LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LE CONSEGUENZE DELLE ELEZIONI DEL 1968: INTERVENTO DI ALDO MORO AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 21 novembre 1968)

Le elezioni politiche del 1968, con la tenuta della DC e la crescita delle opposizioni, generano alcune conseguenze all'interno della Democrazia Cristiana, tra cui la rottura della maggioranza del X° Congresso nazionale del Partito, svolto a Milano l'anno precedente. Infatti, Aldo Moro annuncia nel Consiglio Nazionale della DC del 20-25 novembre 1968 la sua collocazione autonoma all'interno del Partito, uscendo dalla maggioranza congressuale costituita da dorotei, fanfaniani e andreottiani. Moro ha guidato, nella legislatura precedente le elezioni del maggio 1968, i primi governi di centro-sinistra organico DC-PSI-PSDI-PRI. Segretario politico della DC è ancora Mariano Rumor.

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Cari amici,
mi limiterò ad alcune osservazioni che sono suggerite dall'attuale momento politico, lasciando da parte ogni valutazione critica ed ogni polemica sul passato. Il soffermarsi su quel che è avvenuto sin qui non serve infatti ad agevolare l'assolvimento del compito urgente ed importante che oggi incombe su di noi: la ricostituzione della solidarietà tra i Partiti della coalizione di centro-sinistra e la formazione di un governo al quale essi partecipino, il più possibile, con delegazioni largamente rappresentative. E' questa, ora, la cosa che più conta. Deve essere nostra cura creare condizioni, le quali rendano possibile la più efficace ripresa dell'iniziativa politica indicata dal corpo elettorale. E' mio sentito dovere esprimere, proprio mentre sembra profilarsi una normalizzazione politica, un cordiale ringraziamento al Presidente Leone, il quale con l'opera sua ha reso meno drammatico il difficile periodo di incertezza e di attesa seguito alle elezioni del 19 maggio. Desidero altresì ringraziare il Segretario politico on. Rumor per le parole gentili che ha voluto indirizzarmi e dirgli come io abbia ascoltato con attenzione ed apprezzamento la sua relazione introduttiva.
Dobbiamo dunque costituire un Governo di coalizione. Si tratta di riguadagnare il tempo che è andato perduto, di riconquistare fiducia nella nostra forza, nella nostra capacità d'interpretare e dominare la realtà sociale, nella nostra funzione nella vita nazionale, di evitare, senza più ripensamenti, quel vuoto politico che, alla lunga, mette fatalmente in crisi la democrazia. E' appunto il vuoto politico che a più riprese ci si è presentato come una tentazione ed un rischio, sempre, per fortuna, respinti, sin dal momento nel quale una nuova formula di Governo, ma soprattutto una nuova politica si sono affermate, al fine di dare larga base al potere politico, di riflettere più compiutamente esigenze ed attese della nostra società, di guidare in modo autorevole e comprensivo il moto di progresso del popolo italiano. E' stata, quella, per tutti una scelta difficile, ma consapevole e libera. Essa si è riproposta nel tempo ed è stata sempre confermata con una decisione tanto più netta, quanto più chiaramente giustificata da un rigoroso e spregiudicato esame. Essa appare, fortunatamente, valida ancor oggi dopo la più grave crisi attraversata, all'indomani delle elezioni, dalla politica di centro-sinistra, la quale viene accettata, ancora una volta, contro il grave rischio del vuoto politico, ma soprattutto nel suo positivo e genuino significato. Si evita il vuoto con ferma volontà e spirito di unità e cioè una solidarietà operosa nascente dalla consapevolezza del compito comune da adempiere nella vita nazionale. Se, malgrado differenze non certo annullate, ma composte in aderenza alla realtà delle cose ed alle esigenze del Paese, è riscontrabile una sufficiente omogeneità di posizioni e di prospettive, e comunque maggiore di qualsiasi altra che possa essere in astratto configurata, vi è la possibilità, ed insieme il dovere, di una determinante iniziativa politica, quale è quella che si è avuta in questi anni e che, fortunatamente, sembra sul punto di essere ripresa. La continuità di questo impegno, con un solo intervallo che è valso del resto a sottolinearne la necessità e la fecondità, è stata ed, io spero, sarà ancora a base della stabilità politica, bene prezioso per il nostro Paese, fondamentale garanzia contro ogni avventura. Stabilità vuol dire la presenza, in ogni momento, di una guida politica sicura e aderente alle necessità della Nazione. Stabilità vuol dire del resto, poiché non si tratta di un'alleanza quale che sia, slancio rinnovatore in un autentico ordine democratico, un adeguare la direttiva politica e l'autorità dello Stato all'impulso di una società vibrante ed inquieta nel vagheggiamento di alti ideali umani e di obiettivi di giustizia. Se la stabilità politica è essenziale, se è la condizione di ogni progresso civile, non si può certo dire che essa sia pagata a troppo caro prezzo. Senza una guida ed un ordine che componga i conflitti sociali ad un livello sempre più alto di giustizia, nessuna società può vivere e progredire. Essa non comporta dunque immobilità ed indifferenza al moto incessante della storia. In tali condizionala stabilità politica, di per se sola, non esisterebbe. Non vi fu ieri stabilità a costo dell'inerzia, anche se è innegabile una gradualità di obiettivi da raggiungere. E tanto meno lo sarà domani, mentre la nostra società si va facendo più esigente e più veloce il moto di sviluppo del popolo italiano. Per evitare delusioni, sarà certo opportuno rendere ragionevolmente definiti e realizzabili i programmi, delimitare l'area del progresso perseguito entro i limiti delle effettive possibilità. Ma non va mai svalutato quel che si va facendo man mano; non vanno sminuite conquiste faticosamente realizzate sino a mettere in crisi, per sfiducia, la stessa capacità e volontà di guida politica, che si esplica, fatalmente, tra grandi difficoltà. Una vera stabilità politica non è dunque frutto di coercizione e di cristallizzazione. Per quanto grandi possano essere le difficoltà che si oppongono ad una profonda trasformazione della realtà sociale, per quanto delicato sia il processo mediante il quale uno Stato democratico traduce il moto di progresso in una pacifica evoluzione che si svolga appunto nel binario della legge e con gli strumenti innovativi offerti da una democrazia veramente aperta, è essenziale che le esigenze crescenti e pressanti di una società viva abbiano la loro graduale, ma piena soddisfazione. Non ci si può dunque fermare. Non è impossibile accelerare il ritmo delle realizzazioni e rendere più intensa, come i tempi richiedono, com'è nel profondo dell'anima popolare, la vita democratica, e cioè il libero, giusto ed umano assetto della vita sociale dalla comunità nazionale a quelle, man mano, più vaste fino ad abbracciare l'intera famiglia umana. In vista di questo obiettivo possiamo dire che vi sono ora condizioni più propizie che non in passato. Siamo dunque impegnati ad una grande opera di rinnovamento, di liberazione dell'uomo e di giustizia. E' bene questa finalità che ha reso possibile e giustificato il sorgere della coalizione di centro-sinistra, la quale, tuttora non completamente esplorata nelle sue grandi possibilità, non è stata e non è una qualsiasi composizione di forze diverse per l'esercizio del potere, ma un incontro reso possibile e richiesto dalla moderna società italiana, adatto per rifletterne e favorirne l'ansia di rinnovamento e di evoluzione umana. Questa ansia è ora diventata meno dominabile; si è tradotta in protesta imperiosa ed impaziente, ha messo a dura prova forze politiche le quali hanno una carica di libertà almeno non inferiore a quella di qualsiasi altra, ma in più il compito di una realizzazione effettiva, di un contemperamento sapiente delle diverse esigenze, di una garanzia inflessibile che il moto, il quale scuote dal profondo la nostra società, non metta, nel suo impeto, in forse il gioco democratico. Esso dovrà continuare, al di là delle inevitabili tensioni, a svolgersi indisturbato, espressione esso stesso di una civiltà veramente umana e capace di fare emergere quelle vitali ed utili novità che esso, ed esso solo, può dare.
Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai. Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d'ombra, condizioni d'insufficiente dignità e di insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l'ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze all'intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi ad un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità. Vi sono certo dati sconcertanti, di fronte ai quali chi abbia responsabilità decisive non può restare indifferente: la violenza talvolta, una confusione ad un tempo inquietante e paralizzante, il semplicismo, scarsamente efficace di certe impostazioni sono sì un dato reale ed anche preoccupante. Ma sono, tuttavia, un fatto, benché grave, di superficie. Nel profondo, è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia. Di contro a sconcertanti e, forse, transitorie esperienze c'è quello che solo vale ed al quale bisogna inchinarsi, un modo nuovo di essere nella condizione umana. E' l'affermazione di ogni persona, in ogni condizione sociale, dalla scuola al lavoro, in ogni luogo del nostro Paese, in ogni lontana e sconosciuta Regione del mondo; è l'emergere di una legge di solidarietà, di eguaglianza, di rispetto di gran lunga più seria e cogente che non sia mai apparsa nel corso della storia. E, insieme con tutto questo ed anzi proprio per questo, si affaccia sulla scena del mondo l'idea che, al di là del cinismo opportunistico, ma, che dico, al di là della stessa prudenza e dello stesso realismo, una legge morale, tutta intera, senza compromessi, abbia infine a valere e dominare la politica, perché essa non sia ingiusta e neppure tiepida e tardiva, ma intensamente umana. Ebbene noi fronteggiamo, come forze di Governo, come investiti della più alta ed impegnativa responsabilità, questo mondo esigente con un rigore finora sconosciuto.
In una condizione come questa chi si potrà stupire che la protesta e l'attesa, almeno in un primo tempo, più facilmente si incanalino, non senza punte polemiche, nell'opposizione piuttosto che nella maggioranza, nelle forze che chiedono e non in quelle che alla richiesta debbono corrispondere con l'assolvimento di un compito costruttivo, tanto più difficile, in quanto per esso pure dev'essere cambiato il mondo, ma in una visione d'insieme, nell'ordine e nella pace ?
Nella pace creativa, dico, non nell'inerzia di una rassegnata ingiustizia. Queste cose ci ha detto il voto del 19 maggio. Esso ci chiede di accelerare il cammino, se possibile di bruciare le tappe, di essere, in una seria autocritica, in qualche misura, forze di opposizione noi stessi. Esso però non ci esime, pur nel ritmo nuovo che si impone, di essere forze di governo, responsabili cioè e tuttavia di una responsabilità che non sia messa in crisi dall'accusa o, anche solo, dal sospetto d'insensibilità ed impotenza. Questo è il problema politico di oggi ed è, in una certa misura, anche un problema spirituale ed umano.
Non si tratta solo di essere più efficienti, ma anche più profondamente capaci di comprensione, più veramente partecipi, più impegnati a far cogliere in noi non solo un'azione più pronta, ma un impegno di tutta la vita, un'anima nuova che sia all'unisono con l'anima del mondo che cambia, per essere migliore e più giusto.
Il nostro dovere è oggi dunque estremamente complesso e difficile. Perché siamo davvero ad una svolta della storia e sappiamo che le cose sono irreversibilmente cambiate, non saranno ormai più le stesse. Vuol dire questo che siamo per essere travolti dagli avvenimenti ? vuol dire questo che non vi siano binari da apprestare, leggi giuste da offrire alla società italiana, istituzioni capaci di garantire il moto della storia, incanalandolo perché non approdi alla anarchia, alla dispersione, alla delusione ? Certamente no. Noi dobbiamo governare e cioè scegliere, graduare, garantire, ordinare, commisurare l'azione ai rischi che sono tuttora nella vita interna ed internazionale, ma sapendo che il mondo cambia per collocarsi ad un più alto livello. Certo noi opereremo nei dati reali della situazione, difendendo, contro il disordine, la libertà, l'ordine e la pace.
Ma dovremo farlo, e questo è il fatto nuovo e difficile della nostra condizione, con l'animo di chi, consapevole delle strette politiche e delle ragioni del realismo e della prudenza, crede profondamente che una nuova umanità è in cammino, accetta questa prospettiva, la vuole intensamente, è proteso a rendere possibile ed accelerare un nuovo ordine nel mondo. E se questo senso di fede, di disponibilità e di attesa dev'essere proprio di un governo democratico oggi, quanto più questa tensione verso l'avvenire dev'essere nei partiti che, per loro natura, mediano tra la realtà del presente, con la quale in larga misura si cimentano i governi, e la prospettiva di sviluppo, quel salto di qualità che si coglie irresistibile nella coscienza degli uomini e dei popoli ! In questa luce conviene ripensare alla programmazione, alle mete di civiltà e di giustizia che essa propone, all'arricchimento e progresso che essa sollecita, alla mobilitazione delle energie che richiede, alla coscienza civica ed al senso di responsabilità che essa domanda ad uomini e gruppi sociali alla valorizzazione, utile e doverosa, anche della libertà d'iniziativa, alla funzione indeclinabile dello Stato come garante degli interessi generali della comunità e realizzatore di giustizia per tutti gli uomini, tutti i gruppi, tutti i settori economici, tutte le zone, tutte le città, antiche e nuove, del nostro Paese.
In questa luce le Regioni dovrebbero apparire un modo autenticamente nuovo di essere della nostra esperienza politica, un fondamentale strumento di liberazione, un indispensabile decentramento del potere, un genuino ed efficace raccordo con la società italiana. Un'articolazione insomma destinata a travolgere il dato mortificante del centralismo, in qualche misura, burocratico, per dare più ampio respiro ad uomini, gruppi, comunità in un pluralismo reale e fecondo come espressione irriducibile della nuova dimensione dell'uomo. Questo dovrebbe essere il cardine di una più profonda esperienza democratica quale i tempi richiedono, senza peraltro rinunziare all'aggiornamento nel senso della libertà dell'ordinamento giuridico ed istituzionale dello Stato ed alla efficace partecipazione, ma senza rinuncia ad una umanizzazione del sistema economico e del lavoro, alla grande competizione dell'Italia con gli altri popoli.
Gli avvenimenti, soprattutto degli ultimi mesi, pongono nel massimo rilievo i problemi della scuola. Su di essi, in primissima linea, dovrà cimentarsi la rinnovata coalizione di centro-sinistra, la quale dovrà trovare rapidamente una comune convinzione e valutazione, apparsa sovente difficile e tardiva nella passata legislatura. Una linea cioè che costituisca la solida base di un ampio e libero dibattito parlamentare, essendo questo uno dei temi nei quali più agevole ed utile potrà essere un serio confronto con le tesi delle opposizioni, senza naturalmente abdicazione ai compiti di guida che son propri del Governo nella stessa attività legislativa, ma senza irrigidimenti e cristallizzazioni di opinione. Alla scuola, in Italia invecchiata negli ordinamenti ancor più che deficiente di attrezzature, e nell'ordine secondario non meno che in quello universitario, è interessata in modo acuto e vitale l'intera comunità nazionale. Gli indirizzi sono naturalmente: una scuola aperta e degna di una democrazia ed anzi una stessa espressione ed impulso ad una vita democratica completa; una adeguata risposta alle vocazioni personali ed alle esigenze sociali; un alto grado di autonomia istituzionale anche in vista di un intenso dialogo nella comunità scolastica e con la società tutta intera. La scuola è certo, con il suo culmine universitario, preparazione alla vita ed attesa dell'avvenire, ma è vita essa pure con una particolare lucidità intellettuale e ricchezza d'impegno morale e civile. Alla scuola, come del resto ad ogni altra manifestazione giovanile, la classe politica deve avvicinarsi con profondo e non formale rispetto. I giovani hanno un loro mondo: sono chiamati ad elaborare da sé le proprie convinzioni ed i propri ideali, tenendo conto, solo come un dato, della esperienza delle altre generazioni; essi sono una componente autonoma, importante, influente in una realtà sociale che ogni giorno più loro appartiene e deve perciò esprimerne valutazioni ed aspirazioni. In questo campo, ma anche altrove, specie nel mondo del lavoro, dove hanno operato ed operano con indubbio beneficio per lo sviluppo democratico del Paese, forze sindacali e para-sindacali, emerge il fatto ed il valore della partecipazione cioè della presenza attiva e consapevole nella società civile di ogni persona in modo autonomo e qualche volta anche preminente nei confronti dell'esercizio del potere politico attraverso i canali, essenzialmente di partito e parlamentari, nei quali il potere di decisione si esprime. Questa sorta di proposta sociale, la quale è già in larga misura una decisione che anticipa e condiziona quella propriamente politica, questa democrazia diretta sociale prima che politica, ma politicamente influente, è un fatto nuovo ed irreversibile. Non si tornerà all'assenteismo; non si tornerà al dominio eccessivo della società politica sulla società civile. E tuttavia è nostra responsabilità, oltreché di arricchire, come abbiamo detto, il libero ed ordinato gioco democratico di tutti i possibili contenuti innovatori, di integrare la accresciuta vivezza della partecipazione umana alla società con il rispetto e la salvaguardia, nei suoi propri compiti, del potere politico, come espressione del suffragio universale e capace di ricondurre alla unità secondo giustizia tutte le spinte sociali, che, pur valide in se stesse, potrebbero, al di fuori di quella disciplina, rendere particolare e corporativa una società che tale non può essere, se dev'essere totalmente libera ed umana.
A tutte queste cose deve provvedere sapientemente e con grande apertura e responsabilità la maggioranza che sta per costituirsi ed il Governo al quale essa sta per dare vita. Una maggioranza definita ed autonoma nella dialettica politica e parlamentare. Questo schema dev'essere rispettato, se si vuole che la democrazia viva, non sia travolta cioè dalla confusione e non perda l'autorità necessaria alla guida del Paese (perché anche la democrazia è autorità morale e comando legittimato dal consenso) sotto la pressione di spinte contraddittorie. Noi della coalizione siamo tutti, pur con le naturali varietà, differenziati polemicamente nei confronti del Partito comunista per idealità e programmi politici. E' un dato acquisito, mi pare, qui e fuori di qui, che non è concepibile una gestione comune del potere tra noi ed il Partito comunista, con i suoi inquieti alleati.
Non ho, a questo proposito, che da riportarmi al mio discorso congressuale di Milano, egualmente netto nel respingere la ipoteca di una nuova maggioranza come nel sottolineare il ruolo proprio dell'opposizione tutta intera ed in essa, per la sua forza e la sua capacità rappresentativa, benché non esente da rilevanti contraddizioni, del Partito comunista. L'esito delle elezioni che ha in parte convogliato nelle file comuniste le forze della protesta e del radicale rinnovamento, aggiunge attualità ad un rapporto dialettico che è un doveroso atto di coraggio della coalizione e strumento essenziale del suo affermarsi in un impegnativo confronto con il Partito comunista in ordine ai problemi vitali della nostra società, tenendo conto delle attitudini di ciascuna forza politica a darne soluzioni umane e valide. In questo quadro, che è quello proprio del sistema democratico-parlamentare può essere data attenta considerazione, senza alcun complesso d'inferiorità, ai fermenti ed alle attese che il Partito comunista mette in movimento, pur con la pesante esasperazione propria delle opposizioni radicali e non dominate dal senso di responsabilità di chi deve davvero ordinare la vita sociale in movimento. Questo confronto non è di oggi, anche se la presente situazione psicologica e politica dell'Italia e del mondo lo rende più attuale. La sua radice è nella nostra antica vocazione democratica, nel fatto che la Democrazia Cristiana, come del resto i partiti democratici, ha creduto sempre nella libertà e non nella coercizione ed ha voluto misurarsi e vincere, non dicendo un “no” pregiudiziale al proprio potente e duro avversario, ma sviluppando nel Parlamento e nel Paese un discorso politico e presentando, in raffronto ed in polemica, le sue ragionevoli determinazioni. Il riferirsi ai voti dell'opposizione è piuttosto inconcludente. I voti aggiunti non pongono un problema: i voti surrogatori dicono che, in ogni caso, la maggioranza è in crisi. Non è in discussione neppure un rispetto formale, benché esso, naturalmente reciproco, sia caratteristica di una democrazia seria. Non si tratta infine solo di mettere in rilievo le altrui contraddizioni e alla prova le altrui responsabilità. Questa prospettiva mi sembra illusoria. Non sarebbe difficile ad una opposizione che non si senta vincolata al sistema ed alle responsabilità che esso comporta sfuggire all'incalzare della maggioranza. Quello che conta è invece che a tutte le opposizioni ed a quella comunista per le ragioni già dette sia consentito di svolgere il ruolo di opposizione, fatte esse oggetto di una attenzione non formale, sempre nella salvaguardia dell'indirizzo fondamentale della politica governativa. E questo confronto polemico può essere guardato senza preoccupazione, se si creda in se stessi e si abbia fiducia nella propria posizione ideale e nella propria iniziativa politica; se vi sia, mentre si esalta la capacità della maggioranza di comprendere e valutare tutte le esigenze del Paese, piena autonomia del Governo e della maggioranza, chiusi ad una qualsiasi forma di soggezione occulta e di mediocri compromessi. Una Democrazia Cristiana, una coalizione di centro-sinistra in una posizione di piena autonomia e di limpida contrapposizione al Partito comunista, possono fare la sola cosa che è lecito e doveroso fare, una politica democratica che ascolti il Paese e decida, avendo presenti le proprie finalità politiche, nella consapevole valutazione di tutto quello che in Italia si manifesta e tenta di farsi valere. Occorre cioè che l'esercizio del potere democratico sia aperto e attento ed insieme, al momento della decisione, fermo e deciso.
La nostra politica estera è stata ed è una politica di pace. Abbiamo aderito sempre ad ogni prospettiva di distensione e cooperazione nei rapporti internazionali; abbiamo accettato, valorizzato, promosso l'autorità delle Nazioni Unite come espressione della comunità umana e prefigurazione di un ordine internazionale autenticamente garantito. Abbiamo lavorato per il disarmo, accettando anche in cambio di una seria prospettiva in questo senso, le limitazioni derivanti dal trattato di non proliferazione.
Abbiamo sempre proposto e sollecitato, pur avendo presenti i problemi dell'equilibrio del mondo, soluzioni negoziali e pacifiche per tutti i problemi aperti. Abbiamo volto lo sguardo, senza anacronistiche remore nazionalistiche, verso l'Europa a noi più vicina ed eguale, auspicando, al di là di una preziosa comunità economica, un adeguato sviluppo politico, una struttura sopranazionale, una dimensione adeguata, per ragionevoli allargamenti, alle aspirazioni dei popoli ed alle necessità dell'ora. Abbiamo cercato rapporti di amicizia, studiandoci di attenuare ogni motivo di frizione, ai nostri confini terrestri e marittimi. Abbiamo aderito al Patto Atlantico come organismo difensivo essenziale alla nostra sicurezza e come comunità politica nella quale la nostra voce sia ascoltata e la nostra posizione diventi più influente per i destini del mondo. Nell'Alleanza Atlantica, e senza che nulla in essa ci facesse da freno, abbiamo sviluppato, come pochi altri Paesi, una serie di contatti estremamente interessanti ed utili con i popoli dell'Est europeo. Abbiamo desiderato che questa esperienza continuasse e si sviluppasse e ci auguriamo, benché l'orizzonte sia oscuro, che ciò sia ancora possibile. Perché il dialogo è l'alternativa alla guerra, fine dell'umanità civile. Non è nostra responsabilità, purtroppo, se fatti nuovi, in contrasto con gli inalienabili diritti di libertà degli uomini e di sovranità dei popoli, sono intervenuti a mettere in forse, e comunque a ritardare e rendere più difficile, questo essenziale sviluppo. Certo restiamo convinti che è necessario andare al di là dell'equilibrio del terrore e della pace basata sulla contrapposizione di potenza. Certo pensiamo che, garantita davvero la sicurezza, i blocchi militari potrebbero essere superati e l'idea di Europa acquisire una concretezza ed una estensione nuova. Non da noi sono state frustrate queste speranze e rinviato lontano un avvenire che appariva meno improbabile ed illusorio che non fosse in passato. Siamo in una dura condizione: siamo in presenza di dati di fatto che non possiamo ignorare e che mortificano la nostra sincera volontà di fugare giorno per giorno il minaccioso fantasma della guerra in una società che è andata così innanzi nel sentire assurda la divisione e nel ritenere la pace con la giustizia e la libertà un bene supremo ed irrinunciabile.
Sembra questo il momento meno adatto per polemizzare in modo persuasivo sulla utilità della NATO, per chiedere che la risposta ai drammatici eventi dell'Est europeo ed all'enunciazione della dottrina della comunità socialista sia lo smantellamento del nostro bastione difensivo. Un atto di debolezza sarebbe fatale. Ma non mancheranno in noi quella misura e prudenza che peraltro la NATO ha sempre avuto, saggiamente dosando fermezza e flessibilità. E' questo uno dei punti nei quali la generosa aspirazione di pace di tanta parte della umanità deve tenere in conto il responsabile realismo della valutazione politica. La volontà distensiva non potrebbe indurci a privarci degli strumenti che presidiano ad un tempo la sicurezza e la pace. E tuttavia, ferme sempre le nostre responsabilità, resta il fatto che il valore della pace e dell'intesa cresce nel mondo. Noi dobbiamo favorirne il cammino, facendo la nostra parte ed incitando gli altri a fare la propria. Vi è un'opinione pubblica nuova; vi è una coscienza collettiva le quali diventano sempre più esigenti. La ragione di Stato, la ragione della forza dovranno pur cedere alla fine, ma dovunque nel mondo, a questa incontenibile pressione morale che si lega agli alti destini di una umanità davvero tutta rinnovata. Culturalmente, civilmente, religiosamente, politicamente lavoriamo, per avvicinare quel giorno in cui la logica della forza ceda alla logica della fraternità dei popoli e del rispetto dei diritti di tutte le genti. In questo spazio è essenzialmente collocata la nostra iniziativa politica.
Farò ora alcune considerazioni sui problemi del Partito. E' mio dovere comunicarvi, come ho fatto da tempo al Segretario politico, che ho deciso di assumere una posizione autonoma nella organizzazione interna della Democrazia Cristiana, autonomia che eserciterò, specie nell'attuale contingenza, con quel senso di responsabilità che ha sempre caratterizzato la mia azione.
Debbo a tale proposito rilevare che, proprio mentre nel Partito si approfondisce l'esigenza, come ha notato lo stesso Segretario politico, di un dibattito più vasto che, in qualche modo superi, proprio per riuscire fecondo, le attuali cristallizzazioni dei gruppi, in seno alla maggioranza di Milano, forse anche come riflesso di questa nuova prospettiva, il discorso politico interno si è in qualche modo inaridito ed è diventato sempre più limitato e discontinuo. Ho ritenuto perciò, proprio nell'intento di agevolare, in un atteggiamento più libero, questo generale riesame del nostro assetto interno e delle nostre prospettive politiche, di collocarmi in uno spazio proprio, nel quale idee e sensibilità possano meglio esprimersi e servire, per quel tanto che valgano, al bene del Partito.
Avendo presente il travaglio costruttivo nella ricerca di nuovi equilibri della Democrazia Cristiana, in aderenza al momento storico ed al tipo di politica che appare necessario per fronteggiare la situazione, ho valutato realistica e costruttiva la prospettiva di avviare seriamente un discorso da compiere nel dibattito di un Congresso ravvicinato. A tale proposito ho preso atto delle valutazioni ed argomentazioni del Segretario politico. A tale proposito mi sembra necessario rilevare, di fronte ad interpretazioni inesatte ed allarmistiche, che tra l'altro questa prospettiva dovrebbe in qualche forma impegnare sin d'ora i gruppi di opposizione sia nella gestione del Partito sia nella partecipazione al Governo. Il Congresso dovrebbe consolidare ed approfondire la piattaforma della politica di centro-sinistra, senza perciò dare alcun carattere di provvisorietà alla situazione. Dovrebbe essere così adempiuto il comune voto per una ripresa energica ed efficace della coalizione di centro-sinistra.
Di fronte ai problemi del Paese sono le forze politiche italiane, ma soprattutto la Democrazia Cristiana, per la somma di compiti e di responsabilità che su di essa sono ricaduti durante tutti questi anni e continuano a ricadere. Molte cose e molte forze premono in questo momento su di noi. Ci si domanda, e ci domandiamo noi stessi, qual è la nostra natura, la nostra funzione, il nostro giusto atteggiamento di fronte ad un mondo che è cambiato e continua a cambiare, ma che non può essere senza un qualche legame con dati e valori tradizionali della nostra storia. C'è movimento nella realtà profonda delle cose; c'è inquietudine nell'opinione pubblica e negli schieramenti politici. Bisogna, accettandola, interpretare ed ordinare questa realtà. Bisogna rendere più penetrante e vivo, più fortemente e reciprocamente influente il rapporto con le forze politiche insieme impegnate nel compito di guida del Paese. Bisogna rendere più vigorosa e feconda la dialettica con le opposizioni, sì da valorizzare ogni dato sociale che emerga in quanto confronto e rafforzare, mediante una intelligente apertura a tutta la realtà, la posizione della maggioranza. Ma si tratta pure, in questa nuova prospettiva, di assicurare alcuni valori di fondo, di tener ferme essenziali differenziazioni, di cogliere il senso giusto ed accettabile della mobilità delle cose, di costituire un ragionevole ed efficace principio di movimento, senza peraltro lasciarsi travolgere. Ebbene, vengono chieste talvolta alla Democrazia Cristiana cose che essa non potrebbe fare, senza rinnegarsi. E mi sembra che esse debbano essere respinte. Ma si chiedono giustamente alla Democrazia Cristiana una apertura, un'attenzione, una flessibilità le quali consentano ad essa di continuare a guidare il Paese, senza alcun esclusivismo, nella linea di una rapida ed ardita evoluzione quale i tempi richiedono. Questo adeguamento dev'essere realizzato in una vera sensibilità per tutti i problemi ed in coraggiose soluzioni. Ma non riuscirci a vedere una presenza efficace della Democrazia Cristiana, la ragion d'essere di un partito come la Democrazia Cristiana, se essa non fosse capace di operare una sintesi tra il nuovo che emerge ed il complesso di esperienza e di valori che debbono pur essere salvaguardati nella nuova storia. Se nulla dovesse rimanere di quello che è nostro, non vi sarebbe né la ragione né la possibilità di una sopravvivenza della Democrazia Cristiana in questo momento storico. Certo guai a non muoversi con le cose che si muovo; ma guai a recidere le radici che affondano nel nostro passato e nel nostro patrimonio ideale. Comprendo perciò l'appassionata spinta al rinnovamento che ci viene da noi stessi e dalle cose; ma non saprei d'altro canto rinascere (né il Paese lo potrebbe) la Democrazia Cristiana in un nuovo partito radicale avulso dalla concreta nostra esperienza, dal nostro senso umano, dai nostri ideali.
Perché altri creda in noi, dobbiamo cominciare con l'avere fede in noi stessi ed allargare quella umana visione delle cose che ha corrisposto per tanti anni alle attese del nostro popolo e ne ha accompagnato e reso possibile lo sviluppo. Nessuno di noi, credo, vorrebbe vedere la Democrazia Cristiana immobile ed eguale, incapace di adoperare il suo criterio politico, per valutare e dominare situazioni nuove con animo nuovo. Me nessuno di noi, credo, vorrebbe vedere una Democrazia Cristiana estraniata da se stessa, con le stesse premesse, le stesse idealità, lo stesso linguaggio, la stessa sensibilità degli altri partiti. La novità esige dalla Democrazia Cristiana una peculiare, appropriata risposta. Ma è sempre una risposta, benché nuova, propria della Democrazia Cristiana e coerente con la sua tradizione e la sua funzione. Fatto dunque il più largo spazio ad una sensibilità rinnovata ed acuita, resta chiaro che la Democrazia Cristiana non può essere definita solo in forza di un rapporto immediato con le cose nuove che questa svolta storica ci pone dinanzi. La Democrazia Cristiana giunge al confronto della nuova realtà con un patrimonio ideale ed una esperienza storica, ai quali deve richiamarsi, per assumere una fisionomia propria in questo momento storico, per avere un titolo valido ad ottenere ancora la fiducia del Paese e continuare a guidarlo nelle nuove prove ed esperienze. La Democrazia Cristiana deve conservare, utilizzandolo in modo costruttivo per i tempi nuovi, lo spazio proprio della sua influenza e della sua guida politica. Questo spazio è tenuto non in forza d'investiture, di convinzione, l'unico titolo dal quale nasce il diritto ed il dovere di servizio di una forza politica. La autonomia politica della Democrazia Cristiana, l'indipendenza dei suoi giudizi, il suo servizio dello Stato, la sua diretta assunzione di responsabilità sono fuori discussione. Il che è oggi più chiaro, non solo, ma più vincolante sul terreno stesso dell'esperienza religiosa. E tuttavia, per quanto grande sia la varietà delle interpretazioni dei principi cristiani e dei riferimenti ai valori sociali del cristianesimo, non può essere contestato il nostro diritto, la necessità nella quale ci troviamo di riportarci a quella che è stata ed è, nella libertà della nostra iniziativa, la forza ideale che ha ispirato ed ispira lo sforzo creativo della nostra azione politica. Una visione dell'uomo e della società, della libertà, della dignità, della giustizia e della pace, che si ricollega ad idealità cristiane, senza la pretesa d'interpretarle in modo esauriente ed esclusivo. Un indirizzo politico, che si voglia disegnato sul rigore di un principio religioso, è una pretesa inammissibile. Esso urta, tra l'altro, con l'esigenza di piena autonomia delle determinazioni politiche nell'ordine che è ad esse proprio, specie in un momento nel quale il magistero della Chiesa si applica, nell'esercizio del suo alto compito spirituale, in valutazioni ed indicazioni che, giustificate sul terreno religioso, non potrebbero essere trasferite sul terreno civile, nella concretezza, cioè, della situazione politica italiana con tutte le sue esigenze. Ad esse non è lecito piegare un organismo universale e spirituale qual è la Chiesa. Ma neppure esse possono essere sacrificate nell'ambito di un ordinamento autonomo qual è lo Stato. Dire queste cose, peraltro, non significa escludere un riferimento discreto a quei valori morali e religiosi che sono stati un elemento caratterizzante della nostra esperienza storica, un fondamento della nostra fisionomia di partito, criterio ispiratore di una politica, quale la nostra, coraggiosa ed umana; una ragione della fiducia della quale siamo stati investiti da un Paese desideroso di essere condotto al progresso nell'ordine e nella libertà. Non si tratta di altro dunque che di un'animazione religiosa, la quale riscaldi e dia un senso umano più profondo alla nostra azione. Un'animazione religiosa della politica e quindi un'affermazione, non frequente, di valori morali che s'inserisca come una componente, accanto ad altre, di un corpo sociale, com'è oggi il nostro, vario, complesso ed aperto. Perché mai dovremmo cessare di essere dei cattolici democratici, dato che, anche attraverso esperienze difficili, questa duplice e non presuntuosa qualificazione non ci ha impedito di fare tutto il nostro dovere per la difesa della libertà, per la salvaguardia del dialogo politico, per il promovimento di tutte le evoluzioni che apparissero utili nel trascorrere del tempo e nelle sovrane maturazioni della vita democratica ? In generale poi, quel che noi siamo stati è inevitabilmente un aspetto significativo di quel che noi siamo oggi, di quel che dobbiamo essere, con una funzione originale, con una schietta modernità di fronte al nostro Paese ed ai suoi problemi.
Certo dobbiamo capire molte cose, dobbiamo, se volete, ripensare tutto, dobbiamo con estrema flessibilità adeguare la nostra costante ispirazione politica alle richieste ed ai bisogni di un mondo in tumulto come non mai, ma non possiamo rifondare il Partito, senza animazione ideale, senza esperienza storica, sul confuso empirismo dei problemi che si accavallano e sulle sensibilità che, talvolta in modo effimero, si fanno valere. Dovrebbe essere la nostra una politica delle cose in gara con gli altri, più probabilmente sulla scia degli altri in un penoso sforzo imitativo. Una politica delle cose, nella quale, si smarriscono quelle linee di fondo della nostra azione politica, quel nostro fermo opporci, da sempre, alla reazione ed alla rivoluzione, la nostra fede nella libertà, nella libertà politica perennemente creatrice di giustizia.
Questo è il nostro modo di essere ancor oggi. Esso non perde validità, se con la libertà si è più esigenti, se si chiede che essa abbia un ritmo creativo più veloce, se ad essa si affiancano altre forme di libertà con accentuazioni nuove, se con impazienza non più dominabile si chiede di tradurre i principi in concreta dignità ed iniziativa di tutte le persone, in una giustizia più vera, in una pace meno insidiata e più umana. Ma se, di fronte ad altre forze stabili e vigorose che svolgono perfettamente la loro funzione di contestazione e di stimolo, noi sapessimo solo opporre la nostra sofferta ricerca del modo di affrontare il nuovo, ma non avessimo una fisionomia distinta, una autonomia indistruttibile per oggi e per domani, una ferma volontà politica, noi avremmo fatto venire meno un termine essenziale della dialettica democratica, determinando un completo e drammatico rivolgimento. Il nuovo dunque sì, ma il nuovo capito, dominato, voluto da noi stessi per quello che siamo stati e che siamo. Il che ci ha permesso di conseguire ancora una volta una grande fiducia del copro elettorale, che dobbiamo amministrare bene, intelligentemente, democraticamente, ma non disperdere. Dispersa questa fiducia, rinnovando non già gli strumenti, ma i criteri della nostra politica, non ve ne sarebbe altra per noi ed il Paese sarebbe indifeso e profondamente turbato.
Ma vuol dire tutto questo restare indietro ? Difendere la nostra fisionomia, la nostra esperienza, la nostra anima vuol dire forse essere tagliati fuori dal mondi di oggi, rendere impossibile l'intesa con le grandi forze rinnovatrici che agitano e sospingono la nostra società ?
Io non credo. Mai come oggi infatti appare vera e può essere esaltata la natura popolare e democratica della Democrazia Cristiana. Essa, che non è una funzione, ma la realtà visibile del partito e del suo elettorato, si ritrova agevolmente nella diffusa ed inquieta aspirazione di giustizia, nel venir meno delle intollerabili collocazioni ai margini della nostra società, nella crescente dignità e maturità di ogni persona, nel peso nuovo della società civile, nella stessa spinta verso forme di democrazia diretta e di partecipazione. L'iniziativa ed il controllo della base del potere si fanno più intensi ed esigenti. E noi siamo presenti. L'uomo ed il cittadino non accettano subordinazioni, ma solo una ragionevole e consapevole disciplina e noi siamo con loro. Si approfondisce e si espande, come una necessità, come un dovere la solidarietà sociale e noi siamo pronti a favorirne la affermazione ed a fare dello Stato non il tutore dei privilegi, ma appunto il massimo garante della giustizia e della interdipendenza degli uomini. Si vuole scongiurare la violenza interna ed esterna, per dare ad ogni uomo e ad ogni popolo la sua libertà. E noi siamo pronti ad accompagnare questo moto innovativo che coincide con l'avvento di una vera civiltà. Niente di quel che è umano dunque ci è estraneo.
Abbiamo la nostra sensibilità alla quale corrisponde una larga costante manifestazione di fiducia. E' il nostro modo di essere giusto ed umano al quale teniamo. Ma, con la nostra iniziativa, diventata ogni giorno più penetrante ed efficace, vogliamo servire, possiamo servire, restando intatta la nostra funzione centrale nella vita nazionale, la causa della libertà, della giustizia e del progresso del popolo italiano.

On. Aldo Moro
Consiglio nazionale della DC
Roma, 21 novembre 1968

(fonte: biblioteca Butini)


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