LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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III° GOVERNO MORO: REPLICA DI ALDO MORO AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 8 marzo 1966)

Il II governo Moro si dimette il 21 gennaio 1966, dopo un voto contrario in Parlamento sulla legge sulla scuola materna statale. La crisi è piuttosto lunga, ma il Presidente del Consiglio incaricato (lo stesso Aldo Moro) riesce a sciogliere la riserva ed a ricostituire un governo organico di centro-sinistra con DC, PSI, PSDI e PRI. Si tratta quindi del III governo Moro, che si presenta al Senato per il voto di fiducia nel giorno 3 marzo.
L'8 marzo Moro replica alla conclusione del dibattito del Senato, ottenendo successivamente il voto di fiducia.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Presidente, onorevoli senatori, credo di poter rispondere brevemente al termine di questo interessante dibattito, perché le posizioni espresse nel mio ampio discorso di presentazione possono essere, a mio avviso, confermate pur dopo avere attentamente valutato le riserve e le polemiche qui manifestate dalle opposizioni. Ringrazio tutti per i loro interventi con i quali hanno, comunque, contribuito a chiarire l'attuale momento politico. Ringrazio in modo tutto particolare i senatori Viglianesi, Cenini, Giraudo, Battino Vittorelli, Bolettieri, i quali hanno dato, a nome della maggioranza, la loro cordiale adesione al nuovo Governo in vista dei suoi obiettivi politici e del suo programma. Molti interventi sono stati indirizzati ad esaminare il modo secondo il quale la crisi si è prodotta, si è svolta, si è alfine conclusa. Ma in verità non sono emersi elementi nuovi, tali da mettere in forse la ricostruzione obiettiva che avevo dato degli avvenimenti. Io non ho nascosto le difficoltà insorte, quando ci si è trovati di fronte al radicale riesame della situazione che noi stessi avevamo voluto, al di là del proposito iniziale, avendo colto nella maggioranza un disagio che meritava di essere approfondito e che si era espresso in voti parlamentari contraddittori.
E merito dei partiti di avere affrontato in modo radicale, proprio a fini di chiarezza e d'impegno, il problema di un nuovo e costruttivo rapporto nell'ambito della coalizione. Ripeto che ha un valore positivo proprio il fatto che difficoltà, anche gravi, siano state affrontate e che si sia giunti ad una soluzione positiva della crisi di Governo. Respingo quindi le interpretazioni pessimistiche che scaturiscono da una valutazione eccessiva del certo lungo e tormentato iter della crisi. Respingo le accuse che al Governo sono state rivolte di essere esso fondato su contraddizioni e cattivi compromessi, su di un fragile e precario equilibrio, su di una irrimediabile e non risolta eterogeneità della coalizione. Un vizio di fondo cioè che la crisi avrebbe eluso, senza poterlo eliminare, mancando così al suo scopo di chiarimento e di stabile assestamento politico. Ed invece io credo che vi sia stata una vera soluzione, una certa acquisizione politica, in forza della quale, è consentito al Paese di riprendere il suo cammino sotto una guida equilibrata ed efficace. Sono stato accusato dai senatori Veronesi e Nencioni di aver dato atto, senza che il problema fosse stato sollevato, della correttezza con la quale il Capo dello Stato ha guidato la crisi verso la sua soluzione. Ma io ho ritenuto doveroso rispondere così ad ingiusti attacchi di stampa ed a posizioni critiche abbastanza trasparenti. Per il senatore Battaglia, poi, la crisi si sarebbe svolta al di fuori del Parlamento ad opera di ristrette oligarchie di partito, incapaci di interpretare nel retto ordine costituzionale le esigenze della situazione e le aspirazioni popolari. Fummo in passato criticati per avere operato rimpasti che avrebbero avuto il significato e la portata di vere crisi politiche e di averlo fatto per sfuggire all'intervento del Parlamento ed al controllo delle opposizioni.
Voglio ora confessare che, tra i motivi che mi hanno indotto ad aprire senz'altro la crisi, vi sono stati questi rilievi che io ritenevo e ritengo ingiusti, ma ai quali ho voluto dar peso proprio per lo scrupolo di rispettare fino in fondo le prerogative del Parlamento. Ma quando la crisi è aperta e si svolge secondo la prassi, e del resto la logica, e cioè con le consultazioni dei Gruppi parlamentari, i quali per di più questa volta si sono tutti riuniti in assemblee plenarie, quando ogni posizione di vertice, oltre che ricevere ispirazione dalla base, è sottoposta alla ratifica di ogni parlamentare nell'esercizio del mandato che lo fa rappresentante della Nazione, quando la decisione definitiva, libera e sovrana spetta a questa Assemblea, non vedo davvero come si possa ritenere il Parlamento estraniato dalla soluzione della crisi. Né si può dire, che una manomissione di queste prerogative sia avvenuta perché un aperto dibattito ed un voto di sfiducia non hanno preceduto ed orientato questa crisi. Si può certo sostenere la logica rigorosa per la quale un Governo nasce con la fiducia e finisce solo con una manifestazione di aperta sfiducia. Ma, a parte la considerazione che il Governo è stato in questo caso messo in minoranza su di un tema per il quale in precedenza aveva chiesto ed ottenuto un voto di fiducia, che è stata così, sia pure in modo abnorme, ritirata, è opportuno considerare che un dibattito in queste circostanze non avrebbe trovato presumibilmente un Governo disposto nella sua integrità a rispondere dinanzi al Parlamento ed avrebbe inasprito in modo pericoloso i contrasti, rendendo più difficile la via da percorrere per la soluzione della crisi.
Mi pare dunque che il Parlamento non sia stato aggirato ed escluso, ma sia rimasto invece sovrano e determinante.
Malgrado le osservazioni che sono state avanzate da varie parti, ritengo rigorosamente esatta la mia indicazione circa le alternative proposte nel corso di questa crisi e che la soluzione realizzata con la costituzione di questo Governo non aveva e non ha alternative politicamente valide. Al senatore Veronesi osserverò che io mi sono limitato ad indicare obiettivamente le varie tesi prospettate nel corso della crisi, in contrasto con quelle della maggioranza, dalle opposizioni. È falso che io abbia presentato il dilemma: o maggioranza di centro-sinistra o maggioranza di sinistra estesa fino ai comunisti. Tanto più falso è poi che abbia usato quest'ultima prospettiva, da me nettamente esclusa nel mio discorso, come un'arma di ricatto nei confronti della Democrazia cristiana.
E' certo noto che io ritengo in concreto la politica di centro-sinistra la sola consentita dalla situazione parlamentare ed imposta da ragioni di equilibrio politico e di salvaguardia della vita democratica del Paese. Mancando le condizioni per attuare questa politica, si sarebbe dovuto fare ricorso, non già ad una maggioranza di sinistra, ma, per un chiarimento di fondo, alla fonte popolare del potere. Questa, come ho già detto, era l'opinione unanime dei quattro partiti, i quali peraltro hanno potuto assicurare, con senso di responsabilità e di misura, la ripresa di una collaborazione altamente apprezzabile.
Non si tratta peraltro, lo ripeto, di una situazione di necessità nella quale si sia costretti senza rimedio. Nei ristretti margini di manovra che l'attuale momento politico consente, è stata fatta dai partiti una scelta positiva e costruttiva che ha avuto una conferma consapevole nel corso di questa crisi. Se questa scelta fosse stata tale da compromettere le essenziali ragioni di vita dei partiti della coalizione, il ricorso alle elezioni sarebbe emerso come un'esigenza dal seno stesso della maggioranza in considerazione della impossibilità di utilizzare un qualsiasi schieramento politico nell'attuale realtà parlamentare. Il fatto che ciò non sia stato necessario e che la crisi abbia potuto essere superata, utilizzando le forze politiche disponibili, sta a dimostrare che essa ha avuto una soluzione non di costrizione, ma di libertà, una soluzione vera e non una rabberciata e che nel nuovo Governo si riflette, con rinnovato vigore, un equilibrio politico essenziale al Paese nell'attuale fase di sviluppo della società italiana.
Alle alternative delle opposizioni, così come io le avevo indicate nel mio discorso di presentazione, sono stati apportati, nel corso del dibattito, rettifiche e chiarimenti. Ma essi non mi appaiono persuasivi e tali da modificare la valutazione politica che io avevo dato. Il senatore Turchi ha voluto precisare che l'alternativa proposta dalla sua parte non era quella elettorale, che sarebbe stata invece, a suo giudizio, tatticamente adoperata, per indurre i partiti a stipulare un accordo che essi, altrimenti non avrebbero potuto accettare. Ma ho già dimostrato l'inconsistenza di questa interpretazione.
Le elezioni delle quali abbiamo parlato, ha proseguito il senatore Turchi, erano solo espressione di giusta polemica, una specie di sanzione di fronte alla cattiva volontà di adoperare, come sarebbe stato possibile e doveroso, l'attuale schieramento parlamentare in modo più utile al Paese che mediante la ricostituzione di un Governo di centro-sinistra.
Ebbene, si profila così di nuovo la illusoria (e meramente propagandistica) indicazione di una nuova maggioranza a destra. Quanto questa prospettiva sia lontana dalla realtà, c'è appena bisogno di dire. Non c'è nessun partito della coalizione che potrebbe ammettere un simile brusco spostamento dell'asse politico del Paese, un così radicale mutamento nella linea costantemente seguita per dare sicurezza ed equilibrio alla vita democratica, combattere pericolose tensioni sociali e politiche, evitare riflussi alla sinistra estrema, assicurare la normale evoluzione politica che fa tutt'uno con la espansione della vita democratica. Più uomini al potere, più difensori della democrazia, più cittadini che hanno fiducia nello Stato ordinatore e garante di giustizia.
Parimenti illusoria, come ho già detto, è la maggioranza di sinistra, estesa fino al Partito comunista, della quale si è parlato e si continua a parlare come di un dato profondo e, alla lunga, ineluttabile della vita politica italiana. Ho ascoltato le precisazioni del senatore Bufalini, il quale ha voluto correggere la mia interpretazione richiamandosi ai testi congressuali dell'onorevole Longo. Ma debbo dirgli subito che io avevo ben capito e che non c'è sfumatura di linguaggio, che io sono del resto bene in grado di percepire, la quale possa modificare il mio giudizio politico d'insieme. Attento, come sono, al significato vero delle cose, avevo descritto l'alternativa proposta dai comunisti come una maggioranza spostata a sinistra fino a comprendere in qualche modo il Partito comunista.
Credo di avere con questa indicazione espresso correttamente il pensiero dell'onorevole Longo e del senatore Bufalini, il che non mi ha peraltro indotto a mutare o ad attenuare il mio giudizio negativo. Una maggioranza che si spinga in qualche modo fino al Partito comunista è per noi inaccettabile. Sappiamo bene infatti quale significato politico essa assuma, perché sia così accanitamente perseguita nella sua apparente moderazione ed innocuità, quale ne sia, in definitiva, l'approdo. La nostra autonomia politica, così nettamente delineata, non significa discriminazione, ma esclude ogni confusione. E nella confusione rientra anche quella sorta di rapporto speciale con una delle opposizioni, quella comunista, che in definitiva il senatore Bufalini ha tratteggiato. Si tratta forse solo di rispettare qualsiasi opposizione nella sua funzione e nei suoi diritti, sempre nel giuoco democratico? Ebbene, questo è impegno della maggioranza che ha dato vita al Governo della cui esistenza state per decidere. Si tratta forse di valutare e di tenere in conto gli emendamenti che qualsiasi opposizione contrappone alle leggi proposte dalla maggioranza? Ebbene, questa considerazione è doverosa ed essa non è mancata e non mancherà, senza che ci si disponga perciò a lasciare sovvertire la linea ispiratrice dei disegni di legge. Si tratta di immaginare possibile che i voti di qualsiasi opposizione confluiscano in determinate circostanze nell'attuazione del programma di Governo in quanto esso tuteli interessi fondamentali e sia ispirato a responsabilità ed equilibrio? Ebbene, questa possibilità è sempre aperta. Ma una maggioranza cessa di esistere, quando si riveli incapace di affrontare e risolvere con le sole sue forze i problemi del Paese. Né io vorrei domandare al Partito comunista perché mai abbia associato il suo voto negativo sulla istituzione della scuola materna statale ad altri voti, egualmente negativi, ma di tutt'altro significato politico, con ciò facendo sì cadere un Governo profondamente sgradito, ma anche precludendo una innovazione di non poco rilievo in materia scolastica. E debbo ricordare i tanti voti contrari dati dal Partito comunista alle importanti riforme di questo ventennio?
In realtà non sono queste le cose che si vogliono e che rientrano in un corretto rapporto tra maggioranza ed opposizione. Si vuole invece uno statuto speciale, che prepari ,e renda inevitabile la nuova maggioranza di sinistra. Si vuole lasciar cadere un motivo di seria differenziazione (che viene chiamato, a torto, discriminazione), per rendere più facile, meno sensibile il superamento della linea di confine. Si vuole che, se non tutte, una parte delle tesi dell'opposizione entri a far parte della linea politica e programmatica della maggioranza, che esse siano tenute in conto, val quanto dire che esse siano, almeno in parte, accettate. Ebbene, il Governo ha una sua posizione ben chiara e, come ho già detto, non può fare propria la politica comunista e neppure realizzare un compromesso con essa. Ed allora è vero quel che io affermavo e cioè che questa nuova maggioranza non esiste e non può essere immaginata neppure nella interpretazione che il senatore Bufalini ne dà. Ed io ho correttamente interpretato lo svolgimento di questa crisi, quando ho prospettato quella alla quale si è pervenuti come l'unica soluzione possibile ed una soluzione non di ripiego, ma positiva e feconda, pur tra comprensibili difficoltà che non mancheranno, per la democrazia italiana. Il senatore Nencioni ha ripetuto note critiche contro la delimitazione della maggioranza ed è tornato e parlare di discriminazione. Ed è operando discriminazioni, egli ha aggiunto, che si creano situazioni di necessità e si apre la via al regime, rendendo insostituibile il Governo. Ma io ho parlato, anche nel mio ultimo discorso, di scelte politiche, le quali restano tali, anche se è profondo e radicale il dissenso. Certe scelte di tal fatta, operate meditatamente in una determinata situazione storica, hanno una loro naturale stabilità che corrisponde alla profondità del giudizio nel quale esse sono maturate. Ma siamo ben lontani dalla irreversibilità meccanica che è propria del regime.
Non è quello che ho l'onore di presiedere il primo Governo di sinistra, come dice il senatore Turchi. E un Governo democratico con la sua maggioranza ben delimitata e con chiari obiettivi politici e programmatici accettabili ed accettati da tutti i partiti della coalizione, espressione di un equilibrio politico che è certo il più avanzato nell'attuale situazione del Paese, ma è legato ad una indiscutibile garanzia dei diritti della persona, alla solidità delle istituzioni democratiche, al rispetto dei fondamentali interessi della collettività nazionale. In questa visione aperta alle varie esigenze di una società articolata e pluralistica, quale la nostra Costituzione la configura, in questa politica tesa a dare tutto il suo contenuto alla democrazia e tutto il suo valore alla persona, senza irrigidimenti classisti, ma senza neppure inammissibili dimenticanze e subordinazioni, sono in piena evidenza come protagoniste dello sviluppo economico, sociale e politico le categorie lavoratrici. La involuzione a destra, che da parte comunista e socialproletaria ci è stata rinfacciata, non esiste. Solo una cieca demagogia, volutamente ignara dei complessi meccanismi della vita economica, ai quali sono legati, con il costante e giusto intervento dei pubblici poteri, il livello di occupazione ed il benessere dei lavoratori, può accusare il Governo di aver fatto e di voler fare una politica contro i lavoratori. E stupisce che il senatore Ferretti abbia voluto fare eco con una interruzione a questa accusa, come se tutto il nostro sforzo, fatto di preoccupazione e di profondo interessamento, non si fosse indirizzato proprio a far superare ai lavoratori una grave crisi economica e non si rivolgesse ora a rendere più consistente e generalizzata la ripresa economica, a mettere in movimento, anche con l'intervento pubblico e la programmazione, il meccanismo di sviluppo, per creare effettiva ricchezza e distribuirla secondo giustizia. Il senatore Bufalini ha voluto parlare, con speciale riferimento al ministro Restivo, di una sorta di incomunicabilità tra noi ed i lavoratori. Mentre lo rassicuro nel senso che l'onorevole Restivo non ricopre la carica alla quale egli ha accennato, debbo dirgli anche che il contatto tra il Governo ed il mondo del lavoro sarà sistematicamente sviluppato a tutti i livelli, che noi entreremo sempre più tra gli operai ed i contadini, i quali hanno ormai maturità sufficiente per distinguere le promesse demagogiche dalle reali acquisizioni che una ordinata politica di sviluppo comporta in termini di livello e continuità della occupazione e di reddito del lavoro.
Si è parlato anche in questo dibattito della composizione del Governo. Si è voluto evocare, tra l'altro, la posizione dell'onorevole Fanfani dimenticando che da ultimo, proprio nella discussione sul rimpasto del dicembre scorso, io ebbi modo di esprimere al Ministro dimissionario, a nome mio e dei colleghi, il più caloroso ed amichevole apprezzamento e di riconfermare la coerenza e continuità della politica estera del Governo al quale l'onorevole Fanfani partecipava come Ministro degli Esteri.
Non vi è dunque nessuna novità. Il passaggio poi dell'onorevole Tremelloni alla direzione del Dicastero della difesa corrisponde alle esigenze di una equilibrata struttura del Governo. Si ricordi infatti che nel mio primo Governo il Ministero degli esteri era detenuto dal partito al quale appartiene l'onorevole Tremelloni. Quali siano poi le garanzie morali e politiche che l'uomo dà, non ho bisogno di dire, tante sono state le manifestazioni di stima che anche in questa discussione gli sono state tributate. Pur vivamente rammaricato per l'allontanamento dell'onorevole Andreotti, posso chiedere la fiducia nella certezza che il comportamento del ministro Tremelloni sarà sempre all'altezza del compito che gli è stato affidato.
In una parola vorrei dire poi al senatore Veronesi che io non ho tutelato nella composizione del Governo interessi dei partiti, ma realizzato un equilibrio politico tale da consentire al Governo di assolvere alla sua altissima funzione.
Le critiche sulla linea di politica economica, che sono state mosse da alcuni onorevoli senatori dell'opposizione, tanto di parte comunista quanto di parte liberale e missina, sembrano muovere da alcuni equivoci.
Anzitutto le cifre citate mettono in contrapposizione, la posizione media del 1964 e quella del 1965, mentre per cogliere un fenomeno dinamico è necessario guardare soprattutto ai più recenti sviluppi della congiuntura.
In secondo luogo è stato affermato (specialmente dal senatore Bufalini) che gli interventi di Governo si sarebbero tradotti in misure che tornano ad esclusivo vantaggio della «organizzazione monopolistica» e che il settore pubblico si sia mostrato, nel suo complesso, carente (come ha sostenuto il senatore Milillo).
I senatori Lessona, Artom e Nencioni, al contrario, si sono preoccupati del settore privato che a loro giudizio troverebbe difficoltà nella ricerca dei mezzi finanziari per sostenere l'attività produttiva, e ciò a causa dell'eccessivo ricorso da parte dello Stato al mercato finanziario.
Su queste osservazioni desidero precisare quanto segue.
Esprimere un giudizio sull'evoluzione del nostro sistema economico significa opportunamente rifarsi all'andamento e alle tendenze che si sono manifestate negli ultimi mesi a noi più vicini. Solo così si può formulare un giudizio realistico della situazione attuale, alla quale l'azione del Governo volge tutta la sua attenzione nell'apprestare quegli strumenti capaci di incidere ancora più positivamente sulla ripresa in atto e di rendere ancora più efficace l'azione di politica economica fin qui condotta.
È, infatti, in quest'ultimo scorcio di anno che il reddito nazionale, secondo i calcoli condotti dall'ISCO e contenuti nel rapporto al CNEL, è cresciuto ad un tasso del 4,8 per cento, contro una media del 3-3,1 per cento per tutto l'anno; è in questo ultimo periodo che maggiormente sono cresciute le importazioni di merci e servizi.
Anche gli indici relativi all'andamento dell'occupazione — sempre secondo i dati dell'ISCO — fanno registrare, sia pure in misura lieve, una ripresa: fatto uguale a 100 il livello medio dell'occupazione del 1960, il relativo indice, depurato della stagionalità, ha raggiunto un massimo di 100,3 nel primo trimestre del 1961; da allora è diminuito in continuità ed ha raggiunto il livello minimo di 95,2 nel secondo trimestre del 1965. Nei due trimestri successivi è cominciata una lieve ripresa che si è quantificata in un indice pari a 95,3 nel terzo trimestre e a 95,5 nel quarto trimestre.
Non va trascurato, quando si parla di occupazione, il fenomeno assai importante della normalizzazione degli orari di lavoro. Sotto questo aspetto già nel secondo trimestre dell'anno si poteva rilevare un aumento del 3,2 per cento nei dati depurati della componente stagionale contro una precedente flessione dell'ampiezza del 16,5 per cento.
È utile, quindi, rifarsi alle più recenti tendenze della evoluzione congiunturale e non ai dati relativi all'intero anno trascorso, che preso nel complesso nasconde quelle tendenze su cui è pure necessario soffermarsi, per esprimere un giudizio realistico e da cui occorre partire per attuare quella azione di politica economica che è alla base del nostro programma. Programma che, avendo presente la prioritaria difesa del valore reale dei salari e dell'occupazione, si propone di accelerare la ripresa produttiva, attraverso un aumento della domanda globale, nei due comparti della domanda interna e delle esportazioni.
Per quanto riguarda la domanda interna, è noto che una equilibrata evoluzione del sistema produttivo non può essere assicurata dal solo aumento dei consumi, in quanto l'aumento stesso dei consumi non accompagnato da un adeguato aumento degli investimenti produttivi può porre in crisi l'ordinato sviluppo del sistema economico che si vuole, invece, potenziare. Le disponibilità interne utilizzate devono, perciò, tener conto di questa fondamentale esigenza: non si tratta di porsi un inutile e demagogico dilemma, se sia più o meno opportuno indirizzare la nostra azione a favore di maggiori consumi o a favore di maggiori investimenti per la ripresa economica; si tratta, invece, di trovare, attraverso una razionale azione di politica economica, l'equilibrio adatto alla struttura del nostro sistema economico, senza ricorrere a schemi più o meno teorici con riferimenti a situazioni di altri Paesi.
È fuori di ogni discussione che la domanda interna, in specie quella per consumi, è in aumento da un buon numero di mesi a questa parte. Sono già stati richiamati gli incrementi anche delle importazioni di beni di consumo con le lievi tensioni nel relativo sistema dei prezzi. La domanda interna di beni di investimento, invece, soltanto da qualche mese sembra essere in ripresa.
Del resto dall'aumento degli investimenti produttivi relativi alle attrezzature e agli ammodernamenti dipende anche lo sviluppo della domanda estera, in quanto è dalla modernità e razionalizzazione degli impianti che può derivare un più alto accrescimento delle esportazioni. Questo diventa ancora più urgente, se si considera che gli investimenti produttivi sono diminuiti fortemente sia nel 1964 che nel 1965 influendo negativamente sulla struttura dell'apparato produttivo del nostro sistema economico.
Al fine di realizzare una sempre maggiore competitività delle nostre esportazioni, occorre quanto mai produrre a prezzi concorrenziali: ciò non solo al fine di potenziare la nostra capacità ad esportare ma anche e, soprattutto, al fine di evitare che le nostre importazioni si rivolgano a beni di consumo che si producono anche all'interno. Ricordiamoci che nell'ambito del Mercato comune europeo i prodotti possono più facilmente entrare tra di loro in concorrenza e che, conseguentemente, non dobbiamo consentire che la maggiore capacità concorrenziale dei Paesi stranieri possa indebolire le nostre tradizionali capacità produttive.
Il recente rapporto della CEE sull'anno 1965 rivela che l'espansione economica nell'ambito della Comunità, proseguita ad un ritmo più basso di quello del 1964 (4 per cento contro 5,5 per cento), si deve ad un rallentamento della domanda estera, ma soprattutto all'indebolimento di quella interna e in ispecie della domanda per investimenti: nell'ambito della Comunità il nostro Paese ha subito comparativamente una contrazione più netta.
Ma l'accentuarsi della ripresa economica, che richiede la predisposizione di una politica atta a favorire gli investimenti produttivi e con essi i consumi, non può fare a meno di tener presente l'andamento dei prezzi, la cui ascesa, se non contenuta nei limiti fisiologici dello sviluppo economico, rischia di compromettere la ripresa stessa degli investimenti, senza dei quali, è bene ripeterlo, le previsioni circa gli aumenti della produzione industriale e del reddito reale sarebbero pure teorie.
In questa politica deve poter essere soddisfatta l'esigenza di garantire i mezzi finanziari necessari al finanziamento degli investimenti; mezzi che presuppongono un flusso crescente di risparmio. Infatti, tra i fattori che condizionano gli investimenti, oltre che lo sviluppo della domanda e le prospettive di redditività, gioca un ruolo importante la formazione del risparmio. Questo indissolubile legame assume, specie nel nostro Paese, rilievo in considerazione delle dimensioni necessarie a fronteggiare nel prossimo futuro i progetti di investimento e degli oneri che comporta il ricorso al mercato dei capitali.
Il binomio risparmio-investimenti è, poi, strettamente condizionato alla certezza in tema di politica monetaria: è nell'ambito di tale visione che anche la ricostituzione dell'equilibrio tra costi e ricavi all'interno delle aziende assume il suo logico significato. Non si deve dimenticare, tra l'altro, quanto sia pesato sull'andamento economico generale lo squilibrio che si era venuto a creare nell'interno delle aziende tra costi e ricavi. Né va dimenticato ancora che lo Stato si è dovuto addossare oneri proprio per fornire, con una serie di provvedimenti di parziale fiscalizzazione degli oneri sociali, un contributo alla ricostituzione dell'equilibrio nei conti economici delle aziende.
Quindi, non politica di discriminazione, non politica volta a favore delle organizzazioni monopolistiche, senatore Bufalini, ma azione di politica economica razionale che, tenendo conto delle esigenze di carattere congiunturale e soprattutto di quelle della salvaguardia del livello di occupazione, non vuol perdere di vista l'azione a più lungo termine.
Nelle difficoltà del momento lo Stato e in generale il settore pubblico han fatto quel che occorreva fare per sostenere la domanda interna, specie nel corso del 1965, e per provocare nuove possibilità di investimento attraverso la esecuzione di opere già decise e la cui spesa si va tramutando in aumento di domanda con migliori prospettive per la produzione e, quindi, per la occupazione.
Nell'ambito di questa politica, lo Stato, al fine di consentire l'aumento della Spesa in conto capitale, non avendo possibilità di coprirla con l'accrescimento delle entrate, dovrà far ricorso nel 1966 al mercato finanziario. Questo ricorso, naturalmente, ha tenuto presente le reali possibilità del mercato del risparmio, affinché esso non limiti le possibilità di accesso da parte del settore privato. È per quest'esigenza che si è inteso graduare nel tempo il ricorso dello Stato al mercato dei capitali, in modo da renderlo quanto più possibile compatibile con le esigenze della produzione.
Ho già precisato nel mio discorso introduttivo che «il Governo è convinto che tale processo di finanziamento sia possibile nella nostra situazione economica, anche se non si nasconde che esso dovrà essere attentamente seguito e controllato, perché non insorgano pericolose tensioni. Questi pericoli sono presenti agli organi responsabili del Governo: di fronte ad essi non si intende arretrare abbandonando l'esecuzione di questa o di quella parte del programma. Ma si dovrà sempre rigorosamente vigilare affinché non insorgano fenomeni inflazionistici».
Non può perciò parlarsi di carenze dell'iniziativa pubblica, come rimprovera il senatore Milillo, né può trovare accoglimento lo slogan secondo cui occorre subordinare lo sviluppo economico del settore privato alla direzione del settore economico pubblico. Nell'ambito di un'economia di mercato l'azione dello Stato deve tendere a realizzare le migliori condizioni affinché sia il settore privato che quello pubblico possano dare il loro migliore contributo in termini di accrescimento della ricchezza nazionale, che poi significa anche maggiore possibilità di più eque redistribuzioni dei flussi annui del reddito nazionale prodotto. E la programmazione economica è lo strumento attraverso il quale si può garantire che il contributo dell'uno e dell'altro settore corrisponda agli interessi generali.
Lo sviluppo economico del Paese può nelle attuali condizioni trovare accrescimento solo dalla armonica partecipazione del settore pubblico e del settore privato alla produzione della ricchezza, pur nella convinzione che la politica del settore pubblico, direttamente o indirettamente, inserendosi nella politica generale del nostro Paese, trovi attuazione sia in una maggiore spinta propulsiva all'attività produttiva, sia nel contribuire allo sviluppo delle aree depresse, sia in tutti quegli apporti che favoriscono la soluzione di problemi legati all'interesse del Paese. Del resto ho già ricordato, nel mio intervento introduttivo a questo dibattito, la particolare funzione cui sono state già impegnate le aziende a partecipazione statale.
Per quanto riguarda la politica estera, ascoltato con attenzione il dibattito, debbo confermare le ferme ed equilibrate posizioni che il Governo ha assunto in ordine ai rapporti internazionali dell'Italia. La nostra politica estera ha per obiettivo fondamentale la pace nella sicurezza della Nazione e rimane perciò fondata sulla lealtà verso l'Alleanza atlantica con gli obblighi politici e militari che ne derivano e sulla solidarietà europea. Il vincolo dell'Alleanza e l'integrazione che la rende veramente efficace sono coefficiente essenziale di sicurezza, ma anche elemento necessario dell'equilibrio mondiale e perciò della pace e della distensione nei rapporti Est-Ovest. La solidarietà europea, nella forma della integrazione economica e politica, è da noi considerata pienamente rispondente alla nostra vocazione storica ed agli interessi dell'Italia.
L'Alleanza atlantica fu costituita in un momento di grave pericolo per il mondo occidentale. Contro talune pessimistiche previsioni, essa non ha minacciato la pace, l'ha anzi preservata, consentendo di intraprendere da posizione di sicurezza il dialogo fra Est e Ovest, dal cui sereno proseguimento tutti i membri della Alleanza, e con essi l'Italia, ritengono possano dipendere felici sviluppi per il superamento delle attuali difficoltà nella politica internazionale.
Tra gli altri il senatore Vittorelli ha messo in luce i rischi del riemergere di posizioni nazionalistiche (ed io vorrei osservare che esse potrebbero moltiplicarsi in modo sempre più pericoloso) e dell'accrescersi dei centri detentori del potere atomico. Io temo che da un rinnovato ed accentuato pluralismo nella realtà internazionale, e nell'età atomica, non derivino affatto prospettive positive per la pace del mondo. E' nell'ambito delle organizzazioni, le quali assicurano l'equilibrio di potenze, che bisogna lavorare per dare uno stabile, umano e pacifico assetto ai rapporti internazionali.
Da queste fondamentali ragioni di sicurezza, di equilibrio e di pace non potrà non essere ispirata l'Italia, quando, insieme con i suoi alleati, si soffermerà a considerare i risultati dell'Alleanza atlantica, per prendere le sue decisioni circa il rinnovo del patto, il miglioramento delle sue strutture nell'ambito della integrazione, l'auspicato sviluppo dell'Alleanza in una vera comunità di eguali, economica e politica.
Naturalmente gli studi preparatori per le decisioni riferentisi al 1969 non esonerano dall'affrontare i problemi sul tappeto relativi alla efficienza della difesa. Nei giorni scorsi tali problemi hanno fatto oggetto di scambi di vedute nel «Gruppo di lavoro per la pianificazione nucleare» del «Comitato speciale», organo provvisorio di studio ad hoc cui l'Italia partecipa insieme ai principali Paesi membri dell'Alleanza e, tra gli altri, la Gran Bretagna.
Circa supposizioni fatte sul proposito italiano di opporsi — d'intesa con la Germania — al progetto americano di fare del Comitato McNamara una alternativa alla forza multilaterale, debbo esplicitamente dire che tali supposizioni non hanno nessun fondamento.
Le varie ipotesi relative all'interdipendenza nucleare dell'Alleanza atlantica, delle quali la più impegnativa è la cosiddetta forza multilaterale, vengono studiate dal Governo italiano insieme con sollecitudine per le ragioni di sicurezza militare e con doverosa cautela per quanto riguarda le implicazioni politiche. Resta ferma dunque la impostazione, da me data nel discorso di presentazione, al tema della forza multilaterale. Costituisce comune proposito dei Paesi alleati che la soluzione dei problemi nucleari dell'Alleanza debba essere ricercata al di fuori di qualunque tipo di disseminazione dentro la NATO, come naturalmente fuori di essa, in armonia con le posizioni assunte dal nostro Governo a Ginevra ed all'ONU in materia di disarmo.
Nella linea che da parte italiana è stata sin qui costantemente seguita, anche nei momenti di massima difficoltà, continueremo ad adoperarci poi, per promuovere e favorire l'unità dell'Europa.
A questo fine faremo ogni sforzo per portare a compimento, nel pieno rispetto dello spirito e del contenuto dei trattati di Parigi e di Roma, il processo di integrazione economica a sei e per favorire il sollecito inserimento in esso della Gran Bretagna e di altri Paesi europei, che siano pronti ad assumersi gli obblighi imposti dai trattati ed a perseguire gli obiettivi da essi indicati.
Insisteremo perché ai progressi nel regime doganale si accompagnino quelli sulla via dell'unione economica con un accento particolare su quelle politiche comuni (agricola, regionale, sociale) che valgano ad assicurare un armonico sviluppo di tutta la economia comunitaria e quindi anche di quella di ciascuno dei Paesi della Comunità.
Insisteremo altresì perché ai progressi nella costruzione interna si accompagnino quelli nei rapporti con l'estero, con particolare considerazione per un positivo risultato del negoziato tariffario multilaterale di Ginevra che va sotto il nome di «Kennedy round».
Infine, convinti come siamo dell'importanza fondamentale delle istituzioni ai fini del progresso comunitario, ci adopereremo perché la Commissione unica, risultante dalla fusione degli attuali tre Esecutivi, per la sua composizione e per la sua forza, sia organo collegiale pienamente valido a svolgere le funzioni assegnate dai trattati.
I recenti incontri di Lussemburgo, segnando la rimessa in movimento della collaborazione economica fra i Sei, permettono di guardare avanti verso la collaborazione nel campo politico, sempre considerata essenziale per l'unità dell'Europa, e per la quale abbiamo condotto in tutti questi anni una azione perseverante e coerente, come provano tra l'altro il noto progetto del novembre 1964 e la proposta per una conferenza dei Ministri degli esteri dei Sei.
La posizione italiana non è mutata. Essa si fonda sempre sul convincimento dell'utilità di stabilire contatti anche nel campo politico. Non mancheremo di adoperarci in questo senso, fiduciosi che da questa collaborazione derivi un contributo positivo al così importante dialogo europeo.
Esistono, beninteso, interrogativi di circostanze, di tempi e di modalità, ma anche essi potranno trovare risposta in una comune valutazione di tutti i Paesi interessati, e ciò anche allo scopo di evitare malintesi che non mancherebbero di ripercuotersi anche sull'avviato processo di integrazione economica.
I senatori Bufalini e Pajetta hanno cercato di invalidare la politica europeistica di questo e dei precedenti Governi italiani, con dei riferimenti, a dir poco semplicistici, al finanziamento della politica agricola comune.
Noi rivendichiamo come un merito particolare tutta l'azione fin qui svolta, per favorire l'integrazione economica e politica dell'Europa; come un merito l'aver definitivamente inserito l'Italia in un processo democratico d'integrazione economica che — i fatti lo provano — ha decisamente contribuito, negli otto anni che sono trascorsi dal suo avvio, a migliorare il tenore di vita del popolo italiano, ad accrescere i redditi da lavoro, la produttività, l'occupazione e la qualificazione della mano d'opera e che dovrà portare, al suo compimento, l'industria e l'agricoltura italiana a livelli europei.
Nella recente riunione di Bruxelles del Consiglio della CEE, contrariamente a quanto sembra ritenere il senatore Bufalini, non è stata presa alcuna decisione ed il sottosegretario di Stato onorevole Zagari ha doverosamente sottolineato e chiarito alcuni particolari interessi italiani nel quadro della regolamentazione tuttora in esame per la realizzazione della politica agricola comune.
La crisi vietnamita continua ad essere al centro della nostra preoccupata attenzione come uno dei punti di attrito che più pericolosamente minacciano la pace mondiale.
Nello spirito di comprensione più volte manifestato in Parlamento abbiamo perciò seguito, con particolare favore e con la più viva speranza, il recente sforzo degli Stati Uniti per sottolineare la loro sincera volontà di pace, chiarire gli obiettivi della loro azione in Vietnam e sollecitare Hanoi a rendere possibile l'inizio di negoziati.
Anche perciò si ebbero: la tregua del Natale cristiano e del Capodanno vietnamita e, nell'intervallo, la sospensione dei bombardamenti sul Nord Vietnam; indi la sottomissione della questione al foro societario delle Nazioni Unite. Più recenti sono le dichiarazioni del Presidente Johnson per confermare la ferma intenzione di non tralasciare alcuna occasione idonea a condurre a una onorevole conclusione negoziata del conflitto.
L'Italia, nel quadro delle sue possibilità, ha cercato di cogliere ogni occasione favorevole per contribuire attivamente alla maturazione di un processo distensivo e di un contatto negoziale, rappresentando agli alleati il nostro pensiero sulla utilità di una prolungata sospensione dei bombardamenti ed incoraggiando i principali Governi, sia del campo orientale che di quello dei non allineati, ad esercitare utili azioni di consiglio sui Governi di Hanoi e di Pechino.
Purtroppo le speranze nostre, dei nostri alleati e di quanti altri si adoperano sinceramente per l'avvento della pace nel Vietnam non sono ancora realizzate.
Non possiamo nascondere il nostro rammarico per il fatto che non sia stato possibile mantenere l'adottata sospensione dei bombardamenti. (Commenti dall'estrema sinistra). Grave ostacolo ad una schiarita ci sembra il fatto che Hanoi, connettendo la possibilità dell'inizio del negoziato alla accettazione integrale di condizioni in fatto irrealizzabili, non abbia sinora reso possibile l'inizio del negoziato.
Noi abbiamo presenti i seguenti elementi:
che la crisi del Vietnam, investendo fattori di politica globale al di là del fatto locale, sarà risolta meno difficilmente se si favorirà il consolidamento dell'equilibrio mondiale;
che gli accordi di Ginevra del 1954 debbono essere alla base del futuro negoziato, e cioè dell'auspicata soluzione politica del conflitto, alla felice conclusione del quale si dovrebbe trovare il modo di impegnare tutte le parti in contrasto;
che il negoziato per risolvere il conflitto dovrà comunque raggiungere lo scopo di assicurare l'integrità e l'indipendenza del Paese, nonché la sua libertà di scegliere il proprio avvenire senza interferenze.
L'Italia intende continuare ad operare, con realismo, pazienza e tenacia. E' certo che il Governo non desisterà dai suoi sforzi, sommandoli alle apostoliche e lungimiranti iniziative del Sommo Pontefice Paolo VI, alle iniziative dell'ONU, all'azione dei nostri maggiori alleati e di tutti gli altri Governi che si adoperano per la ricerca di una soluzione negoziata del conflitto nella tutela dei principi di indipendenza e di libertà dei popoli.
Il senatore Pajetta si è richiamato alle dichiarazioni che da più parti si elevano oltre atlantico per manifestare la preoccupazione dell'opinione pubblica americana per la lotta nel Vietnam. Ora, che questa preoccupazione vi sia nessuno vorrà negarlo. Ed è nell'ordine naturale delle cose, per noi che ci ispiriamo ai principi della democrazia, che voci di critica, di opposizione o di rammarico, si levino nel mondo occidentale per quanto accade nel Vietnam. Sarebbe però grave errore se Pechino e Hanoi valutassero in modo inesatto la situazione e ne ricavassero la conseguenza che, per il fatto che in una libera democrazia si discutano apertamente i problemi della pace e della guerra, l'America sia meno forte e meno concorde nella condotta della propria politica.
Affermare che sia nelle intenzioni degli Stati Uniti, come sostiene il senatore Pajetta, una estensione del conflitto contrasta con la volontà ferma, ma prudente, del Governo di Washington. (Proteste dall'estrema sinistra. Interruzione del senatore Lussu).
Il senatore Pajetta ha spesso sfiorato il tema della «offensiva di pace» americana, ma ha accuratamente evitato di porsi un interrogativo, che invece domina l'attuale momento e turba quegli stessi Stati che, da un punto di vista politico generale, sono più vicini a Mosca o Pechino di quanto non lo siano a Washington. Fra questi Paesi molti sono «non allineati». Ed è stato chiaro per loro che l'offensiva di pace americana non ha dato i risultati che si auspicavano, perché Hanoi e Pechino non hanno risposto in modo adeguato allo sforzo sincero degli Stati Uniti. (Commenti dall'estrema sinistra).
Il senatore Pajetta ha affermato che «una missione tedesca arriverebbe prossimamente a Saigon per prendere accordi per inviare mezzi, istruttori, navi-ospedale ed altre forme di aiuto». Ma è stato specificato da parte tedesca che non si intende partecipare militarmente alle operazioni nel Vietnam meridionale e che l'assistenza intravista è di carattere umanitario e prevalentemente basata su di una nave-ospedale. (Vivaci interruzioni dall'estrema sinistra).
Il senatore Pajetta ha chiamato più volte in causa l'onorevole Andreotti in relazione alla sua recente visita a Washington, per partecipare ai lavori del Sottocomitato della pianificazione. Si può affermare in termini categorici che nessun accenno in tale occasione è stato fatto al problema del Vietnam e quindi nessuna richiesta è stata avanzata in tale contesto.
Per quanto riguarda il problema della assistenza sanitaria, è sufficiente, per smentire le dichiarazioni fatte dal senatore Pajetta, riprodurre qui di seguito il passaggio del mio discorso alla Camera il 12 marzo 1965: «Circa la presenza di medici italiani in Sud Vietnam, preciso che si tratta di un gruppo di tre medici e sei infermieri, liberi professionisti, recatosi, volontariamente, in ospedali civili del Sud Vietnam, nel quadro dell'assistenza scientifica e tecnica che l'Italia svolge a beneficio di molti Paesi in via di sviluppo». (Vivaci interruzioni dall'estrema sinistra). Non cercate di aiutare il senatore Pajetta, che ha fatto una brutta figura l'altro giorno! (Vivi applausi dal centro, dal centro-sinistra e dalla sinistra. Replica del senatore Pajetta).
«La loro missione umanitaria a favore di quelle popolazioni non può in alcun caso essere presentata come una nostra partecipazione agli avvenimenti politico-militari nel Sud-Est asiatico».
E ancora Il 14 gennaio 1966, alla Camera, ho detto: «Ciò non esclude affatto che, sia nel Vietnam, come in qualsiasi Paese, il Governo italiano possa collaborare ad opere umanitarie intese ad alleviare le sofferenze di popoli che si trovano in condizioni di necessità, in modo conforme all'antica e nobile tradizione del nostro Paese. (Vivi applausi dal centro. Proteste dall'estrema sinistra). La richiesta dell'onorevole Longo, e cioè che i medici ospedalieri italiani vengano ritirati — concludevo — è veramente sorprendente. Essi si trovano a Saigon per prestare la loro opera per l'assistenza al popolo vietnamita».
Tirando le somme del discorso pronunciato dal senatore Pajetta, ciò che, a nostro giudizio, è molto preoccupante, è che egli, a differenza di quanto fu fatto in passato da altri oratori del suo partito, non abbia fatto un cenno, sia pur minimo, alla necessità, alla speranza di un negoziato, là dove, come da parte del Governo italiano è stato più volte affermato, è chiaro che il conflitto del Vietnam non può e non deve trovare una soluzione di carattere militare. (Interruzione del senatore Pajetta).
Alle molte domande, quindi, del senatore Pajetta ci sarebbe da contrapporne una sola: pensa egli, o no, che si debba puntare sul negoziato e che esso debba essere ricercato con tutti i mezzi e da parte di tutti? (Interruzione del senatore Pajetta). Con la buona volontà degli Stati Uniti (vivaci proteste dall'estrema sinistra), ma anche con la buona volontà di Pechino e di Hanoi, con la nostra partecipazione, col nostro ausilio, col nostro consiglio, rivolto anche agli americani, ma altresì con l'ausilio, con la partecipazione e con il consiglio di coloro che oggi si ergono a giudici dell'operato di Washington, mentre avrebbero l'obbligo morale di esercitare, dove possono, la loro influenza distensiva? Questo è il problema. (Vivi applausi dal centro. Interruzione del senatore Pajetta. Replica del senatore Gava. Vivaci clamori. Richiami del Presidente).

PAJETTA. Gli americani devono andare via dalle case degli altri!

TURCHI. Voi invece andate nelle case di tutti! (Clamori dall'estrema sinistra).

PRESIDENTE. Se interrompete da destra e da sinistra avrete bisogno di un presidente strabico! Facciano silenzio! Prosegua, onorevole Presidente del Consiglio!

MORO, Presidente del consiglio dei ministri. Per quanto riguarda il problema dell'Alto Adige, ho registrato opposte preoccupazioni in alcuni interventi. Il senatore Lessona, tra gli altri, ha espresso il timore di una posizione debole e concessiva da parte del Governo. I senatori Berlanda e Sand ci hanno invece incitato ad un'azione rapida e coordinata, per tradurre in atto i buoni propositi per una pacifica convivenza delle popolazioni dell'Alto Adige. Ma la nostra posizione è equilibrata e giusta. Vogliamo una pacifica convivenza delle popolazioni dell'Alto Adige in un ordine democratico e nell'integrità dello Stato italiano.
Per quanto riguarda il rilievo circa l'applicazione dell'accordo De Gasperi-Gruber, non posso che ripetere oggi quanto l'Italia ha già affermato più volte, anche di fronte alle più alte istanze internazionali, e cioè che il Governo italiano ritiene di avere adempiuto totalmente e lealmente agli obblighi derivantigli da tale accordo.
Ciò non vuole dire che non possano essere esaminate, nello spirito, del resto, della nostra Costituzione, altre misure che possano essere utili per rendere sempre più feconda la convivenza tra i cittadini italiani di varie lingue nella provincia di Bolzano. A questa preoccupazione si è ispirato, a suo tempo, il Governo nell'istituire la cosiddetta Commissione dei 19 ai cui lavori il senatore Berlanda ha fatto riferimento. La Commissione stessa ha svolto un lavoro altamente encomiabile e molto complesso, giungendo a raccomandazioni che presentano vario carattere, sia perché riflettono l'opinione di una parte più o meno ampia dell'organo in questione, sia perché talvolta non emanano dalla Commissione vera e propria, ma da un sottocomitato.
Vorrei oggi rilevare che, esaminando i risultati dei lavori dei 19, svolti dal settembre 1961 all'aprile 1964, le cosiddette proposte presentate all'unanimità non possono spesso andare disgiunte, trattandosi della stessa materia o degli stessi istituti giuridici, da altre intorno alle quali si è manifestato minore grado di consenso.
Per quanto riguarda i Governi che ho avuto l'onore di presiedere posso assicurare che non è stato perso alcun tempo, conformemente all'impegno che lo stesso senatore Berlanda ha ricordato, per cercare di utilizzare, nella maniera più idonea e più rapida, le risultanze della Commissione dei 19. Si è altresì ritenuto di dover sondare la possibilità, mentre il Governo italiano si accingeva a decidere autonomamente in merito ai suggerimenti della Commissione, di superare al tempo stesso la controversia in corso con l'Austria sulla applicazione dell'accordo De Gasperi-Gruber in conformità all'invito dell'ONU.
I contatti che hanno avuto corso a livello dei Ministri ed a livello dei funzionari hanno dato l'impressione, specialmente in occasione dell'incontro tra l'onorevole Saragat ed il ministro Kreisky a Parigi il 16 dicembre 1964, che sia possibile giungere a formule le quali consentano nello stesso tempo di affrontare autonomamente i problemi interni e di porre termine alla controversia sul piano internazionale. Posso oggi ripetere che, da parte nostra, anche dopo le insoddisfacenti risposte austriache ricevute dopo l'incontro di Parigi, non si è persa l'occasione per continuare i contatti in vista del raggiungimento di quei fini che ci siamo responsabilmente proposti. Come non intendiamo lasciarci distogliere, da atti di violenza, da quei contatti e da quelle decisioni autonome che riterremo necessarie, nello spirito della nostra Costituzione, nel rispetto dell'alta tradizione giuridica del nostro Stato e nell'interesse di tutte le popolazioni della provincia di Bolzano, così non potremo essere indotti dalla violenza a concessioni o a debolezze.
Conformemente agli impegni assunti nel programma del Governo e sensibile all'appello rivolto dal Governo regionale del Trentino-Alto Adige, concordo con il senatore Berlanda sul fatto che l'impegno da noi assunto è garanzia di sollecita attenzione per la difficile materia e deve essere quindi motivo di tranquillità. Circa una più precisa assicurazione che il senatore Berlanda chiede sul tempo e sui modi per un reale avvio alla soluzione del problema, vorrei rispondere che ciò non dipende soltanto da noi e che comunque da parte nostra abbiamo la serena coscienza di non aver perso alcun istante in questi venti mesi, dalle mie dichiarazioni del 6 agosto ad oggi, per lavorare in vista di idonee soluzioni della questione.

FERRETTI. Della «zona B» non ci dice niente?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho richiamato il senatore Lessona alle mie precedenti dichiarazioni; gli ho fatto pervenire il sommario delle mie dichiarazioni.
Comunque non ho difficoltà a ripetere che noi ci siamo attenuti al memorandum d'intesa e che non abbiamo avuto nessun contatto né svolta alcuna trattativa su questioni territoriali a Belgrado.
Desidero assicurare il senatore Chabod che i problemi concernenti la Regione della Valle d'Aosta, ai quali si è riferito nel suo intervento, sono oggetto della più attenta e favorevole considerazione da parte del Governo.
Per quanto riguarda il trasferimento alla Regione di beni patrimoniali dello Stato, è noto che si è già provveduto a darvi attuazione per un cospicuo numero di immobili. Si dovrà ora pervenire con sollecitudine alla definizione dei pochi casi controversi, ricercando la possibilità di superare le difficoltà derivanti da contrasti di interpretazione circa il disposto dell'articolo 6 dello Statuto regionale.
Per quanto riguarda l'istituzione della «zona franca» è stato elaborato dal Ministero delle finanze apposito provvedimento che sarà oggetto di sollecita messa a punto di intesa con i vari Ministeri interessati e con la Regione. Appena ultimati gli approfondimenti in corso, il disegno di legge sarà diramato per l'approvazione da parte del Consiglio dei ministri e la successiva presentazione al Parlamento.
Per la sistemazione e l'ammodernamento delle strade statali scorrenti nella alle d'Aosta e di accesso ai trafori alpini del Monte Bianco e del Gran San Bernardo posso assicurare che l'ANAS ha impegnato la somma complessiva di circa 9 miliardi e mezzo. Importanti interventi sono stati eseguiti e sono in corso di esecuzione o di appalto, in particolare per la sistemazione della strada statale n. 26, per il raccordo tra Prè San Didier e il piazzale di accesso al Traforo del Monte Bianco, per la costruzione di gallerie paravalanghe in località «Le Saxe». Sono stati recentemente approvati e sono in corso di appalto interventi straordinari per un importo di circa mezzo miliardo per la strada n. 27 del Gran San Bernardo. Si procederà sollecitamente nei lavori di appalto dell'autostrada Quincinetta-Aosta, per la quale sono stati già approvati sia il progetto di massima che i progetti esecutivi dei due tronchi in cui è suddivisa.
Non sarà trascurata dal Governo ogni altra possibile iniziativa atta a garantire lo sviluppo dell'economia regionale nel quadro del programma quinquennale 1965-1969 approvato dal Consiglio dei ministri.
Del programma si è parlato largamente da parte delle opposizioni per contestarlo o svalutarlo e talvolta in termini contraddittori. Da parte comunista si è irriso, non saprei usare un altro termine e me ne dispiace, alla indicazione, certo complessa, dei nostri propositi, non solo mettendo in dubbio la serietà delle nostre intenzioni e la nostra capacità di tradurle in atto in sede parlamentare.

GIANQUINTO. L'esperienza del passato ce lo dice!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ...ma disconoscendo anche il rilevante complesso dei disegni di legge già presentati in Parlamento e che io ho dovuto e voluto richiamare anche come testimonianza di una operosità del Governo, troppe volte ingiustamente negata.
Anche da altre parti si è giudicato il programma come un insieme disaggregato di addendi, una elencazione sconnessa e quasi casuale. Non si è voluto cogliere il quadro ordinato nel quale i provvedimenti erano collocati: problemi dello Stato e della giustizia ivi compresa l'attuazione dell'ordinamento regionale; programmazione, con le leggi relative agli organi che la realizzano; legge urbanistica, sulle società per azioni e sulla libertà di concorrenza, che ne sono esse pure strumento operativo, leggi di sviluppo e di riforma della scuola; agricoltura; sanità. E sarebbe difficile negare che queste cose, con maggiore o minore sensibilità, l'opinione pubblica chiede siano fatte, sicché pare ingiusto addebitare al Governo di averle enunciate, di averle poste come obiettivo della sua azione, di avere rispettosamente prospettato al Parlamento la necessità e l'urgenza di uno sforzo comune, il più intenso possibile, per realizzare questo programma nella più larga misura entro il termine, ormai non lontano di questa legislatura.

GIANQUINTO. Quante volte le ha promesse queste cose e non ha fatto niente! (Commenti dall'estrema sinistra).

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Va bene, staremo a vedere. Questo appello desidero rinnovare in questo momento, nella fiducia che un accelerato ed insieme organico svolgimento dell'attività parlamentare sia possibile in questa fase conclusiva del nostro lavoro e trovi il sostegno di una maggioranza compatta ed impegnata ed il rispetto delle opposizioni.
Un'altra critica ci è stata rivolta da parte comunista che fa tutt'uno con la manifestata sfiducia nei confronti del Governo: di avere cioè nella mia esposizione indicato solo titoli e non invece contenuti dei preannunziati disegni di legge.

BERTOLI. Per esempio, quale legge urbanistica?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Mi stia a sentire un momento. Come siete frettolosi! Ma a parte il fatto che ciò avrebbe richiesto un tempo notevolmente più lungo di quello che mi è stato necessario per una indicazione sommaria, e che è già sembrato eccessivo ai colleghi, devo ricordare che io ho fatto esplicito riferimento ai programmi dei precedenti Governi con i quali ho stabilito una linea di continuità. (Proteste e commenti dall'estrema sinistra. Richiami del Presidente). E che soprattutto i principi ispiratori delle leggi ancora da presentare sono già contenuti nel programma quinquennale di sviluppo che è alla Camera dei deputati.
A questo proposito mi soffermerò brevemente su due punti. Uno riguarda quella legislazione in favore dei lavoratori che viene richiamata con il termine di statuto dei lavoratori e di cui un'importante esplicazione, relativa ai licenziamenti individuali, è già dinanzi al Parlamento. Questo impegno è ovviamente confermato, mentre saranno approfonditi i contatti su questi temi con le organizzazioni sindacali interessate.
L'altro punto riguarda l'attuazione dell'ordinamento regionale. E innanzitutto mi si è fatto carico dell'indicazione temporale che io ho dato, quasi si trattasse di una, certo assurda, ipoteca su di un'altra legislatura e su di un altro Governo. Ma in realtà si tratta più semplicemente della proposta di un termine da stabilire per legge. È invece impegno politico di questo Governo di portare ad approvazione le leggi istitutive degli organi regionali, in esse compresa quella sulla finanza regionale. (Commenti dall'estrema sinistra. Interruzione del senatore Pajetta).
A quest'ultimo proposito ho rilevato che, una volta calcolati i costi dalla Commissione Carbone, noi avremmo affrontato con serietà il problema del finanziamento, come del resto ogni altro problema di organizzazione, avendo presente il necessario equilibrio della spesa pubblica globale. È impegno del Governo valutare e fronteggiare i costi dell'ordinamento regionale ed anche i rischi che esso comporta. Ma non c'è nessuna conquista senza rischi; nessuna che non richieda il superamento di gravi difficoltà. Questa è dunque davvero una grande prova per la Democrazia italiana. Ma, se essa sarà, come noi crediamo e speriamo, superata, un importante passo in avanti sarà stato fatto sulla via dell'organizzazione dello Stato su basi di diffusa libertà e di articolata responsabilità. (Rumori e commenti dalla estrema sinistra).
Non fate buona figura a comportarvi in questo modo. Credetemi, l'opinione pubblica vi apprezza anche meno. (Commenti ed interruzioni dall'estrema sinistra). Non siete stati ben giudicati per questo continuo parlare.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, non mettano il Presidente del Consiglio in condizioni di venire soccorso dal Presidente dell'Assemblea!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Non vi è dubbio infatti sulla insufficienza dello Stato accentrato a cogliere le molteplici esigenze che si fanno valere nel tessuto della società civile ed a utilizzare tutte le energie che un nuovo e più liberale modo di organizzare il potere può sprigionare nell'area vasta e differenziata degli interessi comuni. Che essi si pongano in dimensioni nuove, che essi vadano al di là dell'ambito comunale e provinciale, senza raggiungere il grado di concentrazione che impone l'intervento unitario dello Stato, non c'è dubbio. Come non c'è dubbio sulla irrimediabile lentezza e lontananza ed incontrollabilità della iniziativa dello Stato in vasti settori della vita della comunità. Da qui emerge la validità di una visione decentrata ed articolata del potere politico e si prospetta, nel sistema graduato delle autonomie, la dimensione regionale. Quale sia l'organizzazione più aderente alla realtà, quale la natura degli interessi da affidare a questo modo di gestione, può essere oggetto di discussione; ma non che questa articolazione sia necessaria e che essa integri il sistema delle libertà dal cui armonico coesistere risulta la vita democratica dello Stato.
Se vi è dunque un problema circa il modo di organizzare, nella autonomia ma anche nel coordinamento, questa sfera degli interessi comuni, non vi è un impedimento, ma anzi un incitamento a dar vita con grande saggezza ad un'esperienza vitale per un nuovo ordine sociale e politico. E solo necessario che il coraggio delle grandi decisioni sia pari al senso di responsabilità con il quale esse vengono assunte e gradualmente preparate. Dalle Regioni dunque, senatore Veronesi, allo Stato unitario. Se la libertà non sapesse generare l'unità, sarebbe in discussione il valore stesso della democrazia. Ed ella ha fiducia nella democrazia, quanta ne ho io stesso. (Prolungati commenti dall'estrema sinistra).

PRESIDENTE. Non sono d'accordo neanche su questo?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Presidente, onorevoli senatori, il senatore Battaglia ha parlato del desiderio del potere come di cemento che tiene unita, in mancanza di reali affinità e di ispirazioni ideali, la coalizione di partiti dalla quale è espresso questo Governo. Ma io credo di poter dire, quale obiettivo protagonista di questa crisi, che non è stato il gusto del potere, ma il senso di responsabilità che ha spinto ancora una volta alla intesa politica della quale questo Governo vuole essere l'interprete e il realizzatore.
In realtà la tentazione più forte era quella della dissociazione e dell'abbandono non quella del potere difficile e sovente impopolare da esercitare. Sul piano della utilità e della comodità, questo Governo come, credo, quelli che lo hanno preceduto, non si sarebbe costituito. Esso è nato invece da un atto di ferma volontà, dall'assunzione di un rischio, dall'adempimento di un dovere che sospingeva verso l'unità e, quindi, verso una collaborazione difficile ed impegnativa.
Si è parlato, a proposito di questa compagine ministeriale, di un Governo di legislatura. Da altre parti invece, soprattutto negli ultimi giorni, si è fatto riferimento alle permanenti differenze ed ai germi di dissoluzione. La prospettata unificazione socialista, in particolare, è stata vista come una scadenza che dovrebbe, di per sè, segnare un limite alla vita di questo Governo. Non ritengo fondate queste valutazioni.
Si è parlato molto in questo dibattito dei partiti e delle loro vicende, sulle quali cose io non mi soffermerò per doveroso riserbo. Nella vita politica certo noti vi sono assestamenti meccanici e definitivi. Il fatto che vi siano problemi aperti (e quando mai problemi politici sono risolti, senza che ne nascano di nuovi?) non indebolisce l'azione del Governo, quando esso esprime un equilibrio, non già perfetto, ma accettabile e rispondente ad un momento importante della politica italiana.
Noi riflettiamo appunto un tale equilibrio con le sue possibilità e le sue esigenze, alle quali il Governo deve corrispondere con puntualità o rapidità.
Questo è dunque il dovere da compiere, senza pretendere di guardare troppo lontano. Perciò le previsioni di durata mi lasciano del tutto indifferente, con un doveroso distacco che non è solo un atteggiamento morale, ma un atto di saggezza politica.
Si tratta di adempiere il dovere che oggi ci si propone, di adempierlo fino in fondo con la consapevolezza, l'autorità e l'efficacia che debbono caratterizzare l'azione di un Governo il quale, nel momento in cui esiste, rappresenta la Nazione, la tutela e la serve.
Ecco perché siamo già al lavoro e resteremo fermamente al nostro posto di responsabilità per tutto il tempo che ci sarà dato, esercitando il potere che ci è stato conferito, adempiendo correttamente tutti gli obblighi che abbiamo contratto verso i cittadini e verso la Nazione. (Vivissimi applausi dal centro, dal centro-sinistra e dalla sinistra. Molte congratulazioni).

On. Aldo Moro
Senato della Repubblica
Roma, 8 marzo 1966

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di martedì 8 marzo 1966)


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