LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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XI° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: MOZIONE "PER L'APERTURA DEL DIALOGO FRA TUTTI I GRUPPI DELLA DC, COLLEGATA ALLA LISTA N. 1 "PONTE"
(Roma, 30 giugno 1969)

All'XI° Congresso nazionale della DC, Paolo Emilio Taviani si fa promotore di una lista (i cosiddetti "pontieri") per contribuire alla creazione di un collegamento tra la maggioranza del partito e le sinistre interne.

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1. La nostra è una lista di amici che si trovano concordi in un impegno comune: servire l'unità del partito, proponendo una linea aderente alla tradizione e alla funzione storica della Democrazia Cristiana.
A Milano e dopo, la presenza della nostra lista consentì la riapertura del dialogo fra tutti i gruppi, evitando spaccature verticali, che avrebbero creato un dilemma ingiustificato e inesistente.
A quella posizione siamo sempre rimasti fedeli; riteniamo ormai matura la situazione per dar vita a una nuova maggioranza interna che, interpretando la volontà della periferia del partito, porti all'individuazione e all'elaborazione di una comune linea politica, sulla quale registrare le convergenze di singoli e di gruppi.
Vogliamo rinnovare il modo di essere della Democrazia Cristiana, per farne sempre più un partito moderno, capace di assumere le proprie responsabilità verso se stesso e verso il Paese, accrescendo il dibattito interno e contribuendo alla selezione della classe dirigente.
A tal fine proponiamo:
a) di inserire maggiormente i giovani nei processi decisionali anche attraverso appropriate revisioni statutarie;
b) di adottare un adeguato metodo di elezioni primarie per la designazione dei candidati alle cariche pubbliche da parte degli iscritti;
c) di rivedere il sistema elettorale interno garantendo una congrua e consistente presenza delle minoranze, ma assicurando anche agli organi del partito la possibilità di operare con responsabile stabilità.

Volontà politica e priorità

2. Non vi è, e non può esservi, efficace espressione di volontà politica senza una precisa indicazione di priorità.
La riforma dello Stato è l'esigenza fondamentale della società italiana per ridare credibilità alle istituzioni democratiche.

Regioni

3. Non si può rinnovare lo Stato senza l'attuazione dell'ordinamento regionale. Esso è condizione per realizzare un autentico decentramento decisionale.
Non è quindi accettabile un ordinamento regionale qualsiasi: chiediamo un ordinamento che conferisca all'Ente Regione il massimo delle competenze possibili nella salvaguardia dell'unità dello Stato; le Regioni decentrino ai Comuni e alle Province le funzioni amministrative.
L'ordinamento regionale, così concepito, dovrà raggiungere due risultati fondamentali: allargare la partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato; ammodernare la Pubblica Amministrazione, attuando il principio della centralizzazione degli obbiettivi e del decentramento delle decisioni.
Per quanto riguarda l'aspetto finanziario, lo Stato dovrà trasferire alle Regioni i mezzi con i quali oggi esso fronteggia i compiti che, nel nuovo sistema, saranno assolti nell'ambito regionale; evitando in questo modo gli sprechi derivanti da inutili sovrapposizioni.
Si dovrà impedire che la Regione possa ripianare i bilanci di Enti amministrativi regionali deficitari, escludendo che vengano assunti oneri non determinabili al momento in cui l'iniziativa è realizzata.

Riforma comunale e provinciale

4. Con l'attuazione dell'ordinamento regionale, si pone la premessa indispensabile per dar corso alla riforma della legge comunale e provinciale, che dovrà perseguire il duplice obbiettivo di assicurare maggiore stabilità alle giunte (per esempio attuando il principio della maggioranza costruttiva) e accrescere la responsabilità degli amministratori, sopprimendo i controlli di merito.
Si dovrà procedere urgentemente, nel contesto della riforma generale del sistema tributario, alla riforma della finanza locale. Essa dovrà articolarsi secondo le linee seguenti:
a) garantire agli Enti locali entrate adeguate a soddisfare i compiti attribuiti, attraverso procedure che concilino la salvaguardia dell'autonomia dell'Ente con l'esigenza di giungere alla massima semplificazione del sistema tributario;
b) tener conto, nella determinazione di tali entrate, della capacità contributiva delle singole zone, applicando integrazioni commisurate a parametri che assicurino anche alle Province e ai Comuni delle aree a minor reddito i mezzi finanziari sufficienti a soddisfare i bisogni locali;
c) dedicare interventi specifici alle aziende municipalizzate, specialmente quelle di pubblico trasporto, la cui situazione deficitaria è ormai insuperabile attraverso i soli interventi locali.
Un capitolo particolare — seppure indiretto — della riforma della legge comunale e provinciale, riguarda l'attribuzione agli Enti locali e alle Regioni degli strumenti giuridici e dei mezzi finanziari per assicurare che lo sviluppo delle città avvenga nel rispetto delle esigenze di vita dell'uomo, attraverso la tutela del verde, del paesaggio, del patrimonio artistico e storico, la difesa della natura dagli inquinamenti delle acque e dell'atmosfera.

Referendum

5. Deve essere portata avanti l'attuazione del referendum, sul quale oggi tutto il partito è d'accordo, ottenendo la sollecita approvazione in sede parlamentare della legge relativa.
Confermiamo che questo non risponde solo a un'esigenza di adempimento costituzionale, ma consente di rimettere al popolo la decisione di rilevanti problemi che, non potendo essere oggetto di accordi di governo, finirebbero per provocare un grave pericolo d'instabilità.

Magistratura

6. Urgente è la riforma dell'ordinamento giudiziario. L'indipendenza del magistrato giudicante e l'autonomia organizzativa dell'ordine giudiziario sono fuori discussione.
Tuttavia l'ordine giudiziario non è e non può essere un potere chiuso, avulso dalla realtà dello Stato; esso è parte integrante delle istituzioni repubblicane fondate sulla sovranità popolare.
La riforma del Consiglio Superiore della Magistratura dovrà consentire a questo istituto — con la confermata prevalenza dei magistrati nella sua composizione — uno snellimento e un'efficienza funzionale che con l'odierna struttura non ha e non può avere.

Scuola

7. In una società come l'attuale, sottoposta a tensioni e revisioni pressoché quotidiane, non è possibile una riforma della scuola che risolva una volta per tutte il problema. Occorre invece predisporre gli strumenti affinché la scuola sia posta in grado di recepire, di volta in volta, i nuovi metodi e i nuovi rapporti che entreranno a far parte dell'esperienza sociale.
In questa prospettiva ogni riforma scolastica deve essere necessariamente parziale e limitata per ciò che concerne gli ordinamenti e i programmi. Deve invece essere lungimirante e generosa nell'adempimento del fine primario di porre a disposizione di tutti i cittadini tutti i livelli di insegnamento.
Sempre maggior impegno dovrà essere riservato al problema della promozione culturale del Paese, essenziale per lo sviluppo dell'occupazione e unica risposta valida alla « sfida » tecnologica.

Sicurezza

8. Il perseguimento di un organico sistema di sicurezza sociale corrisponde al principio cristiano di solidarietà, ma resta anche uno strumento essenziale per contenere e superare gli squilibri sociali nel quadro della programmazione.
In questo senso molto è stato già fatto, però molto resta ancora da fare, semplificando le forme d'intervento pubblico nel campo previdenziale, portando avanti il processo di unificazione degli enti, assicurando l'immediatezza e l'economia delle prestazioni.

Mezzogiorno

9. Mentre il nostro Paese registra indici di sviluppo economico fra i più alti nel mondo, la condizione del Sud evidenzia una situazione d'ingiustizia, che lo Stato sorto dalla Resistenza già venti anni fa aveva giudicato inammissibile in un Paese civile e moderno.
Si rende dunque necessaria una nuova strategia per il Mezzogiorno.
Il « progetto 80 » e le opzioni conseguenti non dovranno considerare il tema del superamento del dualismo Nord-Sud come uno dei tanti temi settoriali o zonali dell'economia nazionale, bensì come l'obiettivo centrale e dominante di tutta la politica economica del Paese.

Agricoltura

10. Al problema del Mezzogiorno si collega quello delle aree depresse del Centro-Nord e dell'agricoltura.
Lo squilibrio fra il progresso tecnologico dell'industria e quello dell'agricoltura rende il settore agricolo economicamente depresso, non solo in Italia, ma in ogni altra parte del mondo.
Di qui l'esigenza di un impegno politico di priorità per interventi pubblici in agricoltura capaci di incidere nelle strutture produttive.
Tale impegno risponde, inoltre, a uno scopo civile e sociale: evitare una troppo forte contrazione della popolazione delle campagne, anche nella previsione che pure in Italia si abbia quell'inversione della tendenza all'urbanesimo, che già comincia a verificarsi in alcune delle zone più progredite del Nord-America.
I problemi dell'agricoltura devono inserirsi in un'ampia visione nazionale ed europea, che tenga conto sia dell'integrazione del MEC, sia delle possibilità offerte ai produttori agricoli da un miglioramento di rapporti — d'ordine tecnico (comunicazioni) e d'ordine economico-finanziario (commercio) — con le comunità cittadine.

Programmazione

11. Gli strumenti posti in atto per la programmazione si dimostrano carenti. Troppi, troppo vasti e dispersivi, sono i centri decisionali. Occorre pertanto procedere a una revisione degli strumenti di attuazione del piano, concentrando le decisioni in un solo organo, limitato a pochissimi ministri e incentrato sul binomio bilancio-tesoro, dotato di poteri ampi e incisivi.
Le opzioni fondamentali alle quali deve essere ancorato il prossimo piano quinquennale devono riguardare:
a) l'eliminazione dei divari tuttora esistenti fra le diverse zone del Paese e i diversi settori produttivi;
b) lo sviluppo dei livelli di occupazione in misura tale da assorbire le forze di lavoro che si renderanno disponibili per l'esodo dall'agricoltura e per l'ammodernamento dei processi produttivi;
c) il mantenimento di un'economia aperta ai grandi mercati internazionali. Ciò comporta che la nostra economia progredisca secondo criteri che ne accrescano l'efficienza e la produttività e sia in grado di recepire le innovazioni suggerite dallo sviluppo della scienza e della tecnica;
d) la disponibilità dell'apparato produttivo a inserirsi in un processo d'integrazione sovranazionale, secondo le direttrici del Mercato Comune;
e) l'espansione di alcuni settori fondamentali della realtà economica nazionale oggi non ancora sufficientemente sviluppati: la ricerca scientifica, il trattamento automatico di dati e informazioni, le industrie ad alta specializzazione.
In questo quadro anche i sindacati assumono una rilevanza peculiare e nuova, sia per lo svolgimento della politica di piano nei suoi aspetti più generali, sia per i problemi connessi con l'evoluzione e la distribuzione dei redditi.
Particolare attenzione merita la legge sulle procedure per istituzionalizzare e garantire la più ampia collaborazione delle Regioni e dei sindacati — nel pieno rispetto della loro autonomia — alla politica di piano.

Politica estera

12. In politica estera constatiamo che il baricentro della tensione mondiale si è trasferito dall'Europa e dall'Atlantico all'Asia. Il contrasto russo-cinese modifica profondamente i dati essenziali della situazione internazionale.
In questo nuovo quadro assume rinnovato valore il nostro impegno per la costruzione dell'Europa politicamente unita. Potrà così garantirsi, nell'equilibrio mondiale, una presenza corrispondente al patrimonio culturale e alla testimonianza civile, che tuttora l'Europa rende all'intera umanità.
A tal fine, nei tempi brevi, sosteniamo l'attuazione dei principi sopranazionali previsti nei Trattati di Roma, l'elezione diretta del Parlamento europeo, l'allargamento della Comunità economica europea alla Gran Bretagna.
Il Patto Atlantico rimane come esigenza di patto militare difensivo in un'area geografica ben definita.
Nessuna politica di pace è attualmente immaginabile, se non si accetta lo « status » di equilibrio sorto con l'ultimo conflitto. Certo, esso ha lasciato situazioni insoddisfacenti, ma volerle modificare, quando non vi siano soluzioni consensuali, significa dar vita a situazioni ancor più precarie, e soprattutto aprire la strada a minacce per la pace più gravi di quelle derivanti dalla difesa dello « status » di equilibrio esistente.
In sintesi, la politica estera dello Stato italiano deve essere rivolta alla tutela degli interessi di libertà, di sicurezza, di benessere e di progresso del nostro popolo. A questi fini risponde non un nazionalismo gretto o autarchico, bensì una volontà di pace e di concordia, aperta alle integrazioni sopranazionali, attenta e sensibile ai problemi dei Paesi del Terzo Mondo, con i quali dovranno essere consolidati e incrementati i nostri rapporti culturali, politici ed economici.

Politica interna

13. Questo Congresso si celebra nel momento in cui più acceso è nel Paese e all'interno della stessa Democrazia Cristiana il dibattito sulle forze politiche, sul loro ruolo, sulla loro collocazione, sul loro reciproco rapporto.
Tale dibattito porta a riconfermare la validità del centro-sinistra, la cui politica — per i contenuti che la contraddistinguono e la qualificano — è ancora la sola capace d'interpretare i fermenti della società italiana e risolverli nell'ambito del quadro istituzionale che regola la vita del Paese.
Non possiamo però non rilevare che, come del resto tutte le politiche, la politica di centro-sinistra ha subito indebolimenti e incrinature, dovute talora a difficoltà interne alla stessa coalizione, e talaltra alle difficoltà nascenti dalla complessa realtà di un Paese in rapida evoluzione.
Preminente dovere di tutti è operare affinché le forze della coalizione rafforzino la loro iniziativa e la loro autonomia, acquistino maggior vigore operativo, affinché venga resa definitiva la scelta di libertà a suo tempo fatta. Lungo questa direzione vanno ricercati i modi più idonei per superare le attuali difficoltà.
Il problema dei rapporti con il partito comunista è complesso, non statico, e obbliga a una chiara presa di posizione.
Il comunismo mondiale è soggetto a una grave crisi. Molti eventi la confermano, anche lontani e contraddittori tra loro.
Tutti peraltro si riconducono all'irreversibile contrasto fra i due più grandi Stati comunisti. La sorte del comunismo italiano dipenderà anche e soprattutto dall'evolversi di questo contrasto.
Il nostro atteggiamento dovrà essere un atteggiamento realistico, che non ignora le cose come stanno, ma che si guarda bene dal confondere le situazioni in atto con quelle auspicate e sperate. Può darsi che il rapido evolversi della situazione internazionale obblighi i comunisti a fare scelte che siano delle vere e proprie svolte. Ma, oggi, l'indicazione politica non può che essere quella di non confondere una crisi con una trasformazione.
Anziché cercare altrove i motivi di situazioni nuove e le prospettive di sviluppo che oggi si offrono alla democrazia, riconosciamo — come è giusto riconoscere — che — se la realtà italiana dal 1948 a oggi si è profondamente modificata — ciò è avvenuto sotto la spinta delle forze democratiche che ha indotto dirigenti e masse a ragionamenti nuovi.
Dobbiamo dunque insistere in una politica democratica, di progresso e di riforme: affinché sempre più larghe masse entrino nell'ordine di idee della democrazia. di una democrazia vera, fondata sulla libertà e sulla reciproca tolleranza.

La Democrazia Cristiana, un partito che muove verso il futuro

14. Sta sorgendo una società nuova. Nei prossimi decenni assisteremo a un ulteriore sviluppo dei rapporti sociali, delle condizioni di vita dei singoli, delle comunità tradizionali e dei gruppi intermedi. A fondamento di queste profonde trasformazioni, stanno le nuove possibilità offerte all'uomo dal progresso della scienza e della tecnica e dall'incremento del benessere individuale e collettivo. Nella società del futuro, l'uomo sarà meglio affrancato dalle costrizioni esterne. Ma non è detto che egli sia anche più ricco di valori umani, più consapevole della propria dignità personale, più determinante nel tracciare le linee di movimento della società civile.
Per garantire che ciò avvenga, è necessario l'impegno di tutti; ma è soprattutto necessario l'impegno di un partito come il nostro, che è alla guida dello sviluppo politico del popolo italiano. All'uomo cresciuto con minori condizionamenti materiali deve corrispondere uno Stato più giusto, più ricco di contributi da parte di tutti i cittadini.
La Democrazia Cristiana deve contribuire a creare questo Stato nuovo, adatto alle circostanze che verranno, aperto al futuro.
La Democrazia Cristiana deve perciò guardare lontano, anche se non dimentica le esigenze dell'impegno quotidiano; deve essere un partito in cui vi sia spazio per le proposte di tutti, attenzione ai valori della tradizione e disponibilità per le richieste delle giovani generazioni; un partito che — attraverso il dibattito e il libero confronto delle idee — trovi l'indicazione giusta e le forze opportune per camminare con i tempi, arricchendo di valori autenticamente umani la società del futuro.

Mozione della lista n. 1 “Per l’apertura del dialogo fra tutti i gruppi della DC”
XI Congresso nazionale della Democrazia Cristiana
Roma, 30 giugno 1969

(fonte: biblioteca Butini)


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