LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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III° GOVERNO MORO: REPLICA DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 14-15 marzo 1966)

Il II governo Moro si dimette il 21 gennaio 1966, dopo un voto contrario in Parlamento sulla legge sulla scuola materna statale. La crisi è piuttosto lunga, ma il Presidente del Consiglio incaricato (lo stesso Aldo Moro) riesce a sciogliere la riserva ed a ricostituire un governo organico di centro-sinistra con DC, PSI, PSDI e PRI. Si tratta quindi del III governo Moro, che si presenta al Senato per il voto di fiducia nel giorno 3 marzo.
Dopo aver ottenuto il voto di fiducia del Senato, il governo si presenta alla Camera dei Deputati. Il giorno 14 marzo il Presidente del Consiglio interrompe, nel corso del dibattito, l'on. Manco. Poi, il 15 marzo, Moro replica agli intervenuti. La Camera vota successivamente la fiducia al III governo Moro.

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Seduta del 14 marzo 1966

MANCO. Ella asserisce nel suo discorso programmatico che non vi era altra alternativa alla soluzione della crisi: o le elezioni anticipate, o la maggioranza fino ai comunisti. Io non ci sarei mai stato, in una maggioranza per sostenere un suo Governo, né ella mi ci avrebbe chiamato. Ma in linea d'ipotesi, perché ella ha parlato di maggioranza fino ai comunisti, e non di maggioranza (sia pure come ipotesi assurda) fino alla destra, fino ai liberali, fino ai monarchici, fino ai «missini»?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Neppure voi l'avete prospettata. Nessuno ha avanzato tale ipotesi nelle consultazioni del Presidente della Repubblica. Ho chiarito al Senato che tra le proposte fatte al Capo dello Stato non vi era quella alla quale ella accenna, e che per altro io avrei escluso sul piano politico. Furono segnatamente i liberali a prospettare le elezioni anticipate come alternativa al centro-sinistra.

MANCO. È una notizia molto utile. Ella mi consentirà però un rilievo a questa sua opportuna dichiarazione. Anche se gli onorevoli Roberti e Nencioni, nostri capigruppo, avessero — sopportandone la responsabilità interna verso i loro gruppi e i loro partiti — presentato al Capo dello Stato la possibilità di un inserimento del Movimento sociale nella maggioranza, sono convinto che ella nel suo discorso programmatico non avrebbe mai parlato in termini d'ipotesi equivalenti di una apertura della maggioranza fino ai comunisti e fino ai «missini».

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho già detto che io avrei escluso politicamente tale ipotesi. Abbia la cortesia di leggere il mio discorso di replica al Senato, nel quale ho chiarito questo punto, di fronte agli equivoci che erano sorti, con assoluta precisione e minuzia.

MANCO. Se nella replica che ella ha fatto al Senato c'è questa spiegazione, io faccio ammenda della mia dichiarazione, che ho fatto essendo privo dell'informazione che ella mi ha fornito. Io ero rimasto sconcertato dal fatto che ella, sotto il profilo delle ipotesi, avesse affermato che non vi era altra soluzione alla crisi se non quella delle elezioni anticipate o della maggioranza fino ai comunisti. Se ella mi dice che dal punto di vista materiale ha dovuto prendere atto, attraverso la comunicazioni del Capo dello Stato, che non vi erano altre soluzioni possibili, è evidente allora che, sulla base di questa situazione, ella non poteva inserire il Movimento sociale italiano nella sua maggioranza, per quello che le risultava.
Non vi era quindi altra alternativa che estendere la maggioranza ai comunisti o ricorrere alle elezioni anticipate. Mi consenta però di rilevare che se questo è valido nei confronti del Movimento sociale italiano, non lo è per quanto riguarda i liberali. Non voglio erigermi a difensore dei liberali, anche perché tra noi e i liberali vi è una differenza forse maggiore di quanta ne esista tra noi e i comunisti; però mi rifiuto di pensare che l'onorevole Malagodi e il senatore Bergamasco non abbiano rappresentato al Capo dello Stato la possibilità di un inserimento del partito liberale nella maggioranza di governo.
Tutta la dialettica liberale è imperniata su questo, anzi le accuse che da tutti i settori politici sono state rivolte al partito liberale ineriscono appunto al tentativo dei liberali di inserirsi in una coalizione di Governo, anche spostata verso sinistra, per cercare di bilanciare le punte più o meno massimalistiche del partito socialista. Il partito liberale sta assumendo tutta la responsabilità di questa condotta. Penso, dunque, che i liberali abbiano rappresentato al Capo dello Stato la possibilità di entrare nel Governo. Ma perché ella non ne ha parlato?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Per il semplice motivo che i liberali realisticamente non hanno rappresentato questa possibilità al Capo dello Stato.

MANCO. Onorevole Moro, fino a quando ella parla di noi le credo, ma se parla negli stessi termini dei liberali non posso più crederle.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. La prego di credermi, è mio costume non mentire. I liberali, accorgendosi realisticamente che con la prospettiva di unificazione socialista non è neppure configurabile una formula centrista di Governo, non l'hanno prospettata al Capo dello Stato e hanno chiesto le elezioni anticipate.

MANCO. Questo è un fatto assolutamente nuovo, che ignoravo. Bisogna quindi concludere che i liberali conducono nel paese una battaglia per un certo indirizzo politico e colgono anche successi elettorali rappresentando all'opinione pubblica una determinata volontà politica che poi celano al Capo dello Stato proprio nel momento in cui vi è la possibilità di realizzare la formula politica da loro propugnata.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. I liberali per entrare nella maggioranza vorrebbero maggiori garanzie di quante ne chiedereste voi.

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Seduta del 15 marzo 1966

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, l'ampio ed interessante dibattito svoltosi in quest'aula dopo quello che ha avuto luogo pochi giorni or sono al Senato della Repubblica ha consentito ai gruppi parlamentari di approfondire in tutti i suoi aspetti la situazione politica quale risulta dalla crisi che ha posto fine al mio precedente Governo e dalla soluzione che ne è stata data e sulla quale state appunto per esprimere il vostro decisivo giudizio. Malgrado l'inevitabile riferimento a toni, temi e motivi, già presi in considerazione nella discussione del Senato, questo dibattito è stato tutt'altro che monotono ed inutile, ed anzi vivo e stimolante. Ringrazio perciò tutti gli oratori, sia della maggioranza sia della opposizione, per i loro efficaci interventi ed in ispecie gli onorevoli Rumor, De Martino, Tanassi, La Malfa che, insieme con altri deputati della maggioranza, hanno voluto portare al Governo l'adesione cordiale ed incoraggiante dei gruppi della coalizione.
Ebbene, poiché si è parlato lungamente, qui come al Senato, delle profonde differenze, degli ineliminabili dissensi nell'ambito della maggioranza e se ne sono tratte conclusioni circa uno stato di crisi sostanziale nella quale si troverebbe il Governo appena costituito, nel rilevare con riconoscenza le calde espressioni di solidarietà e di fiducia, aggiungerò che queste dichiarazioni sono state la riprova che la soluzione della crisi è effettiva, durevole, fondata su di un equilibrio politico costruito con qualche sforzo, ma perfettamente accettabile ed in realtà accettato dai partiti della coalizione. Sono state infatti queste prese di posizione ufficiali dei partiti, assunte nella qualificata sede parlamentare, visibilmente sincere, impegnative, animate da quel senso di responsabilità che ha indotto nel corso della crisi ad escludere soluzioni avventurose, a scartare elezioni fuori tempo, drammatiche e nocive agli interessi del paese, a trovare con buona volontà e ragionevoli sacrifici la via dell'intesa e della collaborazione feconda.
S'intende bene che si tratta pur sempre di una coalizione e che differenze ideologiche, politiche, di sensibilità, di prospettive permangono. Ma questo è il modo di essere proprio di una coalizione ed anzi il modo di essere proprio della democrazia viva e, in definitiva, stabile proprio in ragione della varietà delle opinioni che vi si esprimono e della ricchezza del dibattito che la anima.
Si parte appunto da questa diversità, per dar vita ad una coalizione, per fare emergere il punto di vista comune che risponde ad una equilibrata visione delle cose ed alla consapevolezza dei veri interessi del paese, ai quali ogni posizione particolare naturalmente si subordina. Questo punto di equilibrio, nel quale si esprimono le esigenze della comunità nazionale in una determinata situazione storica, è il Governo al quale la coalizione, in forza di tali considerazioni, dà naturalmente vita. È una situazione sempre mutevole e nulla infatti può arrestare il moto della storia, la continua evoluzione politica mossa da esigenze inappagate e tendente a nuovi equilibri d'interessi e di poteri. Ma finché un nuovo equilibrio non è nato, finché quello in atto esistente interpreta correttamente la situazione e conferisce poteri adeguati per la più giusta soddisfazione degli interessi in gioco, è atto di responsabilità rendere stabile e fecondo quel momento politico, senza abbandonarsi alla inquietudine ed alla insoddisfazione destinate ad arrestare, anziché favorire, un effettivo progresso della comunità nazionale.
Ebbene, questo atto di responsabilità è stato compiuto con la costituzione del Governo e si è espresso `nell'approvazione e nel sostegno dei quali il dibattito ci ha dato testimonianza. Il Governo, per parte sua, consapevole dell'equilibrio politico che è chiamato ad incarnare, si sente impegnato a restarvi fedele ed a renderlo vivo, fruttuoso, utile al paese, nel coerente svolgimento della sua politica e nell'attuazione del suo programma. E proprio perché di un equilibrio serio ed accettabile si tratta, sono inconcepibili sia i presunti sbandamenti a destra, le inversioni di rotta, gli arretramenti che la sinistra denuncia, anche se in modo contraddittorio coglie poi i segni di un'ineluttabile spinta verso le posizioni cosiddette unitarie e di larga maggioranza; sia le opposte tesi del cedimento a sinistra e del predominio marxista nella politica italiana.
Non c'è, posso ben dirlo, l'asserita pieghevolezza, denunciata, tra gli altri, dall'onorevole Bozzi, della democrazia cristiana verso i suoi alleati della sinistra laica e dell'insieme della coalizione verso i comunisti. E così pure posso dare atto io stesso che non è mutata la ispirazione popolare e democratica della democrazia cristiana, e che la sinistra laica e democratica non è stata mortificata, deformata e resa impotente. E l'unificazione socialista, con i suoi problemi, ma anche con le sue grandi possibilità di rinnovamento civile, di più salda sicurezza democratica, di spinta critica nelle posizioni di sinistra non insidia il Governo e non minaccia un equilibrio serio e che può essere messo in discussione da una lunga, effettiva ed incisiva evoluzione politica. (Commenti a destra). E questa è cosa del domani, più o meno lontano, fino al quale il politico, ancorato all'oggi, non può spingere lo sguardo.
Naturalmente questo ragionevole equilibrio dev'essere conservato e garantito in funzione non tanto della durata, quanto dell'efficienza del Governo. Esso riposa sulla tensione ideale che caratterizza la compagine ministeriale, sulla sua aderenza alla realtà sociale e politica da indirizzare, sulla fedeltà al programma, sulla lealtà dei rapporti e sulla volenterosa collaborazione delle parti politiche. Io mi sforzerò di garantire queste cose, di far sì che quanto è stato faticosamente acquisito non sia pericolosamente alterato nel suo significato complessivo e quindi, per forza di cose, disperso. Perché, senza voler gettare lo sguardo troppo lontano, mantenendo il distacco doveroso di cui ho parlato in Senato, è pur sempre vero che assicurare, finché è possibile e giusto, stabilità politica è nell'interesse del paese e che debbono esserne tenute ferme, con generale impegno, le condizioni.
È anche a questa necessità di garantire fermamente l'equilibrio politico ed il significato della politica di centro-sinistra, in forza dei quali la crisi poté essere risolta e fu ripresa con fiducia la collaborazione tra i quattro partiti della coalizione, che io facevo riferimento, nel richiamare i compiti di coordinamento del Presidente del Consiglio, la funzione, che la Costituzione gli affida, di stabilire l'armonia e di realizzare un'azione di governo coerente ed unitaria. Perché il Governo è una unità che presuppone certo i partiti e ne rispetta le differenze, ma le accoglie e le compone in sé necessariamente in una visione d'insieme ed in una direttiva unica in vista di quella che è la sua indeclinabile funzione di guida, non oscillante, ma netta e precisa della comunità nazionale. E ciò vale naturalmente per il programma che è la sostanza della politica perseguita e che deve essere mano a mano elaborato ed attuato, per iniziativa certo dei singoli ministri, ma nella sede collegiale nella quale il Governo assume tutte le sue responsabilità. Siffatte considerazioni valgono non solo per una coalizione, della quale si vogliono sopravvalutare polemicamente le differenze ed i punti di frizione, ma in ogni situazione e circostanza, perché sempre occorre comporre l'iniziativa e la responsabilità dei singoli ministri nell'insieme unitario e nel modo di essere collegiale del Governo con particolare riguardo all'attività legislativa.
Del resto la mia circolare, della quale si è qui a lungo parlato, aveva riferimenti più vasti e toccava problemi di grande portata, al centro di preoccupate polemiche e di pressanti esigenze della opinione pubblica. Intorno a questi temi ed anche alle soluzioni da me prospettate in una visione severa, ma realistica dello svolgimento della attività amministrativa, non si sono registrati dissensi di rilievo.
Sul merito dunque una sostanziale concordanza di vedute. Ma un addebito sorprendente e che deriva, mi sembra, da pura convenienza polemica mi è stato rivolto dall'onorevole Bozzi e riecheggiato poi nell'importante discorso dell'onorevole Malagodi. L'addebito proprio di avere assunto questa posizione, di aver messo in luce, mediante la ripresentazione di indirizzi politico-amministrativi addirittura ovvi, una realtà sconcertante e grave, i dissensi dei ministri cioè e lo stato d'illegalità nel quale verserebbe la pubblica amministrazione. Ma richiamare nell'insieme, all'inizio di una nuova fase di attività governativa, le norme le quali garantiscono la buona gestione del potere, quella che la opinione pubblica chiede prima e più di ogni altra cosa, mi pare sia stato giusto ed opportuno. Tanto più in quanto ho messo chiaramente in luce come certe situazioni nella organizzazione degli uffici, pur difformi dalla previsione legislativa, si sono determinate per far fronte a compiti irrinunciabili che l'amministrazione, nella carenza delle attuali strutture, ha dovuto assumere, per soddisfare pubblici interessi. Solo un'evidente esagerazione poi può trarre spunto da questa iniziativa serena, costruttiva e tutt'altro che polemica, per drammatizzare la situazione e fare apparire gli innegabili inconvenienti ai quali s'intende ovviare con un appello al senso di responsabilità ed alla severità dell'autorità politica ed amministrativa come uno stato di irrimediabile disordine, una situazione di illegalità diffusa e grave. Ma come non è possibile ignorare fatti, anche rilevanti, nei quali il potere pubblico ha mostrato debolezza e disattenzione in contrasto con il rigore imposto dalla funzione di guida e di controllo, così non è lecito generalizzare, mettere in istato di accusa la pubblica amministrazione nel suo insieme ed i benemeriti funzionari che esprimono correttamente ed efficacemente la volontà dello Stato, creare le condizioni di quella paralisi temuta e denunciata dallo onorevole Leone, che vorrebbe dire la rinuncia della collettività ad agire per l'ordine e la giustizia nella vita sociale.
Già i provvedimenti, per i quali il Governo ha presentato al Parlamento richiesta di delega, daranno un importante contributo alla realizzazione delle condizioni obiettive per un più ordinato ed efficiente esercizio della funzione amministrativa, particolarmente delicata e difficile perché impone spesso di assumere delle responsabilità e di operare delle scelte discrezionali al fine di soddisfare in concreto, in modo tempestivo ed adeguato, i bisogni di una società in continua evoluzione.
La precisa determinazione delle sfere di attribuzioni degli organi amministrativi consentirà ai pubblici dipendenti di svolgere le funzioni loro affidate con maggiore serenità e prestigio e con rinnovato spirito d'iniziativa e senso di responsabilità. È questa la condizione essenziale per evitare confusioni tra azione di direzione politica e azione amministrativa e conseguenti responsabilità, e per garantire l'ambito proprio delle funzioni riservate all'esclusiva attribuzione degli organi di amministrazione.
Io ho quindi fiducia che l'assolvimento armonico dei loro compiti da parte di tutti i pubblici poteri, differenziati ed autonomi, ma convergenti in un'unica funzione di tutela degli interessi individuali e collettivi, assicuri l'ordinato ed efficace svolgersi della vita dello Stato, condizione prima di ogni evoluzione politica e di ogni progresso civile.
Non tutti questi temi di rilievo sono esauriti nella mia circolare, come ho già detto nell'alto della mia presentazione. Mi riservo perciò di fare sull'insieme di siffatti problemi una comunicazione al Parlamento, per averne norma per la nostra azione. Il collega La Malfa voglia usarmi la cortesia di una breve attesa, che mi consenta di fare il punto sulla questione ed offrire i risultati dell'indagine ai colleghi di Governo. Egli vorrà considerare che ormai da due mesi mi trovo impegnato nella soluzione della crisi.
Qualche oratore ha messo in contrasto l'indirizzo moralizzatore della mia circolare con l'intervenuto aumento del numero dei sottosegretari. E l'onorevole Cocco Ortu ha drammatizzato questa situazione, fino a ritrovare proprio qui il filo conduttore di una soluzione in senso deteriore della crisi di Governo. Ed il discorso si è allargato al numero ed alla funzione dei ministri con una valutazione evidentemente esagerata e neppure esatta in confronto con altri ordinamenti. È innegabile che il raggiungimento dell'equilibrio nella composizione del Governo, coefficiente esso stesso dell'equilibrio politico generale, ha richiesto una certa libertà di movimento. Ma queste cose non possono essere ricondotte al dato puro e semplice dell'esercizio del potere, quando invece sono in discussione difficili armonizzazioni complessive delle posizioni dei partiti e l'attribuzione del giusto peso alle due Camere.
Vorrei a questo proposito far rilevare che tre dei cinque sottosegretari in più sono stati scelti tra senatori, per eliminare uno squilibrio che si era verificato in passato. Io sono poi convinto che la reazione innegabilmente registrata in Parlamento, nella stampa e nell'opinione pubblica, nasce anche dall'indeterminatezza della funzione dei sottosegretari che si è tratti a considerare quasi di comodo. E mia opinione invece che si tratti di un compito utile che è opportuno disciplinare per legge con l'indicazione dei poteri e la predeterminazione del numero. Ed in attesa che questa legislazione possa essere perfezionata, mi riservo di dare alcune norme con apposita circolare.
Per quanto riguarda i ministri la elasticità è minima. I ministri senza portafoglio sono rimasti quelli che erano e con compiti ben definiti, tutti di rilievo e taluni sul punto di essere trasferiti a nuovi dicasteri. Potrei dimostrare quale essenziale funzione svolgono i ministri senza portafoglio, ma non vorrei far perdere troppo tempo a questa Assemblea. (Proteste all'estrema sinistra e a destra).
Ricordo poi che è dinanzi alle Camere una richiesta di delega per il riordinamento della amministrazione e che sarà presentato il disegno di legge per la Presidenza del Consiglio e le attribuzioni dei ministeri. È mia opinione che le drastiche riduzioni, prospettate da qualche parte, sarebbero in danno del buon funzionamento della vita amministrativa dello Stato, oggi tanto più complessa e gravata da una mole di affari, assai delicati, un tempo impensabile.
Mi sono intrattenuto più a lungo sui problemi dello Stato (ai quali vorrei accoppiare quelli fondamentali della giustizia e della moralità pubblica), proprio per sottolinearne la importanza. Desidero perciò ringraziare tutti gli oratori che vi hanno fatto riferimento ed in ispecie l'onorevole Giovanni Leone con la competenza e l'obiettività che lo distinguono. È per me motivo d'incoraggiamento il fatto che egli abbia voluto sottolineare con la sua autorità molti punti da me enunciati, compresa la riforma del codice di procedura penale (Commenti all'estrema sinistra) per il quale ho presentato con il ministro Reale una più circostanziata richiesta di delega, proprio per superare le resistenze e riserve parlamentari, alle quali egli ha accennato, e che non sono estranee certo al ritardo che registra la discussione di questa legge urgentissima. Mi stupisce perciò che qualche commentatore meno attento abbia voluto cogliere nell'intervento dell'onorevole Leone intenti di critica o addirittura di opposizione. Ed invece io vi ho trovato uno spirito amichevole e costruttivo del quale lo ringrazio ancora.
Sulla struttura di Governo non ho ormai spiegazioni da dare, dopo quello che ho avuto modo di dire in Senato. I rilievi circa il passaggio dell'onorevole Tremelloni al Ministero della difesa non hanno alcuna giustificazione né con riguardo all'uomo, nel quale profonda serietà ed un rigoroso senso dello Stato sono una seconda natura, né con riguardo al partito cui appartiene, né con riferimento alla prospettata unificazione socialista la quale presuppone, cosa come l'appartenenza a questo Governo, piena lealtà verso l'alleanza atlantica. (Commenti all'estrema sinistra).
E per l'onorevole Fanfani ricorderò l'apprezzamento caloroso e cordiale che, a nome mio e del Governo, ebbi a esprimergli all'atto delle sue dimissioni anche a riconoscimento della coerente attuazione del programma di politica estera che resta a base di questo Governo. Nel richiedere ora, onorevoli deputati, la vostra fiducia sono sorretto dalla certezza che l'indirizzo che abbiamo enunciato, la pace nella sicurezza della nazione, troverà volenterosa e leale attuazione ad opera di tutti i componenti del Governo ed in prima linea del ministro degli esteri, al quale rivolgo il mio cordiale saluto ed augurio.
Sul vasto programma che ho esposto alle Camere ho poche cose da dire in sede di replica. Esso è stato prevalentemente oggetto di rilievi per la sua vastità, nella quale da sinistra si è trovata la riprova della scarsa volontà realizzatrice del Governo. Enunciando tanti propositi appare chiaro si dice, che non se ne vuole veramente alcuno. Così, riprendendo spunti critici già affiorati nella discussione al Senato, si è fatto il conto dei provvedimenti legislativi che io ho raccomandato alla considerazione del Parlamento. Una cinquantina ne ha computati l'onorevole Malagodi e sessantacinque non ricordo più quale altro collega. Ma se io avessi dato una più stringata indicazione, mi si sarebbe accusato di avere omesso temi importanti e di avere rinunziato a una parte almeno del nostro originario programma. E così ho preferito enunciare tutte le cose essenziali come espressione di una decisa volontà politica ed insieme come un appassionato richiamo ai problemi fondamentali dei quali il paese attende la soluzione. In questo richiamo, che vuol essere anche la testimonianza dello sforzo che il Governo ha fatto finora per assumere e prospettare una soluzione accettabile per grandi temi presenti alla pubblica opinione, non c'è il minimo accento critico nei confronti del Parlamento, né dell'opposizione né della maggioranza.
In realtà si può onestamente dire che la lenta attuazione del programma è frutto della natura propria del meccanismo parlamentare, il quale per altro è una importante garanzia della vita democratica, della complessità della materia, della imponente legislazione che l'evoluzione della economia ha reso in questi anni necessaria ed improrogabile. Si può ben dire che in questi anni il Parlamento ha lavorato molto. Ed è importante che questo rilievo sia stato fatto da un oratore dell'opposizione. E tuttavia questi problemi sono dinanzi a noi ed è nostra comune responsabilità, ed è anzi un punto d'onore, che nella maggiore misura possibile il programma sia realizzato, quando questo Parlamento dovrà affrontare il giudizio del corpo elettorale.
Una ancora maggiore tensione può e deve essere attesa dunque in questa fase conclusiva della legislatura. Una tensione della maggioranza, oggi più che mai organo politico posto dinanzi a responsabilità politiche. Una tensione della maggioranza che trovi il rispetto della opposizione. Del resto nella indicazione, che io ho dato, di cinquanta o sessanta disegni di legge, sui quali dovrà concentrarsi l'attenzione della Assemblea, tutti nel loro ordine importanti ed urgenti, non mancano certo le qualificazioni di priorità che riguardano i problemi istituzionali dello Stato, la programmazione, la scuola, la agricoltura, la sanità.
Vorrei dunque sperare che, dopo questa illuminante ed esauriente discussione, ci si metta al lavoro, accelerando con uno sforzo di volontà i tempi tecnici che sono quelli, che sono, utilizzando, per quanto è possibile, le Commissioni in sede legislativa, riducendo la valutazione in sede referente ad una sommaria istruttoria delle leggi da esaminare in aula, commisurando i dibattiti politici ad una visione d'insieme degli impegni legislativi delle Camere, dando alla battaglia degli emendamenti il significato di un rapido essenziale confronto di diverse tesi politiche. (Commenti all'estrema sinistra). Dobbiamo sciogliere alcuni nodi che sono stretti da molto tempo. Alla buona volontà del Governo, che io voglio ancora confermare in questo momento, non mancherà di corrispondere, ne sono certo, una decisa e incoraggiante volontà politica delle Camere.
Per i principi ispiratori dei disegni di legge ho già richiamato in Senato i passati accordi di governo che io intendo ancora qui riconfermare e le indicazioni contenute nel programma quinquennale di sviluppo. Per la legge urbanistica, della quale sono noti i criteri ispiratori ed insieme la necessità ed urgenza, il Governo intende promuovere un ampio dibattito parlamentare su punti di estrema delicatezza e ricchi di ripercussioni che vanno attentamente valutate.
Per la scuola, a parte i disegni di legge già presentati e rimasti ancora tutti in istato di progetto, a cominciare da quello della scuola materna statale, che sarà ripresentato subito al Senato e condizionerà tutto lo svolgimento della nostra politica scolastica, ricordo per la sua obiettiva urgenza il riordinamento della scuola secondaria, ivi compresa quella magistrale, mentre resta confermato l'impegno già assunto e non ancora attuato per la regolamentazione giuridica della parità, prevista dalla Costituzione, con le sue note e difficili implicazioni. E una materia la cui disciplina è stata, tra l'altro, caducata da una sentenza della Corte costituzionale.
Il punto di maggiore attrito, alla Camera come al Senato, è stato quello della istituzione delle regioni di diritto comune, per le quali è prevista l'approvazione in questa legislatura di tutte le leggi di organizzazione, mentre ci si propone di indicare, nel senso già reso noto, il termine d'indicazione delle elezioni, da fissare per legge. Questo impegno realizzatore prescinde, com'è noto, dalla approvazione delle leggi-quadro delle quali per altro non può essere in nessun modo svalutata l'importanza, perché in gran parte dipende da una sapiente ed incisiva formulazione di esse che non si corra il rischio di legislazioni difformi ed inique, violatrici dei principi dell'ordinamento giuridico generale, generatrici di conflitti pericolosi per l'unità dello Stato basata, com'essa è, sull'uguaglianza di diritto di tutti i cittadini. Non riprenderò qui la polemica, che è stata così viva, sulle regioni. Ho registrato le preoccupazioni, anche gravi, che da destra e da parte liberale sono state prospettate.
Il problema del costo, ho già detto, sarà affrontato responsabilmente, avendo presente l'esigenza dell'equilibrio globale della spesa pubblica. Ma sarà anche opportuno avvertire che, pur considerando la possibilità di sperperi e di spese non sufficientemente produttive, una rigorosa legislazione specie sul personale e sull'organizzazione dovrebbe consentire di porre in termini di maggiore utilità e controllabilità, proprio per questa strada, una parte della spesa pubblica. I critici, e sono tanti, dell'uso inadeguato o addirittura cattivo del denaro pubblico, dovrebbero avere maggiore fiducia, o minore sfiducia, nei confronti di un'esperienza che avvicina al controllo la spesa e la rende, per forza di cose, più aderente alla necessità da soddisfare.
Del resto ho fatto già valere in Senato il fatto che una dimensione più che comunale e provinciale esiste in realtà, che vi sono in tale settore interessi che lo Stato non può gestire e comuni e province neppure. Si tratta di corrispondere con istituzioni adeguate e corrette a questa esigenza. E certo, mentre sul modo di organizzazione la discussione è aperta, è stato invece detto tutto sul fatto che questa circoscrizione della comunità nazionale esiste e non può essere negata. Del resto che significato dare al riconoscimento liberale, acuto ed istruttivo, che l'evoluzione della vita sociale ed economica ha rivoluzionato strutture, competenze e poteri degli enti locali? Che vi sono città le quali, non sembri un gioco di parole, vanno diventando esse stesse regioni? Che possono essere esperimentati consorzi di province e di comuni e cioè un ambito di autonomia locale che supera decisamente i tradizionali confini?
E' vero, si dice, si tratta, nel soddisfare questa esigenza, di sfuggire ai rischi della politicizzazione, che è anche la frammentazione dell'unità dello Stato e della eguaglianza di tutti i cittadini. Ma dov'è, fuori che nella saggezza della legislazione, nel senso di responsabilità dei detentori del potere, nella maturità della classe dirigente, il confine tra il politico ed il non politico, tra quel che rompe e quel che garantisce l'unità dello Stato, tra quel che soddisfa correttamente interessi comuni e quel che spiana la via alla confusione ed all'avventura? Ho detto e torno a dire che i rischi sono grandi, ma che non è questo un buon motivo perché si debba rinunziare ad affrontarli con consapevolezza e rigore. Ho detto e ridico che in questa grande prova il coraggio delle decisioni dove essere pari al senso di responsabilità di chi le promuove e prepara. Quel che non era maturo ieri, sembra al Governo maturo oggi. E un Governo con sicura maggioranza, uno stabile accordo tra i partiti, la riconosciuta esigenza che essi hanno di dovere affrontare insieme la grande prova della istituzione e dell'amministrazione delle regioni, fanno ritenere oggi possibile quel che non era possibile ieri.
Non posso perciò essere tacciato d'incoerenza. Chi confronti la situazione di oggi con quella passata, non può non riconoscere che sono stati fatti molti passi avanti e che una prospettiva di più intensa ed articolata vita democratica si offre oggi al paese e può essere presa in considerazione con serenità. Si tratta di sprigionare energie nuove a sostegno del potere democratico e non già di fare, come l'onorevole Cocco Ortu sembra ritenere, delle nuove articolazioni dello Stato l'occasione per accrescere i poteri delle gerarchie di partito ed offrire nuove possibilità di governo minore.
Il problema è dunque nei termini in cui l'ho posto, destando incredulità, e cioè di fiducia nella democrazia che sembra perdere qualche cosa sulla via dell'unità, ma poi la restituisce più solida e più vera. Mi sembra poi appena necessario confutare le affermazioni dell'onorevole Bozzi, acuto ma esasperato indagatore della realtà politica. Non si tratta né della vendetta dei cattolici contro lo Stato risorgimentale né di un omaggio reso all'antistato o al non Stato, un disconoscimento del valore dello Stato come sintesi totale. Esso è certo sintesi, ma delle autonomie nelle quali democraticamente si sostanzia. Non è quindi negato, ma riaffermato dalle autonomie, anche le più ricche, che sospingono verso l'unità e lo Stato che l'incarna. Perché questa critica possa valere, bisognerebbe disconoscere in generale le autonomie e non mettere in istato di accusa una determinata, sia pur rilevante, forma di esse.
La rivolta cattolica contro lo Stato troverebbe poi oggi, a parte la sua credibilità nella situazione storica, troppi complici, per avere ancora un significato e qualificare un momento politico come questo che rifugge da ogni caratterizzazione meschina e faziosa.
I contrastanti giudizi espressi sull'andamento congiunturale mi impongono di ritornare su alcuni aspetti della più recente evoluzione del nostro sistema economico. Come già detto in Senato, ripeto che per formulare una diagnosi dello stato attuale della evoluzione della nostra economia, occorre riferirsi alle tendenze più vicine a noi: si tratta, cioè di valutare la dinamica degli indicatori economici, poiché solo dalle loro più recenti tendenze negli ultimi mesi è possibile dare un giudizio realistico sulla evoluzione congiunturale. I dati da me citati nella esposizione introduttiva e nella replica tenuta all'altro ramo del Parlamento, mentre sono stati giudicati validi nella loro globalità da parte di alcuni oratori, per altri invece non sarebbero significativi della ripresa in atto.
In particolare, l'onorevole Chiaromonte non ritiene valido il confronto da me effettuato sulla base dei fatti positivi venuti in risalto nell'ultimo trimestre del 1965 e ha pensato di confrontare le risultanze dell'anno 1965 con quelle del 1963.
Non si tratta di prendere a base periodi di bassa crisi e periodi di massima espansione in anni diversi, si tratta, invece, di soffermarsi sull'andamento degli indicatori economici più recenti i quali soltanto possono compiutamente rappresentarci l'evoluzione del sistema economico. Del resto, sarebbe poco efficace, per comprendere lo stato di salute di un convalescente, rifarsi al periodo della sua piena efficienza, trascurando l'evoluzione che il paziente dimostra di avere dopo la malattia. In ogni caso il livello di produzione industriale registrato nel 1963 è inferiore a quello registrato nel 1965 fatto uguale a 100 il livello del 1953, il numero indice si manteneva nel 1963 ad un livello pari a 249, mentre nel 1965 esso raggiunge e supera questo livello portandosi a ben 261.
Pertanto, i giudizi positivi espressi sulla base delle più recenti valutazioni statistiche, contenuto nel rapporto «Isco» al C.N.E.L., non possono che essere qui riconfermati, come non può non essere qui ribadita l'esigenza di un rinnovato impegno per dare ulteriore vigore alla ripresa unitamente al mantenimento di una efficace vigilanza su quei fattori che potrebbero compromettere la ripresa stessa. Intendo riferirmi alla tensione dei prezzi che potrebbe annullare in poco tempo i risultati conseguiti ed i sacrifici sopportati, compromettendo il livello della produzione e, quindi, dell'occupazione.
Siamo tutti convinti che una volta avviati a soluzione i problemi che più ci hanno angustiato nel recente passato — e mi riferisco ai prezzi, alla bilancia dei pagamenti, alla produzione —; una volta arrestata la diminuzione del livello dell'occupazione, anche con l'avvio verso la normalizzazione degli orari di lavoro, occorre rivolgere l'attenzione allo accrescimento della ricchezza nazionale, che vede nell'aumento degli investimenti produttivi la sua principale componente. Ciò, soprattutto, per provocare l'aumento dell'occupazione, che risente con un certo ritardo della ripresa così come del resto ha risentito con ritardo del rallentamento.
Alla positiva evoluzione della produzione e delle importazioni, cui consegue un più alto valore di risorse disponibili, al lieve miglioramento del livello dell'occupazione, registrati nell'ultimo trimestre del 1965, si è accompagnato il miglioramento del saldo attivo della bilancia dei pagamenti nel primo mese del 1966: l'andamento positivo delle partite correnti (con un saldo di più 48,3 miliardi), attenuato dal saldo negativo dei movimenti di capitale (meno 14,9 miliardi), ha riconfermato ancora la tendenza già registrata nel 1965.
Il saldo attivo registrato in gennaio dalla nostra bilancia valutaria è un dato indubbiamente positivo, tenuto conto del fatto che ad esso hanno contribuito sia gli incrementi delle esportazioni, sia quelli delle importazioni, le quali si sono attestate su di un livello più alto di quello di un anno addietro.
I risultati positivi raggiunti vanno consolidati con il proseguimento di una politica economica che non trascuri lo sviluppo equilibrato dei redditi, la stabilità monetaria ed il livello dell'occupazione. Accanto ai dati positivi registrati nell'attuale congiuntura altri ve ne sono che esigono la nostra massima attenzione, sicché occorre seguire con continuità l'evoluzione del nostro sistema economico nel suo complesso, essendo tutti gli aggregati del bilancio nazionale strettamente vincolati tra di loro. Ed è per questo che non è superfluo ricordare che ad ogni aumento degli impieghi globalmente intesi dovrà corrispondere un aumento del reddito nazionale lordo. È questo un vincolo ineliminabile per qualsiasi politica economica che in ogni caso dovrà, nella scelta delle diverse possibili soluzioni, curarne la compatibilità con l'aumento della produzione nazionale, evitando l'insorgere di tensioni nella bilancia dei pagamenti.
Solo con l'aumento della produzione, oggi quanto mai indispensabile, può consolidarsi la ripresa, e in tale prospettiva gli investimenti produttivi reclamano il primo posto.
Le condizioni per accelerare la ripresa esistono, e dovranno concretamente manifestarsi in un aumento della domanda globale, sia interna sia estera. Si tratta di vedere con quali mezzi far fronte alle esigenze poste dalla recente evoluzione congiunturale, in che modo, cioè, e attraverso quali misure, consolidare la ripresa e, quindi, l'aumento della domanda globale, specie nel settore dei beni di investimento.
Come ho ricordato nella mia esposizione, il Governo intende sostenere tale ripresa azionando la spesa pubblica; accelerando i programmi degli enti pubblici e delle aziende a partecipazione statale; studiando la possibilità di una più efficace funzionalità ed elasticità del mercato -finanziario, affrontando il problema degli oneri che gravano sulla provvista dei capitali e sollecitando un equilibrato sviluppo delle remunerazioni di tutti i fattori della produzione.
Si può sostenere, come fa l'onorevole Valori, che la nostra azione mira esclusivamente ad assecondare il processo di riorganizzazione dei monopoli?
Certamente no, se si esamina con serenità l'azione da noi intrapresa per superare la crisi. Essa si è rivolta essenzialmente a salvaguardare il potere d'acquisto della moneta e a contenere gli effetti negativi della depressione sull'occupazione e sulla produzione. Una politica, quindi, che adeguando la crescita dei mezzi di pagamento alle esigenze della produzione e degli scambi ha inteso limitare gli effetti negativi che altrimenti avrebbero colpito in modo più grave tutta l'economia del paese, ma specialmente i lavoratori. Questi, infatti, con l'inflazione risentono, in un primo tempo, del ridotto potere d'acquisto dei loro salari e, in un secondo tempo, vedono compromettere le stesse possibilità di conservare il proprio posto di lavoro.
E, per quanto riguarda la nostra politica futura, onorevole Valori, essa è volta a conseguire, nella stabilità, una maggiore espansione della ricchezza prodotta e, quindi, un maggior livello di occupazione.
Né, d'altra parte, e rispondo alle opposizioni di destra, si è inteso, con l'accrescimento della spesa pubblica, sottrarre risorse per gli investimenti privati, né provocare effetti inflazionistici, in relazione al volume del deficit, dato che l'incremento di spesa è stato essenzialmente destinato a scopi produttivistici. Il dilemma non è quello prospettato dalle contrapposte argomentazioni della destra e dell'estrema sinistra, di limitare o di accrescere, in ogni caso, la spesa pubblica; si tratta, invece, di trovare il giusto equilibrio per supplire alle carenze dei settori produttivi incidendo nel volume di quegli investimenti capaci di allargare la domanda interna e di accrescere il livello di occupazione.
Poiché, come ho già detto, si vuole operare organicamente sul piano congiunturale e strutturale, il Governo ha consapevolmente mirato con la spesa pubblica non soltanto a sanare i problemi di fondo della nostra economia, ma anche a superare le difficoltà di breve periodo. Per tale motivo lo Stato continuerà a dare il suo contributo per provocare nuove possibilità di investimento e per aumentare la domanda, con conseguenti migliori prospettive di produzione e di occupazione.
Inoltre, a sostegno della ripresa, le aziende a partecipazione statale sono già impegnate in un vasto programma di investimenti. In particolare, per il 1966, i programmi già definiti ascendono a 755 miliardi di lire, e ne è previsto uno aggiuntivo per un totale di 100 miliardi. Gli investimenti delle partecipazioni statali saliranno così nel 1966 dai 755 miliardi di lire del programma base a circa 850 miliardi. Occorre perciò, onorevole Chiaromonte, non trascurare, quando si vuol fare una completa esposizione dell'azione intrapresa dal Governo per rilanciare gli investimenti, l'entità dello sforzo che si compie, tenuto conto dei vincoli finanziari, in ordine all'esigenza di ottenere i massimi risultati possibili nel sostegno dei livelli dell'occupazione, della domanda di beni strumentali e del processo di sviluppo del Mezzogiorno.
Particolare attenzione, comunque, viene riservata all'esame dell'ulteriore qualificazione dell'intervento pubblico nel settore delle attività produttive, nel quadro delle grandi linee di sviluppo del programma economico nazionale.
Nell'intraprendere l'azione rivolta al rilancio della domanda occorre infine tenere presente altri elementi essenziali a garantire la competitività, all'interno e all'esterno, delle nostre produzioni, per far sì che l'aumento della domanda globale si trasformi totalmente in impulso alle nostre attività produttive e, perciò, in aumento del reddito nazionale. In tale contesto si pongono, in particolare, i problemi concernenti il riequilibrio dei costi e ricavi all'interno delle aziende e le concentrazioni industriali.
È stato giustamente rilevato dall'onorevole Gagliardi che il punto chiave di tutto il complesso problema dell'accrescimento della produzione sta nella formazione del risparmio a cui è legato il problema degli investimenti, entrambi legati alla certezza in tema di politica monetaria. A tale riguardo ricorderò che il programma di sviluppo quinquennale specifica che il «finanziamento di un accresciuto volume di investimenti dovrà essere realizzato attraverso una attiva politica del risparmio, che stimoli per diverse vie una più elevata propensione delle varie categorie di percettori di reddito» e nel contesto di tale azione assume uno speciale rilievo la opportuna istituzione dei fondi comuni di investimento e di strumenti atti a stimolare il risparmio fra i lavoratori dipendenti.
Per quanto riguarda il problema delle concentrazioni industriali — posto dagli onorevoli Chiaromonte e Valori — è da osservare che sono le esigenze delle economie moderne a richiedere nuove forme di organizzazione aziendale. Su questa strada ormai si sta procedendo in molti paesi: in particolare negli Stati Uniti d'America e nel Giappone, e anche nei paesi della Comunità economica europea coi quali siamo in più diretta concorrenza. L'esigenza delle concentrazioni industriali si pone anche nel nostro paese e discende dalla necessità di produzioni a costi sempre più competitivi. Occorre, per altro, predisporre contemporaneamente opportuni strumenti legislativi in modo da evitare che, attraverso le concentrazioni industriali, possano acquisirsi posizioni di monopolio o di particolare dominio sul mercato. Di qui l'urgenza della approvazione della legge per le società per azioni e della legge per la difesa della libertà concorrenziale.
In conclusione, spesa pubblica e liquidità del sistema economico sono state al centro del dibattito per quel che concerne la politica economica del Governo. L'onorevole Alpino ha lamentato l'elevato livello della spesa pubblica che è stato paragonato al tarlo che minaccia la moneta; l'onorevole Malagodi, qualche giorno dopo, ha rilevato invece l'insufficienza degli investimenti per quanto riguarda la spesa, pur essa pubblica, per l'istruzione e per gli investimenti sociali. A parte il fatto che la spesa per l'istruzione e gli investimenti sociali non va diminuendo, ma crescendo, non dobbiamo dimenticare che è stata la spesa pubblica a sostenere, nella stabilità monetaria, la ripresa economica in atto.
Di fronte ad una situazione di larga liquidità del mercato — specialmente determinata dall'avanzo della bilancia dei pagamenti — era evidente la necessità che lo Stato ne utilizzasse parte per accrescere la domanda interna. Cosa che si continuerà a fare nel 1966, naturalmente lasciando tutto lo spazio necessario per gli investimenti privati.
Abbiamo più volte ripetuto che il problema più attuale è quello della ripresa degli investimenti; la soluzione di esso reclama, da una parte, la dilatazione della domanda interna, in quanto non si potrà far conto su di un aumento indefinito delle esportazioni, e dall'altra, la ricostituzione dell'equilibrio costi-ricavi all'interno delle aziende. Sia l'uno sia l'altro presupposto implicano il mantenimento della stabilità monetaria. Continueremo, pertanto, a far leva sulla spesa pubblica, che è strumento di espansione, ma strumento controllabile. Se poi gli investimenti privati dovessero riprendere in misura maggiore di quanto previsto nella relazione previsionale e programmatica, il Governo curerà di stabilire gli equilibri occorrenti. Si tratta, infatti, di problemi di limiti e di equilibrio all'interno dei quali la piena occupazione attira in modo preminente la nostra attenzione.
Non ci siamo nascosti, infatti, che le maggiori difficoltà della situazione congiunturale permangono nel settore dell'occupazione e ben conosciamo i sacrifici che tale situazione tuttora comporta per tanti lavoratori. Ed è proprio per tale motivo che ho qui affermato che una politica di espansione vuole essere caratterizzante il programma economico che il Governo si propone di attuare. Solo rinvigorendo la ripresa, spingendo il nostro sistema economico a ritrovare gli alti tassi di sviluppo per i quali, siamo convinti, ha in sé la possibilità, perseguendo, in altri termini, la piena occupazione, potranno essere superate le attuali difficoltà del mercato del lavoro da più parti ricordate nel dibattito.
In risposta a qualche cenno qui fatto devo dire che in nessun modo le difficoltà congiunturali dovranno prestarsi ed essere occasione di sopraffazione e di violazione dei diritti sanciti dalla legge a favore dei lavoratori. (Commenti all'estrema sinistra). Qualora ciò dovesse concretamente verificarsi, il Governo conferma che nell'ambito delle sue competenze agirà sempre con la massima fermezza, e decisione in difesa dei diritti di tutti i cittadini (Commenti all'estrema sinistra).
Sul piano dei provvedimenti legislativi a favore dei lavoratori ricordo che è già dinanzi al Parlamento un disegno di legge relativo ai licenziamenti individuali nell'ambito del cosiddetto statuto dei lavoratori sui quali temi il Governo tiene intenso contatto con le organizzazioni sindacali, convinto con ciò non di ledere l'autonomia del Parlamento, onorevole Chiaromonte, ma di soddisfare ad una esigenza di sostanziale correttezza democratica di cui si è fatto qui portavoce l'onorevole Zanibelli.
Per quanto riguarda poi le trattative sindacali che attualmente interessano importanti settori produttivi, mentre da un lato non posso che ricordare quanto già detto sulla necessità di un ordinato sviluppo dei redditi, a cui ha fatto eloquente riferimento l'onorevole La Malfa, d'altro lato devo affermare che il Governo non può in alcun modo interferire nelle attività contrattuali proprie dell'autonomia sindacale.
Per quanto riguarda la programmazione economica, a cui molti hanno fatto riferimento, confermo che riteniamo urgente che il Parlamento discuta un tema che già da tempo interessa il paese e al cui approfondimento hanno partecipato tutte le forze politiche e sociali e sul quale si è anche espresso il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro.
Il Governo ha valutato tutto ciò e ha definito un progetto di sviluppo economico che è ora innanzi alle Camere e nel quale sono contenuti orientamenti che già d'altra parte ispirano il nostro metodo di Governo.
In questo quadro non sono i problemi di date di riferimento o di aggiornamento statistico quelli che contano. Il meccanismo di revisione attuale che abbiamo previsto consente di adeguare continuamente il programma alla realtà economica, di aggiornare i periodi di attuazione dei diversi interventi, di modificare le stime quantitative. Ma ancor prima di tutto questo esistono nel programma direttive generali, obiettivi di sviluppo, interventi necessari per la sua attuazione. Solo l'approvazione del Parlamento potrà segnare l'inizio effettivo di certi adempimenti e, in particolare, rendere operanti gli strumenti della programmazione.
Riteniamo che nel nostro paese sia urgente dare avvio a questo processo di programmazione che noi abbiamo voluto come mezzo necessario, ed adeguato ai nostri principI ed alle scelte fatte in materia di libertà politica ed economica, per dare razionalità ed organicità ai diversi interventi dello Stato, per determinare l'attività economica pubblica e stimolare quella privata verso obiettivi di interesse generale.
Nel realizzare ciò non incorreremo in tentazione di centralizzazioni, desidero darne assicurazione all'onorevole Togni, ma instaureremo un colloquio organico e permanente, a cui già il Ministero del bilancio ha dato avvio, con i rappresentanti dei lavoratori, degli imprenditori, con le multiformi realtà ed esigenze locali che caratterizzano il nostro paese. Esse già hanno una voce nei comitati regionali per la programmazione e troveranno compiuta espressione con la realizzazione dell'ordinamento regionale.
Nel processo di programmazione che il Governo si propone di instaurare è obiettivo essenziale il perseguimento di uno sviluppo economico che sia non solo intenso, ma anche orientato alla eliminazione dei tanti squilibri ancora esistenti tra settore e settore e tra zona e zona del paese.
In particolare tengo qui a riconfermare che il Governo si sente impegnato e si propone di dare ulteriore impulso ad una azione a favore del mezzogiorno d'Italia per stimolare il sorgere in esso di attività produttive moderne ed efficienti che avviino, anche in questa zona del paese, un processo economico autopropulsivo, condizione essenziale per soddisfare le improrogabili esigenze degli abitanti del Mezzogiorno, per portare le loro condizioni di vita a livelli di maggiore civiltà, colmando il divario esistente con le altre regioni, per fornire ad essi, soprattutto occasioni di lavoro e livelli di reddito che facciano dei fenomeni migratori una libera scelta e non un'assillante necessità.
Per tutti questi motivi il problema del Mezzogiorno continuerà ad essere non l'occasione di provvedimenti parziali e straordinari, onorevole Chiaromonte, ma una delle caratteristiche fondamentali della nostra politica economica, in quanto riteniamo che solo agendo incisivamente per l'eliminazione dei più gravi squilibri potremo concretamente garantire le condizioni per un solido e duraturo progresso economico-sociale in tutto il paese.
Già in questa prospettiva il Governo sta attivamente procedendo specie per quanto riguarda l'applicazione sella legge 26 giugno 1965. La predisposizione del primo piano di coordinamento degli interventi straordinari ed ordinari nel Mezzogiorno è in fase di avanzata definizione e attualmente sono in corso i contatti con le amministrazioni e le regioni autonome per la messa a punto dei criteri di intervento.
Nel frattempo tuttavia, tenendo conto delle urgenti necessità delle regioni meridionali, il ministro per il Mezzogiorno, avvalendosi delle facoltà stabilite dalla legge, ha autorizzato la Cassa a realizzare il completamento di opere che, già previste nel piano precedente, non erano state realizzate per la nota deficienza di disponibilità.
Per quanto riguarda poi il problema connesso al vincolo legislativo a favore di investimenti pubblici nel Mezzogiorno, ricordo che esso è stabilito nella misura del 40 per cento degli investimenti delle amministrazioni ordinarie, calcolati al netto degli interventi effettuati dalla Cassa, e nella misura del 60 per cento dei nuovi investimenti delle imprese a partecipazione statale. Il Governo riconferma che tale riserva a favore del Mezzogiorno rappresenta un obiettivo minimo, che potrà essere concretamente superato nel quadro della gestione della politica di bilancio.
All'onorevole Chiaromonte, in materia di politica agricola comune, vorrei premettere anzitutto che appare arbitrario restringere l'esame dei problemi ad un singolo settore, prescindendo dai riflessi che la nostra adesione alla Comunità ha avuto e continua ad avere, nella sua globalità, sull'economia del nostro paese: l'opera del Governo nell'istanze comunitarie si ispira, per contro, proprio a questa esigenza di armonica ed equilibrata globalità, nel cui quadro siano equamente ripartiti, per ciascuno Stato membro, gli oneri ed i vantaggi.
Quanto agli accordi del 1962, essi avevano lo scopo di gettare le basi della politica agricola comune, in adempimento al trattato di Roma. E' evidente che, a quel momento, se si voleva influire sul livello dei redditi degli agricoltori non si poteva che puntare su una politica di sostegno dei prezzi; per altro, proprio ad iniziativa dell'Italia, venne sin dall'inizio affermato il criterio di uno stretto parallelismo e di una contemporaneità di azione fra tale politica di mercato e una politica di miglioramento strutturale, e ciò in considerazione della situazione di svantaggio della nostra agricoltura.
Nella stessa occasione da parte italiana vennero bensì accettati i principi sul finanziamento della politica agricola comune (e ciò per non creare ostacoli al passaggio alla seconda tappa del periodo transitorio), ma con l'esplicita riserva che tali principi — in quanto ci sembravano suscettibili, nella loro attuazione, di creare squilibri all'interno della Comunità — dovevano intendersi soggetti ad una ulteriore verifica alla luce delle esperienze, con possibilità ,perciò di una loro revisione.
E partendo da questa costante impostazione cautelativa che nel 1964 abbiamo ottenuto un riadeguamento della nostra contribuzione alle spese del F.E.O.G.A.
È alla luce di queste premesse e di queste direttrici che si svolge l'azione del Governo in sede comunitaria sui problemi del finanziamento agricolo; mentre — nel contempo — stiamo insistendo affinché sia assicurata un'adeguata regolamentazione comunitaria — che non si limiti soltanto agli aspetti protettivi, ma sviluppi anche efficaci forme di intervento per la trasformazione strutturale — nei settori agricoli che più direttamente interessano la nostra economia (ortofrutticoli, olivicoltura, ecc.).
Contrariamente a quanto sembra voler inferire l'onorevole Chiaromonte, il Governo è grato per le osservazioni ed i suggerimenti formulati dal C.N.E.L., il quale non è contrario, in principio, all'idea dell'accelerazione del mercato comune. Esso ha soltanto richiesto che l'accettazione da parte italiana di tale anticipazione sia accompagnata da un'appropriata azione in sede comunitaria, ispirata appunto al criterio dell'equilibrata globalità nello sviluppo del mercato comune, nonché — sul piano interno — ad un tempestivo adeguamento dei nostri sistemi legislativi, organizzativi e amministrativi.
L'onorevole Gex ha ripreso alla Camera i temi precedentemente trattati dal senatore Chabod nell'interesse della Val d'Aosta, dando cortesemente atto «che nessun Presidente del Consiglio aveva esposto in modo così analitico e preciso un programma per la Valle d'Aosta».
Posso ribadire, in via generale, la disponibilità del Governo per l'esame, anche in consultazione con i responsabili della regione, dei problemi che hanno attinenza con l'attuazione dello statuto regionale, compresi quelli della titolarità delle acque pubbliche e della scuola espressamente indicati dall'onorevole Gex, in aggiunta a quelli sui quali ho fornito indicazioni al senatore Chabod.
Circa la richiesta di provvedere al fabbisogno finanziario della regione, assegnando alla stessa quote fisse sui tributi riscossi, là dove l'attuale sistema prevede l'assegnazione per alcuni di percentuali variabili, lo scopo di una maggiore disponibilità di mezzi può ugualmente essere conseguito dalla regione in sede di accordo annuale sulle percentuali variabili, ove essa dimostri di avere effettivamente bisogno di un aumento delle proprie entrate. È comunque anche questo un tema che può essere discusso.
In ordine, poi alla «inesattezza» rilevata dall'onorevole Gex a proposito della strada di raccordo Aosta-Gran San Bernardo, il Ministero dei lavori pubblici mi conferma che per tale raccordo «sono già in corso i provvedimenti per l'appalto di due lotti, per complessive lire 454 milioni e 750 mila».
Circa le opere a protezione dalle valanghe sulla statale Pré-Saint Didier, può darsi assicurazione che l'«Anas» prevede di eseguire prossimamente, in base ad un progetto in corso di elaborazione, i lavori per un importo di 240 milioni.
Circa i prospettati problemi connessi con lo sviluppo turistico della valle, va osservato che molto può essere fatto al riguardo dalla stessa regione che ha competenza primaria proprio nelle materie «turismo, industria alberghiera e tutela del passaggio», «trasporti», «funivie», che sono tra quelle per le quali l'onorevole Gex avverte maggiormente l'esigenza di interventi.
Il Governo è, per altro, pronto a considerare con buona disposizione ogni possibile misura di sua competenza ed utile al migliore sviluppo dell'economia della valle.
La politica estera italiana, come ho detto varie volte e come è stabilito nel programma di Governo, ha per obiettivo fondamentale la pace nella sicurezza della nazione e rimane perciò fondata sulla lealtà verso l'alleanza atlantica con gli obblighi politici e militari che ne derivano.
Nelle dichiarazioni programmatiche e con la prospettiva di quegli sviluppi che sono diventati attuali in questi giorni, per l'azione intrapresa il 7 marzo da uno dei membri dell'alleanza, aggiungevo testualmente: «il vincolo dell'alleanza e l'integrazione che la rende veramente efficace sono coefficiente essenziale di sicurezza, ma anche elemento necessario dell'equilibrio mondiale e perciò della pace e della distensione dei rapporti est-ovest».
Successivamente nel discorso di replica al Senato, mentre i noti eventi cominciavano a precisarsi, ribadivo questi concetti.
«L'alleanza atlantica — dicevo — fu costituita in un momento di grave pericolo per il mondo occidentale. Contro talune pessimistiche previsioni, essa non ha minacciato la pace, l'ha anzi preservata, consentendo di intraprendere da posizione di sicurezza il dialogo fra est e ovest, dal cui sereno proseguimento tutti i membri della alleanza, e con essi l'Italia, ritengono possano dipendere felici sviluppi per il superamento delle attuali difficoltà nella politica internazionale.
«Sono stati messi in luce i rischi del riemergere di posizioni nazionalistiche (ed io vorrei osservare che esse potrebbero moltiplicarsi in modo sempre più pericoloso) e dell'accrescersi dei centri detentori del potere atomico. Io temo che da un rinnovato ed accentuato pluralismo nella realtà internazionale, e nell'età atomica, non derivino affatto prospettive positive per la pace del mondo. E nell'ambito delle organizzazioni, le quali assicurano l'equilibrio di potenza, che bisogna lavorare per dare uno stabile, umano e pacifico assetto ai rapporti internazionali.
«Da queste fondamentali ragioni di sicurezza, di equilibrio e di pace non potrà non essere ispirata l'Italia, quando, insieme con i suoi alleati, si soffermerà a considerare i risultati dell'alleanza atlantica, per prendere le sue decisioni circa il rinnovo del patto, il miglioramento delle sue strutture nell'ambito della integrazione, l'auspicato sviluppo dell'alleanza in una vera comunità di eguali, economica e politica».
Noi riteniamo dunque che non solo il trattato, ma l'organizzazione che ne deriva con il suo carattere multilaterale e alcuni organi integrati sono parimenti essenziali alla sicurezza del nostro paese.
L'alleanza atlantica, come ricordavo, ha dato prova della sua efficacia come strumento di difesa a mezzo di dissuasione, proprio mantenendo in tempi di pace una organizzazione militare integrata ed interdipendente che mette in comune gli sforzi e le risorse di ogni membro per la sicurezza comune.
In questo modo, trattato ed organizzazione non sono soltanto strumenti di difesa, ma, riflettendo la volontà dei paesi membri di consultarsi ed agire congiuntamente, costituiscono una accresciuta garanzia per una azione comune per salvaguardare le proprie libertà e, ad un tempo, promuovere la pace, il progresso e la prosperità internazionali.
E ovvio che i nostri impegni sono e restano delimitati nel contenuto e nell'estensione territoriale dalle stipulazioni del trattato; è pure naturale che l'esperienza fatta debba essere messa a frutto per migliorare l'organizzazione, ma, come ho già indicato, al Senato, nell'ambito dell'integrazione e con lo sviluppo di una vera comunità di eguali, economica e politica.
Se voi vorrete consentire, come io credo, a questi indirizzi del Governo, l'Italia potrà senza indugio esprimere questa costruttiva posizione nella sede atlantica appropriata, che proprio in questi giorni è chiamata a trattare l'importante problema.
Una costante della nostra politica estera è l'azione diretta a promuovere e favorire l'unità dell'Europa: l'abbiamo perseguita, anche nei momenti più difficili, e continueremo per questa via. Pur nelle temporanee difficoltà costituzionali, abbiamo dato il nostro contributo, nella riunione di Lussemburgo, alla ripresa dell'attività comunitaria, nel rispetto dei trattati, e ciò per attuare l'integrazione economica, che è premessa all'unità politica dell'Europa.
Noi persistiamo infatti nel nostro convincimento dell'utilità di stabilire contatti anche nel campo politico e ci auguriamo vivamente che gli sviluppi in corso non portino a un rallentamento dei legami già stabiliti o ad un impedimento di quelli che si andavano formando. La maggiore possibile affinità dei sei paesi è infatti un coefficiente importante per auspicati sviluppi politici. Teniamo a salvaguardare in ogni modo i nostri buoni rapporti con la vicina ed amica Francia: ed in tal senso ci adopereremo nei limiti delle nostre possibilità. Esprimiamo il voto che essa, nella consapevolezza di comuni interessi ed ideali mantenga il suo posto nella varie forme di solidarietà che ci hanno stretto sinora.
Le questioni connesse con il pericoloso focolaio di crisi esistente nel Vietnam sono state ampiamente e ripetutamente dibattute nei due rami del Parlamento, e hanno fatto oggetto di precise dichiarazioni del Governo.
Non posso quindi che ripetere quanto ebbi a dire nelle dichiarazioni programmatiche, rinviando anche alle precisazioni fornite in sede di replica: «L'Italia, nella comprensione già manifestata per la posizione e le responsabilità degli Stati Uniti d'America, ha sempre ritenuto si dovesse pervenire ad una soluzione politica e non meramente militare del conflitto e ha auspicato ed auspica un negoziato, sulla base degli accordi di Ginevra del 1954, a rendere possibile il quale deve condurre anche la buona volontà di Hanoi finora legata a condizioni che nel loro insieme appaiono irrealizzabili. Il Governo non mancherà di continuare a favorire un contatto fra le parti. Esso infatti si sente impegnato dall'ordine del giorno votato alla Camera dei deputati in sede di dibattito sul rimpasto del dicembre scorso ed è perciò pronto a favorire ogni seria iniziativa di pace, senza scoraggiarsi per le tante delusioni subite nel corso dei tentativi di stabilire un contatto negoziale compiuti da varie parti, anche le più autorevoli, e direttamente dal governo americano».
L'onorevole Ingrao ritorna sulla ipotesi che l'Italia diventi diretta partecipe delle vicende nel Vietnam. Lo stesso argomento è stato toccato dall'onorevole Valori e nei due casi la polemica su questo punto viene impostata sulla presenza nel Vietnam del noto gruppo di medici ed infermieri. La posizione italiana in argomento è stata, invece, più volte precisata in Parlamento, rilevando i limiti specifici e l'area geografica entro la quale operano i nostri, impegni atlantici. Il Vietnam non è compreso in tale zona, ma ciò non esclude né l'attenzione del Governo verso eventi che turbano l'equilibrio politico del mondo, né la sua sollecitudine per una pacifica soluzione del conflitto. D'altro canto non ci siamo sottratti al nostro dovere, per ridurre le sofferenze delle vittime della vicenda nel Vietnam.
L'onorevole Ingrao crede di intravvedere «un pauroso squilibrio fra la posizione del Governo e gli sviluppi della situazione», squilibrio che lo porta a pensare che il negoziato sia «assai poco», anche se egli aggiunge che il proporlo corregge le cose che ci venivano dette in passato.
Converrebbe anzitutto riportare nei termini della verità quest'ultima affermazione che è inesatta. Fin dall'insorgere della crisi il Governo italiano ha dichiarato che essa non può essere risolta sul piano semplicemente militare, ma deve trovare una soluzione di carattere politico. E che cosa significa «soluzione politica» se non proprio quella ricerca del negoziato che l'Italia continua a considerare come obiettivo inalterabile per il raggiungimento di una pace giusta e sicura?
Alla luce di queste considerazioni il Governo italiano non giudica che vi sia dissonanza tra la propria posizione e gli sviluppi della situazione: sviluppi che richiedono la costante sollecitazione di tutte le forze capaci di incoraggiare un processo diretto, nonostante tutte le difficoltà ed opposizioni attuali, a far sedere i contendenti al tavolo della pace.
Anche in questo ramo del Parlamento sono venuti in evidenza i problemi dell'Alto Adige con la manifestazione di opposte preoccupazioni. Esse però non hanno reale giustificazione di fronte alla politica del Governo, tesa a salvaguardare la integrità dello Stato ed i diritti dell'Italia ed insieme pronta a ricercare, mediante idonei provvedimenti, un modo più soddisfacente di vita per le minoranze di lingua tedesca e ladina dell'Alto Adige nel rispetto dei diritti della popolazione di lingua italiana residente in quella zona. A tale scopo il Governo, pur convinto di avere adempiuto agli obblighi derivanti dall'accordo De Gasperi-Gruber, intende utilizzare i risultati della Commissione del 19, per trarne autonomamente misure atte a facilitare la pacifica convivenza delle popolazioni dell'Alto Adige nell'ambito dell'autonomia riconosciuta dalla Costituzione e con il migliore ordinamento di essa.
In occasione di questo esame, del quale sono evidenti la complessità e la delicatezza, il Governo ha inteso sondare la possibilità di vedere superata, in forza di autonome decisioni la controversia insorta tra Italia ed Austria e per la quale è intervenuto un invito dell'O.N.U. al contatto tra le parti. Dopo incontri a vari livelli, e malgrado una insoddisfacente risposta austriaca è aperta la ricerca di idonee formule che risolvano nel modo migliore i problemi dell'autonomia e consentano il superamento della controversia in corso. Non è stato e non sarà perduto tempo, benché non tutto dipenda da noi. Nello spirito della Costituzione lo Stato italiano nella sua indiscutibile integrità darà tutela alle minoranze, sapendo che esso non perde prestigio in ogni attuazione democratica.
Le affermazioni dell'onorevole Cuttitta circa la scelta politica che sarebbe stata compiuta dal Governo nel 1960, partecipando alla discussione sul problema altoatesino alle Nazioni Unite, non possono non provocare gravi perplessità per l'erronea interpretazione che lo stesso onorevole Cuttitta sembra dare ad una fase della politica estera italiana. Infatti, l'onorevole Cuttitta dimostra di aver dimenticato che non fu il Governo italiano a rivolgersi alle Nazioni Unite ma che l'iniziativa di sollevare la questione dell'alto Adige in quel consesso internazionale fu presa dal governo di Vienna. A suo tempo, il Governo ritenne di non rifiutarsi al dibattito...

CUTTITTA. Non si doveva andare all'O.N.U.! Questo fu l'errore.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ...soprattutto per la sua serena coscienza e per seguire una politica di ferma adesione ai principi delle Nazioni Unite che costituiscono la base per lo sviluppo pacifico della comunità internazionale. Dal dibattito emerse, per altro, un sostanziale vantaggio per l'Italia: quello che da parte delle Nazioni Unite fu riconosciuto il carattere strettamente giuridico della controversia italo-austriaca, la quale, conseguentemente, deve essere riferita solo all'accordo di Parigi del 5 settembre 1946, il quale è basato sul presupposto del pieno riconoscimento della sovranità italiana in Alto Adige.
Per quanto riguarda l'accenno fatto dall'onorevole Vaja alla circostanza secondo la quale gli altoatesini di lingua tedesca si troverebbero nell'attuale posizione di minoranza di fronte al resto della popolazione italiana, senza aver mai potuto esprimere in proposito una loro volontà, è da tener presente, oltre che l'intangibilità di una frontiera stabilita dal trattato di pace, il fatto che la stragrande maggioranza degli altoatesini del gruppo di lingua tedesca, che avevano optato per la cittadinanza germanica, chiese, dopo la guerra, di essere reintegrata nella cittadinanza italiana.
Vorrei ora soffermarmi, con qualche rilievo critico, sull'origine, lo sviluppo e la conclusione della crisi alla luce delle interpretazioni che ne sono state date in questo complesso dibattito.
L'onorevole Valori, in un discorso dalla forma garbata, ma di forte opposizione, ha menato vanto di avere rotto gli indugi e portato in sede parlamentare con il voto negativo sulla scuola materna il confuso ed elusivo discorso di verifica che si trascinava da tempo per iniziativa della stessa maggioranza. Su questo punto ho ricostruito gli avvenimenti con assoluta sincerità, rivendicando la serietà del proposito di verifica politica e programmatica, al quale avrebbe anche potuto seguire una crisi, ma assai meno logorante e costosa, per il necessario adeguamento della compagine ministeriale.
Le opposizioni hanno esercitato un loro incontestabile diritto nel far precipitare la situazione, né io vorrò rimproverarle per questo. Ma ci si può domandare: con quali obiettivi hanno esse agito e con quali risultati? Sia pure con un processo più lungo è tormentato, la situazione è tornata al punto di partenza e si è risolta nella verifica politica e programmatica e nella ricomposizione del Governo, così come era nelle previsioni. (Interruzione del deputato Servello).
Ma la crisi è costata qualche cosa, più che ai partiti, al paese. Certo le opposizioni palesi ed occulte hanno sempre il diritto di coalizzarsi e di fare il loro gioco. Ma mi sarà consentito almeno ricordare che il coagulo di forze che ha messo in minoranza il mio secondo Governo era contraddittorio, contingente ed impotente. Poteva distruggere, ma non costruire. Ed aggiungerò che nel cogliere questa occasione, si era ben consapevoli di questo dato, che non ora questo un incontro costruttivo, che esso ha sacrificato non tanto una posizione di governo, quanto un progresso indiscutibile in una moderna organizzazione scolastica.
Nel dire queste cose non provo rammarico e non faccio alcun rilievo negativo. Dico solo che far precipitare la situazione ha valore per l'opposizione, se schiude per essa un'apprezzabile prospettiva. Altrimenti è un giuoco tattico che non può essere iscritto al suo attivo. E non ho da dire altro su questo punto: tanto meno chiedere comprensione e collaborazione per una maggioranza che non sappia reggere ad una prova importante. Esprimo solo un giudizio di maturità o piuttosto d'immaturità.
Per lo svolgimento della crisi da varie parti si è lamentata una mia continua e varia presenza nel corso del suo svolgimento. Val quanto dire che questo fatto va considerato artificioso e sospetto. Ma io non ho cercato di perpetuare ad ogni costo un potere che è stato sempre e solo per me un dovere che gli uomini e le cose m'imponevano e che, come tale, non ho creduto di poter rifiutare. Le designazioni dei partiti, anche nei momenti più difficili, furono unanimi e costituirono la base di una corretta ed obiettiva designazione del Capo dello Stato. Queste attestazioni di fiducia mi hanno altamente onorato e ad esse ho cercato di corrispondere con un'iniziativa tenace, disinteressata e fedele.
Ho già detto che l'ostacolo maggiore, superato con meritorio sforzo di reciproca buona volontà, fu la difficile ricerca di un equilibrio politico, che sembrava risiedere tutto nella composizione del Governo, ma, nel suo significato politico, andava bene il di là di esso. Questo equilibrio è stato trovato ed ha reso possibile, nell'integrità dei partiti, che si affermasse il vero valore della politica di centro-sinistra. L'onorevole Valori lo contesta, svaluta i problemi di struttura del Governo, parla, senza mezzi termini, di una inversione di rotta politica. Ma la sua interpretazione è fantasiosa talvolta ed eccessiva: non è aderente alla realtà del paese ed al momento storico, contro i quali non si costruisce niente.

VALORI. È la stessa interpretazione che hanno dato gli onorevoli De Martino e La Malfa. Legga l'Espresso!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. È comunque falso che sul programma non si sia discusso come hanno detto con lui anche altri oratori che hanno immeschinito una crisi dura ed essenzialmente politica in una lotta per il potere. Del programma si è discusso sulla base di un accordo di massima già largamente positivo.
La crisi si è conclusa con la riconferma, sofferta, ma sicura, della volontà di collaborazione dei quattro partiti; non con uno stanco soggiacere ad un'esigenza ineluttabile, ma con la consapevole e libera accettazione di un rinnovato incontro politico, mancando il quale non si sarebbe temuto di affrontare il corpo elettorale. Una decisione libera, dunque, una decisione positiva, una comune valorizzazione di forze politiche che non hanno annulla-to di colpo né intendono annullare le loro differenze, ma hanno obiettivi comuni, un sufficiente affiatamento, una sensibilità per le esigenze del paese, la consapevolezza di un dovere da compiere. È un incontro che mobilita forze politiche impegnate nel difendere, pur partendo da presupposti ed ideali diversi, il bene supremo della libertà, a fare di essa lo strumento insostituibile di ogni civile progresso.
In questa formula si spinge più innanzi che per il passato la schiera dei difensori dello Stato e delle sue istituzioni, di coloro che fanno la loro battaglia, non come forza d'urto e di protesta, ma come pazienti costruttori di uno Stato garante di libertà e realizzatore di giustizia. Questo è, onorevole Malagodi, un grande passo innanzi, un salto qualitativo nella vita democratica in Italia. Divergenze, difficoltà e rischi non mancano mai in una così grande impresa. Ma è pur certo che masse popolari più vaste sono conciliate con lo Stato democratico, perché credono nella sua forza redentrice e rinnovatrice che esse stesse contribuiscono a creare ed a rendere irresistibile. (Interruzione del deputato Gambi).
Non si stupisca dunque, onorevole Malagodi, se ho parlato di quello che abbiamo costituito come dell'equilibrio politico più avanzato del nostro paese. Se è la terminologia che la spaventa, vi colga una semplice verità, ma di grande portata, e cioè che in questo equilibrio sono in posizione di responsabilità uomini e ceti lungamente esclusi dall'esercizio del potere e che ciò avviene nel rispetto dei diritti della persona, nella saldezza delle istituzioni, nel rispetto degli interessi permanenti della nazione. Al di là del dettaglio è l'insieme che conta come un punto significativo in un processo di evoluzione storica. Ed in questo senso la soluzione della crisi, il fatto che non si sia tornati indietro, ma si sia continuato ed avanzato, è un fatto innegabilmente positivo.
Per la delimitazione della maggioranza abbiamo registrato le solite polemiche e le solite incomprensioni. Gli onorevoli Delfino e Romualdi hanno lamentato che il loro gruppo sia fuori gioco. Ma in realtà esso è nel gioco dell'opposizione, la quale ha un ruolo importante e significativo nella dialettica democratica. Io mi sono sforzato di evitare ogni equivoco e confusione, benché l'esperienza di questi anni di aperto e polemico confronto abbia reso meno urgente questa precisa indicazione di confini. E mi sono preoccupato insieme di riaffermare il corretto gioco politico e parlamentare che colloca la maggioranza e le opposizioni al loro giusto posto senza discriminazione delle persone, quale che sia la profondità e stabilità del dissenso che emerge da un maturato giudizio.
L'onorevole Valori ha chiesto rispetto per il suo partito ed io credo che questo rispetto in me non sia mai, doverosamente e naturalmente, mancato. Non si dolga l'onorevole Valori, se ho chiamato ovvia l'esclusione dalla maggioranza del partito socialista di unità proletaria. Nessuna contestazione ho inteso fare della sua autonomia, ma solo rilevare che quella collocazione è del tutto naturale per un partito che si è costituito proprio per combattere la politica che questo Governo persegue.
E qualche rilievo ritengo opportuno anche per il discorso dell'onorevole Ingrao che un quotidiano romano immagina in dialogo con me, entrambi, anche in effige, sorridenti ed invitanti al reciproco incontro. (Commenti). Ironia della sorte, poiché lo slogan comunista nel congresso e nella crisi fu «via Moro». Ed a questo proposito desidero ringraziare delle sue parole generose ed amichevoli l'onorevole De Martino. Io non ne sono certo offeso, trattandosi di un sia pure esasperato giudizio politico. In queste condizioni il dialogo sembra frutto della fantasia. Esso è cosa ben diversa dal corretto rapporto che, conscio della responsabilità del Governo di fronte all'intera nazione, intendo stabilire con tutte le opposizioni.
Vi è chi ha voluto speculare sulle mie osservazioni relativamente al voto sulla scuola materna. Ma ne ho già chiarito la portata, rispondendo all'onorevole Valori. Mi sono guardato bene dal chiedere qualsiasi cosa né ho pensato a negoziare, come l'onorevole De Martino ha opportunamente rilevato, sottobanco o soprabanco. E ciò, sia che si tratti di un piccolo sia che si tratti di un grande partito. (Interruzioni dei deputati Pajetta e Macaluso).
Un lettore attento avrebbe del resto rilevato che io ho messo in luce le tante occasioni mancate, obiettivamente, in questo ventennio, perché il P.C.I. esprimesse un giudizio positivo su temi ai quali esso annette grande importanza. Ed un lettore attento del mio discorso (e mi dispiace che l'onorevole Malagodi su questo punto non lo sia stato) avrebbe egualmente notato che io ho affermato che la maggioranza deve essere, per natura sua, autosufficiente e che, se non fosse capace di portare avanti il suo programma da sola, essa sarebbe con ciò stesso dissolta.
Non si tratta dunque di chiedere aiuto al partito comunista o a chiunque altro. Si tratta piuttosto del giudizio positivo o almeno non ostile che una qualsiasi opposizione (ed anche questo era ben chiaro nel mio discorso) può esprimere su punti del programma, in vista della loro rispondenza alle esigenze del paese, in aggiunta e non in surrogazione dei voti della maggioranza.
Non è in vista dunque, lo dico ancora una volta, uno statuto speciale per l'opposizione dell'estrema sinistra, quali che siano le difficoltà che dovremo affrontare e che ci daranno esse la misura della nostra capacità e del nostro diritto di esistere. La ragione del dissenso con i comunisti è troppo nota, perché essa debba essere ripetuta qui. È un dissenso profondo, ben più forte di fortuite coincidenze sul alcuni punti programmatici. È un dissenso sulla libertà; è un dissenso sul dato di fondo della nostra politica estera equilibrata e pacifica, ma ancorata ai fatti, attenta agli interessi del paese, preoccupata di non intaccare la fedeltà agli obblighi che ci vincolano e ci difendono. C'è un gran parlare di novità nel mondo comunista e qualche novità a fatica si intravvede. Ma sta di fatto che nessun regime comunista, nella realtà storica, ci mostra risolti o in via di risoluzione i grandi problemi della libertà nella società e nello Stato. Nessuno ci garantisce il diritto inalienabile del dibattito, del dubbio, dell'errore, della feconda ricerca della verità come un valore assoluto contro la ragione di Stato e le esigenze della rivoluzione. (Vivi applausi al centro e a sinistra).
Non vi sono dunque margini di negoziato possibile. C'è il rispetto per la dialettica democratica che può, essa sola, effettuare la conquista di una nuova e libera concezione dell'uomo nella società e della gestione del potere. Fuori di questo è l'incontro opportunistico che ogni democratico, pur nel rispetto delle persone, respinge.
L'onorevole Malagodi con più vigore ha denunciato l'accettazione da parte del Governo di obiettivi politici che sono propri del partito comunista. Il dialogo, cioè, è nelle cose e la critica comunista non è su quel che il Governo vuole, ma sul fatto che non lo vuole o non lo vuole abbastanza. Una differenza, per così dire, di quantità e non di qualità. Ma credo di avere chiarito perfettamente quali sono i nostri obiettivi, con quale spirito li perseguiamo, in quale contesto politico d'insieme si colloca la nostra azione. E ciò esclude ogni confusione e rende impossibile, come del resto si è potuto sperimentare, ogni compiacenza nei nostri confronti. Anche per le regioni, la nostra ispirazione è schiettamente democratica ed autonomistica e niente affatto strumentale. Paradossalmente, proprio la critica liberale ai cattolici di volere le regioni come vendetta contro lo Stato risorgimentale ed unitario sta a dimostrare, pur nella sua infondatezza, quanto sia antica ed originale questa ispirazione.
Ciascun partito, dunque, è giunto a questa visione nuova dell'organizzazione dello Stato per una propria strada. La valutazione che il partito comunista fa di questa riforma è stata ed è oggetto di critica, né io voglio riprendere ora questa polemica. Ma si vorrebbe dire che nulla possa essere fatto, benché ritenuto utile, perché richiesto anche, per propri fini, dal partito comunista? Sarebbe attribuire all'opposizione un potere di veto. In realtà la fisionomia politica del governo è ben definita, così come è delimitata la sua maggioranza. La parziale convergenza di obiettivi, che riguarda non solo il partito comunista, ma anche altri partiti, non intacca questa netta caratterizzazione, ma se mai dimostra che, pur nella dialettica democratica nella quale il Governo ha la sua posizione contestabile e contestata, esso realizza per un compito ..suo proprio l'equilibrio della comunità nazionale e risponde, di volta in volta, a esigenze vitali alle quali le stesse opposizioni non possono essere indifferenti.
Come non vi è stata dunque una involuzione a destra, così non vi è nel nuovo Governo, ed in generale nella formula di centro-sinistra, nessuno scivolamento a sinistra, nessuna indulgenza verso i comunisti. La nostra è un'autonoma e schietta piattaforma democratica, una democrazia avanzata e tesa nella realizzazione di tutti i suoi obiettivi di liberazione dell'uomo e di assicurazione della dignità, del benessere, della giusta solidarietà delle persone. Anche una tale qualificazione della democrazia, che vogliamo realizzare come propria di una coalizione come questa, ci lascia, onorevole Malagodi, in un ambito schiettamente democratico, senza che si faccia un passo, a parte la terminologia, verso il partito comunista.
Le considerazioni che abbiamo svolto sin qui stanno a dimostrare l'inconsistenza della prospettiva di una larga convergenza di forze, così come è stata accennata nel discorso carico di tensione dell'onorevole Ingrao. Essa è la nuova maggioranza che si dice presente nel paese e in una certa misura nel Parlamento, benché inviluppata e soffocata da pregiudizi e da timori; un dato però ineluttabile della realtà politica italiana è destinato a farsi strada dinanzi alle pressanti esigenze della comunità nazionale ed allo schieramento unitario e rivendicativo delle forze sociali più attive del paese.
Questa unificazione a sinistra viene considerata vera ed efficace, in contrapposizione a quella incompiuta e scarsamente influente prospettata dai partiti di democrazia socialista. Ma gli ostacoli sono e restano insuperabili. Non vale a rimuoverli il groviglio dei grandi problemi che sono dinanzi al paese e la spinta delle forze sociali che in essi sono prese e che ne attendono soluzione. Questi problemi noi conosciamo e vogliamo risolvere sulla base della nostra forza e della nostra iniziativa, interpreti, come dobbiamo essere e siamo, delle aspirazioni generali della comunità nazionale. Quali forze siano effettivamente disponibili e possano essere utilizzate nella funzione di orientamento e di guida di questo processo di sviluppo e di giustizia che impegna certamente tutto intero il popolo italiano, deriva da una valutazione politica generale, da una convergenza di base sui temi della libertà, da sufficiente affinità nella interpretazione degli interessi nazionali nel contesto mondiale e nell'indirizzo della politica internazionale dell'Italia.
Anche l'onorevole Ingrao accenna, per deprecarle, alle tensioni che l'esclusione dal vivo della lotta e della responsabilità politica di vaste masse popolari produrrebbe. Che è un altro modo per dichiarare l'ineluttabilità della nuova maggioranza. Ma se questa è un'offerta di collaborazione, rispondiamo, il che fa tutt'uno con la costituzione di questo Governo e la delimitazione della maggioranza, che non v'è tra noi la fiducia indispensabile per costituire una leale intesa. Se si tratta invece, non dirò di una minaccia, ma almeno della indicazione di un pericolo, rispondiamo che non lo temiamo, perché crediamo nella forza delle libere istituzioni, perché abbiamo dalla nostra parte uno spirito creativo di libertà e di giustizia che è destinato ad incidere profondamente nella coscienza pubblica ed a fare avanzare sempre più efficacemente la vita democratica del paese. (Applausi al centro). Non abbiamo timore perciò del contatto con il corpo elettorale. Le elezioni amministrative si svolgeranno alla data stabilita dalla legge.
All'onorevole Iotti, che ha svolto un intervento sui problemi del mondo femminile desidero dare assicurazione che il tema dell'occupazione delle donne e della loro attiva presenza nella vita economica della nazione, come un fatto normale e non di ripiego, e tenuto ben presente dal Governo nell'ambito del piano quinquennale di sviluppo. Per quanto riguarda le altre questioni accennate dall'onorevole Iotti e che sono, come la onorevole collega non si è dissimulato, di grande e delicato rilievo, posso confermare che sarà presentato, come ebbi a preannunciare, un disegno di legge recante nuove norme in materia di diritto di famiglia e di successione. Esso è ancora sottoposto all'esame collegiale del Governo, sicché non posso ora dare anticipazioni sul merito del provvedimento.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito che oggi si conclude è stato così ricco e ha dischiuso così ampi orizzonti, che non posso certo avere la pretesa in questa mia replica di coglierne tutti gli spunti e di dare risposta a tutti gli interrogativi che sono stati proposti. Queste mie dichiarazioni finali fanno corpo dunque con il mio discorso di presentazione e con la mia replica in Senato. Dico queste cose, perché non appaia inammissibile scortesia il fatto che io non raccolga tutte le interessanti intuizioni e prospettive che sono emerse in questa discussione sulla fiducia.
Io posso dirvi in conduzione che il Governo, consapevole del delicato equilibrio politico che in sé esprime e dei compiti di libertà, di dialogo politico, di sviluppo economico e sociale, di rafforzamento della vita democratica, di tutela degli interessi nazionali e della pace del mondo che sono ad esso affidati, farà tutto il suo dovere di fronte alla nazione.
Noi siamo insieme, ed abbiamo creduto nostro dovere di essere insieme, per una ragione essenziale: assicurare in Italia il gioco democratico, salvare la libertà, garantire la normale evoluzione sociale e politica. Potrà sembrare questo un dato ovvio, una realtà acquisita dopo la ventennale esperienza della rinascita democratica in Italia. Potrà sembrare un sistema, essenziale sì, ma che può essere garantito anche da altre forze, un dato puramente preliminare che non tocca il vivo della lotta politica. Potrà sembrare una meta troppo poco ambiziosa per partiti popolari mossi dalla volontà di realizzare un profondo rinnovamento in ogni campo ed una più larga ed incisiva presenza delle masse nella società e nello Stato. Eppure questo è ancora l'essenziale premessa di ogni sviluppo e di ogni progresso. Eppure è questa la massima responsabilità delle forze politiche dirigenti, proprio di quelle più impegnate nel senso del mutamento e del progresso. Chi assicura questa condizione essenziale della vita democratica, ha diritto di guidare la comunità nazionale. Chi assicura questa premessa di tutto il sistema politico, è veramente protagonista della vita della nazione.
La crisi poneva questo come primo interrogativo e ad esso è stata data, con la costituzione del Governo, una risposta positiva. Si è delineato così lo spazio adatto per ogni iniziativa politica concreta, per ogni assunzione di responsabilità, per ogni azione rivolta a toccare con positive innovazioni le strutture sociali e politiche alle quali è legata la sorte della persona e la giustizia della società. A questa iniziativa di rinnovamento noi teniamo come a cosa di straordinaria importanza. Vi siamo legati profondamente, senza che questo attaccamento sia in nessun modo diminuito dalla visione realistica e prudente che abbiamo della realtà economica,. il cui retto svolgimento condiziona ogni autentico rinnovamento sociale.
E tuttavia il bene più prezioso è la libertà, la regolarità della vita democratica, l'apertura ad ogni positiva evoluzione sociale e politica. Sappiamo bene in quale mondo viviamo, quali forze premono verso mete di progresso, quali sono le profonde e rivoluzionarie trasformazioni della tecnica, del modo di vita, della organizzazione sociale. Tutto ciò, nei limiti in cui può essere fatto proprio, con coraggiosa iniziativa, da un paese come il nostro, attiene al contenuto della politica italiana, che vogliamo il più ricco, il più giusto, il più umano, il più degno del tempo nel quale viviamo. Ma nel valore della libertà si riassume tutto. Ed il segno della grande evoluzione che questa coalizione è andata a mano a mano creando, è che garanti della libertà sono anche nuove forze, con le quali avanza e si consolida la vita democratica.
Questo è il nuovo impegno che abbiamo insieme confermato nel tormentato svolgimento della crisi e che attende la sanzione definitiva del Parlamento. A noi basta la coscienza della fedeltà a tutte le esigenze che la democrazia italiana propone, una garanzia che diamo ai lavoratori ed a tutti i cittadini. È un avvenire di libertà che stiamo dunque dischiudendo all'Italia, riprendendo con pazienza e misura, ma con ferma decisione, il cammino che era stato interrotto. (Vivissimi applausi al centro e a sinistra — Congratulazioni).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 14-15 marzo 1966

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconti delle sedute di lunedì 14 e martedì 15 marzo 1966)


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