LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA ESTERA DEL CENTRO-SINISTRA: INTERVENTO DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 3 dicembre 1965)

Il Presidente del Consiglio Moro risponde il 3 dicembre 1965 ad alcune interpellanze ed interrogazioni su alcuni aspetti della politica estera condotta dal suo governo di centro-sinistra.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, mi propongo di rispondere alle interpellanze ed interrogazioni che sono state presentate sui problemi nucleari dell'alleanza atlantica, sull'ammissione della Cina all'O.N.U., sulla guerra del Vietnam, sulla posizione del ministro degli esteri onorevole Fanfani; cioè su alcuni temi generali di politica estera che sono stati già, in gran parte, oggetto di un recentissimo dibattito al Senato della Repubblica. Dopo quella data pochi elementi veramente nuovi sono intervenuti nella situazione. Ciò mi consente, io spero, la massima brevità e mi obbliga a riprendere valutazioni e prospettive, così come ebbi ad esporle nell'altro ramo del Parlamento. Essendo gli stessi i dati della situazione internazionale, il Governo non può mutare il suo atteggiamento.
Comincerò dai problemi nucleari, rimessi in discussione da un grande giornale americano, ma senza che vi sia alcuna modifica nel modo secondo il quale essi si pongono da anni. Di essi alcuni onorevoli deputati hanno parlato, come se ignorassero il complesso equilibrio di forze esistente nel mondo, il fatto cioè che i grandi blocchi politico-militari sono l'uno di fronte all'altro con analoghi tipi di armamento e con forze di difesa sostanzialmente bilanciate.
In questo schieramento l'Italia ha la sua giusta collocazione, stabilita dal Parlamento e ratificata dal paese, al fine di garantire la sua sicurezza. Questo Governo, sin dal suo costituirsi, ha dichiarato di voler perseguire questo obiettivo, non disgiunto e non disgiungibile, a nostro avviso, dalla ricerca della pace e della collaborazione internazionale. Nella sicurezza infatti è aperta la prospettiva di un dignitoso incontro tra i popoli, che noi abbiamo appunto pazientemente e fiduciosamente promosso nei rapporti bilaterali e nell'ambito dell'alleanza atlantica. Un incontro che, oltre tutto, contribuisca, a mano a mano, a sostituire al difficile equilibrio di potenza, al quale è oggi in larga misura legata la conservazione della pace, un più umano e stabile assetto della comunità internazionale. E nell'Organizzazione delle nazioni unite, alla quale abbiamo dato la più intensa collaborazione, abbiamo visto un modo nuovo di porre i problemi della convivenza tra i popoli, il primo emergere di un assetto politico mondiale fondato, non già sull'arbitrio dei singoli paesi, ma sulla autorità del diritto e sulla giustizia.
Essendo queste le nostre aspirazioni profonde alle quali siamo rimasti fedeli con rigorosa coerenza, noi non crediamo che la volontà di pace del popolo italiano e del Governo che ho l'onore di presiedere sia da misurare in termini di disarmo unilaterale. Noi non siamo neutrali né disarmati e tuttavia siamo uomini di buona volontà che lavorano appassionatamente per la pace del mondo.
L'Italia che cura, com'è suo dovere, la efficienza delle sue forze armate, non ha tuttavia né desidera avere un armamento nudeare proprio. Ne fa fede, tra l'altro, la nostra proposta di moratoria nucleare volontaria che tanti consensi ha raccolto sia a Ginevra sia all'Assemblea delle Nazioni Unite e che sarà compresa tra le materie che dovrà esaminare, alla sua ripresa, la conferenza dei 18 sul disarmo. E ne fa fede anche l'estrema cautela, benché non si possa parlare a questo proposito di armamento nucleare proprio, con la quale il Governo ha affrontato i problemi relativi alla interdipendenza nucleare dell'alleanza atlantica, impegnandosi a valutare ogni progetto che venisse formulato nel corso degli studi ai quali partecipiamo per l'adesione di massima, data nel 1962, in rapporto egli obiettivi della sicurezza del nostro paese e dell'esigenza della non disseminazione delle armi nucleari.
Per quanto riguarda questa iniziativa, della quale l'Italia non può disinteressarsi, poiché vi sono legati temi politici e militari di grande rilievo, oggetto, proprio in questo momento, d'importanti incontri e dibattiti internazionali a Londra, a Parigi, a Mosca, a Washington, ma che essa considera con prudenza e senso di responsabilità, io confermo che su di essa sarà sentito preventivamente il Parlamento. Insostenibile a questo proposito è però la tesi avanzata nella interpellanza Luzzatto, Valori ed altri, e cioè che si sia proceduto di fatto, con il sistema degli armamenti atomici cosiddetti a doppia chiave, alla creazione di una forza multilaterale atomica.
Infatti, pur non essendo compiuti gli studi intrapresi a cura di alcuni paesi dell'alleanza atlantica, si può immaginare che, mentre le armi a «doppia chiave» sono totalmente americane, quelle di una eventuale forza multilaterale sarebbero invece di proprietà comune e completamente integrate e quindi i partecipi dell'organizzazione ne disporrebbero fisicamente, sia pure senza poterle impiegare in modo autonomo. Inoltre, mentre le armi «a doppia chiave» sono in larghissima parte di tipo tattico da usare in appoggio alle forze convenzionali, una eventuale forza multilaterale costituirebbe invece una forza strategica. In questo sistema per l'impiego occorrerebbe in ogni caso il concorso di molte volontà.
L'onorevole Alicata chiede di sapere se reparti dell'aviazione di Stati europei appartenenti alla N.A.T.O. siano stati dotati di armi nucleari e cita in proposito l'informazione di fonte americana, secondo la quale «testate nucleari sono state rese disponibili agli alleati della N.A.T.O.». Tale espressione significa che, ove un conflitto dovesse scoppiare, i vettori di paesi N.A.T.O. potrebbero disporre di armi nucleari, il che non costituisce certo una novità. E noto infatti che l'armamento difensivo della N.A.T.O. prevede l'impiego di armi atomiche nelle sue varie unità, secondo le necessità operative e gli obiettivi fissati per i reparti stessi. L'elemento fondamentale che caratterizza l'attuale situazione nella N.A.T.O. è che comunque nessun impiego di tali armi nucleari è giuridicamente e materialmente possibile senza l'autorizzazione degli Stati Uniti.
Questa situazione esiste anche per quanto riguarda in particolare i reparti dell'aviazione italiana. È possibile cioè in caso di conflitto nucleare un loro impiego nel campo tattico, indispensabile all'adeguata tutela della sicurezza nazionale, senza per altro che esista una disponibilità attuale delle ogive nucleari, che rimangono sotto completo controllo degli Stati Uniti. Essi pertanto non sono dotati attualmente di armi nucleari. In ogni caso l'eventuale ricorso a tali armi è soggetto alla duplice concorde volontà: dell'Italia (Parlamento e Governo) d'impiegarle, di un paese nucleare di metterle a disposizione dell'Italia.
A prescindere dal fatto che non esiste un «armamento atomico dei reparti della nostra aviazione», non è chiaro cosa intenda l'onorevole interpellante con l'espressione di «aperta violazione degli stessi principi del nostro ordinamento costituzionale». Non vi è alcuna norma nel nostro orientamento costituzionale che impedisca alle nostre forze armate di assicurare con tutti i mezzi la difesa del paese; esiste al contrario l'obbligo costituzionale del Governo di garantire tale difesa e per conseguenza di disporre dei mezzi necessari affinché tale obiettivo sia raggiunto.
Questo obbligo è stato del resto esplicitamente confermato dal Parlamento con l'adesione all'alleanza atlantica, che comporta automaticamente l'adesione ai vari sistemi di difesa comune che costituiscono il fondamento strategico dell'alleanza stessa.
L'articolo 3 del patto atlantico, approvato nel 1949 dal Parlamento italiano, stabilisce che «allo scopo di raggiungere con maggiore efficacia la realizzazione degli obiettivi del presente trattato, le parti, agendo individualmente e congiuntamente, in modo continuo ed effettivo, mediante lo sviluppo delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno ed aumenteranno la loro capacità individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato».
L'articolo 9 attribuisce espressamente al Consiglio atlantico la responsabilità ed i poteri di applicare in concreto quanto disposto dall'articolo 3 («Il Consiglio istituirà gli organi sussidiari che risulteranno necessari, e in particolare istituirà immediatamente un Comitato di difesa che raccomanderà le misure da adottare per l'applicazione degli articoli 3 e 5»).
In applicazione delle decisioni prese dal Consiglio di istituire basi N.A.T.O. destinate alla comune difesa in vari paesi atlantici, l'Italia ha firmato a Londra il 15 giugno 1951 la convenzione fra gli Stati partecipanti al trattato dell'Atlantico del nord sullo statuto delle loro forze, convenzione in seguito ratificata dal Parlamento.
Per quanto riguarda infine eventuali depositi di armi nucleari da sistemare in Italia per le esigenze di comune difesa (questione discussa in Parlamento in occasione della rimozione nel 1963 dei missili Jupiter) il Governo si è preoccupato di tutelare in modo speciale la sovranità nazionale in tale importante settore stabilendo, in applicazione di quegli articoli del trattato, bilateralmente con gli Stati Uniti, le condizioni tecniche che avrebbero assicurato il nostro controllo effettivo di tali depositi, che pertanto, pur rimanendo in mani esclusivamente americane, non avrebbero potuto essere impiegati in nessun caso senza il consenso di entrambi i governi.
Quanto alla richiesta conclusiva della interpellanza, se cioè esistano depositi di armi atomiche in Italia, è da pensare che gli onorevoli interpellanti si riferiscano ad eventuali depositi non in mano italiana. A questo proposito si deve far presente che non esiste alcun obbligo di fornire indicazioni di carattere militare; ed anzi è obbligo del Governo di tenere segrete le informazioni attinenti alla sicurezza nazionale. A questo obbligo intendeva fare riferimento correttamente il ministro della difesa, senza certo contestare i diritti né offendere la dignità del Parlamento. Si può dire che testate nucleari potrebbero fisicamente trovarsi in territori alleati. Ma per ovvie ragioni di sicurezza non si può dire niente di più.
Del resto questa situazione non esiste solo per noi. Sappiamo, per esempio, che truppe sovietiche sono dislocate in vari paesi aderenti al patto di Varsavia. È noto anche che fra tali truppe figurano reparti che sono dotati di armamento nucleare. Ma non si penserebbe di chiedere che il governo sovietico faccia sapere all'Italia o ad altro paese N.A.T.O. dove esattamente tali armi si trovino in un dato momento e quante esse siano. Naturalmente la situazione sarebbe diversa, se si convenisse di procedere a reciproche notificazioni dei rispettivi apprestamenti strategici e tattici nel corso di appositi negoziati per il controllo degli armamenti, cosa che l'Italia, come è noto, vivamente auspica.
In base ad analoghe considerazioni si possono valutare il significato e la portata del quesito contenuto nella parte conclusiva dell'interpellanza: quale sia cioè il punto di vista italiano in merito alle varie proposte avanzate per la denuclearizzazione del Mediterraneo o di altre zone dell'Europa centrale e meridionale.
Premesso che tali proposte sono di parecchi anni fa, va ricordato che l'Italia ha più volte avuto occasione di dichiarare che vede con favore la creazione di zone denuclearizzate, dove ciò possa avvenire senza alterare l'equilibrio delle forze e con consenso di tutti i paesi partecipanti. È infatti evidente che la istituzione di aree disatomizzate, come ogni altra misura di controllo degli armamenti, potrà essere utile in quanto serva ad aumentare, non a diminuire il senso di sicurezza dei paesi che vi dovrebbero essere inclusi. Ciò ovviamente non si potrebbe verificare, quando la denuclearizzazione fosse concepita come un espediente per consentire ad una delle parti di mantenere integra la propria forza, mentre l'altra dovrebbe ridurre o liquidare le difese che sono state apprestate proprio per bilanciare una minaccia. È invece necessario che le zone da prendere in considerazione siano strategicamente completate, cioè, come è stato più volte rilevato, che esse comportino una riduzione bilanciata del potenziale militare delle due parti.
Per parte nostra, siamo comunque favorevoli a un approccio graduale che consenta di sperimentare, su larga scala, le concrete possibilità di misure di controllo degli armamenti anche per questa via.
Se vogliamo porci tuttavia su un piano realistico e concreto, dovremo riconoscere che la costituzione di zone denuclearizzate ha perso oggi gran parte della sua attualità e del suo valore, perché lo sviluppo della gittata dei vettori balistici e l'aumento del numero delle potenze nucleari (oggi non più di tre, ma cinque) hanno esteso a ogni area del mondo l'incidenza delle forze nucleari.
In tale situazione, il problema più importante e attuale è, a giudizio italiano, quello di ricercare l'adozione di misure di disarmo anche parziali, ma non già per settori geografici (ciò che non risolverebbe il problema), bensì per categorie di armamenti e su scala mondiale. Questo è il problema alla cui soluzione l'Italia sta dedicando ogni sforzo di volontà e di pensiero, per ridurre la minaccia e per favorire lo sviluppo di condizioni psicologiche che consentano di riprendere il cammino della distensione.
Per quanto riguarda infine l'esistenza di armi nucleari in Europa, lo stesso New York Times del 24 ultimo scorso, che l'onorevole interrogante ha certamente avuto occasione di leggere, ha citato numerosi casi nei quali, con dichiarazioni ufficiali nel 1963, 1964 e 1965 era stato esplicitamente detto che esistevano in Europa armi nucleari facenti parte del deterrente N.A.T.O. Può essere sufficiente citare a questo proposito una dichiarazione alla stampa del ministro americano della difesa MacNamara, effettuata a Parigi il 30 maggio scorso e che l'Unità del 2 giugno scorso ha riportato largamente. Non vi è dunque alcuna novità nella situazione.
All'onorevole De Marsanich vorrei dire che, per quanto riguarda l'«armamento atomico unilaterale», è nota la posizione del Governo contraria alla disseminazione delle armi nucleari e perciò allo sviluppo di armamenti atomici nazionali: tale posizione italiana va inquadrata nelle trattative per il disarmo in corso a Ginevra e presso le Nazioni Unite. L'Italia non può che augurarsi che gli sforzi svolti in questo senso da tutti i paesi «amanti della pace» conseguano i risultati auspicati.
All'onorevole Pacciardi credo di avere già implicitamente risposto, quando ho rilevato che l'Italia, nello spirito già da me indicato, segue gli studi in corso a Parigi sulla M.L.F. e che toccano anche il progetto britannico (A.N.F.). Quest'ultima iniziativa differisce dalla forza multilaterale, in quanto si propone di riorganizzare le forze nucleari già esistenti (o in costruzione come i sommergibili Polaris britannici) invece di costruirne ex novo e quindi nello spirito della «forza interalleata» e degli accordi di Nassau. Per essa si manifesta ora un minore interesse anche da parte britannica.
Il Comitato speciale dei ministri della difesa, creato su iniziativa del ministro della difesa americano McNamara, ha lo scopo di approfondire le prospettive della pianificazione nucleare preventiva secondo le decisioni di Atene del 1962 e di sviluppare altresì la «forza interalleata» sorta a Ottawa nel 1963 e che comportava un coordinamento, attraverso una catena unificata di comandi, di forze nucleari sotto controllo nazionale. Per questa via (e l'Italia partecipa appunto al sottocomitato per la pianificazione) può essere esaminata la possibilità di un controllo collettivo del deterrente nucleare, mediante un sistema atto ad assicurare una compartecipazione effettiva degli alleati non nucleari alle diverse fasi della pianificazione nucleare e del controllo delle armi atomiche assegnate alla N.A.T.O. ed il coordinamento con quelle «esterne». Si tratta di un organo per la collaborazione dei paesi alleati in ordine alla strategia nucleare, il quale non costituisce un'alternativa alla forza multilaterale. E ciò ne indica, allo stato delle cose, i limiti.
Per quanto riguarda la questione dell'ammissione della Cina popolare all'O.N.U., posso senz'altro richiamarmi alle mie dichiarazioni recenti al Senato della Repubblica.
Ho detto allora che su di un tema così delicato e complesso è naturale che vi siano, a confronto, diversi punti di vista. Ed in effetti in sede di Consiglio dei ministri da parte del vicepresidente del Consiglio onorevole Nenni e dei ministri socialisti sono state avanzate riserve e sono stati dati suggerimenti, nell'ambito di un dibattito collegiale, circa il modo di affrontare un tema così impegnativo. Queste riserve e questi suggerimenti sono stati naturalmente presi in attenta considerazione con tutto il rispetto che essi meritavano anche per la lealtà e l'alta ispirazione con la quale venivano espressi. Tuttavia il Governo nel suo insieme ha ritenuto di adottare la linea di condotta che è stata tenuta con senso di responsabilità dalla delegazione italiana all'O.N.U.
Noi sappiamo bene che il governo di Pechino costituisce una delle maggiori realtà della situazione politica mondiale e ci rendiamo conto che senza la sua collaborazione non è possibile risolvere molti dei gravi problemi che dobbiamo oggi affrontare.
Noi riconosciamo quale rilievo abbia l'assicurare alle Nazioni Unite quell'universalità che è anche la fonte principale dell'autorità morale dell'organizzazione.
Il problema della rappresentanza cinese all'O.N.U. è tuttavia una questione su cui l'Assemblea generale si è riservata la competenza a decidere, ciò che indica di per sé l'importanza che in campo internazionale le si attribuisce.
Né alcuno potrebbe dubitare che si tratti in effetti di un grande tema, ricco di conseguenze, della politica internazionale. È infatti nell'interesse della pace che i rappresentanti della Cina di Pechino possano sedere alle Nazioni Unite in condizioni tali da evitare pericolose rotture di equilibrio nel mondo e una frattura all'interno della Organizzazione mondiale che sarebbe fatale alla sua stessa sopravvivenza. Anche per questo motivo abbiamo ritenuto che convenisse verificare l'opinione espressa a suo tempo dall'Assemblea, nel senso che la questione della rappresentanza cinese all'O.N.U. fosse da considerare importante ai fini dell'articolo 18 dello statuto delle Nazioni Unite e da decidersi perciò a maggioranza dei due terzi. Se abbiamo accettato di unirci ad altri nove paesi per richiedere all'Assemblea generale di pronunciarsi al riguardo è anche per coerenza con noi stessi, avendo preso tale iniziativa insieme con gli stessi Stati membri nel 1961, per ragioni di chiarezza e di correttezza democratica.
Anche se si tratta di formula procedurale che non risolve la questione di fondo, essa la caratterizza quale è, dipendendo dalla sua soluzione e dal modo della sua soluzione sviluppi positivi o negativi per l'Asia, per la pace nel mondo e per le stesse Nazioni Unite.
Così ebbe ad esprimersi il capo della delegazione italiana, senatore Bosco, nell'intervento effettuato il 17 novembre all'Assemblea generale per spiegare il voto dell'Italia sulle due risoluzioni, procedurale e di sostanza: «Il voto dato dall'Italia ha voluto essere la coerente espressione di una posizione che trae la propria origine dai molti interrogativi che, in mancanza di un preventivo chiarimento, una decisione sul seggio cinese pone di fronte a questo consesso. Il governo di Pechino non ha in effetti finora dimostrato un interesse specifico ad unirsi a questa famiglia di nazioni e ha assunto atteggiamenti che indicano che, nell'attuale momento, esso non è disposto a rinunciare ad alcuni suoi obiettivi particolaristici, per assumere quell'insieme di impegni che i membri delle Nazioni Unite hanno spontaneamente sottoscritto nella fiducia di collaborare a creare le basi di un mondo migliore».
Il voto italiano, richiesto da una attenta valutazione della presente realtà internazionale, non toglie il vivo auspicio che dall'Italia è condiviso con la maggioranza di questa Assemblea, che le Nazioni Unite possano, in un futuro non lontano, raggiungere quel carattere di universalità nei comuni obblighi e diritti che era nella mente di coloro che diedero vita a questa suprema assise della collaborazione e dell'amicizia fra i popoli.
E in questo spirito e tenendo conto di tale auspicio che da parte dell'Italia si ritiene utile rilevare l'opportunità che la maggiore attenzione sia dedicata al modo come affrontare nel futuro questo problema.
In questa prospettiva, appare anzitutto necessario accertare la vera e genuina volontà della Cina comunista nei riguardi di questa organizzazione, la sua volontà cioè di farne o no parte; la disponibilità, nel primo caso, a rinunciare, con la moderazione che è nella natura della convivenza politica della nazioni, a porre condizioni inaccettabili ai membri delle Nazioni Unite e ad essere invece disposta in piena lealtà ad assumere gli obblighi che lo statuto impone insieme con i diritti che assicura. E così pure dovrebbero essere valutate le implicazioni che la presenza della Cina all'O.N.U. comporta e che non possono essere abbandonate all'improvvisazione.
Accanto e parallelamente a questo accertamento, il Governo italiano ritiene che si debba ricercare in seno alle Nazioni Unite come poter superare l'attuale contingenza sollecitando tra i suoi membri un travaglio di pensiero e di iniziative che consenta, senza sacrificare i principi, di assicurare all'organizzazione un carattere di vera universalità. Fino a quando, continuava il senatore Bosco, la tesi dell'ammissione di Pechino continuerà a contrapporsi alla contraria opinione del mantenimento della situazione attualmente esistente e si trascurerà di accertare preliminarmente l'esistenza delle condizioni e delle modalità per il passaggio dall'una all'altra fase, non soltanto sarà difficile trovare una soluzione, ma si corre il rischio di prolungare una sterile polemica.
Noi infatti non discutiamo se la repubblica popolare di Cina possa far parte o meno di questa organizzazione mondiale. La nostra risposta a questa domanda è affermativa. Noi discutiamo solo il «come» e il «quando».
Con specifico riferimento all'interpellanza dell'onorevole La Malfa, desidero precisare che naturalmente il capo della nostra delegazione all'O.N.U. è stato in costante contatto con il Governo al quale ha dato tutte le necessarie informazioni e prospettato le sue valutazioni. È comprensibile che, in seno alla delegazione, siano state formulate in preparazione al dibattito e poi nel corso di esso varie ipotesi di lavoro e che in relazione ad esse siano stati effettuati, sia in sede societaria sia per i canali diplomatici, gli opportuni sondaggi. Avendo presente il quadro completo della situazione ed i risultati dei contatti intervenuti, il Consiglio dei ministri ha deciso la linea di condotta della nostra delegazione con le riserve innanzi citate. Si può bene ritenere che, com'ebbi ad accennare in altri miei interventi, a determinare la scelta del Governo italiano siano intervenute valutazioni relative per un verso all'auspicata ed auspicabile universalizzazione dell'O.N.U. e per altro ai rapporti italo-americani, alle relazioni tra Europa e Stati Uniti, all'opportunità di non acutizzare il conflitto asiatico, alla preoccupazione per la funzionalità dell'O.N.U. e la conservazione del delicato equilibrio politico del mondo che è premessa della politica di distensione. Questa scelta accompagnava la decisione negativa sul seggio cinese all'O.N.U. con auspici e suggerimenti significativi ed ai quali il senatore Bosco, nella sua dichiarazione, ha fatto chiaro riferimento. Possiamo e dobbiamo dunque augurarci che si realizzino le condizioni per una soluzione del problema che non abbia significato di rottura. Ripeto ora l'auspicio di uno sviluppo ordinato e costruttivo. Il problema esiste, dicevo al Senato, ma qualche cosa deve cambiare, perché esso possa considerarsi veramente risolto, senza generare cioè altri problemi egualmente gravi e forse ancora più gravi per la pace nel mondo.
Passando alle interpellanze che riguardano la intervista all'Espresso del ministro degli esteri onorevole Fanfani, debbo innanzitutto esprimere il mio rammarico per il fatto che, per un tema così delicato e con riferimento ad una personalità investita di due alte funzioni e cioè di ministro degli esteri d'Italia e di presidente dell'Assemblea delle Nazioni Unite, con troppa facilità ed in assenza di elementi di giudizio, in ambienti responsabili della vita politica e della pubblica opinione, siano state assunte posizioni ed espressi apprezzamenti ingiusti e polemici che il Governo nel suo complesso non può che respingere nettamente. Desidero dunque manifestare all'onorevole Fanfani la nostra fiducia e solidarietà.
Debbo rettificare poi quanto è affermato nell'interpellanza Roberti circa tre atti di dimissioni del ministro degli esteri, ai quali si attribuisce significato polemico e di dissociazione dalla responsabilità di Governo. Con alto senso di responsabilità l'onorevole Fanfani ha messo a disposizione del Governo il suo mandato all'atto della sua elezione a presidente dell'Assemblea dell'O.N.U. e poi ancora in due fasi della sua malattia. Ma il Presidente della Repubblica ed il Governo hanno preferito di continuare ad avvalersi della sua competenza, esperienza e passione per gli affari internazionali, ritenendo che né la presidenza dell'Assemblea comportasse una incompatibilità né l'incidente occorso al ministro degli esteri, ed in via di felice superamento, costituisse un impedimento, se non parziale e temporaneo. In tale senso è stato deciso con la pronta ed amichevole adesione dell'onorevole Fanfani.
Circa poi il merito dell'intervista ritengo di potere riaffermare innanzitutto l'assoluta lealtà del ministro degli esteri nei confronti del Governo. L'onorevole Fanfani fu del tutto estraneo alla ricostruzione dei fatti ed ai relativi giudizi così come essa fu fatta nell'articolo dell'Espresso, mentre il pensiero del ministro fu distorto da una presentazione parziale e disarmonica della sua intervista. (Commenti all'estrema sinistra). Il suo riferimento alla questione del seggio cinese non comportava alcun giudizio sul voto già intervenuto e per il quale in ogni momento, trattandosi di un tema di primaria importanza in discussione nell'Assemblea da lui presieduta, egli volle mantenere il massimo riserbo. Con quell'accenno l'onorevole Fanfani intendeva esprimere semplicemente preoccupazione per i futuri sviluppi dell'attività dell'O.N.U. e della situazione internazionale in armonia con l'auspicio formulato dalla delegazione italiana per una costruttiva e concordata soluzione del problema mediante l'identificazione e la realizzazione delle condizioni necessarie a tale fine.
Ritengo pertanto che vengano a cadere i rilievi e le illazioni di varie parti politiche, tendenti a contestare l'unità d'indirizzo politico del Governo e la sua collegiale assunzione di responsabilità a norma della Costituzione.
All'onorevole Malagodi vorrei precisare che vi sono numerosi precedenti di presidenti dell'Assemblea dell'O.N.U. che erano ministri degli esteri e conservarono l'ufficio nell'esercizio del loro mandato. Tra essi i ministri Spaak e Pearson. Posso anche richiamarmi in proposito alle giuste considerazioni dell'onorevole La Malfa. È evidente che solo per i temi specifici e di maggiore rilievo, i quali erano trattati in Assemblea, sussisteva una opportunità che il presidente dell'O.N.U. non fosse direttamente impegnato quale capo della delegazione italiana e mantenesse un naturale riserbo. E a questa situazione che intendeva riferirsi l'onorevole Fanfani nella espressione rilevata e criticata dall'onorevole Malagodi. Per il resto non posso che confermare quel che ho detto al Senato, e cioè che il ministro degli esteri ha continuato a guidare la politica estera italiana, anche se non ha potuto essere presente in taluni incontri internazionali. Vorrei rilevare poi che la rappresentanza al M.E.C. può essere tenuta, a norma del trattato, da qualsiasi ministro che sia stato a ciò delegato dal suo governo. In questa veste ha partecipato alle riunioni in Bruxelles il ministro Colombo, dato l'impedimento del ministro degli esteri. A Parigi poi si riunivano i ministri della difesa e non vedo perché fosse impropria, come sembra ritenere l'onorevole Malagodi, la presenza del ministro Andreotti. Il Presidente del Consiglio ha poi sempre adempiuto i suoi compiti di coordinamento, mantenendosi in contatto quotidiano con il ministro degli esteri.
Quanto alle riserve espresse in seno al Consiglio dei ministri non ritengo che la responsabilità collegiale di Governo sia venuta meno per la semplice manifestazione di parziale dissenso, quando sia stata lealmente accettata la decisione della maggioranza. E di ciò si è trattato in effetti.
Non posso perciò non ritenere infondati i rilievi dell'onorevole Malagodi, soprattutto per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, la cui condotta anche in questa circostanza è stata, oltre che politicamente saggia, costituzionalmente corretta.
Al ministro degli esteri vorrei quindi esprimere la più alta considerazione ed il più fervido augurio per la sua persona e la sua opera, mentre posso annunciare che egli potrà essere in Italia prima del Natale.
Quanto al Vietnam, fermo restando il quadro della situazione, quale potetti valutare nel mio discorso al Senato, posso ribadire la linea seguita dall'Italia la quale è coerente, ad un tempo, con i nostri rapporti di stretta amicizia con gli Stati Uniti, e con l'aspirazione comune che la pace venga ristabilita appena possibile in un settore particolarmente tormentato.
Da parte italiana si ritiene che non sia possibile giungere ad una soluzione di carattere esclusivamente militare della crisi del Vietnam. Partendo da questo presupposto, sono state accolte con molto favore le rinnovate dichiarazioni del governo di Washington di voler cercare una soluzione negoziata.
L'Italia si rammarica perciò che ancora non si presentino interlocutori validi per questo necessario colloquio. Ne abbiamo avuto anche in questi giorni dolorosa conferma, a smentita di una polemica ingiusta che il partito comunista non ha potuto sostenere oltre un certo limite. Noi auspichiamo naturalmente che la situazione locale, ma soprattutto la situazione politica generale, di cui la crisi del Vietnam è soltanto una delle manifestazioni, possa evolvere creando le condizioni perché si giunga ad una pace negoziata. Gli elementi che giuocheranno in questo difficile, ma pur possibile, processo hanno ovviamente il loro centro non solo a Pechino e ad Hanoi, ma anche a Washington e a Mosca. Nella ben nota posizione italiana di comprensione nei confronti degli Stati Uniti è sempre vivo l'auspicio di pace ed il nostro impegno, per quanto possibile, di favorirne l'avvento.
Abbiamo ascoltato in questo spirito con molta soddisfazione l'invito per una conferenza sul Vietnam rivolto a Mosca dal ministro degli esteri inglese e ci auguriamo che esso sia accolto.
Il Governo ritiene che, ove una prospettiva di negoziato si aprisse, gli accordi del 1954 di Ginevra offrano una conveniente base di partenza, fondati come sono sul principio dell'indipendenza e della non interferenza negli affari interni del Vietnam del nord e del Vietnam del sud.
Per quanto riguarda l'accenno degli onorevoli Malagodi e Covelli alla Spagna, paese con il quale intratteniamo intensi rapporti economici e normali relazioni diplomatiche, non posso che esprimere rincrescimento per gli incidenti verificatisi a Milano nel corso di una manifestazione turistica che era stata per altro organizzata mediante intese locali nelle quali non ha avuto parte il Governo. Il nostro ambasciatore in Spagna ha, a sua volta, espresso la protesta del Governo italiano per le gravi manifestazioni svoltesi contro la nostra rappresentanza diplomatica a Madrid, ricevendo il rammarico di quel governo. E nostro desiderio che le relazioni tra Italia e Spagna si svolgano in modo costruttivo nell'interesse della pace e della collaborazione internazionale.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, la nostra politica estera si svolge in modo lineare nella fedeltà alle alleanze che l'Italia ha contratto e che ci garantiscono indipendenza e sicurezza, mentre siamo impegnati nel grande compito di sviluppo economico e sociale del paese, e in una costante ed appassionata ricerca di pace e di attiva collaborazione internazionale. Non abbiamo desiderio di grandezza, anche se siamo consapevoli della dignità, dei diritti e dei doveri di un popolo di 52 milioni di abitanti. Non subiamo la suggestione dell'isolamento e vogliamo invece intensamente collaborare nell'Europa, di cui crediamo al destino unitario, con il nostro grande alleato al di là dell'Atlantico, e poi con tutti i paesi del mondo, se appena è possibile, nel reciproco rispetto. Alle Nazioni Unite diamo la nostra amichevole collaborazione e la nostra fiduciosa adesione. Abbiamo presenti alti ideali e prospettive di profondo rinnovamento in questa che consideriamo una svolta decisiva nella storia del mondo. Ma abbiamo anche realismo e serietà che guidano la nostra azione. E quindi crediamo che in questo grande movimento ideale, in questo processo storico suggestivo e promettente ciascun paese debba partecipare con la propria fisionomia, senza alcuna confusione, e nelle particolari e qualificanti solidarietà nelle quali è inserito. Partendo da qui abbiamo intrecciato e potremmo intrecciare ancora utili contatti, tendenti a stabilire nuove forme di comprensione e di solidarietà. Tutti i popoli, che abbiano uguale desiderio di incontro, ci potranno trovare dunque nella nostra moderazione e nella nostra fermezza. Senza sbandamenti, che nessuno deve né sperare né temere, non lasceremo cadere alcuna occasione per servire, nella giusta tutela degli interessi nazionali, la causa della pace e della collaborazione internazionale. (Vivi applausi al centro e a sinistra — Congratulazioni).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 3 dicembre 1965

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 3 dicembre 1965)


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