LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

X° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

Il Congresso si avvia alla conclusione ed è mio compito riassumere la posizione dei presentatori della cosiddetta « terza lista » (dico « cosiddetta » perché, essendo l'unica finora presentata, è diventata ormai la lista numero 1), e rispondere anche alle critiche che ci sono state rivolte. Che cosa contestiamo alla maggioranza? Perché ci siamo situati su di una posizione di minoranza?
La maggioranza — contestiamo — non è un gruppo omogeneo: è una « convergenza » — come ha detto felicemente al precongresso di Arezzo l'on. Fanfani — una convergenza di gruppi; e del resto tale risulta da un esame spassionato dei discorsi tenuti in questo Congresso. (Mi dispiace che non ci fossero molti ascoltatori all'opportuno e preciso intervento dell'on. Scalfaro, il quale, pur trovandosi probabilmente su posizione diversa dalla mia, ha chiarito proprio alcuni dei punti che io adesso verrò esponendo).
E' stato un « assiemaggio », questa maggioranza, un assiemaggio di vertici e, comunque, non di base. Comunque, se, come in tutti i precongressi si è andato dicendo e sbandierando il mito dell'unità, se unità era l'obiettivo, non si comprende come non si sia trovato il modo di far convergere in essa anche il gruppo o i gruppi della sinistra.
E' stata detta maggioranza di centro-destra: conosco da troppo tempo l'on. Rumor per poter pensare che si sia collocato su una posizione di quel genere. So bene che giustamente, puntualmente, viene rifiutata questa posizione; ma l'equivoco rimane. Ricordo — io non m'intendo affatto di musica — ricordo un uomo politico di altro Paese, un sudamericano, che proprio in questi giorni, in queste colazioni di carattere internazionale, conversando con me, diceva: « In politica è come nella musica, difficile distinguere la forma dalla sostanza ». L'equivoco rimane, e rimane non soltanto di forma ma, come vedremo, anche di sostanza.
Già al nono Congresso di Roma sostenni che le vecchie correnti avevano fatto il loro tempo, che erano diventate ormai soprattutto gruppi di potere, che si doveva giungere al rimescolamento delle carte. La frase sarà brutta, amico Storti, ormai è entrata nel gergo corrente del nostro Partito (è vero, abbiamo un gergo di iniziati, nel nostro Partito). L'idea fu ripresa ed ebbe particolare fortuna a Sorrento. Era finita una partita, quella che aveva come posta l'alleanza di centro-sinistra. Occorreva iniziare un'altra partita, quella che ha come posta la nuova funzione, la rinnovata funzione della Democrazia Cristiana e il suo impegno per il rinnovamento dello Stato, dello Stato pluralistico voluto dalla Costituzione. Che cosa si fa all'inizio di una nuova partita? Si rimescolano le carte. Forse sono state rimescolate, ma la convergenza ha pensato, sì, di rimescolare il mazzo, ma non l'ha fatto: le ha assiemate bene, in modo che con la nuova distribuzione ciascuno avesse le carte di prima. E così la partita è sempre la stessa... (Ricordate il dialogo — l'amico Sarti mi ha attaccato la malattia delle citazioni, ma ne farò una sola — il dialogo fra zio e nipote nel « Gattopardo » ? Si era nel 1860. Il nipote parte per combattere, lo zio se ne meraviglia: come, un Falconeri? E il nipote risponde, in un accesso di sincerità: Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato? E qui un abbraccio tra zio e nipote).
Ci fu forse un errore di valutazione, quando avvenne la convergenza, perché si scrisse molto e si ripeté più volte, quasi a scandirlo: restano fuori solo gli sparuti resti di quella che fu la sinistra, e poi l'« isolato » Taviani. Penso che non ci sia stato bisogno di arrivare a questa giornata del Congresso per rettificare le valutazioni.
Ieri sono stato richiamato al fatto che io avevo favorito, a un certo momento, la fine del « doroteismo ». E' vero, non c'è dubbio. Aveva fatto la sua fine, come tutte le cose. Aveva fatto la sua fine, come l'hanno fatta i grandi Stati, che sono caduti troppo tardi e si sono avuti tutti i guai. Aveva fatto la sua fine al punto che in una partita di calcio, tempo fa (ormai non ci vado più perché io sono genoano e il Genoa, poveraccio, è in tale situazione per cui non ci posso andare alle partite di calcio a vederlo), un arbitro che aveva concesso un rigore fu chiamato « doroteo » ! Aveva finito... (proteste). No, amici cari che protestate, non c'è nulla di offensivo, perché — perbacco — non rinnego nulla di quello che è stato, quando l'abbiamo fatto a Santa Dorotea con Zaccagnini, con la povera Conci e altri. Non c'e nulla da rinnegare. Ogni cosa fa il suo tempo: era finito quel tempo. Ma proprio in quella occasione ebbi a dire (Consiglio Nazionale del 1966: andate a guardare gli atti), ebbi a dire: verrà certamente, si enucleerà una opposizione di destra. Sarà un’altra, non so, ma si enucleerà., quando saranno fatte le cose che devono essere fatte.
Questa prima contestazione si fonda dunque su di una concezione dell'unità del Partito, che riteniamo più vera e realistica di quella della convergenza. Ci siamo situati in una posizione autonoma e critica per affermare l'esigenza di una dialettica democratica che favorisca l'unità del Partito nella sincerità delle scelte politiche. La tentazione di concentrazioni di vertice è più pericolosa della stessa dialettica troppo articolata, perché una unità di vertice non può costituirsi se non momentaneamente e provvisoriamente intorno alle idee e alle scelte politiche.
E da questa artificiosa convergenza deriva il secondo punto della nostra contestazione. Non lo si è detto con chiarezza qui nel Congresso, ma lo si è detto spavaldamente nei precongressi e lo si è lasciato diffondere dai grandi organi di stampa: il problema del nostro Congresso sarà quello dei rapporti con le forze politiche. Ci sarebbe chi vuole andare avanti con i socialisti e i repubblicani, e ci sarebbe chi vuole andare oltre. Questa è fantapolitica, quando non sia pettegolezzo. Il problema delle alleanze fu il problema del Congresso di Napoli (l'ottavo Congresso, lo ricordate), non è di questo Congresso: è un dilemma che non sussiste. Il problema di questo Congresso, anzi i problemi di questo Congresso, che sono sfumati, che si son trovati sfumati proprio per questa falsa impostazione di partenza, sono quello del rinnovamento dello Stato (e questo è stato detto da tutti) e quello della rinnovata funzione della Democrazia Cristiana (e qui s'inserisce il problema dei giovani). Questi sono i veri problemi. Dirò poi quali sono i limiti e le prospettive della nostra posizione. Adesso vorrei dire poche parole proprio su questi temi.
Il rinnovamento dello Stato. Che cosa chiediamo noi? Non un testo di filosofia, è stato detto qui, mi pare, di duecento proposte. La nostra mozione, mi pare, lo dice chiaramente: chiediamo la volontà politica che si basa su delle priorità. Ci sono priorità che non costano o che costano poco, come il referendum, come la riforma del Consiglio superiore della Magistratura; ci sono priorità che costano, come la riforma comunale e provinciale, che è fondamentale, come la riforma della finanza locale e come — meno di quanto si creda — le Regioni. Ne hanno parlato, per la lista e per la mozione che ho avuto l'onore di firmare, Sarti, Cossiga e Gaspari. Mi soffermerò su due soltanto di questi temi, perché voglio stare nel tempo rigoroso dei trenta minuti: Regioni e referendum.
E' stato giustamente, caro Zaccagnini, esaltato il comportamento del Gruppo parlamentare nel dibattito delle Regioni: sì, io che l'ho dovuto vivere, perché ero il Ministro proponente della legge, ora per ora, desidero associarmi a tale elogio. Nei momenti difficili i parlamentari democristiani, che sono spesso tanto ingiustamente criticati alla periferia, reagiscono e danno una prova ammirevole di fedeltà e di unità. Ma di fronte a questo, quale è il comportamento di tanti, di molti, nel Partito, al centro e anche alla periferia? Il Partito è stato sempre e puntualmente favorevole, ma a parte un manifesto (che, tra l'altro, ho visto soltanto a Roma), molto indovinato, e una coraggiosa presa di posizione di Piccoli, si è comportato come un fidanzato che mantiene fede al suo impegno, dà un bell'anello, si serba dignitoso e casto, ma è ben contento che il suo impegno non abbia troppa notorietà. Chi veramente si è buttato, bisogna riconoscerlo, mi dispiace (non so se sia qui), è stato Piccoli, il quale si è buttato con generosità: tanto egli si butta sempre! (Mi fa ricordare la canzone di San Remo, è vero, « Stasera mi butto, mi butto, mi butto »). Si butta sempre... (fischi, proteste). Quelli che fischiano, o io mi sono spiegato male, o dimostrano di non aver compreso, perché io riconoscevo la generosità di questo intervento, purtroppo rimasto isolato.
Bisognava e bisogna partire con una propaganda capillare anche nella campagna elettorale, bisogna far capire al popolo che cosa sono e che cosa rappresenta articolare la vita dello Stato nelle Regioni. Non abbiamo timore di perdere consensi e voti! Il fallimento dell'ambizioso proposito di Malagodi a Forlì è la prova che sarebbe un timore infondato. A un certo momento si è sparsa nel « Transatlantico », a Montecitorio, la notizia che Malagodi aveva avuto a Forlì duemila ascoltatori: furono molto impressionati, pensando a come sarebbero andate le elezioni. Ebbene, le elezioni sono venute: i liberali non hanno guadagnato nulla in Provincia di Forlì e nel Comune di Forlì, anzi hanno perduto qualche cosa; i movimenti contrari alle Regioni (liberali, Movimento Sociale, Nuova Repubblica) sono passati in Provincia di Forlì da 5,9 al 5,8 per cento e nel Comune di Forlì dall'8,5 all'8 per cento.
Bisogna rivendicare questo nostro patrimonio ideale e politico, legato a tanti nostri nomi: da Sturzo a Jacini (nonno e nipote), a Meda, a Gonella, a Scelba; bisogna togliere il complesso dell'ipoteca comunista. C'è questo complesso: ha detto bene Gullotti, quando è passato il voto palese in Sicilia, alla Regione siciliana — che è un grosso successo: mi auguro che possa passare anche per la legge-cornice delle Regioni a statuto ordinario — ha detto bene: e forse che non fanno degli errori i comunisti? Ma noi crediamo che siano sempre infallibili, anche nei loro calcoli, anche nei loro calcoli tattici? E voi pensate un momento: forse che hanno fatto esatti i loro calcoli tattici, quando hanno voluto il voto alle donne, insieme a noi, nel Comitato di Liberazione Nazionale? Il pluralismo sociale — lo ha già detto l'amico Sarti — è il sistema più contraddittorio che ci sia con il comunismo. Un certo pluralismo di strutture può sussistere tra i diversi popoli dell'Unione Sovietica, perché là c'è la dittatura monolitica del partito, così come con la dittatura del partito fascista viveva un apparente pluralismo classista nel corporativismo; ma diversa cosa è il pluralismo nella libertà: esso è una mina per i partiti totalitari, non è compatibile con le ideologie totalitarie.
Bisogna combattere capillarmente questa paura del « salto nel buio », sul piano politico. Quando vanno in giro per l'Emilia dicendo « l'Emilia rossa... » io vorrei domandare ai miei amici dell'Emilia: ma forse che il Comune di Bologna, come potere sul piano economico, come possibilità sul piano del personale, non ne ha di più di molte Regioni italiane? Ma l'unica Regione dell'Italia settentrionale dove il Partito comunista ha perduto dei voti è stata proprio la Val d'Aosta, dove i comunisti sono stati per dieci anni al potere a fianco della Union Valdôtaine.
Bisogna togliere questa paura che viene diffusa ad arte equivocando fra le Regioni e lo Stato. Perché c'è la paura — e giusta — di una impostazione dello Stato in senso totalitario. Perché? Perché quando si colloca nello Stato, un partito totalitario elezioni non ne fa più; o meglio, le fa: le fa con le palline di piombo, le fa con le schede trasparenti (come recentemente le elezioni nella Spagna, che hanno avuto molta eco sui giornali, sono state molto criticate, ma nessuno ha detto il vero punto: che la scheda era trasparente e che quindi si sapeva come votavano gli elettori), le fanno in tanti modi... Uno solo ha avuto il coraggio — evviva la sua faccia — Castro, di dire chiaramente, quando è andato al potere: elezioni non ne faccio più. Comunque, questa è la situazione, quando si tratta dello Stato; ma quando si tratta delle Regioni, come delle Province e dei Comuni, la garanzia sta nella posizione politica dello Stato.
E bisogna togliere la paura sul piano economico. Le cifre sono note: le abbiamo dette tante volte. Qui ci sono amministratori di Comuni e di Province, e io so quanto sia il peso che essi devono sopportare, in particolar modo gli Assessori alle finanze, questi poveri nostri Assessori alle finanze, che non hanno neppure quella risorsa che ha il Ministro del Tesoro, che in certi momenti, senza portare all'inflazione, può far girare la macchina e avere qualche biglietto in più. Questi poveri Assessori alle finanze: ma che cos'è che vi tormenta, che cos'è che rende il vostro bilancio così facilmente in passivo? Sono i servizi, è l'erogazione dei servizi, tanto è vero che il costo di un Comune per abitante, di un Comune piccolo, è inferiore al costo per abitante di un Comune grande: nel Comune di Fascia, di montagna (250 abitanti), si spende, per abitante, meno di quello che si spenda nel Comune di Genova, che ha 800 mila abitanti. Sono i servizi, sono le « municipalizzate », lo sappiamo: questi deficit di bilancio, che per una legge che — grazie a Dio — non abbiamo fatto noi (è vero, amico Scalfaro, noi siamo al potere, però questa legge noi l'abbiamo trovata già fatta e non dico noi oggi, ma anche i Governi precedenti ai quali ha partecipato la Democrazia Cristiana), passano « de jure », direi, dal bilancio delle municipalizzate sul bilancio comunale e provinciale, e creano queste forti passività. Nelle Regioni questo non è possibile, non sarà possibile; e quindi bisogna fare questa propaganda, non soltanto di dispersione delle preoccupazioni sul piano politico, ma di quelle sul piano economico.
E l'altro punto: il referendum. L'on. Rumor ha pronunciato parole molto nobili sul tema del divorzio; ci ha ammonito assai chiaramente la prof.ssa Falcucci; Rumor ha anche rivolto un richiamo opportuno a questo proposito, molto opportuno, ai nostri alleati. Però noi siamo politici e vogliamo conoscere la soluzione politica. In questa Legislatura non abbiamo, ovviamente, preoccupazioni: è chiaro che il Gruppo parlamentare della Camera è sufficiente; qualora non fosse sufficiente ci sarà certo quello del Senato, ma basta quello per fermare una cosa che, come è stato giustamente detto, non è nell'accordo di Governo, consapevolmente fuori da un programma governativo. Ma bisogna anche dire chiaramente, come ho detto all'on. Nenni in Consiglio dei Ministri fin da sette mesi or sono, come ho detto in Parlamento: non si facciano illusioni. Credo che la mia posizione piuttosto laica nella varia colorazione del Partito sia abbastanza nota; ma noi che abbiamo questo supporto, grosso supporto del mondo cattolico, possiamo pensare che il mondo cattolico accetti che un partito di cattolici faccia un Governo con un altro partito, metta al primo punto le Regioni, al secondo la riforma comunale e provinciale, al terzo la programmazione, al quarto il Mezzogiorno ecc., e del divorzio se ne lavi le mani dicendo: ci penseranno i Gruppi parlamentari? Non è possibile!
Ecco perché noi abbiamo detto: soltanto dopo che sia passata la legge sul referendum si potrà affrontare il problema del divorzio, è chiaro, e allora si potrà anche andare al popolo, ci potrà essere ricorso al popolo, e tutti devono poter dire la loro opinione, uomini e donne, tutti quanti in Italia devono poter far sentire quella che è la loro opinione, quello che è il loro credo. E' una priorità assoluta, questa. Perché? Perché non mi è « scappata », come ha detto un amico di altro partito: alla Camera ti è scappata quella frase sulla Quarta Repubblica e sulla « guerre scolaire »... Non mi è scappata affatto: l'ho detta molto ponderatamente e l'avevo già detta in Consiglio dei Ministri a Nenni: non vogliamo che il divorzio possa diventare come la « guerre scolaire » in Francia, anzi ancora più, perché la « guerre scolaire » si è aggiunta all'Algeria, mentre qui questo problema sarebbe la fine di ogni possibilità di stabilità politica nel nostro Paese.
E l'altro problema, fondamentale per questo Congresso: la funzione della Democrazia Cristiana. E' stato detto da molti che la storia cammina, che oggi si è risolto — per lo meno in molti Paesi: nell'Europa, nel Nord-America, in Australia — quel problema centrale che ha torturato, che ha tormentato per millenni l'umanità: è definitivamente vinto il problema della fame e della miseria. Rimane grave attualmente ancora in vari continenti, ma il fatto nuovo è comunque acquisito: che in molte zone è vinto e comunque lo si può vincere. Questo è il dato caratteristico della società europea, nella quale si colloca la società italiana. Da questo dato muovono le vere rivoluzioni di oggi, che non toccano tanto le istituzioni quanto il costume di vita. Di qui partono due tendenze diverse: la prima vede nell’acquisizione di un benessere sempre maggiore, che poi diventerà delusione e solitudine (l'esperienza della società scandinava è abbastanza significativa), il fine principale della società; a seconda, al contrario, cerca di costruire sul benessere raggiunto il dominio dei valori culturali e morali. Questa è la prima nostra scelta.
Poi viene l'altra scelta: tra il garantismo e l'integralismo. E' l'antico contrasto che ritorna, nel nostro mondo politico di cattolici, da quando Lacordaire e Ozanam fondarono, posero le basi di un nuovo ruolo dei cattolici nella società moderna e contemporanea. In Italia ci sono nomi che rappresentano tappe difficili e gloriose della penetrazione di questa idea: Bonomelli, Semeria, Sturzo, Meda, De Gasperi. Noi siamo e restiamo un movimento di cattolici non moderato o moderatore, ma neppure integralista; un movimento garante di libertà e di crescita civile. Questo ci divide dal sociologismo: i problemi si risolvono nello Stato, non nel genericismo della sociologia. E qui sta l'autonomia dei cattolici in politica. De Mita, ieri nel tuo discorso hai posto la distinzione tra un « prima » e un « dopo », a proposito dell'influenza dell'ecumenismo, e hai detto una cosa giusta, nel fatto: che quello che era possibile ieri non è più possibile oggi. Ma bisogna aggiungere che era possibile, ma non era giusto né ieri né oggi. Al Congresso di Roma del 1952 (quindi nell'« ieri », in quello che ieri De Mita chiamava « ieri ») io dissi: « Dobbiamo un'infinita gratitudine alle associazioni che, lavorando su differente piano, ci sono state vicine e svolgono un'opera tanto intensa quanto vasta. Vogliamo bene a tali associazioni perché in esse abbiamo appreso la verità, e là andiamo ancora ogni qual volta vogliamo ascoltare, al di sopra del contingente che passa, una parola sulla verità che rimane. Ma proprio per questa nostra fede, proprio per questa nostra coscienza, noi dobbiamo seguire, applicare l'autonomia dell'azione politica. Se a tale autonomia noi, non dico al centro ma anche in una Segreteria provinciale o in una Sezione, dovessimo abdicare, sarebbe non soltanto mancare al nostro impegno di democratici, ma anche e prima di tutto al nostro dovere di cattolici ».
E a questo proposito vorrei dire — di politica estera un solo accenno perché sono pienamente d'accordo su questo punto della politica estera con la relazione del Segretario politico — che qualcuno mi ha domandato: ma che vuol dire, al termine del paragrafo della politica estera nella mozione, che vuol dire: « In sintesi, la politica estera dello Stato italiano deve essere rivolta alla tutela degli interessi di libertà, di sicurezza, di benessere e di progresso del nostro popolo »? Sarebbe un passo ovvio, una formula ovvia, no? Significa che lo Stato italiano deve fare la « sua » politica, una politica, secondo noi, non nazionalistica o autarchica, bensì di pace, di concordia, aperta alle integrazioni internazionali, sovrannazionali, ma la « sua » politica, indipendente da suggestioni nobilissime, meta-politiche, che si collocano fuori del terreno su cui noi siamo chiamati ad agire.
E poi la funzione della Democrazia Cristiana sul piano nuovo, rinnovato, di fronte alle ideologie storiche che sono in crisi. Ieri un giornale missino mi attaccava dicendo: Taviani confida che il comunismo sia in crisi. Ma anche i dati elettorali dimostrano che si è fermato: si è fermato nel Nord e nel Centro-Nord, ed è in calo nel Meridione d'Italia. Ma indipendentemente da questo, il comunismo è in crisi sul piano della ideologia, con lo sviluppo dell'economia terziaria, col lento ma inesorabile superamento della differenza fra le classi, con le cicliche crisi della economia mondiale (che non si sono più puntualmente verificate nel secondo dopoguerra), col fatto dell'insoddisfazione (ché le realizzazioni attuate dagli Stati comunisti, a cinquant'anni di distanza, non soddisfano certo chi le giudichi spassionatamente). E poi c'è l'irreversibile frattura fra le due grandi potenze comuniste: la Cina e la Russia. Allora, di fronte a questa crisi, che già, senza esagerazioni, si può dire che ci ha fatto vincere già la prima nostra battaglia, che ha spinto i comunisti, almeno molti di essi e specialmente i giovani, a non avere più una fiducia assoluta e monolitica, a credere che esiste qualche cosa di bene anche al di fuori del comunismo, cioè il valore insopprimibile della libertà, non dobbiamo perdere la seconda battaglia, quella che deve fare acquisire la libertà come metodo, come elemento della vita di quelle masse che ancora credono, anche se più stancamente, nell'illusione comunista.
Questo è il compito nuovo che ci attende, questo è il compito nuovo che attende la Democrazia Cristiana unita, ed è per questo — come dirò alla conclusione — che l'Italia si è unificata culturalmente, si è unificata nel costume, si è unificata politicamente, si è unificata negli spiriti, nella prima guerra mondiale, quando assieme si è versato il sangue di Cesare Battisti e di Giosuè Borsi; però è ancora da unificare per quanto riguarda le classi. Le classi contadine, quando noi andiamo in un Comune di campagna, sentiamo che si sentono protagoniste dello Stato; questo non avviene ancora per le classi operaie. E' quello che sta al fondo, la vera forza di fondo che sta nella formula di centro-sinistra, nel disegno di centro-sinistra. Non è una formula di alleanze; il disegno è questo: portare le classi operaie nello Stato. Se questo si potrà realizzare, se questo realizzeranno le nuove generazioni, veramente sarà un grande compito storico, un rinnovato compito storico della Democrazia Cristiana!
E qui viene il problema dei giovani (quando ne abbiamo parlato le prime volte nei primi precongressi, qualcuno ha detto che facevamo della demagogia. Poi ne ha parlato largamente Fanfani, ne ha parlato largamente, con nobili accenti, l'amico Piccoli. Allora siamo tutti d'accordo e non è più demagogia). Vogliamo vedere i dati elettorali? Due cifre sole, per non tediare. Dal 1° maggio '63 al 31 luglio '67 le nuove leve giovanili sono state di 3.494 mila: questo significa che nella primavera prossima si avrà, rispetto al '63, un ricambio di oltre il 10 per cento dell'elettorato. Il problema dei giovani è dunque anche una realtà elettorale. E se non faremo questa scelta di aprire veramente il Partito ai giovani, non ci sarà altra soluzione: o noi diventeremo un Partito di pensionati, o in uno dei prossimi Congressi ci sarà una nuova « Iniziativa democratica » e sarà spazzata via l’attuale classe dirigente. Nessuno pretende di mutuare dai giovani tutte le scelte che essi propongono: per carità! Ma occorre avere la fantasia e l'apertura mentale per capire che l'insoddisfazione dei giovani dipende da condizioni obiettive.
Nella nostra mozione diciamo che nella Resistenza furono soprattutto i giovani d'allora a lottare per la libertà, e ad essa hanno dato un contributo essenziale: il loro entusiasmo e il loro spirito critico furono coefficienti di consolidamento e di sviluppo dell'edificio democratico e repubblicano nel quale tutti noi ci riconosciamo. Questo stesso entusiasmo e questo stesso spirito critico sono tuttora vivi e disponibili: attendono di essere utilizzati; ma non saranno utilizzati se proporremo loro una istituzionalizzazione di scelte necessitate o di « mali minori » o, peggio, ci rifugeremo nel culto del « grande Partito che ha ricostruito l’Italia e ha salvato la democrazia ». Non c'è dubbio: la Democrazia Cristiana ha ricostruito l'Italia, il nostro Partito ha salvato la democrazia, ma non basta questo, se vogliamo che i giovani continuino a stare con noi: bisogna far capire qual è il motivo. Zaccagnini, hanno detto in molti che la tua mozione ci ha fatto perdere dei voti a Forlì: può darsi che 200 o 300 voti si siano perduti in determinati ceti, ma non possiamo andare a vedere quanti voti di giovani sono rimasti proprio perché si è parlato quel linguaggio, proprio perché sono state dette quelle parole!
E veniamo ai « limiti ». Amici congressisti, siamo coscienti di avere dei limiti: non c'è dubbio. Qual è il nostro limite? Non è certo quello di aver posto un « gruppo di potere »: da più parti è stata respinta l'interpretazione del Congresso come crogiuolo di problemi di potere. La dimostrazione più chiara che questo non è vero è proprio la presentazione di una lista con dieci nomi (dieci parlamentari e dieci non parlamentari, perché qui si va in tandem, la nostra è una gara di tandem, evidentemente, per usare un termine ciclistico): è la prova che nostro compito, nostro desiderio, nostra aspirazione è di rendere una testimonianza e di fare una battaglia di metodo.
E si è parlato di « frazionismo ». Stiamo attenti a usare questa parola, è vero, perché è la parola di Lenin: non esisteva nel vocabolario. Nel gennaio del 1921 Lenin diceva ancora che era possibile discutere nel Partito comunista, soprattutto in previsione dei Congressi, però quando...

Una voce dalla sala. Tempo!

Paolo Emilio Taviani. Guarda, bel concetto della democrazia hai, tu che parli di tempo. Io rispetterò i limiti di tempo: li rispetterò proprio perché altrimenti verrebbe impedito ad altri amici di poter parlare, però... (applausi, interruzioni).

Mario Scelba (Presidente del Congresso). Abbiate pazienza, lasciate al Presidente di moderare i tempi: spetta al Presidente il compito di moderatore.

Paolo Emilio Taviani. Andiamo avanti, se no perdiamo il tempo veramente, per carità, andiamo avanti! ...Lenin diceva ancora nel gennaio del '21 che era lecito fare dei gruppi all'interno del partito in vista di un Congresso; quando poi venne il X Congresso, l'8 marzo del '21, fu votata la mozione sull'unità del partito e un settimo punto segreto (fu tenuto segreto perché nel Congresso non sarebbe passato) che impediva qualsiasi gruppo. Da allora è finita l'opposizione interna. Non parliamo quindi di frazionismo; diciamo piuttosto che c'è in questa critica qualcosa di vero: esprime, in modo forse distorto, una preoccupazione giusta, ed è la preoccupazione che abbiamo anche noi. Stiamo attenti, essa dice, a non fare del nostro Partito un mosaico, una sommatoria sempre più lunga di piccoli gruppi: è la nostra preoccupazione. Perciò abbiamo parlato di « terza lista » e non di corrente, perciò siamo lieti se la nostra assunzione di responsabilità è servita in qualche modo a dare inizio a un effettivo, reale rimescolamento delle carte.
A che cosa guardiamo? Dopo il Congresso, nell'immediato periodo successivo al Congresso, credo che tutti dovremo guardare alle elezioni. Quindi non c'è dubbio che ci sarà quel patriottismo di partito: volontà, se vogliamo veramente mantenere questa unità cui tutti teniamo, volontà di andare tutti uniti e compatti alle elezioni della prossima primavera.
Ma dopo, o prima dell'XI Congresso o in quella occasione, noi speriamo e confidiamo in una nuova, organica, omogenea maggioranza, che ricomponga, sui due temi di fondo di questo Congresso, una linea chiara, aperta, capace di una incisiva volontà politica. Si enucleerà fatalmente, allora, come ebbi a dire due anni fa, si enucleerà fatalmente una minoranza di destra. Può darsi che non sia più quella di prima, può darsi. E' stato detto: gli uomini camminano e il Partito non ha nessun diritto di bloccarli in una posizione di suo comodo. E' esatto, ma non v’è neppure diritto di mettere la testa sotto la sabbia, d'ignorare o fingere d'ignorare che ci sono nel Partito uomini e gruppi che si allineano fedeli e rispettosi sulla posizione ufficiale del Partito, ma altrettanto lealmente dichiarano di non credere nelle Regioni, si augurano che per via della legge finanziaria queste non si riescano a fare.
Nel movimento, amici (giovani soprattutto), nel movimento cattolico, nel Partito del movimento dei cattolici in politica, da Crispolti a Cigni, a Reggio d'Aci, c'è sempre stata una enucleazione di questo genere: c'era sulla scelta repubblicana, c'era per l'Europa contro il Piano Schuman, c'era contro la riforma agraria, c'era contro il centro-sinistra, e c'è ancora oggi, non lo neghiamo e non lo possiamo negare, per il rinnovamento dello Stato, per le Regioni e per la funzione storica che oggi ha la Democrazia Cristiana. Avremo qualche titolo laudativo di meno su certa grande stampa, ma avremo una maggiore incisività, e quanta maggiore penetrazione fra i giovani, quanta maggiore fermezza e decisione di volontà politica!
Questa è la ragione, amici, per cui io vi parlavo prima della unità del Partito. Io l'ho sofferto, questo tema, fin da quando ero giovane, quando ero ragazzo, un po' più che ventenne, tra il congedo e l'inizio della Resistenza. Ricordo ancora quando andai dall'amico Bo a Sestri Levante a parlargli di un partito, di un movimento cristiano sociale, ed egli mi domandò: « Ma allora tu pensi che non sia possibile che i cattolici si uniscano tutti in uno stesso partito? ». « Eh, dissi, mi pare difficile, con Jacini e con Miglioli... ». E' vero, e invece qualche curriculum dice: Taviani ha operato la fusione dei cristiano-sociali e dei democratici cristiani in Liguria. Non è vero niente: la mattina del 26 luglio la fusione c'è stata di fatto, e nella Resistenza è continuata nei fatti: ci siamo trovati insieme, i democratici cristiani, i popolari di ieri, quelli che si chiamavano cristiano-sociali; e questa unità è venuta nelle cose, è venuta prima nella lotta della Resistenza, c'è stata dopo nella fondazione della Repubblica e nel consolidamento della libertà.
A un certo momento uno si può domandare: ma dobbiamo continuare ancora? I giovani lo domandano, e ai giovani bisogna spiegarlo, non possiamo dire: è così, deve essere così. Perché deve essere così? Perché c'è ancora una missione da compiere, c'è ancora una grande missione da compiere nel nostro Paese, che esige la nostra unità, che vuole la nostra unità. E questa è la missione che abbiamo definito il compimento vero dell'unificazione del nostro Paese: il superamento delle differenze di classe, l'entrata della classe operaia nella vita dello Stato; e dall'altra parte anche la funzione storica di affrontare quella che è la nuova situazione di fronte al progresso tecnologico, facendo dominare la cultura e la morale su quelli che sono i problemi del benessere. Vincere veramente, vincere la sfida contro il comunismo, la sfida che è stata lanciata sul terreno democratico, che è stata lanciata sul terreno della libertà: questa è ancora la ragione della nostra unità, per questo andremo ancora avanti, per questo avremo altre battaglie, ma per questo avremo certamente altre vittorie!

On. Paolo Emilio Taviani
X Congresso nazionale della Democrazia Cristiana
Roma, 26 novembre 1967

(fonte: biblioteca Butini)

* * *


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014