LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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I RAPPORTI CON GLI STATI UNITI: INTERVENTO DI ALDO MORO SULLA POLITICA ESTERA ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 14 maggio 1965)

Il 14 maggio 1965 si svolge alla Camera dei Deputati un dibattito su interpellanze e interrogazioni sulla politica estera italiana, soprattutto a seguito del viaggio del Presidente del Consiglio (Aldo Moro) e del Ministro degli Esteri (Amintore Fanfani) negli Stati Uniti.
Moro interviene nel dibattito.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il viaggio che ho compiuto negli Stati Uniti d'America insieme con il ministro degli esteri onorevole Fanfani — che desidero qui ringraziare per la sua autorevole ed efficace collaborazione — si colloca nella lunga consuetudine di amichevoli ed intimi rapporti tra i due governi ed i due popoli.
E stato dunque, il nostro, un viaggio di amicizia; ed appunto l'amicizia italo-americana è stata confermata e rafforzata nei franchi ed esaurienti colloqui che abbiamo avuto con i massimi esponenti politici degli Stati Uniti, il presidente Johnson, il vicepresidente Humphrey, il segretario di Stato Rusk, il ministro della difesa Mac Namara, il ministro del tesoro Fowler. Atti di particolare considerazione e di viva cordialità sono stati compiuti nei confronti degli ospiti italiani dal presidente Johnson, dalle autorità e dal popolo degli Stati Uniti, al quale appartiene un gran numero di cittadini di origine italiana, ancora profondamente legati alla loro antica patria, con i quali abbiamo avuto commoventi incontri. Ritengo necessario richiamare queste circostanze in sede parlamentare, perché esse entrano nel contesto della nostra visita negli Stati Uniti d'America e contribuiscono a delinearne il significato politico.
È doveroso, di più, che proprio in questa sede io esprima un vivissimo ringraziamento ai dirigenti politici americani per la loro amichevole, cortese accoglienza; ed il compiacimento per l'onore che è stato reso e per la fiducia che all'Italia è stata dimostrata. Abbiamo trattato con il presidente americano e con il segretario di Stato tutti i grandi temi della politica internazionale: e le conclusioni raggiunte si riflettono nel comunicato ufficiale che è stato diramato al termine dei colloqui, e che desidero richiamare egli onorevoli colleghi.
È stata sottolineata, negli incontri di Washington, innanzitutto la tradizionale amicizia italo-americana, che è per noi il nucleo della alleanza atlantica. Questa intesa che abbiamo stretta, ed in base alla quale si definisce la nostra collocazione nel mondo internazionale, è infatti fondata su comuni tradizioni, ideali e valori, i quali alimentano una amicizia che è particolarmente viva tra gli Stati Uniti e l'Italia e si è espressa a più riprese in rilevanti atti di solidarietà verso il nostro paese, nei momenti cruciali della ricostruzione postbellica e in altre situazioni difficili. Queste cose abbiamo ricordato e ricordiamo. È in questo spirito che, passando in rassegna le politiche dei due governi, abbiamo potuto constatare che essi muovono entrambi verso gli obiettivi della libertà, della pace, della collaborazione internazionale, del benessere di tutti i cittadini, basato sull'applicazione dei principi di democrazia e di giustizia sociale.
Queste sono le finalità che l'Italia persegue; queste sono le caratteristiche ed i titoli di merito della democrazia americana, della quale non si può disconoscere l'alto compito assolto, con coraggio e spirito di sacrificio, sia per promuovere in quel paese una grande società, sia per difendere e sviluppare la libertà e la dignità degli uomini e dei popoli. Infatti lo sforzo per la giustizia e la libertà non si chiude nei confini di uno Stato, per grande che sia, ma diventa — e lo abbiamo detto con profonda reciproca convinzione a Washington — un impegno comune, ed intanto un impegno comune tra i nostri due governi e popoli, per favorire il progresso delle nazioni nuove e per combattere la povertà nel mondo.
I temi dell'alleanza atlantica e della solidarietà europea hanno costituito un punto importante delle conversazioni di Washington. Abbiamo potuto cogliere nel governo americano, ed esprimere per parte nostra, un vivissimo interesse per l'alleanza atlantica, della quale abbiamo insieme riaffermato «la persistente validità... come strumento per salvaguardare la pace e per fornire alla presente situazione mondiale un elemento essenziale di stabilità e di equilibrio».
Alla luce dell'esperienza, in un'attenta e realistica considerazione del delicato equilibrio di forze sul quale si regge — pure in presenza di una possibile ed auspicata evoluzione verso un più stabile ed umano assetto delle relazioni internazionali — la pace del mondo, l'alleanza atlantica, fondata largamente sulla comunanza di principi e di ideali dei quali dicevo poc'anzi, ci è parsa e ci appare come una forza di coesione, un elemento di equilibrio, una condizione per quel dialogo distensivo che abbiamo sempre apprezzato in tutto il suo valore e del quale, a Washington come all'O.N.U., abbiamo auspicato la continuazione e l'approfondimento. Un contatto tanto più necessario, quanto maggiori sono le tensioni, le quali vanno affrontate con prudenza e fermezza, nel costante perseguimento di una pace fondata sulla sicurezza e sulla giustizia.
E se è vero che questa forza unitaria, grande quanto è grande la moderazione con la quale è stata ed è utilizzata nella politica internazionale, è un coefficiente di pace e contrasta perciò stesso l'anarchia e l'avventura, la solidarietà sulla quale essa si fonda, e senza la quale non sarebbe efficace, è a sua volta un fattore di equilibrio e di pace nel mondo.
Abbiamo voluto dunque nel nostro incontro riconfermare tutto il significato e tutto il valore dell'alleanza. Non è questo il momento di entrare nel dibattito, ancora aperto, su alcuni sottili e difficili problemi circa il modo di concepire, costruire e fare funzionare l'alleanza stessa. Basterà dire solo che, mentre un'amichevole e continua consultazione (come è stato auspicato a Londra) la consolida, una critica reiterata ed aperta ed uno stato d'animo di diffidenza e di dissociazione infirmano l'alleanza alla sua base e ne rendono inattuabile la funzione, ad un tempo, di fermezza e di pace.
Anche dell'unità dell'Europa abbiamo parlato a Washington; ed abbiamo riscontrato una piena concordanza di vedute dei due governi sull'alto valore che assume l'Europa unita, che noi vogliamo e gli americani vogliono quanto noi, «come un elemento vitale nell'ambito della civiltà cui entrambi i paesi appartengono e come un fattore importante nel mantenimento di un ordine pacifico nel mondo».
Non abbiamo avvertito alcuna diminuzione dell'interesse americano all'Europa unita. Tutt'altro. Non abbiamo trovato neppure, nell'atteggiamento degli Stati Uniti, alcun complesso di superiorità nei confronti dell'Europa, né alcuna visione meschina. L'America non punta su un'Europa dissociata da dominare, ma su un'Europa economicamente e politicamente unita, con la quale condividere, in uno stretto ed equilibrato rapporto, la responsabilità di una politica globale di libertà, di giustizia, di sicurezza e di pace.
È naturale e desiderabile quindi, per gli americani come per noi, che si costruisca l'Europa unita, nel quadro della comunità atlantica. Nessun elemento componente dell'alleanza, e neppure l'Europa, può essere uno strumento di dissociazione; ma tutti — e soprattutto l'Europa — nella loro autonomia ed insieme nella loro consapevolezza e responsabilità, sono chiamati ad essere un elemento vitale ed equilibratore nell'alleanza, la quale, proprio per questo, tende ad evolvere dando luogo ad una comunità. E non è senza significato, onorevoli colleghi, che proprio nel comunicato ufficiale di Washington si parli dell'alleanza in termini di «comunità».
È per questa Europa che l'Italia lavora. È per questa Europa che il nostro Governo è impegnato. La posta in gioco è così importante e vitale, che non consente l'impazienza, né la fretta, né un abbandono sfiduciato, quali che siano le difficoltà e le remore che si incontrino sul cammino.
Noi abbiamo saputo non irrigidirci in pregiudiziali, non proporci mète troppo ambiziose, non disperdere, per essere troppo esigenti, alcuna possibilità di fare comunque un passo innanzi sulla via dell'unità economica e politica del continente. E così continueremo a lavorare, ad un tempo con fervore di fede e con misura e rispetto per gli altri.
Non potremmo però accettare che l'Europa unita sorgesse, formalmente o sostanzialmente, al di fuori del quadro della comunità atlantica. Perché è soltanto in essa che l'Europa conserva integra la sua funzione di civiltà, di ordine e di pace, in una complementarietà che nell'attuale contesto storico è essenziale ed irrinunciabile.
Qui vorrei richiamarmi al nobile messaggio che il presidente Johnson ha pronunciato il 7 maggio, in occasione del ventesimo anniversario della vittoria in Europa. Il presidente Johnson ha voluto in tale occasione riaffermare l'interesse preminente degli Stati Uniti alla collaborazione con l'Europa, secondo i principi che hanno ispirato la politica comune dalla fine della guerra in poi. «Perché noi imparammo qualcosa — egli ha detto — dalle follie commesse nel passato. Prima di tutto, invece della vendetta cercammo la riconciliazione... in secondo luogo, il meschino nazionalismo di Stati rivali è stato sostituito dall'aspirazione ad un'Europa unificata, in crescente intimità ed associazione con gli Stati Uniti... in terzo luogo trovammo delle soluzioni politiche che hanno sostituito il timore della depressione con la realtà della prosperità. Il mercato comune e i più stretti legami economici tra tutte le nazioni atlantiche sono stati i catalizzatori della prosperità... In quarto luogo, le nazioni atlantiche hanno sostituito la fermezza ai cedimenti... Il risultato è che l'Europa è più sicura di non essere attaccata e più prossima ad una pace permanente di quanto lo sia mai stata fin dal giorno della vittoria... L'America ha costantemente avuto come obiettivo la forza di un'Europa unita, in luogo di sfruttare la debolezza di un'Europa divisa. La nostra politica ha avuto un solo scopo, quello di ristabilire la vitalità, la sicurezza e l'integrità dell'Europa libera... I popoli atlantici non ritorneranno a quel meschino nazionalismo che ha dilaniato e insanguinato per generazioni la struttura della nostra società. Ogni conquista del passato è stata fondata sull'azione in comune e su una crescente solidarietà.
«Noi andremo avanti tutti insieme — ha detto ancora il presidente Johnson — se lo potremo; ma se uno di noi non può unirsi nell'impresa comune, ciò non sarà un ostacolo al cammino degli altri. Ognuna delle nostre nazioni terrà sempre, naturalmente, in rispetto e in pregio le conquiste, la cultura e la dignità delle altre nazioni vicine; ma noi potremo far questo assai meglio uniti nella fiducia reciproca, che non divisi dalla reciproca diffidenza. Perché noi abbiamo una civiltà da costruire».
Questo messaggio noi abbiamo accolto con profonda comprensione, quasi ritrovando in esso l'eco dello scambio, avvenuto a Washington, delle nostre convinzioni e delle nostre esperienze.
Le linee maestre della politica europeistica del Governo, quali sono state recentemente indicate anche a Strasburgo dal ministro degli affari esteri, sono quelle cui si ispira ormai da molti anni l'azione dell'Italia. Tale politica si sviluppa su due piani distinti, ma non separati.
Il primo di essi riguarda la cooperazione a sei. Nella organizzazione di Bruxelles si trova infatti il fulcro dell'azione europeistica italiana; e il Governo intende continuare ad adoperarsi per una piena ed integrale realizzazione della lettera e dello spirito del trattato di Roma, con particolare riguardo a quegli elementi politici in esso presenti che soli possono conferirgli tutto il suo significato, e il cui sviluppo è necessario per salvaguardare ed ampliare i risultati finora conseguiti nel campo dell'integrazione economica. Di qui, fra l'altro, la recente iniziativa del Governo per la convocazione di una conferenza a sei destinata a studiare i modi per riavviare il dialogo politico. Come è noto, tale iniziativa è rimasta in sospeso a causa di esitazioni della Francia; ed è auspicabile che il governo di Parigi possa quanto prima precisare costruttivamente il suo pensiero al riguardo.
Il secondo profilo concerne, anch'esso, una costante della politica europeistica italiana: e cioè la esigenza che l'edificio comunitario conservi il carattere democratico ed aperto, e pertanto la capacità di includere, non appena possibile, anche altre democrazie europee.
Un problema importante, da questo punto di vista — cui si riferiscono anche alcune interrogazioni presentate — riguarda la posizione del governo britannico verso l'Europa a sei. Nella sua recente visita a Roma il primo ministro Wilson, mentre da un lato ci ha confermato che il governo britannico non ritiene attuale la possibilità di una adesione del Regno Unito alla C.E.E., ci ha d'altro canto espresso nuovamente l'aspirazione ad essere associato ad eventuali iniziative dirette ad instaurare un sistema di cooperazione politica organizzata. Da parte nostra, è stata confermata l'intenzione di agevolare, per quanto dipende da noi, e non appena le circostanze lo permetteranno, l'adesione alla C.E.E. della Gran Bretagna, e di ogni altro Stato disposto ad accettare gli obblighi derivanti dai trattati di Roma; e di mantenere un contatto amichevole in vista di ogni sviluppo politico nel senso dell'unità europea.
Nella riunione della Commissione esteri del 31 marzo scorso venne evocato da più parti il problema dei poteri e delle prerogative del Parlamento europeo; e fu sollecitata un'iniziativa italiana a tale riguardo in occasione della firma del trattato per la fusione degli esecutivi delle tre Comunità europee, prevista (ed effettivamente avvenuta) per l'8 aprile scorso.
In realtà il Governo italiano, nel quadro del negoziato che ha portato alla stipulazione di quel trattato, ha costantemente affermato la necessità che il processo di fusione delle tre Comunità europee — da realizzarsi entro il 1967 — contempli il rafforzamento e l'estensione dei poteri e delle prerogative del Parlamento europeo, soprattutto in tema di controllo dei bilanci e nel settore delle relazioni della Comunità con i paesi terzi. Nel corso di tale negoziato, è stato, anzi, acquisito, su richiesta del Governo italiano il principio che il problema del rafforzamento e dell'ampliamento di poteri e delle prerogative del Parlamento europeo, nonché quello dell'elezione dei suoi membri a suffragio universale e diretto, dovranno essere studiati e risolti contemporaneamente al tema della fusione delle tre Comunità, che si auspica possa essere realizzata entro il 1967, in armonia con i programmi di acceleramento dell'integrazione economica e politica dei «sei».
Il Governo italiano considera, infatti, indispensabile che lo sviluppo e la realizzazione dell'integrazione economica europea abbiano luogo in una Comunità la cui Assemblea parlamentare sia in grado di esercitare efficacemente il controllo democratico delle attività degli organi esecutivi comunitari. in questa prospettiva che il Governo italiano ha presentato a Bruxelles, nel febbraio 1964, una proposta in base alla quale, a partire dal 1° gennaio 1966, i membri del Parlamento europeo dovrebbero essere portati da 142 a 284, ed eletti per una metà (come primo passo) con il sistema del suffragio universale e diretto.
D'altra parte, lo stesso trattato per la fusione degli esecutivi, firmato a Bruxelles l'8 aprile scorso, migliora i collegamenti tra il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione e stabilisce che — qualora il Parlamento europeo suggerisca modifiche ai progetti di bilancio della Comunità — detti progetti vengano riesaminati dal Consiglio non già globalmente, bensì capitolo per capitolo.
Comunque, l'8 aprile scorso, al momento della firma del trattato per la fusione degli esecutivi, il ministro degli affari esteri onorevole Fanfani ha fatto la seguente dichiarazione, a nome del Governo italiano:
«La fusione degli esecutivi delle tre Comunità del carbone e dell'acciaio, dell'Euratom e del mercato comune, che noi oggi decidiamo di realizzare, costituisce un altro passo importante per l'unità dell'Europa ed un progresso reale nella continua evoluzione unitaria della nostra Comunità. Compiamo infatti un primo adeguamento delle istituzioni comunitarie all'avanzata realizzazione ed alle accresciute esigenze della nostra unione doganale ed economica. Con l'atto odierno si inizia anche il cammino verso la fusione dei tre trattati, perseguendosi con costanza l'obiettivo finale dell'integrazione economica e politica dell'Europa.
«In questa nuova e progrediente realtà si pone in modo ancor più pressante un altro problema, quello cioè di adeguarvi anche la istituzione parlamentare europea, sia quale partecipe, sulla base dei trattati, del potere normativo comunitario, sia quale garante dello sviluppo democratico della nostra Comunità. Raggiunto questo stadio dell'integrazione economica dei sei paesi, e avvicinandosi rapidamente la fine del periodo transitorio previsto dal trattato per la C.E.E., a giudizio del Governo italiano non basta più assicurare al Parlamento europeo l'esercizio dei poteri deliberativi e di controllo attribuitigli dai trattati; non sono più sufficienti nemmeno i miglioramenti nelle relazioni tra Consigli e Parlamento europeo già deliberati.
«Occorre invece procedere, sia pure gradualmente, all'ampliamento ed al rafforzamento dei poteri e delle prerogative del Parlamento europeo, trasferendo ad esso quei poteri di controllo politico che l'integrazione comunitaria sottrae ai parlamenti nazionali, a mano a mano che essa si accentua nella realtà economica e negli organi esecutivi che la regolano. E affinché il Parlamento europeo possa esercitare in pienezza di rappresentatività e con la massima autorità le funzioni che ad esso perverranno, occorre dare sollecita attuazione al disposto dell'articolo 21 del trattato per la C.E.C.A., dell'articolo 138 del trattato per la C.E.E. e dall'articolo 108 del trattato per la C.E.E.A., permettendo l'elezione a suffragio diretto ed universale dei membri del Parlamento europeo.
«L'Assemblea parlamentare europea ha già adempiuto alle prescrizioni dei trattati, trasmettendo ai Consigli delle Comunità europee, fin dal 20 giugno 1960, un progetto di convenzione sull'elezione del Parlamento europeo a suffragio universale o diretto. Su questa stessa materia, a nome del Governo italiano, il ministro degli affari esteri onorevole Giuseppe Saragat — attualmente Presidente della Repubblica — ha presentato ai Consigli il 24 febbraio 1964 una particolare proposta.
«Nel campo dei poteri e delle prerogative del Parlamento europeo, l'onorevole Gaetano Martino, che ne era presidente in quell'epoca, ha inviato ai Consigli il 18 ottobre 1963 alcune richieste particolari, sulla base di una risoluzione approvata dal Parlamento stesso il 27 giugno 1963. Sulla stessa materia il governo olandese, il 1° dicembre 1964, ed altri governi, hanno già avanzato richieste, proposte e suggerimenti. Infine, ora, la Commissione della C.E.E. — nel quadro del nuovo regolamento finanziario per la politica agricola comune — ha presentato ai Consigli una sua proposta, intesa a rafforzare i poteri del Parlamento europeo in materia di bilancio.
«Le osservazioni ed i propositi del Governo italiano si inseriscono, quindi, in un ampio contesto di proposte e di suggerimenti avanzati da altri governi, dalla Commissione della C.E.E. e dallo stesso Parlamento. Tanta concordanza di rilievi e di auspici fa apparire necessario ed urgente un attento esame, che conduca a pratiche e costruttive decisioni. Il Governo italiano, per parte sua, intende adoperarsi attivamente in questo senso, nel prossimo futuro, in ogni possibile occasione, sicuro di interpretare in tal modo la volontà popolare e di favorire lo sviluppo equilibrato e democratico della nostra Comunità e delle sue istituzioni. Esso si augura che anche da parte degli altri governi e di paesi membri si intenda decisamente impegnarsi in tal senso».
Per quanto riguarda il problema del Viet-Nam, i colloqui di Washington hanno offerto l'occasione al presidente Johnson e al segretario di Stato Rusk di fare un dettagliato esame della situazione e di chiarire gli obiettivi perseguiti dagli Stati Uniti nel tormentato settore del sud-est asiatico. Sono, essi, obiettivi di pace onorevole e giusta, di pace nella sicurezza. Per parte nostra, anche sulla base del significativo e ponderato chiarimento dell'atteggiamento americano che ci era stato dato, abbiamo confermato (come è detto nel comunicato) la posizione reiteramente assunta su questo tema dal nostro Governo davanti al Parlamento, che l'ha accolta con qualificate dichiarazioni e con il voto di fiducia sia alla Camera sia al Senato.
Avevo detto, tra l'altro, al Senato il 12 febbraio scorso: «La zona del pericolo è zona a noi remota. Non vi abbiamo interessi diretti né impegni politici o militari; ma vi abbiamo, nella doverosa comprensione della posizione e della responsabilità degli Stati Uniti, gli interessi della vocazione universale ed individuale di pace e di sicurezza, cui abbiamo ispirato sempre la nostra attività in seno alla alleanza atlantica».
Ed ancora alla Camera il 12 marzo ho aggiunto: «L'Italia, pur non avendo impegni politici nel sud-est asiatico, ha comprensione, nel quadro delle sue alleanze, della posizione e delle responsabilità degli Stati Uniti, la cui azione si svolge in una situazione difficile e complessa, la quale non può essere valutata a prescindere dalle iniziative che, in violazione degli accordi di Ginevra, hanno determinato la reazione americana. Occorre quindi non solo volere una soluzione pacifica, ma cercarne le condizioni».
È evidente quindi che non abbiamo assunto a Washington impegni di sorta, che del resto il governo americano non ci ha affatto richiesto. Abbiamo espresso invece la piena comprensione per la posizione e le responsabilità degli Stati Uniti. Ed abbiamo, insieme con il presidente americano, formulato l'auspicio che si avverino le condizioni per una soluzione stabile e pacifica, nel rispetto della libertà, della giustizia e della sicurezza. (Commenti all'estrema sinistra).

GOMBI. E i gas tossici?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Questo auspicio, ripetutamente manifestato dal ministro degli affari esteri onorevole Fanfani e da me in varie sedi qualificate, è stato poi ribadito nel corso dei colloqui con il primo ministro britannico Wilson, insieme al quale, riconfermando le valutazioni, largamente coincidenti, dei governi britannico ed italiano, abbiamo espresso la speranza che sia possibile trovare una soluzione pacifica del conflitto nel Viet-Nam, e che i nord-vietnamiti ed i loro consociati accolgano le recenti iniziative dirette a tale scopo. Così è stata da noi accolta con soddisfazione la possibilità di una conferenza sulla Cambogia, che possa contribuire alla pace ed alla stabilità della zona.
In realtà, la posizione della Cina comunista è stata finora del tutto negativa, manifestando una assoluta rigidità e riluttanza a discutere comunque la questione vietnamita nelle attuali condizioni. Un atteggiamento, questo, che sembra ispirarsi ad una militante ideologia espansionistica e ad una sottovalutazione del rischio nucleare e dei pericoli di spiralizzazione del conflitto. I riflessi di questa posizione sono ovvi per quanto riguarda il governo di Hanoi e la stessa Unione Sovietica: sicché essa appare determinante e diretta a prolungare la crisi nel sud-est asiatico.
Ugualmente negativo, anche se con qualche sfumatura e reticenza, l'atteggiamento del governo del Viet-Nam del nord, il quale ha respinto le proposte di Baltimora per l'inizio di trattative senza condizioni ed ha chiesto il previo ritiro delle truppe americane dal Viet-Nam del sud: una condizione, cioè, impossibile.
L'atteggiamento più controllato, anche se polemico, dell'Unione Sovietica esprime il difficile equilibrio di una politica che vuole tenere conto al tempo stesso delle esigenze della coesistenza pacifica e di quelle relative al modo di essere ed alla funzione di guida del comunismo internazionale.
È doveroso avere presenti le posizioni assunte dal governo americano. Il presidente Johnson, nel suo discorso del 7 aprile a Baltimora, ha dichiarato:
1) l'unica soluzione valida è quella pacifica, da ricercarsi attraverso negoziati;
2) una, tale soluzione esige un Viet-Nam del sud indipendente, che goda di sicure garanzie e sia in grado di decidere i propri rapporti con gli altri Stati. Esso deve essere libero da interferenze esterne, non legato ad alleanze e non deve costituire una base militare per alcun paese;

CAPRARA. Gli Stati Uniti hanno inviato le loro truppe!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ... 3) gli Stati Uniti sono pronti ad entrare in contatto per negoziati senza condizioni preventive;
4) gli Stati Uniti sono disposti a farsi promotori di una iniziativa multilaterale per finanziarie lo sviluppo economico-sociale di amici e nemici nel sud-est asiatico sotto l'egida dell'O.N.U., contribuendo con un miliardo di dollari. (Commenti all'estrema sinistra).
Il presidente Johnson nel suo messaggio di Pasqua, pronunciato sabato 17 aprile, ha ribadito il desiderio degli Stati Uniti di giungere a negoziati senza condizioni preventive, in qualsiasi momento e in qualsiasi sede.

GOMBI. Devono tornare a casa!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Il presidente Johnson ha riconfermato la volontà di collaborare al risollevamento economico nel settore, mediante un piano di sviluppo che dovrebbe vedere gli Stati Uniti impegnati in un vigoroso sforzo finanziario. Il presidente ha lamentato che l'atteggiamento comunista costringa gli Stati Uniti ad insistere nelle azioni aeree che si cerca comunque di mantenere entro limiti ben precisi. (Vive proteste all'estrema sinistra).

CAPRARA. Ma andiamo, dica cose serie! (Commenti — Richiami del Presidente).

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Il presidente ha, nello stesso tempo, riaffermato la decisione degli Stati Uniti di rimanere nel Viet-Nam e di insistere nella attuale linea politico-militare, considerata la sola valida per raggiungere un negoziato che assicuri al Viet-Nam del sud la pace e l'indipendenza.
Un ulteriore sviluppo in senso distensivo è contenuto nelle dichiarazioni del segretario di Stato Rusk, che il 4 maggio ha detto: «Se i comunisti facessero sapere, attraverso qualsiasi canale a loro disposizione, che la cessazione dei bombardamenti del Viet-Nam settentrionale potrebbe condurre ad una soluzione pacifica, gli Stati Uniti sarebbero interessati a conoscere ciò che essi volessero dire sulla questione». (Interruzione del deputato Gombi).
Senza voler negare i complessi aspetti psicologici e politici della situazione, complicata dal convergere di fattori ideologici e nazionalistici insieme, non si può d'altra parte chiudere gli occhi di fronte ad un fatto che ha caratterizzato gli anni tormentati di questo dopoguerra, anni di pace precaria e fragile, mantenuta sulla base di un vigoroso confronto di forze. Si può e si deve sperare, si può e si deve lavorare, perché la pace sia garantita sulla base di più umane e solide ragioni. Ma non si può, in una realistica e responsabile visione delle cose, disconoscere che l'equilibrio delle forze, la volontà di non offrire punti deboli o pericolosi vuoti all'avversario potenziale, è garanzia di stabilità e di pace. Se prevalesse la incapacità di presenza e di resistenza, non la pace sarebbe avvicinata, ma la guerra. (Proteste dall'estrema sinistra).
Per quanto riguarda il prospettato arruolamento di volontari in territorio italiano per il Viet-Nam del nord — fatto che va al di là della valutazione politica e di un intervento puramente umanitario — debbo ricordare che questa ipotesi è espressamente prevista dalla legge penale, alla quale tutti devono rispetto. (Proteste all'estrema sinistra).

MENCHINELLI. È una vergogna!

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, lasciate che il Presidente del Consiglio possa continuare. Io ho il dovere di ascoltarlo, e voi me lo impedite con le vostre interruzioni. Vi invito poi ad usare almeno un linguaggio più consono alla dignità del Parlamento.

PIRASTU. Perché l'onorevole Moro minaccia col codice penale?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Per quanto riguarda la crisi nella Repubblica dominicana, dove gli avvenimenti sono in evoluzione, sicché non è possibile ancora avere un'idea precisa della situazione, si può per ora rilevare, con riserva di più approfondito giudizio non appena le circostanze lo renderanno possibile... (Vive proteste all'estrema sinistra — Richiami del Presidente).

BUSETTO. Ma che cos'è, un rapporto di pubblica sicurezza?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Voi capite troppe cose! Dicevo, dunque, che per ora si può rilevare:
1) che mentre la fase più cruenta della crisi può forse dirsi superata, e la cessazione del fuoco, salvo sporadici episodi, viene rispettata, una soluzione che dia al paese un governo responsabile e tale da imporre la sua volontà al di sopra dei diversi gruppi sembra non possa ancora concretarsi, e che ci si trovi di fronte ad una situazione confusa ed aperta a numerose incognite (Commenti all'estrema sinistra);
2) che l'intervento degli Stati Uniti è stato giustificato in parte con ragioni umanitarie (Proteste all'estrema sinistra), in parte con ragioni di sicurezza del continente americano. Il coefficiente delle esigenze di sicurezza — anche se non siamo in grado di apprezzarne noi stessi il peso — può essere valutato, pur con la necessaria prudenza, ricordando le drammatiche giornate che il mondo ha vissuto per la crisi di Cuba, risolta per un atto di saggezza e di responsabilità delle due grandi potenze nucleari;
3) che l'intervento degli Stati Uniti, adottato unilateralmente per ragioni di urgenza con semplice comunicazione all'O.S.A., è stato poi ricondotto — e di ciò ci compiacciamo — nell'ambito dell'organizzazione interamericana, che ha assunto la responsabilità della situazione, con una decisione d'interesse collettivo che è di grande portata;
4) che le truppe americane hanno garantito l'esodo dei civili minacciati; hanno infatti permesso l'evacuazione di 4.265 persone, che ne hanno fatta esplicita richiesta. Di queste, 2.537 sono cittadini degli Stati Uniti, e 1.728 appartengono a 44 differenti nazionalità. Gli italiani evacuati sono stati 41.

CAPRARA. Quanti bambini?

PIGNI. Parli di quel bambino che hanno ammazzato ieri!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Le truppe americane non hanno preso parte per alcuno dei gruppi in lotta (Applausi al centro — Proteste all'estrema sinistra), sforzandosi solo di creare una situazione di tregua dopo i primi cruenti scontri per una soluzione politica e concordata del conflitto. Per la tregua si è molto adoperato il nunzio apostolico a San Domingo, monsignor Clarizio, il quale — fin dall'inizio della crisi — ha fatto ogni sforzo per ottenere la cessazione del fuoco e la pacificazione degli animi. (Commenti all'estrema sinistra). Egli è effettivamente riuscito fino ad oggi nell'intento di risparmiare vite umane. Monsignor Clarizio ha mantenuto stretti contatti, durante tutta la crisi, con il nostro ambasciatore;
5) che la politica di Washington nei riguardi dell'America latina si è da tempo impegnata a valorizzare forze politiche democratiche e riformistiche. Così fu sostenuto con ogni mezzo il presidente Bosch; e con grave disappunto fu accolto il colpo di stato del settembre 1963 (Commenti all'estrema sinistra), che faceva fallire una soluzione democratica della lunga crisi dominicana. (Interruzione dei deputati Beccastrini, Caprara e Gombi).
Onorevoli colleghi dell'estrema sinistra, volete ascoltare la mia risposta alle vostre interpellanze ed interrogazioni, o volete parlare solo voi? (Proteste all'estrema sinistra — Applausi al centro).
Gli Stati Uniti mantennero contatti con Bosch anche dopo la sua caduta, ed intanto sospesero ogni aiuto e ritirarono i loro tecnici: solo molto più tardi si decisero ad appoggiare il governo di Reid Cabral. Attualmente gli Stati Uniti, pur non riconoscendo alcun governo a San Domingo, hanno preso contatto tra l'altro con il colonnello Caamano, tramite l'inviato del presidente Johnson, l'ex ambasciatore a San Domingo Martin, e con la mediazione del nunzio monsignor Clarizio.
La mia impressione nel corso della visita a Washington è stata di una forte ed amichevole attenzione...

CAPRARA. La grande attenzione!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ... del Governo degli Stati Uniti nei confronti dei paesi dell'America latina ai quali si guarda con sincera volontà di collaborazione e con schietta simpatia per una auspicata evoluzione sociale e democratica, considerata insostituibile garanzia di stabilità, di equilibrio e di pace in quella zona vitale e nel mondo. Da Washington si è mostrato inoltre di comprendere il forte sentimento di naturale simpatia e solidarietà che l'Italia ha verso l'America latina e di gradire ogni sforzo in vista del raggiungimento di così alti obiettivi.
Credo quindi di poter concludere esprimendo l'augurio dell'Italia per una rapida e giusta soluzione della crisi di San Domingo nel quadro dell'O.N.U. e nell'ambito di una crescente solidarietà interamericana, a promuovere la quale sono stati impegnati i nostri ambasciatori nella zona, e con obiettivi di garanzia e di sviluppo democratico e di progresso sociale. Posso comunicare testualmente alla Camera i punti essenziali delle istruzioni impartite dal ministro degli affari esteri onorevole Fanfani ai nostri ambasciatori: «Da parte italiana si ritiene che per la solidale difesa della libertà, della democrazia e del progresso nella sicurezza e nella pace, nelle attuali contingenze si debba:
1) pervenire il più rapidamente possibile ad una giusta soluzione della crisi in corso;
2) riconoscere la competenza della O.S.A., quale organizzazione regionale operante nel quadro e in armonia con le Nazioni Unite, a promuovere le intese idonee a consentire alla Repubblica dominicana di conseguire l'ordine democratico;
3) apprezzare ed incoraggiare, conseguentemente, l'O.S.A. nel tentativo per la ricerca unitaria di una posizione mirante a riportare tranquillità nella libertà a San Domingo, prevenendo così possibili ripercussioni della situazione locale sulla sicurezza del continente e sull'equilibrio internazionale».
In questo auspicio, l'Italia non mancherà di fare tutto quanto in suo potere per spianare la via, nell'ambito dei rapporti di alleanza e di amicizia che essa intrattiene con i paesi impegnati in questa vicenda, ad una felice soluzione della nuova crisi nel mar dei Caraibi.
Dei colloqui con il primo ministro britannico Wilson ho già avuto occasione di accennare in qualche punto della mia esposizione rispondendo anche a specifiche richieste. Desidero ora dire con quale compiacimento noi abbiamo ricevuto qui lo statista britannico ad un anno di distanza dalla mia visita a Londra ed abbiamo riscontrato una così larga convergenza di vedute su tutti, si può dire, i grandi temi della politica internazionale che abbiamo passato in rassegna nei nostri ,intensi colloqui.
Ancora una volta l'amicizia italo-britannica è uscita confermata e consolidata dall'incontro, che ha messo tra l'altro in luce talune comuni e significative sensibilità tra i due governi. Abbiamo apprezzato nel signor Wilson la franchezza, il realismo, la fedeltà senza ombra di riserva, e sulla base di una profonda consapevolezza, alle alleanze, la ferma e fiduciosa ricerca delle vie della pace per il suo paese e per il mondo.
Ci siamo trovati così agevolmente d'accordo nella fede nelle Nazioni Unite, nell'attenzione da dare ai problemi del disarmo, nel mantenimento della forza e della coesione dell'alleanza atlantica, nello studio dei metodi per lo sviluppo dell'interdipendenza nucleare in seno all'alleanza, negli sforzi da compiere per ricercare possibilità d'intesa e per ridurre la tensione internazionale, nella cooperazione economica internazionale, ivi compresi i rapporti con i paesi in via di sviluppo, nella valutazione dei problemi economici bilaterali e multilaterali.
Il primo ministro britannico Wilson, in occasione dei suoi colloqui di Roma, ha confermato l'interesse della Gran Bretagna al processo di unificazione politica ed economica dell'Europa. In attesa che si verifichino le condizioni per l'adesione della Gran Bretagna (e di altri paesi dell'E.F.T.A.) alla Comunità economica europea, da parte inglese è stato particolarmente sottolineato l'interesse ad intensificare la collaborazione tra i due gruppi economici europei nel Consiglio di Europa, nell'U.E.O. e nell'ambito del Kennedy round; a stabilire «ponti economici» ed a concludere «accordi funzionali» fra i «sei» ed i «sette» in determinati settori (brevetti, settori aeronautico, elettronico, nucleare, monetario e della congiuntura, parallelismo tra i calendari di disarmo tariffario dei due gruppi); ad intensificare la collaborazione fra i «sei» ed i «sette» nell'ambito del negoziato Kennedy.
Da parte italiana è stato confermato: che continueremo ad adoperarci, come per il passato, per evitare che si creino nuovi ostacoli (o si approfondiscano quelli esistenti) al futuro ingresso della Gran Bretagna o di altri paesi democratici europei nel mercato comune: per quanto oggi il problema dell'ingresso della Gran Bretagna non sia attuale siamo comunque partigiani di una C.E.E. «aperta»; che, anche per quanto riguarda il Kennedy round, abbiamo un atteggiamento costruttivo e non esclusivo, che corrisponde all'anzidetta direttiva «aperta» che è gradita alla Gran Bretagna e desideriamo adoperarci perché nel quadro di tale negoziato si trovino delle soluzioni «europee» a certi problemi tariffari posti tra C.E.E. ed E.F.T.A.; che favoriremo, sul piano bilaterale, ogni possibile forma di collaborazione nei settori della cooperazione industriale, della ricerca scientifica e tecnologica, della congiuntura e della collaborazione monetaria; che favoriremo ogni forma di collaborazione con la Gran Bretagna e con gli altri paesi dell'E.F.T.A. in tutte le istanze internazionali e particolarmente nell'U.E.O., nel Consiglio d'Europa e nell'ambito del Kennedy round.
Ma desidero soprattutto dire che, pur nella varietà delle vie che sono tracciate e che abbiamo esplorato insieme nella fiducia che esse possano convergere in un punto comune, il nostro è stato un dialogo pieno di affiatamento e di amicizia ed animato da schietto spirito europeo. Italia e Gran Bretagna hanno, come dicevo, comuni sensibilità e possibilità e, nel naturale e doveroso rispetto per i rapporti che le stringono in amicizia e collaborazione con altri paesi, possono fare insieme utilmente un lungo tratto di strada.
Onorevoli colleghi, non posso soffermarmi in questa rapida esposizione su tutti i problemi internazionali che l'Italia segue con vivissima attenzione. E tuttavia non potrei concludere il mio discorso senza un cenno alla visita che insieme col ministro degli affari esteri, onorevole Fanfani, ho compiuto alla O.N.U., dove ho avuto l'onore di cordiali e costruttivi colloqui con il presidente dell'assemblea, il presidente del Consiglio di sicurezza e il segretario generale dell'Organizzazione. E non è senza significato che tali incontri, dei quali serberò sempre vivo e grato ricordo, si siano svolti, mentre erano in corso i lavori della commissione per il disarmo, alla cui convocazione l'Italia ha contribuito con assidua azione nell'obiettivo di offrire, con un rinnovato incontro a Ginevra, l'occasione per un esame dei grandi temi del disarmo e della pace e per un contatto tra i protagonisti della politica mondiale. L'attenzione che l'Italia ha portato sempre a siffatti problemi, il sensibile contributo che essa ha dato per la loro soluzione, sono espressione di una costante direttiva politica che non contraddice, ma integra quella della fedeltà alle alleanze e della ricerca della sicurezza nelle relazioni internazionali.
Con la nostra visita all'O.N.U. abbiamo voluto rendere, sì, omaggio ad uomini altamente benemeriti per la salvaguardia della pace nel mondo, ma anche esprimere l'adesione, mai smentita, dell'Italia a questo modo nuovo e più alto di organizzare la comunità internazionale e di garantire la pace. Per quanto lento sia lo sviluppo verso una universale, libera e pacifica comunità internazionale, tuttavia questo sviluppo è in corso ed è dovere e responsabilità nostra di accelerarlo e di condurlo al suo compimento. Se guardiamo i tanti punti di tensione che ancora sono nel mondo, le incomprensioni e le distanze tra le nazioni, le necessità, che ancora sussistono, di presenza, di difesa, di particolari operanti solidarietà, abbiamo certo la sensazione di un lunghissimo cammino da fare. E tuttavia la strada è aperta e tocca a noi, consapevoli dei valori profondi della democrazia che fanno tutt'uno con quelli della pace tra gli uomini ed i popoli, di percorrerla tutta intera.
Certo intanto abbiamo doveri di assistenza e di solidarietà da adempiere e ad essi intendiamo restare pienamente fedeli. Ma non vogliamo perdere di vista la meta verso la quale del resto ci sospinge un'opinione pubblica sempre più vasta, autorevole ed esigente. Muoviamo verso il Parlamento mondiale, verso una sede augusta di giustizia e di libertà per tutti i popoli del mondo. Ogni tappa su questa strada è importante ed apprezzabile. Per questa ragione, nel richiamare con vigore le nostre alleanze e le nostre particolari responsabilità, intendiamo promuovere sulla base della sicurezza ogni utile contatto di comprensione e di pace, ravvivando quelle umane speranze che noi non accettiamo siano affievolite e che vogliamo invece riaccendere con una forte iniziativa fondata sulla fiducia, nella capacità e volontà d'incontro degli uomini e dei popoli. (Vivi applausi al centro — Congratulazioni).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 14 maggio 1965

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 14 maggio 1965)


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