LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LO SCANDALO SIFAR: INTERVENTO DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 31 gennaio 1968)

Lo scandalo Sifar nasce da una serie di attività illecite del servizio segreto, soprattutto in merito alla schedatura di uomini politici e non di rilevanza nazionale. Ad essa si vanno ad aggiungere le accuse di finanziamenti illeciti ai partiti, e l'ipotizzato colpo di stato del luglio 1964 (il "Piano Solo").
Il Parlamento, investito dalle indiscrezioni e dalle notizie sullo scandalo Sifar, discute in varie sedute mozioni, inteprellanze ed interrogazioni, soprattutto sull'utilizzo del segreto di Stato, sugli omissis presenti nei documenti, e sull'ostilità del Presidente del Consiglio Aldo Moro sulla creazione di una commissione parlamentare d'inchiesta.
Aldo Moro prende la parola il 31 gennaio 1968 per illustrare la posizione del Governo su tutta la materia.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, i problemi relativi alle attività svolte dal servizio di informazioni e ad altre vicende, in uno o in altro modo ad esse legate, hanno già fatto oggetto di numerosi dibattiti parlamentari, sia nella competente Commissione sia in aula. Essi tengono desta l'attenzione dell'opinione pubblica e della stampa, che ne esprime gli interrogativi e le valutazioni. Inoltre, numerosi procedimenti giudiziari, talvolta in fase istruttoria, talaltra in fase dibattimentale, sono scaturiti dall'apprezzamento che dei fatti è stato compiuto in sede governativa o dalla spontanea iniziativa degli interessati, alla quale il Ministero della difesa, nel lodevole intento di non precludere in nessun modo la ricerca della verità e di consentire che ogni cittadino fruisca delle garanzie previste nell'ordinamento giuridico, non ha frapposto alcun ostacolo.

INGRAO. Salvo gli omissis: quelli erano un ostacolo, signor Presidente!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Senza voler in alcun modo sminuire i fatti che sono stati accertati o l'importanza delle indagini in corso, credo che sarebbe possibile, se tutti ci mettessimo di impegno, determinare un'atmosfera più serena e perciò più adatta a una obiettiva ricerca della verità che è il fine al quale tendiamo con assoluta sincerità e con tutte le nostre forze.
In una interruzione al discorso dell'onorevole Giorgio Amendola, per altro così appassionato, ho richiamato titolo di esempio il crescendo di dettagliate ma fantasiose notizie delle quali l'Unità ha arricchito i suoi servizi sui fatti, come si suol dire, del luglio 1964, senza che il Governo, vincolato dal doveroso rispetto per un procedimento in corso, potesse usare il mezzo di una dettagliata smentita.
Le cose in discussione sono di per sé abbastanza serie e, purtroppo, influenti in modo negativo sull'ordinata vita della nazione perché, ad aggravare la situazione, vi si aggiunga incontrollata passionalità o addirittura la spregiudicatezza del gioco politico, condotto con i mezzi deteriori dello scandalismo esasperato. Dubito che da questa confusione ed esasperazione tragga beneficio chi abbia come fine di assicurare l'ordine, la pace, il progresso e la fiducia in se stessa della comunità nazionale. Quel tanto di consapevolezza e di senso di responsabilità che mi è parso di cogliere in questo pur amaro dibattito spero possa essere sviluppato e possa altresì consentire che questo nodo sia sciolto nella verità, nella giustizia e nel rispetto delle istituzioni dello Stato, che è interesse di tutti i cittadini mantenere integre perché essenziali non per questo o per quello, non per la maggioranza che governa, ma per l'intera nazione in tutte le espressioni nelle quali democraticamente si articola.
Sia ben chiaro che quel che io vorrei chiedere non è di nascondere od ovattare la verità, ma solo di rispettarla nei suoi giusti limiti severamente definiti senza riguardo per nessuno e di rispettare insieme lo svolgersi delle iniziative che sono già state assunte per chiarire tutto quello che deve essere chiarito e sanzionare, quando ciò risulti giusto, tutto quello che deve essere sanzionato.
E una prima occasione di sereno giudizio mi pare possa essere offerta proprio dal tema base delle cosiddette deviazioni del SIFAR che torna a essere sovente oggetto di interrogativi e di dubbi, benché a questo riguardo, anche per personale merito del ministro Tremelloni, sia stata svolta una indagine insieme profonda ed obiettiva, sia stata accertata la verità dei fatti dei quali si ebbe il sospetto, siano stati presi tutti i provvedimenti necessari per ricondurre il servizio di informazioni ai suoi fini istituzionali e per dare ad esso un migliore ordinamento. Si è disposto, fra l'altro, la sostituzione del capo di stato maggiore dell'esercito generale De Lorenzo, che a quel servizio aveva presieduto per molti anni.
Tutte queste cose sono state ampiamente illustrate e motivate nei due rami del Parlamento dal ministro Tremelloni e nella Camera dei deputati esplicitamente approvate con votazioni di fiducia.
E stato domandato il deposito della relazione Beolchini già rimessa all'autorità giudiziaria che l'ha valutata in sede istruttoria ed ora richiesta per lo svolgimento del processo per diffamazione De Lorenzo-Espresso. Io credo che non vi siano difficoltà ad esaudire il voto della Camera.
Anche il fatto della sparizione di alcuni fascicoli al momento del passaggio nella direzione del SID dal generale Allavena al suo successore è stato oggetto di rapporto alla magistratura, la quale pure è stata investita, come la Camera aveva sollecitato, della, vicenda relativa al congresso repubblicano del 1962, per la quale si procede con istruttoria formale.
Posso assicurare che i fascicoli considerati sconvenienti e difformi alle finalità istituzionali dell'ex SIFAR (34 mila circa, cioè un numero certo ingente, ma ben lontano da quello che è stato indicato in questi giorni e che si riferisce a regolare attività di istituto) non hanno alcun obiettivo riferimento ai fatti del luglio 1964, dei quali si è successivamente parlato nelle note circostanze.
Quanto è stato allora accertato può essere apprezzato come segno di una anomala gestione del servizio informazioni, ma non è afferente alle vicende successive, alle quali non vi è negli atti alcun richiamo. Io non ho bisogno di dire — perché è stato detto con il giusto tono nella esemplare relazione del ministro Tremelloni — come questa ricerca, dinanzi alla quale il Governo non si è fermato, come era appunto suo dovere, sia stata sgradevole e preoccupante. I larghi margini di autonomia del servizio, che sono in notevole misura inerenti alla sua natura e funzione, ne rendevano il controllo minuzioso assai difficile.
Ciò malgrado, di fronte a circostanze nuove, così come sono emerse, il ministro Tremelloni ha definito il nuovo ordinamento e preso le misure necessarie, perché abusi, come quelli lamentati, e che sono incompatibili con la normale vita democratica, non abbiano più la possibilità di verificarsi.
Debbo smentire le fantastiche notizie relative alle disponibilità di mezzi da parte del servizio informazioni, e tanto più facilmente in quanto i relativi stanziamenti sono approvati dalle Camere con il bilancio. (Commenti all'estrema sinistra). Esse raggiungono solo 2 miliardi, a fronte di delicatissimi compiti che impegnano in tutto il mondo l'istituto per la salvaguardia della sicurezza dell'Italia.
Con riferimento alla richiesta dell'onorevole Anderlini, posso dire che il ministro della difesa ha già sottoposto gli indizi in suo possesso, relativi ad irregolarità che si assumono commesse dal generale De Lorenzo, all'esame del procuratore generale militare.
Non ho difficoltà a chiarire all'onorevole Malagodi, che ne ha fatto richiesta, che il servizio è alle dipendenze del capo di stato maggiore della difesa e del ministro della difesa, che ne è responsabile di fronte al Parlamento. Esso ha inoltre una dipendenza funzionale dal Presidente del Consiglio dei ministri e può avere rapporti, previa autorizzazione preventiva del ministro della difesa, con i ministri degli esteri e dell'interno.
Quel che rende così delicato e importante il servizio è il suo compito di garanzia della sicurezza e della integrità del paese. Basti pensare all'attività che esso svolge in Alto Adige per la lotta contro il terrorismo, e nei diversi settori del mondo, in ogni caso con criteri non discriminatori in ordine alle libere opinioni dei cittadini, ma in collegamento con la pubblica sicurezza e l'arma dei carabinieri, facendo riferimento ai rischi effettivi che in taluni casi si riscontrano per la sicurezza dello Stato.
Avendo difeso e progressivamente rafforzato le istituzioni democratiche e mantenuto libero ed alto il dibattito democratico nel nostro paese, non possiamo accettare neppure il sospetto che l'azione dello Stato, della quale siamo responsabili, non sia rivolta, come premessa necessaria ad ogni sviluppo della vita economica e sociale, alla salvaguardia del regime di libertà per cittadini, partiti, forze economiche e sociali, qual è previsto dalla nostra Costituzione, alla quale abbiamo giurato fedeltà e che rispettiamo costantemente nella sua lettera e nel suo spirito. (Applausi al centro e a sinistra — Commenti all'estrema sinistra).
Non voglio fare polemiche con nessuno, ma credo di poter dire fermamente che non abbiamo mai nutrito e non nutriamo propositi autoritari, mentre sotto gli occhi di tutti la vita democratica si svolge con assoluta libertà e straordinario vigore con il solo limite dell'osservanza della legge, che è compito di tutti i poteri dello Stato far rispettare.
Altro oggetto del dibattito sono i fatti del luglio 1964, nel corso di una crisi di Governo che, verificatasi dopo alcuni mesi di difficilissima azione del primo Governo da me presieduto, tra ostilità che apparivano vaste ed irriducibili e con una incombente crisi economica, facevano apparire assai laborioso il ricostituirsi di una coalizione che sapeva di dover affrontare una navigazione assai ardua, mentre già in quel momento si profilava l'impossibilità di sostituire a questa un'altra solidarietà politica per governare il paese.
Debbo precisare che non vi furono in quel momento né interferenze esterne per premere su di noi (il colloquio con il commissario della CEE Marjolin, che è un socialista [Commenti all'estrema sinistra] nella più corretta prassi dei rapporti comunitari, fu il più discreto, il più costruttivo, il più rispettoso che si potesse immaginare), né alcuna turbativa interna alla maggioranza, nel senso di far abbandonare il nostro programma. Vi fu soltanto tra noi una responsabile valutazione delle cose, che condusse ad un modo di attuazione degli impegni contratti il quale non ha comportato alcuna sostanziale rinuncia ai nostri obiettivi di governo.

INGRAO. E la legge urbanistica? Dove l'avete dimenticata?

Una voce all'estrema sinistra. Omissis!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. L'abbiamo presentata alla Camera da molto tempo; è quindi fra gli Atti Parlamentari; non credo che sia stata... rubata da qualcuno.
Alcuni organi di stampa stranieri — per i quali, d'intesa con l'allora ministro degli esteri onorevole Saragat, dovemmo formulare le più vibrate proteste presso i governi dei paesi d'appartenenza — avevano allarmato l'opinione pubblica con previsioni catastrofiche sull'avvenire dell'Italia.
I partiti nei loro uomini più responsabili e più sensibili ai rischi che porta con sé il vuoto politico, la impossibilità cioè dei partiti più affini di associarsi per assumere il governo del paese, trovarono allora, senza subire alcun ricatto, senza alcuna sostanziale rinuncia, il modo di riprendere la loro collaborazione.
Fu quello un momento decisivo, non solo della storia della coalizione di centro-sinistra, ma della storia di quest'ultimo ventennio di vita democratica in Italia. Sono convinto che abbiamo fatto quello che era giusto e doveroso, per quanto l'adempimento di questo compito ci sia costato e ci costi.
Una serie di articoli de L'Espresso nel momento culminante della vicenda del SIFAR formularono una serie di accuse in ordine alle vicende che avrebbero caratterizzato quel difficile periodo della nostra storia. Esse toccavano anche il Presidente della Repubblica, onorevole Segni, attribuendo al Presidente Saragat, nel corso dell'ultimo colloquio a tre, che si concluse con l'esplosione della grave malattia dell'allora Presidente, una espressione di accusa mai pronunciata. Né ho bisogno di darne testimonianza io, dopo che con l'amore di verità e la nobiltà che gli sono propri, il Presidente Saragat ha smentito l'accusa. Io posso dire che, avendo incontrato il Presidente Segni la mattina stessa in preparazione del colloquio a tre che verteva su questioni proprie del Ministero degli esteri, lo trovai profondamente amareggiato per qualche attacco di stampa, e che egli rivendicò con la residua forza di un organismo visibilmente provato la sua lunga inalterata ed inalterabile fedeltà alle istituzioni democratiche. Io lo rasserenai come potetti.

GUARRA. Saranno state registrate anche le sue parole...

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Dico queste cose per una precisazione storica, ma debbo constatare che queste accuse sono state ritirate nel corso del processo per diffamazione dal giornalista Jannuzzi.
Debbo aggiungere che il Governo, benché preoccupato e provato dalla grave crisi, mantenne la sua doverosa vigilanza che per prassi, del resto, si fa più attenta in situazioni come quelle di transizione da un Governo all'altro. Ma i suoi organi non ebbero notizia dei fatti che dall'Espresso vennero attribuiti al generale De Lorenzo. Sulla base di questi dati fu formulata la smentita in risposta ad interrogazioni alla Camera e al Senato.
Successivamente, essendo emerse in sede processuale testimonianze relative a fatti dei quali né direttamente né indirettamente eravamo stati mai informati, ritenemmo di dovere nominare, pur con tutto il riguardo dovuto al procedimento in corso, una commissione amministrativa d'inchiesta, presieduta dal generale Lombardi per dar corso sollecitamente e con assoluto rigore agli accertamenti che le circostanze imponevano. La Commissione procede nei suoi lavori con piena libertà, responsabilità e solerzia; il Governo ne vaglierà collegialmente le conclusioni e ne riferirà largamente in Parlamento, come ebbe già a dichiarare in quest'aula il ministro Tremelloni. Dinanzi al fermissimo impegno del Governo di far luce piena sulle nuove circostanze venute in evidenza, mi sembra giustificato, anche avendo presente le procedure giudiziarie in corso, un momento di attesa per consentire un obiettivo e rigoroso accertamento, qual è quello disposto da questo Governo di coalizione, per chiarire secondo giustizia i fatti contestati e la loro portata giuridica e politica.

INGRAO. Ma voi siete già intervenuti nel processo. Che rispetto è questo?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Prendo dunque in questo momento impegno solenne che la verità venga in luce, quale che essa sia, ed abbia, quando ne ricorrano le condizioni, tutte le conseguenze previste dal nostro ordinamento giuridico.
In relazione a questo punto del nostro dibattito ritengo di dover fornire alcune precisazioni. Desidero anzitutto rilevare, in relazione a quanto è stato affermato da qualche parte, che non risulta che diretti collaboratori del ministro Tremelloni abbiano concorso alla propalazione di notizie segrete.

DE GRAZIA. Ma come, questo è risultato in tribunale, signor Presidente del Consiglio!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Si è anche domandato notizie relative al comportamento del generale Ciglieri in questa vicenda. Debbo precisare che il ministro della difesa ebbe cognizione degli allegati al rapporto Manes e, successivamente, del rapporto medesimo soltanto nel mese di dicembre scorso. (Commenti all'estrema sinistra). È da precisare che le indagini del generale Manes, intervenute su mandato del generale Ciglieri, sono successive al rapporto del medesimo generale, il quale non ebbe a valutare adeguatamente l'importanza dei nuovi elementi emersi. (Commenti all'estrema sinistra). A parere del Governo, è da escludere l'intenzione del generale Ciglieri, che ha assolto con grande perizia compiti, tra cui il comando del IV corpo d'armata operante in Alto Adige e l'opera di soccorso nella dolorosa vicenda del Vajont, di tenere intenzionalmente all'oscuro il Governo della situazione che si era determinata; e tuttavia il dato della insufficiente informazione non può non essere valutato in sede opportuna.
Per quanto riguarda le notizie secondo le quali microfoni sarebbero stati installati a cura del SIFAR nel 1964 al Quirinale, e delle quali notizie si è interessato, fra gli altri, l'onorevole La Malfa, posso assicurare che rigorose indagini sono in corso (Commenti all'estrema sinistra) dei cui risultati sarà tenuto al corrente il Parlamento.

LAMI. Se lo vuol sapere, lo domandi al generale Allavena.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Per quanto riguarda le dichiarazioni dell'onorevole Anderlini, ho ritenuto mio dovere avvertirlo della responsabilità che si assumeva avendo enunciato il proposito di leggere documenti coperti dal segreto o comunque da divieto di divulgazione da parte della competente autorità militare. Ma non ho poi interloquito nella esposizione che egli ha fatto perché, confermando o smentendo, avrei concorso anch'io alla divulgazione. (Commenti all'estrema sinistra). Per la stessa ragione non posso neppure oggi confermare o smentire. Naturalmente, nell'ambito delle loro responsabilità, il Presidente del Consiglio e il ministro della difesa garantiscono oggi e garantiranno in ogni caso la retta applicazione di queste norme nelle quali il contenuto tecnico si intreccia con quello politico, rendendo più difficile e più impegnativa la decisione.

INGRAO. Non l'avete garantita nel passato; avete falsificato.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Vorrei ora soffermarmi un momento sul più amaro e repugnante capitolo di questa vicenda: la propalazione cioè di alcune voci (Interruzioni all'estrema sinistra) la propalazione, dicevo, di alcune voci diffamatorie nei confronti dell'onorevole Nenni e dei colleghi Pieraccini e Corona. (Interruzioni a destra). Essi hanno già proclamato, e in prima linea l'onorevole Nenni dal vertice della sua vita di lotta difficile ma incontaminata, la loro estraneità ai fatti denunciati. (Interruzioni a destra).
Ad essi desidero esprimere la mia stima, la mia fiducia e il mio affetto e quelli del Governo. Ma non può essere sottovalutato il fatto che le contestazioni rivolte ai nostri colleghi sono basate su presunti interventi del SIFAR in loro favore, tali cioè da riaccendere la polemica intorno al modo e alle finalità di gestione di un organismo così delicato.
Si è detto che il Governo deve pronunciarsi sulla autenticità dei documenti pubblicati da alcuni organi di stampa che toccano l'onorabilità dei suoi membri. Qui occorre distinguere fra valutazione morale e valutazione giuridica di tale pretesa documentazione. Sul piano morale ho già detto. Sul piano giuridico devo ricordare che la prova negativa è comunemente definita come prova diabolica per la difficoltà o per dir meglio l'impossibilità tecnica di perseguirla. (Interruzioni a destra). Nella specie la possibilità di provare la non rispondenza dei documenti pubblicati in fotocopia rispetto agli originali è preclusa dalla distruzione consuetudinaria che risulta attestata negli atti dei documenti in questione. Il documento contraddistinto con il n. 423 è compreso nel verbale di distruzione del quarto trimestre, esercizio finanziario 1961-62, compilato in data 18 settembre 1962; il documento n. 323 è compreso nel verbale di distruzione del primo trimestre, esercizio finanziario 1962-1963, compilato il 10 ottobre 1962; il documento n. 234 è compreso nel verbale di distruzione del terzo trimestre, esercizio finanziario 1963-64, del 16 dicembre 1964.
Esistono però indizi precisi e concordanti che assurgono, in tale situazione di fatto, a valore di prova contraria, per escludere l'autenticità delle fotocopie. Premesso che la falsificazione delle fotocopie è notoriamente facilissima per la possibilità di sovrapposizione di dati e di elementi apocrifi che vengono incorporati nella copia senza che sia possibile distinguerli da quelli originari, vale la considerazione che, data la natura segreta dei documenti, in parola, è assolutamente incredibile che essi fossero compilati con l'esplicita indicazione del destinatario dell'erogazione. È notorio che in casi del genere si usano sigle convenzionali per coprire il nome del soggetto venuto in rapporto col servizio segreto. (Commenti a destra e all'estrema sinistra).
Si aggiunga che trattandosi, nella specie, di operazioni che sarebbero illecite non potendo rispondere ai fini istituzionali dell'amministrazione è tanto meno credibile che venissero tanto scopertamente documentate nell'atto contabile, precostituendo la prova del peculato, attesa l'impossibilità, anche per il vincolo di segretezza, di dimostrare la rispondenza dell'operazione ai fini propri dell'istituzione. (Commenti a destra e all'estrema sinistra). Ed allora appare manifestazione di leggerezza e di maliziosa provocazione la richiesta da più parti avanzata che gli interessati provvedano a tutelarsi con la querela giudiziaria. (Commenti a destra e all'estrema sinistra — Richiami del Presidente). La proposizione del giudizio non varrebbe ad altro che ad alimentare un gratuito e deplorevole scandalismo, senza che neppure in quella sede si possa raggiungere, né la prova giuridica della falsità della documentazione, né la dimostrazione, che ho già detto diabolica, come dicono i giuristi, del fatto negativo.
In questa materia ogni iniziativa inconcludente può servire solo a fare il gioco dei promotori dello scandalo. Non è giusto né moralmente tollerabile che si chieda un'inversione così assurda dell'onere della prova; non è possibile, in queste condizioni, chiedere ad un galantuomo di dimostrare che un'accusa è infondata. Si deve invece rifiutare la considerazione di ogni accusa che non risulti fondata su prove idonee e concludenti, o quanto meno confortate da elementi concordanti di attendibilità, che nella specie mancano del tutto.
Anche sotto questo profilo, pertanto, non si giustifica la proposta di un'inchiesta parlamentare, strumento di estrema delicatezza, che non può essere messo in moto sul solo indizio inattendibile della produzione della fotocopia di un documento di cui non è comprovabile né comprovata l'autenticità. Né la fonte d'informazione, né la natura dell'informazione, per i motivi tecnici che ho menzionato, meritano tanto credito da non consentire a coscienze oneste di respingere immediatamente l'accusa non provata, senza bisogno di montare una macchina tanto sproporzionata per pervenire alle stesse conclusioni suggerite dall'uso immediato dell'esperienza e della ragione individuale.
Queste ultime considerazioni mi richiamano a uno dei temi di questo dibattito, la domanda di un'inchiesta parlamentare, cioè, variamente motivata e delimitata dalle varie parti politiche.
Credo di aver detto con sufficiente chiarezza che, considerando il complesso dell'affare SIFAR, la richiesta appare difficilmente proponibile, perché inconcludente, nel rispetto, ove fosse possibile, dei delicati meccanismi del servizio di sicurezza o tale da aprire la via alla conoscenza del segreto da parte di chi non può accedervi ed al quale noi non potremmo, se non venendo meno al nostro dovere, aprire la via della conoscenza di cose per loro natura destinate a rimanere nella ristretta cerchia dei responsabili a ciò autorizzati dalla legge.

INGRAO. Voi avete ridicolizzato il segreto di Stato.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Se in linea generale è il Governo cui spetta di trattare questi temi, il Governo può essere certo sostituito mediante il voto di sfiducia, ma il nuovo Governo si troverebbe nella medesima istituzionale impossibilità di cedere ad altri l'esercizio dei suoi poteri. Guardando all'intera materia in contestazione, si rileva che qualsiasi accorgimento sarebbe insufficiente ad evitare siffatti inconvenienti, perché la materia riservata, in una indagine generale, si intreccia indissolubilmente con quella che potrebbe essere oggetto di indagine. Ciò fu riconosciuto dal voto di larga maggioranza della Camera. (Interruzione del deputato Ingrao). E vorrei precisare una volta per tutte che ciò non deriva affatto dalle interferenze della CIA o da obblighi NATO, ma semplicemente dalla natura stessa della materia inerente alla nostra difesa e alla nostra sicurezza.

INGRAO. Cosa c'entrano le liste con la nostra difesa?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Ove l'oggetto dell'indagine si restringesse vertendo su fatti specifici e in qualche modo periferici nelle strutture di sicurezza (come prospettato nell'interna dialettica del partito socialista e di quello repubblicano), i rischi sarebbero meno gravi, i danni temibili ma meno sicuri. Lo stesso va detto per la proposta liberale. E tuttavia pericoli vi sono, i quali debbono essere attentamente valutati da tutti coloro che hanno il senso dello Stato e sono veramente impegnati al suo servizio e alla sua difesa.
Dovrebbe giocare cioè, in questa grave e difficile scelta, una valutazione inerente alla assoluta indispensabilità dell'indagine proposta. Ed essa in realtà non esiste in questo momento, mentre sono in corso significativi procedimenti giudiziari e per di più una inchiesta amministrativa imparziale e di alto livello che il Governo è impegnato a sollecitare il più possibile e della quale anche in un dibattito parlamentare valuterà le obiettive conclusioni.
Io credo quindi, quali che siano le opinioni personali di ciascuno di noi, che, anche con un obiettivo limitato, non ricorrano gli estremi che ci forzino ad una decisione che potrebbe risultare non necessaria, non opportuna e praticamente pericolosa.
Ecco le ragioni per le quali il Governo esprime parere contrario alle varie proposte di inchiesta parlamentare oggi in discussione. Esso dà come alternativa il suo rigoroso impegno a ricercare la verità con ogni mezzo a sua disposizione e poi voi giudicherete, spero serenamente, ed avendo presenti gli interessi del paese.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei concludere questa arida disamina con due considerazioni: la prima riguarda le forze armate, presidio della integrità e libertà del nostro paese (Commenti all'estrema sinistra) tanto più preziose quanto più oscuro e pericoloso appare il quotidiano svolgersi degli eventi di politica internazionale. Io credo che non vi sia in nessuno, comunque si appassioni a questa vicenda, il proposito di mortificarle e di metterle con ingiusto sospetto ai margini della vita nazionale...

VALORI. Sono certi generali che le mortificano!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. ...ma può accadere che dagli avvenimenti dei quali ci occupiamo possa sorgere questa impressione. Ebbene, come responsabile del Governo, come interprete, per il mio ufficio, di un sentimento certamente comune, desidero dire quanto esse contino nella vita del paese e quanto sia estraneo ad esse ogni proposito che non sia quello di servire con dignità, disciplina ed onore la patria comune.

ROBERTI. Vostro malgrado!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Ad esse voglio rendere omaggio in questo momento, nella certezza che esse sono tra le istituzioni fondamentali e sicura garanzia del libero e giusto progresso al quale aspiriamo.
Vorrei aggiungere poi che in tutti questi temi si discute di democrazia, del modo cioè di far crescere la nostra società, non nella mortificante costrizione ma nell'ampio respiro della libertà politica e della dignità umana. (Commenti all'estrema sinistra). Ebbene, vi sono distorsioni da correggere e sanzionare, vi sono episodi da chiarire. Una democrazia degna di questo nome non perde certo il suo valore e la sua solidità se si cimenta in questa impresa; ma la nostra ispirazione ideale e la vostra esperienza politica, messe alla prova in un lungo arco di eventi, sono tali che possono dare la garanzia al popolo italiano che le forze democratiche né hanno perso in passato né perderanno in avvenire il controllo della situazione.

ACCREMAN. E le liste?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Garantiremo nella libertà un dialogo politico, manterremo integre le nostre istituzioni, promuoveremo lo sviluppo della nostra società per una completa valorizzazione dell'uomo. (Vivi applausi al centro e a sinistra).

* * *

In sede di dichiarazioni di voto, Aldo Moro interrompe vari oratori, tra cui l'on. Pacciardi circa la divulgazione dei fascicoli Sifar, la trasmissione del rapporto Beolchini al Parlamento, sul voto di fiducia posto dal governo

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Vi è stato un rapporto alla magistratura, onorevole Pacciardi.

PACCIARDI. Avete fatto parecchi rapporti alla magistratura, come dirò, ma questo non è un rapporto che avete fatto voi. La magistratura ha visto pubblicati dei fascicoli segreti, ha fatto un'inchiesta per conto suo e ha convocato dei giornalisti, presumibili imputati: poi non si è saputo più niente. Ma se la magistratura sapeva chi aveva fornito i fascicoli, non era molto difficile per il Governo, anche attraverso le deposizioni degli interessati, sapere chi aveva determinato la fuga dei fascicoli. Da quando l'onorevole Tremelloni è al Ministero della difesa tutto è in ordine, ma questi accertamenti non sono stati fatti.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Noi abbiamo presentato il rapporto limitatamente alle sparizioni dei fascicoli riguardanti la nostra gestione.

PACCIARDI. Le torno a ripetere — questo l'ho appreso dalla stampa, non è che lo abbia inventato io — che quando fu pubblicato dall'Europeo il fascicolo dell'onorevole Saragat, che poi ha dato la stura a tutta questa vicenda, la magistratura si è mossa, ha chiamato quel giornalista dell'Europeo e si è fatta dire evidentemente chi aveva fornito il fascicolo. Lo sanno tutti, il magistrato lo sa, ma ella, onorevole ministro della difesa, sa poche cose di questa lacrimevole storia.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Non abbiamo avuto alcuna indicazione dalla magistratura.

* * *

PACCIARDI. ... C'è poi questo rapporto Beolchini che non viene comunicato al Parlamento e che siete costretti a comunicare al tribunale. Ma che cosa significa questo? Quando è stata fatta quella famosa inchiesta, nella quale era inclusa quella brutta e schifosa faccenda di Ravenna, non so se era contenuta nel rapporto di Beolchini o meno, siete stati in grado di dire qualcosa. Tanto è vero che il procuratore ha detto: mi trovo di fronte ad un segreto di Stato, non posso mandare avanti questi processi. Di conseguenza, li ha archiviati, tranne quello di Ravenna. Quando volete vi assumete simili responsabilità, dunque!
Il rapporto Beolchini non si deve conoscere? Di ciò siete voi i giudici; il Parlamento può invocare il suo diritto di controllo, ma in definitiva deve riconoscere la vostra autorità. Invece, quando il Presidente del tribunale ve lo chiede glielo date, mentre al Parlamento lo negate!

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho detto che trasmetteremo al Parlamento il rapporto Beolchini!

PACCIARDI. Certo, so bene che lo trasmetterete, ma solo adesso. Adesso che lo conosce il tribunale, e che lo conoscono i paracarri, lo conoscerà anche il Parlamento italiano. A noi, inizialmente, avete detto che si trattava di cose che non volevate rendere pubbliche, poiché investivano l'onore di alcune persone. Lo abbiamo ritenuto giusto, e ci siamo rassegnati a queste vostre spiegazioni. Ma allora esse devono valere sia per il tribunale sia per il Parlamento. Dovevate assumervi le vostre responsabilità e dire: «Queste cose sono segreti di Stato». Non dovevate rivelarli a un tribunale, quindi a tutti e, infine, al Parlamento. Sono cose che non si fanno! Un tribunale, inoltre, agisce pubblicamente, così come fa il Parlamento. Rivelare certe cose al tribunale è come rivelarle al grande pubblico, come avviene, del resto, nel corso delle sedute parlamentari. Una volta presa una decisione — anche sbagliata — dovevate tenerla ferma, non già fare questo giochetto (al tribunale sì, al Parlamento no) che è sempre indizio di disordine nella vostra compagine.
È successo poi che, una volta che il pubblico ministero ha messo con le spalle al muro il generale De Lorenzo, minacciando addirittura di incriminarlo, allora (e soltanto allora) sono venute fuori — come devo chiamarle per essere il più possibile cortese? — delle insinuazioni, che erano già tali nella richiesta di prova testimoniale avanzata dal generale De Lorenzo. Ella sa, onorevole Nenni, che l'avvocato del generale De Lorenzo, quando il pubblico ministero ha detto: per me l'istruttoria è finita, mandatemi gli atti per vedere se vi sono reati militari o civili da perseguire, ha avanzato richieste di prove testimoniali. Fra queste, onorevole Nenni, ha chiesto anche la sua testimonianza.

NENNI, Vicepresidente del Consiglio dei ministri. Sarei stato felice se il tribunale avesse accettato.

PACCIARDI. spinga la sua felicità fino a testimoniare in qualche altra forma. Al tribunale ella avrebbe detto quello che reiteratamente ha affermato anche oggi, al Parlamento. Io la conosco da 50 anni, onorevole Nenni. Abbiamo delle pagine in comune che non dimentico, credo all'amicizia e quindi, pur nella diversità di opinioni, ho una grandissima stima per lei. Quando ella mi dice che queste accuse sono false e lo dice in una forma così categorica come l'ha detto in Parlamento, io le credo, onorevole Nenni. Però non ci siamo solo io e lei a discutere qui. Sono state fatte delle accuse. La prima, direi la insinuazione più velenosa, è stata fatta in tribunale, quando lei è stato invitato a dire quali erano stati i suoi rapporti col generale Viggiani.

NENNI, Vicepresidente del Consiglio dei ministri. Non l'ho mai conosciuto in vita mia.

PACCIARDI. L'ha già detto. Io le credo, onorevole Nenni. È inutile che si rivolga a me, tanto più che i documenti pubblicati non riguardavano lei. Ella è quindi in una posizione diversa da quella degli altri due ministri. È stato detto che lei doveva .incontrare quel generale, ma lei ha smentito recisamente, affermando di non avere mai visto e di non aver mai avuto alcun rapporto di alcun genere con il generale Viggiani. Io credo nel suo galantomismo e credo che queste cose ella non le abbia mai fatte. Ma questo non è un rapporto che si esaurisce tra noi o tra i gruppi della Camera e lei, come vicepresidente del Consiglio. È una cosa disgraziatamente amara, ripugnante, come ha detto il Presidente del Consiglio, ma di dominio pubblico. Fortunatamente questi assegni, veri o falsi, non sono firmati né intestati con il suo nome. Però sono stati pubblicati degli assegni intestati a due ministri. Anche loro hanno smentito, non in modo così netto e categorico come ha fatto lei. E siccome sono dei ministri, degli uomini d'onore, noi dobbiamo credere a questa smentita. Ma la smentita l'hanno fatto prima che tali assegni fossero pubblicati.
Che cosa si doveva fare? Al vostro posto, vedendo pubblicati degli assegni intestati a me, che so essere falsi, reagirei. Intanto, però, è stato ammesso che un piccolo assegno era autentico. In questi casi si protesta, si urla. Invece, vengono pubblicati questi assegni e nessuno dice niente, nemmeno lei, onorevole Presidente del Consiglio, che oggi ha fatto una difesa dell'onorevole Nenni che non oso definire. Mi scusi, onorevole Presidente del Consiglio, ma, ricordandomi di essere stato avvocato nei miei giovani anni, l'ho interrotto mentre parlava (forse ella non mi ha sentito), dicendo che, come imputato, non accetterei mai un cliente come lei, perché ella mi rovinerebbe. (Si ride).

SERBANDINI. L'ha fatto apposta.

PACCIARDI. Qualcuno maligna che ella l'ha fatto apposta, ma non credo ai grandi furbi che fanno apposta queste cose. Mi ricordo di un episodio che, se è vero, è un po' buffo. Si dice che ella, onorevole Moro, già professore di diritto penale, si sia recato da Carnelutti per sottoporgli un problema o un progetto, non so che cosa fosse. Ebbene, una persona che dice di essere stata presente (non so se crederci, perché intorno agli uomini politici si raccontano tante storielle) mi ha riferito che Carnelutti le disse: «Onorevole Moro, ella ha una grande fortuna nella sua carriera politica. Continui la carriera politica, ma lasci stare il diritto penale». (Si ride).
Non a caso mi è venuto in mente oggi questo episodio un po' scherzoso, certamente non ingiurioso, considerato anche che Carnelutti era una cattiva lingua. Me ne sono ricordato ozi perché ella aveva una sola cosa da dire qui: questi assegni — ve lo dico nella mia responsabilità di Presidente del Consiglio — sono falsi! Questo bisognava dire, e non arzigogolare sull'onere della prova.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Ella indubbiamente non mi ha ascoltato oggi.

PACCIARDI. L'ho ascoltato. Ella ha fatto una disquisizione giuridica.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Visto che ella è avvocato il giorno in cui entrambi volessimo scrivere un libro di diritto, credo che potremmo farlo separatamente.

* * *

PACCIARDI. ... Mi meraviglio dell'onorevole Moro, che è sempre così molliccio, mentre questa volta è un leone. Vi siete trincerati dietro le vostre opinioni e ponete la questione di fiducia. Questo avviene purtroppo da molto tempo ed è nient'altro che un segno della vostra crisi interna. Ormai non si può fare una discussione in questo Parlamento, si tratti della riforma dell'università o di qualsiasi altro argomento, senza che il Presidente del Consiglio ponga la questione di fiducia.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Così avete il piacere di votarla.

* * *

Nella seduta del 1 febbraio, sempre in sede di dichiarazioni di voto, Aldo Moro interrompe l'on. Valori circa il ruolo del Sifar sul finanziamento della campagna elettorale ad alcuni uomini politici.

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Mi permetta, onorevole Valori, di chiarire questo punto, sul quale non vorrei dovesse sorgere in seguito qualche equivoco; non ho detto che il SIFAR aveva un servizio apposito per questo compito, ma ho detto semplicemente che, qualora vi fosse stata un'operazione di questo genere sarebbe stato veramente assurdo specificare i nominativi.

VALORI. Giacché ella ha fatto questa precisazione, signor Presidente del Consiglio, mi permetta di rivolgerle una domanda: ella è in grado di smentire che il SIFAR abbia mai finanziato, non dico i personaggi o gruppi determinati contro i quali si è indirizzata in questi giorni una certa campagna, o abbia mai svolto operazioni di questo genere, come organo collegato alla CIA e alla REI? E in grado ella di smentire tutto questo, per sua conoscenza diretta, o per conoscenza del ministro della difesa?

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. A me non risulta in alcun modo.

* * *

La Camera dei Deputati respinge una serie di mozioni, ed approva l'ordine del giorno di Flaminio Piccoli che consente di non costituire la commissione parlamentare d'inchiesta.

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 31 gennaio 1968

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di mercoledì 31 gennaio 1968)


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