LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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X° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: MOZIONE N. 2 "BASE E SINDACALISTI"
(Roma, 26 novembre 1967)

Al X° Congresso nazionale della DC vengono presentate tre mozioni, in corrispondenza delle tre liste per l'elezione dei Consiglieri nazionali del partito.
La corrente di sinistra del partito, "Base e sindacalisti", presenta la mozione n. 2.

* * *

I. – Premesse

1) Il X Congresso nazionale della Democrazia Cristiana ha il compito di condurre un esame approfondito dell'esperienza relativa a questi anni di avvio della formula di centro-sinistra e di proporre l'indirizzo e le istanze programmatiche della D.C. nei prossimi anni.

II. - Bilancio dell'attuale corso del centro-sinistra

2) La formula di centro-sinistra ha finora consolidato alcune condizioni necessarie per lo sviluppo democratico: a) l'intesa fra democratici cristiani e socialisti, superando parecchie difficoltà e pur tra alcuni non risolti contrasti, è divenuta elemento costante dell'assetto politico immettendo nella gestione dello Stato una base popolare più larga; b) il permanere dell'alleanza ha quindi conferito stabilità al potere esecutivo e condizioni di più garantito funzionamento alle istituzioni della Repubblica; c) il rapporto tra maggioranza e opposizione sta gradualmente abbandonando i caratteri di scontro frontale per avvicinarsi alla qualità del corretto confronto parlamentare; d) la normalizzazione dei rapporti politici consente di affrontare i problemi di adeguamento dello Stato senza pericoli di spaccature verticali. Tali risultati positivi motivano l'azione a difesa della formula e del Governo di centro-sinistra, in cui si è impegnata la sinistra d.c.

3) L'alleanza tra democristiani, socialisti e repubblicani era stata proposta e voluta per la pure e semplice normalizzazione dei rapporti politici, ma perché mediante quello strumento — la nuova formula politica — si espandesse l'area della libertà modificando il tradizionale equilibrio di potere. Sotto questo aspetto l'alleanza di centro-sinistra sembra entrata in fase di ripiegamento e di parziale svuotamento. All'origine del ripiegamento sono le modificazioni intervenute dal 1962 nello schieramento politico, in particolar modo all'interno dei partiti di maggioranza. Si è verificato quindi un adattamento delle forze politiche alla pura gestione e occupazione del potere senza contestare, tra altro, i rapporti tra classe politica e classe economica dominante. In questo senso si può parlare di neo-centrismo pur in un contesto generale in parte modificato.

4) L'esame dei programmi e dello stadio di realizzazione prova con i fatti questa realtà. In ordine alle strutture dello Stato, si nota tra l'altro: a) si affollano a fine Legislatura leggi essenziali come quelle sulla Regione, continuando una tecnica di rinvii e di riserve che, in argomento, è ricca di precedenti. Le autonomie locali sono in condizioni gravissime, senza che la loro crisi sia stata affrontata in modo adeguato, mentre la legge di delega per la riforma fiscale — che ignora la Regione — non serve a soccorrerle, ma a metterle in ulteriori difficoltà; b) anche la riforma universitaria è stata trascinata fino al termine della Legislatura. Il notevole sforzo finanziario per la scuola rischia poi in tutti i settori di essere utilizzato per rafforzare le strutture di cui è urgente la sostituzione; c) la legge ospedaliera è stata svuotata dei fondamentali criteri di riforma; d) il riordinamento della Magistratura segna il passo di fronte a un emendamento democristiano, che vuole mantenere il dominio della Cassazione; e) l'apparato amministrativo dello Stato rimane intatto nella sua inadeguatezza tecnico-politica ai bisogni di una società profondamente modificata, mentre il Parlamento, già limitato nell'efficienza, la diminuisce ancora.

5) Ugualmente preoccupante, rispetto agli obiettivi del centro-sinistra, è la condizione della nostra economia: a) la politica di centro-sinistra, promossa per affermare il primato dei valori politici sugli interessi economici e per costruire e difendere in tal modo la libertà, ha accantonato quella sua centrale ragione di essere: nel corso della recessione si è determinata una riconversione della linea delle riforme del sistema fino all'accettazione dell'equilibrio di potere in atto, corrispondendo in tal modo alla volontà delle forze economiche dominanti. Su tale linea si è collocato anche l'incontro promosso tra Partito e industriali, nel quale sono state richieste e date garanzie che non si ripeteranno i cosiddetti "errori" della fase iniziale del centro-sinistra; b) anche il modello di programmazione risente della confermata egemonia delle forze economiche tradizionalmente dominanti. Ciò trova corrispondenza nella scelta compiuta per il piano quinquennale di un modesto tasso di investimenti: su quella base l'occupazione nel 1970 potrà essere pari soltanto a quella dei 1964, con popolazione aumentata. Il programma economico quinquennale — la cui approvazione parlamentare è atto politico valido quale scelta di metodo — deve essere giudicato dal suo procedere: e, per ora, in conseguenza delle scelte compiute e di quelle rinunciate, il processo della programmazione rivela una notevole differenza tra piano nazionale e bilancio dello Stato, un contrasto non conciliato tra piano nazionale e progetti di piano regionali delle regioni del "triangolo" industriale del Nord; accentuate — anziché diminuite — disparità di reddito tra Sud e Nord e tra agricoltura e gli altri settori, nonché una riduzione degli impieghi sociali, invece di un loro aumento proporzionale. Il tipo di politica dei redditi prescelto, infine, tende a rendere subalterno il potere contrattuale dei sindacati operai e non offre alternative concrete.

6) La novità della formula politica interna ha scarsamente influenzato i rapporti internazionali dell'Italia, che sono partiti in più di un caso da posizioni subalterne e incontrano anche oggi, nella nuova maggioranza, grandi difficoltà, quando vengono impostati con maggiore autonomia nella ricerca della distensione e della pace.

7) All'interno del Partito, l'abolizione delle correnti non ha realizzato alcuna superiore unità; essa ha dato dapprima il via ad un sistema di unanimità futilizie e poi di maggioranze saldamente unite per la conquista del potere, ma spietatamente divise in gruppi o sottogruppi associati nella difesa della posizione da ciascuno conquistata.

8) La complessa tendenza, che emerge, a introdurre nel sistema elementi di razionalità senza cambiamenti reali di struttura, anche se ha raggiunto per ora, come si è notato, buoni risultati di stabilità, ha portato rapidamente il centro-sinistra alla stagnazione ed ha consentito la polemica definizione di "fallimento relativo del centro-sinistra".

III. - Per un «nuovo corso del centro-sinistra»

Le forze politiche

9) La formula di centro-sinistra ha certamente rappresentato una svolta fondamentale nella vita politica italiana e costituisce una conquista positiva e irrinunciabile. Ma per l'evidenza dei fatti ora indicati, dobbiamo affermare che il centro-sinistra non ha fino ad oggi soddisfatto le aspettative di un nuovo corso che l'incontro di due forze politiche popolari e democratiche avevano inizialmente promesso. L'adattamento delle forze politiche alla pura gestione e occupazione del potere comporta una responsabilità che ricade anche sulla direzione politica di centro-sinistra attuata da una D.C. dimostratasi spesso incapace di assumere quel ruolo di iniziativa e di propulsione che le compete.

10) Il centro-sinistra ha rischiato e rischia così di logorarsi in una contrapposizione frontale tra la D.C. e il movimento socialista, che in realtà può essere portato a cedere sempre alla tentazione di costituire una alternativa di potere, utilizzando o strumentalizzando a questo scopo tutte le forze che si trovano alla sinistra della D.C., ivi compresi i comunisti. Per questo, noi siamo convinti che la politica di centro-sinistra rappresenti la sola valida prospettiva di sviluppo del nostro Paese e vogliamo proporre il massimo impegno affinché siano allontanati i pericoli che rallentano lo sviluppo . democratico della Nazione. Siamo nello stesso tempo convinti che questi pericoli — che minacciano la stabilità e la continuità democratica del Paese — possono essere allontanati soltanto attraverso un nuovo corso del centrosinistra, da realizzare per mezzo di un mutamento negli equilibri politici interni della D.C. e nei rapporti con gli altri partiti.

11) Esprimendo l'esigenza di questo mutamento di equilibri, non intendiamo affatto togliere o attenuare la validità del principio della delimitazione del centro-sinistra rispetto ai comunisti. Anche se concordiamo con coloro i quali affermano che «se la democrazia si manterrà salda nel tempo, il comunismo nel nostro Paese si modificherà e sarà una forza disponibile per un appoggio alla stessa democrazia», escludiamo nel tempo breve e medio che il Partito comunista sia una forza politica utilizzabile per una maggioranza di Governo. Non si deve, in ogni caso, dimenticare che l'utilizzazione democratica delle forze politiche non deve portare al loro snaturamento, ma deve invece assicurare l'apporto di valori e di ideali che ciascuna forza può dare, quando abbia accettato, e non strumentalmente, il metodo e la sostanza della democrazia. Ci attendiamo invece dallo sviluppo dei metodo democratico una ulteriore evoluzione di posizioni attraverso la maturazione della coscienza e dei problemi: una maturazione alla democrazia, che può intanto trovare la sua preparazione nel corretto svolgimento dei rapporti democratici tra maggioranza e opposizione e nella leale convergenza — ferme restando le distinte funzioni politiche — quando si tratta di dare vita ai precetti della Carta costituzionale. All'interno delle istituzioni democratiche dello Stato e della società, dei Parlamento, nei Consigli regionali, provinciali e comunali, fra e nei sindacati, è possibile l'unico dialogo corretto con il PCI, quello che si fa tra la maggioranza e la minoranza, un dialogo dentro il sistema e sul sistema, che interessa tutti i cittadini. Su questo terreno è compito di tutti i partiti della maggioranza costringere il PCI a misurarsi con i problemi reali, a responsabilizzarsi e quindi ad uscir fuori dall'immobilismo rivendicativo e a confrontarsi con i problemi della crescita della società civile nella libertà.

12) Una fondamentale parte del discorso sulle forze politiche riguarda i socialisti. Nella D.C., la sinistra deve respingere la facile tentazione — alla quale viene sottoposta da due diverse parti — di essere arma di attacco contro i socialisti. E i socialisti a loro volta devono rendersi conto di quella realtà che corrisponde alla Democrazia Cristiana, nei rapporti con la quale il pur doveroso riferimento alla dirigenza ufficiale diventa formalismo se non è integrato da un continuo dialogo col Partito nella sua articolata completezza. Ai socialisti spetta — come ai democristiani che vollero il centrosinistra — di riprendere fiducia nella capacità di mutare a fondo la realtà politica italiana. Rimettere in movimento le forze politiche all'interno della maggioranza non è operazione semplice, non può avvenire per la sola spinta della sinistra democristiana; non sarebbe dunque sufficiente che accadesse soltanto all'interno della Democrazia Cristiana. Occorre, in sostanza, che le forze democratiche e socialiste che vollero e prepararono con forte convinzione l'alleanza politica oggi esistente, riprendano coraggio e ristabiliscano rapporti di efficiente collaborazione, poiché la formula politica in atto resta valida nella misura in cui si riuscirà ad avviare il nuovo corso del centro-sinistra.

13) Ma è soprattutto dalla D.C. che deve partire il necessario impulso per il rilancio della politica di centro-sinistra nel Paese. Per questo riteniamo che mai come oggi la D.C. è stata di fronte alla scelta di fondo della sua qualificazione politica: o accettare, per il tempo che e verrà concesso, di occupare comunque il potere in uno sforzo di contenimento delle spinte e delle esigenze che vengono dalla realtà del Paese, mentre fuori e contro di lei si prepara l'alternativa di potere, o trasformare se stessa negli strumenti e nei metodi per porsi risolutamente e veramente alla guida del Paese e del suo sviluppo civile, democratico ed economico. La scelta di fondo è tra il rassegnarsi ad essere forza del passato, che difende le sue posizioni di potere in virtù di meriti acquisiti nelle battaglie per la democrazia dell'ultimo ventennio, o essere la forza politica dell'avvenire, aperta alle esigenze di rinnovamento poste dall'evoluzione della società civile, una forza capace di comprendere le ansie, i fermenti, le aspirazioni delle giovani generazioni nate nel dopoguerra e formatesi nel clima conciliare.

14) Se la D.C. non vuol risultare, in uno stanco centro-sinistra di consumo, la tutrice degli interessi conservatori, ma la forza di guida dello sviluppo democratico, essa deve promuovere: a) un cambiamento qualitativo della politica di centro-sinistra; b) un cambiamento sostanziale delle intese di partito e quindi della maggioranza di partito, con chiari e motivati limiti a destra, che soli potrebbero consentire la partecipazione responsabile della sinistra democristiana.

Le forze sociali

15) Nell'ambito delle forze sociali, che in un ordinamento pluralistico condizionano i rapporti politici, acquista carattere di razionale necessità l'autonoma unità sindacale di fatto dei lavoratori: l'obiettivo non può riguardare i partiti come tali, ma il suo valore e le sue conseguenze non possono essere ignorati da un partito popolare. La mancanza dell'autonoma unità sindacale è un aspetto di quella debolezza della società civile che sta all'origine della debolezza del sistema politico nel quale ci muoviamo. L'unità sindacale di fatto è mezzo fondamentale di una naturale pressione che, partendo dalla società, può bilanciare il peso dei gruppi economici privilegiati, il cui potere supera di gran lunga la destra, come tale qualificata nell'area politica. La forza delle organizzazioni sindacali dei lavoratori deve trovare incremento nelle funzioni autonome che si devono loro assegnare nel quadro della programmazione e in preminenti poteri di gestione in materia di previdenza e assistenza e poi di sicurezza e in materia di collocamento e di formazione professionale.

Gli indirizzi per l'azione

16) Nel formulare gli indirizzi programmatici per un nuovo corso di centro-sinistra, non intendiamo proporre di più, ma piuttosto un'azione diversa: esattamente qualificata, tempestiva e coerente. Gli stessi discorsi sullo Stato — Regione e programmazione — e sulla politica estera, non sono per noi discorsi di pure proposte tecniche, come tali neutre, anche se importanti ma sono tutt'uno con il discorso sulle forze politiche. E' pur chiaro che le lunghe elencazioni programmatiche hanno fatto il loro tempo e che dovere del Partito è quello di rilanciare il centro-sinistra con un programma di Legislatura interamente attuabile.

17) Per quanto riguarda la fase finale della quarta Legislatura, occorre almeno che siano approvate la legge elettorale regionale e la legge di riforma delle università, mentre una profonda revisione è necessaria ai disegni di legge per la delega in materia di riforma fiscale e per le procedure della programmazione.

I problemi dello Stato

18) II discorso sullo Stato è il discorso sulle libertà che le forze politiche nel quadro della loro strategia democratica riescono a garantire alla società civile per farla crescere e autonomamente progredire. Il discorso sullo Stato è, prima che un elenco di proposte riformatrici, un discorso sul vero fondamentale obiettivo di una politica democratica moderna: allargare nel Paese la sfera di libertà, di responsabilità, di potere dei cittadini e delle comunità intermedie; estendere le forme di partecipazione, il controllo alla gestione del potere nelle istituzioni pubbliche e nelle imprese; garantire il pluralismo, la crescita delle associazioni, dei sindacati.

19) La D.C. deve puntare, in via prioritaria, su alcune riforme strategiche e politicamente qualificanti. Innanzi tutto sull'ordinamento regionale, inteso come riforma radicale di una struttura di centralismo burocratico, che è all'origine, nello stesso tempo, di liberalità e di inefficienza. La Regione, intesa come ente di produzione legislativa in ordine a materie di competenza locale, nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione, di amministrazione di competenze relative a materie specifiche per delega del potere centrale (evitando duplicati burocratici tuttora esistenti, tra l'altro, nelle Regioni a statuto speciale), rappresenta un insostituibile supporto della struttura di comando della nostra organizzazione pubblica. Ciò comporta un trasferimento di potere con la conseguente abolizione di intieri settori dell'amministrazione centrale e la riduzione di parecchi Ministeri ad essere organismi di direzione politica, di guida per la ricerca tecnico-scientifica e di ispettorato. L'ordinamento regionale perderebbe il proprio significato politico e la propria caratterizzazione funzionale se trasferisse sul piano locale le degenerazioni burocratiche e centraliste del potere statale. Occorre potenziare le autonomie locali nel nuovo quadro regionale; riorganizzare per territorio o competenze le Province; dare maggiore respiro alle autonomie comunali; procedere finalmente all'attesa riforma della legge comunale e provinciale (come non sembra avvenire con la delega di riforma fiscale) e delegare di norma a Province e Comuni le funzioni amministrative delle Regioni, secondo l'art. 118 della Costituzione. necessario intanto costituire i Consigli regionali con elezioni nell'autunno del 1969 e approvare una legge finanziaria-ponte per le Regioni, che consenta ad esse il primo funzionamento: definizione degli statuti, sostituzione della GPA e dei CRPE.

20) La realizzazione dell'ordinamento regionale favorirà la riqualificazione del Parlamento. Esso, trovando nell'elaborazione del programma una sua funzione moderna, si dedicherà alle leggi di maggior rilievo politico, nonché all'esercizio del controllo dell'esecutivo. Per adempiere efficacemente a tali compiti, il Parlamento dovrà contare su un'adeguata attrezzatura tecnica che gli conferisca autonomia di informazione. Si avverte altresì la necessità di riconsiderare il principio bicamerale, almeno nell'applicazione che di esso si fa attualmente in Italia. Contemporaneamente alla rivalutazione del ruolo delle assemblee rappresentative, occorre dotare il Governo dell'autorevolezza e dell'efficienza necessarie perché esso si ponga come un superiore organo di sintesi. La politica di programmazione richiede infatti l'esistenza di un Governo di Legislatura, che abbia la stabilità necessaria di ricondurre le varie branche dell'amministrazione statale e gli enti pubblici al rispetto degli indirizzi e degli obiettivi fondamentali in sede politica. A tal fine appare urgente la predisposizione di una legge organica sulla struttura del Governo, nonché la riforma generale del pubblico impiego secondo criteri atti a migliorare la selezione del personale e a responsabilizzarlo.

21) Il centro-sinistra dovrà far compiere un deciso passo in avanti al rispetto del cittadino nei suoi rapporti con l'amministrazione e nei metodi di soluzione di ogni controversia. Dovrà essere assicurato un assetto più democratico alla Magistratura, liberandola dal dominio della Cassazione.
In ordine ai diritti di libertà, urgono: l'adeguamento del Concordato alle condizioni democratiche e alla laicità dello Stato; l'affermazione di un altro aspetto fondamentale della libertà di coscienza con l'alternativa, per gli obiettori, del servizio civile in luogo del servizio militare; mentre deve essere finalmente affrontato il sempre più grave problema della libertà di stampa e di informazione e del diritto all'informazione.

I problemi dell'economia

22) Politica congiunturale e politica di piano devono essere così strettamente integrate da diventare la prima una parte della seconda, entrambe puntando costantemente e senza diversivi all'obiettivo della piena occupazione. Esso non sarà affatto raggiunto in Italia nel 1970 - secondo le troppo facili previsioni formulate in sede di MEC - e rimane quindi la preoccupazione prima ed assoluta: manovra monetaria, risparmio, investimenti, bilancia dei pagamenti, tutto va ordinato alla piena utilizzazione delle forze di lavoro.

23) L'obiettivo della piena occupazione non si raggiungerà mai senza risolvere il problema base dell'economia e della società italiana: il problema del Mezzogiorno. Esso si presenta come la manifestazione principale e più negativa delle piaghe che il sistema economico nazionale è andato mostrando nel suo passaggio da un'economia agricola ad un'economia di industrializzazione.

24) Il programma economico nazionale riconosce che la questione meridionale costituisce il più grave squilibrio territoriale esistente all'interno del Paese, ma esso manca della definizione di politiche economiche generali e settoriali capaci di aggredire la carenza di fondo. L'esperienza del trascorso ventennio ha dimostrato come una politica economica di generale sostegno del sistema lascia immutati i difetti del meccanismo di mercato, al punto da pregiudicare anche le ulteriori possibilità di sviluppo. Solo da un tipo di sviluppo nuovo possono derivare insieme il raggiungimento di buoni livelli di efficienza e il superamento degli squilibri.
L'odierna mancanza di un incremento dell'occupazione e di un accrescimento degli investimenti industriali nel Mezzogiorno deriva dalle tendenze proprie del sistema a sviluppare la sola area forte e a non esprimere un adeguato numero di nuove iniziative di grandi dimensioni capaci di acquisire nuove tecnologie e di organizzare i relativi processi di ricerca.
La politica di sviluppo del Mezzogiorno deve perciò far leva sul settore di rottura rappresentato dalle industrie; il compito primario di tale settore dovrà essere perciò svolto dall'impresa pubblica da meglio ordinare, rafforzandone la guida politica.

25) E' tuttavia essenziale - specie nel Mezzogiorno - una nuova coordinata politica agraria, legata a criteri di produttività, a nuove strtture associative per la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, nel quadro di generalizzati enti regionali di sviluppo.

26) La soluzione congiunta di questi problemi richiede un grande sforzo di tutta la collettività nazionale, sforzo che non si può realizzare senza il concorso della solidarietà impegnata di tutti i partiti democratici, delle forze sindacali, del mondo imprenditoriale. Si tratta di realizzare un elevato saggio di accumulazione per l'intera economia. realizzare questo tipo di sviluppo nel quadro della politica di programmazione è possibile, a nostro avviso, ove le forze politiche sindacali e produttive consentano di eliminare tutti i redditi derivanti da posizione di rendita improduttiva.

27) Nella considerazione dell'esito assai limitato del tipo di programmazione adottato, in vista del secondo quinquennio occorre rivederne dalle fondamenta il meccanismo e riordinarlo compiutamente in modo che sia assai più penetrante, pur nel rispetto della libertà di iniziativa, l'intervento ordinatore del piano.
Quanto alle procedure, sarà opportuno che l'ufficio del piano elabori, nel corso del 1968, non una sola proposta, ma una serie di proposte alternative, basate su scelte diverse degli impieghi. Successivamente si chiederà al sindacato dei lavoratori, in quanto unitario di fatto, di rendere noti (secondo il metodo della trasparenza salariale) gli obiettivi salariali che si propone nel quinquennio con le doverose riflessioni in ordine agli investimenti, agli impieghi sociali e alla occupazione.
Toccherà a questo punto al Parlamento scegliere uno schema e indicare al Governo i criteri per la proposta definitiva. Subito dopo competerà agli organi regionali, nell'ambito della scelta del Parlamento, formulare i piani delle Regioni e quindi spetterà al Governo - in sistematica consultazione con le rappresentanze delle forze sociali - elaborare il progetto definitivo da far discutere al Parlamento nel corso del 1970.
La linea procedurale indicata vuole essere un contributo di libertà affermando nella vita pubblica la proprietà della società civile; essa significa in concreto il rovesciamento di schemi di guida centralistica e tecnocratica della programmazione, da sottrarre all'influenza determinante dei gruppi economici - pubblici e privati - e da riferarire invece, come alla prima e fondamentale ispirazione, alle forze popolari che si esprimono nella società nazionale e a livello locale.
Tale indirizzo prevede un ruolo autonomo della direzione politica, che deve anche liberarsi da ogni pastoia procedurale per poter sempre intervenire con tempestività.

28) La prima rettifica da compiere - già nel piano attuale e mediante efficienti iniziative - deve riguardare il tasso di investimenti. Sotto questo aspetto vanno anche esaminati con attenzione il capitolo degli investimenti stranieri in Italia e di quelli italiani all'estero, per avere una politica di larghi scambi nel quadro dell'autonomia e della piena occupazione. Sempre per dare corso alla rettifica del tasso di investimenti, bisogna:
a) distinguere un bilancio annuo dello Stato per le spese correnti, e un bilancio quinquennale dello Stato per le spese di investimento della pubblica amministrazione, che diventi capitolo del piano; a tale bilancio quinquennale dovranno rispondere i bilanci singoli delle amministrazioni degli enti e delle aziende autonome;
b) sottoporre ad esame del CIPE (che integri il Comitato del credito) gli investimenti cui siano interessati istituti di credito e i mercati azionario e obbligazionario per una cifra superiore ai cinque miliardi.
La localizzazione degli investimenti dovrà tenere conto di due esigenze:
a) modificare sostanzialmente il livello degli investimenti nel Sud, e indirizzarli soprattutto verso industrie motrici;
b) riguardare le aree di riconversione.

29) Ad una programmazione del tipo indicato vanno rapportati l'ordinamento giuridico delle società commerciali, gli strumenti di raccolta e di investimento del risparmio e gli strumenti fiscali.

30) Le nuove dimensioni del mercato (MEC e Paesi associati; Kennedy round) pongono il problema dell'integrazione in esse del piano quinquennale italiano, come di quelli degli altri partecipanti; una integrazione che può aver luogo soltanto se analoghi criteri saranno introdotti nella dimensione europea. Le nostre scelte di politica industriale non potranno ignorare, in quel quadro, l'attuale complementarietà della produzione italiana manifatturiera e degli strumenti di produzione con i mercati del blocco orientale e del terzo mondo.

31) Nel campo degli impieghi sociali, il passaggio al sistema della sicurezza sociale dovrà avvenire attraverso l'unificazione degli istituti, ma con l'ordinamento in casse autonome regionali o provinciali, riunite in federazione, con fondi centrali, perequativi, con larghissima autonomia e governo prevalente delle organizzazioni sindacali.

32) La «scelta di civiltà» che la coscienza dell'uomo compie è la pace. E non tanto perché l'alternativa è una incalcolabile distruzione, quanto perché l'odio e la paura devono essere allontanati dall'uomo, quanto perché la coscienza dell'uguaglianza degli uomini e dei popoli — al di là delle differenze di colore, razza, religione, civilizzazione — e la coscienza dell'unità del genere umano si vanno affermando come valori indeclinabili. Nella presente realtà, che deprechiamo, di una pace che si basa su un equilibrio di forze, di potenze e di armamenti, con pericolose spinte egemoniche delle grandi potenze e con diffusi e radicati elementi di diffidenza e di reciproco timore e terrore, appare evidente come ogni sforzo debba essere volto a consolidare, a estendere e a creare sempre maggiori possibilità e occasioni di distensione fra i blocchi contrapposti.

33) Non riteniamo che giovino a creare condizioni favorevoli e maggiori possibilità di distensione spinte disgregatrici o di disimpegno dell'uno e dell'altro campo. La collocazione occidentale del nostro Paese non può perciò essere posta in crisi per avviarci a palesi e occulte posizioni di sterile neutralismo e di disimpegno, o peggio per aprire il varco nella stessa Europa alle posizioni di un risorgente nazionalismo franco-tedesco. La nostra posizione nazionale deve tendere invece a un aperto dibattito, all'opportuno ripensamento degli strumenti, quali il Patto atlantico e la NATO, attraverso i quali si è realizzata la solidarietà occidentale e alla contrattuale revisione degli accordi stessi, confermando le ragioni ideali delle stesse scelte compiute venti anni fa: la pace, l'indipendenza dei popoli, la loro libertà e democrazia e, insieme, il rifiuto di imperialismi e nazionalismi di ogni genere, la solidarietà internazionale a sostegno della pace sociale interna dei Paesi in via di sviluppo, il nostro costante apporto ad ogni iniziativa ed azione capace di favorire la distensione.

34) Punto di riferimento costante deve essere la politica di integrazione europea. Essa non è più un facile mito, nè una sicura prospettiva. Il principio finale di sovranazionalità è pesantemente posto in crisi da un ritorno nazionalistico certamente preoccupante e non solo collegato al fenomeno gollista. Noi riteniamo che essenziale, per la ripresa del discorso europeo, sia l'adesione dell'Inghilterra alla Comunità, per il suo significato e gli effetti politici che determina.

35) Una scelta qualificante è rappresentata dal trattato di non proliferazione nucleare. Noi riteniamo che ad esso non possa mancare l'adesione italiana. Non perché vi siano ragionevoli motivi di perplessità, ma perché esso rappresenta, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, il primo effettivo passo verso una concreta prospettiva di arresto o almeno di contenimento dell'espansione del potenziale bellico.

36) Attraverso queste tappe: distensione, blocco del riarmo atomico, riduzione degli armamenti, sarà possibile concretamente dare l'avvio alla desiderata realizzazione di una linea di superamento dei blocchi contrapposti e della reciproca minaccia. A effettive e permanenti speranze di pace mancherebbe il necessario supporto se non riacquistasse autorità l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Riteniamo essenziale a questo scopo la totale internazionalizzazione dell'ONU, che passa attraverso l'ammissione della Cina. Gravi ostacoli al progredire della distensione sono i due conflitti in atto nel Vietnam e nel Medio Oriente. Condividiamo la richiesta del segretario dell'ONU per una sospensione senza condizioni dei bombardamenti sul Nord Vietnam, come primo passo per verificare concretamente le possibilità di Ginevra. Ciò non significa una richiesta di ritiro non garantito delle forze americane dal Vietnam, né la sottovalutazione di una minaccia espansionista della Cina nel Sud-Est asiatico. Significa solo avanzare e sostenere una proposta concreta, capace di verificare fino in fondo le reali possibilità di inversione di una tendenza che, sotto ogni aspetto, diventa sempre più drammatica. Anche per il Medio Oriente va perseguita una soluzione pacifica del conflitto con il concorso dell'ONU, che in tale settore potrebbe avere effettive possibilità di azione, avviando i contendenti sulla via della coesistenza che passa attraverso il riconoscimento giuridico dello Stato di Israele e la conseguente rinuncia di questo ad una politica di annessione territoriale.

37) Per quanto riguarda l'Alto Adige, la D.C. sollecita una rapida soluzione della grave vertenza in conformità con le conclusioni della « Commissione dei diciannove ». Nel ripetersi di tanti attentati, noi non scorgiamo alcuna espressione delle istanze delle popolazioni alto-atesine, ma invece l'espressione di un rigurgito pangermanistico di ispirazione neo-nazista, che impone ai Governi italiano, austriaco e tedesco occidentale di reagire con la necessaria fermezza.

38) L'auspicata offensiva di pace, che deve essere condotta al livello dei problemi locali e mondiali, ha come obiettivo naturale una politica di solidarietà nei confronti di tutti i Paesi dell'area del sottosviluppo. È necessario che anche l'Italia assuma l'iniziativa per promuovere una politica mondiale di aiuti, di sostegno e stabilizzazione dei prezzi internazionali delle materie prime, con il massimo di adesione alle esigenze espresse dalla «Carta di Algeri». Dovrà inoltre essere promossa l'organizzazione di un servizio civile internazionale, cui dovrebbero poter partecipare liberamente i giovani che desiderassero prestare questa generosa opera in alternativa al servizio militare.

Mozione n. 2 "Base e sindacalisti"
X° Congresso Nazionale della DC
Roma, 26 novembre 1967

(fonte: biblioteca Butini)


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