LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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XI CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: REPLICA INTRODUTTIVA DI FLAMINIO PICCOLI
(Roma, 30 giugno 1969)

L'XI Congresso nazionale della Democrazia Cristiana si svolse dal 27 al 30 giugno 1969. Il Segretario politico in carica è Flaminio Piccoli, eletto da appena cinque mesi, dopo le dimissioni dell'allora Segretario Mariano Rumor a seguito della sua nomina a Presidente del Consiglio.
Il blocco doroteo si è diviso, con l'uscita di Aldo Moro e Paolo Emilio Taviani, e gli equilibri interni al partito sono in cerca di nuove soluzioni.
Di seguito si riporta la replica conclusiva del Segretario Piccoli.

* * *

Caro Presidente e cari amici, si spengono così, fra poco, le luci anche su questo XI Congresso, che trova una collocazione precisa, a mio avviso, nella storia della Democrazia cristiana. Il discorso di Mariano Rumor, così ricco di impegni, così fervido di un'animazione ideale che resta il momento fondamentale della sua esperienza di guida della Democrazia cristiana, mi dà la possibilità di restare nella linea dei quesiti che mi sono stati posti durante il Congresso, di conservare il mio discorso in una dimensione pacata sui temi che abbiamo insieme discusso, di garantire una grande serenità, che a questo punto credo possa essere da parte mia un atto di profonda amicizia verso i congressisti e anche verso me stesso.
Immersi nella vicenda congressuale, come siamo, ne vediamo con minore certezza il significato e la rilevanza, il suo positivo articolarsi di confronti e di contributi. Siamo troppo a ridosso di questo Congresso, troppo a ridosso quindi anche delle emotività e delle punte di asprezza che ogni dibattito politico libero e spregiudicato – com'è sempre per i congressi della Democrazia cristiana – porta con sé, per avere la coscienza completa della sua incidenza nella realtà politica italiana, in questo inquieto e difficile momento vissuto dal paese.
Avevo detto all'inizio della mia relazione che se questo Congresso non fosse stato convocato per le difficoltà interne della Democrazia cristiana svelatesi nelle vicende del dicembre scorso, la sua convocazione anticipata avrebbe forse ugualmente dovuto aver luogo, dinnanzi alle trasformazioni profonde nel modo di essere e di porsi dei cittadini italiani e ai nuovi fenomeni della contestazione e delle rivendicazioni di interi settori della società italiana. Oggi, a conclusione di questi lavori, con quell'attimo di distacco di cui ciascuno di noi è capace nel momento in irti si chiude una vicenda nella quale si è rimasti intimamente e profondamente impegnati, credo ancora di avvertire che quella intuizione era giusta.
Il Partito ha certamente ottenuto un chiarimento ricco di spunti e di conclusioni, che ci appariranno meglio non appena avremo lasciato depositare gli elementi più vivi del nostro dibattito, durante il periodo di tempo che ci divide dal prossimo Consiglio nazionale, non appena ciascuno di noi avrà avuto modo di meditare e di comprendere come sia vero che il frammento di verità di cui è stato portatore – per importante che possa essere – ha bisogno di unirsi agli altri frammenti per una verità che non può mai appartenerci da soli entro la Democrazia cristiana.
E poi, amici, non è vero che usciremo da questo Congresso come se nulla fosse avvenuto. È vero che usciremo ognuno col proprio gruppo di amici, così come vi siamo entrati; è vero che questa notte finiremo per contarci e per vedere se le percentuali sono rimaste quelle di ieri. Eppure non può esser vero che il confronto fra le nostre posizioni sia rimasto inutile; non è vero che lo sforzo di esprimere le nostre idee possa concludersi con un'inerte presa d'atto che indichi una classe dirigente immobile, insensibile, divisa da profondi fossati. Non mi pare cioè esatto, mi pare impossibile che questo lungo dialogo fra di noi, fatto non per qui dentro, ma fatto per il paese da una così fervida classe dirigente, possa aver lasciato le cose come prima; possa almeno non aver dato a ciascuno di noi una misura molto più attenta delle nostre responsabilità; possa non aver immesso soprattutto nella grande famiglia degli iscritti alla Democrazia cristiana i chiarimenti, gli stimoli, le capacità di orientamento, da cui far emergere decisioni sollecite, consapevoli e coerenti.
Ma io qui debbo dire subito una parola di profonda gratitudine, proprio nel momento in cui si chiude questo Congresso, di profonda gratitudine alla solidarietà piena, operante, che mi hanno dato gli amici on. Colombo, on. Forlani, on. Taviani, per consentire che io esplicassi questo mio nuovo servizio, con rispetto per questo servizio, con grande riguardo alle conseguenti responsabilità, con il senso dei doveri che ciascuno di noi ha verso la Democrazia cristiana, ha verso la democrazia italiana.
Io desidero subito fissare tre linee pregiudiziali, sulle quali mi pare che un chiarimento debba subito avvenire fra di noi.
Prima pregiudiziale. Più volte nel corso del dibattito congressuale è emerso un giudizio critico sia sull'origine che sulla presunta «chiusura» della maggioranza che ha dato vita a questa segreteria: una maggioranza che sarebbe nata nel segreto di pochi vertici, chiudendosi in se stessa, essendo e rimanendo sorda ai richiami che le giungevano dalle componenti più rappresentative del Partito.
E vorrei cominciare da qui, rilevando che la maggioranza – lungi dal chiudersi in un «castello» – ha tenuto fede con scrupolosa lealtà alla decisione presa di convocare in anticipo il Congresso, proprio perché nulla restasse chiuso nelle alchimie dei vertici e perché, se crisi vi era dentro il Partito, se difficoltà gravi si erano manifestate, queste fossero dibattute dal Partito nella sua sede più qualificata. Quando si punta decisamente ad un Congresso, in un itinerario brevissimo, di cinque mesi, tra la scelta di una segreteria politica e il Congresso stesso, significa che nessuna delle parti in causa ha mai avuta l'intenzione di giocare una così seria partita fra pochi uomini o fra pochi gruppi della Democrazia cristiana (applausi).
Questo Congresso, questo Congresso – lo si voglia o non lo si voglia – è la vera risposta a tutte le osservazioni che sono state fatte, a tutti i racconti che abbiamo sentito sul momento originario di questa segreteria politica e di questa maggioranza, che aveva solo lo scopo di giungere fino a questo Congresso, sulla volontà effettiva dei gruppi che ad essa hanno dato vita, di consentire al Partito un fecondo tragitto che avesse però come traguardo rapidissimo questo ampio e aperto colloquio interno: il più ampio colloquio che un partito possa darsi, qual'è quello congressuale. Questa è la risposta puntuale per rilevare che i gruppi della maggioranza sono stati rispettosi delle ragioni profonde che regolano la vita del Partito, e hanno dimostrato la sensibilità di aver inteso che se tre Consigli nazionali non erano riusciti a risolvere la crisi della Democrazia cristiana, bisognava darne conto agli iscritti in tutte le sedi del Partito, nella certezza non velleitaria che l'incontro di tante volontà ed idee avrebbe potuto far trovare al Partito la soluzione giusta. E non è stato uno scarico delle responsabilità proprie dei massimi dirigenti del Partito: è stato – a mio avviso – il riconoscimento che occorreva rimettere tutto al Partito per le obiettive e gravi difficoltà della situazione. Esprimo la convinzione, quindi, che ciò che è avvenuto in questo Congresso, grazie al senso di responsabilità dei democratici cristiani, farà trovare nuovi punti d'incontro per dare al Partito una dirigenza efficace e stabile, in grado di affrontare la difficile situazione che sembra profilarsi nel paese.
La mia relazione, del resto, richiamando politicamente alcuni temi, sui quali poi ho avuto l'onore di vedere che il dibattito si è incentrato (la politica internazionale; il rinnovamento del sistema statuale, l'invenzione di nuovi canali di partecipazione, l'approfondimento critico delle ragion: della nostra unità, la creazione di nuove strutture nel Partito per un nuovo modo o per un nuovo tentativo di un nuovo modo di fare politica), intendeva essere null'altro che lo strumento per aprire la via ad una piattaforma d'incontro tra gruppi che nel Partito si erano volta a volta incontrati o scontrati, nella convinzione – che il Congresso ha in me ancora più avvalorato – che ogni maggioranza deve qualificarsi anzitutto, ma non solo, in se stessa, per poter poi qualificarsi al di fuori di se stessa, per una manifestazione esplicita di accordo su alcune posizioni sulle quali si giocano decisioni definitive per la vita politica, civile ed economica del nostro paese. Non si trattava, quindi, di una relazione distaccata dalle interne difficoltà del Partito, ma ad esso continuamente legata per le responsabilità del segretario politico che, pur nella breve esperienza di questi mesi, non aveva certo la possibilità di essere estraneo al quadro così pieno di ombre e di luci della situazione italiana e della situazione del nostro Partito.
Seconda pregiudiziale. È per questa ragione che non mi fermo a rispondere a tutte le osservazioni – anche giustamente critiche – rivolte alla segreteria. Non ho fatto il racconto di alcuni momenti che insieme abbiamo vissuto in questi mesi; ma certo che ha ragione l'on. Taviani quando sì è chiesto «che cosa sarebbe accaduto dopo Battipaglia», se alla guida del Partito ci fosse stato uno schieramento di «co-segretari»... Sono considerazioni che, per la loro evidenza, avrebbero dovuto sconsigliare il ritorno martellante di accuse che non trovano né giustificazioni né motivazioni sufficienti, e che non sono mortificanti... (applausi, interruzioni) e che non sono mortificanti per il destinatario, quanto, per il Partito nel suo insieme, che ha sempre dimostrato in questi venticinque anni di avere interesse a non mettere in discussione il punto di riferimento del Partito, quello che comunque, in un certo momento storico, rappresenta il Partito dentro e fuori del Partito stesso; perché quando si agisce con l'intenzione dell'unità, amici del Congresso, quando si agisce nel rispetto dei valori essenziali della Democrazia cristiana, quando si agisce anche nell'esercizio di una legittima autorità – che non è per nulla autoritarismo – si compie per il Partito un servizio che è sempre stato, grazie all'apporto di tutti i gruppi e di tutti i dirigenti, utile alla Democrazia cristiana e alla democrazia italiana.
La nostra ragione di far politica è nel Partito, va nel Partito ricercata, al Partito va restituita, e non lo dico per umiltà ma per la difesa stessa della classe dirigente, che – in ultima analisi – ha dato al Partito nella misura in cui ha ampiamente ricevuto dal Partito. Questo capitolo «sgradevole», come è stato definito, e per altre e diverse ragioni «opportunistico», dovrebbe ritenersi definitivamente chiuso. La Democrazia cristiana ha bisogno di tutti, nessuno può identificarsi nella Democrazia cristiana, nessuno deve essere mortificato; tutto questo sempre nella misura in cui la contrapposizione sia nel Partito e non a fronte del Partito.
Terza pregiudiziale. Vorrei anche subito sgomberare il terreno da un episodio doloroso, che ha turbato questo Congresso, che ha turbato le nostre coscienze. Noi siamo qui, come classe dirigente del Partito, ad accettare ogni critica; io sono qui personalmente per rendere conto dei miei errori e dei miei gravi limiti, sono qui per riaffermare la mia disponibilità – oltre la mia persona, senza la mia persona, se è necessario e conveniente a tutto ciò che dia vigore, equilibrio e slancio al nostro Partito, a tutto ciò che garantisca alla Democrazia cristiana una sua posizione di movimento in avanti e di risposta alle inquiete attese del paese. Ciò che rifiuto con fermezza è la «questione morale»... (applausi, interruzioni), è la «questione morale» con cui si sono voluti squalificare uomini e gruppi che tanto hanno dato e stanno dando alla vita del Partito! Io la rifiuto per questi uomini e per questi gruppi, la rifiuto per tutte le parti della Democrazia cristiana, che hanno sempre garantito – questa è la nostra esperienza di uomini che militiamo nel Partito da venticinque anni e abbiamo partecipato, sia pure in forma modesta, a tutti i congressi – che hanno sempre garantito nei nostri dibattiti il giudizio di ordine politico, anche aspro, come fondamentale per una possibilità di convivenza, per una necessità permanente di collaborazione e di intesa. La rifiuto e la respingo anche per me: non tanto per lo sforzo letterario che è stato fatto per aggettivare pesantemente questa gestione del Partito, e quindi la mia modestissima persona – la mia pace dipende dalla mia coscienza – ma perché noi siamo un Partito che deve avere rispetto per se stesso, perché noi siamo un Partito che si riferisce ad una ispirazione che ha in sé un grande messaggio di verità e di carità, che non consente a nessuno di cercare la pagliuzza nell'occhio del vicino (applausi).
Io sono convinto che noi, che noi in questo Congresso, abbiamo gettato le basi per un grande salto di qualità – pari certamente alle richieste che ci vengono rivolte dalla società – nel senso di un approfondimento conoscitivo dei fenomeni sociali in atto, delle ragioni storiche e politiche dalle quali hanno preso le mosse, dei condizionamenti obiettivi che rendono alle volte debole la risposta dei politici, anche dei politici più animati da buona volontà; e anche nel senso della individuazione di una risposta valida a rendere positive le tensioni sociali, a incanalarle lungo la strada che è propria di una società in via di trasformazione, a coglierne tutta la portata di progresso e di rinnovamento che esse, pur fra tante contraddizioni, recano con sé.
L'indicazione di obiettivi così impegnativi ad un Congresso della Democrazia cristiana non è stato un atto di velleitarismo, credetelo. lo ho riflettuto a lungo su come impostare questo Congresso, ho chiesto molti consigli, ho sempre rifiutato un giudizio di non utilità, perché io credo fermamente al grande scambio di comunicazioni e di esperienze che un Congresso comporta. E lo stesso giudizio di una povertà di dibattito – se fosse vero - darebbe delle utili indicazioni per il dovere di alimentare di idee, d'ora in poi, il nostro Partito, perché senza idee non usciremo dal punto di difficoltà in cui ci troviamo, per quanto esperti siano gli uomini che avranno la guida della Democrazia cristiana.
Lo so bene come sarà difficile per il Partito, se accettasse la piattaforma che è stata indicata, muoversi lungo una linea di tendenza così aperta e restarle fedele, e tradurla in atti legislativi e istituzionali in mezzo ad un mare di difficoltà e di condizionamenti. Ma quello che io volevo far rilevare al Congresso è che il Partito deve iniziare un nuovo tragitto, che rechi i segni e abbia obiettivi capaci d'identificarsi con ciò che accade adesso nella società, con ciò che vogliono le nuove generazioni, con ciò che si muove nel mondo.
Tutto può essere incompreso e stravolto nel nostro pensiero, on. Donat Cattin, ma io del tuo pensiero cerco sempre di dare un giudizio conforme a quello che tu esprimi, senza tentare un capovolgimento del tuo pensiero, anche perché se il tuo pensiero io lo capovolgessi, finiresti per approvare la politica economica del governo Moro e del governo Rumor e di Emilio Colombo. Ma non mi ha ferito l'accusa di conservatorismo che tu hai dato di questa mia relazione, perché non è vera, perché la piattaforma indicata è in avanti e ha bisogno – questo sì – di essere interpretata ed attuata dalle vive forze del Partito, dalle nuove energie della Democrazia cristiana, da tutti coloro che credono nell'incontro delle idee senza presunzioni e senza discriminazioni; ma anche da tutti coloro che sanno per esperienza e per volontà quanto costi di sacrificio, di elaborazione civile e culturale, di rischio personale, un impegno sul quale s'incontreranno certamente immense resistenze.
Un segno positivo mi pare sia venuto dal fatto che questa piattaforma, volta a volta accettata, contraddetta, respinta o diversamente giudicata, non è mai stata lasciata cadere in questi tre giorni di dibattiti, anche se – nel suo complesso e rispetto ad alcuni punti particolari – ha ricevuto interpretazioni diverse e stimolato contributi altamente positivi e contributi critici. Sono altrettanti segni, comunque, che nell'impostare su questi temi il dibattito, abbiamo colto aspetti e significati reali: non perché si sia inventato qualche cosa di nuovo, ma perché il Partito - specie nelle sue componenti più impegnate – ha da tempo coscienza di quanto sta accadendo nella società italiana, delle sue tensioni, della necessità di aprire le sue strutture ad una convinta partecipazione dei cittadini, di scoprirne delle nuove, di muoverci, insomma, nel senso dei tempi che un lungo e generoso impegno ha reso possibile.
Io ringrazio quindi tutti gli amici che sono intervenuti nel dibattito: quelli che hanno accolto la relazione come un elemento valido per il dibattito, e anche quelli che hanno ritenuto di vederla sotto una luce restrittiva e criticabile perché – a loro giudizio – non offriva proposte politiche tali da renderla traducibile nella realtà istituzionale del paese. Io debbo però rispondere a quattro quesiti, che il dibattito mi ha posto e che si riferiscono: al problema delle forze con cui è possibile svolgere un tale programma, al problema del rapporto con il comunismo, al nostro rapporto col mondo cattolico, ad una presunta indifferenza che sarebbe emersa dalla mia relazione rispetto al problema della maggioranza da dare alla Democrazia cristiana in questa fase.
Primo problema: con chi mandare avanti l'opera di ristrutturazione dal basso dei poteri dello Stato? Con chi suscitare un moto di adesione e di convinta partecipazione nel paese? Queste sono le domande poste dall'on. De Mita e dai suoi amici su temi di così rilevante importanza. E mi sembra, qui, di non avere peccato in omissioni, di non avere sottratto nulla a quel proposto dialogo con tutta la società tramite il quale dare corpo alle novità, e nemmeno alla possibilità di ridare al centro-sinistra – e quindi ai partiti che lo compongono – un'occasione importante di rilancio. Questa mi sembra, on. De Mita, la risposta che ne deriva: noi dobbiamo realizzare, alla luce della mutata realtà civile, lo Stato conseguente alla Costituzione, con le forze sociali presenti nel paese, in uno sforzo condotto giorno per giorno, lasciando che i cittadini in quanto tali crescano, abbiano più occasioni di libertà, più occasioni di partecipare alla vita della comuni0, più occasione di maturazione culturale.
Ma il mio, on. De Mita, non è un espediente per fuggire dinnanzi al tema della rilevante presenza del Partito comunista nella società italiana. E' che soltanto con uno Stato rifatto dal basso, in cui i cittadini, quali che possano essere le loro opinioni politiche, si ritrovino a colloquiare con esso in istituzioni aperte, strutturate in modo che vi possa essere una partecipazione effettiva, potremo avere delle risposte politiche idonee e conseguenti. Altrimenti queste risposte temo non verranno mai, se dovranno essere affidate ai vertici di un Partito politico che ha avuto ragione oggi l'on. Arnaud di considerare nella sua permanente e sterile immobilità.
È qui che si apre la fase di responsabilità del centro-sinistra e dei partiti che concorrono alla maggioranza di governo. L'impegno di mutamento, l'obiettivo di rinnovamento, la strategia delle riforme non sono mai fatti meccanici, che conseguono di per sé anche ad un ampliamento dell'area democratica (posto che esso fosse possibile, ma che oggi è ovviamente impossibile nel giudizio di tutto il dibattito congressuale): essi sono il risultato di un lavoro fatto con le forze di cui si dispone, con la loro capacità di riunirsi, di essere solidali, di avere la disponibilità più ampia al colloquio democratico, ma nello stesso tempo di ritrovare una volontà politica comune, sulla quale s'imposti costruttivamente il confronto da cui emergano tutte le posizioni e il cui travaglio possa operare in senso costruttivo, in avanti, così come vuole il nostro impegno.
Certo, è comprensibile che vi siano nel Partito punte che più vivamente auspicano che la disponibilità al confronto democratico costituisca il tema permanente dei nostri rapporti con l'op posizione, così da sollevare la maggioranza da ogni rischio di minore produttività o anche dall'ombra di chiusure. Ma, al di là di questa posizione, rimane il dovere per le forze politiche di centro-sinistra di operare, di credere in se stesse, di avere la certezza che vi è la possibilità per gettare un seme fecondo nelle strutture dello Stato. Ed è anche per questa via che si snidano le altre forze politiche che hanno un diverso concetto dello sviluppo democratico del paese.
E dicevo che la mia non è una fuga in avanti, o indietro, ma è una realistica indicazione politica, che può avere successo se ne rileviamo e ne ravviviamo insieme la carica dirompente all'intrno della società e dei cittadini. Altre soluzioni mi sembra in questo momento non esistano, ma non sono io a dirlo: sono state le oneste dichiarazioni rilasciate qui dagli amici che pure hanno sostenuto la politica del «patto costituzionale».
Dovrà essere la società stessa a spingere il Partito comunista lungo la via di un radicale ripensamento del suo modo di essere, deve essere l'iniziativa dei partiti di maggioranza; ma – diciamolo fra di noi – il resto tocca al Partito comunista. È giusto che noi vediamo sempre il problema dal nostro angolo di responsabilità, che è quello di un partito di ispirazione cristiana che non può mai considerare immutabili i dati della realtà democratica del paese. È giusto che noi guardiamo con attenzione ai mutamenti che avvengono, che li favoriamo, che non li deludiamo con un atteggiamento chiuso o negatore. Ma perché non diciamo anche e con forza ai comunisti di guardare dentro se stessi, di vedere – se ne sono capaci – di trarre – se ne sono capaci – le necessarie conseguenze della profonda crisi ideologica che sta scuotendo il comunismo internazionale?
E non credo, amici del Congresso, che sia stato esatto dire, come ha detto l'amico Granelli, che «i comunisti italiani sono stati condotti a scontrarsi con i problemi della libertà più guardando agli eventi cecoslovacchi che non dalla capacità delle forze democratiche di fare un discorso preciso» su temi così decisivi per tutta la società italiana. Che cos'è stato, se non questo, la lunga vicenda democratica della Democrazia cristiana, che ha ampliato l'area della libertà per tutti e che, per ciò stesso, è stata di stimolo critico verso tutte le forze che esistevano nel paese? Tutto il processo di allargamento dell'area democratica – che ha impegnato la Democrazia cristiana in un travaglio intenso, che ci ha impegnati tutti, in un dibattito lungo, di anni – come non può, se i comunisti avessero voluto, non avere influito sulla sostanza del dibattito interno del Partito comunista? È che in Italia il Partito comunista non ha avuto alcun interesse ad anticipare, con un confronto su questi temi, quello che – se lo facesse – sarebbe un grosso sommovimento di coscienze e di valori all'interno dei suoi dirigenti e della sua area di espressione; mentre, in presenza dei fatti cecoslovacchi, la violenza aperta e manifesta, diretta a soffocare il tentativo di una «via cecoslovacca al comunismo», suscitava tanti echi nel cuore degli uomini e coincideva con alcune posizioni interne al PCI rispetto all'Unione Sovietica, così da determinare i suoi dirigenti a prendere una posizione che ha certo rappresentato un logoramento per molte delle posizioni chiuse che sono ancora nella sua base.
Ripeto che non dobbiamo mai ammettere che tutto debba venire sempre e soltanto dalla Democrazia cristiana, che essa debba dilacerare la sua anima per espandere il suo spirito di libertà. È il Partito comunista che dovrebbe dimostrarsi in grado di essere non un Partito che vuole integrarsi rapidamente nell'area del potere, ma un Partito capace di proporsi di essere – nel lungo tempo – un'alternativa democratica che non sia più comunismo. Nostro dovere è quindi oggi – e lo hanno detto benissimo tutte le parti del Partito in questo Congresso – è quello di stare con i piedi in terra, di respingere fermamente le richieste di incontri di potere avanzate dal Partito comunista al centro come alla periferia, di rimanere ancorati ad un'area di certezza democratica che è l'unica sulla quale possano verificarsi – se lo possono – mutamenti di qualità in un partito come quello comunista, che – a giudizio di questo Congresso – al Congresso di Bologna e di Mosca non ha dato alcun esito positivo.
Siamo quindi tutti d'accordo su questo punto: il centro-sinistra non ha sostituti a livello di Parlamento e di governo, e soprattutto perché la maggioranza del popolo italiano lo ritiene tuttora una valida premessa e una condizione per concrete conquiste di libertà e di responsabilità. È questa maggioranza, quindi, che chiede ai partiti di centro-sinistra una riaffermazione piena dei compiti veri che il centro-sinistra si era assunto alla sua origine; che ci chiede di garantire la sua continuità uscendo allo scoperto e collegandoci con i protagonisti delle forze sociali e quindi con i cittadini in quanto tali, quale che sia la loro funzione, la loro matrice ideologica.Debbo qui osservare come il Congresso si sia raccolto in continuazione in un solidale e affettuoso riconoscimento per il coraggioso sforzo di Mariano Rumor che, alla guida del governo di centro-sinistra, conduce una sua propria battaglia, e la cui fatica siamo oggi meglio in grado di riconoscere, in presenza delle difficoltà che i partiti della coalizione attraversano.
È stata qui proposta – se non ho capito male - una strategia di movimento del Partito, secondo la quale il nostro Partito dovrebbe essere nel paese sempre «alternativa a se stesso». Che la Democrazia cristiana debba essere alternativa a se stessa, nel senso di un continuo rinnovamento di se stessa, questo è giusto ed è vero. Credo che la nostra linea dovrebbe essere quella di facilitare, però, in ogni modo, la creazione di un'alternativa democratica alla Democrazia cristiana, senza con questo alterare in nulla la nostra caratteristica popolare. Il nostro paese, finché non avrà la possibilità di questa alternativa, non avrà in sé la garanzia e le ragioni di un'assoluta certezza democratica.
Da che cosa vengono le nostre inquietudini, nel grande passaggio sociale che sta avvenendo, che deve essere favorito e accelerato, e dinnanzi al quale sono comprensibili anche le tensioni di tipo nuovo che si manifestano, se non dall'assenza di una alternativa democratica nel paese alla DC e alla stessa alleanza di cui la Democrazia cristiana è una delle componenti? Se poi, affinché il Partito resti sempre alternativo a se stesso, dovessimo inventare il trasferimento del nostro Partito in uno spazio nuovo e diverso, e non suo rispetto a quella parte di popolo italiano che esso ha saputo esprimere ed interpretare, credo che in Italia si porrebbe a breve scadenza il problema di un'alternativa non democratica alla Democrazia cristiana. Ecco perché mi è parsa profondamente giusta la risposta data dall'on. Forlani alle richieste sui modi di conduzione del Partito, quando sottolineava l'esigenza di portare avanti la «navicella» con rematori armonicamente distribuiti su ambedue i lati, tenendo conto della realtà umana, politica e sociale del nostro paese e del nostro Partito; guardando con pacato realismo, ma anche con una vera capacità ideale, a ciò che noi siamo e rappresentiamo nella società italiana; centrando quella che è la posizione politica della Democrazia cristiana nello schieramento delle varie forze introducendovi tutti gli elementi di novità, senza però trasferirla in aree non sue, in cui la Democrazia cristiana concluderebbe la sua missione politica. Questo stesso concetto è nel misurato ma vivo intervento dell'amico Emilio Colombo, che ha indicato al Partito una sua Funzione di avanzamento e di rinnovamento, non ferma su terreni arretrati, capace d'incontrarsi con le nuove realtà, ma nello stesso tempo fedele e coerente a se stessa.
Questo problema, del resto, si pone con ancora maggiore rilevanza dinnanzi alle difficoltà che sta incontrando il Partito socialista. Non esitiamo a dire che, nell'interesse della democrazia italiana, il Partito socialista deve mantenere ed accrescere il compito che svolge nella società, mantenendo al tempo stesso quello svolto a livello di governo. Siamo d'accordo sulla necessità di non entrare nelle autonome valutazioni che i socialisti danno delle loro difficoltà a costituire un equilibrio interno in rapporto ai più incidenti valori del centro-sinistra; ma nell'ambito del centro-sinistra mi sembra nostro dovere cooperare in qualche modo al superamento del travaglio socialista, per evitare che l'allargamento della base di maggioranza, stabilmente realizzato nel 1962, non torni indietro, non impedisca la continuazione dell'incontro fra quelle componenti che hanno assicurato – per la vigorosa iniziativa della Democrazia cristiana – la formazione del centro-sinistra, che verrebbe a perdere, se qualche cosa si perdesse per strada, la sua stessa fisionomia e la sua ragione di essere.
Ho già affermato la «irripetibilità» dell'esperienza centrista. Riteniamo quindi pericoloso correre il rischio di una rinnovata instabilità di governo, che accrescerebbe le difficoltà al paese, aprendo un vuoto di potere o costringendolo a ripetere elezioni politiche all'insegna di una radicalizzazione della lotta che noi sentiamo come pericolosa, come priva di prospettiva e come foriera di un arretramento rispetto alle posizioni politiche raggiunte.
C'è stato infine il riconoscimento della necessità – rilevata nella relazione – di partire dal contesto internazionale, non solo come scelta di metodo e di razionalità, ma come presa di coscienza dei complessi fenomeni internazionali per perseguire strategie di pace e di sviluppo, avendo individuato i possibili spazi per realizzarle. Mi sembra questo un atteggiamento responsabile, per ogni forza politica che non voglia limitarsi nel parlare ad un paese certamente capace di «far politica», pieno di tensioni e di ansie provenienti dai giovani e dalle forze popolari cresciute lungo un itinerario di sviluppo, e che non voglia ridurre i valori ideali a l'or me di testimonianza capaci di mobilitare le coscienze, ma anche capaci di illuderle e di confonderle e di deluderle. Ecco il senso oli una presa di coscienza che, nel nostro Partito e nel nostro paese, credo debba toccare settori sempre più vasti.
Sa bene l'on. Granelli che il disegno di un'Europa tesa a un dialogo costruttivo con i paesi sottosviluppati avrà forza solo nella misura in cui le montagne verranno spostate dalla fede degli uomini. E noi dobbiamo avere certamente la fede che muove le montagne, ma è giusto anche che l'operare politico si distingua per un rapporto di possibilità, è giusto che noi inseriamo nel Partito tutta la grande aspirazione di pace che è nel cuore delle nuove generazioni– e che noi abbiamo contribuito ad inserire, per le prove personali che abbiamo fatte, in noi stessi, della violenza e della guerra – ma dobbiamo farlo in un ambito e in una dimensione politica, facendo il massimo sforzo per garantire un'esperienza di politica estera che non sia illusoria e deludente, ma che si riferisca a tutte le resistenze, a tutte le difficoltà, all'infinita pazienza che i problemi di politica estera richiedono. Certo, è l'Europa che si mostra in grado di far combaciare i due poli del progresso umano – pace e sviluppo – in un fecondo rapporto con il Terzo Mondo; ma potrà farlo nella misura in cui saprà imboccare la strada giusta, pacifica, in un contesto internazionale reso poco flessibile dalla presenza dei due blocchi politico-militari.
Abbiamo ricordato puntualmente le conseguenze di una situazione internazionale non rapportata con norme definite alla realtà delle armi nucleari: non per un accostamento acritico di eventi e conflitti, ma ancora per comprendere meglio gli spiragli possibili di una iniziativa di novità. Se la fine del «nuovo corso cecoslovacco», decretata dall'Unione Sovietica, ha posto problemi distinti nel campo delle forze internazionali e della morale dei popoli e dei diritti della persona, la guerra nel Vietnam ha trovato – nella stessa società nordamericana – un'interpretazione critica, una riflessione di se stessa, ed è qui la dimostrazione del grande momento di libertà di cui gli Stati Uniti sono espressione.
Forlani è certo d'accordo con me nel distinguere le diverse e opposte posizioni cui si sono richiamati i cosiddetti «falchi» e le «colombe». Ma è giusta l'osservazione che all'interno dei paesi che hanno perso la libertà esistono valori acritici, esistono faticose conquiste, che debbono trovare in noi un rapporto qualificante. Poveri noi, se una politica realistica ci schierasse in una posizione di abbandono e di oblio riguardo a ciò che costituisce la pagina più vitale della storia del mondo, a ciò che rappresenta anche per noi un monito a vivificare la nostra libertà, a non lasciarla decadere nell'impigrimento degli spiriti e in una sottile scalata alla nostra mediocrità!
Tutto ciò che ho detto su quel che significa per noi il nostro rapporto col mondo cattolico, non esce per nulla infirmato dal giudizio che ho dato, che ho creduto di dover dare, di alcuni elementi emersi dal Congresso delle ACLI. C'è in me, c'è in noi, un grande rispetto, un grande spirito di amicizia e una grande ammirazione per ciò che è stato e per ciò che è la più grande organizzazione dei lavoratori cattolici. Ma non credo che un linguaggio di franchezza – come quella organizzazione ha usato verso di noi – possa dispiacere a un movimento che ha sempre voluto la chiarezza. Credo che la reciproca franchezza ormai sia alla base di un rapporto leale e franco, e sia anche la via per scoprire le nostre carenze, se queste ci sono state e ci sono. Ma il segretario del Partito della Democrazia cristiana – chiunque egli sia – non può non difendere il suo Partito, non può non ricordare in questo momento difficile ciò che ha rappresentato la Democrazia cristiana e ciò che rappresenta nella società democratica italiana: non può non ricordarlo anzitutto a se stesso e a noi stessi; ma ha sentito il dovere – in una situazione che è di passaggio e quindi spesso di confusione e di incomprensione – di esprimerlo anche fuori di qui, per un dovere che gli è parso elementare, di cui assume la sua responsabilità, per il dovere di esprimere in tempo... (applausi, interruzioni), per il dovere di esprimere in tempo quella che crede un'esigenza fondamentale: che non si volti subito pagina, troppo velocemente, e che prima di voltar pagina si legga quella che stiamo scrivendo fino all'ultima riga, per un interesse che sui temi di fondo non può ancora – e per un lungo spazio di tempo almeno – non essere comune.
Ma se c'è un dovere in questo momento per il Partito, è di rinfrancare la sua ispirazione ideale, è di garantire a se stesso che non venga mai meno la comunicazione con il mondo dei valori cristiani: un mondo che è in una importante fase di ricerca, che può fornire a noi elementi di primario interesse, per dare alla nostra battaglia politica nuovo vigore morale e spirituale, ricchezza di contenuti e di rinnovamento. E' un mondo di cui noi siamo parte, come singoli, di cui vogliamo spiritualmente e culturalmente essere sempre più parte, consapevoli come siamo del rischio che l'ombra del pragmatismo si distenda anche sulla Democrazia cristiana, se vien meno una riflessione profonda su ciò che significa la nostra ispirazione cristiana. Ma anche qui il tragitto è in avanti, anche qui la riflessione deve aggiornarsi al lungo lavoro di elaborazione che il mondo dei valori cristiani sta facendo, deve adeguarsi alla presa di coscienza che esso assume, alla nuova presa di coscienza di fronte ai grandi problemi del mondo e dell'uomo.
E si pongono così, alla fine, i problemi del Partito. Le «diciotto righe» dedicate nella mia relazione a questo tema non erano di indifferenza, com'è stato detto. «Si tratta – avevo detto – di un tema importante e decisivo, a monte del quale c'è però il dovere di un dibattito su ciò che siamo, su ciò che vogliamo essere, su ciò che vogliamo fare nello Stato e nella società, su come intendiamo operare per rinnovare il Partito». Che poi si dica che le proposte fatte sono tutte di carattere organizzativo, questo me lo aspettavo. Se le proposte non fossero state fatte, si sarebbe detto che quella relazione era assolutamente manchevole. Ogni tipo di proposta organizzativa ha una rilevanza politica, e ogni fatto politico deve sostanziarsi nella vita di un fatto organizzativo.
Ed avevo aggiunto: «Questo dibattito esige chiarezza di posizioni e lealtà di impegni» e che «è dal coagulo di volontà politica sulle soluzioni che daremo a questo tema che il Partito potrà trarre la sua dirigenza politica». Che questo sia un tema che deve avere adesso una risposta positiva non c'è alcun dubbio. Noi sentiamo tutti l'esigenza di «liberare » il Partito, sentiamo tutti il dovere di ampliare l'area di responsabilità della guida del Partito. E la maggioranza di gennaio non ha mai avuto la presunzione di essere esclusiva e definitiva: è sempre stata imperniata sulla volontà di superare un momento di passaggio per giungere ad un assetto più stabile. Ciò risulta confermato dalle posizioni autonome con cui i singoli gruppi si sono presentati; ciò risulta dai chiarimenti che sono stati fatti, prima e durante il Congresso, dagli amici on. Colombo, on. Forlani, on. Taviani e anche da me, senza che sia mai stato lasciato il minimo dubbio su questa intenzione.
Ma la domanda ora diventa questa: c'è la possibilità di ritrovarsi su una piattaforma comune? C'è la possibilità di fare le cose che ci siamo dichiarati impegnati a voler fare, e che non sono occasioni di organizzazione, ma occasioni di rilancio politico? C'è la possibilità fra di noi di crederci, dopo tanti anni di vita politica, di credere ad un comune impegno? C'è il modo di capire che la strada della reciproca discriminazione, delle accuse reciproche, in un itinerario faticoso di andata e ritorno, non servono a dare stabilità al nostro Partito? C'è la possibilità di capire, all'interno delle varie generazioni, che non è vero che questo vuol fermare tutto e che quelli vogliono muovere tutto, ma che la volontà di mutamento c'è in tutti i gruppi, in tutte le età, in tutte le esperienze, e che la volontà di immobilismo può essere in tutti i gruppi, in tutte le età, in tutte le esperienze della vita del Partito (lo ha ricordato Bassetti poco fa, questo)? Io credo di sì.
Non mi faccio illusioni – non si può più avere illusioni, nella nostra vicenda politica e nella nostra esperienza – ma ho visto che la vicenda politica e i movimenti nella società s'incaricano essi, con una logica spietata, di «mettere alla stanga» le volontà, di distinguere i valori, di scoprire – all'interno delle direzioni del Partito, dei consigli nazionali, dei congressi – i moderatismi e di distinguerli dalla saggezza, di stabilire le cose che contano e di dipanarle da quelle che sono vane e che servono soltanto al nostro potere.
È una linea politica generale, che è stata qui proposta: è un modo di fare politica, che si crede adeguato alle nuove situazioni; è la ricerca di garantire solo le cose che si possono fare, anche se il programma può essere ambizioso; è la capacità di scoprire i punti deboli del sistema, perché emergano i ceti popolari; è lo sforzo serio per puntare su alcune riforme, che riconducano l'Italia alla sua sostanziale unità morale, sociale ed economica; è la rinuncia ad ogni irragionevole scetticismo; è il recupero – per la nuova generazione e per noi – dello slancio iniziale, di un impegno non appannato dal lungo viaggio, di una liberazione da noi stessi, di tutto ciò che il lungo esercizio del potere ha spesso coperto di una coltre di stanchezza, di malizia e di manovre di uomini fra di noi.
Cari amici, questo Congresso ha dimostrato – nell'articolata diversità del suo dibattito – che prima di riunirci stabilmente occorre conoscere ciò per cui ci riuniamo e ci riunifichiamo. Ora alcuni elementi di confronto li abbiamo, alcuni equivoci mi sembrano chiariti. È venuto anche un chiarimento su alcune proposte che erano state fatte e che avevano dato e suscitato diverse interpretazioni. Sarà compito successivo a questo Congresso tirare le fila di questo lavoro, vedere se è stato proficuo, stabilire con animo aperto e con precisione quali forze potranno muovere insieme verso gli obiettivi che il Congresso nelle sue mozioni ha indicato, almeno per il riferimento ai punti comuni più qualificanti.
Io credo sempre di più che è impossibile essere d'accordo su tutto: non ci sono due democratici cristiani che in sede politica, in una società pluralistica, in un mondo che cambia così velocemente, possano avere opinioni comuni su tutte le cose. Credo che fissare i momenti di contatto – in una navigazione per un certo periodo di vita del paese e del Partito – se ci sarà la buona volontà di tutti, sarà invece possibile.
Si è detto che inizia ora un periodo di condizionante identificazione tra l'assetto del Partito e quello del governo: così è detto – mi pare – anche in alcune mozioni. Per la libertà e per la certezza del metodo democratico di questo Congresso e delle successive sedi in cui si manifesterà la volontà del Partito, preferisco non rilevare questa posizione, che comunque non attiene alla conclusione di questo Congresso, e che sarebbe certo stato meglio che non fosse neppure emersa, tanto delicata e difficile è in questo momento la vicenda politica italiana.
Vorrei – a questo punto – concludere osservando che questo dibattito è stato animato da un uguale amore di tutti noi per la Democrazia cristiana, per ciò che essa è nel paese, per ciò che essa è nella nostra esperienza di vita, per ciò che attraverso essa alcune generazioni ormai hanno avuto modo di esprimere in una grande iniziativa civile e politica.
Di qui non esce una Democrazia cristiana divisa, separata in due blocchi con un fossato in mezzo. Non ci conosce, chi ha dato al nostro dibattito questo senso. In un Partito democratico ci sono divisioni e distinzioni e direi che oggi esse passano all'interno di ogni schieramento, all'interno di ogni gruppo, creando, proprio per questa via, i modi di superamento, le possibilità di conciliazione, le ragioni per una recuperata e sostanziale unità. Ciò non ha nulla a che fare con le motivazioni di serietà della nostra situazione interna, di cui ho parlato: esse si riferivano alla necessità di far presto a mutare gli strumenti e le strutture del Partito, più che ad una incompatibilità di convivenza entro la Democrazia cristiana.
E se questo vale per fuori, per noi debbo dire che non c'è nessuna volontà in nessuno di escludere nessuno, non c'è nessun gusto del potere in nessuno che possa portare a discriminazioni che – oltre tutto – significano una vita più difficile per il Partito e per chi ne ha la responsabilità. Ma occorre la chiarezza delle posizioni politiche: questo è il punto! A nulla varrebbero incontri che venissero meno a questa chiarezza o che costringessero a successivi distacchi per incompatibilità di linea politica il giorno dopo.
È per questo che tutta la meditazione dei prossimi giorni dovrebbe riferirsi a questo nostro dibattito, a sentire profondamente ciò che ci unisce, a capire che ciò che conta è – in fondo – ciò che si può fare, pur nel quadro di una grande prospettiva democratica: ciò che si può fare, non ciò che vorremmo poter fare; ciò per cui esistono le condizioni di poter fare, ciò che possiamo fare con serietà, con volontà, senza prudenze sbagliate, ma con prudenze derivanti dalla saggezza. I più audaci sono sempre stati i più attenti a non sradicare nulla nella Democrazia cristiana di ciò che è essenziale, di ciò che attiene ai suoi principi, di ciò di cui è capace il mondo in cui essa opera, senza distacchi o raddoppi di lunghezze, che renderebbero inerte il nostro lavoro e infeconda la nostra iniziativa.

On. Flaminio Piccoli
XI Congresso Nazionale della DC
Roma, 30 giugno 1969

(fonte: biblioteca Butini)


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