LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA ESTERA DEL CENTRO-SINISTRA: INTERVENTO DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 13 ottobre 1965)

Gli onorevoli Pajetta e Longo hanno presentato delle mozioni parlamentari sulla politica estera condotta dal II governo Moro di centro-sinistra. Il dibattito alla Camera dei Deputati verte anche su interpellanze e interrogazioni presentate sullo stesso argomento.
Il Presidente del Consiglio Moro, data l'assenza del Ministro degli Esteri Fanfani, interviene nel dibattito il giorno 13 ottobre.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Onorevole Presidente del Consiglio, la prego di rispondere anche alle interpellanze e alle interrogazioni di cui all'ordine del giorno.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, rispondo a nome del Governo in luogo del ministro degli affari esteri onorevole Fanfani il quale non è qui perché trattenuto a New York, dove esplica l'alto compito di presidente dell'assemblea delle Nazioni Unite, da un doloroso incidente. Credo di interpretare i sentimenti di tutti gli onorevoli deputati elevando a lui un memore pensiero, esprimendogli ad un tempo le vivissime felicitazioni per l'importante ufficio del quale è stato investito con larghi consensi e i più cordiali auguri per un rapido ristabilimento.
D'altra parte alcuni colleghi hanno voluto richiamarsi alla mia azione ed è perciò doveroso da parte mia essere personalmente presente in questa discussione.
Molti temi sono stati richiamati negli interventi interessanti e stimolanti degli onorevoli deputati dell'opposizione i quali hanno aperto il dibattito e dei colleghi della maggioranza che desidero ringraziare in modo particolare per il conforto e per il sostegno che anche in questa circostanza hanno voluto dare all'azione del Governo nel delicato settore del quale oggi ci occupiamo.
La politica estera italiana si svolge secondo una linea di continuità, di coerenza, di responsabilità. Essa persegue, come abbiamo dichiarato sin dall'inizio, la pace nella sicurezza della nazione. Queste iniziative che abbiamo di mira si compenetrano e si influenzano reciprocamente. Entrambe sono per noi alte e vere: solo una saggia ed equilibrata azione politica quale noi ci sforziamo di porre in essere le può conciliare e realizzare congiuntamente. È comprensibile perciò che l'attacco ci venga da posizioni estreme e unilaterali. Noi vogliamo certamente, fortemente la pace ma non siamo pacifisti ingenui, disattenti ai dati reali della situazione politica e al giuoco delle forze che si confrontano nel mondo. Vogliamo una rigorosa tutela degli interessi permanenti della nazione ma non siamo nazionalisti chiusi nell'egoismo, noncuranti dell'insieme dei popoli tra i quali il nostro si colloca con le sue caratteristiche peculiari ma anche con la sua vocazione all'unità. Siamo fieri della nostra libertà e indipendenza, ma non ci sottraiamo alla legge di integrazione e di solidarietà che domina la nostra epoca. Un momento storico, cioè, caratterizzato dai grandi spazi e dalle enormi possibilità di sviluppo su basi di collaborazione della tecnica, dell'economia, della vita sociale. Non è, quello che noi vogliamo, un mediocre compromesso, un empirico oscillare tra esigenze diverse, ma una vera sintesi operata secondo principi di chiarezza, di lealtà, di realismo, di attenta considerazione della complessa realtà del mondo di oggi.
Per questo crediamo che la nostra non sia un'esperienza uniforme e confusa, ma una linea politica.
Una parte notevole degli interventi si è indirizzata verso il tema del Viet-Nam, della guerra e della pace nel sud-est asiatico. Abbiamo detto più volte in Parlamento qual è la nostra posizione; abbiamo espresso, ed anche a Washington, dove ci fu data la possibilità di compiere un'analisi penetrante e completa della situazione. la nostra piena comprensione per la posizione degli Stati Uniti d'America. Ciò significa certo un atteggiamento naturalmente amichevole verso un grande alleato sul quale ricadono così gravi responsabilità per la sicurezza e la pace nel mondo e senza che venga, per questo, messa in discussione l'estraneità all'alleanza atlantica di quella zona nella quale l'Italia non ha impegni politici o militari. Ma non si tratta di questo soltanto, bensì del fatto che noi siamo consapevoli come in quel settore tormentato da lunghissime guerre siano in atto interventi che era difficile immaginare potessero restare alla lunga senza reazione e la pesante influenza della più grande potenza asiatica in un vasto disegno politico rivolto ad alterare profondamente la situazione in quel continente.
Siamo consapevoli, come ebbe a dichiarare in questa stessa Assemblea il ministro degli esteri onorevole Fanfani, che in quel conflitto, oltre che dell'assetto della penisola indocinese, si disputa dell'assetto del mondo. In altre parole, è in gioco il complesso dei rapporti est-ovest e in esso emerge il delicatissimo problema della crisi del mondo comunista.
Abbiamo sentito risuonare in quest'aula vigorose espressioni di deprecazione per i lutti e per le rovine che la guerra porta con sé e questa guerra arreca ai popoli che vi sono coinvolti. Non crediamo di aver bisogno di un richiamo, non crediamo di aver bisogno che si ecciti la nostra sensibilità: sentiamo la profonda tristezza cristiana e civile per ogni guerra che si combatta lacerando nella strage il tessuto della solidarietà umana. È per questo che fin dal primo momento l'Italia ha auspicato il negoziato e ha invitato a creare le condizioni per rendere possibile una soluzione politica del conflitto, quale del resto gli Stati Uniti hanno sempre dichiarato di perseguire. E con vivo compiacimento che da parte italiana si è constatata la disposizione americana al negoziato, quale si è manifestata fin da quel discorso di Baltimora del presidente Johnson, che ha rappresentato un'apertura estremamente costruttiva verso Hanoi e Pechino. Se essa fosse stata allora raccolta, si sarebbe posto fine ai combattimenti e sarebbero stati risparmiati sacrifici immensi alle popolazioni dei sud e dei nord Viet-Nam. Le proposte di Baltimora hanno tanto maggior peso in quanto, per sedere al tavolo della pace, gli Stati Uniti non hanno posto precondizioni e nella valutazione delle possibili soluzioni della crisi hanno fatto riferimento a quelle decisioni della conferenza di Ginevra del 1954, che vengono così spesso rievocate dall'opposizione come base necessaria per una trattativa.
Vorrei altresì ricordare altre recenti proposte di pace da parte americana; il discorso tenuto dal presidente Johnson alla televisione americana il 28 luglio 1965, che ribadisce la volontà degli Stati Uniti di negoziare senza precondizioni e conferma la mancanza di obiezioni a che il fronte nazionale del sud Viet-Nam partecipi alle trattative in seno alla delegazione di Hanoi; per la prima volta Johnson si dichiara inoltre pronto a discutere anche i quattro punti di Hanoi; il presidente americano rinnova il suo appello alle Nazioni Unite perché si adoperino per giungere alla possibilità di trattative; la lettera dell'ambasciatore Goldberg indirizzata il 30 luglio al presidente di turno del Consiglio di sicurezza per confermare ufficialmente le intenzioni pacifiche americane e per reiterare l'appello affinché le Nazioni Unite si adoperino per creare la base di un negoziato; le dichiarazioni di Rusk alla televisione americana del 24 agosto (il segretario di Stato conferma che gli Stati Uniti considerano sempre validi gli accordi di Ginevra del 1954, e questa dichiarazione può essere considerata un'evoluzione dell'atteggiamento americano soprattutto perché Rusk dichiara che la stretta aderenza alle clausole militari di quel trattato è uno degli elementi essenziali per la soluzione pacifica della crisi); la conferenza stampa di Johnson del 25 agosto. Il presidente americano sottolinea che tutti gli uomini di governo americani sono costantemente alla ricerca della via e dei mezzi per sostituire le parole ai cannoni e per ricondurre gli uomini dal campo di battaglia al tavolo della conferenza. Ma non si può non rilevare la diversa posizione di Hanoi e Pechino; l'una e l'altra pongono, a differenza di Washington, condizioni preliminari al negoziato che, se accolte, renderebbero lo stesso negoziato inutile, perché privo di oggetto.
Tra le numerose iniziative avutesi in campo internazionale allo scopo di facilitare una soluzione negoziata del conflitto nel Viet-Nam vanno menzionate le seguenti: l'appello dei 17 paesi non allineati firmato a Belgrado il 15 marzo 1965 per una pacifica soluzione del conflitto. Esso contemplava negoziati senza precondizioni e la cessazione immediata delle ostilità; proposta del segretario generale delle Nazioni Unite U Thant nella prima decade dell'aprile scorso di recarsi a Pechino e ad Hanoi in funzione esplorativa; iniziativa dei paesi del Commonwealth per una missione esplorativa presso le capitali interessate al conflitto decisa a Londra il 17 giugno. Tutte queste iniziative, come altri sondaggi e missioni, sono fallite di fronte alla rigida negativa del Viet-Nam del nord e della Cina. La condizione insormontabile posta da parte dei nordvietnamiti, per quel che risulta al Governo italiano, per l'avvio dei negoziati è il previo e totale ritiro delle forze americane nel Viet-Nam. Anche alla proposta di U Thant da parte cinese e nordvietnamita fu opposto un netto rifiuto: la questione del Viet-Nam non ha niente a che vedere con le Nazioni Unite.
Opportunamente il senatore Bosco, capo della delegazione italiana, ha dichiarato nel discorso tenuto il 27 settembre all'assemblea delle Nazioni Unite: «L'Italia è pronta ad appoggiare, come più volte ripetuto, iniziative; e soprattutto delle Nazioni Unite, che possono condurre a un serio negoziato per una sollecita soluzione pacifica e nello stesso tempo equa e duratura delle questioni che hanno determinato l'inizio delle ostilità. Ma non possiamo non lamentare che fino ad oggi diversi tentativi promossi in buona fede e con costruttive intenzioni siano stati lasciati cadere, contrapponendo ad essi categorici enunciati senza dichiarare se riguardino obiettivi che Hanoi si propone di ottenere o condizioni preliminari a ogni e qualsiasi avvio di trattativa».
Nel conflitto del Viet-Nam sono parti in causa non solo il sud Viet-Nam, gli Stati Uniti e il nord Viet-Nam, i protagonisti più immediati della lotta armata, ma anche cinesi e sovietici. Di fronte al sud Viet-Nam e agli Stati Uniti vi è dunque non solo un interlocutore palese, Hanoi, ma anche almeno altri due interlocutori non allineati fra loro: l'Unione Sovietica e la Cina. Questi elementi complessi aiutano a comprendere la difficoltà che esiste e si è rivelata in termini cosi palesi di indurre Hanoi, premuta in senso contrario da Pechino, a sedere al tavolo della conferenza. Un negoziato per il Viet-Nam, quale che ne sia la soluzione e quali che ne siano i vantaggi per la stessa Hanoi, sembra presentare agli occhi degli estremisti del comunismo contemporaneo l'inconveniente di riproporre i termini della coesistenza e della distensione che essi rifiutano. Si può dunque temere che, a meno di improvvisi cambiamenti, il conflitto armato sia destinato a continuare ancora. E nostra raccomandazione costante di evitare una escalation suscettibile di allargare il conflitto e di considerare l'azione armata solo in attesa che vengano a maturazione le condizioni per un negoziato.
Il fatto che la situazione militare sia oggi molto più favorevole per gli Stati Uniti di quanto non lo fosse nel febbraio scorso, nel senso almeno che dovrebbe essere divenuto chiaro a tutti quanto illusoria fosse la speranza di Hanoi di poter vincere il conflitto sul campo, non ha fortunatamente ridotto i propositi di Washington in favore di una soluzione negoziata. Al contrario, in questo periodo di tempo è stato riconfermato in termini molto precisi che gli Stati Uniti sono disponibili per una soluzione politica del conflitto secondo le modalità indicate a Baltimora.
Questo atteggiamento merita di essere sottolineato e non può non trovarci consenzienti. Ove una prospettiva di negoziato si aprisse — e questo è nel nostro fermo auspicio — da parte italiana si giudica che gli accordi del 1954 di Ginevra offrono una buona base di partenza. Tali accordi erano infatti fondati sul principio della indipendenza e della non interferenza negli affari interni del Viet-Nam del nord e del Viet-Nam del sud. Ogni soluzione negoziata deve partire da tale presupposto fino al momento in cui la situazione interna dei due territori, superate le vicissitudini belliche, sia tale da consentire attraverso la libera manifestazione della volontà popolare la possibilità di giungere ad una unificazione del paese. L'esperienza del passato deve tuttavia consigliare di adottare misure tali da evitare attraverso forme di controllo internazionale o in qualsiasi altra forma utile che si possa ricadere nella disastrosa situazione che ha dato origine alle attuali ostilità.
Devo poi precisare che l'atteggiamento del Governo italiano sulla questione della concessione di visti di ingresso a cittadini di Stati non riconosciuti dall'Italia è nel senso di limitare tale concessione a singoli o delegazioni che si rechino nel nostro paese per scopi economici o in certe circostanze artistico-culturali.

PAJETTA. Ella sa che non è vero. Noi abbiamo ricevuto più volte delegazioni di paesi non riconosciuti dall'Italia; ella ha detto una menzogna palese e lo dimostrerò!

PRESIDENTE. Onorevole Pajetta, ella potrà replicare tra poco.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Si è assunto tale atteggiamento in quanto si ritiene che esso valga a soddisfare un interesse nazionale di carattere generale quale è quello dell'incremento degli scambi commerciali ed intellettuali.
Il Governo non reputa invece di dover dar corso a quelle richieste da parte di cittadini italiani di visti di ingresso per rappresentanti di paesi non riconosciuti dall'Italia, la cui venuta nel nostro paese abbia un carattere essenzialmente politico e di parte che non risponde a un interesse nazionale.

PAJETTA. Ai congressi del nostro partito sono sempre venuti i delegati cinesi. Come giustifica questa contraddizione?

PRESIDENTE. Onorevole Pajetta, non interrompa!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. È stato un atto di cortesia, ma non è detto che lo si debba fare sempre.
È per questa ragione, ed anche in considerazione della situazione esistente nel sud-est asiatico, che sono stati negati i visti di ingresso a esponenti del fronte nazionale del lavoro del Viet-Nam del nord. Gli onorevoli interroganti hanno pure sollevato la questione della costituzionalità del provvedimento adottato. Non vedo come in questo consesso possano essere invocati la Costituzione della Repubblica o il diritto internazionale, in quanto il Governo ha agito nell'ambito di poteri ad esso riservati, nella sua qualità di tutore degli interessi politici della nazione, secondo la prassi internazionale. (Commenti all'estrema sinistra).

PAJETTA. Ma ai cinesi è stato consentito di presenziare al congresso del nostro partito. La sua è una menzogna.

PRESIDENTE. Onorevole Pajetta!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. È stato un atto di cortesia farli partecipare al vostro congresso. Da questo atto di cortesia volete ricavare una norma. Fu un atto di cortesia che rientrava nella valutazione discrezionale del Governo.

PAJETTA. Prima del centro-sinistra avete usata quella cortesia, dopo non più.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Per quanto riguarda il problema della Cina, del suo riconoscimento e della sua eventuale ammissione all'O.N.U., debbo ricordare quanto ebbe occasione di rilevare nel corso della discussione del bilancio dello Stato l'anno passato l'allora ministro degli esteri di questo stesso Governo: «Il Governo italiano — veniva allora affermato — non disconosce l'importanza di un colloquio diretto con Pechino e valuta adeguatamente il peso dei 700 milioni di abitanti dello Stato cinese nella comunità internazionale. Anche qui le nostre disposizioni sono ispirate a realismo e a comprensione, ma proprio questo realismo ci induce a ritenere che il problema dell'ingresso dei delegati della repubblica popolare cinese all'O.N.U. possa essere appropriatamente risolto solo quando sia stata trovata una soluzione anche agli altri problemi che tale evento porta alla ribalta». E si aggiungeva che l'interrogativo non era quello di sapere «se» il Governo italiano avrebbe riconosciuto il governo della repubblica popolare cinese, ma «quando». E potremmo dire, con riferimento al complesso di problemi che sono stati dianzi richiamati e relativi ai rapporti Italia-Cina e O.N.U.-Cina, che si tratta di vedere come riconoscimento ed ammissione potrebbero avvenire e con quali conseguenze.
Il capo della delegazione italiana all'O.N.U. senatore Bosco ha riflesso questi interrogativi e queste difficoltà nel suo ponderato discorso all'assemblea dell'O.N.U. È un discorso che non merita le critiche, frutto talvolta di mera incomprensione, che sono state ad esso rivolte. Che vi è di strano nel chiedere che Pechino dia un contributo per chiudere il conflitto nel sud-est asiatico? E quando il capo della nostra delegazione parla di omogeneità, egli non vuole già riferirsi ad una identità di ideologia politica e di interni ordinamenti, bensì alla constatazione della volontà di tutti i membri dell'O.N.U. di rispettare i principi della Carta di San Francisco, senza di che l'universalità sarebbe solo apparente e l'incontro di tutti non rafforzerebbe ma paralizzerebbe le Nazioni Unite. (Commenti all'estrema sinistra).
Le dichiarazioni del senatore Bosco si basano su queste premesse: il carattere tendenzialmente universale delle Nazioni Unite induce a compiere ogni sforzo affinché l'intera comunità internazionale coincida con la famiglia delle Nazioni Unite. Ogni, membro delle Nazioni Unite deve adempiere gli obblighi della Carta. Questo adempimento degli obblighi è stato definito appunto dal senatore Bosco con il concetto di «omogeneità». Partendo da queste premesse il capo della delegazione italiana alle Nazioni Unite ha sottolineato due sostanziali problemi: il primo riguarda l'atteggiamento di Pechino nel quadro della vicenda internazionale e l'azione che può essere fatta per creare le condizioni migliori acciocché Pechino assuma atteggiamenti tali che consentano di accertare che le sue posizioni, particolarmente di fronte al problema del disarmo ed ai conflitti in corso, non contrastino palesemente con i principi generali dell'organizzazione. Il secondo problema riguarda l'opportunità, per tutti i paesi membri delle Nazioni Unite, di sollecitare la ricerca in seno all'O.N.U. di formule idonee a superare l'attuale contingenza, di sollecitare cioè in seno alle Nazioni Unite un travaglio di pensiero e di iniziative che consenta, senza sacrificare i principi, di assicurare all'organizzazione un carattere di vera universalità.

MAULINI. I bombardamenti americani si conciliano con i principi dell'O.N.U.?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Qual è l'ostacolo fondamentale alla realizzazione di una politica di questo genere? È stato osservato, non fuori luogo, che di fatto e secondo le disposizioni della Carta l'ammissione all'O.N.U. è aperta ai paesi che dimostrino di aver raggiunto una personalità giuridica internazionale, cioè di essere dei veri e propri Stati, senza che questi abbiano a dare particolari dimostrazioni per quanto concerne il loro modo di esercitare la propria individualità sulla scena internazionale. Tutti gli Stati all'atto della richiesta di ammissione hanno sempre dichiarato però — e questo è un elemento imprescindibile, ai sensi della Carta — di condividere a pieno i fini e i principi che ispirano l'azione dell'O.N.U.
Alla repubblica popolare cinese non viene chiesto nulla di diverso, ma in pratica il problema in questo caso è reso estremamente delicato e complesso proprio per le posizioni assunte dai cinesi. Al riguardo è forse opportuno osservare quanto segue. La stessa Cina afferma di non voler far parte dell'organo societario o di volerne far parte soltanto a determinate condizioni, che essa vuole imporre agli attuali 117 membri delle Nazioni Unite. Tali condizioni — dichiarazioni di Cheng Yi che non richiamo dettagliatamente e che furono dichiarate incredibili dalla stessa Unità — sono le seguenti: che le Nazioni Unite dichiarino di essersi sbagliate allorché condannarono la Cina per l'aggressione in Corea; che tutti gli Stati indipendenti siano ammessi all'O.N.U., mentre ne dovrebbero essere estromessi tutti i paesi definiti «marionette dell'imperialismo»; che venga modificato lo statuto delle Nazioni Unite sulla base di esigenze che la Cina comunista sostiene; pregiudiziale poi, in ogni caso, l'espulsione di Formosa.
Il problema del seggio cinese sorge in forma diversa rispetto a quello di altri paesi che hanno presentato la loro candidatura all'O.N.U., perché la repubblica popolare cinese ha preso sul piano internazionale alcuni atteggiamenti che sono in contrasto con le norme della convivenza mondiale consacrate dallo statuto delle Nazioni Unite e base stessa della concezione giuridica, politica e morale dell'organo societario. La questione dei seggio cinese pone poi, tra gli altri, anche il problema della presenza della Cina nazionalista all'O.N.U., problema che è complicato dal fatto che essa è membro permanente del Consiglio di sicurezza. (Commenti all'estrema sinistra). La sostituzione della Cina comunista alla Cina nazionalista comporta quindi una serie di difficoltà di ordine giuridico, politico e morale.
È appena necessario ricordare come questo sviluppo si rifletterebbe sull'equilibrio militare nel Pacifico. Né dal punto di vista di Washington la questione può essere tenuta separata dal problema scottante della lotta in corso nel sud-est asiatico.

NANNUZZI. Aggressione, non lotta in corso!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Questi elementi stanno a indicare perché il problema, pur così importante, presenti tanti aspetti controversi e perché esso appaia di delicata soluzione. Chi abbia, come l'Italia ha, vocazione ad incoraggiare il corso della distensione e la pace, a rafforzare l'azione delle Nazioni Unite, ad evitare di indebolire il mondo libero, non può non valutare attentamente anche in questa vicenda ciò che favorisce davvero la soluzione dei problemi internazionali: e questo con riguardo ai rapporti italo-americani, alla opportunità di non acutizzare il conflitto asiatico, alla preoccupazione di evitare ritorsioni che compromettano l'apporto all'O.N.U. della più grande potenza mondiale, alterando il già delicato equilibrio politico del mondo.
Ecco perché non possiamo accettare la mozione comunista che vorrebbe spingerci ad assumere con estrema leggerezza un impegno grave e pieno di conseguenze.
L'interpellanza degli onorevoli Vecchietti e Luzzatto accenna molti argomenti, menzionandoli in modo da non rendere sempre chiaro il pensiero degli onorevoli interpellanti. Se la nostra interpretazione è esatta, al centro dell'attenzione è posto ancora una volta il problema del patto atlantico e della sicurezza del paese, nel contesto di una serie di eventi che si vorrebbe addurre a giustificazione del preteso superamento del patto stesso e delle linee fondamentali dell'azione che in campo internazionale il Governo svolge con l'appoggio del Parlamento.
Nei riguardi del Patto atlantico, la posizione del Governo è stata illustrata in Parlamento e fuori innumerevoli volte. Essa non è mutata, perché immutate rimangono le linee della nostra politica estera, che ha come obiettivo fondamentale la pace nella sicurezza. L'appartenenza all'alleanza atlantica e l'aspirazione alla pace rimangono quindi per noi due realtà inscindibili. Il patto atlantico non solo ha garantito e garantisce la nostra sicurezza, ma ha costituito e costituisce la base per l'avvio di un dialogo est-ovest, nonché la premessa per aprire la via ad una effettiva distensione. È nella piena lealtà all'alleanza atlantica che l'Italia è impegnata ad operare per un più stabile e pacifico assetto delle relazioni internazionali.
Il Governo considera quindi indispensabile continuare in questa linea sia per assicurare gli auspicati progressi verso la distensione sia per garantire al paese, impegnato in un'opera di profondo rinnovamento sociale, una posizione internazionale stabile e quel diritto all'autodifesa che è un diritto irrinunciabile, espressamente sancito dallo statuto delle Nazioni Unite, ma che non sembra possa essere garantito isolatamente nell'epoca presente. Questo non significa che la nostra posizione sia statica e di gretto conservatorismo; al contrario, ciò significa che il Governo continua a seguire con la più grande attenzione la evoluzione della situazione internazionale, sensibile e aperto ai grandi mutamenti che avvengono nel mondo e pronto a cogliere ogni occasione propizia per migliorare il clima internazionale. Con la sicurezza del paese, il patto atlantico ne garantisce anche la piena autonomia, nonostante gli onorevoli interpellanti sembrino ritenere che la linea della nostra politica estera sia appunto con essa incompatibile.
Vorrei al riguardo rammentare qui il mio discorso in Campidoglio del 28 settembre, allorché dichiarai come noi ci sentiamo tanto più indipendenti quali membri dell'alleanza atlantica, in quanto abbiamo conseguito nella pace la sicurezza e la possibilità di trattare da pari con tutti i paesi del mondo; e come l'integrazione nelle sue varie forme, lungi dal farci sentire a disagio, sia da noi considerata come uno sviluppo indispensabile perché un paese nell'epoca moderna possa salvaguardare la propria dignità e indipendenza nel campo politico, economico e militare. Per il resto, devo constatare che mentre ci si accusa implicitamente di svolgere una politica in contrasto con quella di una alleanza della quale, con il consenso del Parlamento, facciamo parte, ci viene proposta una visione artificiosa e partigiana della situazione internazionale che non possiamo accettare. Tralascio gli accenni al Viet-Nam e alla cosiddetta disponibilità di armi atomiche da parte della repubblica federale tedesca, cioè al problema della forza multilaterale, perché su entrambe le questioni il pensiero del Governo, che desidero pienamente confermare, è stato già e ripetutamente espresso in precedenza. Non indugerò sul conflitto indo-pakistano, perché in tale materia il Governo appoggia pienamente l'operato delle Nazioni Unite, attenendosi ad una linea di condotta sulla quale ritengo che neppure gli onorevoli interpellanti avranno obiezioni da muovere.
Mi limiterò, invece, a replicare brevemente ad alcune affermazioni contenute nella interpellanza alla quale rispondo. La prima riguarda il declino della politica dei blocchi militari. Questo è un auspicio, non una realtà. In atto i blocchi realizzano l'equilibrio delle forze e sono essi, appunto, strumento di pace, di distensione, di cauta apertura. In proposito mi limito a chiedere agli onorevoli interpellanti se essi abbiano dimenticato gli innumerevoli documenti ufficiali sovietici nei quali viene affermata la necessità di rafforzare il trattato di Varsavia. Il più recente esempio è costituito dal comitato congiunto sovietico-rumeno del 10 settembre scorso e dalle dichiarazioni di Breznev del 14 settembre scorso. Vi si esalta la collaborazione militare dei paesi socialisti incarnata nella organizzazione del trattato di Varsavia come uno stabile fattore di pace e di sicurezza.
La seconda affermazione che desidero rilevare si riferisce ad un preteso superamento del patto atlantico in rapporto ai termini attuali del problema della sicurezza in Europa. Non credo debba essere ricordata agli onorevoli interpellanti quale diversità di opinioni vi sia sul tema della sicurezza europea, quale sia la nostra posizione in proposito e come noi, al pari, per esempio, della Gran Bretagna laborista, riteniamo essenziale la presenza degli Stati Uniti in Europa. Del resto, anche i più recenti contatti ad alto ed altissimo livello fra uomini di governo dell'Europa occidentale e dell'Europa orientale e la prudenza con la quale nelle dichiarazioni e nei comunicati sono stati affrontati tali argomenti hanno confermato che, nonostante visioni più o meno a lungo termine, i governi rimangono assai cauti nei confronti di iniziative che potrebbero ledere il delicato equilibrio politico e militare faticosamente creatosi in Europa. In tali condizioni, il parlare di superamento del patto atlantico e di declino dei blocchi militari mi pare per lo meno prematuro e certamente non conforme ad una linea responsabile di governo. Ciò non significa, ripeto, che il Governo non rimanga attento ad ogni possibilità di migliorare l'atmosfera internazionale, pronto a cogliere ogni favorevole occasione. Ne fanno fede la politica da noi seguita in materia di disarmo e di rapporti est-ovest e il pieno appoggio da noi sempre prestato ad ogni seria iniziativa di pace.
L'onorevole Luzzatto ha criticato l'iniziativa italiana per una moratoria nucleare per essersi limitata a prendere in considerazione i casi di disseminazione sul piano nazionale. È da ritenere che l'onorevole Luzzatto voglia in tal modo riferirsi al caso delle formule di integrazione nucleare quali quelle attualmente allo studio da parte dell'alleanza atlantica e che, a suo avviso, non sarebbero coperte dal nostro progetto di moratoria. Se questo è il senso delle parole dell'onorevole Luzzatto, occorre sottolineare che — secondo il parere di autorevoli correnti politiche — tali formule potrebbero in ogni modo costituire un'efficace risposta al pericolo di disseminazione nazionale delle armi atomiche. La partecipazione italiana in corso in seno all'alleanza è stata decisa proprio per accertare se i progetti allo studio rispondono al principio della non disseminazione oltre che alle esigenze della sicurezza italiana.
Le interpellanze presentate mi danno anche l'occasione di soffermarmi sulla posizione del Governo nella delicata fase della politica europeistica che stiamo attraversando, con riferimento e a completamento delle informazioni che il Governo stesso ha già avuto modo di fornire in sede di Commissioni esteri dei due rami del Parlamento. Il primo aprirsi dell'attuale crisi a seguito della riunione del Consiglio dei ministri della C.E.E. del 30 giugno 1965, nel corso della quale non si riuscì a raggiungere un'intesa sulle proposte della Commissione della C.E.E. relative al rinnovo del regolamento per il finanziamento della politica agricola comune, alla creazione di risorse proprie comunitarie e ai poteri del Parlamento europeo, ha coinciso con l'inizio del turno di presidenza italiana nel consiglio stesso; ciò che comportava per l'Italia una particolare responsabilità. In tale congiuntura l'atteggiamento italiano si è ispirato ad un duplice parallelo ordine di considerazioni. Da un lato abbiamo cercato di non appesantire la situazione che l'astensione francese dai lavori comunitari ha determinato e di non esasperare — come conseguenza di manifestazioni inutilmente polemiche — i termini del contrasto tra la Francia e gli altri paesi della Comunità europea; il che avrebbe soltanto approfondito la frattura e reso ancor più remota la possibilità di riprendere il dialogo. Ma dall'altro, ben consapevoli del rischio che la battuta d'arresto imposta nel funzionamento della Comunità potesse dare l'avvio ad un processo di disorientamento, di dispersione e, in definitiva, di paralisi nello sviluppo dell'intera costruzione europea, ci siamo preoccupati di far si che fosse mantenuta la coesione fra i cinque nel proseguimento dell'attività della Comunità, pur nei limiti che l'assenza francese consentiva e avendo cura di non procedere ad alcuna decisione che rendesse più ardua la prospettiva d'una sollecita ripresa del lavoro a sei.
Appunto in tale ordine di idee la presidenza italiana ha ritenuto opportuno di convocare una riunione del Consiglio dei ministri della C.E.E. per la fine di luglio. In tale riunione venne preso atto, con riserva d'un più approfondito studio, dei suggerimenti prospettati in un suo memorandum dalla Commissione della C.E.E. per facilitare l'accordo fra i governi sulla base delle osservazioni avanzate e delle intese di massima raggiunte nel corso della discussione del mese di giugno sulle tre proposte presentate dalla Commissione stessa. L'azione della presidenza italiana si è anche esplicata, in conformità con il voto espresso dai membri del Consiglio della Comunità europea, in un intervento a Parigi per auspicare che la Francia riprendesse a collaborare pienamente all'attività comunitaria e per offrire l'opera della presidenza italiana, nei modi e nelle forme che potessero essere ritenuti più utili al fine di contribuire al ritorno alla normalità.
Autorevoli dichiarazioni ulteriori hanno certo aggravato la situazione, soprattutto perché non solo hanno confermato íl rigetto del metodo comunitario nella composizione delle divergenze particolari, ma hanno anche esplicitamente rimesso in discussione talune caratteristiche fondamentali dello sviluppo del processo di integrazione europea.
Di fronte a questo accentuato pericolo di deterioramento interno dell'opera comune e al profilarsi di una tendenza alla revisione di taluni criteri essenziali della struttura comunitaria, il pensiero del Governo è che occorra fare tutto il possibile perché il processo di integrazione economica in corso continui e proceda anche nelle sue implicazioni politiche, nel pieno rispetto dei trattati nonché dei poteri delle istituzioni comunitarie dai trattati stessi create. Beninteso, ancora una volta non si tratta di irrigidirsi su prese di posizione polemiche; siamo anzi pronti a collaborare in ogni modo alla ricerca delle formule che ci consentano di uscire dall'attuale fase di stasi e di continuare il lavoro per la realizzazione di un'Europa unita e democratica.
In tale prospettiva siamo evidentemente disposti a prendere in considerazione ogni iniziativa che tenda appunto a facilitare il ristabilirsi dell'accordo fra tutti i membri della Comunità e a spianare le difficoltà che intralciano il cammino dell'impresa europea. Ma ci sembra che occorra ben distinguere fra i margini negoziali che appaiono ammissibili e la ferma difesa delle concezioni che costituiscono i pilastri di volta dei trattati di Roma e a cui non potremmo rinunziare senza rinunziare all'essenza dell'opera cui ci siamo accinti e che ha portato fino ad oggi cospicui frutti. A questi fermi principi il Governo intende ispirare la sua azione, regolandola in relazione agli eventi che si verificheranno, nell'intento di superare le contingenze presenti, rispettando la volontà popolare e perseguendo l'obiettivo finale di un'Europa unita e democratica, che sia veramente baluardo della nostra civiltà, realizzatrice di solidarietà, di progresso e di pace.
Per quanto riguarda il problema dell'Alto Adige è stato innanzi tutto messo in discussione il mio incontro non ufficiale con il cancelliere austriaco signor Klaus. Fin dal gennaio 1965, nel corso di un incontro avvenuto a Strasburgo con il sottosegretario Stordii in una riunione del Consiglio d'Europa, il cancelliere aveva richiesto un incontro amichevole per una conoscenza personale e un'utile presa di contatto sui temi che interessano i due paesi. La cortese richiesta fu rinnovata all'inizio del periodo feriale, che il cancelliere austriaco usa trascorrere in parte in Italia. Mi parve di non poter non corrispondere per una ragione di cortesia oltreché per una ragione politica, a questo invito. Perciò, d'intesa con i ministri degli esteri e dell'interno, concordai con il cancelliere un incontro in una località del Trentino dove soggiornavo e per dove passava il signor Klaus di ritorno a Vienna. L'incontro avvenne la mattina del 26 agosto. Io vi partecipai da solo, in considerazione del carattere personale e non formale del contatto che si veniva così a stabilire, e del suo limitato obiettivo di uno scambio di vedute su tutti i temi della politica internazionale, senza alcuna prospettiva di decisioni impegnative. Devo per altro rilevare che, salvo il costante collegamento con il ministro degli affari esteri, doveroso e anche naturale, specie in considerazione del mio rispetto per l'onorevole Fanfani, non è affatto escluso che il Presidente del Consiglio, responsabile di tutta la politica del Governo, si incontri da solo in sede internazionale, concordando il linguaggio da tenere, fornendo tutte le informazioni, sottoponendo agli organi competenti tutte le decisioni. Ciò è avvenuto sempre e avviene, in Italia e fuori d'Italia. Io stesso mi sono incontrato a Londra da solo con il primo ministro inglese, in assenza dell'allora ministro degli esteri Butler; e ho ricevuto a Roma il signor Wilson, non accompagnato dal ministro degli esteri Stewart.
Sul contenuto del colloquio posso dire che esso riguardò tutti i temi di attualità della politica internazionale e toccò anche il problema dell'Alto Adige, al quale sono in notevole misura legate le buone relazioni fra i due paesi. Uno scambio di vedute generale, nel corso del quale non ebbi che a confermare la linea politica italiana, così come risulta dalle dichiarazioni rese da questo Governo in Parlamento e dalle successive iniziative del Governo italiano. Il colloquio non fu tenuto intenzionalmente segreto; ma, essendo intervenuto poche ore dopo il gravissimo eccidio dei due carabinieri Palmerio Arriù e Luigi Di Gennaro, non sembrò opportuno che di esso venisse data notizia nell'atmosfera creatasi in conseguenza della dolorosa e drammatica vicenda.
Pertanto ne è stata data comunicazione solo più tardi con una dichiarazione da parte austriaca ed una nota ufficiosa del Governo italiano.
Non ritengo che l'incontro, concordato riservatamente nella data e nel luogo all'ultimo momento, abbia dato luogo alla ripresa terroristica, che anche l'anno scorso si ebbe il 27 agosto. Se si trattasse — ma non lo credo — di una consapevole reazione estremista, ciò vorrebbe dire che la pacifica convivenza in Alto Adige dei diversi gruppi linguistici e le buone relazioni tra Italia ed Austria sono dei beni contro i quali si accaniscono coloro i quali non vogliono la pace in Alto Adige e l'integrità della frontiera del Brennero.
All'onorevole Cantalupo confermerò poi che, per ovvie ragioni di cortesia, un funzionario italiano ha salutato il ministro austriaco degli esteri Kreisky in transito a Fiumicino per New York.
In linea più generale desidero affermare che, in qualsiasi circostanza ed in relazione a qualsiasi contatto, non è stata, non è e non sarà mai in discussione l'integrità dello Stato italiano nella frontiera solennemente sancita dai trattati. Difendendo le nostre frontiere, onorevoli colleghi, adempiamo un dovere fondamentale di fronte alla nazione. Ma difendendo, in generale, le frontiere stabilite dai trattati diamo un contributo alla pace in Europa e nel mondo, perché ogni alterazione della situazione preesistente non può che costituire una minaccia di guerra.
Rispettando e garantendo l'autonomia delle minoranze in Alto Adige attuiamo una norma costituzionale e favoriamo la tranquillità, la fiducia e la pace. Sforzandoci di mantenere, nel rispetto della nostra dignità e dei nostri legittimi interessi, buoni e costruttivi rapporti con l'Austria, facciamo cosa che corrisponde alle esigenze nazionali ed a quelle della cooperazione tra i popoli. La nostra linea sull'Alto Adige è dunque fissata nel nostro programma di Governo, dove è detto che questo, nel pieno rispetto dei diritti dell'Italia, favorirà la giusta e pacifica convivenza delle popolazioni di lingua italiana e tedesca e dei ladini, tra l'altro utilizzando tempestivamente le conclusioni della Commissione dei 19, per assicurare tranquillità e fiducia nella regione.
Per quanto riguarda poi alcune osservazioni dell'onorevole Cantalupo sul carattere meramente interno della questione dell'Alto Adige, mi sia consentito di richiamare, come del tutto pertinente, un punto della mia replica nel dibattito sulla fiducia in questa stessa Assemblea.
Basandosi sul programma secondo cui da parte italiana si intende utilizzare le conclusioni della relazione dei 19 (la quale prevede, tra l'altro, modifiche statutarie) per assicurare la tranquillità e la fiducia nell'Alto Adige, il sondaggio in corso a Ginevra tende semplicemente ad accertare se, ove certe misure siano autonomamente decise dal Governo di Roma, si possa nello stesso tempo realizzare la cessazione della controversia con l'Austria.
Nell'iniziare questi contatti non intendevamo e non intendiamo allontanarci dallo spirito dell'azione intrapresa all'interno, quanto piuttosto assicurarne l'efficacia ad estinguere la controversia internazionale.
Non è esatto infatti affermare che l'istituzione della Commissione dei 19 abbia cancellato dalle agende internazionali la controversia italo-austriaca. L'assemblea generale delle Nazioni Unite approvò fra l'altro, all'unanimità, il 30 novembre 1961, una risoluzione con cui si prendeva atto con soddisfazione della esistenza di trattative tra i due governi; si rivolgeva ad essi l'invito a proseguire negli sforzi per l'applicazione della risoluzione adottata l'anno precedente, che prevedeva negoziati tra le due parti per una soluzione diretta e, sussidiariamente, per la ricerca di un mezzo pacifico idoneo ad assicurare la soluzione della controversia; e li si invitava inoltre ad astenersi da ogni azione che potesse compromettere le loro relazioni amichevoli.
Desidero comunque assicurare il Parlamento, quanto agli attuali contatti con l'Austria, di cui auspichiamo la rapida e positiva conclusione, che non abbiamo receduto — né intendiamo recedere — dal nostro punto di vista, più volte espresso, circa l'applicazione da parte italiana dell'accordo De Gasperi-Gruber: e ripeto che, dal punto di vista italiano, la cessazione della controversia non dovrà comportare l'assunzione di obblighi internazionali maggiori di quelli risultanti dallo stesso accordo di Parigi. Essi continuano — senza che il mio incontro con il cancelliere Klaus abbia avuto qualsiasi valore innovativo — nell'intento di giungere, come noi auspichiamo, ad una favorevole soluzione, che assicuri la convivenza, in condizioni di dignità e di sicurezza, di tutti i gruppi linguistici conviventi in Alto Adige.
Come ha già avuto occasione di dire il ministro dell'interno, il terrorismo viene perseguito con la massima energia e con l'impiego di tutti i mezzi necessari. Un complesso dispositivo di sicurezza è permanentemente in atto ed è stato ulteriormente rinforzato nella estate scorsa nei servizi di alta quota con un adeguato presidio dei rifugi alpini. Del resto il numero degli attentati neutralizzati o sventati testimonia l'efficienza di tale dispositivo.
L'intento dei criminali attentatori è di rinfocolare ed esasperare i contrasti, alimentare il disordine, impedire la pace. Con i loro delitti hanno invece suscitato la concorde indignazione delle popolazioni locali e la condanna di ogni coscienza civile.
In seguito alla ripresa dell'attività terroristica il sottosegretario Storchi, per incarico del ministro degli affari esteri, ha convocato il 28 agosto l'incaricato d'affari d'Austria al quale ha illustrato la profonda indignazione italiana per l'attentato aggiungendo che la sensazione degli attentatori di poter contare sull'asilo inviolabile oltre confine, nonché certi incitamenti di ambienti e personalità austriache, dovevano considerarsi fattori non estranei all'origine degli atti terroristici. L'onorevole sottosegretario Storchi ha quindi sottolineato nel modo più fermo la necessità che tra le autorità di pubblica sicurezza dei due paesi vi sia una collaborazione completa e sistematica, in modo da evitare il ripetersi di delittuosi incidenti che non possono non compromettere il mantenimento di buone relazioni nell'interesse dei due paesi. In data 31 agosto 1965 l'incaricato d'affari d'Austria rese ufficialmente noto al Ministero degli affari esteri un comunicato del ministero degli interni austriaco circa le misure prese dalle autorità austriache per una più stretta sorveglianza della frontiera. Al tempo stesso l'incaricato di affari ha confermato quanto da lui espresso a titolo personale nel corso del suo colloquio con il sottosegretario Storchi circa la volontà delle autorità austriache di collaborare con quelle italiane nella ricerca dei colpevoli e ha chiesto, a tal fine, che da parte italiana venga fornito ogni utile elemento adeguato.
In relazione al nuovo attentato di passo Resia avvenuto nella notte del 13 settembre, a cui due giorni dopo ha fatto seguito l'altro a Lappago in val dei Molini, il sottosegretario Lupis ha dato incarico all'incaricato d'affari d'Italia a Vienna di compiere presso il ministero degli esteri austriaco un passo, al fine di richiamare l'attenzione delle autorità austriache sulla necessità che esse, secondo gli affidamenti più volte dati, dispongano per una piena ed effettiva collaborazione fra i servizi di sicurezza dei due paesi.
La ferma intenzione del Governo italiano di non lasciarsi distogliere dalla propria linea diretta a ricercare, anche attraverso contatti con il governo austriaco, una pacifica soluzione della controversia con l'Austria in merito all'applicazione dell'accordo di Parigi del 1946, presuppone che il governo austriaco — come è stato chiaramente e ripetutamente sottolineato dal Governo italiano — cerchi con ogni possibile mezzo ed in qualsiasi occasione di assumere atteggiamenti e prendere decisioni e misure tali da non contribuire ad incoraggiare, anche solo indirettamente, gli irresponsabili terroristi.
In questo contesto, in occasione delle manifestazioni indette a Innsbruck nell'anniversario del passaggio dell'Alto Adige all'Italia, da parte italiana è stato fatto presente al governo di Vienna che manifestazioni del genere non possono certamente contribuire al miglioramento dell'atmosfera tra i due paesi.
La volontà italiana di raggiungere una soluzione della controversia italo-austriaca sull'Alto Adige presuppone che il governo di Vienna collabori con ogni possibile energia alla prevenzione e repressione di atti che, per la loro natura e le finalità degli esecutori, non garantiscono il mantenimento di buone relazioni tra i due paesi. In tal senso il ministro degli affari esteri a New York ha sottolineato al sottosegretario austriaco Bobleter la necessità di una concreta collaborazione del governo di Vienna nella prevenzione in Austria dell'organizzazione del terrorismo altoatesino.
L'onorevole Cuttitta ha chiesto di conoscere se il Governo, di fronte agli attentati svoltisi in Alto Adige, ritenesse giunto il momento di denunciare l'accordo di Parigi del 5 settembre 1946. A tale riguardo occorrerà rilevare che l'accordo di Parigi ha un duplice contenuto: da un lato, esso prevede l'attribuzione agli abitanti di lingua tedesca della provincia di Bolzano di un potere legislativo ed esecutivo di carattere regionale autonomo nell'ambito della zona stessa; dall'altro esso ribadisce implicitamente l'appartenenza della provincia di Bolzano allo Stato italiano. L'Italia, nel corso della controversia con l'Austria circa l'applicazione dell'accordo di Parigi ha sempre sostenuto di aver adempiuto completamente gli obblighi da esso previsti.
La circostanza che nel corso della controversia italo-austriaca ci si possa riferire ad un testo giuridico qual è l'accordo del settembre 1946, non va sottovalutata. Il fatto che le risoluzioni delle Nazioni Unite che si riferiscono a tale controversia e impegnano le due parti a trattative per risolverle richiamino esplicitamente l'accordo De Gasperi-Gruber e il carattere giuridico della controversia, sono certamente elementi da cui non ci conviene prescindere.
D'altronde, proprio facendo ricorso all'accordo di Parigi del 5 settembre 1946 il governo austriaco ha nuovamente riconosciuto la sovranità italiana sulla provincia di Bolzano. In tali condizioni una denuncia dell'accordo, a parte i suoi riflessi sulla stessa nostra politica alle Nazioni Unite, mentre non muterebbe di fatto la nostra situazione e i nostri impegni nei confronti della popolazione altoatesina, non migliorerebbe la posizione dell'Italia per quanto riguarda i problemi dell'Alto Adige.
Tra le iniziative della politica estera italiana, mi sia consentito di ricordare l'attiva partecipazione del nostro paese alla conferenza di Ginevra del disarmo, della quale ci siamo sforzati di favorire la riconvocazione; quando essa è avvenuta, l'abbiamo salutata anche come un segno che l'Unione Sovietica intende continuare a mantenere i contatti con l'occidente in materia di disarmo, lasciando cosi aperta una prospettiva di miglioramento nei rapporti est-ovest.
Diversamente da quanto era avvenuto nelle due precedenti sessioni, il Comitato dei 18 ha concentrato quest'anno i dibattiti su due problemi di disarmo nucleare: non disseminazione ed interdizione degli esperimenti sotterranei. In materia di non disseminazione delle armi nucleari sono state presentate a Ginevra due proposte occidentali: quella americana per un trattato generale di non disseminazione e quella italiana per una dichiarazione unilaterale di non acquisizione di armi nucleari.
La presentazione di un preciso progetto di trattato di non disseminazione da parte della delegazione statunitense ha costituito un fatto nuovo, sul quale si era basata qualche speranza di concreti progressi. Tanto più che dai testo americano traspariva un evidente sforzo di andare incontro, nei limiti del possibile, alle posizioni di Mosca. Il progetto è stato invece respinto senza approfondita discussione dalla delegazione sovietica, la quale è rimasta rigidamente ancorata al proprio punto di vista.
La proposta italiana, varata dopo che si era raggiunto un punto morto nella discussione del progetto americano, ha riscosso ampi consensi anche da parte di paesi non allineati ed è stata inclusa nei documenti che il Comitato dei 18 ha inoltrato all'assemblea generale dell'O.N.U.
L'idea di lanciare un appello ai paesi non nucleari perché prendano essi un'iniziativa per allontanare il pericolo di un'ulteriore proliferazione a breve scadenza delle armi nucleari, è sorta dallo studio delle ragioni che hanno finora reso vani gli sforzi compiuti per giungere alla stipulazione di un accordo generale di non disseminazione. L'analisi delle posizioni mantenute dalle potenze nucleari sull'argomento e in ispecie il rigido atteggiamento sovietico — riconfermato tanto in occasione dei dibattiti della scorsa primavera alla commissione di disarmo dell'O.N.U. quanto nell'ultima sessione del Comitato dei 18 — hanno portato a ritenere che esistano non poche difficoltà sul cammino di un auspicato accordo generale su questa importante e delicata materia.
Perciò la nostra iniziativa, preannunciata nei discorsi pronunciati dall'onorevole ministro degli affari esteri Fanfani a Ginevra il 29 luglio e formalmente concretizzatasi con la presentazione il 14 settembre successivo di una precisa ed articolata proposta, non vuole essere né alternativa né concorrente, bensì sussidiaria a quella per la conclusione di un trattato generale di non disseminazione. Essa è intesa infatti a fissare la situazione esistente, non compromettendola con ulteriori disseminazioni, e a precostituire quindi le condizioni di fatto suscettibili di rendere possibile la conclusione di quel trattato. Siamo convinti che, come al disarmo generale e completo, così anche ad un trattato generale di non disseminazione si potrà arrivare per gradi. Perciò abbiamo proposto ai paesi non nucleari di prendere una iniziativa che, senza arrecare pregiudizio alle rispettive posizioni, stabilisca tuttavia un periodo di respiro che possa consentire alle potenze nucleari, in migliore atmosfera e senza l'assillo di una immediata urgenza, di giungere a quelle intese di controllo degli armamenti nucleari che potranno portare in definitiva a trasformare la moratoria in un accordo generale di non disseminazione. Si tratta quindi ad un tempo di un gesto di buona volontà e di un invito ai paesi che detengono le armi di distruzione di massa per stimolarli sulla via del disarmo nucleare.
Non posso poi esimermi dal ricordare, dopo l'importante viaggio compiuto dal Presidente della Repubblica e dal ministro degli affari esteri in Germania, nell'intento e con l'effetto di sviluppare i rapporti di amicizia e collaborazione tra i due paesi alleati, la visita dell'onorevole Saragat nell'America latina.
Al grande successo di essa hanno contribuito, oltre a cause di carattere generale — come lo stato di per sé eccellente dei rapporti con i paesi visitati e la presenza di importanti collettività italiane — ragioni specifiche, rappresentate dallo spirito che ha caratterizzato il messaggio di amicizia italiano, che, impostato sulla giustizia sociale, sulla libertà democratica e sullo sviluppo economico, nonché sul rispetto della personalità umana degli individui e di quella nazionale dei popoli, si è rivelato rispondente alle aspirazioni più genuine, non solo dei paesi visitati, ma di quelli di tutta l'America latina, ai quali vanno estesi il gesto di amicizia rappresentato dal viaggio presidenziale e le aperture dischiuse in tale occasione. Da parte italiana si è soprattutto posto 'in evidenza con gli amici latino-americani che si è animati dal desiderio di cooperare, in modo che l'intensificazione dei reciproci rapporti giovi a quello sviluppo economico e sociale che è indispensabile premessa per assicurare insieme la libertà nel campo interno come l'indipendenza in campo internazionale. Indipendenza e libertà che non escludono l'interdipendenza reciproca, nonché le intese a più vasto raggio e le forme più concrete di cooperazione internazionale. In questo spirito è stato manifestato l'intendimento italiano di estendere all'America latina il concetto di partnership già riferito a Stati Uniti ed Europa dal discorso di Filadelfia del presidente Kennedy. In armonia con questo concetto sono stati esaminati i rapporti fra Europa e America latina. Sotto questo profilo l'Italia si è esplicitamente presentata nella sua veste e nella sua vocazione di paese europeo, senza tuttavia manifestare alcuna pretesa di esclusività e senza indulgere ai nazionalismi locali, bensì indicando le vie dell'integrazione continentale e triangolare come quelle che meglio rispondono agli interessi dei popoli dell'America latina nonché a quelli dell'occidente nel suo complesso e del mantenimento della pace nel mondo.
Al Presidente della Repubblica, onorevole Saragat, che si appresta a compiere un viaggio di Stato nella Polonia, legata all'Italia da una lunga tradizione di amicizia e da tante affinità di cultura e di civiltà, va il fervido augurio di successo per la missione che, con l'autorità che è propria del suo ufficio e della sua persona, si accinge a compiere. Questo viaggio, così come quello che con piacere mi accingo a compiere a Belgrado, dimostra come l'Italia, in piena lealtà verso l'alleanza che essa ha consapevolmente contratta, intenda sviluppare rapporti amichevoli con tutti i paesi, specie quelli confinanti, con i quali un contatto su basi di reciproco rispetto sia utile per una più profonda comprensione e collaborazione tra i popoli e per la pace nel mondo. I rapporti italo-iugoslavi sono improntati a cordialità e a spirito di mutua collaborazione, fornendo un esempio di come possano esistere relazioni di buon vicinato anche fra paesi dotati di ordinamenti interni diversi. Particolarmente intensi sono gli scambi commerciali, mentre milioni di italiani e di iugoslavi varcano ogni anno il confine tra i due paesi valendosi delle facilitazioni previste dagli accordi di Udine sul piccolo traffico di frontiera.
La visita, nel corso della quale non saranno trattate questioni territoriali, potrà trovare un utile contenuto, oltre che nel facilitare lo sviluppo dei rapporti bilaterali anche in settori economici di notevole importanza per i due paesi, negli scambi di idee sui principali problemi internazionali, tenuto conto della peculiare e interessante posizione della Iugoslavia nel mondo internazionale.
Alcuni deputati liberali hanno chiesto chiarimenti circa i motivi per cui il ministro degli affari esteri non accompagnerà il Presidente del Consiglio in Iugoslavia. A tale proposito è quasi superfluo rilevare che, se l'onorevole Fanfani, che si è attivamente occupato dell'organizzazione della visita, della preparazione dell'agenda delle conversazioni e della documentazione relativa, non dovesse recarsi in Iugoslavia, l'unico motivo di tale assenza sarebbe da ricercare negli obblighi che gli derivano dalla carica di presidente della XX sessione dell'assemblea generale delle Nazioni Unite.
Signor Presidente, onorevoli colleghi il panorama che ho disegnato della presente situazione internazionale indica chiaramente i punti di tensione, le difficoltà, i rischi, ma fa pure intravvedere qualche elemento di speranza, qualche prospettiva di favorevoli sviluppi. Noi saremo pronti, in sede bilaterale come in sede multilaterale, a cogliere ogni occasione che ci si offra per fare un passo innanzi sulla via della pace. La causa della pace si serve certo con animo aperto alle grandi speranze di una solidarietà umana sempre più vasta, profonda e viva. Noi vogliamo lavorare per questo. Noi crediamo nella forza degli ideali e dei valori che sospinge ad un più alto livello di civiltà la storia umana e la distoglie a mano a mano dall'egoismo, dalla prepotenza, dalla lotta fratricida. E perciò crediamo nell'O.N.U., che può e deve sempre più diventare la grande tribuna per i popoli del mondo e la migliore incarnazione — anche se imperfetta — della universalità della famiglia umana, una vera, operosa comunità delle nazioni.
Con profonda gratitudine e adesione abbiamo sentito risuonare in quella sede la parola ammonitrice ed incoraggiante di Colui che ha la più alta autorità spirituale nel mondo; e abbiamo pensato che quella presenza e quella parola fossero una consacrazione e un auspicio.
Partecipiamo dunque a questa travagliata storia del mondo di oggi fermi in queste posizioni ideali, ma anche attenti alla realtà, ma anche consapevoli del rischio che è nella debolezza e nella dissociazione. E non è solo il rischio della servitù che temiamo, ma anche proprio della più profonda frattura del mondo, dell'avvenire, delle speranze di pace, poiché debolezze e dissociazioni possono portare, invece che la pace, la guerra.
Nel nostro realismo, nella nostra vigilanza, nella nostra preoccupazione per la sicurezza del nostro paese e nel mondo non vi è alcuna rinuncia, ma piuttosto la consapevolezza di un lungo e difficile cammino che deve portarci tuttavia alla mèta della collaborazione e della pace fra gli uomini e i popoli. (Vivi applausi al centro e a sinistra — Congratulazioni).
Un particolare ringraziamento va ai senatori Gray e Nencioni che hanno rinunciato a far votare la loro mozione, appagandosi che il tema da essi proposto sia stato valutato in questo dibattito. Ringrazio tutti anche per la cortesia dimostratami, non intaccata, mi pare, neppure dalla esposizione disperata e manichea che il senatore Lussu ha fatto della situazione internazionale. È una visione che il Governo naturalmente non può condividere, specie nei giudizi estremi, taglienti ed ingiusti, che la caratterizzano.
Da molti colleghi si sono richiesti più mezzi per il bilancio degli Esteri. In quanto sostituisco il Ministro competente, posso essere ben d'accordo nel rilievo e nell'auspicio. Come Presidente del Consiglio non posso però che ricordare la drammatica strétta del bilancio statale che riguarda tutti i Dicasteri. Questi mezzi limitati saranno però amministrati con grande oculatezza e dedizione, con spirito aperto e sensibile, dal Ministro degli esteri onorevole Fanfani e dai sottosegretari Lupis, Storchi e Zagari, che ringrazio tutti per la loro benemerita opera.
Siamo impegnati, onorevoli senatori, in una politica estera seria, responsabile, attiva. Essa è fondata sulla fedeltà alle alleanze ed è insieme aperta al mondo. Essa ha in sé tanto idealismo e tanto realismo, quanto possono ed anzi debbono fecondamente coesistere in un settore così delicato. Tuteleremo i legittimi interessi nazionali, promuoveremo l'unità dovunque sia possibile, lavoreremo per la collaborazione tra i popoli e la pace nel mondo. (Vivissimi applausi dal centro, dal centro-sinistra e dalla sinistra).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 13 ottobre 1965

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di mercoledì 13 ottobre 1965)


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