LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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I° GOVERNO RUMOR: REPLICA DI MARIANO RUMOR ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 23 dicembre 1968)

Le elezioni politiche del 1968, che hanno rassicurato la DC dal punto di vista della tenuta elettorale, ma hanno segnato una avanzata del PCI.
Dopo i tre governi di centro-sinistra guidati dall'on. Aldo Moro nella legislatura precedente, la ricomposizione della maggioranza di centro-sinistra non è possibile immediatamente dopo le elezioni. Dopo il governo "balneare" dell'on. Giovanni Leone, nel dicembre 1968 il Segretario politico della DC, l'on. Mariano Rumor, riesce a costituire il suo I° Governo riformando una maggioranza di centro-sinistra.
Il Presidente del Consiglio presenta il suo programma il 16 dicembre 1968, e replica al dibattito il 23 dicembre.

* * *

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, al termine di questo rapido ed intenso dibattito sento il dovere di rivolgere a tutti gli onorevoli colleghi che sono intervenuti il ringraziamento più vivo per l'alto, appassionato contributo dato alla discussione. Un ringraziamento desidero rivolgere agli onorevoli Cervone, Curti, Donat-Cattin, Ollietti, Palmitessa, Revelli e, in particolare, agli onorevoli Mauro Ferri, La Malfa e Piccoli che hanno voluto, a nome della maggioranza, esprimere il loro consenso al Governo. Ringrazio altresì gli onorevoli colleghi che hanno recato l'apporto critico proprio dell'opposizione.
Ho risposto in sede di replica al Senato ai rilievi di carattere costituzionale e politico, che in quell'Assemblea sono stati formulati.
Vorrei in questa sede rispondere alle obiezioni e critiche che sono state mosse al metodo della composizione del Governo. Si è parlato del Governo come di una sorta di rappresentanza delle correnti dei partiti piuttosto che dei partiti stessi, di un organismo privo di una sua omogeneità, caratterizzato da un'erronea destinazione degli uomini ai posti di responsabilità, da un numero eccessivo dei sottosegretari e da una mancata specificazione dei compiti di ministri senza portafoglio.
Devo dire subito, a questo proposito e in via preliminare, che sarebbe mero pretesto e mancanza di realismo ignorare la effettiva realtà dei e nei partiti nel nostro paese. Credo che non sarebbe certamente utile alla dialettica politica l'esasperarsi di essa in frantumazioni o contrasti profondi; ma anche più grave sarebbe un immobilismo acritico, tipico dei partiti in cui la dialettica democratica è negata: in questo caso la lotta politica perde lo smalto del confronto delle idee e dei metodi che sono la forza e la vita del sistema.
Sulla volontà politica del Governo, devo dire che essa attende di essere verificata d'ora in poi nell'azione di direzione politica che andrà esplicando. Sarebbe certo presuntuosa imprudenza negare che vi potranno essere delle difficoltà, che per altro sono inerenti ad ogni governo di coalizione; ma il tessuto connettivo del Governo è il programma, che è chiaro e coerente, e una volontà politica, di cui come Presidente del Consiglio - per la parte che mi spetta - mi rendo garante.
Circa la seconda critica sulla inidonea e impropria destinazione degli uomini (e la esclusione di altri), devo osservare che in materia di competenze specifiche dei ministri c'è - se ben si guarda - un dubbio verso noi stessi, verso la nostra idoneità di essere in grado di risolvere - come politici - i problemi del paese, dimenticando, oltre tutto, che il compito del Governo, nel suo insieme e dei ministri singolarmente, è prevalentemente di indirizzo politico.
E' inoltre doveroso osservare che certi spostamenti di uomini da un settore all'altro, ovvero l'immissione di uomini nuovi, rappresentano un fatto naturale; riaffermano il carattere politico delle responsabilità dei ministri e la fiducia nell'azione personale dei singoli prescelti e nella capacità di fusione delle decisioni nella linea politica del Governo elaborata in sede di Consiglio dei ministri.
Circa il problema dei ministri senza portafoglio e dei sottosegretari devo dire che condivido l'esigenza, anche in questa sede rappresentata, di avviare - attraverso la legge sulla Presidenza del Consiglio dei ministri una diversa strutturazione delle attribuzioni, specie nell'ambito dei dicasteri; il che ritengo rivelerà l'opportunità che i ministri siano affiancati da un numero adeguato di sottosegretari, il cui compito di collaborazione, nella direzione dell'apparato e nell'azione amministrativa, è essenziale.
Circa i ministri senza portafoglio, desidero solo richiamare la grande rilevanza che va assumendo la funzione di coordinamento assolta dalla Presidenza del Consiglio, del resto chiaramente individuata dalla Costituzione. Lo stesso Presidente del Consiglio - al di sopra delle attribuzioni dei singoli ministeri e spesso in rapporto a competenze congiunte di più dicasteri - è chiamato a svolgere sempre più pressanti e diretti compiti.
Egli perciò deve potersi giovare di uomini che possano essere preposti alla direzione di interi settori, di cui è già definita l'esistenza, come la riforma burocratica, il Comitato dei ministri per il Mezzogiorno, i rapporti col Parlamento, la ricerca scientifica, o incaricati di svolgere particolari mansioni in sua sostituzione e per sua diretta delega o per delega del Consiglio dei ministri.
Circa il programma vorrei dire subito che non condivido l'interpretazione per così dire riduttiva del metodo seguito dal Governo di scegliere e impegnarsi su alcuni precisi problemi; non si tratta cioè né di una limitazione per riconosciuta o implicita debolezza operativa, né dell'assenza, sia pure mascherata dietro ragioni metodologiche, di una visione complessiva dei problemi del paese.
In realtà il programma è chiaro nelle sue linee e nei suoi nessi ove si tenga presente l'obiettivo che il Governo si propone: fare cose, ma soprattutto fare politica.
Siamo e restiamo convinti che il programma si deve qualificare per alcuni traguardi significativi ed urgenti, con un metodo di priorità che presupponga la politica di programmazione come regola di comportamento che va al di là del pur fondamentale settore della vita economica.
Si tratta, cioè, di una scelta, di un impegno ad affrontare l'ordine dei problemi considerati più urgenti per fare una determinata politica, quella di centro-sinistra, compatibilmente con le risorse e con i mezzi disponibili. Siamo ben consapevoli che vi sono altri problemi, anche essi urgenti, che investono temi di grande rilievo. Per essi il Governo si impegna ad agire nei limiti delle sue possibilità e a favorire con ogni mezzo una loro soluzione organica. Ma devo responsabilmente dichiarare che il Governo darebbe scarsa prova di serietà se volesse con imprevidenza allargare i suoi impegni - già rilevanti - oltre il previsto.
Il rilievo è per noi essenziale. La politica che è alla base della ricostituita intesa organica tra la democrazia cristiana, il partito socialista italiano e il partito repubblicano italiano vuol dare, per l'appunto, l'espressione operativa ad una politica che abbia come modello la Costituzione e le sue potenzialità democratiche, la ponga al centro di un dibattito fra Governo, partiti e società civile e trovi nel Parlamento il suo più alto punto di riferimento e la più qualificata sede di confronto tra le forze che esprimono i diversi punti di vista delle componenti sociali, economiche, culturali e d'opinione del nostro paese.
Si colloca in questo contesto il rapporto maggioranza-opposizione - con tutte le opposizioni, onorevole Malagodi - sul quale, anche in questo dibattito, si è tanto insistito. Desidero su questo punto esprimermi ancora una volta con la massima chiarezza. Credo che chiudersi pregiudizialmente ad ogni costruttivo contributo, come ho detto al Senato, sarebbe, da parte del Governo, un grave errore. Vorrebbe dire dare un inammissibile contributo all'appiattimento e al lento discredito dell'alta, insostituibile funzione del Parlamento.
La distinzione fra le forze politiche passa per la visione globale, per la strategia di lunga prospettiva che esse offrono in alternativa al paese. È su questa base che la maggioranza si caratterizza. La sua autonomia, la sua autosufficienza ha valore nella misura in cui è realmente espressiva di una capacità di iniziativa, nella misura in cui si identifica con una propria autonomia di giudizio e di scelta e nella misura in cui è sì disponibile al dialogo parlamentare, ma nella affermazione di una politica che può assumere suggerimenti o idee su questo o su quell'aspetto, ma non essere attenuata od oscurata, per incertezze o per gioco tattico, nelle scelte di fondo, nell'animazione politica, nella validità degli obiettivi di lunga prospettiva. Nessuno vuole e neppure può pretendere, dunque, che venga meno la distinzione precisa tra noi e la opposizione. Essa è nella realtà politica, negli orientamenti e negli indirizzi. Si prenda, ad esempio, il tema della programmazione. Noi non chiederemo certo all'opposizione di dire sì; essa ha i suoi diritti e il suo ruolo. Ma certamente, nella misura in cui riusciremo a collocare ogni problema in un contesto generale, in un disegno, la coscienza del paese sarà in grado di stigmatizzare il gioco di una opposizione che si limitasse a dire no senza presentare alternative globali, senza dire come, con quale ordine, con quali strumenti e con quali mezzi si intendono risolvere i problemi, quali modelli - accettabili alla coscienza democratica, all'aspirazione di libertà, all'esigenza di progresso del popolo italiano - sia in grado di presentare.
Politica di consolidamento dei valori democratici e politica di riforma, rinnovamento dello Stato e programmazione economica, politica interna e politica estera trovano allora il loro nesso organico non suscettibile di disarticolazione.
Quando dichiariamo la nostra disponibilità al confronto costruttivo, anche polemico, naturalmente, nella autonomia della maggioranza, non copriamo dunque con giri di parole disegni o tentazioni che suonerebbero di per sé sfiducia nella validità dei nostri ideali, delle nostre convinzioni, delle nostre scelte. Chiediamo che tutte le forze, compresi i comunisti, si impegnino sui grandi problemi del paese.
Per quanto investe la responsabilità della maggioranza e del Governo, noi abbiamo precisato il disegno cui vogliamo uniformare la nostra azione e le scelte che al suo interno intendiamo operare. Ad esso sono venute critiche, anche aspre, radicali rifiuti; non risposte alternative globali. Certo, onorevole Amendola, è facile criticare, né è mia intenzione svalutare il compito o minimamente chiedere che l'opposizione sia più fievole e morbida. Tutt'altro! Ma, soprattutto, è facile fare un quadro lugubre di tutto e di tutti, restare fermi, immobili - come mi è sembrato che ella sia rimasto nel suo intervento di ieri - all'immagine manichea di tutto il bene da una parte e tutto il male dall'altra; è facile dire «bisogna fare tutto», ma non dire come, non precisare con quali mezzi. Questa non è una prova di responsabilità verso il paese e le classi lavoratrici.
È giusto, dunque, denunciare i problemi di oggi; è ingiusto non tener conto dei punti di partenza, delle difficoltà, dei limiti obiettivi dell'azione portata avanti in questi anni.
Ed è ingiusto ammettere solo che il nostro paese è andato avanti, ma negare che ciò possa essere attribuito - oltre che all'apporto determinante dato dalla volontà, dall'impegno, dal sacrificio del nostro popolo - alla presenza di una classe dirigente politica che se ne è fatta interprete, che si è posta alla guida di questa avanzata generale del paese; è assurdo negare che alla testa di questa avanzata ci sono forze politiche che nel Parlamento e nel Governo esprimono - se la democrazia, il voto popolare ha ancora un senso - la volontà della maggioranza del paese.
Qui siamo in una sede politica altamente responsabile, onorevole Amendola, ed ella qui il rappresentante di un partito che si richiama alla spinta rivoluzionaria e liberatrice, come ella la definisce, del comunismo. Ma è su un punto che la sua requisitoria perde improvvisamente efficacia e rivela tutta la sua ostinata unilateralità.
È facile citare la Grecia, ma poi dire che «quanti soldati sono in Cecoslovacchia è un problema che riguarda l'Unione Sovietica», sostenendo poi - ella ha detto così, onorevole Amendola - quasi con inconsapevole ironia, che i «rapporti dell'Unione Sovietica col popolo cecoslovacco sono rapporti di alleanza di amicizia che i cecoslovacchi considerano essenziali nel quadro di una società socialista».
No, onorevole Amendola: come democratici, come uomini liberi - come dissi al Senato - ci sentiamo vicini a tutti i popoli che lottano per la libertà ed il progresso; come democratici, i problemi di libertà di un paese, di tutti i paesi, dove essa è compressa o limitata, sono i nostri problemi (Vivi applausi al centro).
Cosa ci insegna, cosa insegna anche ai comunisti italiani la crisi cecoslovacca, come , del resto, tutto ciò che è avvenuto all'est dalla destalinizzazione ad oggi? Insegna che il regime comunista non risolve automaticamente i problemi della liberazione dell'uomo, ma anzi li rende più gravi e insoluti; conferma che l'esistenza di un partito unico e del partito-guida è una remora soffocante per l'espansione della società civile, per la valorizzazione del cittadino, per la libertà della cultura, per la creazione di condizioni per un reale pluralismo sociale.
È giusto quanto ha detto l'onorevole La Malfa puntualizzando la posizione comunista, perché tocca veramente la sostanza del problema. Non è certo il rifiuto di esigenze e di attese popolari, non è il rifiuto in sé e per sé della richiesta innovatrice ciò che ci divide dal partito comunista. Ciò che ci divide è la contraddittorietà tra la prospettiva democratica da noi indicata e la prospettiva delineata dai comunisti.
L'onorevole Bartesaghi si è doluto di questi rilievi, che ha definito superficiali. Eppure egli è costretto a confermarli anche se, invece di crisi, parla, a proposito del partito comunista, di crescita.
Una politica istituzionale di libertà con precisi contenuti programmatici è quindi l'unica possibile oggi per mettere allo scoperto nel partito comunista la sua costante pendolarità tra una contestazione nel sistema e una contestazione del sistema, che gli consente, come dissi, di raccogliere spinte, le più contraddittorie, eversive o legittime, e spesso emotive, dei settori più diversi e contrapposti e di gestirle senza offrire ad esse una reale risposta democraticamente positiva, senza indicare una vera alternativa alle forze del centro-sinistra.
Sotto questo profilo la polemica di parte comunista contro le dichiarazioni programmatiche in tema di politica estera è estremamente significativa. Ciò che ci è stato realmente proposto da quella parte non è il superamento dei blocchi: superamento che noi auspichiamo, ma che va rapportato ad una modificazione profonda e radicale dei rapporti internazionali e a reali concrete garanzie per il rispetto dei diritti delle nazioni. Ci si è semplicemente chiesto di contribuire per quanto sta in noi ad alterare unilateralmente l'attuale equilibrio di forze, che resta pur sempre, allo stato delle cose, una garanzia.
Dinanzi a questa polemica chiusa e senza novità apprezzabili, resta valida la conferma che la nostra politica estera è fondata sulla volontà di pace nella leale partecipazione alla alleanza atlantica e agli impegni che ne conseguono. Non vi è freddezza, onorevole Malagodi, onorevole Covelli, in questa nostra affermazione, come non vi è alcuna accentuazione oltranzista.
L'alleanza costituisce un dato obiettivo e realistico a garanzia della nostra sicurezza e, nel contesto degli equilibri che determina, la condizione per un nostro concreto margine di iniziativa.
È entro questo quadro di rapporti che la nostra iniziativa e il nostro contributo alla distensione possono avere senso e avere un peso concreto. Chi oggi ci chiede perciò l'abbandono del patto atlantico non offre in realtà nessun contributo apprezzabile e serio alla causa della pace.
Essa si serve senza turbare unilateralmente gli equilibri che oggi la garantiscono, cercando di ricreare un clima di fiducia che gli avvenimenti di Praga hanno gravemente turbato; si serve favorendo ogni iniziativa indirizzata verso tale obiettivo e consolidando il prestigio degli strumenti internazionali di mediazione e di risoluzione pacifica delle controversie.
In questo spirito confermo la volontà del Governo di firmare il trattato della non proliferazione, tenendo naturalmente conto delle indicazioni che in proposito sono state date dalle Camere, e il nostro interesse alla valorizzazione e all'effettiva universalizzazione dell'ONU.
La validità e l'utilità della sua funzione è proprio in questi giorni confermata dall'iniziativa assunta per il medio oriente, per la quale desidero confermare il nostro appoggio all'azione intrapresa dall'incaricato del segretario generale, appoggio che continueremo a dare insistendo presso le parti in causa per una soluzione equa e pacifica del problema nel rispetto del diritto all'esistenza dello Stato di Israele e nella viva comprensione per i gravi problemi delle popolazioni arabe.
Siamo soprattutto convinti che per i paesi europei il più valido contributo alla distensione passa per la politica di solidarietà e di integrazione del nostro continente. Accolgo quindi con gratitudine i cordiali incoraggiamenti che sono venuti al Governo a proseguire su questa strada.
L'ideale europeista è la vera spinta rivoluzionaria che i partiti democratici hanno portato avanti; recando in essa la tensione e la carica morale e civile che furono l'anima della Resistenza. Questo ideale non può essere lasciato cadere: tanto più, se allo stato delle cose occorre tener conto della impasse dell'Europa a sei, ci si deve applicare in una ricerca fervida di nuove strade e di nuove occasioni che ne rimettano in movimento il moto di espansione senza intaccare la validità di ciò che è stato già costruito, ma anzi consolidandolo.
Si sono fatte varie ipotesi, tra cui quella di un nucleo europeo che sia formato dalla Unione europea occidentale come una prima base. Evidentemente il discorso europeo deve essere ben più ampio, ma ogni iniziativa suscettibile di allargare i settori di collaborazione con particolare riferimento alla Gran Bretagna va incoraggiata proprio per il significato di ripresa che essa può avere.
Il valore di questo impegno è dunque intensamente e pienamente condiviso e compreso dal Governo. Il suo significato democratico è del resto sottolineato dallo scarso rilievo che il partito comunista attribuisce al tema dell'Europa unita, completamente assente, se non erro, nell'intervento dell'onorevole Amendola.
È questa un'altra prova della profonda contraddittorietà dell'atteggiamento del partito comunista, che deliberatamente svaluta il solo modo concreto per i paesi europei di contribuire efficacemente e attivamente, e con un loro grado di autonomia, al processo di distensione e a creare un vitale polo di riferimento e una concreta prospettiva di rinvigorimento per le forze democratiche e per sollecitare l'evoluzione democratica dei paesi ove la libertà è offuscata o conculcata.
Sul programma, come ho già avuto occasione di rilevare, sono venute critiche, rilievi, integrazioni, ma non alternative organiche, neppure per le priorità che sono state coerentemente inserite.
Una prima serie di rilievi riguarda l'impegno regionalistico. Se ne è occupato in modo particolare l'onorevole Malagodi, in questo coerente - e gliene do volentieri atto - con la sua radicata avversione per questo istituto.
Un cambiamento c'è, però: ed è nel tono non più apocalittico e nell'abbandono della tesi del pericolo per l'unità nazionale. Resta il timore per la divisione in regioni rosse e clericali e quindi di una paventata «repubblica conciliare»; è il caso di dire che dalle sciagure siamo scesi alla fantapolitica!
C'è un altro ordine di problemi che l'onorevole Malagodi ha sollevato, e con lui gli onorevoli Nicosia e Guarra; problemi più seri che meritano riflessione e una risposta: quelli della normazione, dell'ordinamento e della spesa delle regioni!
È evidente che, all'interno di alcune essenziali condizioni - limiti della spesa entro condizioni di tollerabilità, severità e razionalità di impianto - il giudizio sulle regioni si diversifica ove le si accettino come utili ai fini del più ampio rinnovamento dello Stato.
Se si conviene con noi sul ritenere le regioni una componente, un modo per mutare la tendenza centralizzatrice del nostro apparato statale, allora il problema della spesa va riguardato non tanto in assoluto, quanto in rapporto alla rinnovata produttività delle strutture: produttività per così dire amministrativa e di stimolo e produttività politica, cui accennerò più avanti. È su questo metro, dunque, che il discorso va portato.
Posso comunque assicurare che proprio la consapevolezza della indubbia delicatezza di questo aspetto ha motivato la nostra preoccupazione di far precedere le elezioni regionali dall'approvazione della legge finanziaria.
Non si tratta naturalmente in questa sede di precisare in modo specifico - al fine di operare una scelta tra le tesi che si sono venute profilando - i termini in cui la finanza delle regioni deve essere ordinata, e meno ancora si tratta di saggiare il grado di approssimazione delle varie ipotesi che sono state prospettate dalle commissioni che hanno studiato i presumibili costi di impianto e di funzionamento.
Le risultanze, le indicazioni degli studi, finora effettuati dalle varie commissioni, saranno naturalmente controllate a fondo e, se occorre, modificate. Il tutto, è ovvio, sempre nel quadro e in rigorosa conformità del sistema posto dagli articoli 117 e 119 della Costituzione, non senza aver presenti, in ciò che attiene al decentramento della pubblica amministrazione, le indicazioni del programma economico nazionale.
Questa la prospettazione panoramica da cui devono procedere le definitive, particolari scelte, che formeranno naturalmente oggetto della responsabile ponderazione del Governo, prima di essere tradotte nell'apposito disegno di legge e, subito dopo, più ancora, dal Parlamento, al cui sovrano potere è rimessa la decisione definitiva. Il tutto in tempo utile perché la legge finanziaria possa, come deve, essere promulgata prima delle elezioni dei consigli regionali.
Abbiamo ben presente; onorevole Malagodi, quanto significativa e rilevante sia questa riforma dello Stato. E mi pare davvero eccessiva la sua precisazione che niente ci sia chiaro: né come articolare né come configurare i nuovi istituti. Ci si dimentica che vi sono le indicazioni della Carta costituzionale, studi ormai diffusi e ipotesi di lavoro già tradotti in disegni di legge, ancorché suscettibili di modifiche e di miglioramenti, e che tuttavia costituiscono una base sufficientemente solida per passare alla fase di attuazione concreta. L'onorevole Malagodi ed altri si sono riferiti al problema della provincia. Non credo si possa desumere dall'aver detto che sul suo modo e la sua collocazione il Governo assumerà, vagliandole, le indicazioni della commissione istituita dal Governo Moro, non credo, ripeto, si possa desumere da questo un sintomo di così gravi carenze.
D'accordo il Governo è, naturalmente, con l'esigenza di evitare una nuova forma di accentramento regionale, esigenza che il Governo terrà nel debito conto in sede di attuazione dell'ordinamento regionale, in coerenza con il suo impegno di valorizzare le autonomie locali.
Ma il tema è essenzialmente politico. Un primo rilievo che devo muovere all'onorevole Malagodi investe la sua sistematica sfiducia, negli strumenti di partecipazione politica che la stessa Costituzione prevede: il referendum e le regioni, ad esempio. È un esempio di quell'immobilismo costituzionale e istituzionale che il Governo vuole superare ed evitare.
Ho parlato poco fa di produttività politica: a questo riguardo vorrei avanzare sommessamente alcune considerazioni. Se è vero che uno dei motivi della capacità espansiva del partito comunista è nella posizione diffusamente contestataria del rapporto cittadini-Stato, bisognerà allora chiedersi da che cosa esso deriva.
Certo, onorevole Malagodi, vi sono diverse e complesse ragioni dell'inquietudine di cui ho parlato nella mia dichiarazione programmatica; entrano in gioco l'ansia e la richiesta di maggiore giustizia sociale, di una più equa distribuzione dei carichi fiscali, di una più diffusa perequazione della ricchezza; gioca, non ho esitazioni a dirlo, l'esigenza di una moralità più schietta, di un costume più severo che, oltre le ombre reali, sarà preoccupazione massima del Governo pretendere e promuovere.
Ma è provocata anche dal rapporto abnorme tra il cittadino e lo Stato, nell'assenza di altri più ravvicinati centri di riferimento e nella non consolidata consistenza delle autonomie locali. Sono cose che finiscono col far concentrare tutto sullo Stato e con lo scaricare su di esso, e quindi sul Governo e sui partiti che lo sostengono, tutte le tensioni, tutte le richieste, anche quelle minime ed isolate, e quindi tutte indiscriminatamente le insoddisfazioni.
Non è un caso che i paesi di più antica e consolidata democrazia abbiano sviluppato al massimo il senso e il gusto dell'autogoverno locale, che è cosa ben diversa dalla dispersione campanilistica.
Una dislocazione articolata del potere, un diverso rapporto tra cittadini, enti locali e Stato, dovrebbero servire a creare, sia pure con fatica e lentamente, il sentimento delle autonomie locali, una partecipazione più viva e concreta alla responsabilità pubblica, più ravvicinati punti di riferimento per la composizione e il soddisfacimento degli interessi immediati e locali, e quindi una loro meno faticosa e composta dinamica; e di contro, sgomberato il rapporto con lo Stato dalla congerie delle esigenze pressanti ma più circoscritte, il cittadino avvertirà con maggior e più evidente trasparenza i grandi problemi di indirizzo politico, sociale ed economico che attengono direttamente alla responsabilità dello Stato, e sui quali egli deve esercitare il suo giudizio.
Certo, non si può negare l'esistenza del rischio che le regioni possano costituire esse stesse, e su un delicato piano istituzionale, dei centri rivendicativi. E tuttavia l'esperienza finora realizzata con le regioni a statuto speciale, anche se per altri aspetti ha rivelato talvolta difetti che vanno severamente evitati, è stato almeno su questo punto rassicurante e i conflitti totalmente assorbiti anche per l'esemplare funzione della Corte costituzionale.
Ecco, onorevole Malagodi, pur consapevoli della severità dell'impegno e degli interrogativi che sono presenti anche in noi, come di fronte ad ogni novità, perché noi siamo convinti e restiamo convinti della validità politica dell'ordinamento regionale.
E mi par giusto a questo punto assicurare l'onorevole Ollietti, che ha rappresentato alcuni problemi di fondo interessanti la Val d'Aosta, che essi saranno approfonditi ed affrontati avendo ben presente quanto precisato dallo statuto della regione e nell'interesse della gente valdostana.
Anche sui problemi di politica economica il dibattito è stato assai più ampio. Ben ha fatto l'onorevole La Malfa - e perciò gli esprimo un particolare ringraziamento -a richiamare l'attenzione di tutti sulla esigenza che la nostra azione sia inquadrata in una visione globale non soltanto nel momento in cui si esaminano e si decidono le cose da fare, ma anche e soprattutto quando si passa alla fase di realizzazione.
Dobbiamo riconoscere che con la politica di programmazione - vale a dire con la predisposizione del programma - la politica economica italiana ha indubbiamente fatto un salto di qualità.
Si è potuto prendere coscienza dei problemi concorrenti che sono di fronte a noi e dei mezzi di cui si sarebbe potuto disporre per risolverli con ordine e gradualità, senza cioè perdere l'ancoraggio agli equilibri fondamentali (stabilità monetaria, pareggio dei conti con l'estero) che non sono certamente il fine, ma semmai la condizione di ogni sana evoluzione per i paesi ad economia aperta.
Dobbiamo con altrettanta franchezza riconoscere tutti che non abbiamo avuto eguale capacità nella gestione del programma di sviluppo.
La spesa pubblica decisa è stata indubbiamente rilevante. Essa non ha riguardato soltanto le spese correnti, come sembra voler dire l'onorevole Malagodi, ma ha riguardato tutti i settori dei più essenziali investimenti pubblici e dei consumi pubblici dai quali può e deve derivare il soddisfacimento dei bisogni fondamentali della nostra società civile.
In aggiunta, la richiesta indiscriminata di fare tutto - un modo invero abnorme di concezione del «globalismo» anche se in eccesso alle disponibilità concrete di risorse - ha sminuito il significato politico delle cose che si è deciso di fare in attuazione del programma, coagulando nelle opposizioni il coro delle proteste e delle delusioni.
È vero che è assai difficile per un paese come il nostro, nel quale all'impetuoso sviluppo economico non ha fatto seguito una rapida evoluzione degli ordinamenti ed un rapido ammodernamento delle attribuzioni, dei compiti e delle responsabilità della pubblica amministrazione, far coincidere propositi e realtà non soltanto in tema di attuazione della spesa del settore pubblico, ma anche propositi e realtà in tema di direzione pubblica dell'economia nazionale; ma è altrettanto vero che altra e non trascurabile fonte di delusioni è da ricercarsi nel livello della capacità politica con la quale si è potuto gestire il programma.
Ha ragione, onorevole La Malfa: le responsabilità si dividono equamente, anzi coinvolgono insieme Governo ed opposizione. L'opposizione, perché accetta in teoria la validità della programmazione ma ne contesta ogni giorno la realizzazione, proponendo temi specifici e propugnandone la soluzione oltre i limiti previsti dal programma; il Governo, perché non riesce sempre a tenere una linea politica coerente con le priorità ed i limiti vale a dire con i vincoli - posti dal programma. Ed il Governo non vi riesce quando la maggioranza che lo sostiene perde di omogeneità talvolta non per decisione autonoma, ma perché influenzata dalle sollecitazioni protestatarie che vengono dall'opposizione (Commenti all'estrema sinistra).
È nella difficoltà di selezionare i problemi o nella deliberata volontà di proporli tutti e contemporaneamente - ben sapendo che occorrerebbero mezzi ben superiori alle disponibilità - che risiede uno dei più gravi motivi di equivoco per una politica che voglia veramente incidere sull'assetto esistente e realizzare la trasformazione della società italiana. È compito - difficile invero - del Governo chiarire, con un'azione predeterminata e prioritaria, tali equivoci; ed a tal fine questo Governo è nato su di una base di intese chiaramente definite oltre che nella loro articolazione anche sulla scala prioritaria di realizzazione.
Fra gli impegni prioritari vi è quello di richiedere al Parlamento la pronta approvazione della legge sulle procedure della programmazione.
Sono pienamente d'accordo, a tal riguardo, con l'onorevole Mauro Ferri nel riconoscere il ruolo dei sindacati, con i quali il potere pubblico dovrà stabilire un nuovo sistema di rapporti, associandoli in una sfera più ampia di scelte: dalla elaborazione degli obiettivi del piano alla politica attiva del lavoro.
Altro impegno prioritario è quello di istituire un meccanismo istituzionale per il controllo dei tempi di attuazione della spesa pubblica. Da tale meccanismo potrà derivare senz'altro una minore dissociazione fra i tempi effettivi della spesa pubblica.
Ma è fuor di luogo pensare che una vera soluzione del problema possa aversi senza innovare profondamente e nella struttura legislativa e nell'ordinamento della pubblica amministrazione. Il che richiede tempi lunghi che l'evoluzione economica del paese non può sopportare. Ecco perché ribadisco l'intenzione del Governo, sempre nell'ambito del controllo esercitato dalla pubblica amministrazione, di affidare a centri imprenditoriali pubblici la realizzazione di programmi di spese pluriennali nei settori e nelle infrastrutture in cui più squilibrato è il rapporto tra domanda ed offerta. Su questa strada già si era messo il precedente Governo con il disegno di legge che è attualmente all'esame del Senato.
Al qual proposito posso ripetere qui quanto dissi al Senato: che dai provvedimenti deliberati il 26 luglio è discesa una ripresa produttiva abbastanza soddisfacente. Dico abbastanza soddisfacente, perché non lo è del tutto proprio sotto il profilo dell'aumento degli investimenti. Nonostante i riflessi che la ripresa ha avuto sul livello delle importazioni, il 1968 si chiuderà con un avanzo cospicuo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Avremo quindi la possibilità di dare un'ulteriore spinta alla domanda interna e di darla anche attraverso la dilatazione della spesa per consumi. Possibilità confermata dal fatto che sono maturate le condizioni politiche per proporre una legge che dovrebbe contrastare il trasferimento di risparmio italiano all'estero.
Se è quindi ora nostra intenzione di favorire la dilatazione della spesa per i consumi, era logico che, dovendo scegliere secondo un criterio di equità, scegliessimo di favorire, attraverso l'aumento delle pensioni, il miglioramento del tenore di vita di quella parte della popolazione dotata di redditi più bassi: di qui lo sforzo che il Governo intende fare per assicurare migliori condizioni di vita ai pensionati e per estendere ai vecchi senza alcun reddito il diritto alla pensione sociale. Quattrocento miliardi di spesa aggiuntiva, onorevoli colleghi, è una cifra ragguardevole. Essa acquista più alto significato se si ricorda l'intenzione del Governo di affrontare razionalmente il problema dell'assetto pensionistico nel momento in cui il Parlamento sarà chiamato a decidere sulle opzioni per il secondo piano quinquennale. È in quella sede che di comune accordo dovremo scegliere quale aliquota delle entrate tributarie riservare al trattamento pensionistico, avendo fin d'ora coscienza che questo problema è collegato con l'esigenza non meno impegnativa di correlare le nostre decisioni con la soluzione di altri problemi ugualmente pressanti per la società italiana.
L'onorevole Malagodi ha espresso le sue preoccupazioni sui pericoli derivanti dalla concentrazione nel tempo di maggiori spese conseguenti all'accelerazione di quelle già programmate per investimenti, nonché alle spese correnti aggiuntive quali quelle per le pensioni. E' una preoccupazione che merita una risposta. Gli impegni assunti nel corso della precedente legislatura, come più volte è stato affermato, darebbero luogo ad un indebitamento pubblico di entità largamente superiore a quella prevista dal programma qualora la loro esecuzione non fosse distribuita nel tempo, soprattutto se si pensa anche agli impegni di spesa derivanti da stanziamenti nel bilancio dello Stato e da stanziamenti degli enti locali ai quali corrispondono promesse di credito da parte della Cassa depositi e prestiti. Sarà certo compito non lieve il coordinare il livello della domanda pubblica con quello della domanda privata così da determinare un volume di domanda globale collimante con la posizione di equilibrio del sistema economico.
Di qui la necessità di adattamenti istituzionali e di una politica congiunturale coerente volti a garantire che ad una domanda in espansione corrisponda una offerta adeguata non soltanto sotto l'aspetto quantitativo ma anche sotto quello qualitativo. Il nostro sistema economico, nonostante la estensione della presenza statale in grandi complessi, continua ad articolarsi in imprese private medie e piccole, senza contare il benemerito settore dell'artigianato e dei lavoratori autonomi, ed offre garanzie di flessibilità che inducono a credere che la maggior domanda potrà essere soddisfatta senza dar luogo a tensioni.
Con contrapposte preoccupazioni è emerso, nel corso della discussione, il problema della estensione della presenza statale in grandi complessi. Il Governo conferma che essa deve avvenire nei limiti prestabiliti dalle leggi che definiscono i compiti istituzionali degli enti di gestione e nel rispetto delle procedure stabilite dalla legge di approvazione del programma economico nazionale.
In particolare, per quanto concerne l'aumento della partecipazione nella società «Montedison» dell'IRI e dell'ENI, il Governo - mentre si dichiara disposto a discutere le mozioni presentate in proposito - conferma che le modalità della assunzione della partecipazione stessa sono state conformi alle disposizioni di legge, come del resto è già stato dichiarato in Parlamento.
L'industria chimica ha raggiunto nel corso del 1968 un tasso espansivo superiore a quello medio del sistema produttivo nazionale. In un settore così importante della produzione italiana la presenza degli enti pubblici di gestione nella società «Montedison», contribuirà al coordinamento, eliminando dispersioni di risorse.
Nel settore della chimica come in ogni settore produttivo, la politica del Governo è orientata nella direzione di accrescere l'efficienza - nel convincimento che ciò è condizione necessaria affinché il risparmio affluisca copioso agli investimenti - e di accrescere il livello dell'occupazione. Unanime, ai fini dell'occupazione, è stata la sottolineatura dell'esigenza di contrastare l'esportazione all'estero di capitali italiani.
Vorrei dire all'onorevole Donat-Cattin che questo tipo di esportazioni non si contrasta istituendo il controllo dei cambi (è una misura che in un sistema ad economia aperta può tenersi per pochi mesi, a meno che non si voglia rinunciare al sistema); ma l'assicuro che una severa direttiva è stata data agli enti di diritto pubblico per quanto attiene alle preoccupazioni ch'egli ha manifestato. Ritengo che tale esportazione si contrasti, come è nei propositi del Governo, offrendo ai risparmiatori italiani titoli della stessa natura di quelli che circolano sul mercato europeo e che sono appetibili non soltanto in rapporto ad un trattamento fiscale preferenziale, ma anche in rapporto al frazionamento dei rischi che essi automaticamente assicurano a coloro che li acquistano, ed al livello di reddito netto che, alla fine, deriva ai risparmiatori stessi.
Di qui la priorità che noi abbiamo dato perché si realizzi anche in Italia una legislazione efficiente sui «fondi comuni di investimento», correlata ai quali è certamente la riforma delle società per azioni, e con non minore importanza.
La crescita della domanda interna, per effetto della dilatazione dei consumi e degli investimenti, e la continuità delle nostre esportazioni saranno la base per quell'espansione della occupazione che, come dianzi ho detto, è nostro obiettivo prioritario e preminente. Ma deve trattarsi di una occupazione stabile e continuativa; ed affinché lo sia, occorre che poggi su di una evoluzione equilibrata di tutto il sistema economico. L'instabilità della moneta, la crescita dei prezzi, portano sì immediati, ma limitati periodi di euforia: prima o poi si forma un vuoto monetario il cui superamento impone misure di stabilizzazione che automaticamente producono l'effetto di limitare produzione e occupazione. Non si possono disattendere impunemente i principali equilibri sui quali si fonda la evoluzione di ogni ordinato sistema economico: quel che è capitato di recente alla Gran Bretagna e alla Francia insegna.
La stabilità monetaria interna, l'equilibrio dei conti con l'estero, il volume delle riserve non sono certo obiettivi dell'azione di politica economica che ci proponiamo di sviluppare: sono, al contrario, strumenti che ci consentono di svolgere un'azione volta ad occupare i fattori produttivi di cui disponiamo al riparo dei sussulti e delle interruzioni che possono essere anche assai bruschi, quando, come dicevo prima, si disattendono alcuni fondamentali equilibri.
Sono queste dunque le linee animatrici delle scelte che il Governo ha operato nell'ambito della programmazione.
È stato sostenuto che l'impegno per l'occupazione appare quanto meno debole rispetto alle esigenze e all'indubbio fenomeno di flessione che in questo settore si registra. Non mi pare una critica fondata, anche se sono venuti a tutti noi suggerimenti e proposte che non respingiamo pregiudizialmente.
Per intanto è da dire che una politica attiva del lavoro trova nel programma da me illustrato alcuni strumenti a monte, ma non per questo di minore rilevanza. Essi sono i provvedimenti per l'accelerazione della spesa pubblica; i fondi di investimento per favorire il risparmio e per frenare se non bloccare l'esodo di capitali stimolando la creazione di capitali di rischio; i fondi IMI-CIPE; l'aumento delle pensioni, con la sua indubbia spinta all'incremento dei consumi interni.
Si tratta di una serie di provvedimenti e di misure che comunque hanno come obiettivo una movimentazione del sistema e conseguentemente una sua disponibilità all'espansione produttiva e dell'occupazione.
Per il Mezzogiorno mi si è contestato di non averne adeguatamente parlato. Evidentemente non è stata colta in tutto il suo significato la riaffermazione della lotta contro gli squilibri regionali e settoriali del piano, riaffermazione che aveva ed ha evidentemente senso solo se riferita a quello che non da oggi abbiamo considerato il problema centrale dello squilibrio dell'economia italiana, quello del Mezzogiorno.
È appunto la politica di sviluppo del Mezzogiorno, nel quadro della programmazione economica, che postula in particolare uno sforzo per una previsione di sviluppo di settore e un comune impegno dell'iniziativa pubblica e privata per perseguire traguardi più ordinati e giusti nella misura del possibile.
In questo contesto si tratta evidentemente di accelerare e rendere più efficace tutta l'articolata serie di strumenti già esistenti, a cominciare dalla Cassa per il mezzogiorno, nonché l'iniziativa che il Governo assume con la cosiddetta contrattazione programmata.
Ciò che conta è realizzare con maggiore vivacità taluni obiettivi, non ultimo quello di una industrializzazione secondo i criteri dell'insediamento di industrie le più avanzate possibili e, insieme, al più alto potenziale d'occupazione.
L'iniziativa dell'Alfa-sud è esemplare; e non lo dico per la caratterizzazione pubblica dell'iniziativa, ma per la sua natura e le sue caratteristiche occupazionali e traenti, e quindi per l'effetto di rottura della stagnazione esistente, che essa determina. Ho detto in altra occasione che sarebbe un grave errore creare all'interno del Mezzogiorno una economia a prevalente iniziativa pubblica, dando vita così ad un nuovo tipo di dualismo strutturale. Ma è evidente che ciò implica responsabilità in ambito più vasto del Governo. Alla classe imprenditoriale italiana va l'invito a muoversi. Da parte nostra cercheremo di incoraggiarla. Ma evidentemente il Mezzogiorno non può attendere ulteriormente.
Per quanto riguarda l'agricoltura, come dissi nel discorso programmatico, l'azione del Governo sarà adeguata ai nuovi indirizzi della politica comunitaria, rafforzando in particolare gli strumenti per una moderna politica dei mercati. Ma ad essa è connessa una politica dell'azienda agricola di cui mi pare di poter ripetere quanto ebbi a dire al Senato. Si tratta cioè di aver presente la vastità dei problemi che la evoluzione impetuosa del mondo rurale pone, degli interessi che muove, dei mutamenti civili e sociali che determina; essi investono i temi dello sviluppo di un'azienda razionale nelle sue dimensioni, tecnicamente attrezzata, guidata da imprenditori e da coltivatori professionalmente preparati; della creazione di organizzazioni di mercato che accrescano le capacità competitive della nostra agricoltura e che elevino il reddito del produttore; della valorizzazione dei terreni ad alto livello produttivo; dello sviluppo di una realistica economia collinare o montana.
Già in sede di replica al Senato, ebbi occasione di intrattenermi sul problema della difesa del suolo. Sollecitata dall'allarmante succedersi, con ritmo sempre più serrato, di fenomeni calamitosi di rilevante gravità; e dal fatto che questi fenomeni tendono ad investire parti del territorio nazionale finora ritenute estranee alla tradizionale «geografia» delle zone di dissesto idrogeologico o soggette agli allagamenti, essa è un impegno di lungo respiro che richiede continuità di intenti.
La difesa del suolo è infatti parte essenziale del più generale problema dell'assetto territoriale, secondo l'impostazione già riconosciuta ed espressa dallo stesso programma di sviluppo economico nazionale.
Quanto all'urbanistica, il problema ora è quello di dare impulso alla pianificazione; e ciò sia per garantire che all'espandersi dell'attività edilizia corrisponda un contestuale sviluppo delle infrastrutture, sia per realizzare un assetto del territorio aderente alle effettive esigenze di crescita delle comunità. A tal fine il Governo ricorrerà a provvedimenti legislativi integrativi delle leggi vigenti nei limiti in cui l'esperienza dell'applicazione di esse lo consigli. In particolare, presupposto dell'attività edilizia saranno i piani particolareggiati, mentre si dovrà assicurare la pronta disponibilità, a prezzi non speculativi, delle aree destinate dai piani urbanistici agli insediamenti produttivi. A questo scop o sarà predisposta una legge basata su princìpi analoghi a quelli della legge n. 167.
Particolare impulso sarà dato alla formazione ed all'acceleramento dei piani di zona per l'edilizia economica e popolare, in relazione ai quali si pone specificamente l'esigenza di adottare opportune misure sia per snellire le procedure di approvazione dei piani sia per sovvenire alle esigenze finanziarie dei comuni.
Fermo restando quanto dissi in termini molto precisi sulla politica urbanistica a lungo termine, mi pare che sia chiaro il nostro proponimento di affrontare tempestivamente con spirito realistico i problemi di fondo.
Il tema della scuola ha offerto lo spunto, nel corso di questo dibattito, per rilievi di carattere generale e per notazioni di carattere tecnico. Ma non sono emerse posizioni negative in assoluto.
In effetti, il tema della scuola coinvolge in maniera così profonda tutte le forze politiche e sociali, che nessun apporto potrebbe essere rifiutato aprioristicamente dal Governo, purché fondato su di una larga e articolata concezione del ruolo della stessa scuola nella società.
L'onorevole Mauro Ferri con affermazioni in positivo, e l'onorevole Malagodi con enunciazione di interrogativi, si richiamano alla consapevolezza che la scuola, ed a maggior ragione la sua riforma, non può essere concepita né come subordinata né come staccata dai complessi processi dello sviluppo sociale.
Certo, la scuola deve essere luogo di formazione culturale e critica e non di semplice trasmissione di nozioni. Solo così essa diventa sede di autentica elaborazione di valori.
In questa scuola critica ed aperta, fondata sull'autonomia e sulla partecipazione, vengono anche posti i fondamenti della responsabilità del cittadino. Naturalmente, una scuola così intesa non può che respingere ogni discriminazione sociale.
Dall'intervento dell'onorevole Nicosia noi possiamo trarre lo spunto per ribadire che non si può indulgere alla difesa nostalgica di preminenze di singoli ordini di scuole, anche se avvertiamo che una società in sviluppo, soprattutto in conseguenza del progresso scientifico, ha bisogno di un ulteriore apporto di animazioni che scaturiscono anche da una grande tradizione culturale.
All'onorevole Donat-Cattin posso assicurare che le dichiarazioni programmatiche rispondono ai suoi interrogativi sulla riforma universitaria, sia per quanto riguarda la necessità di attribuire ai docenti un ruolo funzionale e non gerarchico, sia per quanto riguarda la revisione dei concorsi, in modo da eliminare qualsiasi cristallizzazione di potere. Così pure nella realizzazione di un biennio unitario, dopo la scuola dell'obbligo, si contrasterà qualsiasi aspetto potenzialmente discriminatorio, mediante la più agevole possibilità di correzione delle scelte in rapporto alle autentiche vocazioni che via via maturano.
Naturalmente, né nelle dichiarazioni programmatiche né in questa replica è possibile scendere al massimo dettaglio, tanto più che ci è stato fatto carico proprio di una eccessiva specificazione. Quando saranno presentati i disegni di legge sarà agevole verificare la rispondenza di essi alle linee indicate dal Governo.
Se è vero che il nostro obiettivo prioritario è quello di instaurare un rapporto corretto fra scuola e società, riteniamo che ciò possa essere ottenuto tenendo fermi i princìpi già enunciati dell'autonomia, della partecipazione e del diritto allo studio.
È un tema, questo del diritto allo studio, rispondente ad una esigenza così profondamente avvertita dal Governo, che ci è sembrato doveroso dare subito una risposta alla volontà politica di affrontarlo, anche se non ci nascondiamo che la sua imponente dimensione richiederà un crescente ma graduale impegno. Ieri appunto il Consiglio dei ministri ha approvato nuove norme e nuovi stanziamenti per l'attribuzione dell'assegno di studio universitario.
Tenendo dunque fermi questi princìpi, quella contestazione, che oggi trova alimento e parziale giustificazione nella polemica verso strutture certamente arretrate, troverà uno sbocco non solo autenticamente democratico, ma anche altamente creativo nell'opera di riforma della scuola.
Ma la tensione ed il fermento degli ambienti giovanili in Italia ed in altri paesi del mondo non riguardano solo la scuola: essi richiedono, anche negli altri campi, una risposta sollecita, non evasiva né rinunciataria.
Ha ragione l'onorevole Piccoli quando rileva acutamente che queste tensioni sono anche il risultato di una crescita del paese: una crescita certamente incompleta, squilibrata, ma pur sempre segno di avanzamento generale del paese. È una crescita che fa scattare tensioni e mette in evidenza stati di disagio, di inquietudine e di impaziente anticipazione che, come giustamente ha rilevato l'onorevole Mauro Ferri, non riguardano solo i giovani, ma anche vaste categorie di lavoratori, di contadini e di cittadini a cui non si può rispondere solo delineando prospettive di progresso economico, di efficienza istituzionale, di democrazia formale, ma anche dando un contenuto ideale ed una tensione morale all'azione di ogni giorno.
La carica eversiva che si diffonde nel paese, pur alimentata da ben precisi interessi politici, può stimolarci a costruire il nuovo; essa, però, può anche distruggere, insieme col vecchio, il nuovo che stiamo faticosamente costruendo.
Noi, per parte nostra, rimanendo sempre aperti alla esplorazione di ogni ragionevole prospettiva di rinnovamento, ci guarderemo bene dall'illudere i giovani con miracolistiche promesse di palingenesi totale.
Anzi, cercheremo di sollecitare i giovani alla più concreta partecipazione, anche nei campi più modesti ed apparentemente meno entusiasmanti.
L'avvio, dato dal Governo Moro con la costituzione di un apposito comitato, allo studio di una politica della gioventù, potrà rappresentare uno dei campi di verifica delle energie giovanili.
Il nuovo che essi cercano, lo potranno trovare non isolandosi nel limbo della contemplazione ideologica, o inseguendo il mito dell'azione diretta, bensì assumendo virilmente responsabilità di scelte e sviluppando un autonomo contributo all'attuazione delle stesse.
Nel quadro dei più vasti problemi istituzionali, alla cui soluzione si ispira l'azione programmatica del Governo, non comprendo l'osservazione dell'onorevole Guarra secondo cui avremmo trascurato temi costituzionali di fondo, così come non mi spiego, sotto un diverso profilo, i rilievi svolti dall'onorevole Malagodi.
All'onorevole Malagodi vorrei esprimere il mio stupore nel vedere tanto decisamente contrastati i punti del programma del Governo nei quali si esprime la volontà politica di attuare istituti fondamentali del sistema costituzionale.
Prendiamo ad esempio il tema del referendum. L'onorevole Malagodi lo vede in funzione di un problema certo rilevante come quello del divorzio, su cui si è intrattenuto con osservazioni meditate anche l'onorevole Cervone. Ma non vede l'onorevole Malagodi, nella volontà dichiarata di dar pronta attuazione all'istituto del referendum, non solo la intenzione di rispettare un chiaro precetto costituzionale, ma di attuare uno degli strumenti di partecipazione, giustamente immaginato dai costituenti per dare al popolo italiano la possibilità di esprimere la sua volontà in modo diretto su temi ed entro limiti che la Costituzione stabilisce, quando una rilevante parte di cittadini lo ritenga opportuno? Questo è il valore proprio del referendum che si inserisce in modo così vivo, proprio ora, in una realtà che i costituenti avevano certo acutamente preveduto, ma di cui oggi sentiamo tutta l'attualità.
Sul problema dell'Alto Adige, ringrazio per il contributo specifico che ha dato l'onorevole Riz, e confermo che l'auspicio contenuto nelle dichiarazioni programmatiche, che «sia possibile formulare al più presto una globale proposta di soluzione di quei problemi», è l'espressione della volontà del Governo di procedere con ogni sollecitudine negli atti di propria competenza sulla linea e secondo i punti precisi che hanno già ottenuto l'approvazione del Parlamento nella precedente legislatura.
È, cioè, ferma intenzione del Governo di proporre al Parlamento quelle nuove misure autonome che, anche sulla base delle proposte elaborate dalla commissione governativa di studio dei 19, si saranno dimostrate adatte a risolvere i particolari problemi politici della regione Trentino-Alto Adige ed in particolare della provincia di Bolzano e che, nel contempo, risulteranno chiaramente efficaci anche per un superamento definitivo e pacifico della controversia con l'Austria intorno all'attuazione dell'accordo di Parigi del 1946.
Il Governo intende porre la sua iniziativa in un quadro prioritario che è certamente rapportato alla viva attesa solidalmente espressa dalle popolazioni direttamente interessate e di cui si è reso qui appassionato interprete anche l'onorevole Piccoli.
Quelle popolazioni sentono l'esigenza di potersi dedicare con maggiore serenità ed apertura ai problemi dello sviluppo sociale ed economico, e vi è certamente in tutti la convinzione che uno stato di incertezza prolungato nel tempo toglie vigore a quell'azione responsabile che insieme dobbiamo concretare: essa è destinata - in solidarietà e in lealtà reciproca - ad aprire una nuova fase di rapporti interni pienamente degni dei princìpi costituzionali che anche l'onorevole Riz ha qui ricordato.
Per quanto riguarda il problema della costituzione per legge, in base ad una nuova iniziativa legislativa, di una Commissione parlamentare di inchiesta sui fatti connessi al funzionamento degli organi competenti in materia di tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza, non ho che da ribadire quanto da me dichiarato nelle dichiarazioni programmatiche.
Confermo in questa occasione che i nostri servizi di sicurezza assolvono, nel pieno rispetto dei limiti che gli sono propri e sotto la esclusiva direzione delle competenti autorità politiche e militari nazionali, ai compiti essenziali di tutela della sicurezza. E confermo altresì la fiducia del Governo nelle forze armate della Repubblica, che, sotto la responsabilità politica degli organi costituzionalmente competenti, sono poste a presidio della indipendenza del paese, della sua pace, della sua sicurezza, a tutela di quel libero ordinamento democratico per il quale il popolo italiano ha così vivamente sofferto e combattuto.
Alla loro efficienza, pur nei limiti posti dalle esigenze del bilancio e della politica generale del paese, il Governo non mancherà di dedicare la dovuta attenzione.
Anche per l'ordine pubblico restano valide le dichiarazioni rese in sede di esposizione del programma. Nel corso del dibattito il tema è stato sollevato dagli onorevoli Amendola, Covelli, De Lorenzo e Malagodi, con valutazioni assolutamente contrastanti.
Non credo però che un tema così delicato possa sfuggire ad una precisa assunzione di responsabilità da parte del Governo e delle forze politiche. L'esigenza di assicurare l'ordine pubblico riflette un bisogno primario di qualsiasi comunità organizzata. E il Governo deve riaffermare l'assoluta necessità del rispetto della legalità per la stessa tutela dei diritti fondamentali dei cittadini.
Certamente è essenziale che gli organi pubblici seguano con civile cura, assumendo le iniziative opportune, gli avvenimenti che possono dar luogo a turbamenti o pericoli, specie in relazione a delicate situazioni attinenti al mondo del lavoro e alle sue necessità.
Questa azione deve concretarsi, attraverso il più diretto contatto con i cittadini, in atti di sollecita comprensione e, se possibile, in una attività di mediazione condotta in modo da prevenire i più acuti contrasti.
In questo senso, e nel più ampio rispetto dell'esercizio delle libertà di associazione, di riunione e di manifestazione, è fermo impegno del Governo di evitare che si travalichi il limite della legalità e dell'altrui libertà verso forme di violenza sempre deprecabili.
Confermo che ogni opportuno mezzo verrà utilizzato per salvaguardare tutte le vite umane, la cui perdita è sempre dolorosa e causa, a sua volta, di ulteriori tensioni.
Ma torno anche a fare appello al senso di responsabilità di tutti.
Le libertà civili, sindacali e politiche trovano sicura garanzia nel complesso assetto dell'organizzazione costituzionale dello Stato, ma la tutela dei diritti degli individui e delle associazioni si realizza compiutamente con l'esercizio secondo legge delle funzioni degli organi pubblici. Naturalmente lo Stato deve svolgere un'attività vigile e continua di sostegno, di prevenzione, che non solo eviti l'insorgere dei conflitti, ma ne rimuova possibilmente le cause e ne contenga le manifestazioni e gli eccessi più clamorosi. Ecco perché lo Stato deve essere avvicinato, nei suoi istituti e nelle sue articolazioni, sempre più al cittadino. Una partecipazione più seria, un più penetrante rapporto crea tra lo Stato e i cittadini un vincolo di comprensione e di rispetto che è fondamento del vivere democratico.
Con riguardo ai problemi della giustizia, sono concorde con quanti hanno rilevato che particolare impegno dovrà porsi nella soluzione del problema del nuovo ordinamento giudiziario, nell'intento di assicurare all'amministrazione della giustizia le condizioni necessarie per garantirne il miglior funzionamento, anche in riferimento alla posizione del pubblico ministero quale risulta dopo la recente sentenza della Corte costituzionale.
Adeguata soluzione, e qui mi riferisco in particolare agli interventi degli onorevoli Guarra e Revelli, troveranno i problemi relativi alla distribuzione dei magistrati negli uffici giudiziari, ad una più valida assistenza degli ausiliari e ad un miglioramento delle attrezzature in genere, presupposti necessari perché la giustizia sia rapida ed efficiente.
Nel predisporre i provvedimenti per la soluzione di tali problemi il Governo avrà cura, nel rispetto delle reciproche competenze, di mantenere i necessari collegamenti con gli altri organi dello Stato e, in special modo, con il Consiglio superiore della magistratura, dal quale confida di ricevere illuminato con tributo di studi e di proposte. Il Governo terrà anche nel dovuto conto le valutazioni e i voti che vengono espressi dagli organismi associativi dei magistrati.
Una risposta devo, infine e da ultimo, all'onorevole Malagodi, che é stato, con l'onorevole Piccoli, il solo a richiamare il tema dei rapporti fra Stato e Chiesa e quello della revisione del concordato.
L'accenno dell'onorevole Malagodi è stato rapido, proprio - consenta anche a me un po' di malizia - per dare più forza all'insinuazione, che è quella di credere che noi non vogliamo mai portare a compimento la revisione del concordato, fatta immaginare forzando artificiosamente e in modo poco corretto, data la delicatezza del tema, le parole da me pronunciate in sede di esposizione del programma.
Confermo quindi che il Governo è deciso a dare attuazione al voto espresso dal Parlamento.
Ma l'insinuazione va più in là, mira più a fondo, ed è una polemica vecchia ma cara all'onorevole Malagodi sulla autonomia dei cattolici impegnati in sede politica, sulla loro presunta inidoneità a gestire la responsabilità dello Stato garantendo la sua sovranità e la sua autonomia. Mi pare di poter dire tranquillamente che una tale polemica non regge alla prova dei fatti, e ne ha dato responsabile testimonianza nel suo intervento l'onorevole Mauro Ferri.
Onorevole Presidente, onorevoli deputati, io credo che la risposta a quanti hanno parlato in termini di opposizione venga proprio dal programma e dalla volontà politica che animano e caratterizzano la maggioranza ed il Governo che essa esprime, e che hanno per obiettivo, come ho detto, di rimettere in moto la politica costituzionale ed istituzionale, che è il solo metro sul quale si misurano le forze politiche e la loro idoneità a garantire l'autonomia dello Stato e a dare anima alla faticosa costruzione d'una società più giusta e più libera.
L'impegno, forse ambizioso e tuttavia urgente e necessario, è dunque di mettere in moto le nostre istituzioni per dare uno sbocco e una direzione democratica alle tensioni in atto. Non mi nascondo certo le grandi difficoltà, i limiti obiettivi, la complessità stessa dei problemi. Ma sforzarci di fare questo è necessario per un paese come il nostro, nel cui interno sono grandi e gravi scompensi e squilibri. Essa è l'unica strada per evitare il rischio della radicalizzazione, dell'immobilismo o della fuga in avanti. E il solo modo possibile per impegnare la corresponsabilità dei cittadini, delle forze sociali e delle categorie in uno sforzo di autentica solidarietà nazionale. E il solo modo possibile per chiedere fiducia a tutti i ceti, e in modo particolare ai ceti più deboli e disagiati, alle organizzazioni sindacali, di cui vogliamo e desideriamo esaltare il ruolo di promozione dei valori umani nel mondo del lavoro e la funzione di collaborazione col Parlamento e col Governo in una politica di sviluppo civile e democratico.
La nostra vuol essere, dunque, prima di tutto una politica. Ed io devo dare qui atto ai rappresentanti della democrazia cristiana, del partito socialista italiano, del partito repubblicano, dell'impegno e del senso di responsabilità con cui hanno superato interne ed esterne difficoltà, del significato così autorevolmente colto dagli onorevoli Mauro Ferri, La Malfa e Piccoli, di raccolta e di ripresa fiduciosa, e non di rassegnata necessità, che ha, e deve avere, questo Governo.
Per parte mia dirò la mia convinzione che è riportando il dibattito politico su ipotesi di lavoro di grande respiro, impegnandolo appunto sui temi propri di una politica istituzionale, che le forze politiche possono esprimere appieno la propria consistenza sociale e politica, confrontarsi e scontrarsi sui problemi reali, ristabilire, se è necessario, e rafforzare comunque nel profondo il circuito di fiducia con la vasta opinione pubblica. Se la larga piattaforma, anche in relazione agli equilibri interni dei partiti di maggioranza, sulla quale si fonda il Governo, potrà costituire un utile contributo a tale scopo, questo rappresenterà un non piccolo contributo.
E' quello che personalmente mi auguro possa avvenire, e non certo per pressione e per interferenza — che sarebbero inammissibili — del Governo sui partiti, ma come frutto e conseguenza naturale di un suo modo di affrontare i problemi e di esercitare il potere e di assolvere al dovere di governare.
Il paese non ha di fronte a sé il vuoto politico, onorevole Amendola. Ha un Governo, ha una maggioranza organica, un programma, una volontà politica.
Ha soprattutto la grande forza ideale della democrazia cristiana, del partito socialista e del partito repubblicano, il sostegno di milioni di cittadini e di lavoratori, la enorme, ineguagliabile riserva delle energie morali e civili della nazione.
Da essi il Governo attende animazione e stimolo perché la sua azione sia ordinata, efficace e aderente alle speranze e alle attese.
Onorevoli colleghi, al termine di questa serrata discussione che conclude il dibattito parlamentare sulle dichiarazioni programmatiche, rinnovo a voi tutti, a coloro specialmente che hanno recato un così alto e vivo apporto di idee, anche se critiche, il mio più vivo ringraziamento.
In questo dibattito si è espressa, ancora una volta, l'alta funzione del Parlamento, a cui si riferirà con profondo rispetto il Governo, se esso otterrà la vostra fiducia, come alla sede più alta in cui si esprime la sovranità popolare.
Non ebbi ritegno a dire, nelle mie dichiarazioni programmatiche, che ho piena consapevolezza che questo Governo deve affrontare problemi gravi ed urgenti ed estremamente impegnativi in un tempo difficile.
I miei colleghi del Governo ed io sappiamo quindi che ci incombe una gravosa responsabilità, cui dobbiamo far fronte. Di questa responsabilità si sentono investite anche le forze di maggioranza che hanno espresso questo Governo.
Ma sappiamo soprattutto che Governo, partiti, forze politiche sono oggi chiamati a dare una prova di credibilità al paese, che attende da esse una interpretazione comprensibile della funzione di sintesi e di guida che è il loro compito proprio. Sta proprio qui il tema vero della nostra fatica e l'esigenza di impegnare ogni nostra risorsa.
Siamo di fronte ad un paese cresciuto, ad un popolo che, come dissi al Senato, viene acquistando sempre più diffusamente la piena coscienza del diritto alla responsabilità. Dobbiamo trovare il modo di associare tutto il popolo italiano al nostro impegno, perché collabori con noi a superare una fase difficile e grave della nostra esperienza democratica e repubblicana.
In ciò sta la possibilità di trasformare inquietudini e disagi profondi in partecipazione, come espressione responsabile e viva d'un modo nuovo e più necessario di essere della convivenza democratica.
Ma tocca a noi - col nostro modo di gestire il potere, di dibattere i problemi, di tradurre in realtà il nostro sforzo inventivo trovare il linguaggio - dei fatti e delle parole - che sia persuasivo per la coscienza dei cittadini.
Per parte nostra cercheremo con dedizione di assolvere al nostro dovere, convinti che gli ideali di libertà, di pace, di progresso che animano e muovono la democrazia sono nella coscienza civile degli italiani il punto di incontro e di comprensione reciproca.
Perseguire quegli ideali e tradurli in realtà, nella misura che ci sarà possibile, è il nostro intendimento. Chiediamo per questo, onorevoli colleghi, la vostra fiducia (Vivissimi applausi al centro e a sinistra).

On. Mariano Rumor
Camera dei Deputati
Roma, 23 dicembre 1968

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di lunedì 23 dicembre 1968)


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