LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA ESTERA DEL CENTRO-SINISTRA: INTERVENTO DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 13 luglio 1967)

Il Presidente del Consiglio Moro parla il 13 luglio 1967 in apertura di una dibattito parlamentari su alcuni aspetti rilevanti della politica estera condotta dal suo governo di centro-sinistra, quali la recente guerra dei sei giorni nel Medio Oriente, e la situazione della guerra in Vietnam.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la difficile crisi internazionale che si è aperta in medio oriente e che non si è ancora conclusa con una soluzione positiva, benché sia stato fortunatamente accolto l'ordine delle Nazioni Unite di cessare il fuoco, ha toccato e tocca in modo molto vivo il Governo e il popolo italiano. Sono ben giustificati quindi il grande movimento di opinione pubblica, che si è manifestato in ordine a ideali civili e a vitali interessi italiani, e la preoccupata attenzione con la quale il Parlamento ha seguito e segue lo svolgersi degli avvenimenti.
Questi sentimenti sono, naturalmente, condivisi dal Governo, al quale tocca il difficile compito di cogliere e fronteggiare la situazione in tutti i suoi aspetti e avendo presenti le ripercussioni che l'atteggiamento del nostro paese ha nei diversi settori e nella evoluzione nel tempo della politica mondiale. Deve essere quindi in noi (e, in effetti, vi è stato) un profondo desiderio di pace, in armonia con la Carta delle Nazioni Unite e con la valorizzazione degli strumenti che essa predispone per la soluzione delle controversie internazionali.
L'obiettivo di pace verso il quale ci siamo mossi con intensa azione diplomatica, prima per evitare che esplodesse il conflitto e poi per avviarlo verso la cessazione delle ostilità e la sua composizione, non è stato mai disgiunto, nella visione del Governo, da considerazioni di diritto e di giustizia sostanziali, le quali ci hanno sospinto ad affermare il doveroso rispetto dell'integrità territoriale, dell'indipendenza politica, delle fondamentali ragioni di vita di tutti gli Stati e popoli che vivono nel medio oriente. Questa iniziativa di pace e questa rivendicazione di giustizia sono state compiute sulla base dei vincoli tradizionali che ci legano a questi paesi, e perciò sempre con spirito di amicizia, con attenta valutazione delle diverse posizioni, con sincero desiderio di indicare il modo migliore per soddisfare i legittimi interessi delle parti.
Questo sentimento è un dato naturale della nostra politica in medio oriente. Esso è proprio del nostro spirito, ma è anche dettato all'Italia dalla sua storia e dalla sua collocazione geografica nel mare Mediterraneo, nel quale siamo in inevitabile ed intenso contatto politico, culturale ed economico con i paesi coinvolti nel conflitto.
Non è stata, dunque, quella italiana, una posizione differenziata ed agnostica, ma, nelle sue appropriate valutazioni e nel rispetto della verità e della giustizia, sempre ragionata, amichevole e costruttiva, e perciò aliena da non utili posizioni polemiche.
Le accentuazioni di tono che si siano potute riscontrare nelle diverse forze politiche le quali sostengono questo Governo non sono state così esasperate come le si è volute descrivere in momenti di grande passione e non hanno mai messo in discussione la solidarietà governativa e quella posizione di fondo che il Governo ha assunto, espressione di prudenza, di amicizia, di preoccupazione di fronte a minacce suscettibili di aumentare la tensione e determinare reazioni, di schietta riaffermazione del diritto alla sopravvivenza ed integrità degli Stati e del principio, vitale per l'Italia e per tutti i popoli, della libertà di pacifica navigazione, quando essi apparivano pericolosamente contestati.
Certo, questa posizione è stata assunta con intento costruttivo anche al di fuori, quando è sembrato opportuno, di una pubblicità essa stessa perturbatrice, con il desiderio di non acuire e invece di risolvere un conflitto così grave per la pace del mondo, che tocca così da vicino il nostro animo, i vitali rapporti dell'Italia e la nostra stessa area geografica. Ma ciò non autorizza a parlare di ambiguità o insensibilità.
In particolare, desidero dire al Parlamento che nella condotta di questa drammatica vicenda ed in specie nella comune missione a New York e a Washington ho dato al ministro degli affari esteri e ricevuto da lui la più leale ed amichevole collaborazione, del che voglio ancora una volta e pubblicamente ringraziare l'onorevole Pantani, al quale il Consiglio dei ministri nella seduta del 17 giugno ha espresso la sua solidarietà.
Quale sia il nostro sentimento di fronte ai paesi coinvolti nel conflitto, ancor più lacerante che non altri, i quali pur turbano profondamente il nostro popolo, che ha conosciuto gli orrori della guerra e anela profondamente alla pace per sé e per tutti, ho detto rapidamente nel mio discorso all'ONU.
Il Governo ed il popolo italiano sono infatti memori dei valori spirituali e storici e delle sofferenze durante la seconda guerra mondiale del popolo israeliano, la cui consistenza politica come Stato ha avuto il riconoscimento delle Nazioni Unite, delle quali è membro. Il Governo ed il popolo italiano — io dissi ancora — sono consapevoli del moto di rinnovamento e di sviluppo dei popoli arabi, al quale moto l'Italia, insieme con molti altri membri delle Nazioni Unite, ha recato comprensione ed amichevole collaborazione.
In queste notazioni risultano ben chiare le ragioni degli intensi rapporti e dell'efficace collaborazione che noi abbiamo stabilito per anni nei confronti di tutti questi paesi. Essi rispondono, sì, a legittimi, permanenti e fondamentali interessi dell'Italia, i quali debbono naturalmente trovare un'adeguata tutela, ma anche ad un più profondo sentimento di solidarietà, che la storia, la stessa vicinanza geografica, lo schietto, disinteressato favore per il progresso e l'efficace presenza sulla scena mondiale dei popoli arabi, la naturale simpatia per il coraggioso popolo israeliano, hanno suscitato e mantengono vivo in noi anche in queste drammatiche vicende.
Ai nostri amici arabi è del resto sempre stata nota la posizione italiana in medio oriente, fondata, come dato essenziale, sul riconoscimento dell'esistenza e del diritto all'esistenza di Israele, anche in forza di una esatta valutazione del significato politico dell'appartenenza di questo Stato alle Nazioni Unite e quindi con il più alto livello di cittadinanza nell'ambito dei rapporti internazionali. Questo atteggiamento, che è stato del resto in questi anni ribadito e valorizzato nel corso di numerosi contatti diplomatici nell'intento di trarne elementi per un assetto stabilmente pacifico nella regione, è stato, in modo significativo, pubblicamente riaffermato dal nostro ministro degli esteri nei momenti più acuti della crisi ed è stato un elemento della complessa azione diplomatica svolta dal nostro Governo alla vigilia del conflitto e nelle diverse fasi di esso.
Così non si è mancato di ribadire la permanente validità del principio della libertà dei mari in relazione alla decisione unilaterale per lo stretto di Akaba, indicando per altro che, a nostro giudizio, le rivendicazioni di principio e la politica conseguente dovessero restare nel quadro ONU, alla quale la delicatissima controversia nei suoi molteplici aspetti era affidata.
In coerenza con la fondamentale regola del rispetto dell'integrità degli Stati e dell'inammissibilità dell'uso della forza sancita agli articoli 1 e 2 della Carta dell'ONU, da me esplicitamente richiamati a New York, abbiamo espresso un sereno giudizio sull'intera vicenda medio-orientale e ne abbiamo ritratto le linee direttive per l'azione che l'ONU era chiamata a nostro avviso a svolgere nell'intricata situazione.
In questi termini infatti esprimevo la posizione del Governo italiano:
«L'Assemblea in primo luogo deve riaffermare che a norma degli articoli 1 e 2 della Carta ogni Stato membro ha diritto all'indipendenza politica, all'integrità territoriale ed alla protezione dalla minaccia e dall'uso della forza, incompatibili con le regole di convivenza sulle quali si basano le Nazioni Unite. In questo quadro sarà necessario affrontare il problema del disimpegno e del ritiro delle truppe e quello del giusto assetto territoriale della regione, che dovrà essere liberamente accettato dalle parti ed avere carattere stabile. Il ritiro delle truppe è certo una misura necessaria, ma non basta. Se le Nazioni Unite si limitassero a questo, si renderebbero complici di un ritorno ad una situazione che è stata la causa di due guerre in 20 anni. Esse devono invece pensare a porre contemporaneamente le premesse di un assetto che premunisca la regione ed il mondo dal rischio di una nuova conflagrazione regionale, che potrebbe persino sfociare in una guerra generale. A questo compito l'ONU non può mancare se non a rischio di compromettere la sua stessa ragion d'essere.
«L'Assemblea dovrà inoltre affrontare l'annoso problema dei profughi arabi-palestinesi, la cui presenza e dolorosa situazione costituiscono uno dei fattori della instabilità e della tensione esistenti nella regione. Si tratta di un problema umano, sociale e politico, la cui soluzione esige generosità, immaginazione e coraggio.
«Vi sono poi questioni che investono gli interessi più generali della comunità internazionale. Mi riferisco ai problemi delle vie marittime, la cui libertà, garantita dal diritto internazionale, costituisce un interesse primordiale per il mondo intero ed in modo particolare di quei paesi che come l'Italia sono divisi dall'oceano, da canali e da stretti.
«Analogo discorso vale per la questione dei luoghi santi, che attendono da tempo uno statuto speciale che garantisca il loro libero accesso. Gerusalemme deve essere non un fattore di divisione ma un centro di riconciliazione di alto valore spirituale.
«Problemi ancora più vasti sono quelli dello sviluppo economico di tutto il Medio Oriente. Questo, al di sopra delle barriere nazionali, sembra essere uno degli elementi che, oltre a venire incontro alle legittime aspettative delle popolazioni, potrà contribuire alla pace e alla stabilità nella regione. Senza indugiare in recriminazioni e condanne, come ebbi a dire all'Onu, e guardando coraggiosamente al futuro, sono questi, dunque, i grandi temi che impegnano in questo momento la responsabilità dei popoli e della loro organizzazione mondiale».
È doveroso, poi, che io ricordi l'attività posta in essere dal Governo e in particolare dal ministro degli esteri per esercitare ogni utile influenza in sede bilaterale e multilaterale per prevenire il conflitto, quando se ne profilava la minaccia, per ottenere la cessazione delle ostilità, per favorire l'instaurazione della non belligeranza e la soluzione dei problemi di fondo, per riaffermare la funzione e rafforzare l'autorità dell'ONU.
Ritenendo che questo fosse il nostro dovere, nell'intento di assicurare il bene supremo della pace, e della pace nel Mediterraneo, abbiamo pienamente utilizzato tutta la forza di persuasione che la nostra posizione e la nostra amicizia verso le parti in dissenso mettevano a nostra disposizione. Il «cessate il fuoco» e il non facile avvio della tregua, del resto ancora di quando in quando interrotta, pur mettendo termine alla fase più violenta della nuova crisi nel medio oriente, ha posto in rilievo i gravi problemi rimasti tuttora insoluti dopo venti anni di insicuro e precario armistizio.
Convinti della necessità di cogliere questo momento per affrontare alla radice questi temi e persuasi che a tal fine l'ONU abbia una funzione assai importante da svolgere, ritenevamo che il segretario generale delle Nazioni Unite dovesse essere posto in condizione di raccogliere con urgenza tutti gli elementi relativi ai problemi da affrontare per giungere al loro regolamento politico. Pensavamo in particolare che l'attenzione delle Nazioni Unite dovesse concentrarsi sulla libertà di navigazione e di accesso a tutti i porti attraverso vie d'acqua internazionali da chiunque controllate, sui rifugiati, sul potenziamento del sistema armistiziale, sia pure in forme diverse da quelle previste dadi accordi vigenti al fine di tenere conto alle nuove situazioni createsi nel presente conflitto, sulla pacifica convivenza nella regione, sul problema, infine, di Gerusalemme e dei luoghi santi.
A nostro avviso, le caratteristiche della crisi rivelano l'opportunità di incaricare un rappresentante delle Nazioni Unite di una missione esplorativa nella zona, con il compito di riferire al più presto al segretario generale. Sulla base di tale rapporto, il segretario generale avrebbe investito il consiglio di sicurezza, organo atto, nella nostra valutazione, a prendere le disposizioni per il proseguimento dell'azione di pace delle Nazioni Unite in medio oriente.
Questa nostra idea, che avevamo fatto conoscere ai membri del consiglio di sicurezza, trovò un'eco favorevole non solo presso il segretario generale, ma anche presso molti paesi appartenenti a vari gruppi geografici. Nel frattempo, però, venne profilandosi l'iniziativa sovietica per la convocazione dell'assemblea straordinaria di urgenza. Di questa proposta noi scorgemmo subito gli inconvenienti ed i rischi: e queste nostre perplessità, onorevole Longo, alla prova dei fatti non apparvero infondate. Sembrava infatti evidente che una simile iniziativa, e in quel momento, avrebbe complicato la situazione irrigidendo in un dibattito con voto dell'assemblea le posizioni contrapposte e, nell'impossibilità di dar vita a soluzioni applicabili, avrebbe finito per sottolineare la debolezza dell'ONU. Sarebbe stato più facile mantenere la questione nell'ambito del consiglio di sicurezza facendo leva su di esso per promuovere il passaggio dal «cessate il fuoco» alla considerazione dei problemi di fondo, riservando il ricorso in assemblea generale per casi estremi ed esaurendo, comunque, tutte le possibilità offerte sia dal consiglio di sicurezza sia dai contatti diretti su un piano amichevole e bilaterale.
Accanto a queste considerazioni vi erano altre perplessità di carattere giuridico, ma non erano esse certo l'essenziale, essendo preminente la circostanza che i tempi non erano ancora maturi per un serio ed esauriente dibattito in assemblea. In tal senso si esprimeva lo stesso ministro degli esteri, onorevole Pantani, con l'ambasciatore sovietico a Roma ed il nostro ambasciatore a Mosca. Prospettammo la nostra tesi anche al governo del Cairo che ci aveva interessati a proposito. Tuttavia, allorché pervenne in data 14 giugno la richiesta ufficiale del segretario generale delle Nazioni Unite, fu deciso, pur ribadendo le legittime preoccupazioni per una iniziativa che costringeva gli organi delle Nazioni Unite ad affrontare — con il rischio di logorare il proprio prestigio e di deludere l'attesa dell'opinione pubblica mondiale — problemi le cui possibili soluzioni non erano state preparate per via diplomatica, di rispondere che non avremmo frapposto ostacoli al tentativo di avviare un responsabile scambio di vedute tra tutti i paesi interessati alla pace ed alla risoluzione della crisi in medio oriente.
La nostra risposta fu considerata un contributo positivo alla trattazione del problema in seno alle Nazioni Unite. Il che fu confermato poi dal nostro atteggiamento nel corso dei lavori, ispirato al proposito di raggiungere, approfittando dell'occasione offerta dall'assemblea, soluzioni positive per i problemi in esame.
Dopo tre giorni di acceso dibattito che assumeva talvolta punte assai aspre, il 20 giugno venivano presentati due progetti di risoluzione rispettivamente ad opera della delegazione sovietica e di quella americana, che rispecchiavano punti di vista diametralmente opposti. Il progetto dell'URSS conteneva infatti una esplicita condanna dell'aggressione perpetrata da Israele ai danni dei paesi arabi, chiedeva un immediato ritiro delle forze sulle posizioni tenute prima del 5 giugno e intimava al governo di Tel Aviv di indennizzare i danni causati dalle sue forze armate e di restituire i beni arabi confiscati o requisiti. Il Consiglio di sicurezza era, infine, invitato ad adottare misure efficaci per eliminare le conseguenze dell'azione israeliana.
Il progetto americano chiedeva invece che venisse ricercata una pace durevole mediante accordi negoziati direttamente fra i paesi interessati, giovandosi anche di mediatori. Il documento si articolava in particolare in cinque punti che riecheggiavano le note dichiarazioni del presidente Johnson: rispetto dell'indipendenza politica e dell'integrità territoriale di tutti gli Stati della regione; libertà di passaggio marittimo inoffensivo per gli stretti di Tiran e del canale di Suez; equa soluzione del problema dei rifugiati palestinesi; registrazione e limitazione delle vendite degli armamenti ai paesi dell'area; diritto per tutti gli Stati di vivere in pace e sicurezza.
A queste due risoluzioni, a scopo prevalentemente tattico, si aggiunse un terzo progetto di risoluzione, presentato dall'Albania, che rifletteva il punto di vista cinese sulla questione, collocandosi in una posizione antisraeliana più marcata di quella sovietica.
Il dibattito che nel frattempo era andato sviluppandosi aveva dimostrato subito l'impossibilità per le tre risoluzioni di raccogliere i necessari consensi; ma nello stesso tempo avevano cominciato a delinearsi alcuni punti che avrebbero potuto offrire un minimo comune denominatore per realizzare maggioranze qualificate. Tali punti sembravano potersi individuare in un certo consenso sulla necessità del ritiro delle truppe israeliane sulle posizioni tenute anteriormente al 5 giugno, pur differenziandosi i sostenitori di tale necessità fra coloro che ritenevano tale ritiro dovesse essere incondizionato e coloro i quali tale misura vedevano collegata a condizioni di carattere politico, nella prospettiva, al di là del ritorno puro e semplice alla situazione del 5 giugno, di cogliere l'occasione per esaminare le possibili soluzioni degli annosi problemi della regione, nell'interesse generale infine per gli aspetti umanitari della situazione e per la necessità di assistenza alle vittime del conflitto.
Nelle pause del dibattito, l'onorevole Fanfani ed io prendemmo una serie di contatti con i capi della delegazione dei paesi amici e anche di altri. Tali contatti, oltre a darci modo di esporre e di chiarire il nostro punto di vista, ci consentirono di svolgere, in spirito di solidarietà con i nostri alleati, una utile azione in favore di una impostazione costruttiva dei problemi.
Di questi incontri menzionerò quello del 20 giugno con il primo ministro sovietico Kossighin, con il ministro degli esteri Gromiko, con il segretario generale dell'ONU U Thant, con il segretario di Stato Rusk, con i ministri degli esteri di Israele, Siria e Libano. Nel corso di questo dibattito abbiamo preso in esame la possibilità di avvalerci, al fine di giungere ad una risoluzione positiva, degli spiragli che cominciavano ad intravvedersi tra gli originari irrigidimenti.
Negli incontri avuti a Washington con il presidente Johnson abbiamo colto, tra l'altro, l'occasione per sottolineare l'importanza che rivestiva a nostro avviso la risoluzione del presidente per un incontro con il primo ministro Kossighin, al quale abbiamo espresso questo punto di vista, anche nell'ipotesi in cui dai colloqui dovessero emergere risultati limitati.
È stato quindi di conforto per noi constatare che, anche se gli incontri di Glassboro non hanno portato ad una soluzione della crisi mediorientale, pur tuttavia essi hanno arrecato nella veduta generale un prezioso contributo ad una distensione dell'atmosfera, in un periodo particolarmente critico della vita internazionale.
Non meno utili si sono rivelati i colloqui avuti a New York con il presidente del consiglio e con il ministro degli esteri iugoslavi e con il presidente del consiglio ed il ministro degli esteri di Cecoslovacchia, coi quali abbiamo discusso sulla possibilità di un'azione convergente per la ricerca di una soluzione di pace.
Il 23 giugno il ministro Fanfani si incontrava con i ministri degli esteri francese, britannico, turco, iraniano e portoghese. L'indomani egli aveva insieme con i suoi colleghi del Canadà, dell'Argentina e del Brasile e con i rappresentanti britannico, olandese, venezuelano un lungo scambio di vedute con il segretario di Stato Rusk, nel corso del quale vennero ampiamente discusse, dopo il primo incontro di Glassboro, le varie possibilità che si presentavano in relazione allo sviluppo dei lavori in assemblea.
Il 25 giugno l'onorevole Fanfani venne ricevuto dal re di Giordania e ne trasse incoraggiamento per l'azione svolta dall'Italia al fine di raggiungere in assemblea una formula utile in vista di una soluzione globale del complesso problema del medio oriente. Dopo il secondo incontro Johnson-Kossighin e prima di lasciare New York, l'onorevole Fanfani ebbe infine due ulteriori e approfonditi scambi di vedute: l'uno con il segretario di Stato Rusk e l'altro con il ministro degli esteri sovietico Gromiko. In complesso questi contatti confermano la coerenza della nostra linea politica con i nostri impegni internazionali, nonché la considerazione in cui la nostra opera è tenuta sia dai nostri principali alleati sia da paesi appartenenti ad altri schieramenti politici. Il che ci conforta negli sforzi compiuti in favore della pace. Questa linea equilibrata, costruttiva e aperta alle istanze morali, dalle quali non si deve mai prescindere, veniva da me esposta il 21 giugno all'assemblea generale nel discorso del quale ho già citato i passi essenziali.
Il successivo andamento del dibattito ha dimostrato chiaramente quanto ponderata e responsabile fosse la posizione assunta dall'Italia fin dall'inizio della crisi e come da parte nostra si fosse ben compresa la difficoltà di improvvisare soluzioni veramente costruttive. Messe da parte le soluzioni più marcatamente unilaterali, gli sforzi si concentravano sopra due testi suscettibili di raccogliere maggiori consensi.
Furono così presentati, rispettivamente per iniziativa di un gruppo di Stati non allineati e dei paesi latino-americani, due progetti di risoluzione. Il primo, che è stato sottoposto a più riprese ad una serie di revisioni da parte degli stessi copresentatori, manteneva il principio del ritiro incondizionato delle forze israeliane dai territori occupati, sotto il controllo del segretario generale dell'ONU, ma chiedeva anche al consiglio di sicurezza di esaminare i vari aspetti della situazione esistente nel medio oriente al fine di ricercare una soluzione sulla base dei principi dello statuto dell'ONU per tutti i problemi politici ed umanitari. Il secondo condizionava il ritiro delle forze israeliane sulle posizioni di partenza alla fine dello stato di belligeranza tra arabi e israeliani, rilevando insieme che l'assemblea non poteva riconoscere la validità di occupazioni e acquisizioni territoriali ottenute con la forza. Il documento proseguiva chiedendo al consiglio di sicurezza di tenere in attenta considerazione la situazione del medio oriente adoperandosi per garantire la libertà di passaggio marittimo inoffensivo, la soluzione del doloroso problema dei rifugiati, l'inviolabilità territoriale e l'indipendenza politica dei paesi della regione. I paesi latino-americani ritenevano desiderabile lo stabilimento di un regime internazionale per Gerusalemme.
Anche questi due progetti di risoluzione, nonostante le buone intenzioni e gli sforzi compiuti dai copresentatori, si dimostravano ben presto incapaci di raccogliere la maggioranza qualificata dei paesi membri. Date le difficoltà emerse per una decisione globale tale da abbracciare i vari aspetti dei problemi creati dal conflitto, alcuni Stati membri ritennero opportuno raggiungere risultati positivi sui singoli punti, per i quali appariva più facile un accordo.
Vari paesi, tra i quali l'Italia, hanno così presentato un progetto di risoluzione nel quale si invitavano tutti gli Stati a fornire efficaci aiuti alle popolazioni colpite dal conflitto (in particolare, contributi suppletivi di denaro, medicinali e generi di prima necessità) all'apposita agenzia delle Nazioni Unite, che da circa venti anni si è adoperata per alleviare la sorte dei rifugiati in Palestina.
D'altra parte la delegazione del Pakistan, prendendo lo spunto dalle note misure amministrative adottate dalle autorità israeliane nei riguardi della parte araba di Gerusalemme, ha presentato un progetto di risoluzione nel quale l'assemblea generale esprimeva il parere che tali misure dovessero essere considerate come non valide ed invitava pertanto le autorità di Tel Aviv a rinunciare alla loro applicazione.
Il Consiglio dei ministri, riunitosi il 3 luglio, fissava l'atteggiamento italiano. Sulla base di tali direttive furono impartite istruzioni alla delegazione a New York nel senso di associarsi nella presentazione, di appoggiare la risoluzione a favore delle popolazioni e per gli aiuti ai rifugiati e di astenersi sulla mozione proposta dal Pakistan nella quale si prendeva posizione contro le modifiche apportate da Israele allo status di Gerusalemme. Ritenevamo infatti che la risoluzione latino-americana, che intendevamo sostenere, contenesse già le disposizioni essenziali del testo pakistano (Interruzioni del deputato Pajetta). Il ritiro delle forze israeliane da tutti i territori occupati e quindi anche da Gerusalemme, richiesto nella risoluzione stessa, copriva anche le misure adottate da Israele nella parte giordana della città.
Per quanto concerne poi l'assetto finale da dare a Gerusalemme, esso era esclusivamente previsto e regolato all'ultimo paragrafo del progetto di risoluzione (Interruzione del deputato PaJetta): status internazionale da definire nel corso della XXII sessione ordinaria dell'assemblea dell'ONU. Nel complesso consideravamo il documento del Pakistan superfluo e pericoloso per la sua ambiguità.
Votare in senso contrario alla risoluzione dei non allineati, spiegando che il nostro atteggiamento è una logica conseguenza dell'intenzione di appoggiare il progetto di risoluzione dei latino-americani, da noi considerato ugualmente risolutivo per quanto riguarda il ritiro delle forze occupanti e più comprensivo e costruttivo per quanto concerne l'avvio a soluzione dei problemi regionali, primo tra tutti quello della sicurezza dei rifugiati, della libertà di navigazione e di Gerusalemme.
Votare a favore della risoluzione latino-americana, accompagnandola con un apposito chiarimento nel quale sarebbe stato opportuno ribadire, accanto alle prospettive di una giusta pace da noi perseguita, i sentimenti di simpatia e di amicizia che ci legano ai paesi arabi e la volontà di partecipare alla soluzione dei problemi del medio oriente, nonché di continuare a cooperare allo sviluppo dei singoli paesi della regione. I tentativi dei non allineati di proporre una serie di emendamenti con l'intento di raccogliere intorno al nuovo testo la richiesta maggioranza dei due terzi, non approdarono ad alcun risultato. Parve allora opportuno favorire una breve pausa, ed istruzioni furono inviate al nostro rappresentante, perché si adoperasse in tal senso; ma anche il rinvio di 24 ore, formalmente proposto dall'Austria, non consentì di sbloccare la situazione.
I risultati delle votazioni confermarono la validità delle obiezioni da noi espresse all'atto della convocazione dell'assemblea straordinaria d'urgenza, che noi ritenevamo insufficientemente preparata, e per tanto suscettibile di negative ripercussioni, per i risultati limitati che si sarebbe potuti in essa raggiungere. È da rilevare che, pure essendo mancata la maggioranza qualificata ad entrambe le risoluzioni, quella latino-americana otteneva, per parte sua, maggior numero di consensi e minori opposizioni, sicché il punto di vista dell'Italia è apparso condiviso dalla maggior parte della assemblea.
Venivano invece approvati i progetti di risoluzione relativi agli aiuti alle popolazioni ed allo status di Gerusalemme; la risoluzione sovietica, esaminata per singoli paragrafi, conseguiva una bassa votazione e non veniva approvata, il che dimostra, onorevole Longo, che la grande maggioranza dei membri delle Nazioni Unite non accetta la tesi unilaterale e semplicistica secondo la quale l'attuale crisi in medio oriente era derivata da un atto di aggressione di Israele. Non sembra per altro si possa affermare che le discussioni in assemblea, anche se hanno talvolta esacerbato gli animi, siano state completamente inutili. Esse infatti hanno almeno mostrato a tutti i paesi interessati i limiti entro i quali la comunità internazionale è disposta ad appoggiare o a censurare le parti in causa.
È ora in corso un'azione, da noi naturalmente favorita, che, accogliendo l'appello lanciato dal presidente dell'assemblea ed approfittando dell'aggiornamento per una settimana dei lavori, si propone di giungere ad una risoluzione la quale, raccogliendo larghi suffragi, eviti che l'assemblea si chiuda su una posizione negativa ed avvii la questione verso il Consiglio di sicurezza.
Questa nostra chiara e motivata presa di posizione risponde alle richieste degli onorevoli Longo ed altri, tendenti a conoscere i motivi della nostra astensione sulla risoluzione pakistana e del nostro voto contrario su quella dei paesi non allineati. Essa risponde anche alla mozione degli onorevoli Malagodi ed altri, a proposito della quale vorrei fare alcune considerazioni.
Le preoccupazioni manifestate dal partito liberale sembrano concentrarsi sui seguenti punti: aderenza dell'azione governativa alla dignità ed agli interessi di una grande e libera nazione democratica come l'Italia; sfiducia nella capacità dell'ONU di affrontare i problemi più gravi dell'assetto mondiale; rafforzamento dell'alleanza atlantica e costruzione di un'Europa democratica unita; ricerca di uno stabile assetto del medio oriente; appoggio ad un accordo generale di riduzione equilibrata e controllata degli armamenti.
Circa il primo punto, nulla può essere rilevato — nell'azione svolta dall'Italia prima, durante e dopo il conflitto, in via bilaterale o nelle varie sedi multilaterali — che non sia conforme alla dignità, agli ideali e ad interessi di un paese democratico e pacifico. In particolare, gli incontri miei e del ministro degli esteri a New York e a Washington, le decisioni del Consiglio dei ministri, le istruzioni inviate alla delegazione a New York e la posizione di voto da noi assunta sulle varie risoluzioni presentate all'assemblea generale delle Nazioni Unite, confermano l'aderenza della nostra linea politica agli interessi del nostro paese ed alle esigenze della giustizia e della pace.
Pur avendo messo in luce il parziale insuccesso, fino a questo momento, dell'azione dell'ONU, non possiamo consentire nella sfiducia verso l'organizzazione mondiale di cui la mozione dell'onorevole Malagodi si è fatta eco.
E certo spiacevole che l'assemblea generale, affrettatamente convocata, non abbia raggiunto una positiva conclusione. Resta però il fatto che la sede delle Nazioni Unite rimane la sola nella quale l'Italia possa far sentire la sua voce, oltre che la sola suscettibile di raggiungere decisioni che possano raccogliere il consenso di un largo numero di paesi. Al di fuori delle Nazioni Unite resterebbe aperta la via all'anarchia internazionale, oppure a direttori più o meno ristretti senza l'autorità morale delle Nazioni Unite e dai quali comunque il nostro paese sarebbe escluso.
Beninteso, il concorso delle grandi potenze (e noi lo abbiamo sollecitato) è necessario perché le decisioni delle Nazioni Unite siano efficaci. Ma tale concorso di volontà deve trovare la sua espressione democratica attraverso il supremo consesso mondiale.
Nessuna contraddizione, d'altra parte, vi è né vi può essere tra l'appoggio incondizionato che abbiamo sempre offerto, fin dal primo giorno della crisi, e che continueremo ad offrire nell'interesse del nostro paese e dell'ordine internazionale alle Nazioni Unite, e l'appartenenza dell'Italia all'alleanza atlantica.
In proposito non si è profilato alcun conflitto, non si è posto per noi alcun problema; anzi la nostra iniziativa nel corso della crisi del medio oriente, appunto perché svolta in perfetta intesa con i nostri alleati ha potuto realizzarsi in condizioni di sicurezza e di influenza che un'azione isolata non avrebbe potuto garantire con eguale efficacia.
Desidero anzi confermare in questo momento il valore insostituibile che l'alleanza atlantica ha avuto e ha (rimangono infatti valide le ragioni che l'hanno determinata) per la nostra sicurezza e per il giusto, pacifico ed efficace orientamento della nostra politica estera.
Per quanto concerne il tema europeo sollevato pure dall'onorevole Malagodi, è superfluo ricordare quale sia l'atteggiamento rettilineo ed impegnato del Governo per quanto riguarda la costruzione di una Europa democratica politicamente unita e in particolare la necessità che in essa sia presente la Gran Bretagna. A Bruxelles il 27 giugno, all'Aja il 4 luglio, il 10 luglio a Bruxelles e ancora a Londra nella visita ufficiale compiuta da me e dal ministro degli esteri, l'Italia ha dimostrato quanto sia ferma questa posizione politica e quanto vivo fra noi l'ideale di una Europa unita sulla base di una larga partecipazione di paesi democratici. Proprio la crisi attuale, esplosa in un settore geograficamente vicino e politicamente sensibilissimo per tutta l'Europa, ha reso ancor più evidente per gli europei la necessità di operare in modo che l'Europa possa far sentire il suo peso e ascoltare la sua voce nella politica mondiale.
Circa l'auspicio formulato nella mozione per uno stabile assetto nel medio oriente, va ricordato che abbiamo sempre sostenuto che gli sforzi dei singoli paesi e delle Nazioni Unite avrebbero dovuto concentrarsi sulla soluzione dei problemi di fondo e non limitarsi al ritorno ad uno status quo precario, dal quale erano sorti già due conflitti. Questa linea è stata ribadita in tutte le nostre dichiarazioni. Il Governo è quindi fortemente impegnato in questa direzione e darà alla soluzione dei problemi della regione il suo attivo contributo.
Certamente, un accordo generale di riduzione equilibrata e controllata degli armamenti convenzionali e nucleari agevolerebbe la soluzione dei problemi aperti anche e soprattutto nel medio oriente, dove le forniture massicce di armi modernissime, anche se per ora fortunatamente limitate al settore convenzionale, hanno costituito un elemento determinante per il deterioramento della situazione. Non possiamo quindi che pronunciarci in favore di un accordo quale quello prospettato dalla mozione, sia in un quadro generale sia in un contesto più ristretto e limitato al medio oriente.
Per quanto riguarda in particolare il tema della non proliferazione nucleare, desidero riaffermare il pieno favore del Governo italiano per un trattato che impegni alla non diffusione delle armi nucleari, nel rispetto e nel quadro delle linee essenziali della politica estera italiana. Esso contribuisce a determinare quell'atmosfera di distensione che costituisce premessa sia per gli attesi e necessari progressi lungo la strada del disarmo, sia per una pacifica e feconda convivenza delle nazioni.
Le linee della nostra politica estera ora richiamate si riferiscono, come è noto, all'obiettivo del disarmo nucleare generale, sì da stabilire almeno una tendenziale parità tra gli Stati; al perseguimento degli scopi di unificazione europea, i quali non debbono essere frustrati ma favoriti dalla politica nucleare; alla tutela del libero ed indiscriminato uso per scopi pacifici di ogni forma di energia nucleare da parte di tutti i paesi; alla garanzia della sicurezza nazionale di ognuno; alla formulazione di condizioni contrattuali temporali e sostanziali che possano assicurare la più larga adesione.
In secondo luogo va tenuto presente che per una qualsiasi iniziativa di adozione occorre che il relativo progetto venga depositato. Allo stato attuale tutto quello che sappiamo è che Stati Uniti ed Unione Sovietica, pur avendo raggiunto una intesa di massima su vari aspetti della questione, continuano a esaminarne altri, di non minore importanza, per i quali non è stata ancora raggiunta un'intesa.
Fino ad oggi quindi non esiste un trattato completo, nelle sue varie parti, del quale dovrebbero essere investiti gli altri governi e il Comitato dei 18 per il disarmo. Solo a quel punto sarà possibile valutare la possibilità di corrispondere all'iniziativa suggerita, sempre che il trattato salvaguardi gli interessi essenziali del paese.
Proprio il fatto che il Governo italiano con le osservazioni formulate nei mesi scorsi alle provvisorie articolazioni del progetto mirasse ad una formulazione suscettibile di raccogliere la più convinta adesione del maggior numero di paesi, inclusi naturalmente gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, costituisce di per sé un'iniziativa nello spirito di quella proposta dall'onorevole La Malfa.
Il Governo desidera cogliere questa occasione per assicurare che, non appena in possesso di un progetto ufficiale, non mancherà, nello stesso spirito costruttivo che lo ha finora animato e di cui è stato dato autorevolmente atto in campo internazionale, di continuare a dare la sua collaborazione ad una sollecita conclusione dei negoziati nel quadro del necessario contemperamento degli interessi della comunità internazionale con quelli dei suoi componenti.
In questo quadro, dove le ombre sono purtroppo più numerose delle luci, è di conforto constatare, onorevole De Grazia, che l'assemblea generale, sempre sensibile alle più elevate istanze umanitarie e di solidarietà internazionale, ha approvato all'unanimità un progetto di risoluzione in favore delle popolazioni colpite dal flagello della guerra, documento con il quale è stato lanciato, tra l'altro, un appello straordinario per la raccolta di contributi da destinare al finanziamento delle rinnovate ed ampliate attività dell'agenzia delle Nazioni Unite per i soccorsi in favore dei rifugiati palestinesi.
Dal canto suo, il Governo italiano, resosi subito conto delle grandi ed urgenti necessità dei paesi coinvolti nel conflitto, ha fatto tempestivamente pervenire aiuti, in generi e denaro, in favore delle vittime con l'ausilio anche di enti assistenziali nazionali pubblici e privati. Inoltre abbiamo accelerato la corresponsione alla speciale agenzia dell'ONU dei contributi maturati già approvati dal Parlamento e ci proponiamo di versare ancora, dopo ottenuta la necessaria ratifica delle Camere, il contributo straordinario.
Il problema dei profughi palestinesi già così grave per le sue implicazioni soprattutto umane e sociali, ma anche politiche e giuridiche, si è infatti molto aggravato a seguito delle operazioni militari: campi sconvolti, scuole danneggiate, mezzi ed ambulatori distrutti, gravissime difficoltà nei rifornimenti di ogni genere, necessità di alloggiare decine di migliaia di nuovi profughi. Confidiamo pertanto che il Parlamento vorrà dare la sua adesione alla proposta di versare all'agenzia un contributo suppletivo di 500 mila dollari.
Sempre nel quadro degli aiuti alle popolazioni colpite, il Governo italiano ha adottato un'altra iniziativa di portata più vasta. Esso ha prospettato e vivamente sostenuto nelle sedi comunitarie europee e nelle principali capitali interessate una proposta secondo la quale i paesi della CEE, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e i più qualificati paesi del Commonwealth dovrebbero effettuare un invio straordinario ed urgente di prodotti alimentari ai paesi colpiti dal conflitto. Tale invio, secondo il disegno del Governo, dovrebbe costituire anticipazione di quel programma multilaterale di aiuti alimentari ai paesi del terzo mondo, al quale in occasione del Kennedy round si sono impegnati a partecipare la Comunità europea e numerosi altri paesi. I negoziati su tale proposta sono tuttora in corso.
E poi opportuno porre in luce la costante ed intensa azione diplomatica da noi svolta in loco ed alle Nazioni Unite per andare incontro alla dolorosa situazione delle popolazioni che hanno abbandonato la loro casa. Opportuni passi sono stati compiuti presso il governo di Tel Aviv, sia tramite il nostro ambasciatore in quella capitale, sia presso la delegazione dell'ONU. Abbiamo così ricevuto assicurazione che le autorità israeliane avevano concluso un accordo con la Croce rossa internazionale in base al quale i rappresentanti dell'ente potevano liberamente muoversi nelle zone interessate e stabilire i loro delegati ovunque ritenesse opportuno. Le autorità israeliane ci assicuravano pure che si sarebbero adoperate per evitare nuovi esodi dai territori occupati dalle loro truppe, qualora essi non fossero stati originati da effettive esigenze degli interessati.
Non va d'altra parte dimenticato che le nostre autorità nei paesi arabi si sono adoperate a più riprese in favore degli israeliti colà residenti.
Come vede, onorevole Vecchietti, l'Italia ha adottato alle Nazioni Unite e in ogni altra sede appropriata le iniziative idonee per avviare a soluzione i problemi del medio oriente e per garantirvi la sicurezza e la pace senza lasciarsi trascinare da stati emotivi e da preoccupazioni demagogiche. Il Governo italiano non ha tralasciato di battersi, come ella ha richiesto, in difesa dei diritti dei profughi, palestinesi, per i quali sono state anche adottate concrete iniziative. Posso assicurarle, in particolare, che il nostro territorio non è stato, non è e non sarà utilizzato per fini che contrastino con la realizzazione degli obiettivi di pace e di sicurezza del medio oriente perseguiti dalle Nazioni Unite, che dall'alleanza atlantica non saranno prese iniziative contrastanti con i nostri obiettivi di pace e di sicurezza nel Mediterraneo, e che tutto verrà fatto non solo per mantenere, ma per sviluppare i rapporti di viva amicizia con tutti i popoli mediterranei. È appena necessario dire che il Governo non condivide affatto le considerazioni premesse alla sua mozione, che ritiene forzate e non obiettive.
Il Governo italiano è del parere, in questo contesto, che ogni vendita di armi ed approvvigionamenti militari ai paesi del medio oriente debba essere strettamente controllata e limitata, ed auspica vivamente che — come l'Italia ha fatto ormai già da tempo — anche altri paesi adottino un atteggiamento ugualmente responsabile in materia, specialmente in un momento in cui il mondo assiste preoccupato ad un accelerato riarmo di alcuni paesi della zona.
Come ho già detto, onorevole Folchi, il Governo italiano è sempre stato convinto (e su questa convinzione ha impostato la sua azione) che vano sarebbe ogni sforzo per far fronte alla situazione derivante dalla crisi del medio oriente, qualora i problemi di tale regione non venissero affrontati alle radici e nella loro globalità, per giungere finalmente ad una soluzione duratura.
Qualunque sia la soluzione che sarà possibile dare a questi problemi, due elementi sembrano comunque essere tenuti presenti. E indispensabile che tutte le parti in causa diano la loro convinta e sincera adesione a quanto è statuito negli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni Unite circa il diritto di ogni membro alla indipendenza politica, all'integrità territoriale, alla protezione dalla minaccia e dall'uso della forza. Il quadro entro il quale tale soluzione deve essere ricercata non può essere, a nostro avviso, che quello delle Nazioni Unite. Su queste linee, il Governo italiano è pronto a contribuire al ristabilimento nel vicino oriente di una duratura e giusta pace.
Vorrei quindi assicurare, onorevoli colleghi, che il Governo continuerà a seguire con la massima attenzione gli sviluppi della crisi del medio oriente,sia alle Nazioni Unite sia sul piano dei rapporti bilaterali. Esso si augura che dopo una adeguata pausa di riflessione sia possibile, attraverso approfonditi e ponderati scambi di vedute, giungere a conclusioni giuste ed efficaci, che tengano conto non solo degli aspetti militari del recente conflitto, ma anche e soprattutto delle cause profonde di esso, nonché dell'interesse generale per il progresso economico, civile ed umano dell'intera regione bagnata dal Mediterraneo orientale.
Il Governo italiano non mancherà in questo spirito di avanzare, con sentimento di profonda amicizia per tutti i popoli della regione, ogni possibile suggerimento per l'avvio a soluzione dei molti problemi sul tappeto e di collaborare con le Nazioni Unite nei diversi organi competenti per assicurare pace e sicurezza a tutti gli Stati interessati.
Per quanto concerne la parte della mozione del gruppo comunista che invita il Governo italiano ad assumere una chiara posizione sulla cessazione dei bombardamenti americani sul nord Vietnam, ricorderò che il ministro degli affari esteri ha esaurientemente esposto il punto di vista del Governo su tale argomento il 22 maggio nel suo intervento alla Camera in risposta ad interpellanze ed interrogazioni. Posso confermare anche oggi che il Governo italiano segue con costante, preoccupata attenzione i dolorosi avvenimenti del sud-est asiatico e si augura che si determini una situazione la quale permetta alle autorità americane di adottare per la sesta volta la decisione di sospendere i bombardamenti aerei sul Vietnam del nord in condizioni propizie e costruttive. (Commenti all'estrema sinistra).
Come ebbe a far presente l'onorevole ministro degli affari esteri, è auspicabile che ad una nuova sospensione dei bombardamenti corrispondano da parte delle autorità nord-vietnamite azioni necessarie ad assicurare che ciò non servirà soltanto a potenziare la ripresa della lotta in condizioni migliori, ma segnerà realmente l'inizio di una riduzione delle azioni belliche, primo passo per l'avvio ad un negoziato. (Commenti all'estrema sinistra).
Il Governo italiano resta sempre convinto che una soluzione del conflitto non potrà trovarsi che a seguito di un negoziato pacifico, mentre una soluzione militare, di vittoria di una delle due parti, anche se fosse possibile, non sarebbe utile. Abbiamo reiteratamente sostenuto che il ristabilimento della pace nel Vietnam dovrà trovare la sua base nel rispetto degli accordi di Ginevra del 1954 e nel reciproco rispetto della indipendenza e della libertà di scelta delle popolazioni del nord Vietnam e del sud Vietnam. (Proteste all'estrema sinistra).
Tutti gli avvenimenti fino ad ora succedutisi, le risposte date dal governo di Hanoi alle iniziative dirette ed indirette di parte americana per un negoziato, le accoglienze riservate alle iniziative pacifiche di terzi paesi, nonché quelle di altissime personalità religiose e politiche internazionali, sembrano dimostrare che, almeno sinora, il governo di Hanoi è in una posizione rigida (Vivissime, prolungate proteste all'estrema sinistra — Ripetuti richiami del Presidente) e non è convinto dell'utilità di un negoziato, a meno che non vengano integralmente accettati come precondizione i noti quattro punti del 7 aprile 1965.
Obbediamo ad una scelta di pace quando auspichiamo un negoziato nel sud-est asiatico (Vive proteste all'estrema sinistra) e rendiamo disponibile a questo fine ogni nostra iniziativa che sia realisticamente possibile ed utile. Lo facciamo commossi dagli orrori della guerra e spinti dalla pietà verso tutte le vittime del conflitto, ma senza che ci sfuggano la complessità della situazione vietnamita e la molteplicità e gravità delle conseguenze che possono derivare dall'evolvere di questa guerra, sia sull'auspicato processo di distensione sia sull'equilibrio globale del mondo, che è garantito in così notevole misura dal nostro più grande alleato, anche se il conflitto è fuori dell'area coperta dall'alleanza atlantica. (Vive proteste all'estrema sinistra — Richiami del Presidente)

PAJETTA. Lei è un servo!

PRESIDENTE. Onorevole Pajetta!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Governo italiano guarda con viva preoccupazione ad una situazione internazionale che appare sensibilmente deteriorata di fronte a quelle che erano le nostre previsioni e speranze.
Gravi problemi internazionali sono tuttora insoluti, anche se non danno luogo ora a momenti di acuta tensione.

BRONZUTO. Vi è una guerra nel Vietnam!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Vi sono conflitti locali che vorremmo vedere risolti rapidamente secondo giustizia. L'area mediterranea, della quale l'Italia è al centro, è profondamente turbata da una crisi della quale difficile è ancora intravvedere uno sbocco positivo e stabile. Lo stesso equilibrio politico in questa zona è in discussione, mentre non mancano crisi interne degli Stati rivieraschi e sono da temere sviluppi qua e là nel senso di posizioni estreme non adatte a facilitare una pacifica convivenza ed una fiduciosa collaborazione. (Vivissimi rumori all'estrema sinistra). Non capite neppure quello che sto dicendo se rumoreggiate in questo modo. (Applausi al centro — Vive proteste all'estrema sinistra).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, lascino che il Presidente del Consiglio esponga il suo pensiero: non mancherà poi agli oratori dell'opposizione la possibilità di replicare.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. L'Italia segue questi avvenimenti con apprensione e si propone di non far mancare il suo intervento equilibratore e distensivo. Il nostro contributo sarà sempre — siatene certi — positivo e costruttivo.
In una tale situazione acquistano un valore anche maggiore le ragioni di sicurezza che ci sono garantite dall'alleanza atlantica (Vive proteste all'estrema sinistra — Richiami del Presidente) e le prospettive di una più stretta ed efficace collaborazione europea. Questi sono per altro, nel loro significato altamente apprezzabile, non punti di arrivo, ma punti di partenza, secondo una dinamica politica che nella sede dell'alleanza abbiamo prescelto e che non ha niente di esclusivo e, naturalmente, di statico. Vogliamo perciò su queste solide basi ampliare i nostri interessi e favorire intensi e costruttivi contatti.
Il processo di distensione, benché reso più difficile, deve essere tuttavia continuato proprio come garanzia contro siffatto rischio di involuzione e come il quadro nel quale le soluzioni stabili e giuste, che adesso è ancora difficile intravvedere, si rivelano possibili e realizzabili. La presenza dell'ONU, il rispetto per l'ONU, il proposito di rafforzare e valorizzarne l'azione, per quanto visibili siano le debolezze dell'istituto, sono dunque l'espressione di un più vasto dialogo, l'esaltazione di un punto di incontro necessario per la pace del mondo. Avendo di mira questo alto obiettivo, è nostro dovere compiere, giorno per giorno, il lavoro ed assumere la responsabilità di una presenza, di un giudizio, di una volontà alle quali la situazione ci sollecita. La mia partecipazione all'assemblea dell'ONU, che era più silenziosa di questa (Si ride — Vive proteste all'estrema sinistra), insieme con il ministro degli esteri, ha avuto anche il significato di un impegno in questa direzione e, per quanto scoraggianti possano essere le singole esperienze, ci sorregge, ci deve sorreggere la fiducia che in questa fase di grande sviluppo tecnico e scientifico sia possibile costruire, mediante un'alta consapevolezza morale e civile, il mondo umano di giustizia e di pace nel quale i popoli possano ritrovarsi secondo le loro profonde aspirazioni. (Vivi applausi al centro e a sinistra).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 13 luglio 1967

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 13 luglio 1967)


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