LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA ESTERA DEL CENTRO-SINISTRA: REPLICA DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 22 ottobre 1969)

Dopo la crisi del Partito Socialista Unificato, con l'uscita della componente socialdemocratica dal I Governo Rumor, il Presidente del Consiglio si dimette. Il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, dopo alcuni tentativi falliti per ricomporre la maggioranza di centro-sinistra, riaffida a Mariano Rumor il compito di formare un monocolore democristiano, in attesa di nuovi sviluppi politici.
Il Ministro degli Esteri del II Governo Rumor, Aldo Moro, risponde il 21 ottobre 1969 ad alcune interpellanze e interrogazioni sulla politica estera del governo. Il 22 replica al successivo dibattito.

* * *

MORO, Ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi sia consentita una breve replica a questo interessante dibattito. Ringrazio vivamente tutti i colleghi che hanno dato il loro apprezzato contributo, anche se in taluni casi soltanto critico, all'esame dei grandi temi della politica estera italiana. In specie ringrazio quanti hanno voluto esprimere consenso — sia pure parziale — per le tesi da me sostenute: e, fra essi, l'onorevole Nenni, il quale ha parlato con la lucidità, l'esperienza e la passione che gli sono proprie. A lui, che con tanta dignità ha retto prima di me — anche se per un tempo, purtroppo, assai breve — il dicastero degli esteri, il mio riconoscente e il mio affettuoso saluto. È motivo di vanto per me che egli si sia ritrovato nelle cose che io ho detto.
Qualcuno mi ha rimproverato per non aver presentato delle novità, come se le grandi direttive della politica estera potessero mutare nel breve tempo che intercorre tra un dibattito e l'altro. Qualcuno, accentuando l'accusa, ha parlato di un vuoto desolante, del nulla, affermando la totale inesistenza, ieri e oggi, della nostra politica estera; e ciò soprattutto per quanto riguarda i paesi dell'est europeo e quelli del bacino del Mediterraneo.
Potrei provare in mille modi che le cose non stanno in questi termini; potrei addurre le più significative testimonianze della nostra multiforme, rispettata, dignitosa presenza proprio negli Stati che sono stati richiamati.
Io non voglio giudicare la politica che conducono le altre potenze in questi settori, ma desidero solo dire che noi non siamo da meno: tanti sono i segni dell'attenzione riservata all'Italia, tanto è evidente il desiderio di stabilire contatti con noi e di sviluppare relazioni politiche economiche e culturali. Ed è un desiderio al quale corrispondiamo con convinzione ed impegno: basti richiamare la recente visita in Jugoslavia, che rappresenta il culmine di una iniziativa intelligente, lungimirante e — mi sia consentito dirlo anche solo per un momento — coraggiosa; basti ricordare i molteplici rapporti iniziati in anni ormai lontani con l'Unione Sovietica e i paesi dell'est europeo; basti sottolineare il fatto che l'Italia intrattiene intense e fiduciose relazioni con tutti gli Stati arabi, senza per questo mettere a repentaglio la sua amichevole posizione di fronte ad Israele; basti richiamare la presenza privilegiata dell'Italia, in forza di vincoli antichi e profondi, nei paesi dell'America latina.
E oggi il nostro sguardo si rivolge alla Cina con un interesse che non è diminuito dalla lontananza, ma risponde ad una esigenza di realismo e di attenzione che non può mancare in un paese vivo come è il nostro e ad una visione responsabile dell'equilibrio mondiale nelle sue molteplici implicazioni.
Non dirò dunque altro su questo punto. E quello che ho detto non significa una rivendicazione per me, che solo da pochissimi mesi ho l'onore di dirigere questo dicastero, ma giusta difesa di coloro che mi hanno preceduto in questo compito e della diplomazia italiana, che è in tutto degna delle sue grandi tradizioni e alla quale assai bene sono affidati, sotto una direzione politica, gli interessi dell'Italia.
Contiamo nel mondo, e non tanto come potenza o potenza militare, ma come un paese di grande tradizione e cultura e di straordinario sviluppo economico e sociale. E se l'Italia, superando talune interne debolezze ed incertezze, svilupperà ancora di più, secondo il suo genio, la sua capacità creativa, la politica estera del paese conseguirà altri successi, significherà una presenza più incisiva, opererà con crescente influenza nella storia del mondo.
Non tutto dunque dipende da chi immagina e realizza la politica internazionale dell'Italia, ma molto risulta da quello che il paese è nel suo insieme. Si tratta perciò di un'opera comune, di un impegno di tutti.
In particolare vorrei smentire che sia il nostro un atteggiamento chiuso e grettamente conservatore di fronte ai popoli in via di sviluppo e in specie dell'area mediterranea, i quali cercano nuove e moderne strutture politiche ed economico-sociali e una loro autonomia. Questa accusa è smentita proprio dalla nostra posizione comprensiva ed amichevole di fronte alla Libia, un settore per altro per il quale non è mancata e non mancherà una ferma tutela in un quadro di correttezza e di reciproco rispetto dei nostri interessi e soprattutto delle nostre operose collettività.
Quando parliamo di un equilibrio nel Mediterraneo al quale siamo interessati e dedichiamo la nostra attenzione, intendiamo dire che esso è fondato sull'autonomia degli Stati che si affacciano su questo mare. Noi immaginiamo che l'atteggiamento delle potenze di fronte ad essi sia basato, come il nostro, su di un assoluto rispetto dell'indipendenza e dell'integrità di tutti. Schietta amicizia e collaborazione ci legano a questi Stati ed esse possono costituire in un certo senso un'alternativa di fronte ad ipotetici rischi che essi siano indebitamente influenzati e strumentalizzati.
In noi non c'è il minimo residuo del colonialismo del secolo scorso e ci fa piacere che altri lo sappiano e lo sentano. La nostra è soltanto politica di rispetto e di cooperazione che desideriamo condurre fino in fondo. È con questi obiettivi che siamo presenti nel Mediterraneo.
Mi ha colpito poi un qualche appena velato accenno a giudizi e stati d'animo nei confronti della Germania federale, i quali siano legati al tipo di direzione politica che la nazione tedesca si è data. Ma con ciò si fa torto al nostro doveroso senso dello Stato, a quella naturale obiettività che deve caratterizzare i rapporti da paese a paese. Nessun disagio dunque, ma solo rispetto di fronte al nuovo corso della politica tedesca.
La considerazione che nutriamo per il cancelliere Brandt, al quale desidero rivolgere in questo momento un deferente saluto e augurio, ci assicura la continuazione di una politica di solidarietà che dura da anni e che si esplica così nell'alleanza atlantica come nella costruzione europea. Se vi saranno elementi nuovi nella politica estera tedesca — e ciò potrà risultare solo da dichiarazioni ufficiali — li valuteremo ed esprimeremo il nostro avviso come si fa con amici. Ma siamo convinti che le linee di fondo di quella politica permangono valide e che non è immaginabile una qualsiasi incidenza negativa nell'ambito del comune schieramento politico-militare come in quello delle comunità europee.
Abbiamo, tra i primi, compreso ed appoggiato l'impegno tedesco verso una maggiore apertura all'est e lo sviluppo di rapporti intertedeschi e continueremo a ritenere che esso, attuato con mano ferma ed ispirandosi ad una responsabile visione delle cose, possa rendere umanamente e politicamente più significative le relazioni in quel delicatissimo settore, senza mettere in crisi la solidarietà occidentale e la comunità di interessi e di ideali in Europa.
C'è stato chiesto di riconoscere la Germania orientale, senza soffermarsi a considerare, con la dovuta attenzione in quale misura questo fatto pregiudiziale potrebbe turbare proprio la messa in opera della politica più aperta verso l'est che si mostra di apprezzare quale una novità della situazione tedesca di oggi.
Abbiamo detto più volte che non è neppure immaginabile che la forza possa essere adoperata per modificare la condizione storica determinata in Europa dalla seconda guerra mondiale. Nessuno di noi pensa certamente alla guerra per contestare la guerra, ma non vi è ancora un trattato di pace. E mentre si pensa con serietà ad una conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, appare impensabile che un assetto giusto e sicuro del nostro continente non scaturisca dal negoziato e dal consenso dei popoli direttamente interessati, che esso sia imposto a 25 anni dalla fine delle attività belliche senza rispettare gli interessi e la volontà di un popolo al quale la drammatica esperienza vissuta e l'alto grado di civiltà danno ragionevolezza e sensibilità storica.
Per parte nostra perciò non concorreremo a rendere meramente ricognitivo il negoziato che si immagina, senza cioè titoli giuridici e libertà di determinazione. Ma naturalmente al negoziato auguriamo successo.
Le difficoltà da superare per avviare e condurre innanzi una conferenza per i problemi dell'Europa non sono certo piccole. La complessità e delicatezza del problema tedesco ne sono una riprova, la remora costituita dai fatti di Cecoslovacchia è innegabile, mentre si giustifica l'auspicio di una iniziativa che allenti la tensione esistente nella zona. Ma ci si deve impegnare insieme con vigore e fiducia per rimuoverle; sicché siano poste mano a mano le premesse e le condizioni per una autentica sicurezza nel nostro continente. Certo non è questa impresa da poco o uno sviluppo che si esaurisca in alcuni mesi. È tutta una realtà politica che deve essere esaminata fino in fondo per trarne con equità un nuovo modo di essere in pace in Europa.
Ciò spiega la gradualità, che non significa temporeggiamento ma solo lo snodarsi razionale dei problemi che sono tanti, dai più facili ai più difficili. Ed occorrerà sciogliere mano a mano i nodi che il passare degli anni o eventi improvvisi o tumultuosi hanno posto su questo difficile cammino. Del resto, espresso il nostro profondo sentimento di preoccupazione e di sdegno, abbiamo pur detto che i fatti di Cecoslovacchia non ci avrebbero distolto dall'operare per la distensione e che non vi era, al di fuori di essa, della creazione cioè di un modo più fiducioso e sicuro, altro modo efficace di rispondere all'attesa di un popolo così duramente provato quale è quello cecoslovacco.
Ci muoveremo dunque, dico? Ci muoveremo con prudenza e realismo, con serietà e fiducia nello sforzo meritorio di dare all'Europa una pace autentica e giusta, non imposta dal di fuori ma nata dalla ragionevolezza e dal consenso. E stato detto che l'Europa non è il quarto polo della politica mondiale. È vero, purtroppo non lo è. Lavoriamo perché ciò avvenga e sentiamo tutto il disagio, tutta l'amarezza di chi sa, di chi sente l'urgenza dei tempi, di chi teme le occasioni perdute per sempre, mentre un processo lento e difficile si svolge ed è destinato a svolgersi per anni. Noi non vogliamo perdere un minuto. Eppure quanti ostacoli sono da superare, quanto sono pressoché impercettibili i progressi che pur dobbiamo valutare perché sono comunque progresso. I temi sono il completamento, il rafforzamento, l'allargamento delle comunità e la cooperazione politica.
C'è il problema del Parlamento europeo, c'è quello di una reale unità di indirizzo economico, c'è l'esigenza di dare all'Europa una sua voce, una sua influenza, un suo destino. Per molte di queste cose siamo appena ai primi passi, proprio mentre l'evolvere rapidissimo delle cose e dei rapporti nel mondo indica la meta sovranazionale come essenziale ad un assetto unitario, come garanzia di equilibrio nel mondo.
Noi faremo tutto il possibile perché il vertice non sia un insuccesso, ma dobbiamo avvertire che esso è soltanto un inizio, ci auguriamo un felice inizio, di quel lungo, difficile, importante processo di integrazione.
Poiché non abbiamo voluto perdere la minima occasione propizia, noi lo abbiamo voluto e lo stiamo preparando. Lo facciamo con fermezza ma anche con lealtà, fiducia e rispetto verso tutti i protagonisti della grande impresa, perché l'Europa unita vuol dire l'Europa di tutti coloro che sono chiamati a costituirla. Talune pur comprensibili forme di impazienza, infatti, potrebbero solo portare a constatare che l'Europa non può esistere. Sarebbe allora ben piccola soddisfazione il poterne indicare le responsabilità. Ma insieme con la pazienza ci saranno la fermezza e l'appello alla ragione mentre la forza crescente dell'opinione pubblica dovrà sorreggere il nostro sforzo, unendo il realismo del politico con le grandi e cogenti intuizioni dell'animo popolare.
Avendo presenti le preoccupazioni espresse sulla politica comunitaria, dirò che non è mia intenzione disconoscere qui le difficoltà e gli inconvenienti che l'integrazione economica dell'Europa sta attraversando in questa fase di trasformazione rapida delle strutture economiche dei sei paesi, in particolare nel settore agricolo.
La perdurante assenza di un approccio e di una trattazione comunitaria in settori di primaria importanza, quali, ad esempio, quelli delle politiche monetarie e commerciali, congiunturali e di programmazione a medio termine, la relativa lentezza con cui la Comunità procede nello stabilire una compiuta politica sociale, costituiscono indubbiamente dati che non ci possono lasciare indifferenti, e della cui incidenza occorre avere una precisa coscienza, nell'intraprendere, come è nei voti di tutti, un discorso europeo che possa condurre a sintesi di più alto respiro.
Del resto, la stessa Commissione esecutiva delle Comunità ha ripetutamente attirato la attenzione dei paesi membri sulla necessità di colmare i vuoti esistenti e di apportare revisioni, anche radicali, in taluni settori del mercato comune. Così, ad esempio, nel campo della politica agricola essa ha presentato un vasto ed impegnativo programma di riforme, che dovranno realizzarsi entro il prossimo decennio, al fine di correggere taluni squilibri esistenti attualmente.
Non mi pare, tuttavia, onorevoli colleghi, che il tono di eccessivo pessimismo usato in taluni casi nel diagnosticare i mali di cui soffre il mercato comune, o nel sintetizzarne i risultati, sia giustificato dai fatti. Sarebbe sin troppo facile elencare i vantaggi di carattere generale che l'integrazione dell'economia dei sei ha apportato al nostro ed agli altri paesi, dal 1958 fino ad oggi. L'aumento dei redditi nazionali e dei redditi pro capite, delle esportazioni, dei salari, dei rispettivi poteri di acquisto reale e delle produttività del lavoro, la modernizzazione delle strutture economiche e sociali, sono tutte realtà documentabili con il linguaggio scarno, ma evidente, delle cifre. Inoltre, i vantaggi di una integrazione non possono valutarsi per settore, come talvolta si tende a fare.
S'è già fatto recentemente rilevare come la stessa espressione di MEC agricolo altro non sia che un'espressione di comodo, la quale non individua qualcosa di reale e di identificabile da un punto di vista economico. Non c'è, in realtà, un MEC agricolo, c'è un mercato comune agricolo ed industriale; ci sono sei economie che vanno, se pur faticosamente, integrandosi.
Occorre, in conclusione, procedere con fiducia, correggendo gli squilibri laddove maggiormente è dato, come appunto nel settore agricolo, di constatarne l'esistenza accanto ai risultati positivi. Occorre accentuare gli sforzi per addivenire ad un maggiore coordinamento tra le politiche economiche dei sei paesi.
Per il sud-est asiatico abbiamo ritenuto, e riteniamo, che si debba giungere ad una pace negoziata, ad una soluzione politica, e non militare, del conflitto. Registriamo i segni di una buona volontà che va facendosi strada, anche se il cammino appare tortuoso ed irto di ostacoli. Il realismo politico, che non è mai disgiunto dalla riaffermazione dei valori ideali della libertà degli uomini e dei popoli, e della giustizia, induce a ritenere che l'alterazione dell'equilibrio politico sul quale il negoziato si fonda — e può giungere all'auspicato sbocco positivo — non è utile alla causa della pace. Ma il mio riferimento storico, che non può essere interpretato assolutamente in modo meccanico, sta a significare che l'Italia non ha pregiudiziali riguardo all'indipendenza ed unità di quel paese, le quali si esprimano in una libera determinazione del popolo vietnamita per quanto riguarda il proprio assetto statuale ed il proprio avvenire.
Per quanto attiene ai problemi dell'Alto Adige, posso dire che ne parlerà il Presidente del Consiglio nella sua competenza propria; io debbo qui solo ribadire che la prevista attribuzione di alcune autonomie non mette in alcun modo in discussione l'integrità e la sovranità dello Stato italiano.
Per l'alleanza atlantica, come del resto per gli altri punti del mio discorso, non ho che da ribadire le posizioni ripetutamente illustrate in Commissione ed in Assemblea. Non ritengo, contrariamente a quanto è stato affermato da taluno, che il riconoscimento dell'alleanza così com'è, e cioè difensiva e geograficamente limitata, valga a diminuirne il significato e l'efficacia. Si tratta di uno schieramento politico-militare che garantisce la nostra sicurezza e quell'equilibrio di potere nel mondo che è, esso stesso, nell'attuale condizione delle relazioni internazionali, fattore di pace.
Questo aspetto ha il suo giusto rilievo ed in esso si inquadra la nostra preparazione militare, il leale adempimento dei nostri impegni, la difesa integrata a garanzia di efficienza del sistema. Questa dimensione non esaurisce per altro l'alleanza che siamo andati configurando come strumento politico di distensione e di utile contatto tra i popoli e gli stessi schieramenti politico-militari. Questo aspetto, che non è alternativo al primo, ma lo integra mettendo in luce il valore complessivo della nostra posizione politica, si è venuto accentuando per quanto riguarda l'Italia come gli altri paesi del nostro sistema.
Intendiamo dare a questo momento tutto il suo peso.
Desidero rilevare ancora una volta che, pur nell'ambito di una vasta consultazione, sono lasciati spazi completamente liberi alla nostra iniziativa politica. Non si tratta dunque di un limite deformante e mortificante. Ribadisco altresì che quel che importa è il modo secondo il quale opera l'alleanza e cioè come giorno per giorno la si costruisce, la si fa vivere. Questo è nostro impegno e nostra responsabilità. È in tale maniera che imprimiamo una direzione distensiva e cooperativa all'azione dell'alleanza, pur avendo sempre presenti le esigenze di sicurezza.
Si colloca su questo terreno e solo su di esso, cioè del senso di responsabilità e di un'autentica buona volontà, il processo rivolto a superare i rigidi schieramenti e a preparare l'avvento di un mondo ordinato essenzialmente su basi di fiducia e di pacifica collaborazione. Certo, il mondo sembra muovere, benché lentamente, talvolta con aperte contraddizioni, verso questa meta. Non saremo noi a fermare questo processo che vogliamo favorire e che include l'emergente sistema multipolare nel quale l'Europa dovrebbe trovare il suo posto.
Non direi però che nel mondo di oggi gli schieramenti politico-militari siano pericolosamente deformatori. C'è una realtà politica che deve evolvere ed in qualche misura evolve. Ciò consente una nuova politica degli schieramenti ed al limite, quando venga meno la politica di potenza, la loro dissoluzione. Ebbene, è attraverso una politica di avvicinamento dei blocchi che la guerra è stata evitata ed in qualche modo si è cominciato a costruire un sistema di pace. Rompere l'equilibrio è utile a patto che quello nuovo cui si dà vita sia migliore del precedente, più valido e più umano. Potrebbe però anche accadere che la rottura dell'assetto esistente dia luogo a pericolose incognite. Allora la pace non sarebbe più sicura, né il mondo sarebbe più umano.
Ecco perché non posso accettare la prospettiva di immediato superamento dei blocchi e di recesso unilaterale dell'Italia dalla NATO. Posso invece fervidamente auspicare che il processo distensivo continui, che si intensifichino i rapporti tra l'est e l'ovest, che si guardi all'assetto complessivo del mondo avendo presente che esiste un grande popolo non ancora completamente inserito nella comunità internazionale, che si sviluppino iniziative di disarmo a cominciare dall'atteso negoziato per la limitazione degli armamenti strategici fra le massime potenze.
Così certamente il nuovo equilibrio che si andrà mano a mano costituendo non sarà un'incognita da temere (e ciò vorrebbe dire, onorevoli colleghi, accresciuto rischio di guerre), ma una nuova condizione umana desiderabile e accettabile. Questa è la via che l'Italia deve seguire e seguirà. Non imprigionati ma garantiti dall'alleanza atlantica, daremo il nostro fervido contributo in ogni sede alla migliore intesa dei popoli ed alla libera, giusta e pacifica convivenza internazionale. (Applausi al centro).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 22 ottobre 1969

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di mercoledì 22 ottobre 1969)


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