LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IN RICORDO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

XI° CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI PAOLO EMILIO TAVIANI

On. Presidente, cari delegati, c'è una constatazione ovvia, io credo, su cui tutti siamo concordi e dalla quale ogni nostro discorso può prendere l'avvio. Ci troviamo, con questo Congresso, di fronte a una società profondamente mutata da quella degli anni '50: le conquiste tecnologiche e il progresso economico hanno avuto un impulso più rilevante di quanto mai sia accaduto nel passato, incidendo sulla società civile e imprimendole tensioni che raramente le strutture politiche hanno saputo interpretare e guidare. Ne è derivata una crisi che non tocca soltanto la politica, ma coinvolge tutto il tessuto civile, provocando un'insofferenza diffusa.
Un elemento positivo è forse questo: che solo proprio in questi ultimi anni il suffragio universale, anche se formalmente è di più antica data, diventa una conquista concreta, dal momento in cui i cittadini acquistano consapevolezza e volontà di partecipazione e si sentono nello Stato più di quanto non sia avvenuto nel passato. E aumenta la volontà di dialogo e si avverte crescente il bisogno di ampliare la sfera della libertà.
Tutto questo conferma, e mi pare l'abbia detto molto bene la sen. Falcucci, conferma la validità dell'intuizione pluralistica della Democrazia Cristiana e ancor prima del Partito Popolare, quando hanno identificato nel decentramento del potere e nella creazione di corpi intermedi forniti di autonomia decisionale, una delle condizioni essenziali per la creazione di una vera democrazia politica, che oggi, per tale via, può diventare una concreta democrazia sociale. La democrazia politica — è stato scritto recentemente ed incisivamente — mette in causa l'individuo solo in via indiretta, nella misura in cui è inglobato nella massa indifferenziata dei connazionali. Nella democrazia sociale, invece, nel vivo della comunità si inserisce l'uomo-situato ; l'uomo-situato partecipa alla vita della comunità, dalle sue decisioni dipendono il suo benessere, la sua sicurezza materiale, le speranze offerte ai suoi figli.
In questo quadro, che accenno ovviamente di sfuggita, di tempi lunghi del nostro impegno, abbiamo nel nostro Congresso scelte precise da compiere, indicando la politica concreta che proponiamo per i tempi brevi, anche e proprio al fine di creare le condizioni per dare una risposta, non velleitaria e ipotetica ma possibile e realistica, alle attese del Paese. E cominciamo dalle cose da fare: rifiutando i lunghi elenchi, le estenuanti ricerche di perfezione e completezza. Già a Milano impostammo il tema delle priorità per il programma governativo: l'indirizzo è stato accolto dall'intero Partito e Rumor ne ha fatto esplicito riferimento e una prima applicazione nel suo discorso programmatico. Poche cose da farsi, abbiamo detto; e diciamolo: in tempi brevi.
L'attuazione dell'ordinamento regionale ha un carattere qualificante: è giunto il momento di dar vita alle Regioni. Si dice: presto e bene; in questo caso, il « bene » è rappresentato dalla capacità di trasfondere nella legge una visione nuova dello Stato, un autentico decentramento decisionale. Ci sono molte resistenze politiche e soprattutto burocratiche: è veramente paradossale che ogni singola carriera ministeriale difenda le sue prerogative come se fosse un ordine religioso, se non addirittura un clan tribale. Dobbiamo avere il coraggio e la forza politica di superare queste difficoltà. E qui si allaccia l'urgenza della riforma della finanza locale e della legge comunale e provinciale, ma occorre ribadire ancora una volta agli immemori, a quelli che si oppongono all'ordinamento regionale, che non si può fare nulla di serio, nulla di profondo in tali settori, se prima non si conoscono le linee dell'attuazione regionale.
Avevamo detto a Milano che l'unico modo per non trascinare l'attuale Legislatura nelle sabbie mobili in cui per la « guerre scolaire » è stata trascinata in Francia la IV Repubblica, era quello di legare il problema del divorzio alla regolazione dell'istituto del referendum previsto dalla Costituzione. Questa posizione oggi è condivisa dal Partito e ne prendiamo atto con soddisfazione.
E' più complesso il discorso della scuola. Sarebbe illusorio pensare che i provvedimenti fino ad oggi adottati con lodevole impegno dal Governo abbiano concluso una moderna riforma della scuola: è stato il Governo stesso a dichiarare che questo non era il suo intento e questa non era certamente la sua convinzione. Le esperienze degli ultimi tempi, in Italia e all'estero, sembrano indicare nella scuola la struttura più problematica della realtà sociale in movimento. La stessa contestazione studentesca è l'espressione della continua crisi interna che subiscono le strutture dell'insegnamento nella società del nostro secolo. Ed è logico che sia così: una società sottoposta a violente tensioni, che si sta riorganizzando ogni giorno con crescente velocità e con radicalità, non può trasmettere una conoscenza come se fosse indiscutibile, e se lo fa, coloro che dovrebbero riceverla non accetteranno questo tipo di conoscenza e ne rifiuteranno insieme le strutture e i contenuti.
Non è quindi possibile pensare a una riforma della scuola che risolva una volta per tutte e definitivamente il problema. Occorre predisporre gli strumenti per fa sì che la scuola sia in grado di recepire di volta in volta i nuovi contenuti, i nuovi metodi, i nuovi rapporti che entreranno a far parte dell'esperienza sociale. Occorre una scuola che sia per sua natura sperimentale, anche nelle strutture organizzative, ma che sia ancorata a precise, anche se limitate, responsabilizzazioni individuali, per evitare che l'anonimato e l'assemblearismo, il vero peccato d'origine della contestazione, la precipitino nel caos.
In questa prospettiva, ogni riforma scolastica non può non essere parziale e limitata, anzi deve essere, come è quella dell'attuale Governo, consapevolmente tale in ciò che concerne ordinamenti e programmi, mentre deve essere quanto più lungimirante e generosa possibile nell'adempimento del fine primario di porre a disposizione di tutti i cittadini tutti i livelli d'insegnamento. Se fosse possibile adottare una formula riassuntiva, direi che la riforma della scuola, per essere efficace, dovrebbe essere in permanente sviluppo, con un'attenzione continua e puntuale ai movimenti, alle esigenze, alle tensioni che si manifestano all'interno del mondo scolastico.
E dobbiamo ora tornare su di un altro tema di Milano: quello della Magistratura e della sua posizione nello Stato. L'indipendenza del magistrato giudicante e l'autonomia organizzativa dell'ordine giudiziario nel suo complesso, sono fuori discussione, a scanso di ogni equivoco: sono garanzie essenziali per la stessa esistenza delle libertà civili; la storia antica e recente ce lo insegna con chiarezza. Ma dobbiamo anche sottolineare e ripetere che l'ordine giudiziario, proprio per la sua alta funzione, non può essere avulso dalla realtà dello Stato e deve essere parte integrante delle istituzioni repubblicane fondate sulla sovranità popolare. Per questo abbiamo proposto e riproponiamo ancora la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura: una riforma che, confermando la prevalenza dei magistrati nella sua composizione, consenta a un organo semplificato e snellito tempestività ed efficienza quali oggi non ha e non può avere.
Programmazione economica: non possiamo certo essere soddisfatti di come vanno le cose a questo proposito, e non c'è qui alcuna ombra di critica ai miei colleghi di governo (anche se critica ci dovesse essere, dovrebbe essere ovviamente ad alcuni Ministri, uno dei quali è colui che vi parla): la critica è al modo come essa si struttura, come si presenta, e soprattutto ai suoi strumenti. Nel momento in cui la crescita dell'economia italiana richiede che il potere pubblico disponga di autentici strumenti di guida, la proliferazione degli organi decisionali lascia sia agli interessi settoriali sia alle rivendicazioni municipalistiche tutto lo spazio che si vogliono prendere.
Abbiamo bisogno che la guida dell'economia italiana si realizzi attraverso un organismo agile e ristretto, se vogliamo che l'equilibrio tra potere politico e potere economico non penda da una parte sola, e se vogliamo che gli obiettivi del Piano — in primo luogo la reale unità economica e sociale di tutto il territorio nazionale — vengano effettivamente perseguiti. Si parla di « contrattazione programmata », ma quando qualcuno abbia pure la retta intenzione di farla, questa contrattazione, con chi la fa? E se la fa con questo o quel Ministro, quale valore ha per gli altri? Del CIPE fanno parte ben quindici Ministri; del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, dodici; del Comitato del Credito, otto; spesso al posto dei Ministri o accanto a loro vengono i Sottosegretari, e al CIPE sono accompagnati da uno o più Direttori generali. Si compongono così delle consistenti e variopinte assemblee, in cui occorre addirittura il microfono per intendersi, con un diverso Presidente per ognuna delle tre diverse assemblee. Questi sono gli attuali strumenti della programmazione! Occorre fonderli in un organo solo, incentrato sul binomio Bilancio-Tesoro, un organo limitato a pochissimi Ministri, tre o quattro al massimo, salva la consultazione con il Ministro interessato ai singoli casi di rispettiva competenza. Se non si fa questo, e presto, la programmazione rimane una gran bella parola, di cui ci riempiamo la bocca, ma che al momento di concretarsi non trova gli strumenti per uscire dalle carte nella realtà.
Miei cari amici, nel quadro della programmazione i Sindacati assumono una rilevanza peculiare e nuova, sia per lo svolgimento della politica di piano, sia per i problemi connessi con l'evoluzione e la distribuzione dei redditi. Particolare attenzione merita la legge per le procedure, proprio per istituzionalizzare e garantire la più ampia collaborazione dei Sindacati alla politica di piano.
Non parlerò né dell'agricoltura, né del turismo, né degli altri settori, importantissimi, dell'economia terziaria, perché di questi argomenti parleranno altri amici durante il Congresso, ma non posso non dire una parola almeno sul Mezzogiorno.
Non ho il cattivo gusto di ripetervi quanto ho già ampiamente esposto al Senato e alla Camera; desidero però ribadire ancora una volta che questo del Mezzogiorno non è « un » problema, ma è « il » problema sul quale si misura la nostra generazione. E se vogliamo che questo non rimanga uno slogan e non sia solo un'affermazione, dobbiamo trarne almeno due conseguenze: prima (e l'hanno già detta mi pare Sinesio e Bosco), la programmazione deve essere incentrata su questo problema, e per parte nostra impegneremo ogni energia affinché in questo senso sia tracciato e venga poi applicato il « Progetto 80 ». Non è che tutti i provvedimenti debbano necessariamente portare un determinato vantaggio al Mezzogiorno, però quando si affronta un provvedimento economico si deve porre sempre la domanda di quali siano le conseguenze, anche se il provvedimento riguarda altre zone, di quali siano le conseguenze per il Mezzogiorno.
E accanto a questa, un'altra cosa, che ha dato un po' di dispiacere, o per lo meno ha creato un po' di polemica, quando l'ho detta alla Fiera di Milano (di meno al Parlamento, perché come al solito quando al Parlamento si parla del Mezzogiorno ci sono soltanto i deputati meridionali). L'altro punto è questo: il Mezzogiorno richiede molti sì, e io penso che già Rumor ne ha detto qualcuno di questi sì e lo dobbiamo ringraziare, però richiede anche dei no: non è possibile fare una politica del Mezzogiorno soltanto con dei sì in un determinato senso e non con qualche no in altre direzioni. Questo è fondamentale, a mio parere.
Però, amici cari, non sono questi i temi centrali di questo nostro dibattito. Si tratta di temi qualificanti, approfondendo i quali si rivelano le tendenze che troviamo sempre nel movimento democratico cristiano, ma non sono questi i temi che toccano il centro della nostra odierna discussione. Come sempre, o quasi sempre, il Congresso ha un tema e gli altri gli fanno da contorno: oggi il tema è quello del centro-sinistra e dei suoi rapporti con le altre forze parlamentari.
Dobbiamo riconfermare la fiducia del Partito nella politica di centro-sinistra, non solo perché essa si presenta oggi senza alternative concrete, ma poiché coincide con le esigenze dell'attuale fase di sviluppo della società italiana, una fase, cioè, caratterizzata da una più marcata incidenza di interventi pubblici, nel quadro di una democrazia politica consolidata e sviluppata. A questo compito possono appunto assolvere forze che, come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il Partito Repubblicano Italiano, dispongono di una profonda tradizione popolare, che non confondono (o almeno non dovrebbero confondere) la gradualità con il moderatismo, che sanno proporre a se stesse obiettivi di volta in volta legati alla realtà sociale. Sulla prima esperienza di centro-sinistra gravano alcune perplessità per l'esito delle elezioni politiche; esse peraltro non tengono conto delle difficoltà e degli ostacoli che si dovettero superare. Dare un giudizio negativo di quella prima esperienza è, a mio parere, commettere un errore di valutazione storica. Dobbiamo rafforzare il centro-sinistra continuando sulla strada di provvedimenti rapidi e tempestivi: non potrà mancare il successo e ne sono un buon segno le elezioni in Alto Adige ed in Sardegna.
Ma in questa prospettiva, come si colloca il tema dei rapporti con il Partito comunista? E' un problema complesso, non statico, nei confronti del quale dobbiamo dire una parola chiara. Il comunismo mondiale è soggetto a una grave crisi; in Italia ce ne rendiamo conto meno che negli altri Paesi d'Europa perché siamo distratti dalla crisi del Partito socialista, siamo distratti dai nostri dibattiti interni e da una innegabile crisi dello Stato.
Basta peraltro che rivolgiamo gli occhi alla Francia, alla Romania, alla Jugoslavia, per renderci conto che la crisi è grave, ben più profonda che ai tempi di Potsdam e dell'Ungheria. La forza « religiosa » del comunismo è stata il monolitismo, cioè l'assoluta fedeltà ad alcuni dogmi fondamentali; se i dogmi non sono più accettati da tutti, cade sostanzialmente la religione nuova. E' stato scritto, giustamente, che il comunismo sta passando dal monolite al mosaico. Molti eventi vi hanno contribuito, anche lontani e contraddittori tra loro: lo scisma rumeno, l'invasione cecoslovacca, l'inerzia del Partito Comunista Francese, i tentativi italiani di una via nazionale al comunismo. Questi fatti ci appaiono quasi tra loro divergenti (nel caso dello scisma rumeno intervengono fattori di nazionalità e interessi economici; l'invasione della Cecoslovacchia così come l'astensione del P.C. francese a favore di Pompidou, si collegano agli interessi difensivi della potenza russa; nei comunisti italiani è chiara l'intenzione di non staccare il partito da una realtà democratica che, con il volgere degli anni, ha influenzato gli elettori, i militanti, lo stesso apparato), sono fatti che ci appaiono quasi contradditori, ma il legame, il filo conduttore c'è.
Tutto si riduce a quello che all'ultimo Consiglio Nazionale definimmo il più grosso tra i molti fatti nuovi degli anni '60: l'irreversibile contrasto tra i due più grandi Stati comunisti, un contrasto che è economico prima che ideologico, politico prima che economico, nazionale, di cultura, di stirpe prima che politico, e irreversibile. Di qui, soprattutto di qui, la « realpolitik » dell’Unione Sovietica di fronte ai pericoli, veri o presunti, di un nuovo pangermanesimo, mentre sostiene con vigore e tenacia lo « status quo » fino a consigliare moderazione ai contestatori italiani e francesi.
La sorte del comunismo italiano dipenderà, in fin dei conti, dall’evolversi di questo scontro, che già è alla fase della guerra fredda. Non è possibile non tener conto di ciò, quando si considera il problema del rapporto tra democrazia e comunismo in Italia. Sono state proposte diverse strategie, ma i nomi contano poco: contano i fatti, e i fatti ci dicono che il mondo comunista è in movimento, ed è in movimento perché è in crisi. Lo scisma cinese e quello rumeno, l'invasione della Cecoslovacchia, come ieri la scoperta dei crimini di Stalin, inducono il Partito Comunista Italiano ad assumere posizioni di assorbimento delle reazioni esterne, e non giudizi di fondo.
Opponendosi alla scomunica della Cina e all'invasione della Cecoslovacchia, il Partito Comunista Italiano sembra rivendicare per sé una posizione autonoma rispetto a Mosca, sembra ripudiare un vecchio modello, ma non ne propone uno nuovo. Lo dimostra il fatto che il Partito comunista è ricco di affermazioni sul piano del metodo (quello stesso piano che ha consentito a Togliatti di superare la crisi ungherese), ma tace sul piano dei contenuti, su un terreno sul quale non si può essere equidistanti tra la rivoluzione culturale cinese e il nuovo corso sovietico della pianificazione economica ottimale, cui la discussione Liberman ha dato l'avvio.
La stessa indecisione si ritrova di fronte a due problemi qualificanti, qui in Italia: la protesta contestatrice dei giovani e l'esigenza di una democrazia all'interno del partito. Nei confronti della protesta il P.C.I. non ha saputo concretamente distinguersi (commentando i risultati delle elezioni sarde, l'Ufficio politico del Partito Comunista Italiano ha indicato, tra le cause della flessione del partito, quella di non essere stato sufficientemente protestatario); nei confronti della democrazia interna, alle enunciazioni di tolleranza rese da Berlinguer a Bologna, non sono seguiti fatti concreti.
Il nostro atteggiamento dovrà essere un atteggiamento realistico, che non ignora le cose come stanno, che non si rifiuta di vedere quello che c'è da vedere, ma che si guarda bene dal confondere le situazioni in atto con quelle auspicate o sperate. Può darsi che il rapido evolversi della situazione internazionale obblighi i comunisti a fare scelte che possono essere, e ci auguriamo che siano delle vere e proprie svolte; ma noi non siamo profeti, noi non facciamo filosofia, noi facciamo politica, siamo politici e come politici dobbiamo dare, oggi, una sola, precisa indicazione: non confondere una crisi con una trasformazione democratica.
Anziché cercare altrove i motivi di situazioni nuove e le prospettive di sviluppo che oggi si offrono alla democrazia, riconosciamo, come è giusto riconoscere, che se la realtà italiana dal 1948 ad oggi si è profondamente modificata, ciò è avvenuto anche e soprattutto sotto la spinta delle forze democratiche, che ha indotto dirigenti e masse a ragionamenti nuovi. Dobbiamo dunque insistere in questa politica democratica, insistere in una politica sempre più incisiva di progresso e di riforme, affinché sempre più larghe masse entrino nell'ordine di idee della democrazia, di una democrazia vera, fondata sulla libertà e sulla reciproca tolleranza.
Ancora una volta, il collegamento tra politica interna e politica internazionale è strettissimo. Ricordo una volta Nenni, in una Commissione, molti anni fa, disse: « Tutto dipende, tutto si lega, tout se tient, come dicono i Francesi, con i problemi della politica estera ». Anche oggi è così! E mi pare sia stato rilevato questa mattina da tutti gli oratori, e questa è un'altra constatazione, che almeno c'è accordo, in un dibattito che non può non avere certo delle discordanze, su questo legame profondo che c'è tra la politica estera e l'interna.
Gli accordi di Yalta, che prevedevano una regolamentazione pacifica dei rapporti est-ovest, hanno in complesso funzionato: con tutti i loro inconvenienti e i sacrifici di cui anche noi conosciamo qualcosa, tuttavia i confini dell'ultimo conflitto mondiale, per quanto precari e contestati, non sono stati modificati con azioni di forza unilaterale, e ciò ha salvato la pace del mondo. Invece la recente Conferenza dei Partiti comunisti è stata l'opposto di Yalta: essa mirava ad una condanna della Cina e non ad un accordo con essa; a Breznev premeva soltanto l'allineamento sulle sue posizioni degli Stati comunisti, e questo — con la riserva rumena — c'è stato.
Il baricentro della tensione mondiale si è quindi spostato dall'Europa e dall'Atlantico all'Asia. I problemi degli altri continenti sovrastano sempre più quelli della piccola Europa; di qui un rinnovato impegno di presenza, di incisività nei nostri rapporti culturali ed economici con il Terzo Mondo, specie con l'America Latina; di qui anche la constatazione che non è più in gioco oggi, come negli anni '48 e '50, una « scelta di civiltà », e che sono ormai inattuali gli atteggiamenti da crociata.
Il Patto Atlantico, peraltro, rimane come esigenza di patto militare difensivo, operante in un'area geografica ben definita. L'unica alternativa valida sarebbe una cosiddetta neutralità armata difendibile sul piano militare (la posizione della Svezia e della Svizzera), a parte il fatto che l'eccezionale progresso tecnologico rende piuttosto discutibile e ipotetica questa soluzione, comunque per noi impossibile sia per il nostro Bilancio (migliaia di miliardi occorrerebbero), sia per la nostra situazione geografica. L'altra alternativa, il superamento dei due blocchi — NATO e Patto di Varsavia — non è oggi concreta: è una speranza che nessuno respinge, che si può tentare di perseguire, ma non sembra avere per ora possibilità di successo dopo il 21 agosto dello scorso anno.
Su di un altro piano si colloca il nostro impegno per l'Europa: esso non nasce da situazioni contingenti, nasce da una scelta di fondo. Se abbiamo compiuto passi importanti per l'unificazione economica dell'Europa, abbiamo costruito poco, certo non per colpa nostra, sul piano politico. (Non insisto troppo su questo tema, perché è inutile insistere su cose cui credo tutto il Congresso sia concorde). Su questo terreno occorre portare il massimo del nostro impegno stimolando gli altri Governi della Comunità, utilizzando i fatti nuovi che sono accaduti negli ultimi mesi. Le linee di fondo dovrebbero essere: compiere ogni sforzo per attuare quel poco di sovranazionalità prevista dai Trattati di Roma che la Francia di De Gaulle aveva messo in mora, rafforzare il prestigio del Parlamento europeo attraverso la sua elezione diretta, insistere sull'allargamento della Comunità alla Gran Bretagna.
Amici, gli impegni che il Partito ha di fronte sono dunque vasti e incisivi. A Milano ponemmo il problema della nuova maggioranza: non è per nostra inerzia se essa non si è realizzata. Abbiamo dato l'appoggio al Segretario del Partito, per confortare la sua azione anche con la nostra fiducia: non ci rammarichiamo di quel voto, perché l'azione della Segreteria Piccoli è stata in questi mesi tempestiva e ha coraggiosamente rifiutato, anche in situazioni delicate, le posizioni integralistiche. Non ce ne siamo rammaricati quando, all'indomani di Battipaglia, abbiamo considerato che cosa sarebbe accaduto se avessimo dovuto ascoltare le sette dichiarazioni di sette co-Segretari della Democrazia Cristiana (era questa la soluzione da più di una parte ventilata nel gennaio scorso...). Il voto e la solidarietà al Segretario del Partito non hanno peraltro significato — l'abbiamo detto e ripetuto più volte — un nostro inserimento nella maggioranza.
E così ci troviamo in posizione autonoma in questa battaglia congressuale, con il discorso sulla nuova maggioranza ancora aperto. Questo discorso è stato reso possibile dall'ampio processo chiarificatore che a Milano, per nostra iniziativa, ebbe l'avvio; eravamo consapevoli che non potesse concludersi a Milano, ma fummo altrettanto certi che Milano non avrebbe consolidato gli assetti interni preesistenti. L'anticipazione del Congresso, che fu innanzitutto da noi voluta, il profondo e serio ripensamento che si è andato sviluppando, consentono oggi di guardare al quadro politico futuro con maggiore fiducia, avviando un processo di accostamento e di confronto. Da questo dovrà scaturire la nuova maggioranza: da una verifica critica che porti all'individuazione e all'elaborazione di una comune linea politica sulla quale registrare la convergenza di singoli e di gruppi, non da un rovesciamento o da un ribaltamento di maggioranze.
Ma i problemi del Partito non sono soltanto problemi di maggioranze: occorre rinnovare il modo di essere della Democrazia Cristiana. Dobbiamo escogitare (anche su questo credo che ci sia unanime concordia, salvo poi magari dissentire sulle forme e sulle qualificazioni), al nostro interno dobbiamo escogitare nuovi modelli di attività, di discussione e di verifica. Dobbiamo inserire maggiormente i giovani nel Partito, e questo ringiovanimento — e non soltanto il ringiovanimento ma il costante rinnovamento degli organi dirigenti — deve trovare concreta espressione in un impegno statutario, a tutti i livelli. Qualcosa del genere si verifica, o si verificava (era parecchi anni fa, ne ho avuto esperienza ma non so se ancora oggi ci sia), si verificava almeno nel Partito Cristiano Sociale belga.
C'è anche un'altra esigenza da affrontare: la proliferazione dei gruppi, che ha raggiunto ormai uno stadio patologico. Per misurarci, siamo già al secondo decimale; probabilmente si dovrà arrivare al terzo. Il Consiglio Nazionale che uscirà dal Congresso dovrà compiere ogni sforzo per superare questo stato di cose, garantendo una congrua e consistente presenza delle minoranze a ogni livello, ma assicurando anche agli organi direttivi del Partito la possibilità di operare con responsabile stabilità.
Amici, ho terminato. Ho detto all'inizio che il Congresso deve dare una risposta alle attese e alle domande della nostra società in termini concreti per i tempi brevi, senza trascurare la loro collocazione nei tempi lunghi. La nostra società è inquieta, movimentata da autentiche tensioni morali e culturali che non sempre sanno trovare le vie per portare un contributo positivo al miglioramento della condizione umana. Le nostre risposte si muovono su due piani, distinti ma complementari. C'è la dimensione del futuro della nostra società, di quello che essa sarà fra vent'anni, fra trent'anni: noi sentiamo che sarà profondamente diversa da come è oggi, ma sappiamo che sarà anche come noi avremo contribuito a costruirla, secondo quelle previsioni o, per dirla con Bertrand de Jouvenel, quelle « congetture ragionate » che già oggi sono possibili. E poi c'è la dimensione veramente ed essenzialmente politica, che è la dimensione dello Stato, della nostra presenza nello Stato.
Tutto il mio discorso, amici, ha un significato se riusciamo a vedere la nostra collocazione come una collocazione di partito, sì, e quindi di parte, ma non come un fine che si esaurisca in se stesso, bensì come uno strumento per servire l'interesse dello Stato e della comunità. Questo è il senso dello Stato che tante volte invochiamo, di cui tante volte ci viene chiesto di rendere testimonianza, di cui vogliamo — contro ogni integralismo — ancora una volta rendere testimonianza. La Democrazia Cristiana questa testimonianza l'ha resa quando i popolari hanno rifiutato, a « questione romana » aperta, il bollo della « confessionalità »; l'ha resa quando, con De Gasperi, ha preferito il tormento di difficili collaborazioni alla comoda via del monocolore; deve renderla anche in futuro, confermando che nessuna alleanza, nessun programma, nessuna iniziativa verrà assunta se non in funzione e al servizio dello Stato.
Noi respingiamo decisamente ogni prospettiva di « repubblica conciliare » o di « neo-guelfismo »: le respingiamo perché, in un senso o nell'altro, sono forme rinverdite di integralismo; le respingiamo perché risentono o addirittura riflettono posizioni sociologiche o confessionali al di fuori dello Stato e quindi contro lo Stato, nazionale oggi e ci auguriamo sopranazionale domani, di cui ci sentiamo parte viva, fedele, integrante. L'originalità, l'autonomia della Democrazia Cristiana ci hanno fatto quello che siamo; rinnoviamo il nostro impegno di coerenza al servizio esclusivo del popolo italiano!

On. Paolo Emilio Taviani
XI Congresso nazionale della Democrazia Cristiana
Roma, 28 giugno 1969

(fonte: biblioteca Butini)

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