamato le riforme dei Codici e le leggi di attuazione della Costituzione. Ho detto dello «statuto» dei lavoratori. Sarà pronta a breve scadenza la riforma delle società per azioni. Ho riconfermato gli impegni in materia di previdenza sociale. Ho assicurato per la legge speciale su Roma e per la legislazione sul cinema. Ho detto della nostra decisa volontà di operare per la scuola con piani e disegni di legge in avanzata elaborazione, per l'istruzione professionale, per la ricerca scientifica, per l'edilizia scolastica. Ho riconfermato il proposito di presentare, a breve scadenza, una legge incisiva per il Mezzogiorno e le aree depresse. E molto avanzato, in vari importanti settori, il lavoro per la riorganizzazione amministrativa del Paese. Molte cose ho taciuto ed altre ho detto in breve, avendo fatto riferimento al precedente programma, per non appesantire l'esposizione. Anche ora sono costretto ad essere stringato. Desidero, però, rassicurare il senatore Tolloy che il mio silenzio sui temi della Sanità non significa che sia meno vigile e pronta l'attenzione del Governo per un settore, come questo, di vitale importanza per il livello di vita civile del Paese e cosa ricco di problemi che sono stati già oggetto di attento studio, che ora sta per proseguire sotto la nuova guida del ministro Mariotti, in sede di Governo.
Tratterò ora dei problemi economici per il rilevante peso che essi hanno avuto in tutti i discorsi che sono stati qui pronunziati, quale riflesso dell'attenzione che il Senato, come sempre, ha per quelle che sono le attese più vive del Paese. È fuor di ogni dubbio che, oggi, i problemi connessi con la evoluzione congiunturale sono quelli che più urgentemente interessano l'opinione pubblica e di ciò il Governo — che ne ha informazione diretta — ha avuto conferma negli interventi di tutti i senatori che hanno partecipato al dibattito.
Ho avuto modo di intrattenermi a lungo nelle mie dichiarazioni programmatiche sulla formulazione di quella che si definisce diagnosi congiunturale. La diagnosi che ho presentato all'attenzione del Parlamento non può obiettivamente definirsi né pessimista, né ottimista: è, a mio avviso, l'unica diagnosi che l'esame dei dati a disposizione permetteva di fare a chi ha la pesante responsabilità del governo del Paese.
Che la diagnosi fatta sia quella giusta è stato rilevato da più di un intervento, anche se da parte di alcuni senatori delle opposizioni mi si è accusato di essere stato troppo ottimista o troppo pessimista. Strano a dirsi, l'accusa di eccessivo pessimismo è pervenuta dal senatore Roda per quanto riguarda la situazione congiunturale globalmente intesa: ma, qualche minuto dopo avere espresso tale giudizio di sintesi, lo stesso senatore Roda ha aggiunto che sarei stato troppo ottimista nel giudicare della situazione attuale e della prospettiva futura della bilancia dei pagamenti. Quasi che la situazione della bilancia dei pagamenti fosse un elemento del tutto estraneo alla diagnosi congiunturale. Eppure, nelle dichiarazioni programmatiche, ho fondato le osservazioni anche su quella che è stata e su quella che è la situazione dei nostri conti con l'estero.
Il fatto vero è che siamo al punto più difficile della evoluzione congiunturale: sono stati conseguiti alcuni risultati positivi dalla politica di contenimento monetario posta in essere fin dallo scorso anno allo scopo prioritario di stabilizzare la lira — ed il senatore Lattai Starnuti ha detto che tale problema è pregiudiziale — ma sono apparsi problemi nuovi, del resto non inattesi, e dei quali ci preoccupammo nei mesi scorsi, quando ripetutamente avevamo invitato tutti i partecipi al processo produttivo a dare il loro concorso a quella che si definisce «politica dei redditi» e quando il Governo andava elaborando tutta una serie di interventi che, integrativi della politica di contenimento monetario e della politica dei redditi, avrebbero potuto costituire quel piano di stabilizzazione volto ad assicurare insieme la stabilità monetaria e la prosecuzione dello sviluppo, fermo restando il livello dell'occupazione.
Di certo sappiamo che si è avuto un ammorbidimento dei prezzi — che peraltro ancora non è indicativo di una stabilità conseguita poiché tuttora persiste lo squilibrio fra segni monetarie e risorse reali — e possiamo anche convenire che la bilancia dei pagamenti tende ad un netto miglioramento per il combinato concorso dell'andamento delle partite correnti e del movimento dei capitali. Non ci sfugge, naturalmente, che la minor tensione dei prezzi va consolidata, anche in vista della ripresa annuale, così come non possiamo tralasciare di considerare che il migliore equilibrio tra importazioni ed esportazioni si ricollega parzialmente ad una decelerazione interna del processo produttivo e della domanda globale.
Questi i motivi che ci hanno indotto a porre di fronte al Parlamento una diagnosi congiunturale severa ma responsabile: tutti debbono ben sapere che se insistessimo solo con le misure di contenimento monetario otterremmo la stabilizzazione, riequilibreremmo la bilancia dei pagamenti, ma avremmo ripercussioni non certo positive sul piano della produzione e dell'occupazione. Ecco le difficoltà del momento: continuare nella politica antinflazionistica, ma evitare i danni della deflazione. Ecco perché siamo al punto più difficile dell'evoluzione congiunturale.
Il senatore Scoccimarro ha, in certo senso, dato atto dell'esattezza della diagnosi del Governo quando ha affermato che «siamo al limite fra l'inflazione e la deflazione».
Ma se egli è convinto di ciò, deve anche riconoscere che quel limite è un traguardo che già ci consente di guardare con soddisfazione ai risultati conseguiti, ed è un traguardo che sta ad indicare la bontà della strada prescelta: la strada che, bloccato — come è irrinunciabile dovere di ogni Governo — il pericolo di slittamento della moneta, ci condurrà, se sapremo fare ognuno la propria parte di sacrifici, alla riconquista della stabilità e con essa dello sviluppo e della espansione dell'occupazione.
Il senatore Pasquato, in tema di andamento congiunturale, ha ricordato i dati previsionali dell'ISCO per il 1964. Tali previsioni, vorrei precisare, sono fondate sulla ipotesi di assenza di interventi volti a contrastare il decorso dell'andamento economico.
Vorrei invece ricordare che furono quei dati ad aprire la lunga discussione sulla situazione economica che ha tenuto impegnati Parlamento e Governo nel mese di maggio e di giugno e che, proprio per impedire che quelle previsioni abbiano a realizzarsi, il nuovo Governo ha nel suo programma un quadro complesso di interventi — volti da una parte al riequilibrio fra mezzi monetari e risorse reali e dall'altra, attraverso la formazione del risparmio e le conseguenti più ampie possibilità creditizie, a favorire la ripresa degli investimenti nei settori la cui produzione aumenta immediatamente l'offerta interna e le esportazioni — complesso d'interventi che ben può definirsi piano di stabilizzazione e di sviluppo.
Tornando per un sol momento alla tesi del facile ottimismo di maniera, che starebbe a base — secondo il senatore Roda — del mio giudizio sulla situazione della bilancia dei pagamenti, ebbene vorrei sottolineare che se tale strada avessi voluto scegliere mi sarei fermato ai dati di aprile e di maggio e non avrei fatto, come invece ho fatto, ricorso ai dati globali dei primi cinque mesi del 1964 raffrontati allo stesso periodo del 1963.
Per quel che concerne poi il contributo dato al più consistente equilibrio della bilancia dei pagamenti dai movimenti di capitale, non vorrei che si eccedesse nella tesi per la quale tale contributo è legato alla cessione a capitale estero di quote azionarie della nostra industria. Anche di tali cessioni, che invero non superano i 100 milioni di dollari, ho tenuto conto nel mio discorso programmatico allorché ho affermato: «I capitali in entrata hanno superato quelli in uscita anche con il concorso di motivi di ordine contingente».
In tema di esportazioni di capitali — che peraltro è diventato fatto trascurabile sostituito anzi dal rientro di capitali usciti lo scorso anno, sia pure sottoforma di «lire estere» (un ritorno che comunque sta a testimoniare fiducia nella nostra ripresa e che deve anche collegarsi all'opportuna manovra di contenimento del tasso di sviluppo del credito che ha costretto non pochi a reimmettere nei circuiti produttivi, sotto forma di capitali esteri, quei capitali che in passato avevano trasferito all'estero) — sempre il senatore Roda ha implicitamente sostenuto l'opportunità che, per evitare investimenti di capitali nazionali all'estero, l'Italia adotti misura del tipo adottate dagli Stati Uniti: aumento del tasso di sconto all'interno in modo da rendere più remunerato il risparmio e imposta straordinaria sui capitali dei cittadini italiani investiti in titoli stranieri.
Ebbene, il problema non è questo e non si riduce a misure del genere.
L'aumento del tasso di sconto sarebbe una misura deflazionistica — e della deflazione non credo che il senatore Roda voglia sentir parlare —; quanto all'imposta straordinaria sui titoli stranieri detenuti da cittadini italiani, è un'idea inconciliabile con il processo di liberalizzazione che perseguiamo dal dopoguerra e che ci ha consentito, con la convertibilità della lira, d'inserirci nel circuito economico internazionale. L'acquisto di titoli esteri da parte di cittadini italiani è perfettamente lecito purché i titoli siano depositati nelle banche italiane di fiducia dei possessori dei titoli stessi. Quindi non si tratta di evitare l'acquisto di tali titoli che non è un fatto illecito in quanto il loro reddito non si sottrae all'imposizione fiscale: è invece da combattere — con le leggi esistenti e con le altre norme che sono già state sottoposte al Parlamento — l'esportazione di capitali abusivi che all'estero si investono in titoli stranieri e ritornano in Italia sotto forma di lire estere.
Quanto poi all'andamento della bilancia commerciale che interessa tanto e giustamente il senatore Roda, posso dare dati più aggiornati che mi sono ieri pervenuti. Nel mese di giugno scorso le importazioni sono ammontate a 335 miliardi di lire con un aumento del 10,5 per cento rispetto allo stesso mese del 1963; le esportazioni sono risultate pari a 318 miliardi contro 247 del giugno 1963, con un aumento del 28,8 per cento. II saldo negativo della bilancia commerciale per il mese di giugno 1964, rispetto al giugno 1963, si è ridotto del 30,4 per cento.
Sono dati estremamente lusinghieri ma sui quali non si può, né si deve fare ancora definitivo affidamento.
Infatti, raffrontando i dati relativi al primo semestre del 1964 con quelli del primo semestre del 1963, si ha un aumento delle importazioni dell'11,2 per cento ed un aumento delle esportazioni del 15,4 per cento. Nonostante che le esportazioni siano cresciute più delle importazioni, il saldo è ancora negativo per 760 miliardi di lire e segna un aumento del 2,6 per cento rispetto al saldo al 30 giugno 1963.
E nel secondo trimestre del 1964 che si è iniziato il processo di riequilibrio fra importazioni ed esportazioni: il trimestre, cioè, successivo alle misure anticongiunturali adottate nel febbraio scorso. Posso concisamente dire che per tale trimestre le importazioni, rispetto allo stesso periodo del 1963, sono aumentate soltanto dello 0,9 per cento mentre le esportazioni sono cresciute del 18,5 per cento ed il saldo negativo è diminuito del 31,4 per cento.
Sul significato del più vasto ritmo di incremento delle importazioni ed anche sullo sviluppo delle vendite all'estero, ripropongo all'attenzione del Senato quanto ho avuto modo di dichiarare nel discorso programmatico.
Ancora in tema di bilancia dei pagamenti, vorrei soffermarmi un sol minuto sulle nostre disponibilità valutarie globali che il senatore Roda ha previsto ridotte a zero — dico zero — per il marzo 1965 con un ragionamento che non può essere condiviso. In quanto fra il marzo 1963 ed il marzo 1964 tali riserve si sono ridotte alla metà è logico, ne argomenta il senatore Roda, che, ripresentandosi un deficit della bilancia dei pagamenti per il 1964 delle stesse proporzioni di quelle del 1963, le riserve al marzo 1965 saranno annullate.
A parte il fatto che la bilancia dei pagamenti tende ad un consistente equilibrio e quindi non dovremmo avere per il 1964 lo stesso deficit del 1963; a parte il fatto che possiamo disporre dei prestiti negoziati nel marzo scorso negli Stati Uniti e che non abbiamo ancora utilizzato; a parte tutto questo c'è da ricordare che le disponibilità ufficiali in oro e valute della Banca d'Italia e dell'Ufficio italiano dei cambi pari a 2.823 miliardi di lire nel marzo 1963, risultavano nel marzo 1964 pari a 2.122,3 miliardi e sono salite a 2.125 miliardi al 31 maggio scorso. Si confrontino in proposito i dati della Banca d'Italia.
Il fatto è che il senatore Roda, anziché fermarsi ai dati relativi alle disponibilità di oro e valute della Banca d'Italia e dell'Ufficio italiano dei cambi, ha allargato il suo orizzonte al totale generale che comprende anche le disponibilità nette in valuta delle aziende di credito. Ed il totale generale è andato diminuendo poiché dall'agosto 1963 le aziende di credito sono state invitate, in coerenza con la politica di contenimento monetario, a ridimensionare la loro domanda di disponibilità all'estero. L'indebitamento delle banche all'estero, che costituisce una delle tre classiche fonti di creazione della liquidità, è stato bloccato al livello massimo conseguito nell'agosto dello scorso anno.
Ho già comunicato, nel mio discorso programmatico, i dati più recenti in tema di espansione degli impieghi bancari. Non vorrei quindi ulteriormente intrattenermi sull'argomento del credito se non per precisare che nel processo di contenimento del suo sviluppo — contrariamente a quanto è stato affermato ancora dal senatore Roda — si sono tenute in preminente rilevanza le esigenze delle medie . e piccole imprese. Proprio qui in Senato il 9 giugno scorso fu affermato dal Governo: «... In questa nostra azione di contenimento del tasso di sviluppo del credito ci siamo innanzi tutto preoccupati delle esigenze delle medie e piccole industrie: le grandi aziende avevano ancora margini di autofinanziamento che hanno però utilizzato in maniera pressoché completa. Come risulta dalla relazione della Banca d'Italia nel 1962 l'aumento degli impieghi del sistema bancario fu di 1.995 miliardi, dei quali 1.322 miliardi (66 per cento) alle medie e piccole imprese, 475 miliardi (24 per cento) alle grandi imprese e 198 miliardi (10 per cento) agli enti pubblici. Nel 1963 gli impieghi bancari sono aumentati di 2.268 miliardi. Di questi, 1.769 miliardi (78 per cento) sono stati riservati alle imprese medie e piccole, 369 miliardi (16 per cento) alle grandi imprese e 130 miliardi (6 per cento) agli enti pubblici. Queste cifre stanno a dimostrare che gli organi di Governo che presiedono alla politica del credito hanno saputo tener conto, nell'esercizio della propria attività di indirizzo e di controllo, di alcune priorità fondamentali, dirette a sostenere i soggetti più deboli dell'attività produttiva».
Per quel che concerne l'avvenire in tema di espansione creditizia, non posso che ribadire quanto ho affermato giovedì scorso: «In particolare va subito affermato che la politica del credito può maggiormente assecondare un processo intensificato di investimenti, solo se una serie di altre misure immediatamente adottate garantisca che i mezzi monetari anticipati dal credito vadano effettivamente a finanziare investimenti e soprattutto quelli che contribuiscono all'aumento dell'offerta interna ed alla crescita delle esportazioni».
I mezzi monetari anticipati dal credito vanno certamente ad alimentare investimenti e non consumi, soltanto nell'ipotesi in cui, prevalendo il senso di responsabilità di tutti i partecipi al processo produttivo, si accetta quella politica salariale, di breve e di più lungo periodo, che il Governo ha riproposto al Parlamento.
Non si tratta di mortificare i salari e di ledere l'autonomia dei sindacati. Lo ha ben precisato il senatore Gava nel suo lucido intervento. Si tratta di riproporre un equilibrio per quel che concerne la remunerazione dei diversi fattori produttivi occupati nella realizzazione della ricchezza del Paese, senza di che i fattori produttivi mortificati sono sottratti alla produzione e vengono destinati verso altri impieghi, e in particolare ai consumi. Il che non è nell'interesse di alcuno e non dovrebbe, di certo, essere nell'interesse di coloro che intendono difendere il livello di occupazione.
La politica dei redditi — così come noi l'abbiamo proposta — è una politica flessibile. Non si tratta, come si è voluto porre in risalto da parte del senatore Scoccimarro, di rapportare meccanicisticamente l'aumento dei salari all'aumento della produttività media del sistema economico. Questo è solo il criterio di base ma, come ebbi a spiegare nel mio discorso alla Camera dei deputati del 24 giugno scorso, tale criterio può trovare temperamenti, per esempio, per classi di industria, per regioni del Paese. Ed è questa flessibilità che anziché mortificare — come ha affermato anche il senatore Milillo — esalta la funzione dei sindacati attraverso una contrattazione continua nel tempo, impostata e realizzata nell'ambito della politica dei redditi.
È questa politica che consentirà di mantenere l'equilibrio monetario allorché lo avremo riconquistato: equilibrio che è fondamento veramente essenziale della programmazione economica. Coloro che non tengono in giusto conto la politica dei redditi si privano di uno strumento essenziale al mantenimento dell'equilibrio monetario — e, si sa, l'instabilità del valore della lira si risolve a danno dei lavoratori. Del resto senza una politica dei redditi è difficile realizzare una seria politica di programmazione. Per quanto riguarda la polemica sui poteri decisionali di una politica di programmazione indirizzata a conseguire ordinatamente traguardi di sviluppo equilibrato del reddito nei diversi settori e nelle diverse zone del Paese, richiamerò la mia precedente dichiarazione: «Per conseguire le finalità del programma non è necessario estendere la strumentazione di mezzi e di istituti a disposizione per l'intervento pubblico, ma occorre invece meglio impegnare, in un disegno unitario, questi mezzi, rendendoli più idonei ed efficaci a garantire che anche le libere scelte della privata iniziativa nel loro autonomo esplicarsi si indirizzino verso finalità sociali e di organico sviluppo».
Ripeto ancora che la programmazione — che assicuri il funzionamento dell'economia di mercato anche in relazione alla deliberata volontà dell'Italia di continuare ad essere inserita nella C.E.E. o nei più ampi mercati internazionali (al senatore Milillo dico che non si pone assolutamente alcun problema di revisione della posizione italiana di fronte al Mercato comune) — resta la linea direttrice dell'azione di politica economica del Governo: sono impegnato a predisporre il primo programma quinquennale di sviluppo entro la fine dell'anno.
Anche alle altre riforme di struttura il Governo non rinuncia essendo conscio che la loro realizzazione — come è nello spirito degli accordi sui quali è stato costituito questo Governo — è di fondamentale rilievo per la ripresa e per un più organico sviluppo dell'economia del Paese. Ciò vale per le Regioni ed anche per la legge urbanistica. Le precisazioni apportate all'intesa di massima raggiunta nell'autunno 1963 non alterano le linee di una seria e giusta regolamentazione dell'importante settore avendo anche presenti le necessità dell'occupazione.
Quanto alle misure fiscali, appena enunciate nel mio discorso programmatico, la replica alle osservazioni che ne sono derivate non può che essere breve. Una discussione approfondita sarà svolta dal Parlamento al momento opportuno quando, cioè, il Governo avrà sottoposto i disegni di legge all'esame del Parlamento. Mi preme di dire al senatore Scoccimarro che nell'attuale fase congiunturale l'adozione delle misure fiscali che egli sostiene ci porterebbe dritti dritti alla paralisi produttiva. L'onorevole Scoccimarro ha suggerito imposte straordinarie sul patrimonio ed altre misure del genere: escludiamo che possano essere accolti tali suggerimenti non ricorrendone le circostanze.
Si è poi rilevato che il Governo ha ancora una volta fatto ricorso alle imposte indirette. Ma si è dimenticato di ricordare che sono queste che permettono di rastrellare in breve tempo il potere d'acquisto eccedente e quindi consentono di dare un contributo alla stabilizzazione. (Commenti dall'estrema sinistra). Inoltre si farà ricorso anche alle imposte dirette. La destinazione di quel potere d'acquisto eccedente, a sostegno della produzione piuttosto che a riduzione del deficit del bilancio, permetterà poi di ottenere risultati di rilievo in tema di occupazione. Tema che ci impegna quanto quello della difesa del valore della lira.
Avrei voluto ancora rispondere ad altre osservazioni sui problemi economici — ad esempio rilevare la contraddittorietà nella posizione del senatore Roda che si lamenta dell'indirizzo per le aziende municipalizzate di adeguare i prezzi dei servizi ai relativi costi e poi, allarmato, pone in risalto che l'azienda tramviaria di Milano è alla ricerca affannosa di due miliardi di lire — ma abuserei troppo della vostra pazienza.
Confermo che la nostra politica estera persegue la pace nella sicurezza; l'unità europea; l'adesione all'alleanza atlantica la quale ha per fulcro gli Stati Uniti d'America. Essa, non solo ha garantito la nostra sicurezza, ma, quando si sono manifestati i primi sintomi del disgelo, ha aperto la via, mantenendo l'equilibrio delle forze, ad una effettiva distensione. Questa linea noi riconfermiamo, consapevoli che, se ci si accinge ad operare una trasformazione profonda della struttura del Paese e ad allargare l'area democratica, ciò può compiersi tanto più seriamente quanto più stabile sia la nostra posizione internazionale e quanto più ampio il quadro entro cui si svolgono le nostre relazioni con gli altri Stati.
Ciò significa seguire con la più grande attenzione l'evoluzione della congiuntura internazionale, cogliendo qualsiasi opportunità per migliorare il clima internazionale e per saggiare le possibilità di ulteriori passi sulla via della distensione. La posizione dell'Italia non è statica: al tempo stesso noi siamo però consapevoli del fatto che i grandi temi su cui ci siamo impegnati negli ultimi anni costituiscono tuttora le radici profonde della nostra esistenza come Nazione libera e moderna.
Noi sosteniamo l'organizzazione delle Nazioni Unite e partecipiamo attivamente agli sforzi della Conferenza di Ginevra sul disarmo, consapevoli del fatto che questa è una fase di transizione per il mondo e che, se vogliamo creare condizioni di vita umana migliori per l'avvenire, occorrerà organizzarsi secondo i principi che hanno trovato una prima formulazione nella Carta dell'ONU e mantenere lo sguardo attento a trovare, anche per gradi e per ora con misure collaterali, il modo di raggiungere il disarmo generale e completo, bilanciato e controllato.
In questa mia breve rassegna non posso fare a meno di ricordare anche la controversia circa l'applicazione dell'accordo De Gasperi-Gruber sull'Alto Adige. Attraverso i contatti in corso con gli austriaci, condotti secondo una visione equilibrata ed attenta a tutti i dati della situazione, noi ci auguriamo di potere pervenire alla constatazione della estinzione della controversia aprendo così la strada allo sviluppo di quei tradizionali e fecondi rapporti che hanno sempre legato i due Paesi vicini.
A questo punto desidero soffermarmi sull'obiettivo che più immediatamente ci sta a cuore: l'Unione politica dell'Europa. Credo che tutti in questa Assemblea riconosceranno che l'Italia, con De Gasperi e Sforza, è stata all'avanguardia del movimento di unità europea e che in nessun'altra parte del Vecchio Continente tale politica è maggiormente popolare e viva. Dalla Liberazione in poi la persuasione che l'Europa dovesse unirsi per evitare di decadere irrimediabilmente è diventata il diffuso convincimento, si può dire, di tutta la nostra classe dirigente democratica. Però l'Europa che noi vogliamo, e di cui la CECA ed il MEC costituiscono una prima affermazione, non può e non deve essere un anacronismo. Essa non può nascere vitale senza una vera passione democratica e senza la ferma convinzione che la nostra nuova Patria non deve tendere, né ad una politica di mera forza materiale, né di contrapposizione con i grandi sistemi che garantiscono la comunità internazionale. Due punti ci sembrano politicamente fondamentali per la posizione dell'Europa. Il primo riguarda il carattere, sia pur gradualmente, sovranazionale, dell'Unione europea. Il secondo concerne la stretta cooperazione che, su di una base di partnership, tale Unione politica dovrà avere con gli Stati Uniti di America. Noi siamo consapevoli del fatto che tale partnership diverrà assai più vicina alla sua realizzazione allorché tutte le forze europee, di cui anche la Gran Bretagna è uno dei pilastri, saranno riunite. Quanto alla necessità di un carattere sovranazionale, si deve riflettere sul fatto che, ove esso mancasse, l'Europa ripeterebbe, nel ventesimo secolo, le caratteristiche e i difetti delle vecchie confederazioni dell'800. Essa, o sarebbe dominata da uno o più Stati, o sarebbe politicamente inesistente. Quanto all'opportunità di una partnership, è ovvio che non si può chiedere all'Europa di separarsi dalla grande repubblica stellata senza la quale è impossibile concepire una vera competizione di progresso e di pace nel mondo.
L'onorevole Scoccimarro ha chiesto quale sia la vera posizione italiana in seno al Mercato comune.
La risposta è facile: il Governo italiano ha perseguito e intende perseguire in futuro, con la sua azione costante, nel campo politico ed economico, sul piano interno come su quello internazionale, gli obiettivi che sono fissati dal trattato di Roma, che sono stati ratificati dal Parlamento italiano e che rappresentano la reale concreta aspirazione del popolo italiano.
Tali obiettivi sono chiaramente fissati dal preambolo e dall'articolo 2 del Trattato di Roma:
assicurare mediante un'azione comune il progresso economico e sociale dei loro Paesi;
avere per scopo essenziale il miglioramento costante delle condizioni di vita e di occupazione dei loro popoli;
rafforzare l'unità delle loro economie e assicurare lo sviluppo armonioso riducendo le disparità fra le differenti regioni e il ritardo di quelle meno favorite;
promuovere un'espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento, sempre più rapido del tenore di vita.
Posso inoltre assicurare che le istituzioni della CEE hanno correttamente applicato in favore dell'Italia il disposto dell'articolo 103 e sono da tempo in costante contatto con il Governo italiano per l'applicazione, se necessario, anche delle misure di solidarietà comunitaria previste dagli articoli 108 e 109.
Per quanto riguarda, in particolare, l'applicazione dell'articolo 103 posso ricordare che l'ultimo Consiglio della CEE, svoltosi a Bruxelles il 29 e 30 luglio, ha approvato la concessione all'Italia, proprio sulla base dell'articolo 103, di sospensioni del dazio della tariffa esterna comune sullo zucchero e sulle carni, sui prodotti cioè destinati ai consumi popolari. Sempre sulla base dell'articolo 103 è stata concessa all'Italia la sospensione totale, fino al 30 settembre prossimo venturo, dal dazio comunitario sui bovini giovani da ingrasso provenienti dai Paesi terzi.
Vorrei, infine, anche ricordare che, in applicazione degli articoli predetti, è stato messo in moto, con la Raccomandazione del Consiglio della CEE del 15 aprile scorso, un meccanismo di costante consultazione fra tutti i Paesi membri e la Commissione della CEE in vista dell'adozione di provvedimenti che valgano a stabilizzare la situazione economica nei singoli Paesi e in tutta l'area della Comunità. È superfluo dire che in questo quadro di azione solidale fra i Paesi del Mercato comune, così come fra i Governi e le istituzioni della Comunità, non vi è posto per imporre condizioni di sorta che non siano quelle esplicitamente richieste dalle norme del trattato.
Il senatore Scoccimarro ha creduto poi di attirare la nostra attenzione, nel settore della politica estera, su alcuni punti nei quali egli ha creduto di scorgere elementi di debolezza nella posizione italiana.
La politica europea è stata ed è costantemente al centro dei nostri pensieri. È un fatto che l'Italia è stata fra i promotori di questa grande idea di una unica politica continentale ed oggi continua a dare il proprio solidale contributo in questa difficile costruzione. Per quanto concerne questa Unione ho già chiarito quale sia la posizione del Governo. L'onorevole Scoccimarro mi ha chiesto di conoscere quale sia il nostro atteggiamento nei riguardi delle iniziative del Cancelliere federale tedesco: vorrei al riguardo precisare che tali iniziative non hanno finora assunto contorni definiti e noi potremo giudicarle solo quando esse ci saranno comunicate. Come abbiamo precisato allo stesso Cancelliere in occasione della sua visita a Roma, e come sono lieto di poter confermare anche oggi, siamo pronti a dare la nostra opera a qualsiasi piano che consenta di sviluppare la costruzione europea in senso democratico ed aperto all'adesione degli altri Stati disposti ad assumere le responsabilità conseguenti. Noi concepiamo inoltre l'unificazione europea nel quadro dell'Alleanza atlantica e in una stretta cooperazione con gli alleati d'oltreoceano.
Il senatore Scoccimarro può star tranquillo che, nel momento più opportuno, nella sede più opportuna e nella forma più opportuna, l'Italia farà sentire, ancora una volta, la propria voce su questo fondamentale problema.
Non mi risulta poi che la conferenza di Algeri rappresentasse una iniziativa ufficiale di politica estera.
Quanto al problema in sé — quello cioè, dell'allontanamento del pericolo nucleare dal Mediterraneo — esso, come è noto, fu sollevato non molto tempo addietro, in un documento ufficiale sovietico. Vi abbiamo risposto e la nostra risposta è di pubblico dominio. Vorrei ancora una volta sottolineare che siamo favorevoli a qualsiasi iniziativa di disarmo purché questa assicuri la salvaguardia dell'attuale equilibrio di forze, senza del quale non si lavora per la distensione e per la pace, ma in senso inverso.
Circa le osservazioni finali ella comprenderà, onorevole Scoccimarro, che io non posso seguirla su questo terreno.
La politica atlantica è stata, a nostro avviso, la base per ogni possibilità di avvio di un dialogo Est-Ovest: e noi consideriamo quindi indispensabile il continuarla anche per assicurare gli auspicati progressi sulla via della distensione internazionale.
I nostri rapporti con la Jugoslavia non sono ispirati da considerazioni di ordine ideologico, bensì dal desiderio di migliorare e di chiarire i nostri rapporti con i Paesi vicini. Ogni politica estera che sia degna di questo nome deve perseguire tale fondamentale obiettivo.
Questi rapporti ci hanno consentito di risolvere molti problemi pendenti che rappresentano, soprattutto sul piano della cooperazione economica e commerciale e nell'importante settore dei contatti umani, la chiara dimostrazione come Paesi a sistema diverso possono attivamente collaborare.
Il Maresciallo Tito, qualche giorno addietro, ha sottolineato con espressioni particolarmente calorose questo interessante e proficuo aspetto delle nostre relazioni. La sua valutazione ci trova concordi, allo stesso modo come siamo concordi nel desiderio di incoraggiare quelle iniziative le quali possano contribuire al miglioramento dei rapporti reciproci.
Il nostro progettato viaggio a Belgrado si inserirà in questo quadro di interessi bilaterali: ed anche in una visione più vasta che tiene conto delle istanze di pace e di distensione dei popoli.
L'onorevole Gray ha affermato, fra l'altro, che l'Italia è rimasto il solo Paese ad opporsi all'ingresso della Spagna nel Mercato comune.
Vorrei ricordargli che la Spagna non ha mai chiesto di entrare come membro effettivo nella Comunità economica europea. Ha solo domandato di avviare conversazioni con la Comunità economica europea per studiare le possibilità di risolvere i problemi economici e commerciali che si pongono alla Spagna dall'esistenza del Mercato comune europeo.
Da parte italiana è stata dato l'assenso in sede comunitaria all'inizio di conversazioni fra la Commissione della CEE ed i rappresentanti del governo di Madrid per l'elaborazione di soluzioni che tengano conto dei legittimi interessi economici e commerciali della Spagna.
Con ciò ovviamente non rinunciamo alla nostra tesi generale, già sostenuta in seno alla Comunità con un nostro apposito memorandum, circa la necessità di fissare gli orientamenti generali di un ordinato ampliamento del processo di integrazione economica europea attraverso le adesioni, le associazioni e gli accordi commerciali con i Paesi terzi europei ed extra-europei.
In tale quadro — e poiché l'integrazione economica europea è da noi costantemente vista nella prospettiva di un'integrazione anche politica — nel memorandum ci è sembrato di poter affermare che, per gli Stati europei, la formula associativa vada considerata come tappa intermedia verso la piena adesione e sia applicabile quando si tratti bensì di aiutare transitoriamente lo Stato terzo a raggiungere il livello di progresso economico degli Stati membri originari, ma a condizione che esistano i requisiti di carattere politico per i quali lo stesso paese terzo sarà in grado, nella fase ultima, di partecipare anche all'evoluzione ed ai comuni obiettivi politici della Comunità.
Onorevole Presidente, onorevoli senatori, uno dei punti sui quali più vivamente si è svolto questo dibattito è stato quello della delimitazione della maggioranza. Vi sono state contestazioni sulla legittimità sostanzi e sulla validità del titolo in base al quale noi siamo andati disegnando l'area della maggioranza, e con ciò definendo il terreno proprio delle opposi-zioni. Eppure la legittimità di un tale procedere è incontestabile in un regime democratico che sollecita e sottolinea le differenziazioni e garantisce il gioco permanente della maggioranza e delle minoranze nella loro rispettiva e vitale funzione.
Definire la maggioranza nella quale si colloca questo Governo, è dunque, prima che un diritto, un dovere di chiarezza e di lealtà verso il Paese, il quale deve sapere con assoluta certezza quali forze si associano e con quali fini e per quali invece una siffatta associazione è impensabile. Così noi abbiamo definito il nostro spazio politico e non ad arbitrio, non in base a pregiudiziali, ma ragionevolmente ed in relazione ai vitali e positivi obiettivi politici che, globalmente, in quello spazio e soltanto in quello spazio riteniamo di poter perseguire.
Si è manifestata irritazione per taluni giudizi da me espressi, in dicembre come ora, e che stanno a spiegare il fondamento politico dell'essenziale delimitazione della maggioranza. Questa è però la nostra valutazione, che è ben comprensibile non sia condivisa dagli interessati. Ma essa resta per noi il criterio in base al quale si costituisce, in un certo ambito, e non invece in un altro, la maggioranza.
Si è detto anche talvolta che un siffatto modo di formare il Governo, definendone la fisionomia mediante delimitazione della maggioranza, fa riferimento ad un criterio accademico, ad un fatto politico svuotato e privo di mordente. E tuttavia noi crediamo che un tale sistema meglio rifletta il modo di essere del gioco democratico e parlamentare, senza nulla togliere al vigore morale e politico (che non ha nulla a che fare con la virulenza e la volgarità) di una netta contrapposizione politica sui grandi temi della libertà, della dignità umana, della giustizia.
E ciò vale anche a porre l'accento, sia pure in modo non esclusivo, sul positivo fondamento di questa politica, così difficile, ma, alla lunga, così feconda che abbiamo intrapreso, sulla ragione determinante, come ho già avuto occasione di dire ed è emerso del resto in questo stesso dibattito, di un comune dovere da compiere. Abbiamo tutti voluto respingere le esitazioni paralizzanti, la ricerca individuale del meglio, il timore delle pericolose contaminazioni. Abbiamo voluto, benché potesse costare — in rapporto alle proprie ideologie, tradizioni ed esperienze — una autentica lacerazione, una unità che colmasse ogni pericoloso vuoto nella vita democratica, assumendo ciascuno, non nelle condizioni ideali, ma nelle condizioni reali del Paese, la propria responsabilità.
Da varie parti ci si accusa, nel complesso, di avere avuto troppo preoccupazione, di non avere avuto fiducia nella possibilità di incidenza e di successo di un forte e vario schieramento di opposizione. Il rimprovero viene mosso così ai partiti della sinistra, i quali invece hanno dato prova di un grande senso di responsabilità. Viene mosso, da un'altra parte, alla Democrazia cristiana che, rifiutando pericolosi arretramenti, restando al di qua di un confine che essa ha sempre rispettato, ha dato anch'essa prova di un grande senso di responsabilità.
Questo è dunque un equilibrio politico importante, essenziale, nelle presenti condizioni insostituibile. In questo riconoscimento non c'è presunzione, ma semmai la giustificazione di grandi sacrifici e difficoltà che le forze politiche qui impegnate sono state e sono chiamate ad affrontare.
Abbiamo dunque assunto una posizione responsabile ed offerto una garanzia al Paese, che sentiva il rischio ed il peso di una insufficiente spinta unitaria delle forze politiche, atta a dare un Governo democratico ed efficace alla Nazione.
Il nostro programma lo conoscete; non vi sono, come ho già detto, protocolli segreti. Vi ho detto tutto con assoluta lealtà. Vi ho indicato anche i tempi e i modi delle cose essenziali da compiere. Nessuno può attendersi né più né meno di quanto abbiamo qui assunto l'impegno di fare. Abbiamo l'occhio attento alla difficile realtà congiunturale, da controllare giorno per giorno. Nessuno può sottrarsi qui al suo dovere, alla sua parte di sacrificio. E un dovere morale, ma è anche cosa ineluttabile. Chi si sottrae a questo dovere, non evita il guasto della situazione che si verificherebbe in modo fatale ed incontrollabile. Ma non è di questo «fatto» che vogliamo parlare, ma del senso di responsabilità e di solidarietà di ogni italiano, che può, secondando lo sforzo del Governo, allentare prima la stretta e rischiarare per tutto il Paese l'orizzonte oggi ancora ingombro di troppe nubi. E superare la stretta, significa poter fare affidamento sul domani, sullo sviluppo, sul rinnovamento, sulla giustizia, in una libertà più diffusa e profonda, in un'Italia moderna e civile.
E questo l'obiettivo di fondo della nostra azione. Ci siamo messi al lavoro per questo, senza alcuna rinuncia. Se ci sorreggerete, onorevoli senatori, con la vostra fiducia, se il Paese vorrà secondare la nostra iniziativa, sarà la ripresa economica ed il nuovo sviluppo ordinato e diffuso. Questo è il nostro impegno e la nostra speranza. (Vivi applausi dal centro, dal centro-sinistra e dalla sinistra).

PRESIDENTE. Prima di passare alle dichiarazioni di voto, dò nuovamente la parola all'onorevole Presidente del Consiglio, che ha chiesto di parlare.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Vorrei pregare il Senato di voler prendere in esame, con assoluta urgenza, alcuni provvedimenti di carattere anticongiunturale, concernenti agevolazioni fiscali per il realizzo ed il reinvestimento di plusvalenze industriali; i fondi comuni di investimento mobiliare; nuove norme in materia di GESCAL. Pregherei inoltre di riprendere in esame il disegno di legge n. 178 già all'ordine del giorno del Senato. Questi disegni di legge, annunziati nel mio discorso, sono stati in parte presentati e in parte lo saranno immediatamente. La mia preghiera è che il Senato con alto senso di responsabilità voglia aiutarci nella nostra azione per combattere la difficile congiuntura economica. (Commenti e interruzioni dall'estrema sinistra).

On. Aldo Moro
Senato della Repubblica
Roma, 1 agosto 1964

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di sabato 1 agosto 1964)


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