LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA ESTERA DEL CENTRO-SINISTRA: INTERVENTO DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 21 ottobre 1969)

Dopo la crisi del Partito Socialista Unificato, con l'uscita della componente socialdemocratica dal I Governo Rumor, il Presidente del Consiglio si dimette. Il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, dopo alcuni tentativi falliti per ricomporre la maggioranza di centro-sinistra, riaffida a Mariano Rumor il compito di formare un monocolore democristiano, in attesa di nuovi sviluppi politici.
Il Ministro degli Esteri del II Governo Rumor, Aldo Moro, risponde il 21 ottobre 1969 ad alcune interpellanze e interrogazioni sulla politica estera del governo.

* * *

MORO, Ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, si inizia oggi il primo dibattito in Assemblea sulla politica estera dopo la formazione di questo Governo. Sono lieto di cogliere l'occasione offertami per definire la nostra posizione sui grandi problemi internazionali e riferire sugli ultimi avvenimenti dei quali siamo stati partecipi.
Ho avuto modo di toccare vari temi, di recente nelle due Commissioni esteri del Parlamento italiano. Nonostante la brevità del tempo trascorso, numerosi fatti ed incontri si sono verificati che meritano di essere sottoposti alla vostra attenzione. Innanzi tutto mi riferisco alla visita del Presidente della Repubblica nella vicina Jugoslavia. Ogni visita di Stato rappresenta di per sé un evento di grande significato politico; ma questa, forse, per alcuni aspetti peculiari, merita più di ogni altra di essere sottolineata, inserendosi essa in un particolare contesto storico e venendo a suggellare una ritrovata amicizia tra popoli che alle origini avevano lottato per uno stesso ideale di libertà e di indipendenza e che, poi, vicende della storia e distorsioni nazionalistiche avevano contrapposto.
È stato giustamente osservato che quella con la Jugoslavia è una delle frontiere più aperte del mondo. Questa affermazione però giustifica una sottolineatura. Anche le altre frontiere dell'Italia sono aperte e i rapporti con i nostri vicini sono eccellenti. Si tratta, però, di frontiere con Stati aventi regimi consimili, mentre quella con la Jugoslavia è una frontiera fra paesi a diversa struttura politico-sociale e in passato divisi da una aspra contesa. È qui che il nostro rapporto costituisce un fatto esemplare e pieno di significato in Europa e nel mondo. E dunque possibile, ogni volta che esista una volontà politica costruttiva, stabilire tra popoli vicini, anche se retti da diversi sistemi, una sincera ed amichevole cooperazione, benefica per entrambe le parti. La nostra sicurezza, in una zona così delicata, è perciò garantita più che da una ragione di forza, da una profonda intesa politica. Si disegna così un'area nella quale c'è una atmosfera di fiducia e si compiono intensi scambi in ogni campo. Una simile condizione psicologica e politica mi auguro possa stabilirsi con l'Austria, una volta superata, come è nostro intendimento, la controversia alla quale fanno riferimento due risoluzioni dell'ONU.
Ritengo che questo modo di essere in relazione corrisponda all'interesse dell'Italia e dell'Europa e contribuisca all'equilibrio politico e alla pace del nostro continente.
Le accoglienze tributate al Presidente Saragat, non solo al livello ufficiale ma anche da parte dei popoli delle repubbliche jugoslave, mi pare stiano a dimostrare, del resto, quanto sia stato sincero e significativo questo avvicinamento e quanto la politica intesa a fare dell'Adriatico un mare di pace e di operante collaborazione sia stata feconda.
L'intensificato contatto con questo paese vicino ha altresì consentito approfonditi scambi di vedute sui principali problemi internazionali e in particolare su quelli dell'area mediterranea, la cui situazione è seguita nelle due capitali con eguale interesse e preoccupazione.
Non mi dilungherò oggi sulle conversazioni svoltesi nel corso della visita presidenziale a Belgrado, conversazioni della cui ampiezza e portata, che trascende indubbiamente i rapporti bilaterali tra i due paesi, si può trarre chiara sensazione dal comunicato ufficiale emanato al termine del soggiorno del Presidente Saragat nella Repubblica socialista federativa jugoslava. Vorrei soltanto aggiungere, in relazione ad alcune preoccupazioni manifestate, che nel corso della visita, come io avevo preannunziato alla Commissione affari esteri del Senato, non sono stati trattati problemi territoriali.
È noto al Parlamento che tra i problemi non risolti e che interessano Italia e Jugoslavia ve ne sono alcuni di frontiera, connessi tra l'altro all'attuazione del trattato di pace. Le dichiarazioni fatte dal presidente Tito nella nota conferenza stampa non possono non essere considerate che come un elemento positivo, in quanto indicano una disponibilità jugoslava ad affrontarle. Esse costituiscono la conferma della saggezza della politica seguita dall'Italia nei confronti della nazione vicina.
Desidero comunque assicurare il Parlamento che, nell'affrontare tale problema, come gli altri del contenzioso italo-jugoslavo, il Governo italiano intende attenersi ad una procedura di attento approfondimento, sempre nel quadro degli interessi nazionali.
Quanto ai rapporti economici italo-jugoslavi, posso assicurare che essi si svolgono intensamente a beneficio di entrambi i paesi, mentre i Governi si adoperano con i mezzi più opportuni per equilibrare l'interscambio commerciale, nel reciproco interesse.
Il dibattito generale che si è svolto in occasione della ventiquattresima assemblea delle Nazioni Unite non poteva non riflettere le incertezze e le ansie dell'umanità innanzi ai gravi problemi della vita internazionale. Essi devono essere affrontati con spirito realistico e costruttivo, in un quadro globale che permetta e faciliti il raggiungimento di giuste soluzioni.
Partendo da queste premesse, ho concentrato il mio intervento dinanzi all'Assemblea generale soprattutto sul modo più adatto per stabilire condizioni di pace; pace che non è più legata oggi al solo equilibrio delle forze militari ma implica il progressivo superamento dei divari economici, sociali, tecnici, la trasformazione in strumenti di sviluppo di forze capaci di distruggere, l'adeguamento di visioni ancora informate in qualche misura a schemi di potenza alla realtà del mondo moderno, di un mondo ormai del tutto interdipendente, capace così di distruggere come di creare, in una misura prima neppure immaginabile, ed al quale si aprono le vie dello spazio.
Se tali sono essenzialmente i fini che pensiamo debbano prefiggersi le Nazioni Unite, i mezzi non possono essere ricercati che all'interno stesso dell'organizzazione, che occorre rinnovare, rafforzare, rendere funzionale, coordinandone sistematicamente le varie attività, instaurando correlazioni fra disarmo e sviluppo, tra sfruttamento pacifico dello spazio extratmosferico e delle risorse del fondo marino e finanziamento delle operazioni per il mantenimento della pace, come nella cooperazione tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, collegando la denuclearizzazione militare con la soluzione dei problemi della protezione delle risorse naturali e dell'ambiente umano.
Nello stesso spirito dovrebbe essere possibile adeguare la Carta dell'ONU alle realtà presenti, o almeno dare ad essa un'interpretazione meglio rispondente alle attuali esigenze, così diverse da quelle del tempo nel quale l'organizzazione è nata e che sembra ormai così lontano.
Naturalmente siamo consapevoli dei limiti che incontra l'azione delle Nazioni Unite, e come esse siano lontane dall'essere un efficace governo del mondo. E tuttavia, un'assemblea come questa, con la sua vastissima anche se non ancora universale rappresentanza dei popoli, con l'attenzione rivolta a tutti i grandi problemi politici, culturali ed economico-sociali dell'umanità, con il libero dibattito che la caratterizza, già prefigura la pacifica, ordinata e giusta convivenza che gli uomini hanno di mira; di più, tutti i popoli, in specie i popoli nuovi, divengono protagonisti della storia del mondo. È perciò giustificata la nostra speranza ed è chiaro l'impegno che ci viene proposto: fare dell'ONU un centro propulsore di ogni attività tesa alla realizzazione di un mondo umano.
Il mio soggiorno a New York mi ha consentito di avere interessanti colloqui con i rappresentanti di alcuni paesi. In particolare, nel corso delle conversazioni con il presidente del consiglio di Israele, con i ministri degli esteri della RAU, della Giordania e del Libano e con il rappresentante speciale del segretario generale, ambasciatore Jarring, ho avuto modo di esaminare la situazione nell'area del Mediterraneo, di esprimere ai miei interlocutori le preoccupazioni che l'Italia nutre e di ribadire loro la posizione del Governo italiano, sulla quale mi riservo di tornare nel corso del mio intervento.
Questi, come altri numerosi problemi, ho trattato con la presidentessa dell'assemblea generale e con il segretario generale U Thant. Nel colloquio con il ministro degli esteri della Romania sono stati toccati vari argomenti di comune interesse, con particolare riferimento alla situazione in Europa, mentre la conversazione con il ministro degli esteri del Venezuela ha riguardato soprattutto i problemi dell'America latina. Con il ministro degli esteri dei Paesi Bassi abbiamo avuto un ampio scambio di vedute sulle questioni di cooperazione europea, che sono al centro dell'interesse di entrambi i governi.
Successivamente mi sono recato a Washington, dove sono stato ricevuto dal presidente Nixon. Questa visita ha consentito ad entrambi gli interlocutori di riaffermare tutto il valore che si attribuisce alla amicizia ed alla cooperazione, che sono una costante della politica estera dei due paesi, tra Stati Uniti ed Italia. Essa si colloca nel contesto dell'alleanza atlantica e degli stretti, permanenti rapporti tra America ed Europa. Questo vincolo e questo reciproco interesse sono stati sottolineati dalle due parti. Nel vasto giro di orizzonte compiuto in tale occasione sono stati, in particolare, esaminati i temi dell'alleanza atlantica, della distensione, del medio oriente, del Vietnam e del disarmo, mentre nel successivo colloquio con il segretario di Stato Rogers lo scambio di vedute si è esteso anche al tema delle Nazioni Unite.
Il tema della Cina è stato trattato nei giorni successivi anche nelle conversazioni politiche che ho avuto durante la mia visita in Canada, nel corso della quale, in una atmosfera molto cordiale, abbiamo passato in rassegna oltre ai rapporti bilaterali e alla posizione delle nostre numerose e benemerite comunità, legate all'Italia da commoventi e solidi legami, anche i principali problemi internazionali, dall'alleanza atlantica ai rapporti est-ovest, dalle Nazioni Unite al medio oriente, dal Vietnam al conflitto nigeriano. A proposito di quest'ultimo, desidero dire al Parlamento che me ne sono occupato sia nel mio discorso all'ONU sia in numerosi contatti, ed in ispecie in quello con il segretario generale U Thant. Ho dovuto constatare che su questo tema non è possibile un dibattito in assemblea, mentre sono in atto gli sforzi pacificatori dell'Organizzazione africana. In pubblico e in privato ho sempre sollecitato la fine di questa guerra lacerante e disumana e l'adozione di tutte le provvidenze umanitarie richieste dalla situazione.
Desidero confermare a riguardo della Cina quanto ho già avuto occasione di far presente il mese scorso alla Commissione esteri di questa Assemblea, e cioè che è nostro intendimento di riconoscere il governo di Pechino e di stabilire con esso relazioni diplomatiche; che contatti a tal fine sono in corso e che, alla luce di questo proposito, seguiamo con la maggiore attenzione il dibattito all'ONU sul seggio cinese.
Vorrei ora brevemente accennare ai più recenti sviluppi in campo europeistico. Il 15 settembre, in un incontro non formale svoltosi in occasione della riunione a Bruxelles del Consiglio dei ministri della CEE, è stato concordemente deciso di tenere all'Aja il 17 e 18 novembre il vertice europeo a Sei. In questi ultimi giorni ho partecipato a Lussemburgo ad una ulteriore analoga riunione in occasione della sessione del Consiglio dei ministri della Comunità, nella quale si è registrato un ulteriore passo avanti. stato preso in esame il rapporto supplementare presentato dalla Commissione in merito all'ingresso nella Comunità della Gran Bretagna e degli altri Stati candidati.
Da parte dei cinque si è constatata una concordanza nel considerare politicamente legati i tre temi del completamento, dell'allargamento e dell'approfondimento delle comunità. La circostanza che si tratti, nel primo caso, di un modo di attuazione dei trattati ed il fatto che vi siano scadenze previste per il passaggio al periodo definitivo, danno a questo punto una priorità temporale. Riteniamo, però, che la precedenza riconosciuta non debba bloccare l'allargamento, che anch'esso è chiaramente previsto dal trattato.
Il ministro degli esteri italiano ha insistito, e non era isolato, perché il vertice affronti anche i problemi degli sviluppi politici in Europa. Noi riteniamo, infatti, che una qualche forma di cooperazione politica sia necessario complemento dell'auspicato allargamento delle comunità sul piano economico ed un modo, per quanto limitato, di corrispondere all'esigenza che un robusto organismo europeo sia protagonista, nelle dimensioni della politica internazionale di oggi, della storia del mondo e fattore di equilibrio e di pace.
A Lussemburgo è stato concordemente deciso di riprendere in esame tutti questi temi al fine di completare la preparazione delle discussioni al vertice in una nuova riunione dei ministri degli esteri che avrà luogo il 10 novembre.
La fase tuttora fluida di questi scambi di vedute che, negli intervalli fra una riunione e l'altra, vengono continuati attraverso i normali canali diplomatici, non mi consente di dilungarmi maggiormente oggi sull'argomento; ma tengo in modo particolare ad assicurare il Parlamento che il Governo italiano si è adoperato e continuerà ad adoperarsi con il massimo impegno per il perseguimento degli obbiettivi europeistici, che costituiscono uno dei cardini del nostro credo politico.
Nelle grandi linee della politica estera italiana, quali sono state indicate dal Presidente del Consiglio nel suo discorso dell'8 agosto dinanzi a questa Assemblea, si inserisce l'alleanza atlantica. Ho già avuto occasione di metterne in luce la funzione difensiva, insostituibile nell'attuale situazione internazionale, caratterizzata in misura sensibile dall'equilibrio delle forze e dall'impegno di ricerca di una pace stabile con l'est.
Vorrei altresì ricordare che la collaborazione politica e sociale in senso democratico prevista nell'articolo 2 del trattato trova già attuazione nella NATO. Non soltanto continuano in Consiglio le consultazioni politiche su tutti i principali problemi internazionali, ma, come ho ricordato alla Commissione esteri il 12 settembre, molteplici iniziative sono in corso, le quali sottolineano sempre più nettamente la nuova dimensione politica dell'alleanza, quale strumento di distensione fra i paesi che la compongono e quelli del patto di Varsavia, nonché il suo contenuto sociale, conforme alle esigenze più vive della società moderna.
Si è parlato di presunti piani segreti, dei quali è apparsa notizia tempo fa sulla stampa tedesca, e si è colta l'occasione per chiedere che venga riconsiderato a fondo il problema della nostra difesa, per domandare che tali piani vengano neutralizzati e, infine, per mettere in dubbio il carattere difensivo dell'alleanza e la condizione di parità degli Stati che ne fanno parte.
Vorrei a tale proposito confermare da questa tribuna quanto già ho chiaramente detto in sede di Commissione esteri, e cioè che non esiste né è esistito un simile piano operativo della NATO, che nessun piano NATO di altro paese alleato potrebbe venire applicato in Italia senza il preventivo consenso manifestato dagli organi costituzionali del paese. Ma mi sia permesso di aggiungere al riguardo qualche considerazione sulla nostra difesa.
Questo problema, ripetutamente dibattuto in Parlamento, ha finora trovato nell'alleanza, con il suo carattere multilaterale ed integrato, una soluzione che non solo ci ha garantito la pace nella sicurezza, ma ci ha anche consentito, dedicando al settore militare risorse molto inferiori a quelle che devono consacrargli paesi neutrali o non allineati, di affrontare con impegno i problemi economico-sociali nazionali.
E mio dovere aggiungere che da questa alleanza difensiva e geograficamente limitata non deriva, al di là delle obbligazioni che sono ad essa proprie e che naturalmente adempiamo con piena lealtà, alcuna subordinazione del nostro paese per quanto riguarda la libera determinazione dei suoi sviluppi sociali e politici, ed in ordine a temi che esulano dal vincolo di solidarietà tra gli alleati.
Ho dianzi richiamato la funzione che l'alleanza atlantica può e intende svolgere ai fini della distensione e della ricerca di rapporti pacifici con l'est. A tale compito, al quale noi siamo particolarmente sensibili, la NATO si è accinta con impegno e fermezza di intenti. Essa stessa va esaminando i temi sui quali potrebbe utilmente iniziarsi un negoziato che, partendo dall'esame delle questioni meno controverse, possa gradualmente condurre, attraverso successive tappe, ad una vera e propria conferenza, in grado di affrontare i grandi temi di una giusta e stabile pace in Europa.
Questo negoziato, al quale non potrebbero rimanere estranei Stati Uniti e Canada per la considerazione che essi sono strettamente legati all'Europa e che l'assetto europeo coinvolge problemi di equilibrio a livello mondiale, deve essere accuratamente preparato e condotto innanzi con realismo e prudenza, ma anche con il necessario, serio impegno.
Fra i temi che dovranno essere affrontati al culmine della conferenza, uno dei principali è indubbiamente il problema tedesco. Esso, per altro, non può essere risolto con fatti pregiudiziali, quali il richiesto riconoscimento da parte italiana del governo della Germania orientale, ma in modo negoziale ed equo, rispettando gli interessi legittimi e la volontà del popolo tedesco, nella responsabilità delle quattro grandi potenze.
La gradualità, ripeto, è indispensabile, se l'obiettivo che ci si propone di raggiungere è il conseguimento di una giusta pace in Europa e non semplicemente la convocazione di una conferenza senza ragionevoli possibilità di successo.
I fattori psicologici indubbiamente esercitano una considerevole attrattiva sulle opinioni pubbliche anelanti alla pace ed alla sicurezza, ma è dovere dei governi di considerare responsabilmente la situazione internazionale esistente e di impostare il negoziato su basi realistiche, sì da evitare, in forza di un fallimento, l'aggravarsi della situazione in Europa, che si vorrebbe assestare nella giustizia, nella sicurezza e nella pace.
Fermamente convinti che è nostro dovere ricercare in ogni modo la distensione, che tale ricerca, in relazione al nostro continente, è di fondamentale importanza ai fini della pace mondiale, non dobbiamo però, né possiamo, chiudere gli occhi dinanzi alla realtà. Gli avvenimenti dell'agosto 1968 e gli sviluppi che ne sono derivati hanno rappresentato sul piano obiettivo una frattura, che deve essere sanata per stabilire quel clima di fiducia, mancando il quale il negoziato sui problemi di fondo è destinato ad arenarsi.
La distensione, per essere reale e feconda, esige anzitutto la ragionevole previsione che l'una e l'altra parte si attengano alle norme fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. E voi sapete, onorevoli colleghi, come talune dottrine, invocate per giustificare gli avvenimenti in Cecoslovacchia, siano in contrasto con il principio del rispetto dell'integrità territoriale e dell'indipendenza politica degli Stati.
Su questi avvenimenti molte cose si potrebbero dire, che sono vivi nell'opinione pubblica, che si manifestano in significative prese di posizione delle forze politiche. Di un siffatto giudizio, sdegnato ed allarmato, il Governo di un paese libero non può non farsi fedele interprete. E noi abbiamo detto quel che era doveroso dire in tutte le sedi proprie ed anche in occasione del mio discorso alle Nazioni Unite nel quale avevo espresso rammarico e preoccupazione per una siffatta violazione dei diritti degli uomini e dei popoli. Ma in sede di dibattito di politica internazionale il punto centrale da cogliere, e con grave disagio per chi voglia davvero camminare sulla via della distensione, è la battuta d'arresto che segue fatalmente ad ogni manifestazione di potenza e di insicurezza. Si sente dunque che c'è un ostacolo da rimuovere, un nodo da sciogliere.
Il nostro proposito, dopo aver chiaramente indicata la posizione del Governo che rispecchia i sentimenti dell'opinione pubblica italiana, è di non indugiare in recriminazioni, ma di adoperarci perché attraverso un negoziato, accuratamente preparato e condotto, si pervenga a quel graduale miglioramento ed approfondimento dei rapporti est-ovest, dal quale trarrà beneficio lo stesso popolo cecoslovacco.
Desidero rinnovare dinanzi a questa Assemblea l'auspicio formulato alla Commissione esteri e cioè che venga compiuto in Cecoslovacchia qualche gesto atto ad allentare l'attuale tensione, anche per facilitare lo svolgimento dell'auspicata conferenza sui problemi europei.
Più di una volta, onorevoli colleghi, è stata sottolineata da qualche parte l'opportunità dell'uscita dell'Italia dal patto Atlantico in vista del superamento dei blocchi militari. Ho già detto, e ripeto, che l'Italia, avendo conseguito pace nella sicurezza e respiro di politica mondiale nell'ambito dell'alleanza atlantica, non si propone di recedere dalla sua appartenenza alla NATO.
Questa nostra condizione risponde al modo di essere del mondo di oggi ed all'equilibrio delle forze come presidio della pace. Ma se la politica di potenza sarà abbandonata, se la fiducia sarà stabilita, se non vi sarà timore per la propria integrità ed indipendenza, l'ordine internazionale potrà essere garantito in modo diverso che con la forza e la solidarietà politico-militare. Naturalmente bisogna lavorare perché ciò avvenga, perché quanto la coscienza morale imperiosamente esige diventi realtà politica. Questa è però una prospettiva di largo respiro che naturalmente non ci esonera dal nostro impegno di porre giorno per giorno le premesse per un nuovo assetto del mondo.
Mi sia consentito di confermare quanto già ho avuto occasione di far presente anche di recente: la politica per il superamento dei blocchi militari e l'assetto del mondo su basi di fiducia e cooperazione si realizza, oltre tutto, facendo opera di avvicinamento fra i diversi schieramenti. Prima che dissolvere i blocchi — e proprio per dissolvere i blocchi senza creare pericolosi squilibri — bisogna che essi facciano una politica di pace.
E quello che i paesi dell'alleanza e in specie l'Italia hanno voluto e realizzato; ma il superamento dei blocchi attraverso la brusca rottura, l'abbandono di un equilibrio al fine di crearne un altro dai lineamenti non ben definiti, sarebbe un gesto imprudente e velleitario che andrebbe molto al di là di un rischio calcolato. Ed è per questo che l'uscita unilaterale dell'Italia dalla NATO è inconcepibile.
Gli stessi sentimenti di protesta e di condanna per la repressione in Cecoslovacchia caratterizzano l'atteggiamento italiano di fronte alla questione della Grecia. Sono noti i nostri sentimenti verso il popolo ellenico ed il nostro proposito di adoperarci per il ristabilimento della libertà in quel paese di antica e grande civiltà. Mi sia consentito di ricordare ancora una volta che noi abbiamo svolto e continueremo a svolgere...

DE MARZIO. Ma per la Jugoslavia non vi sono problemi di libertà?

MORO, Ministro degli affari esteri. ... in ogni sede opportuna, insieme con i governi dei paesi amici, un'azione intesa ad indurre le autorità elleniche ad accelerare il ritorno alle istituzioni democratiche e alla reintegrazione delle libertà individuali.
La nostra azione, per altro, non può trascendere i limiti imposti dalle norme di convivenza internazionale e dai principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Vorrei Tuttavia rammentare che ormai si approssima la scadenza in cui il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa dovrà deliberare sulle sanzioni politiche e morali delle quali l'Assemblea consultiva ha raccomandato l'adozione in base allo statuto del Consiglio d'Europa nei riguardi del governo di Atene, così come si approssima il momento in cui la Commissione dei diritti dell'uomo del Consiglio d'Europa dovrà presentare il suo rapporto in relazione ai ricorsi a suo tempo presentati da vari membri per violazione della convenzione europea dei diritti dell'uomo. In tale sede l'Italia non può non avere presente lo statuto di quel Consiglio e il complesso di fatti che purtroppo lo contraddice. Certo è che ogni violazione di diritti di libertà ha risonanze profonde e lontane e in qualche misura, dovunque si manifesti, turba l'equilibrio e la pace del mondo.
I complessi e delicati contatti in corso ormai da tempo a Parigi per porre termine al conflitto in Vietnam sono seguiti con interesse e con ansia dal Governo italiano, interprete di una opinione pubblica conscia delle sofferenze delle genti vietnamite e della necessità di una soluzione politica che tenga conto della libera volontà delle popolazioni interessate.
Un miglioramento sulla via del negoziato, da noi auspicato e favorito (come ho sottolineato, ora è un mese, alla Commissione esteri di questa Assemblea), si è indubbiamente registrato. Ma la delicatezza della situazione e l'importanza della posta in gioco esigono la massima prudenza da parte dei paesi non direttamente coinvolti, sì da evitare l'alterazione di un equilibrio politico che ha reso possibile il contatto di Parigi e dovrebbe avviarlo ad uno sbocco positivo. Desidero ricordare che nello stesso senso si è autorevolmente espresso di recente il segretario generale delle Nazioni Unite, il quale ha consigliato che le terze parti si astengano da iniziative che possono comunque introdurre elementi di distorsione nella situazione.
Non posso pertanto condividere l'opinione secondo la quale il riconoscimento da parte italiana del governo di Hanoi e lo stabilimento di relazioni diplomatiche costituirebbero in questo momento una positiva iniziativa per porre fine al conflitto. Mentre, d'altra parte, vorrei aggiungere che l'indipendenza del Vietnam è stata riconosciuta dall'Italia quattro anni prima degli accordi di Ginevra del 1954, procedendo allo stabilimento delle relazioni diplomatiche con il solo governo vietnamita ora esistente.
Passando ora ad un settore al quale il nostro paese è interessato in modo vitale devo purtroppo rilevare che la situazione nell'area del Mediterraneo non appare presentare ancora sensibili sintomi di miglioramento. Il continuo susseguirsi di azioni belliche e di incidenti sanguinosi scava sempre più profondamente il fossato fra le parti contendenti, rendendo più remote le prospettive di una soluzione politica dalla quale soltanto ci si può attendere il ristabilimento della pace. Trascorsi ormai quasi due anni da quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva indicato le linee di una soluzione che contemperasse equamente le esigenze delle due parti contendenti, la divergenza di interpretazione sulla soluzione adottata al termine della guerra dei sei giorni ha portato ad uno stallo diplomatico.
Non per questo tuttavia dobbiamo scoraggiarci. È anzi indispensabile continuare ad esperire tutte le vie possibili per una composizione pacifica del conflitto, in maniera da evitare che la tensione si accresca ancora in questa travagliata parte del mondo.
In tal senso, noi pensiamo che le Nazioni Unite siano il foro più adatto per la ricerca di soluzioni accettabili dalle parti. Siamo quindi pronti a dare tutto il nostro appoggio ad iniziative intese a riportare la pace nel settore.
È per questo che abbiamo appreso con soddisfazione la decisione dei quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza di riprendere presto le consultazioni sulla base delle risultanze emerse nei contatti in corso tra Washington e Mosca ed in vista di permettere all'ambasciatore Jarring di continuare la sua missione.
Mi auguro che nel frattempo la ragione possa prevalere sulle passioni degli animi, in maniera da non rendere ancora più difficile l'opera di pacificazione, che speriamo possa esplicarsi senza l'assillo della preoccupante spirale di violenza, alla quale purtroppo abbiamo assistito negli ultimi mesi.
Come ho ricordato nel mio intervento alle Nazioni Unite, i dolorosi eventi di questi anni, che hanno causato lutti, emozioni e dispersioni di preziose energie, sospingono a fare, al di là di ogni pregiudiziale, un bilancio dei punti sul quali esiste una convergenza sostanziale e a concentrare l'attenzione sulle divergenze che debbono e possono essere superate.
Essendo noi in ottime relazioni con tutte le parti coinvolte nel conflitto, non abbiamo mancato mai — e l'assemblea dell'ONU me ne ha offerto personalmente l'occasione propizia — di dire una parola di moderazione e di pacificazione e di lavorare per facilitare un'intesa. La giusta soluzione che si potrebbe così intravvedere permetterebbe di ristabilire la pace e di rimuovere le condizioni create e le conseguenze prodotte dalla guerra e da una pluriennale situazione di insicurezza e di incertezza. In particolare non possiamo essere insensibili alla sorte dolorosa di un rilevante numero di profughi palestinesi ai quali deve essere restituita la fiducia nella vita e nella giustizia internazionale.
I paesi che gravitano sul bacino del Mediterraneo non possono non rendersi conto della necessità che questo mare ritorni alla sua funzione di grande arteria dei traffici e di punto di incontro tra i popoli dell'Europa, dell'Asia e dell'Africa. Con la chiusura del canale di Suez un importante collegamento è venuto a mancare, cosicché oneri non indifferenti gravano sulle merci provenienti dall'oriente e su quelle dirette in quella zona. La funzione vitale di cui dicevo innanzi viene compromessa.
Noi ci auguriamo e speriamo, avendo presente qualche indicazione che ci è sembrato di cogliere, che una giusta pace — garanzia dell'integrità e dello sviluppo di tutti gli Stati interessati — possa tornare a regnare in questo mare nel quale si è svolta tanta parte della storia umana. È proprio questa nostra posizione mediterranea che ci rende sensibili ad ogni mutamento nell'equilibrio tra i paesi rivieraschi.
Pur astenendoci rigorosamente da ogni interferenza, non possiamo non seguire con preoccupata attenzione ogni evento suscettibile di turbare l'assetto dell'intera regione. Così, mentre da una parte ci adoperiamo per contribuire ad una soluzione del conflitto arabo-israeliano, dall'altra seguiamo da vicino l'evolvere della situazione in Africa settentrionale anche in relazione agli eventi verificatisi in Libia.
I nuovi dirigenti libici hanno finora dato l'impressione di voler operare per il benessere della loro nazione, il che ci induce a dar loro fiducia nell'opera intesa a rinnovare vecchie strutture sociali, ad accelerare il processo di sviluppo economico del paese e a realizzare una più equa distribuzione della ricchezza tra la popolazione. Siamo perciò pronti a cooperare con i nuovi dirigenti libici nel comune interesse che lega i nostri due paesi, le cui popolazioni si comprendono e le cui economie si completano, come è dimostrato dall'andamento degli scambi commerciali.
Le numerose e fiorenti nostre collettività che vivono in Libia, dopo un primo periodo di spiegabile ansietà, hanno potuto riprendere le loro attività, anche grazie agli affidamenti subito dati dalle autorità locali circa la loro sicurezza personale e l'integrità dei loro beni. Le nostre autorità diplomatiche si sono, del resto, prodigate per ottenere la liberazione dei pochi italiani che erano stati arrestati nei primi giorni.
È d'altra parte ben evidente alla Libia il prezioso apporto costituito dalla nostra manodopera specializzata e dai nostri tecnici in tutti i settori della vita del paese. Crediamo di aver riscontrato che una tale valutazione è condivisa, nonostante alcuni episodi difficili da spiegare e che ci auguriamo possano essere presto superati.

COVELLI. Molti, molti, non alcuni!

MORO, Ministro degli affari esteri. Da parte nostra non abbiamo mancato di assicurare la giusta tutela dei nostri interessi e di riaffermare e promuovere rapporti di amicizia e di collaborazione. Noi siamo in posizione — dati i molteplici vincoli che ci legano ai paesi del Mediterraneo — di essere i migliori interpreti presso l'occidente delle esigenze di gran parte di questi popoli in via di sviluppo, contribuendo così a creare e a mantenere un clima di fiduciosa e dignitosa cooperazione tra quanti vivono tra le due sponde di questo mare.
Così facendo, noi vogliamo evitare che una innaturale diffidenza e tensione impedisca nel Mediterraneo una convivenza fondata sul rispetto reciproco dell'indipendenza e integrità nazionali e su comuni interessi e ideali.
Un campo nel quale, come vi è noto, l'azione internazionale dell'Italia è particolarmente intensa è quello del disarmo. Ad esso il Governo italiano intende continuare a dedicare ogni sforzo in tutte le sedi internazionali, affinché concreti progressi siano conseguiti verso l'obiettivo ultimo del disarmo generale e completo. Nell'era nucleare il disarmo non costituisce più una possibilità che possa essere prescelta a preferenza di altre, bensì una scelta obbligata della comunità internazionale per assicurare il mantenimento della pace e lo sviluppo della ricchezza e dell'eguaglianza dei popoli.
L'Italia ha dato un contributo positivo ai negoziati del disarmo, sia alla conferenza di Ginevra sia all'assemblea generale delle Nazioni Unite. A Ginevra, nel corso dell'ultima sessione della conferenza, abbiamo insistito in modo particolare sulla necessità che i lavori per il disarmo vengano programmati secondo una precisa prospettiva e che venga fin d'ora previsto il passaggio graduale da atti di contenimento e di stabilizzazione degli armamenti — per la cui preparazione ci si sta attualmente adoperando — ad effettive misure di riduzione degli arsenali, in primo luogo nucleari, degli Stati, a cominciare dalle massime potenze. Ci auguriamo che il dibattito in corso in sede di Nazioni Unite possa consentire un rilancio dei lavori sul disarmo nella direzione fissata dalle risoluzioni dell'assemblea generale sul disarmo generale e completo.
Naturalmente il Governo italiano non perde di vista la opportunità di continuare ad adoperarsi per progressi anche sul piano più limitato delle cosiddette misure collaterali al disarmo vero e proprio. La sessione in corso della conferenza di Ginevra ha registrato positivi risultati verso la conclusione di un trattato per la denuclearizzazione del fondo dei mari e degli oceani.
Il progetto di trattato presentato a Ginevra dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica costituisce una iniziativa importante e significativa, specie se potrà essere migliorato. In particolare per quanto riguarda le disposizioni in materia di controlli, che noi vorremmo vedere istituiti in una cornice internazionale su base non discriminatoria, esso potrà rappresentare un passo avanti verso l'arresto della corsa agli armamenti nucleari. Ricordo tuttavia che si tratterà sempre essenzialmente di un accordo di non armamento piuttosto che di un vero e proprio trattato di disarmo, dato che esso avrà come conseguenza non una riduzione degli armamenti nucleari ma soltanto la limitazione della loro collocazione impedendone l'estensione al fondo dei mari e degli oceani.
Un altro settore di grande rilievo cui la conferenza del disarmo ha dedicato la propria attenzione è quello delle armi chimiche e biologiche. Da parte italiana si attribuisce la massima importanza alle conclusioni contenute nel rapporto che il segretario generale delle Nazioni Unito ha sottoposto alla conferenza del disarmo. Non solo noi riteniamo che debba rafforzarsi la portata del protocollo di Ginevra del 1925, il quale vieta l'uso delle armi chimiche e biologiche, ma concordiamo con il segretario generale U Thant nel ritenere che ogni sforzo dovrà essere compiuto per giungere alla definitiva messa al bando della produzione e del possesso di tali armi da parte di tutti gli Stati. E chiaro tuttavia che condizione necessaria per giungere ad un trattato efficace in questo campo è la istituzione di un adeguato sistema internazionale di controlli. Questa è, onorevoli colleghi, la chiave del problema. Non tenerne conto non favorisce, a nostro avviso, il compimento di progressi nella giusta direzione.
Desidero infine assicurare il Parlamento che il Governo segue con vigile attenzione gli sviluppi del processo di entrata in vigore del trattato di non proliferazione. Ricordo che l'Italia firmò il trattato il 28 gennaio di questo anno proprio nell'intento di dare nuovo impulso alle adesioni al trattato. Il Governo continua parimenti ad adoperarsi in ogni sede internazionale perché si creino fin d'ora le condizioni per il pieno successo del trattato, sia in relazione ai suoi obiettivi specifici sia come veicolo e strumento dell'allargamento della cooperazione internazionale nel campo degli usi pacifici dell'energia nucleare, del disarmo e della politica di distensione.
Desidero al riguardo ricordare l'azione politica e diplomatica svolta all'agenzia internazionale per l'energia atomica per conferire al consiglio dei governatori, organo dirigente di tale agenzia, quella più larga capacità rappresentativa che è indispensabile in relazione ai vitali compiti che il trattato di non proliferazione attribuisce all'agenzia stessa sia nel campo dei controlli, sia in quello degli usi pacifici.
In tale cornice, conformemente all'auspicio formulato dal Parlamento nei dibattiti dello scorso anno, riteniamo necessario che all'Italia venga riconosciuta una partecipazione su base permanente ai lavori del consiglio dei governatori della IAEA.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel mio discorso all'assemblea delle Nazioni Unite ho cercato di tratteggiare quella che, al di là del controllo delle situazioni immediate di conflitto, può considerarsi come una strategia globale per il mantenimento della pace. Ciò comporta il disarmo, la cooperazione internazionale, la lotta alla povertà, all'ignoranza, alla diseguaglianza, uno sforzo di intesa e di amicizia con tutti i popoli. Il Governo italiano è dunque fermamente deciso a continuare a contribuire in tutte le sedi allo sviluppo di questa azione, avendo di mira una stabile pace in un mondo in rapida e tormentata evoluzione. Lo faremo con la necessaria efficacia se non ci mancheranno il vostro incoraggiamento e consenso. (Vivi applausi al centro — Congratulazioni).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 21 ottobre 1969

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di martedì 21 ottobre 1969)


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