LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

ASSEMBLEA NAZIONALE DELLA DC DI SORRENTO: INTERVENTO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

ALCUNI PROBLEMI DELLO STATO E DEL PARTITO

Regioni e finanza locale

Ho avuto più volte occasione di affermare la mia convinzione regionalista.
C'è una ragione, che fa accettare le regioni anche a chi non è del tutto convinto: esse sono nella Costituzione.
Ma c'è una ragione più profonda, che si è consolidata in me proprio attraverso l'esperienza di Ministro dell'Interno: la vitalità della democrazia postula la pluralità, l'articolazione democratica del potere.
Concordo pertanto con coloro che hanno detto da questa tribuna che, attraverso l'istituzione delle regioni a statuto ordinario, si potrà avviare nel concreto quella riforma dello Stato che tutti reclamano.
Sul come vadano fatte, due preoccupazioni sono preminenti e fondamentali: evitare l'elefantiasi burocratica; evitare la proliferazione di enti.
Circa il costo, il problema è in corso di esame: è un problema importante e serio, ma non così esageratamente come comunemente si crede, perché — al di fuori della guardia forestale — le regioni non hanno servizi pubblici.
Le regioni non ci devono far dimenticare la finanza locale. È veramente strano che nessuno ne abbia parlato. Questo dovrebbe essere, secondo me, il problema assolutamente prioritario nelle scelte che il Governo farà fra i vari problemi che comportano incidenza sul bilancio dello Stato. Mi auguro che il Parlamento ne sia pur esso convinto.
È inutile parlare di autonomia quando si vedono bilanci (anche se si tratta di casi eccezionali) con un miliardo e mezzo di entrata e tredici di uscita!
Accanto a qualche centinaio di comuni che hanno situazioni finanziarie non rapidamente rimediabili, ce ne sono migliaia per cui basterebbe un saggio intervento per riportarli al pareggio. Qui sta il punto più importante del problema: ridare agli amministratori la possibilità, la prospettiva del pareggio. Non sarà possibile per certi comuni dissestati, ma è possibile per la grande maggioranza delle province e dei comuni deficitari.

Finanziamento dei partiti

Rimango convinto della necessità di regolarizzarlo con l'intervento pubblico. Quando ne parlai a S. Pellegrino, ci furono solamente Scelba, Pella, Leone e Gava a dichiararsi favorevoli. Oggi la schiera dei consensi si è allargata, convergendovi vari settori della sinistra democratica e perfino della destra. Il problema deve peraltro maturare non solo ai vertici, ma alla base, nell'opinione pubblica.
Non si può ignorare che c'è un distacco fra l'opinione pubblica e i partiti: né si può continuare ad aumentarlo. Occorre tuttavia persistere e far maturare il consenso per una soluzione, senza la quale resterà sempre anchilosato ogni sforzo di reale e profonda moralizzazione della vita pubblica.

Organizzazione del Partito

Fui io a lanciare nell'Assemblea Organizzativa del 1949 lo slogan: « tutto nella sezione, nulla al di fuori della sezione ». Concordo con Forlani che, a sedici anni di distanza, esso è ormai superato.
Occorre studiare soprattutto i rapporti fra il partito e le organizzazioni collaterali: dalle ACLI ai Coltivatori Diretti, al CIF.
Ci sono realtà che non si possono ignorare. Credo che — così come avviene di fatto in talune province — un discorso franco, approfondito, con le organizzazioni a livello nazionale, pub facilitare lo studio di nuove formule che superino il principio del 1949, garantendo l'univocità dell'azione politica.

Unità dei cattolici

E qui veniamo all'argomento toccato ieri da Granelli: quello della D.C. e dell'unità dei cattolici.
Occorrerebbe un lungo discorso, ma ci si può fermare anche a pochi punti precisi.
Non si tratta dell'originalità e dell'autonomia del pensiero democratico-cristiano: l'una e l'altra sono fuori discussione. Sarebbe assurdo anche solo ipotizzare un'idea politica o un programma politico in funzione di pura antitesi.
Si tratta dell'unità dei cattolici in politica: della quale sono possibili due interpretazioni, due modi di intenderla.
Il primo modo la fa dipendere — l'unità dei cattolici — dalla situazione storica: una situazione che, di fatto, si verificava in Italia nel 1919 — anche senza comunismo —. Sussisteva nel 1943 (ti ricordi — amico Spataro — le riunioni in casa tua per fondere con gli anziani del Partito Popolare i giovani cristiano-sociali?). E sussiste, ancor oggi, in Italia.
Il secondo modo di intenderla la fa dipendere da una permanente visione di fondo della realtà sociale, da una Weltanschauung sociologica.
Io sono per la prima interpretazione. La seconda — se ben si guarda — è la vera profonda radice ideologica dell'integralismo.
E sempre a questo proposito, sono lieto che Andreotti abbia ribadito con fermezza quanto ebbi occasione di dire al Congresso del 1952 sul tema dell'autonomia dell'azione politica.
Se a tale autonomia — dicevo allora — noi, non dico al centro, ma anche in una segreteria provinciale o in una sezione — dovessimo abdicare, sarebbe non soltanto mancare al nostro impegno di democratici, ma anche e prima di tutto al nostro dovere di cattolici.
E tuttora valida l'illuminata direttiva di Don Sturzo: — fin dall'inizio abbiamo escluso — disse Don Sturzo — che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione.

Situazione interna del Partito

Con la prima assemblea organizzativa del 1949 si ebbero: la regolamentazione della stampa di corrente; la pubblicità democraticamente garantita dei dibattiti del Consiglio Nazionale; la regolamentazione dei movimenti; e, direi anche, una certa definizione dei rapporti fra direttivi dei gruppi parlamentari e direzione.
Anche da questa dobbiamo trarre pratiche conseguenze. Non sono certo un dannunziano, ma non ho mai dimenticato una massima di D'Annunzio: la parola orale, se non è incitamento all'azione, è istrionismo. Non dimentichiamolo e cerchiamo di trarre pratiche conseguenze dai nostri discorsi di questa assemblea.
La prima è ormai comunemente definita: rimescolamento delle carte. Certo: bisogna rimescolare le carte. E non mi pare che vi siano dubbi per decidere chi debba tenere il mazzo: è il Segretario del Partito. Il problema importante è (per restare nella metafora) che le carte vengano effettivamente — e non solo con parole e buoni propositi — rimescolate. Credo che nessuno voglia un nuovo congresso come quello di Roma, con quattro correnti, che non si sa bene in che cosa differiscano, oggi, l'una dall'altra, e con quattro liste prefabbricate. Nè alcuno vuole certo che nelle situazioni difficili (la storia ha più fantasia degli uomini) ci presentiamo come ci siamo presentati nel dicembre scorso: con quattro partiti nel partito.
Sarà il primo argomento che deve affrontare la direzione. A questo proposito ricordiamoci l'ammonimento del Prof. Cotta a San Pellegrino: il garantismo del Montesquieu è ormai superato, la garanzia della democrazia si è trasferita, per buona parte, sul piano della vita interna dei partiti. E ricordiamo l'acuta osservazione del Salvatorelli, quando ha detto che la crisi dello Stato nell'Italia odierna proviene per la maggior parte non dai partiti, ma dalle divisioni all'interno dei partiti. Dobbiamo realizzare una vita di partito con le garanzie per tutti in una gestione unitaria del potere (controllo del tesseramento, distribuzione di cariche, etc...), a livello nazionale e provinciale, ma con una espressione univoca di volontà e di azione politica.
Ci attendono compiti nuovi, come le prossime elezioni di autunno, e quelle di primavera a Roma e in qualche altro grosso centro: elezioni quest'ultime di risonanza non soltanto nazionale. Ci attendono nuove prospettive. E a questo proposito non si può accennare alla crisi del partito comunista: è una crisi irreversibile (per usare una parola di moda) sul piano internazionale. Sul piano interno è grave, più di quanto appaia all'opinione pubblica, e sarà sempre più grave, perché i comunisti non sono abituati — come lo siamo noi — alle lotte di correnti. Nei partiti democratici il raffreddore per le correnti è ormai allo stato endemico: si sono mitridatizzati. I comunisti non sono democratici e non potranno sopportare all'interno del loro sistema quelle divisioni, quei liberi contrasti che sono invece connaturali nei partiti democratici.
Nessuno però deve farsi illusioni che questo possa ridurre — a breve termine — il pericolo comunista, anzi può aggravarlo. È. certo che provocherà situazioni e problemi nuovi.
Maggiore deve essere dunque il nostro impegno di rispondere alle attese popolari: di rispondervi con il perfezionamento dello Stato democratico e di diritto, con una ferma, decisa volontà politica di giustizia e di pace, nella sicurezza e nella libertà.

On. Paolo Emilio Taviani
Assemblea Nazionale della Democrazia Cristiana
Sorrento, 30 ottobre – 3 novembre 1965

(fonte: biblioteca Butini)

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