LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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X° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE INTRODUTTIVA DI MARIANO RUMOR
(Roma, 23 novembre 1967)

Il X° Congresso nazionale della DC si apre verso la fine della legislatura che ha visto i primi governi di centro-sinistra, guidati dall'on. Moro, ed a pochi mesi dalle elezioni politiche del 1968.
Il Congresso conferma la linea politica del centro-sinistra condotta dal Segretario politico uscente (e poi riconfermato), on. Mariano Rumor.
La relazione introduttiva dell'on. Rumor e il dibattito congressuale si sofferma sulle iniziative che possono portare ad un rinnovamento dello Stato e del governo del Paese: scuola, Mezzogiorno, regioni.
Il Segretario politico svolge la sua relazione il 23 novembre 1967.

* * *

Cari amici,
il Congresso si riunisce mentre salgono dal Paese, con molte speranze, ragioni di insoddisfazione, di inquietudine, alimentate dalle ricorrenti polemiche sullo Stato e sulla sua efficienza e da un senso diffuso ed acuto di un distacco delle forze politiche dalla società, dalle sue più vivaci correnti culturali e dai problemi concreti.
Nelle giovani generazioni si avverte, al di là di fenomeni di sbandamento morale, un disagio autentico e quasi una barriera di incomunicabilità che rende pensosi e preoccupati. La stessa situazione internazionale, entro un quadro che pareva fino a ieri stabilizzarsi, lascia intravvedere nodi e difficoltà che la rendono in prospettiva densa di incognite e di impegnativi doveri.
Tutto ciò è certo naturale nella fase di passaggio che il Paese attraversa e che ne accentua tutte le contraddizioni; né può contestare i meriti ormai acquisiti dalla Democrazia Cristiana per il suo rinnovamento politico e civile, per la sua trasformazione ed unificazione sociale, per il suo progresso economico. Ma tutto ciò ci dice anche che siamo alla stretta più delicata del nostro cammino e che la situazione, per un partito che guardi avanti, va saldamente impugnata.

L'insostituibilità dei partiti

Qual è, dunque, il problema centrale oggi della democrazia italiana, quello che sentiamo prevalente su tutti, pregiudiziale ad ogni azione di rinnovamento? Una insidiosa forma di pigrizia ideale sembra talvolta cogliere il Paese, per altri aspetti tanto vivace e dinamico, e dietro di essa l'illusione che i problemi si risolvano automaticamente da soli, senza scelte pregiudiziali di valore, senza scuotere persuasioni ormai irrigidite, senza adeguata ed integrale assunzione personale di responsabilità.
Su questo terreno si insinua la polemica contro i partiti e il sistema dei partiti, frutto insieme — per quanto riflette la generazione che è stata protagonista dei due decenni di libertà — di soddisfazione per taluni traguardi conseguiti e del timore di vederli messi in discussione; e al contrario dell'impazienza delusa di quanti non colgono il ritmo necessariamente graduale e lento del rinnovamento; e del bisogno di novità, del senso di estraneità, della volontà di essere se stessa, non comprendendosi con il passato, anche se recente, della nuova generazione.
Di qui nasce anche la tesi di una radicale crisi etico-politica; i ricorrenti tentativi di legittimare una divisione manichea tra il Paese legale, fatto di profittatori o di illusi, e il Paese reale, sano, dinamico, concreto, ma mortificato come in una camicia di Nesso dalle forze politiche. Noi contestiamo questa tesi, inammissibile per il suo contenuto negatore.
Il tentativo in atto è tanto più pericoloso in quanto passa attraverso i partiti stessi e un affievolimento dei loro contenuti e della loro carica ideale, in vista di scomposizioni ed impasti sulla base di miti e di velleità che non hanno reale consistenza nella coscienza popolare. E non lo contestiamo perché così si cerca di colpire la Democrazia Cristiana: l'obiettivo va al di là di essa.
Il disegno è di liquidare i partiti popolari, di minare alla radice il reale pluralismo politico espressivo di una società vitalmente democratica, di ricondurre il potere e immobilizzarlo nelle strette di un dominio minoritario — conservatore o radicale, economico o tecnocratico che sia — ma che rimane sempre protervo e paternalista.
Noi denunciamo questo tentativo. I partiti — e tra essi la Democrazia Cristiana — rappresentano una condizione fisiologica della vita democratica, esprimono attraverso i loro scontri ed incontri un dato ineliminabile.
La denuncia naturalmente non basta. Vi sono nei partiti elementi di debolezza e di ritardo che vanno colmati, c'è un affievolimento di valori e di tensione ideale che va superato con una vigorosa ripresa d'iniziativa che esprima al tempo stesso una forte volontà politica ed una incisiva piattaforma programmatica, che ridia alla lotta politica quel senso e quel gusto che, soli, la rendono attendibile ai cittadini, appassionandoli a scelte che decidono il destino comune.

Il rinnovamento del partito

Il primo problema non è dunque ancora quello degli istituti, ma del come i partiti sono dentro la società, ne riflettono le istanze, fanno diventare protagonista della politica il popolo. Questo nostro Congresso deve prendere atto che la crescita civile e quindi quella politica non è stata pari alla crescita economica. Di questo tutti siamo responsabili e su questo terreno tutti — i partiti in prima linea — si devono impegnare. Si deve impegnare la Democrazia Cristiana, in primo luogo, se vuole far emergere il suo "popolarismo", che è la ragione caratterizzante della sua presenza.
Ecco perché al centro del non breve e spesso agitato ed inquieto tragitto del Partito dal Congresso di Roma a oggi, è stato il dibattito sulla Democrazia Cristiana, sul suo posto, sul suo ruolo e le sue responsabilità nello Stato e nella nuova società nazionale.
Al dovere di affrontare questi interrogativi la Democrazia Cristiana ha risposto dedicando iniziative rilevanti, come i Convegni di Sorrento, di Lucca, di Milano, di Napoli, ed altre più limitate perché più specializzate, ma non per questo meno incisive, tutte orientate ad aprire il discorso sul Partito, sui grandi temi già vivi o emergenti nella coscienza nazionale.
Non tutto si è svolto secondo le intenzioni: ancora oggi per molti aspetti siamo — bisogna riconoscerlo — alla presa di coscienza piuttosto che alla soluzione e alla definizione di temi di grande rilevanza; ma un tratto non breve di strada è stato percorso.
Vi abbiamo concorso tutti, con volontà comune. Di ciò ringrazio affettuosamente tutti coloro che, nelle varie fasi che il Partito ha attraversato, hanno avuto responsabilità in seno alla Direzione: in particolare gli amici carissimi Forlani e Piccoli, che dal 1965 hanno con me condiviso con spirito di amicizia, con dedizione e disinteresse, le responsabilità non lievi delle decisioni e dell'azione della Segreteria Politica. E con grato sentimento ricordo gli amici Galloni, Morlino, Scalfaro, per un certo tratto impegnati nella comune fatica come Vice Segretari.
Un vivo apprezzamento va al Presidente Moro, che ha guidato il Governo con grande saggezza e responsabilità, interpretando nella sua azione gli ideali e gli obiettivi programmatici del nostro Partito; e con lui a tutti gli amici che hanno rappresentato la Democrazia Cristiana in posizioni di alta responsabilità nel Governo e nel Parlamento; agli amici Gava e Zaccagnini, e attraverso loro ai parlamentari tutti, cui va dato atto dello spirito di dedizione e di servizio. Un ringraziamento particolare a nome di tutti i democratici cristiani devo ai Presidenti Piccioni e Scelba, che hanno rappresentato la continuità ideale, l'unità del Partito e la coscienza della sua tradizione storica.
E soprattutto, a nome di tutti voi, ai nostri quadri dirigenti, ai nostri oscuri militanti di periferia, che nelle file della Democrazia Cristiana rendono un umile, inestimabile servizio al Paese.
Sforzo comune, dunque, che ha impegnato tutto il Partito, in tutte le sue articolazioni, la minoranza come la maggioranza. Non sono certo mancati momenti di polemica, di tensione e di turbamento; ma è con gratitudine che posso testimoniare del contributo di comprensione delle superiori ragioni del Partito, di ricerca e di intelligenza che hanno dato tutti, ognuno per la sua parte.
Il "rimescolamento delle carte", che ha voluto significare in modo immaginoso e concreto l'esigenza non di un'attenuazione del dibattito interno, ma di un suo nuovo modo di atteggiarsi e di manifestarsi al di fuori delle stanche classificazioni cristallizzate e di comodo, ha rappresentato altresì la presa di coscienza che non siamo, che non possiamo essere un coacervo di gruppi, una sorta di federazione di partiti, ma un partito unito. Non un partito monolitico: non c'è posto né ci sarebbe tolleranza nella Democrazia Cristiana per un tipo di gestione conformistica. C'è posto per l'unità, che rappresenta la comune consapevolezza della ragione della nostra presenza politica nel Paese.
Ma l'unità trova il suo sostegno e la sua forza nel dialogo e nel dibattito interno; in essi trova anche ragione l'incisività che il nostro Partito ha sempre avuto nel suo contatto con l'opinione pubblica, come testimonianza di una tensione ideale capace di dominare il corso a volte contraddittorio e contrastato delle vicende politiche.
Pregiudiziale, però, è che sia chiara la linea del Partito. Più articolato e più intenso è il dibattito interno, più viva e presente deve essere la semplice verità che siamo un partito.

Le vicende governative e parlamentari

Questa complessa situazione, con i suoi elementi di novità e di assestamento delle forze politiche, non poteva non ripercuotersi, e di fatto così è avvenuto, sull'azione del Governo e sull'attività parlamentare.
Le vicende sono note. Dopo la crisi di luglio del '64, il Governo ha avuto altri momenti di tensione, a volte acuta. Lunga e difficile, la crisi del gennaio-febbraio '66. Provocata da un inopinato e discusso voto parlamentare sulla legge per la scuola materna, la crisi mise a nudo proprio le difficoltà, del resto naturali in una visione non contingente comprensiva di tutto l'arco dell'esperienza di centro-sinistra, di accostamento e d'impatto tra le forze della coalizione. L'aspetto più singolare di questa crisi è che l'accordo fu rapido e facile, e sostanzialmente coincidente con la piattaforma proposta unanimemente dalla nostra Direzione per le trattative con gli altri partiti della coalizione.
L'impasse sorse, invece, dinanzi ad una richiesta di "trattativa globale", che confluiva, in sostanza, nella valutazione discriminante e pregiudiziale di alcuni nostri uomini e in un virtuale attentato alla nostra unità.
Il nostro Partito non poteva accogliere, non potrà mai accogliere, quella pregiudiziale. Non si tratta soltanto di motivazioni ispirate ad un corretto rapporto di partiti che collaborano e che debbono a se stessi soprattutto il massimo rispetto. La motivazione di fondo riguarda l'essere della Democrazia Cristiana, che noi difenderemo sempre nell'interesse della democrazia italiana. Su questo punto dobbiamo a noi stessi una grande reciproca chiarezza: e del resto non è mancata in quella occasione una mia doverosa assunzione di responsabilità.
Il punto morto fu superato nel modo che è noto, e desidero, a questo riguardo, accomunare, come già feci al Consiglio Nazionale del marzo del '66, in un rinnovato ringraziamento e apprezzamento, gli amici Scelba e Piccioni, per la prova di attaccamento al Partito offerta in quell'occasione. Da Piccioni, in particolare, ci è venuta una prova ammirevole di disinteresse personale e di dedizione, che è per noi un'alta lezione morale di cui gli dobbiamo testimonianza e gratitudine.
Su un piano più generale, di quella crisi e del suo sbocco, vorrei ancora sottolineare come furono esaltate, da un lato la capacità di guida della Democrazia Cristiana all'interno della coalizione, e consolidata, dall'altro, la piattaforma consensuale del centro-sinistra.
La riprova si ebbe nella successiva "crisi bianca", che il nostro deciso e lineare atteggiamento concorse a mantenere al di qua di una rottura che avrebbe potuto avere serie conseguenze sulla collaborazione. Sorta a seguito di un confuso voto sul caso dei "previdenziali", e quindi su un tema per così dire tecnico, essa si trovò inserita in un'atmosfera politica caratterizzata da richieste e ripensamenti — avanzati prima dal Partito socialista e fatti propri poi dal Partito repubblicano — in ordine ad una progettata "verifica" dell'azione governativa dell'ultimo periodo della IV Legislatura repubblicana.
Per parte nostra, non avevamo opposto alcun rifiuto, concordando per essa all'unanimità, nella Direzione del 27 ottobre, alla vigilia cioè dell'unificazione socialista, una proposta avanzata e realistica.
La verifica si svolse in un clima sereno, che consentì una sua rapida conclusione su una piattaforma ben delineata e largamente comprensiva delle nostre indicazioni.
Il punto più qualificante fu, senza dubbio, quello relativo all'ordinamento regionale, da noi inquadrato nel più vasto contesto della riforma dello Stato e dei complessi problemi delle autonomie locali. Su questo tema l'impegno fu di procedere all'approvazione della legge per le elezioni a suffragio diretto dei Consigli regionali in concomitanza con le amministrative del '69, collegando questo impegno all'approvazione della fondamentale legge finanziaria.
Mi auguro che la riserva allora espressa dalla nostra minoranza e riferita ad un dubbio sulla nostra volontà politica, si sia dispersa dopo la lunga, coraggiosa, positiva battaglia condotta senza incertezze dal nostro Gruppo parlamentare alla Camera e dopo l'aperta presa di posizione del Partito che, lungi dal lasciarsi rimorchiare, è stato in prima fila a sostenere senza equivoco le ragioni istituzionali e politiche della riforma stessa.

Una legislatura positiva

Non sono mancate dunque le ombre e le difficoltà, in presenza di una esperienza nuova, di una esigenza di contatto libero da reciproche riserve, di situazioni emergenti ed impegnate, di nuovi coaguli tra le forze politiche e all'interno di esse.
Tuttavia, una visione d'assieme, un giudizio sereno e franco su tutto l'arco della Legislatura, su tutta l'attività del Governo dei Gruppi parlamentari della maggioranza, non può esimerci da una valutazione largamente positiva. Il fatto che per la prima volta nella storia della Repubblica il Governo si accinga a concludere la Legislatura sulla medesima piattaforma politica con cui l'ha iniziata, chiarisce esemplarmente lo sforzo di questo periodo difficile, di cui abbiamo sempre colto il rilievo storico di fondo, pur in mezzo alle incomprensioni e alle mortificazioni che accompagnano le grandi scelte.
Al di là dei condizionamenti parlamentari, delle circostanze, delle difficoltà, delle insorgenze obiettive, il Partito può considerare il bilancio di questa prima delicata esperienza con la certezza di avere costruttivamente e lealmente operato, cercando con gli alleati le possibili convergenze, recando il suo contributo d'iniziativa politica e d'idee, salvando sempre e sostanzialmente la linea di centro sinistra. Lo attestano la raccolta di tutta la Democrazia Cristiana intorno a questa politica, e la coscienza della sua importanza immensa nel Paese. In questa situazione, il Governo ha operato con serietà e intensamente. Esso in primo luogo ha dovuto fronteggiare due gravi insorgenze: la crisi congiunturale e l'alluvione del novembre scorso. Entro questo quadro — fatto salvo il margine d'errore che non può mai essere escluso — il Governo ha operato nella consapevolezza globale dei nodi da tagliare e dell'esigenza di procedere in modo organico.
Al centro della sua iniziativa è stata l'approvazione del Piano quinquennale di sviluppo, che di per se stesso qualifica una politica e una legislatura. E in questa prospettiva, vanno considerate tutte le altre realizzazioni legislative, sia d'ordine istituzionale che economico.

Le vicende elettorali

L'impegno profuso dal Partito, la sua unità e il suo prestigio, il concorde sforzo del Governo ci hanno consentito di affrontare positivamente, nell'arco di questi tre anni, anche una serie faticosa e difficile di prove elettorali, che per continuità ed ampiezza hanno investito, dal novembre del '64 a quello del '67, regioni come il Trentino-Alto Adige, la Sardegna e la Sicilia, Amministrazioni locali di tutto il Paese, in tutta la varietà delle sue situazioni.
I risultati positivi sono una conferma insieme dell'azione di presenza dei nostri dirigenti, dei nostri soci, delle vaste adesioni, della larga attendibilità e fiducia che la Democrazia Cristiana va ritrovando presso l'elettorato. Essi indicano, al di là di episodi degni di approfondita analisi, una tendenza generale e costante al recupero rispetto al '63, in elezioni che sono ovviamente più frammentarie e dispersive di quelle politiche generali.
Di fronte alla ripresa della Democrazia Cristiana, registriamo il sicuro andamento del Partito socialista unificato e un progresso del Partito repubblicano. Notiamo invece il riflusso del Partito liberale dalle posizioni acquisite nelle politiche e un calo della destra.
Più complesso il discorso sul Partito comunista: più o meno stazionario al Nord, in lieve ascesa al Centro, in calo nel Mezzogiorno. Talune flessioni vistose non autorizzano un affievolimento della nostra vigilanza, nella consapevolezza dello sforzo che il Partito comunista sta facendo in vista delle elezioni del '68 in tutto il Paese, e che ha di mira esclusivamente l'indebolimento e la rottura della Democrazia Cristiana.
Nel quadro dei risultati elettorali non mancano elementi negativi: tra essi il dato più inquietante è l'accentuarsi del fenomeno delle "schede bianche". Esso è per alcune zone identificabile nelle sue cause; altrove sembra corrispondere ad uno stato di stanchezza e di sfiducia, che va affrontato con estrema prontezza.
Resta, da ultimo, il bilancio delle Giunte. L'impegno reciproco di trasferire la linea di centro-sinistra dal vertice alla periferia è stato largamente ed in misura soddisfacente rispettato. Non che siano mancate o che manchino difficoltà, ma si tratta di situazioni locali, non di una tendenza, che nel suo aspetto generale appare dunque positiva.

I PROBLEMI DELLA NUOVA SOCIETÀ ITALIANA

Si tratta ora di guardare avanti e di chiederci: quali sono i problemi più urgenti, emergenti e nuovi della società italiana?
Vi sono alcune tendenze, intanto, che delineano il nostro prossimo futuro:
1) Nell'arco di vent'anni la struttura sociale del Paese è modificata sostanzialmente, spostando decisamente la forza-lavoro verso il settore industriale e quello terziario, e accentuando il fenomeno dell'urbanizzazione. Nell'arco dei prossimi 15-20 anni la manodopera agricola è destinata a diminuire ancora, mentre per oltre metà la popolazione italiana vivrà all'interno di strutture di tipo urbano.
2) L'intensità di sviluppo economico si è mantenuta, dal '50 in avanti, ad un livello che fa ragionevolmente presumere superate le preoccupazioni circa l'avvenuto decollo della economia italiana, che neppure la grave pausa congiunturale è riuscita a mettere in forse. Malgrado i problemi di ammodernamento, di concentrazione e di efficienza tecnologica, le preoccupazioni puntano oggi, più che all'intensità, ai modi nei quali lo sviluppo si svolgerà.
3) Gli sforzi compiuti e i risultati raggiunti non hanno ancora consentito di superare il carattere sostanzialmente dualistico dell'economia italiana, mentre si accentua la tendenza automatica, insita nel processo di sviluppo, a favorire pregiudizialmente le zone dove i fattori agglomerativi — infrastrutture, industrie, servizi — hanno maggiore consistenza.
4) Dinanzi a un processo di espansione economica così intenso, si riscontra una minore crescita politica, una crisi di partecipazione dei cittadini, una inadeguata efficienza dell'apparato pubblico nel suo complesso e, più in generale, uno squilibrio tra consumi privati e consumi pubblici.
5) Si accentua la crisi dei valori tradizionali di condotta e di costume, che investe settori come il mondo femminile e giovanile, gangli vitali come la famiglia. Si sta sfaldando il modello della società contadina e borghese, e non è chiaro il modello nuovo di società verso il quale stiamo andando. Emergono, al limite, anche fenomeni aberranti e delinquenziali.
Così delineate le tendenze più marcate e i problemi emergenti della società nuova, risulterà più chiaro ed evidente nella sua motivazione il nostro discorso intorno alla società del benessere.
Il punto non è di ostacolare l'espansione del benessere. Esso è, del resto, un dato automatico del progresso tecnologico, inarrestabile e positivo nella sua tendenza a cancellare le sacche di miseria e a diminuire la distanza fra le classi, a scomporle e ricomporle grazie alla mobilità del corpo sociale. Il problema è di rendersi conto delle profonde modificazioni che la società del benessere comporta, ed anche delle implicazioni e dei rischi che essa ha in tutti i campi e in tutti i settori.
Innanzitutto, implicazioni culturali e di atteggiamenti politici. Si parla spesso di caduta e di affievolimento delle ideologie. Il fenomeno investe tutti i partiti, e in modo prevalente quelli tuttora ancorati a schemi ottocenteschi e classisti. La difesa del privilegio, da un lato, e lo schema della lotta di classe, dall'altro, cadono inevitabilmente, in una società aperta e non più rigida nelle sue strutture classiste. Il privilegio tende cioè a manifestarsi in punti diversi, e le tensioni sociali su piani diversi.
Il segno di questa crisi e di questa caduta delle ideologie è nella curva del neocapitalismo e del socialismo, che oggi tendono inavvertitamente ad avvicinarsi in un'unica tendenza alla sistemazione della società secondo criteri prevalenti di efficienza e di razionalizzazione. E del resto è significativo il richiamo costante, proprio da parte di queste componenti, ai modelli americano e scandinavo. Ma sono proprio questi modelli che oggi vengono posti in discussione nel loro interno.
Prendiamo il tema del consumismo: è nella società opulenta che viene sottolineato dalle espressioni più vivaci della cultura il costo sociale di un prevalere senza alternative efficaci dei consumi privati; un costo di disfunzioni, di sofferenze che si riversano sul singolo, creando squilibri e disuguaglianze di nuovo tipo e quell'affievolimento del sentimento di solidarietà che crea l'atomismo sociale, rafforza i fattori di disgregazione e di disadattamento, mortifica in una parola la persona umana.
L'ideale e la politica della "nuova frontiera" avevano colto questa esigenza profonda e incomprimibile di dare alla società del benessere una animazione morale, una scala di valori, un disegno politico che fosse, sì, di organizzazione e di efficienza, ma che rimettesse in movimento la spinta alla partecipazione politica dei cittadini. Ed avevano aperto, e tengono tuttora aperta, la suggestiva immagine di una società che, diventando a mano a mano opulenta, non si ripiega egoisticamente su se stessa, ma dal diminuito bisogno ricava lo stimolo ad una partecipazione più intensa e consapevole alla vita comunitaria, ed alza lo sguardo oltre il confine della società in cui vive, verso comunità meno avanzate.

Idee per uno sviluppo del paese

Il problema, tanto dibattuto, è tutt'altro che nuovo, ma per noi si pone oggi in termini di volontà e di decisione politica: è dunque se lasciare che le tendenze spontanee di un processo di sviluppo mosso da prevalenti esigenze produttivistiche continuino ad essere le idee animatrici dello sviluppo stesso, salvo azioni correttive e sussidiarie; o se tale processo debba essere saldamente impugnato ed orientato secondo alcuni criteri espressivi di valori civili e politici, cui corrispondono obiettivi e strumenti conseguenti ed idonei.
Il nostro Partito ha già risolto questo problema in se stesso, scegliendo la lotta agli squilibri, che ha trovato la sua espressione più viva nell'impegno meridionalistico.
Si tratta ora, nel nuovo contesto della politica di piano, e con una severa riflessione sulle distorsione della prima fase della nostra espansione economica e del costo dell'ultima crisi congiunturale, di predisporre i necessari strumenti, ma soprattutto di modificare, radicalmente se occorre, alcuni comportamenti. Si tratta, cioè, di rendere concreta la priorità del potere politico rispetto a tutte le altre componenti di potere, e in particolare rispetto a quello economico; del potere politico: del solo potere cioè che esprime gli ideali, le tendenze, gli interessi di tutta la comunità nazionale, che li inquadra in una visione armonica e realistica del suo sviluppo e del suo progresso, rispondendone democraticamente. Una prima esigenza da soddisfare è quindi la responsabilizzazione dello sviluppo.
Conseguente è l'esigenza di non considerare a se stanti, ma come un fatto inscindibile, sviluppo economico e sviluppo civile, la cui divaricazione finirebbe per creare, soprattutto in un Paese a sviluppo dualistico come il nostro, un pericoloso raccordo tra vecchie e nuove tensioni sociali, mettendo in pericolo tutto l'equilibrio politico democratico.

IL RINNOVAMENTO DELLO STATO

Vi sono, dicevo, valori politici da garantire ed espandere e che trovano il loro primo punto di riferimento nello Stato e nei suoi comportamenti. Nei limiti in cui lo Stato è in crisi, è in crisi il vecchio Stato che abbiamo ereditato, ed esso è in crisi in ciò che ha di arcaico e di inidoneo rispetto alle novità che vi abbiamo inserito in questi anni, e in ciò che ancora deve essere rinnovato.
Il quadro delineato dalla Costituzione è sostanzialmente valido; non per questo siamo pregiudizialmente contrari ad una revisione laddove l'esperienza, una più meditata riflessione costituzionale, l'esigenza di favorire una più viva e diretta partecipazione dei cittadini, lo suggeriscano. Ciò che va respinta è la ipotesi di un immobilismo costituzionale.
Il tema delle Regioni è esemplare. Non è possibile, anche sul piano tecnico, affrontare il rinnovamento dello Stato lasciando un vuoto che la Costituzione non prevede, o pretendere di colmarlo con espedienti tecnici che disattendono e invalidano il disegno coerente di uno Stato pluralista e non accentrato, che la stessa Costituzione delinea.
Non è in ogni caso possibile identificare la sede delle disfunzioni in un solo istituto, per quanto rilevante sia il suo peso politico. Senza negare che la vita parlamentare italiana presenta difetti e richiede numerosi rimedi, in effetti gli ostacoli che si frappongono alla individuazione di un ruolo efficace delle Assemblee parlamentari, ed in esse la difficoltà dell'indirizzo politico collegiale, si riproducono, pur con intensità differente, in tutte le democrazie occidentali. È allora giusto domandarsi se la crisi non derivi proprio dal divario tra l'ordinamento giuridico italiano così come era e l'ordinamento come è stato progettato con spirito profetico vent'anni orsono; se il "gap costituzionale", accompagnandosi ad un altro "gap", quello di credibilità della classe politica, anche in questo campo, non sia oggi avvertito in termini nuovi e diversi, cioè globali. Ciò avviene perché sono maturate le precondizioni politiche ed economiche che consentirebbero di tradurre in realtà il modello accolto dalla nostra Carta. Basti qui riferirsi alla estensione della base politica del consenso compiutasi con la formula di centro-sinistra, e alla trasformazione della società italiana in società largamente industrializzata. Sono le precondizioni da cui si può partire per realizzare il disegno della Costituzione nella sua essenza, sia per ciò che concerne lo Stato-persona, sia per quanto attiene ad una comunità nazionale articolata.
In effetti, si tratta di determinare la evoluzione da una fase costituzionale prevalentemente garantista, intesa quale affermazione di alcuni presupposti essenziali della vita nazionale (pluripartitismo, democrazia rappresentativa, esercizio della libertà civile, iniziativa economica), alla fase del movimento, per la formazione di una comunità in cui Stato, Enti locali, società intermedie, cittadini possano muoversi nei modi previsti dai Costituenti.
Questo mutamento, però, può diventare attuale solo se vi si applica la volontà politica dei partiti e in particolare quella del nostro, che ha assunto le maggiori responsabilità in questo ventennio. O i partiti avranno un grado di tensione morale più elevato, una lucidità generosa che rifiuti l'accentramento del vecchio potere e ricerchi una sintesi certo più difficile tra poteri nuovi, o gli ordinamenti attuali passeranno senza lunghi stadi intermedi da una crisi di crescita a una crisi di regresso, i quadri del sistema saranno sempre più chiusi e più poveri, e le istituzioni si consegneranno a un avvenire di decadenza. Certo, si pongono anche per i partiti problemi d'inserimento nella vita costituzionale, particolarmente delicati, e temi ancora discussi, come quello del finanziamento pubblico, almeno, secondo taluni, delle campagne elettorali. Ma al di là degli interventi legislativi che saranno giudicati opportuni, più stringente per i partiti, e soprattutto per il nostro, è il dovere di autoriforrnarsi nei comportamenti. In questo senso ha valore il processo di rinnovamento che abbiamo cominciato.

Il Parlamento

Un primo problema politico si pone: l'esigenza di una sempre più affinata selezione del personale parlamentare. È necessario che il nostro Partito guardi in faccia la realtà. Lo sviluppo della società — così come ha rotto i bloccati schemi classisti — ha rivelato il sorgere, l'affermarsi organico di due tipi di classe dirigente che minacciano di divaricarsi al punto non solo da rendere estremamente difficile la funzione di sintesi degli interessi comunitari propri della politica, ma addirittura da rendere le due classi dirigenti fra loro incomunicabili, al di là del rapporto che si crea per interessi particolari.
Bisogna che i partiti comprendano che si è venuto sviluppando un tipo di selezione di classe dirigente — che ha un peso determinante nella vita del Paese non meno di quella politica — diversa ed esterna al tipo di selezione fatta attraverso gli strumenti consolidati nei partiti, e che non è immaginabile né che la funzione politica sia privata dell'apporto diretto e politicamente qualificato di quella classe, né che quella classe dirigente sia disponibile a sottoporsi al tipo di selezione propria dei partiti, senza ragionevolmente temere di non riuscire ad emergere. Guai a quella classe dirigente politica che non avvertisse questa esigenza, guai se creasse per la sua sordità centri di potere tecnico ed economico estranei e polemici con quello politico senza che sia stato cercato un raccordo! Questo, cari amici, è del resto nella logica rigorosa del "partito aperto", del partito della società nazionale, che abbiamo auspicato a Sorrento. Tale esigenza riguarda i partiti nel momento del raccordo elettorale; riguarda la possibilità che sia assicurato l'ingresso in Parlamento di personalità espressive di rilevanti valori culturali, economici e sociali che emergono nella comunità nazionale, attraverso idonei meccanismi elettorali, quale potrebbe essere una lista nazionale per la Camera o per il Senato, ovvero per entrambe le Assemblee.
A rafforzare il prestigio e la dignità del Parlamento concorre poi in modo determinante un corretto rapporto tra Governo e maggioranza parlamentare e, quindi, tra partiti della coalizione. Non è sufficiente il richiamo alla esigenza di chiarezza, derivata dalla comune piattaforma programmatica. È la valorizzazione costante dei Gruppi parlamentari che deve da un lato evitare la dispersione della linea politica e facilitare dall'altro il funzionamento del Governo. Il Governo, cioè, deve assicurarsi un'organica collaborazione della sua maggioranza, in modo che il rapporto Governo-Gruppi parlamentari realizzi quel continuum — come dicono i giuristi — tra maggioranza e Governo che può garantire un vero Governo di legislatura.
Non meno fondamentale presupposto di rinnovata vitalità della funzione parlamentare deve essere, al tempo stesso, un nuovo modo di concepire i rapporti fra maggioranza e opposizione, restituendo alla prima il compito che le è proprio, di concorrere all'attuazione dell'indirizzo politico del Governo, alla seconda quello di farsi portatrice di soluzioni alternative globali, rispetto a tale indirizzo. Il tema è di stretta attualità, dopo la recente battaglia ostruzionistica sul tema delle Regioni. Ed è anche tema non nuovo, su cui già De Gasperi aveva chiamato l'attenzione.
Alle opposizioni noi diciamo, cioè, che l'obiettivo della efficienza non lo vogliamo conseguire con l'attenuazione delle garanzie dell'ordinamento, né con la compressione dei loro diritti; nella misura in cui esse favoriranno un'opera di graduale edificazione di uno Stato più efficiente e funzionante, di una direzione politica democraticamente più autorevole, tanto più ne verrà valorizzata l'azione di controllo e di stimolo che ad esse spetta in un regime democratico. Ciò però significa che, per quanto ci riguarda, non acconsentiremo mai a tentativi di instaurare un "regime di Assemblea", esiziale per le istituzioni e per tutto il sistema democratico.
So di porre un problema di grande impegno; so di dire cosa che può essere distorta nel suo senso proprio. Ma so altresì di esprimere una esigenza di fondo, una conditio sine qua non perché il Parlamento accresca in dignità e in vigore persuasivo nella coscienza pubblica; perché l'opposizione stessa non finisca per apparire, alla lunga, una forza intenta a fare faticoso e lento il servizio che il Parlamento deve rendere al Paese, ma spicchi la sua alta funzione contestativa, essenziale all'ordinamento democratico non meno di una maggioranza capace di omogenea e viva operatività.

Le regioni e le autonomie locali

Un'impostazione organica di tal tipo, pur prevedendo alcune novità anche rilevanti soprattutto in ordine al "comportamento" della classe politica e della classe amministrativa, verrebbe rapidamente vanificata senza la più incisiva delle riforme — quella dell'ordinamento regionale — collegata con la valorizzazione delle Autonomie locali.
S'è detto che il favore della Democrazia Cristiana a questa riforma deriva da non sopiti e non superati complessi nei confronti dello Stato unitario, propri del movimento cattolico. E s'è detto, ancora, che esso nasce quasi da una pregiudiziale sfiducia nello Stato e da uno scarso senso di esso. È una polemica fragile e stracca.
Fin dall'origine, il senso proprio di una battaglia che fu del Partito Popolare, sono state una forte coscienza della libertà, una grande fiducia in essa e nel suo valore; rifletteva allora e riflette oggi una fondamentale convinzione: che solo un modo di essere pluralistico della comunità, rompendo ogni irrigidimento delle forme accentrate di potere, contrastando ogni incrostazione clientelare, riesce ad esprimere compiutamente i valori della libertà e a dare vita ad un coerente ordinamento democratico.
Né abbiamo bisogno di sollecitazioni per avere chiara l'esigenza che le autonomie locali, proprio per potere proficuamente esistere ed operare, devono essere garantite e difese da ogni tentativo di utilizzarle in senso eversivo e come strumenti contro l'ordinamento dello Stato. Abbiamo assolto in questi anni a questo dovere sempre, con dure polemiche ed aperte battaglie. Nessuno è chiamato a indicarci come si difende la libertà e la democrazia nel nostro Paese!
Noi crediamo nell'ordinamento regionale, perché ci appare chiaro che esso realizza una struttura democratica e moderna che moltiplica i centri di selezione e di impegno della classe dirigente, dà maggior senso democratico alla politica di programmazione, ravvicina la responsabilità politica al cittadino, consente il reale rinnovamento dello Stato.
Per noi la Regione deve essere dotata di un potere politico proprio, che non si sovrapponga né si opponga al potere politico centrale: definito quindi nei suoi precisi termini, coordinato rispetto alla condotta generale dello Stato, sostitutivo di esso nell'ambito suo proprio.
Per questo respingiamo la campagna di apocalittici allarmi che si cerca di sollevare nel Paese. Per la severità dell'impegno che la riforma impone siamo aperti ad ogni motivata preoccupazione e ad ogni suggerimento; ma non crediamo che possano valere le preoccupazioni in ordine all'unità nazionale e alla saldezza degli istituti democratici. L'unità è un valore consolidato nella coscienza popolare e non c'è oggi spazio per tentativi di sorta di disgregazione nazionale.
L'esistenza di una larga maggioranza democratica consente a sua volta quella salda piattaforma di stabilità politica, di cui questa riforma ha bisogno al suo inizio.
Il vero problema è di precisare la fisionomia istituzionale delle Regioni, che debbono assumere anche il ruolo di qualificanti interlocutori nella politica di programmazione e di momento di verifica di questa a livello locale. Questo raccordo con la programmazione, meglio di qualunque altro riferimento, chiarisce i termini della reale volontà politica sottesa alla spinta regionalistica.
Se sul piano politico la Regione richiede una più nitida consapevolezza della responsabilità di sintesi e di guida dei vertici dello Stato, essa chiede anche il riconoscimento del suo spazio e del suo ruolo. Lo dico perché troppo radicata è da noi la tendenza centralistica. Per questo, essenziale è la chiarezza delle posizioni, che ci è del resto consentita dal dettato costituzionale.
A noi preme soprattutto affermare:
1) che, in aderenza all'impostazione propria ed originaria della tradizione dei cattolici italiani, la Costituente ha attribuito alle Regioni essenzialmente una competenza legislativa, e le competenze amministrative attribuite alle Regioni di norma dovranno, per il loro esercizio, essere delegate a Province e Comuni;
2) il potere legislativo delle Regioni non si svolgerà in maniera del tutto discrezionale, ma troverà, oltre i limiti dei principi generali della Costituzione, una sufficiente regolamentazione dalla preventiva emanazione delle leggi-cornice prevista dall'art. 117;
3) che le leggi-cornice, in ogni caso, non potranno pervenire ad una attribuzione di competenza legislativa alle Regioni che consenta di turbare il principio generale dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge;
4) che, invece, le leggi-cornice attribuiranno alle Regioni una competenza legislativa per dettare non tanto norme di relazione, ma norme di azione, per disciplinare l'attività amministrativa in settori e problemi localmente condizionati e differenziati;
5) che ciò consentirà di riportare al livello di diretta responsabilità locale una legislazione che nella più recente esperienza parlamentare, anche quando non è espressamente limitata ad alcune parti del territorio nazionale, sempre di più si va specializzando;
6) che ciò consentirà ad un consesso locale di esercitare poi un controllo più diretto ed immediato sull'applicazione in sede amministrativa delle disposizioni emanate e di modificarle con puntualità e tempestività.
Non abbiamo esitazione a dire subito, cioè, che se non conveniamo su una critica radicale e negatrice dell'esperienza regionale già realizzata — e sulla quale un giudizio non può prescindere dalle condizioni di partenza e dalle specifiche condizioni ambientali e storiche — siamo peraltro dell'avviso che tale esperienza ci deve fare attenti ad impedire talune degenerazioni, di cui la più seria è l'affermarsi di un nuovo tipo di centralizzazione regionale, che da un lato non risolve i problemi del decentramento istituzionale e burocratico, e dall'altro non lascia spazio legittimo a Province e Comuni.
Analoghe considerazioni valgono, e in misura se possibile anche più stringente, in ordine al costo delle Regioni. Si tratta di affrontare tutto il problema della finanza locale, perché a nulla varrebbe impostare in modo coerente, con una politica di sviluppo equilibrato, la finanza regionale, se invece Province e Comuni di regioni depresse restassero paralizzati nell'esercizio delle nuove funzioni ad essi direttamente trasferite o delegate dalla Regione.Occorre però subito chiarire che tale problema si collega direttamente ad una più completa reimpostazione di tutta la finanza pubblica, postulata dalla politica di piano.
Resta comunque un tema che va affrontato con grande realismo e con grande prudenza. Noi auspichiamo ora che la Commissione opportunamente istituita dalla Presidenza del Consiglio, ci offra una valutazione definitiva. E naturalmente pensiamo che il costo debba essere contenuto in limiti adeguati alle possibilità, e che siano previsti efficaci strumenti per evitare — questo ci sembra un punto essenziale — che i naturali incrementi di spesa siano rigorosamente rapportati all'incremento reale delle risorse nazionali e non superino il ritmo di espansione della spesa pubblica.
Ma il punto centrale è la redditività della spesa ed è l'effetto moltiplicatore che, se le Regioni verranno fatte bene, essa avrà tutto il processo di sviluppo. Qui si colloca il tema degli Enti locali che nell'ordinamento regionale devono trovare il centro di riferimento per un moderno e definitivo assetto che esalti la loro posizione autonomistica.
Il tema della Provincia, per cui si avanzano ipotesi di radicali eliminazioni, ci trova su queste posizioni: nel nuovo contesto regionale, essa deve avere spazio per una sua essenziale funzione di raccordo tra Comuni e Regione soprattutto in ordine al necessario decentramento dell'attività amministrativa regionale, e come punto di riferimento per zone che presentano caratteri di omogeneità. Per i Comuni, si pone il problema delle strutture amministrative dei grandi centri, sull'esempio di una esperienza ormai consolidata in altri Paesi.
Per Comuni e Province, infine, si deve affrontare il problema finanziario. Esso costituisce un problema grave per la spesa pubblica, ed è motivo di paralisi e di ritardi in ordine ai programmi di rinnovamento delle nostre strutture urbane. Le cause sono certo riferibili anche a disfunzioni e distorsioni che vanno radicalmente corrette, ma non dobbiamo sottovalutare lo sforzo di rinnovamento e l'imponente impegno di realizzazioni che hanno accompagnato in questi anni la vita degli Enti locali.
A grandi linee, ci pare che l'intero processo di risanamento della finanza locale e di potenziamento delle autonomie debba così articolarsi:
— sollecito intervento a favore delle migliaia di piccoli Comuni inferiori a 10.000 abitanti il cui disavanzo economico del '65 costituiva solo un decimo del disavanzo economico complessivo dei Comuni;
— riordinamento delle Province in relazione alle nuove funzioni scaturenti dall'istituzione delle Regioni, dall'assunzione di compiti delegati dallo Stato e di responsabilità promozionali e di supporto tecnico ai Comuni riuniti in consorzi. È importante rilevare che l'entità del dissesto finanziario delle Province è assai meno rilevante di quello dei Comuni;
— risanamento e potenziamento, mediante un piano pluriennale, della finanza dei Comuni superiori a 10.000 abitanti, escluse le grandi città. Tale piano dovrà prevedere, in coerenza con la riforma generale tributaria, una nuova ripartizione del gettito del prelievo fiscale, mediante meccanismi fondati su parametri che tengano anche conto delle situazioni di sottosviluppo socioeconomico;
— impostazione dei problema delle grandi città, che da sole incidono per circa un terzo sul disavanzo economico complessivo dei Comuni. Il problema delle grandi città però non è solo finanziario, ma di strutture politiche, di pianificazione urbanistica, di traffico. Il problema delle aree metropolitane è drammatico dovunque nel mondo; richiede lo studio e il varo di coraggiose innovazioni, nonché la mobilitazione di adeguate risorse finanziarie, che troveranno però una corrispondenza nell'accresciuta redditività dell'intero sistema nazionale, in cui le grandi città svolgono una funzione di servizio. Non poco pesano sull'indebitamento dei Comuni le gestioni dei servizi. Si tratta di problemi complessi, in quanto essi non possono rispondere, per loro natura, esclusivamente a criteri di economicità. Ma bisognerà porre in essere strumenti per evitare che il loro costo di gestioni superi, per distorsioni e deformazioni anche clamorose, la stessa utilità del servizio reso alla comunità.

La Magistratura

Un discorso sullo Stato non può disattendere infine uno dei suoi settori fondamentali: l'amministrazione della giustizia. Continuare a garantire gelosamente, come abbiamo fatto, l'indipendenza della Magistratura, assicurarle condizioni di prestigio, facilitarne l'alta funzione è nostro compito preminente. Ogni sforzo va fatto quindi in questa direzione, che attiene a uno dei rapporti più delicati e fondamentali per la fiducia dei cittadini nello Stato, cui l'amministrazione della giustizia e la stessa indipendenza dei giudici sono finalizzate. Accanto a queste esigenze, si pongono problemi di rinnovamento dei codici e delle procedure, la puntualizzazione della posizione del Pubblico Ministero, l'ammodernamento e il potenziamento delle strutture; sempre allo scopo di rendere l'amministrazione della giustizia più rapida secondo le esigenze dei cittadini.
Ma al di là di tutto questo, è il tema complesso dei rapporti tra il potere giudiziario e gli altri poteri dello Stato, intorno al quale si discute oggi all'interno della stessa Magistratura. Noi riteniamo che il fatto rappresenti un momento fisiologico di assestamento proprio di un regime democratico che ha assicurato alla Magistratura con l'indipendenza l'autonomia, e che nel rispetto della Costituzione deve crearsi un costume ed una tradizione. In questo spirito, auspichiamo peraltro che preoccupazione comune sia, nel rispetto delle reciproche funzioni, il consolidamento dello Stato democratico e il necessario accordo tra i suoi poteri riconducibili come sono, tutti, alla sovranità popolare di cui il Parlamento è espressione.

I PROBLEMI DELLO SVILUPPO ECONOMICO

Consideriamo ora le linee della nostra azione per l'ulteriore equilibrato sviluppo economico del nostro Paese. Esse non possono non ispirarsi ai principi che hanno sempre guidato la nostra politica economica: libertà di iniziativa in un meccanismo di mercato che l'azione pubblica orienta a fini da definirsi nelle sedi costituzionalmente competenti e impiegando strumenti conformi all'ordinamento di mercato. Sede per la definizione e per il sistematico perseguimento dei fini dell'azione pubblica è oggi l'istituto del programma. Condizione irrinunciabile in questa fase storica, per l'efficienza del mercato, è l'ulteriore inserimento della nostra economia nella economia mondiale, nelle diverse direzioni nelle quali questo processo oggi si sviluppa: il completamento e l'allargamento del Mercato Comune dei sei, l'intensificazione dei rapporti con gli altri Paesi, la partecipazione alle iniziative a favore dei Paesi in via di sviluppo. Ma quale è la scelta di fondo, all'interno di questa prospettiva? Scelta caratterizzante della Democrazia Cristiana — lo abbiamo detto — resta la lotta agli squilibri della società italiana. Anche dinanzi alla realtà del Mercato Comune l'Italia potrà inserirsi a parità di condizioni solo quando avrà colmato il dualismo della sua economia, la cui diminuzione e il cui superamento sono condizioni per l'efficienza di tutto il sistema. Ma al di là di questo dato, pur obiettivo e stringente, resta il valore politico, la tensione civile della nostra lotta agli squilibri, e quindi l'impegno per il Mezzogiorno, che esprime la vocazione popolare, l'ansia di libertà e di giustizia della Democrazia Cristiana.
Ciò premesso, e tenendo conto che il nostro sguardo deve spaziare su un periodo non breve — praticamente da dieci a quindici anni — e cioè del periodo entro il quale chiederanno una occupazione i nati che oggi non hanno ancora raggiunto l'età di lavoro, quali sono i problemi salienti sui quali dobbiamo puntare la nostra visione di sintesi, come è proprio di un Congresso, senza disperdersi nei particolari pur importanti?

L'occupazione

Il primo è certamente quello della piena occupazione. È previsione generalmente accettata — come abbiamo già rilevato — che il progresso tecnologico, che si prospetta per i prossimi anni consentirà aumenti di produttività più rilevanti di quelli già notevoli conseguiti negli anni passati; e si aggiunge che, in tal caso, aumenti del reddito nazionale agli alti saggi registrati in passato potrebbero non riflettersi in corrispondenti aumenti dell'occupazione. Potrebbe cioè verificarsi, e forse già ci troviamo in tale situazione, che l'intensificazione del progresso economico si risolva in un rallentamento del processo di utilizzo dei sottoccupati e dei disoccupati. Evidentemente non possiamo accettare tale ipotesi, e cioè un aumento di quei divari che invece ci proponiamo di eliminare. Non possiamo dimenticare che verso il 1980, e per l'aumento della popolazione e per l'ulteriore diminuzione dell'occupazione agricola, si avrà una nuova offerta di circa 3 milioni di unità lavorative, di cui quasi il 60 per cento trarrà origine dal Mezzogiorno. È evidente che non possiamo né lasciare insoddisfatta tale offerta, né accettare a cuor leggero uno spopolamento del Mezzogiorno, che lo priverebbe del suo capitale forza-lavoro. Reddito e risparmio addizionale devono dunque, in via prioritaria, essere destinati alla eliminazione di quei divari, il che comporta l'eliminazione della disoccupazione e della sottoccupazione. Noi oggi abbiamo con la politica di programmazione il modo per affrontare con modernità ed efficacia questo problema centrale del nostro sviluppo, problema i cui termini sono troppo noti perché possano giustificarsi incertezze e ritardi.

Il progresso tecnologico

Abbiamo con ciò toccato — attraverso l'incidenza che esso ha sul fondamentale problema della occupazione — il tema tanto controverso del progresso tecnologico, cioè di quel complesso di fenomeni di ordine sociale e di ordine economico derivanti dal fatto che l'attuale sviluppo della scienza e della tecnica non ha precedenti nella storia, come rapidità e varietà. Giustamente è stato detto che questa nostra epoca si caratterizza per il fatto che siamo in presenza di una crescente, profonda integrazione della scienza in ogni manifestazione della vita dell'uomo; il progresso materiale ne viene quindi in ogni caso accelerato, quale che sia il nostro atteggiamento di fronte al fenomeno.
Ed è ovvio perciò che debbano essere favorite, pur con le opportune garanzie, anche le esigenze interne al sistema, di ridimensionamento e ammodernamento delle imprese.
Premesso comunque che la programmazione è la sola sede dove un orientamento razionale può essere identificato in una tale complessa materia, è in primo luogo da osservare che le vicende internazionali dell'ultimo quarto di secolo hanno fatto della ricerca un fattore di sviluppo il cui apprestamento supera le risorse dell'iniziativa privata, anche dei Paesi più ricchi. Siamo in sostanza in presenza di un nuovo tipo di servizio pubblico di importanza essenziale che, almeno in Europa, non è ancora chiaro come debba essere organizzato e di cui l'Italia, con le iniziative del Ministro Fanfani, ha sollecitato la definizione. Sappiamo che rendere un tale servizio significa agire in una molteplicità di campi: dalla scuola alla politica industriale, dalla ricerca svolta nella sfera pubblica a quella da attuarsi attraverso le imprese. Quest'ultima direttiva è certamente la più ardua a definirsi, dato che tale forma di intervento si risolve in un nuovo tipo di integrazione dell'iniziativa privata nell'azione pubblica. È un tema che deve, quindi, essere approfondito in tutte le sedi. Il Partito deve dare il suo contributo al fine di elaborare e definire le linee lungo le quali deve muoversi un programma di ricerca che, gradualmente potenziato nei mezzi e negli strumenti operativi, abbia peraltro ben chiaro l'obiettivo da perseguire, tenendo conto del delicato rapporto che si pone tra servizio d'interesse generale pubblico e iniziativa privata, in un settore determinante dello sviluppo economico.

Il Mezzogiorno

L'industrializzazione delle zone povere deve perciò potersi inserire nella domanda generale di prodotti industriali del nostro Paese. Ciò non significa seguire una linea tecnologicamente meno avanzata; non mancheranno infatti forti contenuti tecnologici anche nelle produzioni tradizionali, se quelle produzioni vorranno appunto reggere la futura concorrenza internazionale. In questo quadro di pensiero si colloca l'atteggiamento da noi preso in modo risoluto e concorde nei riguardi del progetto Alfa-Sud.
Le medesime considerazioni valgono per il rapporto iniziativa pubblica-iniziativa privata. Abbiamo sempre scartato l'ipotesi di uno sviluppo che crei un nuovo squilibrio ed una nuova forma di dualismo strutturali: cioè un Paese per metà basato su un sistema di economia prevalentemente privata, per metà basato su una economia in prevalenza pubblica.
Ma c'è anche l'esigenza, che qui ripropongo, che l'impresa pubblica, per la sua stessa ragion d'essere, sia impegnata lungo due direttrici:
1) una dislocazione razionale delle sue iniziative, in modo da evitare che si creino, nelle zone che furono povere, nuove e stavolta incolmabili sacche di sottosviluppo di fronte a zone altamente sviluppate;
2) una razionale distribuzione dei suoi interventi nei settori di grande e media dimensione, in modo da specializzare le grandi holding statali e consentire ad esse il massimo coordinamento e la massima razionalizzazione del loro intervento.
C'è comunque (lo dissi a Napoli, lo ripeto in questa sede) largo spazio per tutti e per una proficua e concordata divisione di compiti. Purché naturalmente l'iniziativa privata assuma il senso delle sue responsabilità e del suo compito sociale, e il potere politico abbia capacità di perseguire obiettivi relativi a questa finalità.

L'agricoltura

Inutile ricordare le condizioni particolari, anche sotto il profilo geografico, della nostra agricoltura, la varietà dei tipi di conduzione, di reddito e di produttività; e quanto si sia fatto per il suo ammodernamento ed il suo rinnovamento.
Si tratta ora di accentuare le linee di intervento in alcune direzioni:
— prima preoccupazione è la diffusione dell'imprenditorialità agricola, l'accentuazione della tendenza alla fusione tra impresa e proprietà, e il fisiologico passaggio della terra alle classi imprenditoriali più giovani;
— va inoltre predisposto un programma organico e intenso per la preparazione professionale e l'assistenza tecnica, pregiudiziale ad ogni incremento di produttività. A questo fine, bisogna rafforzare il processo di strutture aziendali efficienti e di adeguate dimensioni fisiche ed economiche, che costituiscono la indispensabile premessa della competitività della nostra agricoltura; e richiamare l'attenzione sulla persistente debolezza delle strutture cooperativistiche, che sole possono dare adeguata vitalità economica alle imprese familiari;
— problema non prorogabile della nostra agricoltura deve ritenersi quello di mettere ordine nei mercati, garantendo stabilità di prezzi a livelli adeguati: cioè attraverso la costruzione di una rete diffusa ed efficiente di centri di raccolta, lavorazione e vendita dei prodotti agricoli, e mettendo in moto le organizzazioni dei produttori, che lo Stato dovrà fiancheggiare sia con provvidenze particolari, sia, ove necessario, con la presenza integratrice degli Enti di sviluppo e dell'AIMA, così da rafforzare il potere contrattuale dei prodotti agricoli.
Naturalmente non dimentichiamo il dovere di procedere sulla strada della elevazione del mondo rurale, al quale la Democrazia Cristiana resta legata per origini storiche e per cui si è generosamente impegnata accogliendo e sostenendo sempre le legittime rivendicazioni della grande famiglia dei coltivatori diretti.

Aree metropolitane e programmazione urbanistica

Affrontare coscientemente il problema della città del domani significa, a nostro avviso, attrezzare adeguatamente le grandi città esistenti, ma si tratta anche di creare, in una visione globale di sviluppo del territorio, vere e proprie aree metropolitane, intese come servizio pubblico in una società moderna ed economicamente matura; evitando in tal modo la congestione derivante dall'eccessiva espansione di un unico polo urbano e assicurando il permanere di una sostanziale vitalità e validità dei tradizionali centri urbani, la cui ricchezza di tradizioni è preziosa per la diffusione dei valori umani. Si tratta, in ultima analisi, di impostare e risolvere in modo nuovo i rapporti fra città e campagna, garantendo la valorizzazione dell'ambiente rurale, non più inteso, e pertanto condizionato, come esclusivo ambiente agricolo.
Ciò mette in evidenza l'importanza della programmazione urbanistica quale è stata prospettata dal disegno di legge governativo, che dovrà assumere sempre più l'aspetto di un processo continuativo, piuttosto che una rigida definizione di scelte effettuate in un determinato momento temporale.
Un principio fondamentale dovrà essere posto alla base di una moderna e rispondente regolamentazione urbana. Sarà quello di capovolgere il modo di intendere e di considerare i problemi del territorio: non più dal fabbricato risalire al quartiere e alla città ma, viceversa, da una precisa visione della struttura comunitaria della convivenza cittadina discendere, attraverso una serie successiva di momenti realizzativi, all'insediamento.

I mezzi, le condizioni e le forze dello sviluppo

È una ipotesi, una piattaforma per lo sviluppo armonico ed equilibrato della intera società italiana nelle sue strutture costituzionali, politiche, civili ed economiche, quella che ho cercato di delineare e di presentare come base per il nostro dibattito congressuale: una ipotesi di sviluppo che, perfezionata dal contributo comune, la Democrazia Cristiana deve offrire al corpo elettorale e alle altre forze politiche come prospettiva di un comune impegno di lungo periodo.
L'attenzione si sposta quindi sulle forze, sui mezzi che questo sviluppo possono e debbono rendere possibile; non certo per fare tutto e subito, che sarebbe demagogico promettere o sperare. L'essenziale è procedere avendo chiari gli obiettivi, ponendosi traguardi parziali e possibili, ma sostenuti da una visione organica, resistendo alle tentazioni settoriali e a soluzioni disarticolate da un disegno il più possibile comprensivo.
Vi sono, naturalmente, alcune condizioni di natura politica e di natura economica, necessarie a dar corpo a tale impegno. Prima, dunque, la stabilità politica: un programma di riforme così qualificanti ed incisive richiede uno sforzo comune e volonteroso delle forze politiche di maggioranza.
Condizione anch'essa irrinunciabile è poi una politica di stabilità monetaria, pregiudiziale per la costante espansione in termini reali delle nostre risorse, e quindi dei mezzi. Al riguardo, ritengo si debba dare atto all'amico Colombo dei risultati conseguiti. La svalutazione della sterlina, che è di questi giorni, ha fatto capire al Paese il senso del cammino compiuto con una politica accorta e serena.
Immediatamente collegata è una razionale utilizzazione delle risorse nazionali, e quindi una qualificazione della spesa pubblica. Il problema ha aspetti che evidentemente investono il costo della macchina statale, che costituiscono una delle ragioni non ultime dell'urgenza della riforma burocratica, e si riferisce in modo tutto particolare alla produttività della spesa pubblica.
Né possiamo dimenticare, sia pure in termini generali, il delicato problema del prelievo fiscale, che non crediamo possa essere dilatato al di là del naturale incremento del reddito. La strada da perseguire è quella di riprendere e portare avanti la riforma iniziata da Vanoni, e ai cui fondamentali orientamenti di giustizia fiscale — e quindi di perequazione tributaria — si ispira in linea di massima il disegno di legge governativo, anche se appare opportuna una più adeguata definizione del rapporto tra finanza statale e finanza locale.
Su un altro punto, peraltro, ci pare di dover richiamare l'attenzione. Occorre cioè aver chiara consapevolezza che la riforma tributaria non investe solo un aspetto legislativo, ma anche un aspetto organizzativo, che non è meno essenziale. L'amministrazione fiscale costituisce cioè un grande fatto organizzativo, che richiede chiarezza, conoscenza dei problemi, personale specializzato ed efficiente, massima semplificazione, un rapporto nuovo col cittadino.
La politica di programmazione investe poi il complesso delle forze, degli strumenti e dei comportamenti operativi. Il suo successo è cioè condizionato dalla prevedibilità dei comportamenti da parte del Governo, delle forze economiche e dei sindacati, cui si sappia che dovranno corrispondere determinate alternative tecniche.
La politica dei redditi non è quindi un elemento disattendibile nella politica di programmazione. Essa deve preoccuparsi di difendere l'equilibrio finanziario, ma non cristallizzare situazioni e rapporti del passato. Noi siamo per una politica dei redditi in senso dinamico, che assicuri l'equilibrato impiego delle risorse insieme all'impegno continuo di migliorare la struttura economica, sociale e civile del Paese, e favorendo un razionale impiego delle leve economiche per una migliore distribuzione dei redditi e un adeguato sviluppo degli investimenti e dei servizi essenziali. È solo operando così che si facilita il giusto incontro tra esigente congiunturali ed esigenze strutturali, e si persegue concretamente lo sviluppo che noi vogliamo, uno sviluppo cioè oltre che stabile ed equilibrato, anche armonico e giusto.
Ecco quindi che il rapporto tra potere politico e forze dello sviluppo ha in questa sede la sua puntualizzazione. Esso deve articolarsi in una strategia che ha il suo punto di forza in una autorevole ed efficace capacità di direzione politica, la sua strumentalizzazione nel CIPE e nella collaborazione con le forze imprenditoriali e del lavoro, il suo sbocco in coerenti comportamenti dell'iniziativa privata e in una efficace presenza delle imprese pubbliche.
Vanno in questo ambito puntualizzati, in modo preciso ed efficace, i compiti dell'impresa pubblica, che caratterizza l'economia italiana con una serie di strumenti che hanno dato una soluzione originale e tipica, oggi apprezzata anche all'estero; al problema cioè dell'iniziativa pubblica in una economia di mercato. Fatti salvi i settori di loro stretta, esclusiva pertinenza in base alla legge, la loro azione deve continuare a configurarsi come sussidiaria e non limitativa della libertà di mercato. Naturalmente, "sussidiaria" non va inteso nel senso ristretto di puro sostegno di settori o imprese asfittiche, ma di promozione dello sviluppo e di creazione delle condizioni idonee all'azione dell'iniziativa privata.
Alle forze imprenditoriali dovere dello Stato è garantire la certezza del diritto, la chiarezza delle linee di sviluppo del sistema economico, nel quadro preciso di scelte da fare anche previa una loro tempestiva consultazione, uno spazio ben definito in cui svolgere liberamente, nel quadro del programma economico, la loro operatività.
Una considerazione particolare deve essere fatta, per quanto concerne la realtà sindacale, che in tutti i Paesi democratici è orientata verso forme nuove d'inserimento nel processo economico, non più solo con la libera contrattazione, ma collegandola alla formazione del risparmio dei lavoratori e al suo impiego mobiliare. A ciò si aggiunge l'esigenza legittima di un intervento, al pari di altre forze, nelle fasi di formazione delle decisioni da assumere nel quadro della programmazione, con particolare riguardo alle questioni della previdenza, del collocamento, della formazione professionale. È una evoluzione verso metodi ispirati ad un crescente senso di responsabilità che va positivamente giudicato, e di cui va dato atto in particolare alla Confederazione Italiana Sindacati dei Lavoratori di averla promossa.
A fronte di essa, l'esigenza di attuare il dettato costituzionale in modi e forme rispettose dell'autonomia sindacale e del fondamentale diritto di sciopero, non ha trovato finora, dobbiamo dirlo — a detta degli stessi studiosi più impegnati — indicazioni e soluzioni adeguate.
Riteniamo perciò che l'esperienza della programmazione debba essere condotta anche con particolare attenzione agli sbocchi che potranno essere suggeriti, senza alterazione dei legittimi diritti di tutte le componenti del mondo del lavoro, della produzione e del consumo.

IL NOSTRO IMPEGNO PER LA PACE

Cari amici,
una Politica democratica di sviluppo civile, sociale ed economico, che corrisponde ella vocazione popolare della Democrazia Cristiana, ha il suo naturale prolungamento in una politica estera che fa della pace il suo maggiore punto di riferimento. Essa implica scelte precise sui problemi scottanti e di grande eco nella coscienza pubblica; ma richiede soprattutto un rilancio ideale, una ferma volontà politica che rianimi un quadro, una prospettiva che oggi non sono sereni.
L'area dalla solidarietà occidentale appare indebolita da forze centrifughe e da inquietudini che non basta respingere e condannare, ma che vanno approfondite nelle loro motivazioni, se vogliamo dare ad esse una risposta efficace e pertinente.
Quali possono essere, quali devono essere, in questo contesto, la posizione e il ruolo dell'Italia?
C'è chi contesta la possibilità di un nostro ruolo ed è pronto a intravvedere chissà quali pericoli, quali sbandamenti, quando assumiamo una qualche nostra iniziativa che, d'altronde, è pur sempre collegata a scelte che nessuno pone in discussione.
Mancherei a un mio dovere se non respingessi ancora una volta contestazioni ed accuse che rivelano i risvolti provincialistici con cui si trattano talvolta i problemi di politica estera. Mancherei ad un preciso dovere se non respingessi pregiudizialmente, al di là ancora del doveroso confronto delle tesi, le accuse di "ecumenismo" o di "irenismo conciliare". Le respingo anzitutto perché esse sembrano negare due cose per noi essenziali: che fatto di civiltà è la pace, è l'incontro tra gli uomini e i popoli; e che la guerra può essere, se giusta, una dura necessità, ma è pur sempre una dilacerazione ed una frattura.
Ma devo respingere queste accuse anche per la tesi che esse cercano di insinuare: quella di una Democrazia Cristiana inidonea a sostenere il ruolo di interprete degli impegni dello Stato, di cui siamo alla guida, in nome di interessi alti ma estranei e diversi. È una tesi che trova nella politica estera nettamente perseguita dalla Democrazia Cristiana la sua irrefutabile e definitiva smentita.
Quello della politica estera è un campo in cui si misura un partito, la sua lungimiranza, il suo realismo, la sua coerenza con la propria politica, la sua consistenza ideale, la sua capacità di imprimere un indirizzo omogeneo al Paese e su di esso richiamare la riflessione, l'adesione e la partecipazione dei cittadini. Certo, è il campo dell'impegno tenace, della chiarezza, della pazienza. Una linea di politica estera va individuata, portata avanti in una realtà spesso dura e contraria, dove non è permesso svalutare né le condizioni obiettive né le nostre effettive possibilità, né disperdere il riferimento ai valori morali che ci ispirano e ci animano.

La solidarietà occidentale

Quanto alla collaborazione internazionale dell'Italia, non si pone in alcun modo una riconsiderazione o una revisione delle scelte di fondo, che restano un dato certo e stabile della politica estera. Esse restano imperniate sulla solidarietà occidentale, l'integrazione europea, la collaborazione tra i popoli nella valorizzazione dell'ONU.
In particolare, l'Alleanza Atlantica offre e garantisce al nostro Paese una certezza di stabilità e di sicurezza, che noi consideriamo essenziali al nostro progresso dinanzi a rischi persistenti e alla realtà non superata dei blocchi. All'interno dell'Alleanza, resta per noi un punto fermo l'amicizia con gli Stati Uniti d'America.
Il problema che è sul tappeto è quello dell'adeguamento dell'Alleanza Atlantica. Esso non si pone esclusivamente in termini di più adeguata organizzazione militare, suggerita da vent'anni di esperienza e resa necessaria da fatti nuovi come la posizione francese; anche qui, il problema è soprattutto di qualificazione politica, se l'Alleanza vuole realizzare più compiutamente quella ideale comunità di popoli solidali nella pace e nella libertà a cui si richiamava Alcide De Gasperi.

L'integrazione europea

Urge, in questo quadro, una ripresa d'iniziativa per l'Europa. La distensione ha creato in Europa un clima di maggiore serenità, ma sembra avere colpito ed affievolito quella spinta alla integrazione che rappresentava e rappresenta una scelta morale e storica. E ciò mentre restano tuttora insoluti e lontani dalla soluzione alcuni grossi problemi aperti dal secondo conflitto mondiale.
Tra questi — inutile nasconderlo — resta il problema della Germania. Nessuno immagina una soluzione unilaterale: se ne mostra saggiamente consapevole la classe dirigente della Repubblica Federale. Ma al di là del problema, ne emerge un altro che — quanto meno — non va ignorato: in qual misura lo stato di frustrazione, che sempre più verrà accentuandosi nel popolo tedesco per la manifesta sproporzione tra il suo potenziale economico e il suo ruolo politico, potrà danneggiare uomini e forze di schietto intendimento democratico e fare spazio a uomini e forze intolleranti e fanatiche? È un problema che solo uno stretto raccordo europeo — a mio avviso — può risolvere ed è in questo una delle responsabilità più gravi del Presidente francese.
È stata poi la decisione della Gran Bretagna di aderire al MEC — che noi continueremo a sostenere con positivo favore — a riproporre crudamente in luce la crisi di volontà che frena un processo di integrazione che rappresenta appunto l'unica vitale possibilità per una organica e incisiva presenza europea. Non ci facciamo illusioni: l'impasse all'allargamento della Comunità Economica Europea e all'integrazione politica permane senza ipotesi di presumibili sbocchi. Il tempo non lavora in favore di essi; eppure ampliamento ed integrazione sono indispensabili perché l'Europa possa svolgere un ruolo nel tempo dei grandi spazi e delle grandi quantità.
Altrettanto irrealistico è pensare a un'Europa senza la Francia: non solo non si realizzerebbe il disegno storico di un'Europa effettivamente integrata, ma essa non interesserebbe forse neanche la Gran Bretagna. Comunque — non nascondiamocelo — getterebbe in una crisi forse fatale tutto il tessuto faticosamente costruito dalla Comunità. Prestarci ai ricatti francesi, allora? No, certamente: ma nemmeno farcene un alibi per una fuga verso lidi di irresponsabilità. Quindi: mobilitare l'opinione pubblica europea e dare così, a una Francia che insiste nel suo atteggiamento, il senso di una solitudine morale che non può non incidere sulla coscienza pubblica di quel Paese; non stancarsi mai nell'affrontare punto per punto l'opposizione o, se vi sarà, il filibustering francese, fino a costringere quel Governo a prendere atto di una tenace e precisa volontà comune degli altri cinque Paesi; assicurare la Gran Bretagna con la collegiale e ferma determinazione che i cinque non sono disposti a cedere al tentativo di emarginarla dal processo d'integrazione europea. Ecco il cammino reale, possibile, che si può percorrere: fuori di questo ci sarà la crisi di fondo delle istituzioni e — alla fine — il rinvio per l'Europa, rinvio per lungo tempo del processo d'integrazione.

LA D.C. E LE ALTRE FORZE POLITICHE

Cari amici,
la determinazione delle prospettive di lavoro porta, da ultimo, il discorso sulle forze in cui si articola lo schieramento politico italiano e sull'atteggiamento di incontro, di convergenza o di scontro con cui la Democrazia Cristiana si pone dinanzi ad esse.
Nelle forze politiche si esprimono, sul piano civile e come modelli di riferimento, la tradizione e le correnti culturali del Paese, le aspirazioni e le suggestioni della società italiana, con tutta la carica delle loro spinte ideali e dei loro fermenti innovatori non meno che delle loro contraddizioni ed angustie.
Ecco perché, negli incontri come negli scontri, la discriminante non è né può essere per noi la sola piattaforma delle cose da fare, ma una comunanza almeno su taluni valori di fondo e sulle linee generali dello sviluppo democratico della comunità nazionale o, di contro, un contrasto motivato su di essi.

La lotta al comunismo

Su questo tema il discorso non può essere equivoco: permane, da parte nostra, una netta incompatibilità di concezioni. Noi non possiamo accettare una visione così unilaterale, piatta e mortificante dello sviluppo sociale, quale è quella che il comunismo e la sua esperienza storica ci propongono; non crediamo alle formule automatiche di progresso e di giustizia; non possiamo accogliere mai una concezione del metodo democratico che è e resta strumentale fino a quando non verrà smantellato il carattere di non reversibilità dell'esercizio del potere, tipico dei movimenti comunisti. E un fatto: dal comunismo non si torna indietro.
Resta ancora per noi criterio discriminante la posizione comunista di politica internazionale, non tanto per questa o per quella posizione particolare, ma per l'intimo, aprioristico collegamento con interessi e posizioni estranei a quelli del nostro Paese.
Il nostro contrasto col Partito comunista è, dunque, motivato da stringenti ragioni di principio. Siamo due partiti a carattere popolare, ma diversi nei metodi e nelle finalità, nella concezione dell'uomo, dello Stato, dei rapporti internazionali. Per questo il nostro atteggiamento — pur sempre nella piena legalità democratica — resta di contestazione ideale e di sfida politica.
Sono oggi affievolite le polemiche e le critiche che in questo senso venivano da più parti al nostro atteggiamento, in nome di vaghe e generiche proposte di più dura e chiusa lotta. Ma a parte la genericità delle proposte, era in queste critiche la negazioni implicita del valore discriminante del metodo della libertà e della legalità democratica, della sua forza intrinseca, e al contrario la giustificazione di metodi già sperimentati che, con i loro sbocchi traumatici, mettono in moto quelle solidarietà in negativo tra forze diverse, legittimate dalla compressione della libertà, ma altresì le più favorevoli al comunismo, alla sua inesausta tattica di collegamento, alla sua penetrazione ed espansione.
Pur nella ferma irriducibilità dei principi, è nel dibattito democratico, nella carica ideale, nella spinta politica di libertà e di progresso, che si può e si deve trovare la strada per il superamento di questa ipoteca, che resta il grande problema storico del nostro Paese.
Sarebbe un errore accreditare la speranza di facili e rapidi riflussi nella capacità di presa elettorale del Partito comunista, anche se non è azzardato prevedere che essa ha toccato il tetto o vi è quasi giunta. Ma non mi pare però contestabile il progressivo isolamento politico del Partito comunista, la crescente rottura, cioè, di quella fitta trama di legami di solidarietà che era fino a ieri a fondamento della sua linea frontista.
Al di là della quotidiana polemica con noi e con le altre forze democratiche è, se non la crisi, certo il ripiegamento su se stessa della classe dirigente comunista a rivelare in pieno le difficoltà politiche reali in cui il Partito comunista si dibatte; ed una vera ed espressiva crisi di certezza nella sua base ha molte e palesi manifestazioni.
In questo senso spinge la rotture del monolitismo all'interno del blocco comunista mondiale e l'assenza di una linea unica ed egemonica del comunismo post-staliniano. La demitizzazione operata da Krusciov e, oggi, la rottura a tutti i livelli tra Mosca e Pechino hanno avuto ed hanno risonanze sorde ma precise nella coscienza dei militanti.
È qui che si inserisce il dato significativo della ricerca di una linea per così dire italiana, che si manifesta nell'iniziato dibattito di vertice sull'ipotesi del "'blocco storico". Nessuno ci vorrà fare il torto di non afferrare il suo carattere strumentale in vista di un varco, di una sortita che dia al Partito comunista libertà di manovra e di iniziativa. Ma non è trascurabile il fatto che, da un lato la tendenza per così dire "laicista" dell'on. Amendola e dall'altro quella che si esprime nel "dialogo con i cattolici" portata avanti dall'on. Ingrao, facciano l'una e l'altra riferimento esplicito a due grandi tendenze culturali del nostro Paese, estranee nella radice alla visione e alla prassi del comunismo. È questo un lato significativo che rivela una intima perplessità circa l'attendibilità di riferimenti esterni alla nostra esperienza nazionale.
Ho detto che c'è in questo dibattito un pretesto chiaramente strumentale, che mina ad una rottura verticale tra le forze democratiche. Per questo non vi possono essere attenuazioni nel nostro impegno di lotta.
Ma sarebbe anche un grande errore svalutarne la portata e i possibili sbocchi, taluni dei quali inquietanti: è su di essi che dobbiamo richiamare i militanti e gli iscritti al Partito comunista, per svelarne gli aspetti strumentali e le implicazioni reali, il dato obiettive di un partito monolitico e chiuso, e quindi antidemocratico prima al suo interno che al suo esterno e come tale in contrasto con i suoi asseriti propositi liberatori.
Quando l'on. Ingrao ci chiede, come ha fatto all'ultimo Comitato Centrale del suo partito, quali valori esprimiamo e difendiamo, noi gli rispondiamo che ci distingue e caratterizza la fiducia e quindi la difesa intransigente della libertà; che, ci qualifica la promozione di una politica popolare di progresso e di giustizia, contro ogni disegno minoritario; che ci qualifica soprattutto il considerane questi valori nella loro globalità, nella loro indissolubilità, nella loro integralità.
Per noi, ad esempio, la libertà non offre contenuti sceverabili o concedibili a prezzo di altri. Voglio dire, ad esempio, che la libertà religiosa noi non la consideriamo merce di scambio per altre libertà. Al limite diremmo che, pur considerandola nella nostra coscienza religiosa comunque un bene importante e un mezzo di salvezza, come partito politico non difendiamo essa sola: sappiamo come essa sia gracile, compresa e di breve durata ove manchino le altre libertà.
È su queste persuasioni, è su queste realtà che continueremo a misurarci col Partito comunista, nel Parlamento e nel Paese, con impegno di iniziativa politica. Sono certo che in questa nuova fase di lotta, che esige una strategia dinamica, ci sorreggerà, con la fermezza dei propositi, la convinzione profonda del valore espansivo della libertà e della forza della nostra tradizione popolare.

Il nostro rifiuto a destra

La piena avvertenza del rischio e della minaccia incombente che la presenza massiccia del Partito comunista costituisce per la Democrazia italiana, ci fa in certo senso ancor più sensibili ed attenti all'esigenza di un nostro netto e chiaro rifiuto anche alla destra dello schieramento politico.
Si scontrano, qui, due tesi opposte: l'una che definisce pretestuoso ogni richiamo alla pericolosità della destra; l'altra che l'amplifica, insinuando ipotesi oscure di manovre sempre incombenti e di minacce gravi, al limite del complotto. Di fatto, la consistenza dei partiti di destra non è tale da rappresentare in sé un'insidia. Il loro lento ma progressivo riflusso rivela la sempre minore incidenza che i suoi ideali hanno nella coscienza pubblica.
Il calo è rapido per il Partito di unità monarchica, cui la patetica suggestione di una restaurazione monarchica è ormai oggi più di danno che di vantaggio. Maggiore consistenza ha il Movimento sociale italiano, in favore del quale agisce il richiamo nostalgico dell'esperienza fascista e che in ragione di essa si pone come una forza contraria al sistema.
Il nostro rifiuto è netto e globale nei confronti di queste forze; ed è coerente e legato al rifiuto del comunismo. È la linea del progresso democratico, il rifiuto dell'immobilismo, la consapevole funzione che ci siamo assunti di evitare al Paese una frattura in due schieramenti opposti, e quindi una concezione aperta di tutte le componenti e di tutte le forze, con la sola discriminante della libertà: ecco ciò che ci distingue inevitabilmente dalla destra, sorda alle esigenze insopprimibili che l'irreversibile spinta alla democratizzazione e alla maturità civile fanno emergere nel Paese.

Le forze di centrosinistra: il P.R.I. e il P.S.U.

Ho lasciato per ultime le forze che insieme a noi hanno sostenuto e sostengono, e sosterranno prevedibilmente anche domani, la linea di centrosinistra. È in quest'area che sono intervenuti i mutamenti più significativi e profondi, e in particolare un primo, serio tentativo di ritrovare quei motivi di convergenza che la esigenza di un insuperabile chiarimento democratico aveva per lunghi anni frantumato e disperso.
Con parte di esse, il Partito repubblicano da un lato e l'ex Partito socialdemocratico dall'altro, la Democrazia Cristiana ha una lunga consuetudine di collaborazione e di lavoro. Oggi i rapporti con queste forze si sono fatti, nella sicura e stabile permanenza del dato collaborativo, più complessi, in una certa misura più impegnativi.
È il caso, come ebbi già occasione di rilevare, del Partito repubblicano, il cui sforzo rivela da qualche tempo la preoccupazione a non restare in uno spazio che poteva apparire fatalmente egemonizzato dal nuovo partito unificato: una collaborazione critica, che cerca di mettere a frutto i vantaggi della collaborazione al Governo e quelli della maggiore ampiezza di atteggiamenti e di manovra che la responsabilità proporzionalmente minore gli assicura e garantisce.
Questo atteggiamento, che è anche sentito come la via di penetrazione in taluni ambienti e ceti fin qui influenzati dal liberalismo, non appare certo il più consono — proprio per il suo carattere strumentale ed elettoralistico — a consolidare e a rafforzare la collaborazione, che ha certo il dovere e l'interesse del dibattito anche critico, ma ha pure l'esigenza elementare di presentarsi su una piattaforma omogenea.
Il nostro necessario rilievo nulla toglie all'utilità del contributo del Partito repubblicano, un contributo particolarmente attento ai temi oggi emergenti dello Stato e dello sviluppo economico, sui quali non sempre, ma spesso, abbiamo convenuto e conveniamo.
Più complessa e impegnativa è l'analisi della posizione e della evoluzione del nuovo partito unificato. Il nostro collegamento col Partito socialista unificato è stato sempre corretto e consapevole dell'importanza di un approfondimento e di un migliore rodaggio del rapporto di collaborazione.
Non sono mancati, in taluni momenti, i motivi di frizione e di dissenso, a volte inopinatamente. Quali che siano state le difficoltà incontrate, doveroso è il riconoscimento aperto alla linea di responsabilità tenuta dal partito unificato dinanzi alla esigenza di mantenere in essere un corso politico così faticosamente consolidato, o in momenti difficili come quello della congiuntura, superando non lievi difficoltà e perplessità interne. Ci sembra che soprattutto rilevante e positiva è senza dubbio la scelta democratica, del cui valore irreversibile siamo convinti.
Più sfumate, spesso lasciate in sordina, sono le posizioni su temi specifici, ma non per questo meno importanti. Mi riferisco all'atteggiamento verso il Partito comunista, nei cui confronti una polemica spesso efficace si accompagna ad aperture strumentali e tattiche, come avviene talvolta in sede locale, ma pur sempre insidiose ed inquietanti.
E' parso in certi momenti — e potrà ancora accadere — che il rapporto stesso all'interno della coalizione assumesse un carattere reciprocamente contestativo, che la Democrazia Cristiana ha subito e non provocato. Diamo atto lealmente ai dirigenti responsabili del Partito socialista di avere contrastato un atteggiamento che, se forzate oltre certi limiti, trasformerebbe una schietta e feconda collaborazione in una coabitazione di necessità imposta dalle circostanze e tollerata.

Il nostro atteggiamento

Questo il quadro delle forze politiche, questa la prospettiva. Se io devo suggerire al Congresso una ipotesi di lavoro direi che nostro compito è di rendere la collaborazione di centro-sinistra sempre più coerente ed aperta. Condizione a tal fine è un nostro atteggiamento leale, corretto, vigilante.
La peggiore iattura che potesse toccare al Paese sarebbe un indietreggiamento verso una contrapposizione guelfo-ghibellina, che ridarebbe ai gruppi minoritari la egemonia sulle grandi forze popolari, bloccherebbe il processo di sviluppo e di rinnovamento della società e dello Stato, aprirebbe varchi insperati alla penetrazione comunista. Ne risulterebbe deformato il rapporto delle forze democratiche, spento lo slancio innovatore, bloccato il processo critico interno del Partito comunista che, se non è in atto, è ineluttabile.
Nel quadro delle forze politiche così delineate, una simile fatale rottura può essere evitata e il processo di rinnovamento e di riforma proseguito e accelerato, se la Democrazia Cristiana farà la sua parte. Ferma nel suo obiettivo e limpido sentimento dello Stato, decisa a difendere sul piano democratico le sue persuasioni, non sempre coincidenti con quelle delle altre forze politiche, deve dare la certezza delle sue scelte e della sua volontà di attuarle. I nostri partners, i nostri avversari devono avere due precise convinzioni: che non c'è in noi reticenza tra le nostre dichiarate intenzioni e i nostri atti conseguenti; che siamo alleati leali, che occupiamo il nostro posto e non vogliamo occupare il loro, né dedicarci ad acrobatici esercizi di scavalco.
Questo dignitoso e leale atteggiamento per la nostra parte non soltanto consolida e fa viva ed operante la politica di centro-sinistra, coagula e rende reciprocamente fiduciose le sue componenti, ma mette in movimento tutto il panorama delle forze: rivela l'essenziale inutilità dell'estrema destra; mette i liberali in condizione di esercitare propriamente la loro funzione di opposizione o di rivedere a fondo la loro dottrina; apre fatalmente la crisi sulle contraddizioni del comunismo e — superata la possibilità di una egemonizzazione senza prezzo delle forze laiciste — costringe alla lunga i suoi militanti a un dibattito, la classe dirigente a una scelta; impone al socialismo proletario una collocazione non incerta; impedisce e blocca la manovra di quelle forze e di quegli ambienti che — facendo leva sul ricatto comunista e sul potere economico, e talvolta sull'uno e sull'altro insieme — sognano sempre di esercitare un ruolo determinante al di fuori della investitura popolare.

PROGRAMMA, FORZE POLITICHE E LINEA POLITICA

Le indicazioni formulate come proposte aperte a tutte le utili integrazioni del Congresso, vogliono essere un contributo a definire la politica di centrosinistra che noi vogliamo.
Crediamo che, per quanto sta in noi, il centrosinistra debba avere una forte e incisiva caratterizzazione programmatica, che tenga conto delle possibilità e delle condizioni obiettive, ma che nello stesso tempo esprima la carica di novità di cui esso è potenzialmente capace.
Una collaborazione è però sempre il punto di incontro tra forze politiche diverse, che non è ipotizzabile rinuncino ai loro peculiari obiettivi per confondersi quasi in un superpartito, ma che insieme individuano, sulla base di comuni persuasioni, il tragitto da fare insieme.
E' naturale che un incontro siffatto comporti reciproche limitazioni e comuni sacrifici. Come non pretendiamo dagli altri rinunce inconcepibili, così non potremo farle noi. E necessaria cioè la reciproca comprensione, la convinzione che un incontro esprime in questo momento, e per un periodo prevedibilmente non breve, al punto più alto ed avanzato, il modo più idoneo per soddisfare democraticamente esigenze fondamentali per il Paese.
Ne nasce l'esigenza della solidarietà non solo dinanzi alle cose previste, ma direi soprattutto di fronte alle insorgenze improvvise; che è soprattutto espressione di una attenzione alle cose che uniscono piuttosto che a quelle che dividono, di una motivata convinzione che ogni divaricazione danneggia tutte le forze democratiche, mette in ombra la loro autonoma visione dello sviluppo democratico del Paese, indebolisce la loro autonoma capacità di guidarlo.

Le esigenze del momento

Questo — nei suoi dati essenziali — il quadro della situazione, delle esigenze da soddisfare, dei problemi da affrontare, delle forze con cui affrontarli. A questi il Congresso deve dare una risposta. Essa è, in un certo senso, resa più semplice dalla convergenza sulla linea politica e dall'assenza di problemi emergenti relativi al Governo che li esprime.
E tuttavia proprio questo dato, in sé e per sé positivo ed affidante, esige da noi tutti un maggiore sforzo di penetrazione e di approfondimento. Sentiamo che portiamo, oggi forse più di ieri, responsabilità molto serie e gravi. Ciò rende più pressante il dovere di garantire il Paese contro la ricorrente tentazione di radicalizzare ed acutizzare i contrasti, di assicurarne e promuoverne un ordinato ed equilibrato sviluppo economico e sociale.
Tale resta il nostro dovere, che si esprime poi nel dovere di governare; ma non di governare come che sia. Pur attraverso pause, incertezze, stati di necessità, è possibile cogliere, in tutta la nostra ventennale esperienza, una linea costante, una preoccupazione fondamentale: di non essere assorbiti nel contingente, di non perdere mai di vista l'essenziale, di non lasciarsi mai imprigionare e snaturare dalle situazioni difficili, anche se ciò è costato a volte fatica e rischio.

La vocazione storica della D.C.

Alla nostra vitalità e alla nostra unità sono dunque legati il prestigio del Partito e la sua capacità di reggere il confronto con altri, di collegare in modo unitario e politicamente incisivo vaste masse e ceti diversi in un impegno democratico di giustizia, di pace e di progresso.
Il programma qualifica il Partito in concreto dinanzi alle esigenze del Paese e alle condizioni storiche in cui la sua azione si svolge. Ma nella misura in cui un partito non è un coacervo di interessi e di suggestioni contingenti, ma risponde ad un nucleo di valori, ad una filosofia e interpreta una tradizione, il programma non è e non può essere soltanto ed esclusivamente la risposta pragmatica ai problemi del momento.
Ciò tanto più vale per la Democrazia Cristiana, che ha come punto essenziale di riferimento un patrimonio di valori religiosi e la concezione che da essi deriva dell'uomo, della società, dello Stato, dei rapporti tra i popoli e le Nazioni. Per questo, la pace religiosa e le condizioni di essa — e quindi soprattutto il rispetto della inalienabile libertà della Chiesa — restano per noi un punto irrinunciabile.
Alcuni fatti recenti hanno riportato d'attualità questo delicato e complesso tema, che è stato in due occasioni, in ordine al divorzio prima e alla revisione del Concordato poi, motivo di dibattito e di riflessione. Abbiamo testimoniato con i fatti, nell'uno e nell'altro caso, il nostro rifiuto di esasperare i dissensi, e la nostra sensibilità democratica nella coerente e doverosa fermezza di posizioni per noi di principio. Per quanto sta in noi, non intendiamo creare fratture; ma siamo decisi a fare la nostra parte, a far valere democraticamente le nostre ragioni, a difendere i valori per noi essenziali e irrinunciabili, con spirito di apertura, ma anche con un fermo e civile richiamo contro polemiche astiose, strumentalizzazioni di parte ed impazienze settarie.
Il nostro è, dunque, un collegamento vivo col vasto mondo cattolico, con i suoi dibattiti e le sue ricerche. Ed è naturale che un avvenimento come il Concilio abbia trovato al nostro interno risonanze impegnate. È naturale che ciò che viene acquisito in diversa sfera dal mondo cattolico trovi nella Democrazia Cristiana adeguata eco. E in questo collegamento il nostro carattere distintivo e qualificante.
La nostra è cioè una presenza che si giustifica non in negativo, per posizioni da difendere, non per una funzione quasi di tramite — come qualcuno vorrebbe sostenere — tra Stato e Chiesa; ma per la più positiva ragione di lavorare al consolidamento e all'espansione dei valori cristiani nella società in cui viviamo ed operiamo. Un partito senza idee e valori ideali non resiste a lungo, se non abdicando alla sua funzione. Né un partito resiste a lungo se i suoi obiettivi si limitano ad un ruolo puramente difensivo e frenante, estraneo pregiudizialmente alle novità, sordo alle esigenze che maturano via via nella comunità nazionale e internazionale.
Questo la Democrazia Cristiana non è stata e non vuol essere, assumendo per sé — secondo l'intuizione di Sturzo che richiamammo a Lucca — d'interpretare i valori religiosi e culturali cristiani della società civile, e di portarli a livello politico per quanto è possibile e nel rispetto del carattere democratico dello Stato.
E' in questa assunzione di responsabilità, in questa assunzione di rischio, che non può non essere che nostra e solo nostra, l'autonomia della Democrazia Cristiana, la sua realtà di forza politica tra le forze politiche, la sua legittimità a gestire il potere col consenso popolare. E in questo esercizio della concreta responsabilità politica che si esprime il valore e il senso storico e nazionale della presenza democratica cristiana.
Fuori di essa, c'è il pericolo di un'assenza totale, di una presenza scarsamente o affatto incisiva, o l'ipotesi di fratture dilaceranti per il Paese. Con essa, una garanzia per i valori in cui crediamo, per il loro consolidamento, per la loro espansione.
Siamo un partito di popolo. In ciò la nostra capacità di mobilitazione democratica, il nostro rifiuto a inconcepibili posizioni di retroguardia. Nessuno faccia affidamento su di noi per ipotesi di livellamento collettivistico, ma nessuno faccia affidamento su di noi per una politica che lasci le cose come sono. Alla tradizione, che noi abbiamo ricevuto e portato avanti, chiamiamo i giovani a collegarsi. Con essi il nostro discorso è sobrio. Non chiediamo ad essi applausi o riconoscimenti; apprezziamo il loro bisogno di autenticità; vediamo, al di là di limitati sbandamenti, la loro serietà d'impegno, la loro aspirazione a cose nuove, a una libertà più piena. Non pensiamo per essi a posizioni subalterne, a coperture strumentali. Abbiamo il dovere di chiedere ad essi uno sforzo di integrazione, il rifiuto di fratture laceranti, la capacità di cogliere ciò che vi è di essenziale: che è appunto la continuità di una tradizione che è nella Democrazia Cristiana, che non ci appartiene per disperderla, ma per rinnovarla ed accrescerla.

Cari amici,

su questa linea, su questa piattaforma, su questi intendimenti chiedo che si esprima il vostro pensiero, e che intorno ad essi si realizzi un incontro leale e coerente.
Il Paese chiede da noi uno sforzo di rinnovamento. Io credo che la Democrazia Cristiana saprà corrispondere a questa attesa. Senza di noi il Paese sarebbe oggi diverso; con la Democrazia Cristiana esso ha camminato in pace, è cresciuto in libertà e progresso. Sento, sentiamo tutti, che la Democrazia Cristiana è ancora insostituibile per garantire al popolo italiano un avvenire più sereno.
Non si travolge la Democrazia Cristiana senza mettere in discussione tutti i risultati raggiunti, tutte le prospettive avvenire.
Non a caso, l'attacco è ancora e sempre contro di noi, come all'irriducibile ostacolo per ipotesi diverse e mortificanti per il nostro Paese.
Questa garanzia la Democrazia Cristiana rappresenta per gli Italiani. Questo essi attendono: che il Congresso dia al Paese, con la vivacità del suo dibattito, con la serietà delle sue indicazioni, la conferma dell'unità e di tutta la forza ideale della Democrazia Cristiana.

On. Mariano Rumor
X° Congresso Nazionale della DC
Roma, 23 novembre 1967

(fonte: biblioteca Butini)


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