LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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XI CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: RELAZIONE INTRODUTTIVA DI FLAMINIO PICCOLI
(Roma, 27 giugno 1969)

L'XI Congresso nazionale della Democrazia Cristiana si svolse dal 27 al 30 giugno 1969. Il Segretario politico in carica è Flaminio Piccoli, eletto da appena cinque mesi, dopo le dimissioni dell'allora Segretario Mariano Rumor a seguito della sua nomina a Presidente del Consiglio.
Il blocco doroteo si è diviso, con l'uscita di Aldo Moro e Paolo Emilio Taviani, e gli equilibri interni al partito sono in cerca di nuove soluzioni.
Di seguito si riporta la relazione introduttiva del Segretario Piccoli.

* * *

Cari amici, anzitutto desidero rivolgere un saluto pieno di amicizia al Presidente di questa Assemblea, ad Amintore Fanfani. Mentre ci accingiamo ad affrontare un Congresso difficile, in un delicato momento della società italiana, credo di interpretare i sentimenti di tutti i delegati, esprimendogli i più calorosi auguri di buon lavoro. In. Amintore Fanfani, la Democrazia Cristiana si onora di riconoscere uno- dei suoi leaders più qualificanti, e nella sua opera di Segretario del Partito, di Presidente del Consiglio, ed oggi di Presidente del Senato, si riassumono alcune fasi significative della nostra storia più recente.
Solo un anno e mezzo è passato dal nostro ultimo Congresso. Esso però ci appare assai più lontano di quanto in effetti non sia, tanto densi di novità, di tensioni, di avvenimenti per molti aspetti contraddittori sono stati questi mesi.

Le elezioni del 19 maggio 1968

Dopo il Congresso di Milano, riconfermato alla Segreteria, l'on. Mariano Rumor, furono suoi impegni e obiettivi principali la preparazione del partito per le elezioni del 19 maggio 1968. Al di là di tutte le valutazioni che sono state fatte, rileviamo anzitutto che quella consultazione ha confermato e migliorato la delega popolare al nostro partito, ha dato un largo apporto all'alleanza parlamentare di centro-sinistra, qualificandola come la sola alleanza democratica possibile. Segno concreto che il partito, con alla testa l'on. Rumor, e il Governo, presieduto dall'on. Moro, avevano bene operato, con armonia di posizioni e di intenti. La Democrazia Cristiana, raccolta nella sua assise congressuale, non può non dire all'on. Rumor e all'on. Moro un grato e affettuoso riconoscimento per il traguardo cui hanno saputo portarla.
L'aumento di voti al Partito Comunista Italiano e la flessione di una delle componenti del centro-sinistra, il Partito socialista, hanno aperto interrogativi di non poco conto sulla linea politica e sui modi er renderla meglio agibile ed efficiente. Le vicende di questi ultimi esi possono, però, servire almeno in parte a riportare il discorso in un alveo storicamente più giusto, quando si valutino le difficoltà interne del Partito Socialista Italiano, che certo preesistevano al risultato elettorale e si riferivano ad un'unificazione che non era ancora sostanzialmente compiuta.

I partiti di fronte alla situazione politica

La Democrazia Cristiana si è da allora più volte interrogata al suo interno, ma né il confronto di tesi particolarmente vivace tra le sue componenti, né i dibattiti di tre Consigli Nazionali hanno consentito di assicurare al partito quell'ampia piattaforma di incontro stabile di idee e di tesi che è la premessa necessaria per una sintesi ben configurata, sulla quale possa poggiare una più larga maggioranza di gestione.
Negli altri due partiti di centro-sinistra sono stati i rispettivi Congressi a tentare una individuazione di linea politica che non sconfessasse la scelta del passato, anzi la confermasse come la più avanzata possibile nell'attuale situazione interna e internazionale, pur interpretandone con puntualità maggiore la carica di novità e di rinnovamento che potenzialmente porta con sé. Se al Partito repubblicano l'operazione apparve riuscita, al Partito socialista, malgrado il periodo di « disimpegno m governativo e di ripensamento che ha preceduto il suo Congresso, è risultata meno facile la ricerca di un equilibrio interno stabile e rapportato ai più incidenti valori del centro-sinistra.
Elementi di novità, nel frattempo, sono pure emersi nel Partito comunista, sia per il tipo di dibattito che ha caratterizzato il Congresso di Bologna, sia per gli atteggiamenti autonomi e critici tenuti alla Conferenza comunista di Mosca, ma senza che da essi sia stata tratta alcuna conseguenza pratica nell'impostazione di una condotta politica tuttora incentrata, da una parte, sull'abbattimento del centra sinistra e sulla proposta di sostanziali « fronti popolari » che dovrebbero sostituirlo; dall'altra, sull'incentivazione di atti protestatari e di rivolta nel Paese, quali che siano la loro impostazione ideologica e la loro finalità.

Il divorzio e i problemi della famiglia

Per converso, quasi per una identificazione esteriore di tutte queste incertezze, tra gli schieramenti a destra e a sinistra della Democrazia Cristiana si è cercato nei giorni scorsi, in Parlamento, con la proposta di legge sul divorzio, un terreno particolare, quasi si trattasse di spostare l'attenzione del Paese dai suoi reali e più urgenti problemi, di tentare in qualche misura di sconvolgere quelle che sono le naturali collocazioni di ciascun partito. Un'operazione la cui punta maggiore di pericolosità e di maliziosa strumentalizzazione è durata lo spazio di quarantotto ore: il tempo sufficiente alla Democrazia Cristiana per precisare il suo rifiuto, del resto scontato, a scendere in izza su terreni diversi da quelli sui quali si misurano le volontà di un reale e più democratico sviluppo della nostra società. Il tempo necessario, amici, anche per respingere una via che niente altro offre per risolvere i problemi della famiglia, se non uno strumento generico e definitivo che non riteniamo trovi giustificazione nella coscienza e nella tradizione del nostro popolo, al quale va quindi assicurata una possibilità di espressione diretta.
Nessuno si illuda. La nostra precisa volontà di non far risorgere, per nostro conto, i dolorosi steccati del passato, non intacca per nulla l'impegno e la serietà con cui affermiamo, anche su questo problema, la nostra posizione, sulla quale tutta la Democrazia Cristiana è saldamente unita. Fa parte del nostro patrimonio l'attenzione che, in quanto politici e cristiani, portiamo alla famiglia, quindi alla necessità di sostenerla nel duro e contrastato passaggio da un tipo di società a un'altra di tipo industrializzato, ma anche di aprirla a innovazioni importanti, sul piano del costume e del diritto, come si conviene a una comunità che contemporaneamente vive il momento del benessere e quello della riscoperta dei valori umani e morali. Ma ne parlo subito, di questa vicenda, perché questa è una decisione deviante, è una scelta rivelatrice, io penso, di una situazione di confusione. Ma anche la confusione è un sintomo politico, rispetto ai doveri inderogabili che ci attendono e sui quali sarà misurata, senza spazio per indulgenze e per lunghe attese, la volontà politica dei democratici italiani.
Come si può pensare di essere nel giusto quando, al di là di ogni valutazione positiva o negativa sul divorzio, si colloca in cima alla scala di priorità, nel giugno 1969, la cesoia per troncare l'unione familiare, trascurando — non voglio dire di proposito — le scelte politiche che alla famiglia dovrebbero assicurare più giustizia, più umanità, più occasioni di libertà, più mezzi e strumenti di affermazione e di autonomia rispetto ad un sistema sociale tutt'altro che privo di elementi mortificanti e disumanizzanti? E' forse questa la risposta primaria che le forze politiche sentono di poter dare alle sollecitazioni e alle contestazioni di cui è ricca la storia italiana degli ultimi mesi? E' questo il messaggio politico riservato ai giovani, che reclamano un modo di vita nuovo nelle università, nelle fabbriche, ovunque una nuova e diversa coscienza di sé e dei propri doveri e, spesso, il raffronto delle generazioni creano motivi di contrasto e di incomprensione? E' così che si annulla il divario di credibilità, quando si dichiara di non voler perdere il contatto con le nuove leve giovanili, ma si trascura poi il campo delle grandi riforme? A questo, insomma, si riduce la vantata capacità di costruire strutture sociali nuove, a misura dei grandi bisogni insoddisfatti e delle pressanti richieste di partecipazione che ci provengono da ogni parte?

La crisi dei partiti

Noi abbiamo visto, cari amici, crescere intorno a noi — noi classe politica — uno steccato, quasi, di diffidenza e di distacco, che rende più difficile, più arduo l'ulteriore cammino verso una dimensione di civiltà che rechi il segno di una incessante costruzione. Eppure, si stenta a capire la portata di ;questa crisi di rappresentanza politica: la si gira e rigira in un succedersi di diagnosi, quasi a volerne scoprire i più riposti aspetti, quasi considerandola un fenomeno da laboratorio e non il frutto di un determinato momento storico, in cui i grandi risultati di una crescita impetuosa si sommano ai ritardi, alle deviazioni, agli immobilismi, che vanno a carico dell'intero schieramento politico, di cui le opposizioni non sono piccola parte.
La stessa interpretazione del fatto elettorale di un anno fa mi appare sommaria e superata. Non c'è stato semplicemente, a mio giudizio, uno « spostamento a sinistra » dell'elettorato italiano. Se questa fosse la conclusione del Congresso, essa sarebbe già resa problematica da recenti prove elettorali, che dimostrano come niente sia irreversibile in questo Paese, come anche il comunismo possa tornare sui suoi passi, se lo vogliamo, scavalcando quasi un decennio in un colpo solo.
Siamo in realtà dinanzi a una diversa maturazione di coscienza del cittadino, che sente in termini più personalizzati, al massimo grado, il suo diritto a una zona più ampia di libertà e di giustizia, per la quale il tipo di Stato e di società in cui egli vive e opera svelano ancora insufficienze e sperequazioni importanti. E' un complesso sommovimento di valori in atto nella società, che si riversa all'interno dei partiti e quasi ne inceppa i movimenti e provoca situazioni di attesa, di contrasto, talora di rinuncia all'assunzione di responsabilità. Trova più facile spazio, forse perché è più comodo, fino a farlo diventare fonte di contrapposizioni e di battaglie politiche, l'esercizio analitico, togliendo così respiro alla trasformazione delle intuizioni in fatti operativi.
E qui noi democratici cristiani dobbiamo reagire, ricordando a noi stessi come sia nostro dovere urgente e inderogabile passare a una fase costruttiva, per realizzare equilibri che siano produttivi oltre che stabili; per costituire maggioranze interne omogenee, oltre che operative, pronte a impegnarsi in un'assunzione di responsabilità fattiva; per fare politica rinunciando insieme, e subito, a quegli schemi di giudizio che lo stesso corso delle cose fa ritenere superati. Questa presa di coscienza « in avanti » ci è richiesta dal Paese, ci è sollecitata dal partito, ci è imposta dal nostro senso di responsabilità.
Ormai gli interni giochi di gruppo, nel nostro partito, sentono la corda. Lo vogliamo o non lo vogliamo, il momento è per le cose che contano, che sono vere. Nella Democrazia Cristiana, il periodo che attraversiamo ha bisogno di un riferimento sempre più preciso alla realtà del Paese e alla coscienza dei cittadini; il passaggio di doveri che ci riguarda è di tale difficoltà che libera da sé, quasi per una forza di caduta, le motivazioni personali e di potere, sulle quali sovente si rischia di appannare o di cancellare lo smalto della democrazia.
Sembrano essere questa la lezione, questi i segni più significativi che è possibile ricavare dalle tensioni presenti nella società e che sono caratteristiche del nostro tempo; ma anche dalle difficoltà e dal rischio di una perdita di prestigio del Parlamento; dalla nostra stessa vicenda congressuale, i cui termini di riferimento vanno quindi ricercati ben oltre il Consiglio Nazionale che diede vita a questa Segreteria. Direi, anzi, che mi sono convinto, in questi ultimi mesi, che se non si fossero verificate nel nostro partito le note difficoltà, un anticipo del Congresso sarebbe stato comunque necessario per una riflessione puntuale tra di noi, per una risposta tempestiva della classe dirigente del partito e una situazione sociale così profondamente mutata.

La D.C. dal X all'XI Congresso

La Democrazia Cristiana conobbe nel gennaio scorso uno dei suoi momenti difficili, per molti versi mortificante non per uno ma per tutti noi, anche se ben presto furono le vicende politiche successive ad incaricarci di sottolineare quanto sia stata positiva la decisione — dopo la disarticolazione della maggioranza di Milano, emersa nel dicembre scorso — di assicurare una stabilità di conduzione al partito. Ogni soluzione precaria nella Democrazia Cristiana, incompatibile in tempi normali, si sarebbe rivelata insostenibile in periodi di così particolare difficoltà come quelli che stiamo attraversando. E credo che oggi onestamente si debba riconoscere quanto necessario fosse il sacrificio, non personale ma di partito, imposto a una dirigenza perfino ingiustamente impugnata — per la prima volta nella nostra storia — sul piano della legittimità, quando a null'altro intendeva finalizzarsi, e si è finalizzata, se non all'esercizio responsabile delle garanzie di diritto e di libertà all'interno della Democrazia Cristiana, se non al servizio di una presenza definita ed utile al Paese, se non alla chiarezza delle posizioni e all'esecuzione dei doveri propri della politica, in un momento tanto inquieto e significativo per il nostro Paese.
Punto di riferimento positivo, comunque, rimase e rimane per tutti, dal dicembre scorso in poi, il Governo di centro-sinistra ricostituito dopo il Governo monocolore dell'on. Leone. E al Presidente Leone debbo dire la gratitudine del partito per la coscienza, la serenità e la costruttività della sua opera. Il Governo di centro-sinistra ha avuto il contributo personale e di idee di tutta la Democrazia Cristiana, e si è costituito, in questa edizione, su un programma definito in alcuni punti qualificanti, tradotti in risultati che sono da tutti riconosciuti per la loro influenza risolutrice di annosi problemi della società italiana. Al Presidente Mariano Rumor va quindi, assieme ai suoi collaboratori, il riconoscimento più vivo del partito, il fervido incoraggiamento a proseguire su una strada che si è dimostrata tanto feconda. Partito e Governo hanno potuto altresì apprezzare il fervido e compatto apporto dei Gruppi parlamentari, sotto la guida dei Presidenti Caron e Andreotti.
L'impegno di condurre il partito a un confronto interno non venato da preoccupazioni personali o da rivalse, ma aperto e costruttivo, io credo quindi sia stato mantenuto. Lo prova, cari amici, la stessa domanda, ansiosa, ma carica di fiducia, che viene rivolta al nostro Congresso; lo prova l'attenzione rispettosa delle altre forze politiche; lo prova l'aumento dei consensi ottenuti dalla Democrazia Cristiana, nelle recenti elezioni amministrative e regionali, segno confortante di un dialogo con la nostra base sociale tutt'altro che compromesso dalle difficoltà del nostro dibattito interno, anzi rinnovato e anche qui all'insegna di una fiducia manifestata in modo particolare dai giovani e dai ceti popolari.

Il dibattito precongressuale

L'ultima riprova di un Congresso aperto e costruttivo è venuta dai dibattiti che si sono svolti alla nostra periferia, e soprattutto nelle sedi regionali, per la prima volta — e appare quasi incredibile, ora che l'incontro è avvenuto, che sia stato per la prima volta — punti di riferimento per una classe dirigente di partito eletta, una classe dirigente quindi doppiamente consapevole e capace di un confronto difficile, forse non maturato sufficientemente, per taluni aspetti ancora incerto ed esitante, ma fecondo, che ha arricchito la nostra presenza politica di contenuti, di idee, di predisposizioni a compiere il grande salto di rinnovamento per il quale dobbiamo batterci.
Il giudizio polemicamente emerso nei giorni scorsi, a consuntivo avvenuto, in alcune osservazioni di corrente, su un dibattito che sarebbe stato privo di interesse perché « non ha inventato nulla di nuovo », si rivela quindi per lo meno ingenuo, perché riflette una mentalità di « partenza da zero » che non ha nulla a che fare con i doveri di un partito politico: doveri reali e non profetici, fatti di responsabilità concrete e non mitiche. Ma quali che siano state, nei mesi e nelle scorse settimane, la qualità e l'ampiezza del dibattito interno e gli echi che esso ha suscitato nella pubblica opinione, ancora una volta, qui davanti a voi delegati, che sedete in rappresentanza dei soci del partito, di una periferia che sa di essere investita di una responsabilità diretta e severa, ritengo di dover respingere la definizione di questo Congresso come un fatto di pura verifica delle forze di potere esistenti nel partito.

Quattro temi di fondo

Primo compito della relazione che apre il Congresso è fornire ai delegati, ai soci, agli altri elettori, al Paese, una chiara indicazione sulle prospettive di cui il Congresso vuole rappresentare un momento dinamico e qualificato: certi come siamo che nessuna forza politica — e noi democratici cristiani meno di qualunque altra — possa oggi permettersi di risolvere il dibattito e l'operare politico se non in una definizione di linea, in un'assunzione di responsabilità, in una sintesi che sia prontamente traducibile in atti concreti. E i motivi sono essenzialmente quattro:

1) C'è innanzitutto una posizione di politica internazionale da verificare, perché incide direttamente sul nostro Paese, sulle forze politiche, su di noi, sempre più immersi economicamente in una società. continentale, con il rischio contrapposto di una incombente provincializzazione culturale, politica e civile. Assistiamo a un'eclisse di coscienza sull'Europa, un'eclisse di motivazioni e di contenuti. Assistiamo ad una flessione dell'interesse per l'Europa: le associazioni europeiste sono in crisi, i sindacati sono rimasti ai margini, i partiti politici sembrano limitare il loro impegno, sempre più preoccupati nella gestione degli Stati nazionali. Restano invece tutti i problemi che con l'integrazione europea si pensava dovessero essere risolti. E la scomparsa del Generale De Gaulle dalla scena riapre nuove prospettive,. ma pone nuovi interrogativi.
Il partito di De Gasperi non può dunque non sentire la responsabilità di una risposta a questi interrogativi; non può rifiutare la positiva esplorazione di possibilità operative aperte a una soluzione politica continentale.

2) Nel Paese serpeggia il dubbio sulla capacità del sistema politico italiano a garantire in modo efficiente l'esercizio del potere, sia. a livello dello Stato nazionale, sia a livello locale. Le agitazioni — che negli ultimi due anni hanno più di una volta scosso vitali settori della vita nazionale, e di riflesso l'opinione pubblica — appaiono al cittadino causa ed effetto di una crisi politica, proprio in un periodo di grande dinamismo dell'economia e della società italiana. Esse si: qualificano per la prima volta, queste agitazioni, come posizioni di partenza, di urto e di impatto che non conoscono alla base differenziazioni politiche, per cui la mediazione avviene, ai vertici del sistema, con una usura che è apprezzabile solo che si guardi al vuoto politico- che ne consegue e che appare talvolta incolmabile, malgrado tutta la buona volontà dei responsabili.
Attraverso questi travagli, dopo una generazione, la democrazia. italiana esige nuove idee, chiede a noi i modi e le tappe di un ulteriore progresso. Al popolo italiano non basta più la democrazia del consenso, né ritiene che questa abbia una naturale forza di incidenza sufficiente a operare il rinnovamento di una società che vuole essere. tutta coinvolta nella sua ascesa, nella ricerca di un migliore assetto, nella definizione di un modello in cui possa meglio riconoscersi. E. tutto questo, d'altra parte, appare sempre più un fenomeno di respira europeo. E' tempo quindi che, come uomini politici, ce ne facciamo esplicitamente carico, se vogliamo evitare omissioni o abdicazioni, volontarie o forzate.

3) Di fronte alla vastità di questa problematica di crescita politica e civile, si impone una riflessione delle forze politiche di partito,. in quanto strutture finalizzate all'individuazione e alla soluzione di problemi: centri di idee, centri di raccolta di un potere che non deve essere consumato all'interno, ma al servizio dell'intera comunità. La Democrazia Cristiana non può non interrogarsi a questo proposito: essa è la più originale espressione politica del popolo italiano, forza di garanzia e di avanzamento. Non può quindi tacere su nuove proposte circa la funzione che le forze politiche organizzate devono assolvere nella società contemporanea.

4) Il quarto motivo riguarda più particolarmente la Democrazia Cristiana in quanto forza politica di ispirazione cristiana. Il clima postconciliare, caratterizzato da un pubblico e approfondito esame di coscienza di tutte le componenti cattoliche, ha avuto come conseguenza, anche recente, una larga presenza di forme di contestazione interna, segno a un tempo di vitalità culturale, ma non sempre di sufficiente maturità. Nel campo politico, oltre alla tradizionale polemica esterna di ispirazione laicista e marxista contro le ragioni di un partito di cattolici, si è avuta la trasformazione dell'« integrismo » da atteggiamento interno a corrente di contestazione esterna all'unità politica dei cattolici. Ancora una volta, nelle nuove condizioni, dobbiamo riproporci tutte le domande che a noi, democratici cristiani, sono state tradizionalmente poste sia come operatori politici che come cattolici.

Un Congresso « costituente »

I democratici cristiani, mentre hanno più volte rivendicato il merito di aver guidato l'Italia nella trasformazione da società contadina a società industriale, non si sottraggono quindi al compito di indicare ai cittadini nuove dimensioni per lo Stato, nuove funzioni per le forze politiche, nuove occasioni perché l'universalità del messaggio cristiano — lievitando le menti e i cuori degli uomini — suggerisca e promuova forme più giuste di sociale convivenza. Essenziale per una forza politica è misurarsi permanentemente con i veri problemi del tempo, e proporre e operare. Nessuno può pretendere che, in pochi .giorni di dibattito, il Congresso trovi tutte le soluzioni, ma l'importante è di avere accettato di misurarsi con i problemi reali della società italiana e di non sbagliare la prospettiva per definirli, descriverli, analizzarli.
Questo Congresso rifiuta quindi ogni valutazione di ordinaria amministrazione e potrebbe, e può, a giusto titolo proporsi come Congresso in larga misura « costituente ». E' la situazione del momento che esige coraggio e chiarezza: esige un discorso politico che dia al Paese il senso della situazione e ci consenta alla fine di ritrovarci veramente concordi in una prospettiva che rilanci la vocazione politica ,della Democrazia Cristiana. Forti della nostra coscienza democratica, liberi nella ricerca della verità, noi vogliamo centrare il senso delle nostre responsabilità, respingendo anche l'ombra del declino verso -cui altre forze politiche sono state sospinte, nella divaricazione tra le .deleghe popolari raccolte nel Paese e la capacità di una loro trasformazione in atti incidenti per lo sviluppo e per il rinnovamento.
La relazione di un Segretario politico non vuole, ma anche non deve, essere né un programma di governo, né un documento di filosofia politica o di filosofia della storia, né un trattato di economia. Intendo quindi attenermi al dovere di esprimere la mia responsabilità, di offrire una piattaforma che mi sembra aderente alla realtà politica di oggi, sulla quale possa positivamente confluire la ricerca di una strada comune.

Il contesto internazionale

Lo ricordava Alcide De Gasperi: noi siamo per ciò che sono i nostri collegamenti internazionali. Verità ancora più valida oggi, per ii grado di integrazione raggiunto tra problemi interni e internazionali nei maggiori Paesi; per il dovere che abbiamo, noi democratici cristiani, di stimolare negli Italiani un corretto senso della loro responsabilità internazionale, in quanto cittadini di un Paese diventato — in vent'anni di lavoro sostanzialmente concorde — una delle maggiori potenze industriali del mondo; per non considerare la politica estera, come si è fatto spesso, in funzione quasi esclusiva degli equilibri interni, ma in quanto contributo responsabile alla ricerca cli un migliore assetto mondiale, quindi della pace come obiettivo che si identifica con lo sviluppo stesso della società umana. Sono queste le ragioni che ci portano alla conoscenza e all'interpretazione del contesto internazionale come al primo atto di un processo politico per ogni movimento, per ogni partito che voglia, con responsabilità, perseguire prospettive strategiche le cui qualità non siano disgiunte mai da un idealismo senza illusioni.
Dalla fase della « guerra fredda » all'attuale fase di ricerca di un accordo tra le due superpotenze, l'evoluzione internazionale è passata attraverso periodi dominati da formule, quali la kennediana « distensione » o la « coesistenza pacifica »: formule che riassumono contenuti politico-militari ed economici, metodi operativi diversi, ma sempre densi di conseguenze sull'insieme dei fenomeni che caratterizzano il contesto internazionale, nel continente europeo e nel nostro Paese.
Dobbiamo quindi rimeditare la portata degli eventi che hanno generato quelle formule, per capire fino a che punto la presenza delle armi nucleari alteri i tradizionali comportamenti politici; quanto sia stata, e sia, aspra e difficile la strada per individuare leggi e meccanismi della strategia nucleare, i campi di manovra e gli spazi di operazione delle due superpotenze; quali siano i modi per escludere la precipitazione del mondo nel « giorno del giudizio » nucleare.
Il discorso della situazione internazionale, cari amici, — proprio per la straordinaria novità imposta dalla strategia nucleare e dalle sue capacità di condizionamento — mi pare di importanza eccezionale anche sul piano del metodo. Vorrei però che risultasse a tutti chiaro come persino i momenti di maggiore rigidità e tensione, in sede internazionale, abbiano offerto spazi di movimento a quelle forze politiche che, sapute interpretare le tendenze, abbiano voluto agire, creando le opportune strategie di proposte e di alleanze; e quanto, per converso, gli ultimi venticinque anni siano anche stati ricchi di « occasioni perdute », nel senso che i problemi raramente si semplificano, se sono lasciati irrisolti. Perso il momento cruciale, ben più difficile e spesso assai oneroso diventa ricondurre il corso delle cose a un punto di incontro e di compromesso.

I rapporti fra le superpotenze

E' stato nel '62, con la crisi di Cuba, che si è aperta la fase nuova e non ancora superata dei rapporti tra le due superpotenze e dell'intero assetto mondiale, condizionata dalla scoperta di una via di distensione obbligata tra i detentori di armi nucleari e di missili spaziali: la via di una non belligeranza nucleare, che nemmeno le prove di forza politica o di conflitto armato periferico possono scalfire. Il confronto di Cuba segna la fine di una lunga ricerca di primato di assoluto da parte delle superpotenze e il graduale passaggio a una distensione più effettiva. E' una fase contrassegnata da rigidità, da crisi, da confronti, da prove di forza, da conflitti. Non di meno essa reca tracce evidenti della volontà di mantenere la lotta politica sulla scena internazionale a livelli che testimoniano l'impegno di preservare l'umanità da supreme prove di forza.
E' in questi anni che prende forma più definita la connotazione nuova e centrale della cultura politica della nostra epoca. La guerra — come evento storico e generalizzato che coinvolge i popoli del mondo, per cui è necessario mettere in campo tutte le risorse e tutto il potere — è diventata oggettivamente impossibile. Rimangono possibili, o forse divengono più facili, i conflitti, cioè le prove di forza anche armate e sanguinose, ma limitate e contenute entro confini non suscettibili di aprire la strada alla guerra totale. L'era nucleare pone così in crisi la nozione dell'uso del potere politico e militare come ci è stato consegnato dalla tradizionale politica europea di potenza, in quanto una guerra nucleare determinerebbe la fine della politica, la fine di ogni manifestazione della vita sociale e associata degli uomini.
La prima conseguenza è che la responsabilità di non precipitare il mondo in un confronto globale, suicidio collettivo, riguarda tutti i Paesi, qualunque sia il loro grado di sviluppo e di potenza. Ogni Paese deve misurare i suoi atti, le sue volontà, le sue politiche sul metro della realtà nucleare.
La seconda è che i conflitti non possono più risolversi su un piano puramente militare, ma richiedono un compromesso tra le grandi potenze, portate a opporsi anche a quegli eventi che sembrano soltanto alterare i contorni dei reciproci sistemi di sicurezza. Si apre qui uno dei campi d'intervento per l'ONU, anche se è tuttora irrisolta la ricerca positiva dei modi per una tutela sovranazionale dei diritti connaturati alla pace per una soluzione delle controversie che tenga conto della presenza irrinunciabile delle grandi potenze, ma trovi nella sede internazionale le basi e i prevalenti punti di riferimento, d'incontro, di equilibrio, di disarmo, di pace. « Chi non vede — è stata l'esortazione di Paolo VI nella sua memorabile visita all'ONU — chi non vede il bisogno di giungere, progressivamente, a instaurare un'autorità mondiale, capace di agire con efficacia sul piano giuridico e politico? ».
Una presa di coscienza esatta del legame indissolubile che corre tra lo sviluppo e la pace, una presa di coscienza dei condizionamenti obbiettivi contro i quali bisogna fare i conti: è da qui che bisogna partire. Ecco quindi che, per tradurre in strumenti di razionale progresso le nuove nozioni politiche e strategiche, appaiono necessarie approfondite revisioni dei concetti tradizionali, appare necessario che la politica giunga a proporre formule positive, anche a livello del diritto e del comportamento internazionale, omogenee alla nuova realtà termonucleare e spaziale.
Tesi aberranti come quella sovietica sul « diritto d'intervento », enunciata a spese del « nuovo corso » cecoslovacco, si condannano da sé, non solo per il soffocamento brutale di tensioni di libertà, ma anche perché uccidono con arroganza ogni possibilità di quell'articolata partecipazione e finalizzazione allo sviluppo e alla pace, che sono indispensabili alle minori come alle più grandi potenze. Se queste propongono il trattato di non-proliferazione, gli altri Paesi tendono ad ottenere che il « ricatto nucleare » venga impiegato per il mantenimento della pace nella sicurezza: per non lasciar crescere logiche di forza che portano a comportamenti spiegabili e comprensibili, ma non sempre compatibili con la morale dei popoli e dei diritti della persona. Comunque, non certamente risolvibili sul piano del confronto militare.
E la mancanza di soluzioni militari si è resa evidente anche nel Vietnam, in una tragica guerra che ha diviso gli Stati Uniti al loro interno — a dimostrazione del grande momento di libertà di cui gli Stati Uniti sono espressione — scuotendo gli animi per la difficoltà e la contraddittorietà delle posizioni che investiva, ma che ha portato infine a una trattativa e alla de-americanizzazione dello scontro annunciata dal Presidente Nixon.
Quanto pesi una logica nucleare, non regolata da formule positive, si è visto anche nello stravolgimento della situazione nel Medio Oriente.
E' giusto quindi ritenere che l'elaborazione di metodologie e di procedure nuove, per amministrare il conflitto a scala internazionale, non rappresenta solo un obiettivo di interesse per le potenze minori (cioè per la quasi totalità dei Paesi e dei popoli del mondo), ma anche un obiettivo necessario per le grandi potenze, in quanto premessa obbligata a un nuovo sistema di relazioni internazionali, in quanto renda possibile aprire una discussione razionale sui conflitti, trovare procedure che consentano soluzioni accettabili di compromesso e che portino, finalmente, su un piano effettivo un programma di graduale disarmo.
Da ogni stato di conflitto, infatti, che coinvolga le grandi potenze e che le confronti, traggono vantaggio, lo abbiamo visto negli ultimi anni, alla lunga, soprattutto le forze che usano lo spazio di agibilità per riprodurre antiche formule autoritarie, sotto le apparenze di un « policentrismo » di decisione e di responsabilità politica. E la non possibilità di spendere totalmente il potere da parte delle grandi potenze, rende loro difficile il controllo di tali fenomeni, ed esse intervengono solo quando interessi vitali del loro sistema di sicurezza sono messi in gioco. E nel ferreo schema della sicurezza internazionale, i colpi di Stato autoritari in zone marginali finiscono per essere di fatto tollerati, se non proprio autorizzati.

La Cina

Il problema assume ben altra rilevanza quando alla logica del « policentrismo », oltre al Generale De Gaulle, si richiama anche la Cina. Ed è bene acquisire la Cina alla nostra considerazione, assai più di quanto non sia stato fatto finora. Acquisirla in una visione più larga: in una visuale più larga del suo scontro ideologico e militare con l'Unione Sovietica, o della sua presenza all'ONU. Da qualche anno la Cina propone un'alternativa alla civiltà scientifico-tecnologica dei Paesi industrializzati esposta in termini globali, una politica che sostiene le ragioni della violenza rivoluzionaria come metodo, un giudizio di possibilità effettiva della guerra nell'era atomica; concezioni, tutte, che noi respingiamo con forza.
Ci oppone alla posizione cinese la convinzione politica che, nell'era termonucleare, non siano possibili conflitti totali; ci oppone il giudizio che la violenza e l'energia rivoluzionaria non possa mai essere rilasciata in dosi controllate, che « l'assedio delle città da parte delle campagne », come dice Lin Piao, abbia valore strategico e decisivo solo se è globale e se è condotto con simultaneità. Ancora più radicalmente ci oppone alla posizione cinese una convinzione di valore, che non ci fa condividere la violenza come metodo di azione nella convivenza tra gli uomini.
Su un punto, invece, io vorrei richiamare la vostra attenzione; su un punto la sfida ci pare vada meditata: è laddove afferma il primato delle forze interne all'uomo sulle forze esterne all'uomo, come fondamento per organizzare la civiltà. Il mondo occidentale ha puntato tutte le sue carte sul controllo delle forze esterne all'uomo, sul controllo della natura attraverso l'organizzazione e la tecnologia, rinunciando progressivamente al controllo delle forze interne all'uomo. Ed è il punto di debolezza di una civiltà tecnologica che non appare capace, almeno in questa fase, di risolvere le contraddizioni insite nell'organizzazione della sua libera civiltà.
Quella di Mao Tse-tung è dunque una sfida che ci pone, a tutti, dei problemi come cristiani e come politici, dal momento che rivolge il suo particolare appello ai Paesi non industrializzati del mondo, alle centinaia di milioni di uomini finora condannati alla fame e ad economie di mera sussistenza. A questo appello, infatti, non sono state date finora alternative capaci anche di suscitare tensioni ideali. Anzi, si è finito col lasciar crescere nel cuore dell'Africa situazioni impossibili, come quella del Biafra: che ci offre l'occasione di ricordare il sacrificio dei nostri lavoratori; noi non li dimenticheremo nella testimonianza estrema che hanno rappresentato, come non dimenticheremo la situazione di un popolo che è atroce e si presenta come emblematica della vicenda dei poveri nel mondo.

I Paesi del Terzo Mondo

E' propria della seconda metà degli anni '60 la consapevolezza che i tentativi finora esperiti per affrontare i problemi . dello sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo non siano stati sufficienti, che i meccanismi messi in opera dal mondo industrializzato non siano più idonei allo scopo. Certo, nell'ultimo decennio, una serie di premesse infrastrutturali sono state poste, così come sono stati condotti con successo definiti programmi di assistenza. Ma essi hanno anche accresciuto la coscienza della sproporzione tra la crescita della popolazione e il pro-gresso delle risorse economicamente utilizzabili, il rifiuto ad accettare come un dato immutabile la condizione esclusiva di Paesi produttori di materie prime in funzione di esigenze prioritarie delle industrie dei Paesi sviluppati, la ribellione alle « condizioni » politiche e strategico-militari finora poste per la concessione di aiuti economici (ce lo ha ricordato all'inizio di questa seduta il delegato filippino della Democrazia Cristiana).
E da tutto ciò deriva la ricerca, sempre stimolante e politicamente comprensibile, di nuovi modelli che abbiano come punti di riferimento non i bisogni dell'economia dei Paesi sviluppati, ma i bisogni dei Paesi da sviluppare. In altri termini, è apparso chiaro come lo sviluppo sia anzitutto un fatto culturale e come le vere strategie dello sviluppo debbano rispettare la logica delle libertà proprie di ogni esperienza autenticamente umana e storicamente positiva.

L'unione politica dell'Europa

Compito dei politici è dunque trovare soluzioni senza trascurare il dovuto equilibrio sul piano operativo immediato. Ma è loro compito anche impegnarsi in grandi messaggi che rispondano ai bisogni etico-politici dei cittadini, che mobilitino la fantasia e l'azione degli uomini. E quale sede più degna di questo Congresso, per tentare di portare avanti una nostra antica e nuova proposta? Lo spazio esiste per la costruzione di un'Europa politicamente integrata, che rivendichi una sua funzione organica di responsabilità nello sviluppo del Terzo Mondo, grazie a strategie ispirate alla pace.
Trasferire il potere dello Stato, dello Stato-Nazione, a un potere europeo — lo ricordava Petrilli nella seduta di stamane — è un'operazione che comporta la soluzione di secoli di storia, difficile a condursi di slancio solo su motivazioni di riconciliazione, di sopravvivenza, di maggiore benessere o di affermazione di prestigio. Le motivazioni dell'unità europea, negli anni '50, furono soprattutto di questo tipo e ancor più quelle poi avanzate dal Generale De Gaulle. Anche per questo, forse, l'Europa politica non si è ancora potuta realizzare.
La corsa all'invenzione dello sviluppo per i Paesi del Terzo Mondo potrà, invece, sostenere lo sforzo di costruzione dell'Europa e pro-durre la mobilitazione delle risorse necessarie a riattivare un contributo responsabile dell'Europa allo sviluppo della maggioranza degli uomini. Le logiche della tradizione, i valori della storia rimangono dunque i più forti, se non hanno come alternativa una proposta che apra realmente nuovi futuri e cioè nuove dimensioni, valori, ipotesi, forme di convivenza. E l'Europa ha le risorse spirituali e umane, il retroterra di cultura, il potenziale economico, le capacità tecnologiche per inserire una voce politicamente autonoma nell'arena mondiale, fuori da velleitarie prospettive « terzaforziste ».
Con una simile possibilità di fronte, abbiamo provato più di una perplessità — lo diciamo con molta chiarezza — leggendo il discorso che il Ministro Strauss ha tenuto a Londra, nel maggio scorso, sul modo di fare l'Europa. La soluzione mi sembra debba esigere altre strade, strade nuove. L'Europa si realizza se la classe politica europea si propone di elaborare un modello di organizzazione della società, valido per l'era nucleare, individuando un uso appropriato ed efficace del potere. Nel passato è stato centralizzato al vertice dello Stato nazionale, questo potere. Va quindi riorganizzato, va trasferito: in basso, per restituirlo alla società, alle sue libere e autonome espressioni; in alto, imputandolo ad un'autorità continentale.
Il nodo della questione sta nell'imboccare anche in materia strategico-militare la via della pace, rinunciando alla politica di potenza e liberandosi dal complesso, a un tempo, dell'armamento atomico e della violenza rivoluzionaria dei cinesi. E' questa una scelta politica che non presenta rischi per chi riconosca il significato importante e decisivo della garanzia nucleare americana e per chi intenda lavorare a un sistema europeo di sicurezza internazionalmente garantito.
Il nodo della questione mi pare stia nell'elaborare conseguenti garanzie di pace a livello economico, culturale e politico. Il potere delle idee e dei valori, in una società industrializzata, sulla via di liberarsi dai condizionamenti dell'ambiente esterno, può essere la forza interiore dell'Europa e del mondo.
Il nodo della questione sta nell'impegnarsi a creare (attraverso politiche comuni ai vari Paesi) un sistema di strutture istituzionali e di servizio, adeguato a una società civile e al dinamismo delle sue imprese di dimensioni continentali; un sistema aperto allo scambio, in attesa che sia possibile l'ingresso di nuovi membri; un sistema efficiente, capace di amministrare i conflitti interni con risposte flessibili.
Il nodo della questione europea sta infine, mi pare, nel garantire a livello internazionale una struttura di gerarchie funzionali, che consenta la ricerca di un'articolazione multipolare, evitando il rischio di un « policentrismo » anarchico, competitivo, generatore e disseminatore di conflitti.
Per questa strada, forse faticosamente — ma non dovremo mai perdere la fiducia — avremo forse l'Europa. Un'Europa che dovrà « riconciliare » Francia e Gran Bretagna, un'Europa che dovrà essere capace di reinserire nel circuito democratico Spagna, Portogallo e Grecia, come di dirimere i conflitti delle minoranze etniche e culturali. (E qui l'Italia, on. Presidente del Consiglio, ha un grande dovere da compiere, mettendo la parola fine al problema dell'Alto Adige, con una significativa apertura e con comprensione, per indicare a noi stessi, all'Europa e al mondo internazionale con quale animo, con quanto ingegno giuridico, con quanta umanità — dimenticando tutte le ombre del passato e prestando se stessa solo ad una migliore condizione di civiltà — l'Italia vuol recare un contributo che sia esemplare e perenne, un contributo, in definitiva, di un mondo più giovane, capace di liberarsi dei rancori, delle divisioni razziali, degli odi nazionalistici). Un'Europa pronta a garantire della lealtà tedesca i Paesi dell'Europa orientale, un'Europa politicamente capace di proposte e di iniziative unitarie e come tale elemento di integrazione per la convivenza dei popoli nel mondo.
Nel concludere questi riferimenti al contesto internazionale, mi pare di poter fissare alcuni punti che mi sembrano importanti.

1) Nel sistema internazionale, e più particolarmente nell'ambito dell'Alleanza Atlantica (alleanza necessaria per una politica di distensione, alleanza che è strumento di garanzia e di pace), l'Italia non è un'area che possa essere considerata marginale, né dal punto di vista strategico-militare, né da quello economico, culturale e politico. Ogni spostamento dell'asse politico italiano, a livello parlamentare e di governo — e questa è una riflessione sulla quale il Congresso deve meditare — è destinato ad avere ripercussioni internazionali, perché può rappresentare un fatto di squilibrio nel sistema di sicurezza mondiale.
L'Italia è infatti la cerniera tra la zona atlantica e quella mediterranea, sul confine di quelli che sono oggi l'Ovest e l'Est, il Nord e il Sud. L'Italia è attualmente inserita tra le prime dieci potenze industriali del mondo, ed è in ulteriore vivace espansione; è l'economia che in Europa occidentale ha i maggiori rapporti con le economie dell'Est europeo. L'Italia è un Paese ad alta tradizione di pensiero, è il centro dell'ecumenismo cristiano.

2) Lo spazio di libertà e di risposta positiva che l'assetto internazionale oggi favorisce è di nuovo la costruzione dell'Europa, innestando sviluppi sostanzialmente nuovi e successivi per completare quelli che furono impostati nel 1948. Anzi, un'Europa unita può oggi, diversamente dal passato, diventare una « grande », coscientemente e positivamente pacifica. In concreto, ciò significa la rinuncia all'armamento nucleare, il ricorso ad un qualificato armamento tradizionale, la ricerca di modi di essere più precisi attraverso una Conferenza per la sicurezza europea, la ricerca di traguardi successivi che consentano finalmente di giungere alla firma del trattato di pace tedesco. Oltre che verso le due superpotenze, il carattere pacifico dell'Europa potrà essere valorizzato verso i Paesi del Terzo Mondo, che hanno bisogno di « modelli » politici e di sostegno economico e culturale, ugualmente globali ma meno drammatici di quello cinese. E questa prospettiva va chiaramente vista appunto come una prospettiva: quindi ha bisogno di tutta una lunga ricerca ed elaborazione positiva.

3) Come democratici cristiani, infine, le nostre valutazioni sul momento internazionale non possono prescindere dalla considerazione di un evento religioso e storico, sul nuovo periodo che si è aperto nella Chiesa — anzi, che si è aperto nelle Chiese — dopo la conclusione del Concilio Ecumenico. Vorrei dire che quell'evento, così presente nell'anima di tutti — e lo testimonia la commovente, universale gratitudine alla memoria di Papa Giovanni — ha riproposto in tutta la sua drammatica evidenza, al di la delle tentazioni di schieramento e di strumentazione degli episodi contingenti della storia, il ruolo del Cristianesimo nel mondo: come forza viva e vivificante delle speranze e delle azioni delle comunità, per attingere lo sviluppo e l'indipendenza nella pace. La Chiesa postconciliare, così spiritualmente vicina a tutti gli uomini, alimenta la nostra autonoma azione di politici, tesa a ricercare le vie della pace, offrendo la nostra fede cristiana nel quotidiano incontro con le tensioni del mondo, che è quanto dire con la politica.

Le realtà del Paese

Il nostro Paese si colloca dunque nella realtà europea. E' merito della Democrazia Cristiana aver collegato l'Italia all'Europa, in modo aperto e definitivo; è merito della società italiana aver trasformato il collegamento in un'occasione di progresso, di civiltà e d'incontro. Ma noi, in questa sede, ci fermiamo a riconoscere questo lavoro, questo nostro lavoro, questo nostro passato, solo per un momento: perché tutto ciò che abbiamo fatto, tutto ciò per cui la Democrazia Cristiana ha operato, non è più soltanto della Democrazia Cristiana, è di tutti gli Italiani; e perché noi vogliamo parlare alle nuove generazioni il cui sguardo, le cui intuizioni, il cui bisogno di incidenza è rivolto tutto al futuro, talvolta con un impeto che può significare anche trascuranza eccessiva di dati di partenza così ampiamente positivi, certo però con l'impeto stesso che animò noi quando riaprimmo la pagina della democrazia con la generosità, che è anche esteriormente ingrata, di chi sente l'ansia di un contributo proprio e inconfondibile, autonomo e originale.
La volontà di proiettare tutto in avanti il nostro impegno politico si esercita oggi in un Paese che ha dato, grazie alla Democrazia Cristiana, un colpo serio alla povertà, all'analfabetismo, all'arretratezza delle sue strutture produttive, alla ristrettezza del suo mercato economico. E' un Paese, il nostro, avviato al benessere, con percentuali elevate di forze di lavoro occupate in industrie inserite nel mercato mondiale, con indici di sviluppo elevati. Risultati, questi, raggiunti in anni di lavoro concorde, lungo linee positive di ricostruzione del tessuto economico: con sacrifici, anche, dobbiamo riconoscerlo, dei ceti popolari, di cui il più pesante è stato il vasto processo di emigrazione e di migrazione interna duramente pagato, ancora oggi, da milioni di nostri concittadini.
E qui credo vada detto subito, con serietà e con solennità, che noi rifiutiamo di accettare come validi meccanismi di sviluppo che comportino di per sé il massiccio trasferimento delle forze di lavoro dal sud al nord, la decadenza demografica e culturale di intere aree, la cronica depressione economica delle regioni meridionali. L'unità eco- nomica del Paese non è stata ancora raggiunta. Anzi, i grandi passi dei due tronconi territoriali — Nord e Centro-sud — sono stati compiuti, talvolta, come se ognuno camminasse su strade parallele più che convergenti. Questo del problema delle zone depresse è il primo piede d'argilla del nostro Paese. L'altro, che faticosamente lo sostiene, è rappresentato dalle strutture politico-civili, che riducono con la loro debolezza le possibilità di un più generalizzato sviluppo per l'intera comunità nazionale. Da tempo abbiamo esperienza, come partito, di quanto la società italiana sia varia e difforme, tra Nord e Centro-sud, tra regione e regione, tra zona e zona, nelle sue strutture economiche e organizzative, nel carattere della sua cultura, nel costume sociale, nelle tradizioni amministrative, nei sistemi di valore riconosciuti ed apprezzati. Da tempo il partito sa che nella società italiana è in atto un grande processo di trasformazione e di unificazione economica, sociale e politica che ha avuto i suoi slanci, i suoi ritardi, ma che è pur sempre da considerarsi irreversibile. La società italiana, da gerarchica e statica, sta diventando una società aperta alle innovazioni, in cerca di nuovi rapporti di potere, più mobile e articolata sia territorialmente che socialmente.
Svolgendosi in condizioni di libertà, il processo di trasformazione mette ancor più in evidenza tensioni nuove e ripropone postumi di mali cronici. Nelle zone che sono tuttora escluse dal benessere, le tensioni si esprimono — l'abbiamo visto in questi ultimi mesi — ancora in forme da società contadina, provocate dalla difficoltà del sistema di assicurare a tutti un'occupazione stabilmente retribuita e dignitosa, di offrire alternative concrete all'emigrazione individuale o familiare. Nelle zone al confine con le aree avviate al benessere, le forme tradizionali_ di protesta hanno assunto aspetti di particolare novità e gravità, provocate anche dalla scarsa stabilità di una rete produttiva industriale inserita in economie agricole, già per loro conto affaticate, che non riesce a reggere ai mutamenti della tecnica e alle innovazioni del mercato.
Che un processo di trasformazione di una società libera crei tensioni, non credo possa, entro certi limiti, preoccupare. Ciò che deve farci meditare è invece la frequenza con cui la tensione diventa conflitto, esplodendo in forme di protesta non più controllata e non più guidata dalle stesse forze sindacali: con in sé, quindi, elementi di particolare pericolosità. A queste considerazioni si aggiunge il fatto che, negli ultimi anni, fenomeni nuovi hanno colto largamente impreparata la stessa pubblica opinione. Mi richiamo alla contestazione giovanile, ai movimenti « spontanei a, alla rivendicazione sempre più pressante di alcuni interessi settoriali.

La contestazione giovanile

La contestazione giovanile è il fenomeno di maggior rilievo. Partendo dalle Università, essa ha riproposto in maniera aspra e sommaria una rivolta morale, una critica radicale contro strutture vecchie e nuove, individuando in esse, confusamente e indiscriminatamente, forme e origini autoritarie. Qualche cosa di simile, è vero, avvenne subito dopo la Resistenza, per la generazione che aveva scoperto il valore della democrazia. Ma allora, per la verità, i termini di confronto erano espliciti e recavano in sé un racconto di violenze e di sacrifici che non consentiva dubbi alla nostra generazione.
Conosciamo comunque quanto la strada per esprimere in forme politicamente efficaci la protesta morale sia difficile e, per altri versi, pericolosa. Essa è sempre seminata di falsi dilemmi che fiaccano; essa è percorsa, al di là dei motivi originari giusti e di buona fede, da falsi profeti che spesso deviano e isteriliscono energie morali potenzialmente preziose per la vita politica. Perciò questa strada, lo dobbiamo dire in questo Congresso, è anche il banco di prova del potenziale politico della nuova generazione, la rivelazione del contributo che essa potrà dare all'opera comune nella storia del popolo italiano. Ecco perché guardiamo alle espressioni politiche dei giovani con speranza e comprensione. Ma ecco perché diciamo oggi, anche, che sono infine i giovani che debbono decidere.
All'indomani della Resistenza il dilemma equivoco era: « Libertà o giustizia sociale ». Per l'attuale generazione il dilemma è diverso: « Partecipazione al sistema o grande rifiuto », dove con il primo dei termini si afferma la possibilità di trovare uno spazio proprio di espressione politica, con il secondo si sostiene la necessità prioritaria di una « rivoluzione globale », senza la quale ogni tipo di partecipazione sarebbe riassorbita da logiche di tipo trasformista. Abbiamo l'impressione, per la verità, — e lo diciamo con soddisfazione — che nella velocità dei passaggi dei giovani, una maturazione di posizioni e di obiettivi e di procedure di lotta sia avvenuta in questi ultimi tempi entro il mondo giovanile, anche in attesa, però, che la classe politica dia forma all'autonomia scolastica e universitaria. E questo accresce a dismisura la nostra responsabilità; e impone al Segretario politico della Democrazia Cristiana di ricordare a noi, ai parlamentari, al mondo della cultura, che le pause di riflessione, che le resistenze accademiche, che la volontà di perfezionismo sulla legge universitaria, così spesso dislocate in un futuro in cui tutto diventa troppo tardi, sono elementi negativi, costituiscono una mancata risposta ad un tema urgentissimo e che può diventare di nuovo incandescente.

Le lotte sindacali

Le altre manifestazioni traducono invece tensioni proprie delle :zone del Paese in maggior sviluppo. Le rivendicazioni di interessi settoriali, in modi del tutto nuovi e meno spettacolari, imprimono aspetti di acutezza estrema ad alcune lotte sindacali, rivelando quanto anche il sindacato italiano "sia investito da una « crisi di credibilità D. Le varie categorie, più o meno organizzate, di lavoratori, di pubblici dipendenti, di produttori, anche di studenti, rischiano così di rimanere prigioniere di una spirale di rivendicazioni e di conflitti che non rispec-chiano soltanto gli squilibri insanati e i problemi di giustizia sociale nuovamente emersi, ma anche un bisogno di maggiore cittadinanza politica e civile ancora senza adeguati sbocchi di esperienza.
Quale interpretazione dare, amici del Congresso, di questi fenomeni, diversi per origine ma spesso accomunati per finalità, che turbano la coscienza civile del cittadino? Certamente essi risentono, sul piano delle tecniche impiegate nell'esercizio e nell'atto della protesta, di un « fatto imitativo » nei confronti di fenomeni analoghi avvenuti in altri Paesi; risentono, sul piano organizzativo e propagandistico, dell'appoggio di minoranze intellettuali di ispirazione rivoluzionaria; rappresentano, a livello politico, una rottura nei confronti di ogni tendenza riformatrice. L'esito politico concreto e visibile di tali fenomeni è esiguo, anche se, riuscendo in qualche occasione a paralizzare la vita normale del Paese o a impressionare per la violenza di alcuni conflitti, potrebbero finire (e non dobbiamo nascondercelo in questo Congresso) per creare quell'occasione di scontro tra opposte fazioni, che è la tentazione cronica di taluni settori della società italiana.
Per questo siamo stati molto precisi, e lo siamo anche oggi, nella denuncia della violenza. Per questo siamo stati, e siamo, molto chiari nel rifiuto opposto al disarmo della forza pubblica. L'ordine si difende con la giustizia, l'ordine si difende con la permanente mobilitazione civile verso mutamenti di qualità a favore dei ceti popolari. Ma la violenza non ha nulla a che fare con la difesa di legittime rivendicazioni: con essa e dopo di essa — la storia italiana ce lo ha insegnato, la storia del mondo ce lo insegna tuttora — con essa, con la violenza e dopo la violenza, perdono i ceti popolari, vince l'immobilismo e la fazione, si aprono pagine che possono venire richiuse solo dopo il sacrificio di intere generazioni. (E mi è parso appena credibile che nei giorni scorsi, in un Congresso di una grande organizzazione cristiana, di cui parlerò dopo, ci sia stato chi ha potuto rivendicare il valore della violenza nella società italiana).

L'esigenza di partecipazione politica

Non si limita però a questo la considerazione attenta e riflessiva del partito sull'insieme dei fenomeni sociali. Noi ci rifiutiamo di stare a guardare, immaginando che la storia si incarichi di rimediare per suo conto a una situazione deteriorata. Il cittadino italiano avverte i pericoli delle difficoltà istituzionali, stupisce di fronte alla violenza. civile e di fronte alla violenza fine a se stessa, evoca Io spettro di una anarchia da cui potrebbero germinare soluzioni autoritarie. La coscienza civile del cittadino soffre soprattutto per la sua apparente impotenza: lo Stato gli appare lontano, non vede forme di autonomia, non si sente coinvolto in una responsabilità attiva. E il cittadino preme quindi per nuove esperienze civili, più dirette e immediate, a carattere essenzialmente partecipativo. Siamo in realtà, cari amici, dinanzi ad un fenomeno di vitalità e di faticosa maturazione democratica che, se lo sappiamo interpretare, se lo sappiamo guidare, può vitalizzare alla radice la politica italiana, può rinnovare molte situazioni stagnanti della periferia, può sollecitare le strutture di base dei partiti a nuove modalità di attiva presenza.
Diciamolo, per questo esame realistico che stiamo facendo della situazione: da anni le forze politiche dei partiti sono inchiodate a una « guerra di posizione », ritmata solo dalle campagne elettorali. Non c'è da stupirsi se gli spostamenti positivi sono modesti, quando le possibilità di articolazione, di partecipazione, di sviluppo che il sistema italiano offre ai cittadini rimangono sostanzialmente immutate. E la protesta, al bivio tra espressioni di sostanziale rifiuto e altre più evidenti di rottura, permane pure in una società come la nostra, che è in continua crescita.
Le possibilità di espressione culturale, le modifiche sul piano del costume, le vaste e generali offerte di servizi e di beni, i nuovi spazi di iniziativa personale dovuti all'impegno creativo della scienza e della tecnica, hanno intanto, in tutto questo periodo, intimamente cambiato l'esistenza degli Italiani, ma non hanno dato loro più effettive occasioni di potere. Come non accorgersi di un vuoto che si è andato creando nelle strutture civili del nostro Paese? Come non vedere il rischio che possa diventare un'occasione difficile della nuova storia italiana? Ed è da qui dunque che dobbiamo partire, perché questo è il tema fondamentale e condizionante: il sistema politico, l'efficienza e l'articolazione dei suoi poteri. Questo mi pare essere il problema delle classi dirigenti — dentro e fuori l'area del diretto impegno politico — che hanno il dovere di affrontarlo per non perdere le possibilità di recupero, che esistono, purché esse lo vogliano.
L'esigenza dei cittadini italiani, di trovare nuovi sbocchi di partecipazione e, per converso, l'esigenza di meglio articolare i circuiti di comunicazione del Paese tra centro e periferia, devono trovare soluzioni adeguate anche per evitare l'aggravarsi del fenomeno che ho testé rilevato come riguardante più particolarmente il mondo sindacale. E' reale, in questo momento, in questi mesi, il pericolo di una spirale di rivendicazioni e di conflitti che travalichi i confini di un'azione sindacale positiva e stimolante, per sconfinare in senso corporativo, in rivendicazioni che andrebbero oltre la sopportabilità del sistema, in quanto incidono direttamente sulla politica di investimenti dello Stato, o per sconfinare, con la radicalizzazione degli scioperi, in obiettivi espliciti di lotta politica.

I partiti nello Stato democratico

Il problema della partecipazione si ricollega alla capacità dei partiti politici italiani di « cambiare » rispetto a strutture e a esigenze che hanno modificato nel profondo la situazione italiana. E' il problema dello Stato democratico, secondo l'ispirazione espressa dalla Costituzione repubblicana, che si ripropone politicamente come un obiettivo, un traguardo di crescita civile, un impegno solenne per la Democrazia Cristiana e per le classi dirigenti del Paese.
Abbiamo ancora da smaltire, lo dobbiamo riconoscere, eredità del passato che si manifestano con aspetti di verticismo e di burocratizzazione degli ordinamenti dello Stato: espressioni della volontà di diverse classi politiche (dalla fondazione dello Stato unitario in poi) di non consentire un'articolata diffusione del potere. E' per questa via che Io Stato e la sua macchina — a differenza di altri Paesi europei — sono diventati l'immagine stessa del potere, lo scopo e la legittimazione di tutte le classi politiche italiane. Il nostro ordinamento ha faticato a rinnovarsi, continuando a riferirsi a esperienze e a concezioni centralistiche.
E, in questa situazione, i partiti si sono assunti l'onere di essere il momento volontaristico e ideologico dell'attività statale: esercitando, dentro quell'orizzonte, la loro funzione di canalizzatori delle istanze politiche e di centri elaborativi di idee e di iniziative; modellando la loro strutturazione, la loro organizzazione su quella dello Stato; accettandone la relativa logica. Questo adeguamento dei partiti allo Stato ha favorito in un primo momento, negli anni fecondi del dopoguerra, la « politicizzazione » del Paese, la mobilitazione dei cittadini attorno ai programmi e alle ideologie. Ma quando lo sviluppo e i fenomeni che a questo si sono accompagnati, hanno cominciato a mutare i comportamenti e non solo la distribuzione geografica della popolazione, ponendo in crisi i tradizionali vincoli associativi, la struttura verticalizzata dei partiti ha denunciato i suoi limiti.
Soprattutto la funzione di momento volontaristico e ideologico dell'attività di governo (o la funzione di momento di permanente opposizione al governo) si è rivelata col tempo onerosa per i partiti. E, agli occhi dei cittadini, essi hanno così perso almeno una parte della loro fisionomia di elaboratori di proposte ideali da attuare, per essere riconosciuti invece come centri di potere reale. Questo aspetto, prevalente nei partiti al governo ma tutt'altro che assente nei partiti di opposizione, ha prodotto conseguenze sulla loro natura e sulla loro qualità. I partiti si sono trovati meno disposti a nuovi apporti, sia di uomini che di idee. E' diventato per essi più arduo tenere sostanziali rapporti con la società, rinnovare nel tempo i rapporti col mondo della cultura.
Fin da quando il dibattito si è reso più difficile, esso si è in buona parte spostato dai partiti all'interno di ciascuno di essi. Le correnti, di cui noi parliamo così spesso, hanno finito per rappresentare in tutti i partiti, anche nel nostro, le alternative di proposta e di scelta che fuori era difficile cercare. Pur assolvendo al necessario e prezioso compito di movimentazione e di critica, ne hanno modificato il significato, ripetendo in qualche modo — al di là delle matrici ideologiche diverse — assetti propri dello schieramento politico nazionale. Una simile collocazione non poteva non finire, ed è finita, con l'accentuare i fatti di potere necessari a stabilizzare la « parte » che le correnti hanno svolto.
L'arrivo dei partiti a una diversificazione molto intricata e chiusa va quindi visto, a mio giudizio, anche come il punto finale di una logica dello Stato, peraltro impiantata sulla base di condizionamenti obbiettivi e di incanalazioni rese obbligate dalle grandi poste di libertà in gioco nell'immediato dopoguerra. Tutte le espressioni dello Stato, oltre a quelle volontarie dei cittadini, furono dunque necessariamente, fatalmente legate alle leggi di un equilibrio da cui sortissero necessarie, importanti, indispensabili formule parlamentari di Governo, esecutive per il Paese.
Va ripetuto esplicitamente in questa sede: la maggioranza di centro-sinistra non ha sostituti a livello di Parlamento e di Governo. Lo richiede la situazione nazionale non meno di quella internazionale; lo richiede il futuro della nostra economia, per la quale una democrazia efficiente e funzionante, sorretta da un coerente sistema di valori, è la condizione per ulteriori sviluppi; lo richiede soprattutto il popolo italiano, per il quale l'attuale maggioranza è premessa e condizione per concrete conquiste di libertà e di responsabilità. Ma i partiti in essa impegnati, e la Democrazia Cristiana in prima fila, ne garantiranno il futuro e la più grande vitalità, se con coraggio e fantasia sapranno proporre al Paese una grande alleanza democratica, i cui protagonisti siano le forze sociali, sindacali, imprenditoriali pubbliche e private, le forze della cultura. La sua essenza costitutiva risiede nel riconoscimento del primato della politica, perché solo politiche possono essere le decisioni e le scelte che coinvolgono i possibili futuri delle grandi come delle piccole collettività. I protagonisti siano quindi chiamati a un impegno che rifugga la reciproca prevaricazione e strumentalizzazione; operi per dare al Paese quel che il Paese chiede: più libertà e autonomia, più spazio alle forze locali, agilità e capacità di guida, efficienza politica e concretezza programmatica.
Non è questa un'ennesima strategia di occupazione della realtà sociale da parte dei partiti, ma è la ricerca di una collaborazione con le libere espressioni della società. E' qui il punto, il filo conduttore: riportare la politica nelle sue sedi naturali; riportare le specifiche decisioni politiche alla specifica competenza di ciascuna istituzione; porre fine all'occupazione esclusiva da parte dei partiti, degli istituti che appartengono alla società e che le sue articolate espressioni sociali debbono gestire; ridare spazio alle forze dinamiche della società, coinvolgendole per libera scelta nella vicenda politica, impegnandole nell'opera di rinnovamento e di riforma che riguarda i principali settori ed istituti. La scuola, la sicurezza e l'assistenza sociale, gli ordinamenti giuridici, la famiglia, l'organizzazione del territorio: sono alcuni dei settori più importanti in cui dovrà misurarsi il nostro impegno operativo ed efficace, la nostra volontà politica.

La ristrutturazione dei poteri dello Stato

Noi indichiamo quindi, nella costruzione dello Stato conseguente alla Costituzione, il superamento delle difficoltà politiche in cui si dibattono i « corpi A statali, il ravvivamento della democrazia, l'indirizzo di uno sviluppo sociale ed economico che riunisca sostanzialmente tutti gli Italiani. Entriamo in un periodo, amici del Congresso, che richiede alla classe dirigente questo impegno come preminente su tutto. Ciò che accade intorno a noi, ciò che si verifica entro lo Stato (anche senza bisogno di riferirci esplicitamente a vicende e a conflitti di istituzioni di cui sono purtroppo ricche le odierne cronache), ciò che accade intorno a noi richiede uno sforzo di verità, un impegno di fiducia, un richiamo di collegamento tra le grandi forze politiche che hanno la responsabilità di governo e di guida dello Stato e le forze sociali e culturali che lo animano nell'incessante crescita. della società italiana. Diciamolo con franchezza fra di noi: si verificano certo molti scioperi nel Paese, che paralizzano molti settori e incidono sull'efficienza produttiva; ma prima degli scioperi, a monte di essi, c'è la disarmonia dei « corpi b dello Stato, al limite, talvolta, del rischio di una logorante contesa che deve preoccupare ed occupare una classe politica.
E non si può non pensare con ammirazione all'opera di una classe politica che nel primo decennio dell'Unità d'Italia realizzò l'unificazione, sapendo quel che voleva e sapendo come agire: in condizioni non certo facili, costruì l'edificio di uno Stato che ancora oggi, per buona parte, rimane intatto nella sua impostazione che ci accoglie e che ci regola. Ma era un'impostazione che richiedeva al cittadino una accettazione incondizionata e passiva rispetto a ogni decisione, sottraendo l'operato della classe politica e amministrativa al controllo pieno dell'opinione pubblica, dei movimenti e dei gruppi che la società esprime, per affidarlo a istituzioni e a uomini i cui interessi coincidevano con quelli dell'Esecutivo. Lo schema indicato dal partito di. Luigi Sturzo è fondamentalmente opposto a una simile concezione dello Stato, aggravata negli anni della dittatura; e nella distruzione del Partito Popolare operata dal fascismo c'era la coerenza di un'impostazione ancora più accentratrice, rispetto a una strategia di libertà e di autonomia ai vari livelli sociali.
Il nostro Congresso si celebra nell'anno commemorativo di quel grande evento che fu la fondazione del Partito Popolare: un richiamo suggestivo che può, anche questo, spingerci a una riscoperta dei nostri lineamenti ideali, in una situazione che presenta analogie significative: pur nella diversità degli sviluppi storici. (In questo momento abbiamo qui tra di noi due dei protagonisti di quell'evento: il sen. Giuseppe Spataro e il sen. Cingolani, ai quali voglio dire come in loro la Democrazia Cristiana voglia quasi personalizzare il suo affetto e la sua gratitudine per tutta la generazione dei « popolari »).
Ma l'impegno al quale siamo chiamati — noi e le classi dirigenti — va oltre: ci riporta alla Costituzione, ci riporta soprattutto a compiti simili, per qualità e responsabilità, a quelli sostenuti dalle classi dirigenti che hanno unificato il Paese. E dobbiamo muoverci lungo una linea di strumentazione dell'esercizio del potere da parte dei cittadini, per cui all'accentramento subentri il decentramento, al centralismo subentri l'autonomia, al dettato dall'alto subentri la responsabilità d'iniziativa, a istituti e centri di governo e di amministrazione gerarchicamente ordinati subentrino organi funzionalmente ordinati. Ed è a questa prospettiva che intendiamo finalizzare il nostro impegno politico. Ma non possiamo, come forza responsabile, non guardare alle tappe di un passaggio che richiede la ristrutturazione dal basso dei poteri dello Stato.
L'apporto di fiducia che verrà, e ne siamo certi, a noi e ai partiti di maggioranza, si rivelerà indispensabile per garantire ancora meglio la stabilità dei poteri centrali, per riaffermare i doveri di una autorità impegnata in un così arduo compito. La misura stessa di esso esige non soltanto comprensione ma iniziative concrete che valgano a conferire già fin d'ora occasioni di efficienza, di stabilità, di presenza agli istituti dello Stato, la cui funzione è di guida. Vi sono infatti campi e compiti che i vertici politici è bene abbandonino, ma vi sono prerogative e doveri da riaffermare e avvalorare, nell'interesse del funzionamento del sistema e per garantire spazio e vitalità a quel passaggio di autonomia su cui dobbiamo avviarci.
L'obiettivo ultimo è dunque costituito da un sistema in cui le autonomie siano compatibili con l'efficienza; in cui l'Esecutivo sia veramente la sede e l'organo di propulsione e di direzione del Paese; in cui il Parlamento e più latamente l'intera società siano la sede dei dibattito e del controllo delle decisioni dell'Esecutivo; in cui i partiti siano la sede della interpretazione, dello stimolo, dell'invenzione di strategie politiche confrontate e ricavate direttamente dalle realtà sociali e culturali.
L'obiettivo ultimo che dobbiamo proporci è quindi un ordinamento nel quale, ad ambiti e livelli appropriati e funzionali, corrispondano istituti autonomi e responsabili, capaci di amministrarne politicamente le tensioni e gli interessi che vi si producono e vi si coagulano, capaci di indirizzare lo sviluppo economico e la sua razionalizzazione ai fini propri di una società democratica, alla soluzione dei suoi problemi.

Tre linee operative per la D.C.

In questo contesto, le linee operative cui ancorare la condotta politica del nostro partito mi sembrano poter essere essenzialmente tre:
1) la predisposizione dello Stato, del parastato e dell'ordinamento italiano ad una sempre più completa integrazione europea;
2) la regionalizzazione delle istituzioni politiche e amministrative, in una dimensione che appare adeguata a un fecondo rapporto con centri autonomi culturali e universitari;
3) la ristrutturazione articolata dei raccordi tra centro e periferia, suscitando anche occasioni per introdurre nuovi meccanismi di selezione della classe dirigente.

La predisposizione all'integrazione europea

Il primo è l'obiettivo europeo: se possiamo e dobbiamo fare l'Europa, il nostro compito è di portare la società italiana ad essere in condizione di inserirsi validamente nel quadro europeo e di contribuire a creare le istituzioni del sistema europeo. Dobbiamo portare il nostro sistema di organizzazione intellettuale e scientifico a inserirsi nella vita culturale europea, le nostre istituzioni amministrative a un livello di efficienza che consenta loro di sostenere senza contraccolpi l'integrazione dell'Europa, foss'anche solo economica e sociale.
Europeizzare la vita italiana significa portare a tutte le sue istanze settoriali — servizi statali, enti del parastato, imprese pubbliche e private, sindacati, intellettuali e centri accademici — la sfida di una integrazione attiva con gli organismi di pari natura degli altri Paesi; significa stimolare le risorse umane in termini originali e creativi. E il nostro popolo può trovare una motivazione di sviluppo e di unità politica nella possibilità di costruzione dell'Europa: una prospettiva questa che può rappresentare anche per le classi dirigenti il metro per misurare le proprie raggiunte maturità e capacità, riuscendo a impegnare i cittadini nella costruzione del sistema politico continentale e non più — come fu fatto nel passato — a esortare gli Italiani soltanto all'imitazione di popoli giudicati più maturi, fossero essi inglesi o tedeschi o francesi o scandinavi. Europeizzare significa insomma rendere aperta, nei fatti, una struttura che è ancorata al « particolare A provinciale; significa inserirla in una prospettiva non lontana e incerta, ma intessuta di occasioni e di convenienze, di spazi ideali per una permanente innovazione creativa.

La regionalizzazione delle istituzioni politiche e amministrative

Auspicare sedi istituzionali idonee ad amministrare le tensioni civili significa realizzare innanzitutto le Regioni, con modalità elettive e rappresentative originali. Il nostro partito ha già dato indicazioni sufficienti, discusse più volte nella nostra Direzione, per concludere una definizione delle modalità elettive e rappresentative dei governi regionali, per scegliere strumenti che consentano di non ripetere a questo livello aspetti propri del Parlamento nazionale, per dare alle Regioni ordinarie una loro efficienza e stabilità. Questo per le autonomie regionali è il risultato di un lavoro con intuizione avviato dal Ministro Taviani, continuato dal Ministro Restivo e dall'on. De Mita con un suo particolare contributo.
E' a questo livello che si colloca la dimensione che ci pare adeguata a suscitare una convinta partecipazione e a generalizzare la diffusione del potere, avendo decentrato responsabilità e compiti che lo Stato verticalizzato non si mostra più in grado di assolvere. In una società estremamente mobile e tecnologicamente dotata, qual è o si avvia ad essere quella italiana, la dimensione regionale è cioè a misura d'uomo, è democraticamente governabile, offrendo occasioni in cui possono esprimersi liberamente responsabilità sociali finora tenute ai margini della vita comunitaria o mortificate nella loro stessa capacità di espressione.
Nella zona intermedia in cui verranno a collocarsi gli istituti regionali ordinari, potranno trovare altresì punti di avvio rapporti più aperti tra i centri di diffusione nazionale e le comunità minori, portando così l'intera vita locale a una progressione costante di responsabilizzazione, a un confronto con le novità introdotte dalle trasformazioni del Paese: un confronto non disumanizzante, ma vivo nella misura in cui coinvolge la natura, la tradizione, la cultura, il lavoro delle comunità locali.
Forse è in questa dimensione che troverà un grande spazio di espressione e di capacità anche il mondo universitario, la cui autonomia appartiene allo stesso tipo, allo stesso ceppo di indicazioni, alla stessa intuizione di un'aperta e viva articolazione sociale. E' qui che verrà verificata, più ancora che a livello nazionale, la grande occasione di dialogo aperta al momento di calare nella realtà i nuovi ordinamenti universitari. E' qui che gli altri centri di ricerca e di produzione culturale, di informazione e di formazione (non ultimo quello televisivo) potranno trovare un terreno più articolato e più libero.
La Regione appare, infine, la dimensione che più di ogni altra si presta ad essere proiettata verso l'Europa: ogni passo compiuto verso delle Regioni efficienti è in realtà un passo verso l'Europa. E ciò non solo perché l'affermazione delle Regioni colloca in un più congeniale modo lo Stato nazionale, ma perché è attraverso le Regioni che si può portare l'ordinamento pubblico italiano a livelli qualitativamente europei.
Le Regioni, peraltro, non possono più essere considerate la frontiera ultima della democrazia nel nostro Paese. Lo erano forse negli anni '50, forse nei primi anni del decennio in corso, ma non potranno esserlo nel pieno degli anni '70. L'attuazione delle Regioni non può più essere la sola adeguata risposta alle esigenze indicate. Occorre preparare nuove dimensioni amministrative, per far entrare gradualmente nella legislazione amministrativa strutture di quartiere, con articolazioni già realizzate in altri Paesi democratici europei. I partiti democratici, autenticamente democratici, non hanno nulla da perdere favorendo il passaggio da una democrazia di consenso a una democrazia partecipata; favorendo uno spazio di impegno politico attivo per le forze minoritarie, per l'associazionismo politico e culturale non partitico; perseguendo l'ampliamento della base della democrazia e quindi un suo sostanziale rafforzamento.
L'autonomia non è richiesta solo nell'ambito degli enti a finalità politico-amministrative generali. Gli enti parastatali centralizzati ne sono investiti, da quelli della sicurezza sociale a quelli della cultura, a quelli del turismo, a quelli sportivi. Occorre aprirli alle autonomie, rivederne le strutture, decentralizzarne le gestioni, affidarli in amministrazione a espressioni più dirette dei nostri concittadini. E ancora una volta il pensiero corre alla dimensione regionale, che deve essere considerata come centro di ogni e qualunque progetto di rinnovamento.

La ristrutturazione articolata dei rapporti centro-periferia

Il terzo obiettivo da perseguire, e in rapporto al quale dobbiamo proporre metodi adeguati alla generale avanzata verso la democrazia, consiste in una più articolata distribuzione di competenze ai diversi livelli di organizzazione e di espressione dei cittadini, ponendo attenzione ai circuiti di potere che oggi legano centro e periferia in un equilibrio che è caratterizzato da un reciproco condizionamento. La vita politica e amministrativa locale è affollata di iniziative e di dibattiti su temi che sono fuori del suo campo di azione, che alterano la fisionomia dei Consigli comunali e provinciali, fino a farne immagini in sedicesimo del Parlamento nazionale, fino a influire sull'efficienza stessa dell'amministrazione E' una situazione che risente delle caratterizzazioni impresse alla vita politica nazionale e che da questa è condizionata.
Dobbiamo muoverci lungo una linea di tendenza che faccia prevalere il momento politico autonomistico su quello centralistico, bene attenti però a non lasciare varchi che sarebbero utilizzati per accentuare una distorta fisionomia delle amministrazioni locali. Il rinnovamento cioè non può essere cercato e trovato tramite spartizioni di potere locale che ripetano, aggravandoli, gli inconvenienti attuali. E desidero essere molto chiaro, in presenza di chi cerca la confusione dentro casa nostra: non siamo disponibili per incontri di potere, neanche a livello locale, con il Partito comunista, come non siamo disponibili per incontri di potere a livello locale con le forze della destra italiana.

Nuovi sistemi elettorali

Le amministrazioni comunali e provinciali debbono essere ravvivate anche attraverso la modifica della legge elettorale, in modo da garantire uno spazio di inventiva e di movimento, oggi condizionato da una serie di controlli che, in molti casi, assumono quasi aspetti ostruzionistici e quindi non democratici. E l'altra considerazione che mi sembra opportuno fare in questa sede, riguarda quindi i limiti insiti nella solita equazione che siamo soliti fare tra democrazia e legge elettorale proporzionale, applicata con modalità indifferenziate e poco approfondite, in obbedienza a ragioni di principio non vissute criticamente. Considerare sempre e in modo meccanico la rappresentanza proporzionale come il massimo traguardo della democrazia, può essere un esempio del come la nostra cultura politica appaia inibita nel distinguere la forma dalla sostanza, l'esercizio formale di un diritto e il reale uso di un potere.
La giusta sede di applicazione della proporzionale è quella cui incombe l'onere della scelta costituzionale, delle grandi opzioni politiche, della politica estera, del controllo sull'attività dell'Esecutivo: è cioè il Parlamento. La proporzionale assume qui una sostanza di democrazia che dobbiamo difendere, e difendere fino in fondo. Ma agli altri livelli, amici congressisti, mi sembra oggi opportuno riflettere sull'alternativa offerta da già sperimentati metodi elettorali, quali i collegi uninominali, o da altri metodi di scelta, quale l'elezione diretta dei Sindaci. E' una scelta da meditare, senza un timore pregiudiziale della varietà e della pluralità dei metodi elettorali.
So bene che eminenti giuristi ci' oppongono il fatto che nessun regime di democrazia, in cui sia stata adottata a tutti i livelli la pro-porzionale, è mai tornato sui suoi passi per cambiare sistema. Ma la storia ci insegna che alcune democrazie, per non avere avuto il co-raggio di fare nuove scelte, sono finite rapidamente come democrazie e si sono fatte sostituire da sistemi in cui i plebisciti hanno preso il posto delle leggi elettorali. L'importante — torno a dirlo — è costruire un quadro armonico e bene articolato, che permetta la valorizzazione di ogni esperienza e di ogni capacità politica. Il popolo italiano è certamente capace di « fare politica », ed è questa convinzione che mi sorregge nel momento in cui vi chiedo di discutere insieme su- queste modificazioni, di cui non possono certo sfuggirvi le forti potenzialità trasformative e innovative. Sulle autonomie locali contiamo anche per ottenere una modifica dei criteri di selezione della classe dirigente, che ora si presentano quanto meno parziali. Ma io credo servano altri interventi per evitare che la vita interna dei partiti continui a restare chiusa o sostanzialmente non permeabile alle forze emergenti della società, con esclusioni che limitano l'apertura dei partiti a un cerchio di ambienti in definitiva ristretti. Ad esempio, facendo dipendere dal giudizio dei cittadini alcune importanti decisioni, che secondo la logica attuale sarebbero di esclusiva competenza degli organi di partito. E può essere questo il caso — di cui parlerò alla fine di questo mio intervento — delle « elezioni primarie », per la scelta dei candidati a ricoprire cariche elettive.

La programmazione economica

Davanti a noi è una sola strada, mi pare obbligata: dare al Paese un programma di rinnovamento politico che guardi lontano. Avendo questo obiettivo, occorre operare nell'immediato, secondo decisioni semplici, concrete ed efficaci, che evitino di compromettere il futuro. Bisogna quindi evitare che a causa di difficoltà economiche cresca il disagio sociale e il malessere politico. Gli inserimenti cui aspiriamo sono di due tipi: la programmazione e le misure di politica economica.
Per quanto attiene alla programmazione, la linea politica ora esposta ci sembra risolva la carenza finalistica sinora riscontrata nella programmazione - da più parti, e riconduca questo essenziale strumento di promozione e organizzazione dello sviluppo economico alla sua più corretta funzione, In democrazia, la razionalizzazione degli interventi non può essere tanto affinamento di metodi per raggiungere un profitto economico più alto, quanto affinamento di metodi per restituire alla società — in termini di crescita umana e di liberazione — il prezzo di lavoro che quotidianamente paga. Ecco, quindi, che nella costruzione dello Stato e nel suo inserimento in un'area europea il fatto economico si mostra come dato non ultimo ma determinante; la programmazione non centrali77ata è certo lo strumento per individuare le esigenze sociali, per affrontarle e risolverle: purché esso sia, purché questo strumento diventi, per volontà della classe politica, uno strumento veramente realistico.
Nell'articolazione dei poteri da noi prospettata, è a livello locale, con le programmazioni regionali, che si avvia il processo conoscitivo dello sviluppo. E' con la presenza costante delle organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori che si individuano le forme operative. E' in Parlamento che le linee di sviluppo e la loro attuazione vengono verificate di volta in volta, perché è del Parlamento la funzione fondamentale di fare la sintesi in termini generali degli interessi della società, mediante il controllo ma anche l'iniziativa nei confronti dell'Esecutivo.
Il programma economico deve essere flessibile, ma non deve perdere la sua fisionomia di quadro certo e garantito, entro il quale tutti gli operatori possano liberamente scegliere le loro strategie di iniziativa.
Il discorso sulla programmazione come via parallela alla ristrutturazione dei poteri dello Stato, si inserisce anche in un momento in cui si tirano le somme dello sviluppo di questi anni: da un lato, della competitività e della specializzazione raggiunte dal sistema economico italiano a livello internazionale; dall'altro, degli squilibri rimasti tali, dei passi che le imprese pubbliche e private devono fare alla ricerca di un maggiore dinamismo, delle iniziative che lo Stato ha da prendere affinché le novità non pesino mai sulle spalle dei più deboli, ma producano una effettiva crescita della società, generalizzata, sulla base di un obiettivo che è, per noi democratici cristiani — e dobbiamo dirlo anche qui con particolare impegno, senza scetticismo — è per noi assolutamente prioritario: un lavoro stabile e dignitoso per tutti gli Italiani. Mancheremmo quindi alla nostra responsabilità politica se, accanto a obiettivi di innovazione a livello di strutture e di ordinamenti, questo Congresso non prendesse posizione anche su problemi che risalgono ad antiche disfunzioni del nostro sistema, o a distorsioni più recenti dei meccanismi di sviluppo.
Va preso atto anzitutto della situazione positiva della nostra economia, guidata con saggezza dai Governi democratici, portata a una provata stabilità monetaria nei confronti del sistema internazionale. E' questo che ci consente oggi di assumere posizioni precise verso una realtà sociale, politica ed economica che esige una soluzione. Come ha detto recentemente il Ministro Colombo, « oggi siamo all'inizio di una nuova fase di espansione economica, che ci offre la possibilità di guidare la comunità nazionale in una fase di forte sviluppo, mostrando di essere capaci di evitare tensioni e squilibri e di aggredire tutto quello che resta di arretrato, di parassitario e di inadeguato nelle strutture economiche, amministrative, sociali e civili del Paese ».

Il Mezzogiorno nel quadro europeo

Il riferimento al Mezzogiorno è immediato. Il primo obiettivo nella politica delle zone sottosviluppate, e in particolare del Centro- sud, è lo sviluppo organico e consistente dell'industrializzazione. In proposito oggi possiamo però partire da una considerazione diversa da quella del passato: il Mezzogiorno è ormai una grande area economica europea, situata nel bacino del Mediterraneo. Ciò che è stato realizzato negli anni scorsi permette oggi di sostenere su basi valide questa tesi, grazie a investimenti che hanno valorizzato le risorse umane e il territorio, creato infrastrutture e apparati industriali e di servizi.
E' su questa prospettiva, indicata anche da Taviani recentemente al Parlamento, che lavoriamo per risolvere il nostro maggiore problema nazionale, con modalità e attuazioni in sintonia con i tempi. Un ripensamento e innovazioni nei modi di intervento nel Meridione mi sembra un obiettivo che deve essere assolutamente perseguito da classi dirigenti, che sono tali se sanno rivendicare quanto di positivo è stato fatto, ma se sanno anche accollarsi la parte meno positiva dello sviluppo. E le linee — e sarò brevissimo su questa parte, per venire poi alle conclusioni di questa relazione — e le linee dovrebbero essere tre:

1) un rinnovato stimolo alla localizzazione di iniziative industriali nel Mezzogiorno tramite lo strumento della « contrattazione programmata », estesa anche a livello dei medi operatori economici, attraverso le loro rappresentanze di categoria, o con il ricorso eventuale anche a forme più decise. Convenienze obbiettive sembrano d'altra parte orientare anche la stessa industria privata a considerare positivamente la sua presenza nelle aree del Centro-sud;

2) la elaborazione di una strategia per l'industrializzazione che indirizzi al Sud i nuovi settori tecnologici, consentendo non solo una occupazione di forze di lavoro, ma anche una più sicura espansione di tutta l'economia nazionale;

3) una più attenta considerazione dei momenti culturali e so-ciali, di quelli dell'insediamento e dei servizi civili; una revisione più generale del sistema infrastrutturale in funzione dell'inserimento delle aree del Centro-sud nell'Europa e nelle grandi correnti di traffico internazionale.
Sarà, anche in questo caso, un confronto di tesi e di possibilità che potrà far risaltare a tutti i livelli la centralità, per la Democrazia Cristiana, per la democrazia italiana, per l'Europa, la centralità del problema meridionale, rispetto a ogni programma di cambiamento delle strutture pubbliche, rispetto allo stesso avvenire democratico del nostro Paese. E' tempo che di questo prendiamo coscienza piena oltre i limiti del tradizionale appello al buon senso e alla cooperazione.

Iniziative per l'industria e per l'agricoltura

Accanto all'obiettivo di fondo — creare nuova occupazione industriale nel Mezzogiorno, e occupazione qualificata — la situazione del momento suggerisce anche misure tendenti alla difesa dell'occupazione nel Paese in seguito a processi di razionalizzazione tecnologica. Ecco quindi la necessità di inserire questi processi nel quadro della programmazione. In primo luogo, approntando una serie di misure adatte alla ristrutturazione, all'adeguamento tecnologico e alla riconversione delle aziende, attraverso assistenze creditizie particolari. (Nel prossimo anno, noi andremo incontro, in alcuni settori industriali italiani, a un processo di riconversione industriale che, se non stiamo attenti, libererà, metterà a disposizione, ma a disposizione della disoccupazione, ingenti forze del mondo operaio italiano). In secondo luogo, considerando i problemi di risanamento di industrie in difficoltà, per le quali dovremo elaborare strumenti di adeguato intervento.
Attenzione particolare andrà poi riservata al controllo di eventuali fenomeni congiunturali, che possono trovare spinte sia all'interno che all'esterno del nostro Paese; attenzione particolare perché essi incidono sulla forza dinamica della nostra economia, rappresentata soprattutto dalle industrie di esportazione.
Attenzione particolare, anche qui in una visuale ben precisa delle finalità europee che abbiamo individuato, e tramite soluzioni europee come il Piano Mansholt, dovrà essere dedicata dalla Democrazia Cristiana, di nuovo e con rinnovato impegno, all'agricoltura, al mondo dei contadini. E' un mondo cui la Democrazia Cristiana deve tornare a guardare con un rinnovato interesse: per una responsabile valutazione dei suoi problemi e dell'incidenza che questo settore ha sullo sviluppo dell'economia nazionale; per ciò che il mondo contadino esprime a sostegno dei valori di libertà e di formazione alla responsabilità e al rischio. La tempestività di iniziative e di interventi è, altresì, richiesta dal rischio che un confronto con le altre componenti sociali più fortunate possa portare il mondo contadino a rotture che possono, da un giorno all'altro, diventare rischiose.

La volontà politica della Democrazia Cristiana

Ma qual è dunque — venendo alle nostre conclusioni sulla situazione politica e sul partito — qual è dunque la nostra volontà politica, di noi democratici cristiani, in questa situazione? Qual è la no-stra responsabilità? Non c'è, amici della Democrazia Cristiana, una vocazione al sacrificio del nostro partito, per cui esso, come qualcuno dice, andrebbe consumando giorno per giorno la sua funzione. E' mio fondamentale convincimento, invece, che la Democrazia Cristiana non abbia ancora assolto alla parte sostanziale della sua missione politica: quella cui hanno vagheggiato gli iniziatori del movimento politico dei cattolici democratici italiani, quella cui è insistentemente chiamata dai suffragi popolari, responsabilmente raccolti in ogni pro-va elettorale.
Qual è dunque il significato e il limite dell'opera che, attraverso il partito, abbiamo sinora compiuto per conto del popolo italiano?

Significato e limiti dell'esperienza centrista

Il centrismo è stata l'esperienza attraverso la quale la Democrazia Cristiana ha liberalizzato lo Stato tradizionale nella misura necessaria, da un lato, a salvare le strutture essenziali ma, nel contempo, a permettere un più libero sviluppo delle forze sociali e, quindi, delle loro espressioni politiche. Nell'intuizione di Alcide De Gasperi, si dovevano creare in tal modo, all'interno della società italiana, le forze di promozione e di sostegno di uno Stato diverso da quello realizzato dalla borghesia liberale post-unitaria. Questo disegno si è rivelato sostanzialmente realistico: la società italiana si è appunto trasformata e ha assunto una fisionomia nuova. L'Italia è diventata un Paese decisamente avviato a integrarsi bon i popoli dell'Europa, quando nel 1945 era assai più vicina alle condizioni di vita dei popoli mediterranei.
Dopo venticinque anni di gestione dello Stato, la Democrazia Cristiana rivendica dunque una sufficiente esperienza per proporre non una nuova formula di Stato, ma un suo progetto concreto di Stato democratico: da realizzare in una consapevole e organica alleanza tra le forze politiche che hanno garantito e garantiscono, per la loro intuizione di libertà e di giustizia, l'avanzamento democratico del Paese, e le forze sociali che hanno favorito la trasformazione della società italiana. L'obiettivo ultimo resta la realizzazione di uno Stato democratico, caratterizzato da un'articolazione autonomista che risponda alle aspirazioni dei cittadini.
L'esperienza centrista (irripetibile quanto a condizioni storico-politiche e a disponibilità) si è svolta lungo un periodo di intensa collaborazione tra la Democrazia Cristiana e gli altri partiti dell'area di maggioranza. Tale collaborazione, a livello di governo, è stata positiva in quanto ha consentito una più sostanziale maturazione del senso dello Stato in tutte le componenti; ed è stata necessaria per esprimere maggioranze parlamentari che, in momenti in cui si partiva da zero e si vivevano ore di drammatica contrapposizione a livello interno e a livello internazionale, hanno preso decisioni importanti per lo sviluppo della società.
Il centrismo ha quindi esaurito positivamente la sua funzione storica, pur non avendo potuto fissare il momento di riforma dello Stato, anche per la convergenza di forze che erano portate a sentirlo storicamente come definitivo. La nostra indisponibilità a ritorni centristi nasce perciò non da rifiuti immotivati, ma da un giudizio politico, non da un misconoscimento del ruolo del Partito liberale, ma dalla valutazione diversa che, rispetto ai liberali, noi abbiamo dello sviluppo democratico dello Stato e delle sue autonomie.
La critica « popolare », del resto, allo Stato storico, la contestazione al riformismo come unico metodo risolutivo dei problemi della società italiana, la proposta della programmazione come occasione per coordinare le riforme di struttura, non sono mai venute meno, anche nel tempo, nella Democrazia Cristiana, anche se hanno assunto nei diversi periodi forme diverse. Il partito non ha mai rinunciato, accanto al pluralismo, a tesi rimaste pur sacrificate, quali quelle dell'autogoverno delle comunità locali, del diritto di iniziativa popolare, del valore della comunità nei confronti dello Stato.

La formula di centro-sinistra

Credo che a questo punto il Congresso abbia gli elementi per apprezzare nel suo significato, e per inquadrare in prospettiva, l'esperienza di centro-sinistra. La formula di centro-sinistra non è in alcun modo in discussione in questo Congresso: a livello di governo e parlamentare essa rimane formula insostituibile, in considerazione non solo della realtà delle forze parlamentari, ma anche della volontà politica elettoralmente esprimibile. Ciò che occorre mettere alla prova sono i modi per dare corpo alle reali possibilità del centro- sinistra di essere, a livello delle forze politiche nella società, occasione e strumento di più approfondite esperienze democratiche e di maggiori assunzioni di responsabilità da parte di un più grande numero di cittadini.
Il centro-sinistra ha fatto avanzare il sistema politico italiano, eliminando sia il pericolo di un fronte popolare, sia l'ipotesi — financo l'ipotesi — di una Democrazia Cristiana che potesse prestarsi a operazioni di radicale contrapposizione. Ma l'allargamento dell'area democratica si è realizzato a livello governativo e parlamentare, e non compiutamente a livello della società.
Può quindi il centro-sinistra rappresentare una maggioranza parlamentare e una formula di governo che consenta ai partiti di aprire un discorso profondamente innovativo con la società e direttamente con i cittadini? Può ormai il centro-sinistra essere la maggioranza capace di tradurre in norme alcune proposte che consentano tale discorso innovativo? Dopo una prima fase, certamente assai importante e significativa, in cui il centro-sinistra ha consentito alla classe politica di raggiungere la coscienza che antichi problemi non possono più essere visti in termini tradizionali, è possibile, d'ora in poi, una nuova fase, in cui la classe politica riprenda, attraverso un nuovo impegno dei partiti della maggioranza nella società, l'iniziativa nel Paese?
La Democrazia Cristiana ritiene di sì e intende impegnarsi fino in fondo per una via dei centro-sinistra a livello parlamentare e di governo in funzione di una reale, sostanziale e innovativa esperienza politica dei cittadini italiani. E intende, ne sono certo, apprestarsi a compiere i passi necessari affinché l'opera sia compiuta presto; e affinché il nostro partito sia sempre più il partito della società italiana, in essa si riconosca, da essa ricavi e traduca le forze che, in affinità di intenti, si dimostrino pronte all'occasione di ravvivare l'impegno democratico, di riprendere un'iniziativa di collegamento, che suppone, da parte nostra — come diremo tra poco — il coraggio di un grande rinnovamento delle strutture del nostro partito.
Le forze popolari o di élite che dividono con noi, a livello di governo, la guida del Paese, hanno anch'esse portato avanti il discorso in molte occasioni sulla crisi di credibilità e di agibilità dei partiti, rilevando il pericoloso sfalsamento di intenti e di impegni che esiste tra i partiti e la società, e l'adeguamento necessario di strutture che si presentano per ora indisponibili a recepire l'immissione di volontà nuove. Di queste forze, come della Democrazia Cristiana, il Paese ha bisogno: sono le forze che condividono con noi la responsabilità del governo, le forze della sinistra laica é democratica, espressioni di aree culturali, di momenti equilibratori, di tensioni popolari, le quali non possono essere assenti al momento di porre mano al miglioramento di così importanti strutture.

Le vicende interne del P.S.I.

Il Partito socialista ha in sé la capacità di popolarizzare, per la sua parte, il dibattito dei cittadini attorno a prospettive che riguardino l'intero Paese, come quella di una ristrutturazione dal basso dello Stato e delle sue istituzioni. Se il Partito socialista ha pagato, con un prezzo di scissione e di rappresentanza elettorale, il generoso apporto a un passaggio ancora necessario per gestire lo Stato, nel momento stesso in cui indifferibile diventa la sua trasformazione, non si vede come altre rotture interne — che decretino la fine dell'unificazione — possano in qualche modo volgere all'attivo una vicenda che attiva, a ben pensarci, è già e non per poco. Noi non intendiamo intrometterci nella vita interna del Partito Socialista Italiano. Ma non possiamo nemmeno tacere la nostra volontà di contribuire al massimo affinché su tutto prevalga la meditazione circa il cammino comune che ci attende.

L'apporto del P.R.I.

Sono ragioni analoghe che ci spingono a ritenere indispensabile anche l'apporto del Partito repubblicano, nel momento in cui indichiamo nella riforma dello Stato l'atto qualificante della classe dirigente italiana nella mutata realtà istituzionale e sociale. In esso si esprime una componente della sinistra laica e democratica che da tempo conduce, secondo la propria ispirazione ideologica, il discorso sulla revisione dell'assetto statale. La polemica tradizionale sui poteri locali, sulle autonomie, non credo possa riaccendersi come ai tempi della costruzione unitaria nazionale: significative essendo state le trasformazioni vissute dalle forze politiche, e da quelle popolari in particolare; evidenti essendo le acquisizioni, nel senso autonomistico, anche di élites come di forze culturali e di altre comunque attivamente impegnate in un lavoro che conosce ormai solo dimensioni europee.

L'unica alternativa possibile

Ai partiti di maggioranza, dunque, mi pare si presenti un'occasione preziosa per far maturare il processo democratico, fuori da pericolose fughe in avanti, per dare più compiuti obiettivi a una classe politica e a forze sociali tutt'altro che indisponibili. Non comprendere questa occasione e non afferrarla potrebbe condurre a un esito critico la democrazia e la civiltà politica del nostro popolo. Facilitarla e tradurla in atti politici pub significare restituire lo spazio proprio ai partiti, spalancando loro aree di novità, di dialogo e di presenza nella società, non come premio di potere particolare, ma come acquisizione di potere al servizio della società. Questa mi pare — e naturalmente mi posso sbagliare — essere l'alternativa unica di fronte a questo Congresso.
Qualunque ipotesi volta invece ad avviare accordi con il Partito comunista nel suo complesso o con supposte o reali correnti al suo interno, appartiene alle esercitazioni velleitarie e non al terreno del dibattito politico responsabile. Noi conosciamo le ragioni storiche che ci hanno portato a far coincidere del tutto l'area del governo a quella del partito. Conosciamo i condizionamenti che ne sono derivati e l'offuscamento di tutta un'esperienza politica. Ma sappiamo pure che queste ragioni sono superate dai fatti e dalle novità di cui la società avverte l'impellente bisogno.

La sterile opposizione condotta dal P.C.I.

Un simile assetto di potere, scarso di articolazioni e di responsabilità distinte, ha pesato in modo negativo sulla nostra lotta al Partito Comunista Italiano, cioè a un'opposizione come quella svolta dal P.C.I., che vera opposizione non è, dal momento che non pub o non vuole o non sa comportarsi come forza di alternativa (quindi critica, ma non demagogica, ma non ambigua); che presenti « modelli » spendibili in una società a base democratica e a struttura fortemente industrializzata, o compatibili con la nostra posizione e con gli obiettivi internazionali che noi perseguiamo.
Dopo lo sforzo di partecipare al varo della Costituzione, il tempo si è fermato per il Partito comunista. Non ha scelto, non si è mai posto problemi autocritici, non ha individuato quella « via nazionale » che continua a ritenere compatibile con la sua collaborazione internazionalista. E' così rimasta fuori da ogni assunzione di responsabilità una grande massa di cittadini, per convinzione e forse più ancora per opzione oppositrice, calamitata da un partito portatore di istanze espresse a un livello diverso, estranee e non recepibili a un livello nazionale ben figurato democraticamente e rapportato al contesto dei rapporti internazionali. Il Partito comunista non si è mosso dal « centrismo a togliattiano, da questo metodo politicamente ambiguo ma elettoralmente produttivo, che gli fa conciliare la concezione del partito parlamentare con la prospettiva di un rivolgimento globale del sistema. Chiuso nella sua veste di partito di massa non in grado di recepire articolazioni di autonomia nemmeno al suo interno, il Partito comunista gestisce una richiesta politica che a livello del cittadino che lo vota è forse espressione di una volontà partecipante, mentre al vertice si sostanzia in una guida esclusivista di lotte condotte entro rigide strutturazioni di apparato.
La conseguenza è che il Partito comunista non può che collocarsi all'opposizione di uno Stato come noi lo intendiamo; e nel momento in cui — a tutte lettere — appare chiara la sua richiesta di inserimento nell'area del potere, il nostro « no » è interpretativo della società italiana, che pretende certo da noi, dai democratici cristiani, che pretende dai partiti politici democratici della maggioranza, un modello di sviluppo più aperto e più libero; ma una società italiana che avverte, nel rifiuto del comunismo di offrire un suo progetto e un suo modulo, l'alto quoziente di equivoco che è nella dirigenza del comunismo italiano. La gestione del potere in una democrazia in tempi di passaggio, in tempi di mutamento, non può essere ambigua sui problemi dei contenuti e del metodo, non può ammettere incontri a mezz'aria tra una concezione conseguente ai rapporti di libertà e una concezione contraddittoria che rifiuta dla sempre un esame di coscienza sui temi che contano e che danno rilevanza alla nostra scelta.
Noi non siamo disattenti, certo, alla parte che il Partito comunista sembra volersi assumere nel mondo comunista, dal momento — e ne è prova la recente Conferenza di Mosca — che si sforza di raccogliere la sfortunata sfida lanciata dal « nuovo corso » cecoslovacco. Non vediamo, però, in che cosa e come possa incidere all'interno del nostro Paese un'assunzione di compiti, contraddittori di per se stessi, che il Partito comunista torna a volere nell'ambito di un'area rivoluzionaria non più individuata nella sola Unione Sovietica, ma in tutti i movimenti che nel mondo conducono la cosiddetta « lotta all'imperialismo D. Dall'on. Berlinguer di Bologna, che per la Cina, al Congresso comunista, riscopriva Machiavelli e la sua definizione « che succo c'è a discutere di principati e repubbliche che mai si conobbero? », al rinnovato appello rivoluzionario, contestato da sinistra ma. tuttora sufficiente a coagulare forze respinte dalla logica del riformismo e forze che partecipano alla gestione riformista sia pure a livello locale, c'è un filo rivelatore delle contraddizioni in cui si barcamena il Partito comunista.
A cinque mesi dal Congresso di Bologna non c'è stato un sola segno che possa portarci a credere come il Partito comunista sia disposto a rivedere dogmi e atteggiamenti, disposto a considerare le tensioni nel Paese non come mezzi per innestarvi sommovimenti (del resto senza più obiettivi e riferimenti) ma come realtà che solo uno Stato articolato e democratico può recepire a vantaggio della comunità. E non c'è stato un segno che possa portarci a non dubitare sui risultati di un Congresso che, nel tempo, si è rivelato più come fatto interno al Partito comunista che come acquisizione autocritica, più come sommaria esecuzione della Federazione giovanile comunista e delle aree di partito insofferenti di una politica immobilista, che come responsabile passo in avanti e stimolo a nuove esperienze politiche, all'abbandono di una condizione di sterilità politica che pesa nei fatti e condiziona la possibile trasformazione della società italiana. Un episodio anche questo che rivela la necessità — per quel che ci riguarda — di non uscire da un'area di certezza democratica, pur seguendo con attenzione ma senza illusioni quanto avviene nel mondo comunista.

I sindacati di fronte all'unificazione

Accanto alle vicende dei partiti e al loro traguardo di adeguamento, dobbiamo considerare analoghe manifestazioni evidenti nei sindacati dei lavoratori. Dopo avere validamente sostenuto, negli anni passati, l'immissione massiccia dei nuovi lavoratori industriali. dando loro una coscienza organizzativa, i sindacati si trovano ora a dover riconsiderare posizioni e strutture interne, in vista dell'unità sindacale. Che il processo unitario abbia fatto significativi passi in avanti nelle tre organizzazioni — la CISL, la CGIL e l'UIL — è dimostrato anche dal recente Congresso tenuto a Livorno dalla Confederazione Generale del Lavoro, dove i suoi quadri sono apparsi meno ideologizzati del passato. più ancorati a problemi reali della condizione operaia. E rientra in questo realismo il rifiuto — ancora contrastato, come abbiamo visto, a livello delle vecchie dirigenze — a fungere ulteriormente da « cinghia di trasmissione » del Partito comunista, nella convinzione che la funzione sindacale non vada distorta rispetto alle istanze di autonomia dei lavoratori. Ma resta ancora evidente il pericolo che si ceda alla tentazione di riempire vuoti e spazi operativi propri di strutture più qualificate politicamente; o di porsi come mediazione tra movimenti contestativi e alcune forze politiche; o di cedere a pressioni corporative, come è dimostrato da recenti conflitti rivendicativi, specie nell'ambito dei pubblici dipendenti.
Organismi indispensabili, fondamentali, per un vitale sviluppo pluralista della società, i sindacati sono alla ricerca di uno spazio appropriato alla trasformazione della società industriale e alle sue tensioni. Rientra in questa ricerca lo sforzo di riconsiderare i rapporti tra base e dirigenza sindacale, tentando di superare da un lato il sempre latente pericolo della rigidità burocratica e dall'altro le tendenze centrifughe che si ripresentano in forma accentuata. E' difficile, quindi, che un giudizio sull'attuale situazione sindacale possa essere esente da dubbi e da interrogativi tutt'altro che insignificanti. Sarà forse decisivo, a questo fine, il « test » che verrà nel prossimo autunno, in occasione del rinnovo di molti contratti di lavoro.

I possibili rapporti con le ACLI

Cari amici, in questi giorni il nostro partito è stato indirettamente coinvolto nel dibattito di una grande e importante organizzazione cattolica, l'Associazione Cristiana dei Lavoratori Italiani. Quella che è stata definita una « svolta » è stata motivata con la volontà di porre la parola fine alla collateralità, nel senso che gli iscritti alle ACLI hanno inteso affermare tutta intera la loro libertà di scelta politica: una collateralità che, a dire il vero, noi non abbiamo mai chiesto come partito politico... (interruzioni); una libertà di scelta e di voto che è sempre rimasta intatta, anche perché le scelte delle ACLI sono sempre state fatte non per pressioni della Democrazia Cristiana, ma per espliciti, aperti, onesti orientamenti dei loro dirigenti, sulla base di convincimenti meditati e pubblicamente chiariti.
Noi abbiamo seguito quel dibattito, abbiamo misurato il travaglio di cui era manifestazione, anche se ci siamo rammaricati delle espressioni che sono state rivolte alla Democrazia Cristiana; anche se abbiamo pensato con solidarietà al grande numero di amici, impegnati in responsabilità rilevanti di partito, di amministrazioni, di governo, di parlamento, che sono nella Democrazia Cristiana per convinzione, per fraterna comunione di intenti, per obbiettiva convergenza di ideali, e che pure hanno dato e danno alle ACLI un loro contributo di lavoro e di fatica. Siamo del resto convinti che tutti gli aclisti, nessuno escluso, sanno che spesso il voto impegna anche su temi di fondo: quelli che attengono, sì, allo sviluppo del Paese, ma anche a rilevanti decisioni per la vita, la coscienza, il modo di essere della comunità e del cittadino.
Ci sarebbe soltanto da chiedersi: se a monte di tutte le iniziative del mondo cattolico, a monte quindi anche delle ACLI, non ci fosse stata e non ci fosse l'iniziativa della Democrazia Cristiana, col suo patrimonio di libertà, anche religiose, riconquistate, garantite, proposte alla riflessione storica, al riconoscimento e all'accettazione di tutte le parti del popolo italiano, col suo patrimonio di giustizia, fervidamente attuato in venticinque anni di faticosa e impegnata elaborazione politica e sociale, dove sarebbero quelle iniziative cattoliche? Dove sarebbero le ACLI? (Vivaci contrasti, interruzioni, applausi, dissensi dalle tribune).

Sen. AMINTORE FANFANI (Presidente del Congresso)
Voi non siete delegati, signori delle tribune, quindi siete pregati di smettere, perché altrimenti dovremo ordinare lo sgombero delle tribune. Qua i partecipanti al Congresso sono solo i delegati. Prego perciò gli ospiti delle tribune di sedere, di prendere posto, affinché questa seduta termini serenamente come è cominciata. Avanti, on. Piccoli!

On. FLAMINIO PICCOLI
Vedrà, signor Presidente, che finirò presto, non le darò molto da fare. E' che il Congresso è un po' stanco e ha ragione di esserlo. Queste sono le espressioni della stanchezza...
Siamo comunque, da sempre, amici congressisti, amici delegati, così intenti a occuparci — anche, per nostra fortuna, criticamente — di noi stessi, che non crediamo nostro diritto di interferire nella vita interna delle ACLI, se non per un giudizio di valore — che bisogna che il Segretario della Democrazia Cristiana faccia in questo momento per una riflessione più ampia di questo Congresso — sull'ambito in cui l'organizzazione cattolica dovrebbe operare, secondo le ufficiali dichiarazioni della gerarchia: ambito definito in un recente documento, come quello di « un'associazione di laici che operano nel senso dell'azione pastorale e della fermentazione cristiana delle realtà terrestri, per la effettiva promozione dell'uomo alla luce della Rivelazione e del Magistero della Chiesa ».
Ci limitiamo a constatare che le ACLI, anche a questo Congresso,. hanno rivelato prevalenti interessi, orientamenti e propositi di esplicito intervento politico.
E ci sia consentito un giudizio solo per quanto attiene alla nascita dell'ACPOL, che si propone di raccogliere consensi di varia natura e di varia impronta ideologica. Debbo dire fin d'ora che mi pare esservi qui un tema di indisponibilità di una scelta per i democratici cristiani, che credo debba essere sancita per la necessaria coerenza di una milizia politica come la nostra. Si è parlato, in questa occasione, di fine (si è parlato da alcuni organi di stampa), di fine dell'unità politica dei cattolici. Vorrei chiarire il problema e dire che è posto male,. e comunque in ritardo rispetto a posizioni che sono già state ampiamente chiarite.

I rapporti col mondo cattolico

Presenta per noi primaria importanza il problema dei nostri rapporti col mondo cattolico. Ma vale per essi oggi ancora l'intuizione di Luigi Sturzo. La Democrazia Cristiana è un partito laico, aconfessio-nale, di ispirazione cristiana, non « il partito dei cattolici ». Non vogliamo una unità indistinta: quello che cerchiamo con il nostro dibattito, con l'articolazione interna ed esterna del nostro schieramento (e quando la troviamo la difendiamo), è l'unità dei democratici cristiani sulle linee politiche e sugli indirizzi programmatici. La fede religiosa è a monte di queste scelte: può esserne la premessa e ne è anche, a mio avviso, una condizione risolutiva, ma la politica, l'arte di governare le cose terrene ha un'area tutta sua, dove ci si divide e ci si incontra al di fuori dei legami delle convinzioni di fede.
Noi non possiamo certo essere insensibili o distaccati rispetto a quanto avviene nella Chiesa. Un partito di cattolici come la Democrazia Cristiana deve riflettere sugli imponenti fatti culturali e storici che si chiamano « Pacem in terris » e « Populorum progressio ». Ma il modo giusto di porsi rispetto al Magistero, in politica, è di riflettere e di assimilare quanto la gerarchia ci insegna sul piano dei principi e delle verità oltre il tempo. Manterremo il nostro puro-ideale politico, se sapremo essere sempre di più il partito che affonda le sue radici nella società italiana, tra le classi, nei problemi economici, sociali e ideali; se sapremo interpretare la nostra fede, interpretando aspirazioni, bisogni e drammi della società nazionale.

Il discorso sul partito

E' a questo punto che il nostro discorso arriva alla sua conclusione, giungendo all'incontro coi temi del partito: un incontro che può portarci a riflessioni anche fortemente emotive. Si tratta della nostra casa — il partito — in cui ciascuno di noi ha percorso un proficuo tratto della propria vita. Si tratta di un momento in cui si raccoglie un lungo e interiore racconto, per ciascuno di noi, di positive battaglie, di confronti di idee, di esperienze politiche e anche di lotte tra di noi, fissate in momenti difficili e aspri, ma sempre nobilitanti per la nostra vita. Qualunque giudizio possa essere dato sulla Democrazia Cristiana, ognuno di noi, amici delegati, è testimone, protagonista di ciò che essa ha rappresentato nelle società locali, in quella nazionale e in quella internazionale; di ciò che essa è riuscita ad esprimere a tutti i livelli politici e amministrativi; di ciò che per essa hanno saputo dare, con sacrifici divenuti ormai storia, i nostri amici, specie i più umili, quelli che credono e operano con lo spirito di fraternità che ancora ha tanta parte nel modo di essere del nostro partito nella vitale area dei nostri iscritti.
Ma il discorso sul partito, a questo punto, deve essere oggi estremamente composto, ridotto all'essenziale, richiamato su linee di recupero e di rinnovamento per le quali, ormai, c'è nel partito, a mio giudizio, una grande disponibilità d'intesa. Da Sorrento — da quando l'amico Arnaldo Forlani ha disegnato una prospettiva estremamente valida, sulla quale il partito ha avuto occasione di una grande riflessione — non sono passati invano quattro anni. Il problema del partito, è vero, non si è risolto, ma quella presa di coscienza ha operato e sta operando in una comune, seria e pacata convinzione su alcune scelte che non possono più essere rinviate. Tutto quello che abbiamo fin qui detto ha difatti rivelato una situazione che non può più affidarsi alle raccomandazioni, anche alle mie, a ipotesi di cambiamento per un volontario « rimescolamento delle carte », alla continuazione di un metodo che rischia di svuotare lo slancio ideale del nostro partito, di rendere artificiale ed esteriore quella sua unità che è bene prezioso della democrazia italiana.
Abbiamo parlato di momento partecipativo ed ecco la conclusione: esso postula una Democrazia Cristiana aperta, che sia parte viva della società, che liberi i suoi canali di comunicazione ancora ostruiti e ne inventi di nuovi, per essere il primo strumento di partecipazione della società: quello che apre la strada agli altri strumenti, sui quali e coi quali si riapra un discorso a tutti i livelli, si ricrei un clima di impegno democratico, si riscopra, come se fosse per la prima volta, il gusto e il rischio di un contributo personale. Anche la Democrazia Cristiana è coinvolta nella crisi di motivazione e di efficienza propria di tutte le forze politiche. Non è in discussione la nostra capacità di raccogliere consensi elettorali, quanto la idoneità del partito a pro-muovere in continuazione occasioni di maturazione politica dei cittadini.

Le strutture interne

Il fatto centrale della nostra ricerca mi sembra debba essere una riflessione seria sulle nostre strutture interne, per adeguarle al nuovo modo di fare politica che ci viene richiesto dalla società, per consentire l'immissione di nuove forze, per dare alla Democrazia Cristiana una capacità di iniziativa che si avvalga di una chiara visione pro-grammatica. Tutto questo è presente al nostro spirito, nel momento in cui chiediamo un cambiamento che renda il partito adeguato ai suoi compiti, che tolga le incrostazioni burocratiche e di potere che ne alterano la fisionomia, che apra la nostra organizzazione al centro e alla periferia e la renda disponibile a un dialogo di andata e ritorno con la base sociale, con le componenti più vive che essa esprime.
Il problema, per della gente seria, non è di indicare soluzioni perfette, che non esistono, ma di compiere un tragitto, un modesto tragitto immediato, nel rispetto di metodi coerenti con la nostra ispirazione e la nostra cultura. Il problema è di avere il coraggio di rifiutare la tesi di una Democrazia Cristiana confederata, e di operare una riforma del partito a livello:

1) di formazione dei soci, affinché l'adesione al partito sia una scelta consapevole intorno ad un nucleo di certezze e a un programma scelto — in quel determinato momento storico — insieme dagli iscritti;

2) di funzione, affinché il partito abbia una sua area, un'area di partito, diversa da quella del governo — pur nella stretta e leale collaborazione con la propria delegazione — e la dirigenza del partito costituisca una responsabilità propria, non un qualunque passaggio di potere;

3) di struttura, affinché l'ambito regionale diventi progressivamente l'ossatura portante del partito;

4) di metodo, affinché nel partito si raggiunga un equilibrio fra efficienza e libertà di discussione.

Riforma della D.C. a livello di funzioni

Sul secondo punto, con riferimento alla funzione, ho proposto in questa relazione che il nostro e gli altri partiti dell'area di governo vadano oltre le intese di vertice e di apparato, e allarghino gli spazi politici a livello dei cittadini. Ciò comporta che si distingua tra l'azione di governo e l'azione di partito: ambedue si rivolgono al Paese, ma con motivazioni autonome e con strumentazioni diverse. Sollecitare un'azione autonoma del partito nel Paese non significa affatto tendere a sottrarsi agli impegni di totale solidarietà con il governo, ma solo impedire un'identificazione che non appare feconda né per il partito né per il governo, quando nel governo si scaricano le tensioni di partito, quando il partito sacrifica un suo spazio di azione nella società. Questa diversificazione mi pare che dovrebbe essere attuata anche sul piano procedurale, a garanzia degli amici che rappresentano il partito nella delegazione di governo ed a valorizzazione degli amici che portano avanti il lavoro di partito nella società, per interpretarne i bisogni e le esigenze, per prevenirne le aspirazioni.

Regionalizzazione della struttura organizzativa

Se la regione sta per diventare un'area essenziale di sintesi politica, noi dobbiamo anticipare tale organizzazione a livello di partito, facendo della regione la struttura primaria della Democrazia Cristiana, il punto di riferimento di tutti gli organismi associativi e fiancheggiatori, di tutte quelle competenze culturali e tecniche la cui cooperazione un partito moderno ritiene Indispensabile. Per il nostro partito, questo significa, in concreto, difendere le realtà organizzative locali dalle degenerazioni dei giochi di vertice per restituirle, primo esempio e modello di quello che deve essere un partito aperto alla società, alla dinamica delle decisioni politiche, all'ambiente cui appartengono e da cui traggono forza e vita. Propongo che il Congresso deleghi al Consiglio Nazionale l'incarico di istituire i Comitati regionali e i Congressi regionali, in un completo rinnovamento democratico.

La D.C. strumento di partecipazione

La volontà di partecipazione del cittadino deve poter trovare nel partito strumenti idonei per una selezione della classe dirigente cui possono partecipare non solo ristrette Commissioni di partito, ma gli stessi elettori. Il partito deve studiare forme di « elezioni primarie » che lo ricolleghino, nelle sue scelte, alla società. A mio parere, il partito dovrebbe anche trovare una sede di incontro permanente con i protagonisti della società: gli intellettuali, come ricercatori, i lavoratori come cittadini, gli operatori economici come agenti dell'imprenditorialità, i pubblici funzionari come fiduciari della cittadinanza, le diverse professioni e le diverse comunità locali come articolazione vivente della cultura nazionale e della società civile. Quale possa essere questa sede, e in quale forma possa intrattenersi questo collegamento, è da esaminare insieme. Ma la proposta assume un carattere che rivela l'eccezionalità dell'impegno con cui la Democrazia Cristiana vuole essere nella società, con una presenza organica e permanente.

Approfondimento programmatico

Ritengo anche che la Democrazia Cristiana possa e debba, nei mesi prossimi, raccogliersi in un'assemblea programmatica, in cui possano essere definite in maniera democratica le scelte fondamentali per un determinato periodo storico, impegnando in un libero dibattito le forze culturali, i dirigenti del partito e i delegati degli iscritti. Le scelte sui contenuti effettivi della scuola, dell'università, della sicurezza sociale, della politica per le aree sottosviluppate, di una politica economica di sviluppo, non possono più essere lasciate alla dinamica promozione di singoli operatori politici o all'esclusiva intuizione pro-grammatica dei governi. Il partito deve darsi una sede qualificata, e ha già una sua sede politica che è il Consiglio Nazionale, ma deve darsi, una volta tanto, una sede qualificata per decisioni che comportano trasformazioni profonde nella vita dello Stato, della comunità e dei cittadini. Ciò, lungi dall'indebolire l'unità del partito, la renderà più sostanziale, nell'applicazione del principio che l'unità suppone la differenziazione, e il metodo democratico ricompone il necessario equilibrio.

Il frazionamento interno e la proporzionale

Ho già avanzato un'ipotesi, in questa relazione, sulla ragione dell'eccessivo frazionamento dei partiti, e anche del nostro. Registriamo, però, anche una sollecitazione alla formazione di nuovi gruppi derivanti dall'eccesso di proporzionalizzazione, per cui avanzo la proposta che il partito ripensi, con serietà e con generosità, alla possibilità di introdurre un sistema elettorale che rimedi, nella misura del possibile, a mali che tutti denunciamo. Non ho bisogno di dire di più. Non ho mai creduto che l'autorità di un Segretario politico e di una Direzione derivino come conseguenza diretta dal tipo di investitura e di maggioranza di cui essi dispongono. Nessuna posizione, anche di valore, è però sufficiente a garantire un'area di decisione politica adeguata agli eventi, a impedire condizionamenti che l'eccessivo frazionamento porta con sé.

La presenza dei giovani nel partito

Infine, ma non ultimo, il problema della presenza dei giovani nel partito, a tutti i livelli di responsabilità, è un altro tema preminente, in una fase di vita della Democrazia Cristiana particolarmente impegnata, in una situazione nuova anche rispetto ai ceti, agli ambienti, alla formazione da cui giungono al partito le giovani leve. Credo necessario inserire nel nostro Statuto una norma che fissi un'aliquota obbligatoria di presenze giovanili a tutti i gradi di responsabilità del partito e delle sue proiezioni nella vita amministrativa e politica: per un ricambio che altrimenti rimane bloccato — dobbiamo riconoscerlo fra di noi, con spietata franchezza — che altrimenti rimane bloccato da una logica di potere che è spesso sorda a vitali ed elementari esigenze di rinnovamento del nostro partito.

Statuto e regolamenti

Da ultimo, ritengo che il partito possa e debba darsi uno Statuto fondato su poche norme, lasciando il resto a una efficace regolamentazione, per garantirsi una vitalità di sviluppo che non sia inceppata dall'eccesso di giuridicismo.

La terza Democrazia Cristiana

Ho voluto indicare, amici del Congresso, di proposito, solo alcune linee di rinnovamento, che costituiscono, se il Congresso scegliesse di perseguirle — di cambiarle, di modificarle, ma comunque di perseguirle — profondi e vitali mutamenti per un nuovo collegamento del nostro partito con la società civile. C'è in me, c'è in ciascuno di noi, ne sono certo, a cospetto dei problemi del partito, un'antica e nuova riflessione; ma c'è anche il pudore di non intervenire più con dichiarazioni di buone intenzioni, con diagnosi facili e brillanti, prive di una conseguenza e di una terapia.
Il Congresso aiuti il partito a trovare una sua strada di novità, di certezza, di efficienza democratica. E colga, nel suo essere « costituente », l'occasione di avvio a questa che io ho voluto chiamare la terza Democrazia Cristiana: quella che i segni emergenti ci propongono, nell'assoluta fedeltà alle origini, nella proposizione di una attività che ridia vita feconda alle istituzioni, slancio allo sviluppo democratico della società. Anche perché — lo dico sommessamente, ma fermamente — il tempo, se lasciamo correre così le cose, lavora contro di noi, lavora contro l'unità della Democrazia Cristiana, lavora, in ultima istanza, contro la democrazia italiana.

I Gruppi giovanili e il Movimento femminile

A questo punto, dovrei ricordare la parte attiva, positiva e generosa svolta dalle organizzazioni dei quadri di partito. In un'apposita relazione ne sarà dato dovuto conto. Un caloroso ringraziamento, espresso qui in Congresso, intende comunque riconoscere le qualità e l'impegno di iniziativa dei Gruppi giovanili e del loro delegato, l'opera fervida del Movimento femminile e della sua delegata, a livello di partito e legislativo, con una successione di iniziative che hanno riguardato i temi particolarmente importanti, come la famiglia e la pace.

La futura maggioranza

Cari amici, a questo Congresso si porranno anche i problemi della futura maggioranza del partito. Si tratta certo di un tema importante e decisivo. A monte di esso c'è però il dovere di un dibattito su ciò che siamo, su ciò che vogliamo essere, su ciò che vogliamo fare nello Stato e nella società, su come intendiamo operare per rinnovare il partito. Un dibattito che esige chiarezza di posizioni, lealtà di impegni, generosità di intenti, oltre le nostre persone, oltre i singoli gruppi in cui ci troviamo a condurre questo nostro chiarimento. E' dal coagulo di volontà politica sulle soluzioni che noi daremo a questi temi, che il partito potrà trarre la sua nuova dirigenza politica, per un assetto sempre più positivo, che abbia il conforto dei nostri iscritti e che possa guidare la Democrazia Cristiana in un periodo di cui tutti vediamo e intuiamo le crescenti difficoltà.
Nel rimettere al Congresso il mandato della Direzione e mio, desidero innanzitutto, interpretando il sentimento unanime di tutti voi, dare il mio saluto e il nostro fervido ringraziamento all'amico Mario Scelba, che con dignità e con prestigio ha presieduto il Consiglio Nazionale. Desidero inoltre - e lo debba fare per un'espressione di coscienza — dire un fraterno ringraziamento all'amico on. Gioia, che mi è stato vicino nella sua funzione di Vice-segretario con tanta lealtà e con tanto sacrificio; all'amico on. Pucci, che ha lavorato con tanto impegno e con tanta dedizione; all'amico on. Gullotti, che ha curato la preparazione del Congresso con spirito di equità e con sacrificio; a tutti i dirigenti, che hanno consentito al partito di affrontare e superare momenti e prove di tanta difficoltà.

Un impegno e una preghiera

La linea di ravvivamento della democrazia — questo è il nostro obiettivo, qui si esercita il nostro sforzo — passa dentro di noi, ha come punto iniziale il nostro rinnovamento. Il partito non vive di appoggi esterni: vive sempre più di se stesso, vivrà sempre più di se stesso, delle sue opere, della lealtà e dello spirito di sacrificio dei suoi dirigenti, della lealtà e dello spirito di sacrificio dei suoi iscritti. E' alla Democrazia Cristiana, a questa forza di ispirazione cristiana, che la società italiana, rivolge il suo appello a essere sempre più se stessa, a non disperdere la sua tradizione, a raccogliersi con vigore di spirito per dare più anima all'impegno civile.
Fu John Kennedy il 9 gennaio 1960 a proporsi queste domande con le quali concludo questa relazione, queste domande che io pongo a me stesso e agli amici della Democrazia Cristiana perché mi sembrano raccogliere, in questo momento — per l'analogia di certi problemi, per l'uguale importanza di certe situazioni — l'anelito che sale verso di noi dagli Italiani:

« 1) Fummo noi veramente uomini di coraggio, dotati del coraggio di levarci a contrastare i nostri avversari, del coraggio di levarci, ove necessario, a contrastare i nostri stessi alleati, del coraggio di resistere alle pubbliche pressioni non meno che alle private ambizioni?

2) Fummo noi veramente uomini di avveduto giudizio, capaci di giudicare con acume il futuro come il passato, i nostri stessi errori e quelli altrui, dotati di sufficiente saggezza per sapere che cosa non sapevamo e di sufficiente franchezza per ammetterlo?

3) Fummo noi veramente uomini di piena integrità, che non venimmo mai meno né ai principi nei quali credevamo, né a coloro che credevano in noi, e che né il profitto finanziario né l'ambizione politica poterono mai distogliere dall'assolvimento del proprio sacro mandato?

4) Fummo noi, infine, veramente uomini dotati di spirito di dedizione, il cui onore non fu mai vincolato da impegni con alcun singolo individuo o gruppo, e non compromessi da alcun obbligo o mira privati, ma unicamente dediti a servire il bene pubblico e l'interesse nazionale? »

A queste quattro domande John Kennedy rispondeva anticipatamente con un impegno che così suona: coraggio, giudizio, integrità, dedizione. E' un impegno che è nel contempo una preghiera. Impegno e preghiera che noi qui assumiamo.

On. Flaminio Piccoli
XI Congresso Nazionale della DC
Roma, 27 giugno 1969

(fonte: biblioteca Butini)


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