LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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X° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: MOZIONE N. 1 "AMICI DI TAVIANI"
(Roma, 26 novembre 1967)

Al X° Congresso nazionale della DC vengono presentate tre mozioni, in corrispondenza delle tre liste per l'elezione dei Consiglieri nazionali del partito.
La corrente degli "Amici di Taviani", la prima frattura del gruppo doroteo di maggioranza, presenta la mozione n. 1.

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1) La nostra è una lista di amici che si sono trovati concordi, alla vigilia del Congresso nazionale, in un impegno comune: servire l'unità del Partito, proponendo una linea aderente alla tradizione e alla funzione storica della Democrazia Cristiana.
L'unità sostanziale del partito è necessaria al Paese. Essa si mantiene, si consolida, si sviluppa attraverso un dibattito interno franco, serio, impegnato, libero da schemi e pregiudizi.
A Sorrento fu promesso il superamento delle correnti. Invece lo schieramento precongressuale di partenza vedeva contrapposte una larga convergenza maggioritaria e una minoranza di sinistra. È ovvio che in determinate situazioni, il Segretario del Partito possa e debba essere portatore di una volontà politica maggioritaria; peraltro, l'attuale convergenza, anziché misurare le posizioni sui fatti nuovi, ha tentato di congelare le vecchie correnti, conglobandole in un generico sentimentalismo unitario. Essa sembra preoccupata di garantire la presenza delle vecchie correnti nella gestione del Partito, senza determinare l'elaborazione di una linea omogenea.
I presentatori di questa mozione ritengono, comunque, inopportuna e pericolosa la divisione, in un partito come il nostro, fra una maggioranza che congloba tutte le posizioni, dalla destra al centro-sinistra, e una minoranza di sinistra. È, oltretutto, una divisione che rischia di creare, verticalmente, un dilemma ingiustificato e inesistente.

2) Non vi è, e non può esservi, efficace espressione di volontà politica, senza una precisa indicazione di priorità. L'esigenza fondamentale che oggi si propone alla società italiana è quella della riforma dello Stato.

3) Priorità assoluta, anche al fine di garantire la stabilità politica in Italia, deve avere il referendum.
Il referendum costituzionale consente di operare con la maggioranza assoluta del Parlamento, l'eventuale revisione di norme o leggi costituzionali. Per esempio: le modifiche dello statuto regionale Trentino-Alto Adige, suggerite dalla maggioranza della commissione dei 19, ai fini di una serena e pacifica convivenza delle popolazioni altoatesine; le eventuali modifiche dello statuto regionale siciliano — ferma restando la prerogativa di statuto speciale — nel quadro del coordinamento di tutte le strutture regionali nella rinnovata struttura dello Stato.
Il referendum abrogativo consente di rimettere al popolo la decisione di rilevanti problemi che non riuscirebbero a essere oggetto di accordi di governo. Esempio attuale è il divorzio: problema che in nessun modo potrebbe essere considerato secondario da un partito di cattolici. Su di esso la prossima Legislatura sarà inevitabilmente chiamata a decidere. Ed è facile prevedere che, se non fosse consentito il ricorso alla diretta volontà popolare mediante referendum, si determinerebbe per il Paese un grave pericolo d'instabilità governativa.

4) Se il referendum garantisce la stabilità delle istituzioni democratiche, il perfezionamento del potere giudiziario è la premessa indispensabile per garantire la regolare funzionalità dei rapporti civili.
L'indipendenza del magistrato giudicante nonché l'autonomia organizzativa dell'ordine giudiziario sono fuori discussione. Peraltro l'ordine giudiziario non è, né può essere un potere chiuso, avulso dalla realtà dello Stato; esso è parte integrante delle istituzioni repubblicane, fondate sulla sovranità popolare.
Il progetto di riforma del Consiglio superiore della Magistratura discusso dal Parlamento riguarda solo alcuni aspetti del problema. Occorrerà dare al Consiglio superiore della Magistratura — ferma restando la prevalenza dei magistrati nella sua composizione — una capacità di efficienza funzionale che, con l'odierna struttura, non ha, né può avere.

5) L'attuazione delle Regioni a statuto ordinario è condizione primaria e indispensabile per affrontare il complesso problema dei rapporti fra Stato ed enti locali. Il nostro regionalismo non deriva da una rassegnata accettazione del dettato costituzionale, ma dalla convinzione che o si fanno le Regioni a statuto ordinario o le stretture dello Stato continueranno a rimanere vecchie e stantie.
L'ammodernamento dello Stato non è un problema tecnico, ma politico. Coincide con l'allargamento della sfera di responsabilità dei cittadini: la Regione rappresenta la più incisiva determinante riforma della struttura dello Stato.
Le Regioni dovranno decentrare alle Province le funzioni amministrative. Sul piano finanziario dovranno trasferirsi, dal bilancio statale ai bilanci regionali, le spese relative alle materie di competenza regionale.
Il Partito deve impegnarsi a fondo in un'opera capillare di informazione e convincimento; deve rispondere energicamente agli avversari dissolvendo la paura del nuovo che essi cercano d'insinuare nella coscienza dei cittadini.

6) Con la realizzazione, in tutto il territorio nazionale, dell'ordinamento regionale si potranno effettuare efficaci riforme degli ordinamenti comunale e provinciale.
Particolare importanza ha l'esigenza di assicurare una maggiore stabilità alle giunte comunali e provinciali. A tal fine si propone l'adozione — per la sostituzione dei sindaci e dei presidenti provinciali — del principio della maggioranza costruttiva (l'eventuale sostituzione può avvenire solo attraverso l'elezione del successore).
L'obiettivo della programmazione economica è stato raggiunto in questa Legislatura. Il suo funzionamento potrà attutire gli squilibri ricorrenti, eliminando, o attenuando, le preoccupazioni di un andamento discontinuo della vita economica, capace di sottoporre le strutture produttive a tensioni eccessive.
In politica estera, l'obiettivo fondamentale e prioritario dell'azione italiana deve essere la costruzione dell'Europa politicamente unita: aperta alla partecipazione della Gran Bretagna, e alla partecipazione o associazione delle nazioni democratiche. Potrà così garantirsi, nell'equilibrio mondiale, una presenza corrispondente al patrimonio culturale e alla testimonianza civile, che tuttora l'Europa rende all'intera umanità.
L'unificazione europea può realizzarsi soltanto nell'ambito della solidarietà atlantica: essa è anche una risposta concreta alle ricorrenti tentazioni nazionalistiche e alle follie criminali del neonazismo, le une e le altre antistoriche e anacronistiche.
Contestare i nostri vincoli atlantici, attenuare l'impegno europeistico, significherebbe minacciare la sicurezza, favorire il disordine internazionale, contribuire all'aggravamento dei rapporti fra le massime potenze.
In sintesi, la politica estera dello Stato italiano deve essere rivolta alla tutela degli interessi di libertà, di sicurezza, di benessere e di progresso del nostro popolo. A questi fini risponde non un nazionalismo gretto o autarchico, bensì una volontà di pace e di concordia, aperta alle integrazioni sopranazionali.
Obiettivi della politica interna della Democrazia Cristiana sono il consolidamento e lo sviluppo delle istituzioni democratiche, il progresso civile e sociale del Paese. A tali obiettivi risponde l'alleanza di centro-sinistra. Il Governo Moro ha la nostra piena e leale adesione.
Ci dividono dalla destra conservatrice una diversa valutazione delle esigenze dello Stato moderno, e quindi dei criteri della sua forma (dalle Regioni al referendum, alla programmazione); ci dividono dalla sinistra eversiva e dalla destra autoritaria gli invalicabili confini posti dalla libertà e dagli istituti che devono garantirla.
Occorre consolidare e approfondire la scelta di libertà e di progresso attuata con il centro-sinistra, operando affinché esso esprima tutta la sua potenzialità rinnovatrice. L'alleanza con il Partito socialista è stata possibile, perché, essa ha coinciso con l'allargamento dell'area democratica del nostro Paese, e la verifica della sua validità discende dal fatto che sui temi di fondo della libertà, e delle sue concrete espressioni politiche nell'ordine interno e in quello internazionale, il centro-sinistra ha operato senza sostanziali difficoltà.
La Democrazia Cristiana non può né deve rinunciare al ruolo di garante del progresso civile nella libertà che gli è stato assennato dai vasti consensi dei suoi elettori: questo indirizzo dovrà essere seguito anche in futuro, nella consapevolezza che nessuna scelta gioverà mai allo sviluppo del Paese, se non avverrà in condizioni di assoluta sicurezza democratica.
La società italiana, anche a causa dell'impetuoso sviluppo dell'ultimo decennio, presenta nel suo interno forze che tendono a determinare una crescita contrassegnata da squilibri. Ci si affida alle capacità dinamiche di progresso della scienza e della tecnica, si individua nei pur giusti, ma parziali, obiettivi del benessere, il fine globale della comunità; si cercano rapporti nuovi tra l'impegno religioso spirituale e quello politico.
Di fronte a tutto questo, la funzione della Democrazia Cristiana si evolve e si definisce.
La Democrazia Cristiana deve assumere su di sé il compito di garantire che ogni fatto nuovo della vita italiana sia promosso in vista di un arricchimento autentico delle libertà civili e della dignità personale. Siamo consapevoli che molte ideologie storiche sono oggi in crisi: proprio per questo si esalta il significato di una dottrina politica — come la nostra — che non ha mai accettato di confondersi con i "programmi" da realizzare in un determinato momento. La dottrina democratico-cristiana presenta, come suo intramontabile titolo di merito, una visione della persona umana capace di essere il centro di un pluralismo sociale, teso all'unico obiettivo di garantire le libertà civili e accrescere la dignità di ogni singolo cittadino. Vogliamo essere il partito delle nuove generazioni. E potremo esserlo se saremo un partito aperto al futuro.
Ventitré anni or sono, migliaia e migliaia di giovani accorsero alla Resistenza: il loro entusiasmo e il loro spirito critico contribuirono a fondare l'edificio democratico e repubblicano, nel quale tutti noi ci riconosciamo. Questo entusiasmo e questo spirito critico sono tuttora vivi e disponibili nei giovani d'oggi; devono essere utilizzati.
Respingiamo il ruolo di ala moderata dello schieramento politico italiano. Nulla rifiutando della tradizione che abbiamo alle spalle, intendiamo raccogliere, dalla dinamica degli avvenimenti, il segno dei tempi nuovi.

Mozione n. 1 "Amici di Taviani"
X° Congresso Nazionale della DC
Roma, 26 novembre 1967

(fonte: biblioteca Butini)


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