LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA SEGRETERIA PICCOLI: INTERVENTO DI ALDO MORO AL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC
(Roma, 18 gennaio 1969)

Dopo le elezioni politiche dell'anno precedente (1968), e la difficile ricostituzione di una maggioranza di centro-sinistra con il Governo presieduto da Mariano Rumor, si svolge dal 17 al 19 gennaio 1969 il Consiglio nazionale del partito a Roma per eleggere il nuovo Segretario politico, dopo le dimissioni di Rumor da poco insediatosi a Palazzo Chigi. Viene eletto di stretta misura Flaminio Piccoli, che raccoglie più schede bianche che voti favorevoli. Si riporta l'intervento in Consiglio nazionale di Aldo Moro, che con i suoi amici si è collocato dalla fine dell'anno precedente all'opposizione all'interno della DC.

* * *

Questo Consiglio Nazionale è innanzi tutto chiamato ad esprimere un giudizio sulla formazione del Governo organico di centro-sinistra, presieduto dall'on. Rumor.
Avendo manifestata a suo tempo la più viva preoccupazione per i pericoli insiti nella mancata ricostituzione della coalizione, avendo sempre detto al Paese che una cosa, sopra ogni altra, è da temere e cioè il vuoto politico derivante dall'inesistenza di una stabile e qualificata maggioranza parlamentare (e nell'aver colmato questo vuoto, nell'aver assicurato questa guida in modo aderente ai tempi ho indicato il primo e più grande merito delle forze politiche di centro-sinistra), posso oggi prendere atto con soddisfazione che l'accordo è stato raggiunto. Si è così felicemente realizzato ancora una volta l'incontro dei partiti sui quali ricade, nell'attuale momento storico, il compito di governare la Nazione in armonia con le sue molteplici esigenze ed aspirazioni. Questo incontro è stato certo difficile e, se si vuole, di una difficoltà nuova in relazione alle incertezze nascenti dai risultati elettorali e dall'evoluzione politica. Vi era dubbio circa le posizioni da assumere, circa la scelta da fare tra un inquieto secondare la problematica vicenda del nostro popolo nel nostro tempo e l'accettazione di un compito di ordinamento e di progresso, svolto con pieno senso di responsabilità. Mi pare che sia stata fatta la scelta giusta: contro il vuoto di potere, contro la paralisi nascente dall'incapacità di collegare forze ed idee in un comune impegno, e contro, d'altra parte, ogni atteggiamento di passività e di meccanica ripetizione in un mondo che richiede una curiosità sempre più viva ed un'attenzione sempre più tesa. Così una altra prova è stata superata nel faticoso cammino per un assetto democratico, ad un più alto livello, del nostro Paese. Si è avuta dunque una soluzione dei nostri problemi, che, vista nella sua globalità e nel suo significato politico, appare accettabile e soddisfacente. Si può dare perciò atto degli sforzi compiuti da tutte le parti ed augurare al Presidente Rumor, che ringrazio molto per le gentili parole di apprezzamento, di andare avanti con rapidità ed efficacia nel suo lavoro, riuscendo a dare al Governo, al di là delle novità dei dati programmatici, una fisionomia originale, una vibrazione autentica, una unitaria capacità operativa, una autorità tale da ispirare fiducia e promuovere un comune e consapevole sforzo costruttivo del popolo italiano. Questo è il sincero e fiducioso auspicio con il quale io saluto la rinnovata coalizione di centro-sinistra.
Conviene ora rivolgere la nostra attenzione al Partito, ai problemi del suo assetto interno e delle sue prospettive, già da tempo posti in evidenza nel dibattito politico entro e fuori della Democrazia Cristiana. Questi temi sono stati riproposti con vigore nel generale ripensamento critico che ha fatto seguito alle elezioni del 19 maggio ed ha investito i modi di essere così del Governo come dei partiti della maggioranza e, tra essi, per la sua eminente responsabilità, della Democrazia Cristiana. E' stato infatti concordemente ritenuto, anche nel corso di ripetuti dibattiti del nostro Consiglio Nazionale, che al profondo rinnovamento della struttura e delle finalità del Governo, richiesto dalla evoluzione politica, dovesse corrispondere la formazione di una diversa e più larga maggioranza nella Democrazia Cristiana e cioè l'acquisizione di una nuova ed autorevole guida del Partito, capace di corrispondere puntualmente al risveglio impetuoso della coscienza critica e della rivendicazione di libertà in atto nel Paese. Un movimento che sollecita nel Governo, ma già prima, necessariamente prima, nei partiti una più ampia e consapevole assunzione di responsabilità. Da essa sarebbe dovuta scaturire la capacità di guidare davvero, traendone e facendone propri tutti gli elementi vitali, il processo di rinnovamento in atto nella società e da essa riflesso nelle strutture politiche destinate a garantirlo e ad assicurarne lo sviluppo. Ed abbiamo pensato insieme, o almeno così mi è sembrato, che, a rendere possibile questa nuova e più efficace funzione rappresentativa della Democrazia Cristiana, dovessero concorrere il libero svolgersi di un'autentica dialettica di partito (dialettica d'idee e non di gruppi) e l'apporto di forze, già lungamente provate nella funzione di stimolo, ed ora richieste di assumere compiti costruttivi e precise e continue responsabilità. Ciò comportava un disfare, per rifare, un ripensamento critico in vista di un nuovo modo di essere e di operare del Partito. E' sembrata questa una necessaria, urgente e certo ardua fatica, alla quale la Democrazia Cristiana non potesse comunque sottrarsi.
A tale proposito si affacciò l'idea di un congresso straordinario, un congresso anticipato di qualche mese, tenendo anche conto della importante scadenza elettorale del prossimo autunno. Sembrò che fosse questo lo strumento indispensabile, per promuovere, senza artificio e senza superficialità, una così rilevante e seria revisione delle posizioni interne del nostro Partito. Questa idea fu accettata e trovò autorevole avallo e persuasive motivazioni nella relazione del Segretario Politico on. Rumor nella precedente sessione del Consiglio Nazionale. In verità gli amici della corrente di Base hanno a più riprese insistito sulla opportunità, pur restando ferma la inderogabile necessità della celebrazione del Congresso, di perseguire anche prima, in sede di Consiglio Nazionale, la costituzione di una nuova maggioranza sulla base di un approfondito dibattito politico. Non è che gli amici di Base disconoscessero l'importanza del Congresso e la necessità di affidare a questo strumento, veramente innovativo e liberatore, un'operazione così radicale ed ambiziosa quale quella che, non limitandosi ad una redistribuzione del potere, all'aggiunta di nuovi apporti a quelli tradizionali e consolidati, avesse a creare un'amalgama nuova ed originale tra posizioni, tradizioni e sensibilità diverse in un incontro richiesto da una realtà nuova ed evolutiva, da dominare politicamente. Essi hanno ritenuto però che l'urgenza di adeguare la struttura rappresentativa del Partito a quella del Governo, di presidiare con una piena corresponsabilità nella DC la corresponsabilità in sede di Governo, giustificasse e consigliasse di utilizzare a tale fine il più agile strumento del Consiglio Nazionale, il quale quindi, secondo la loro valutazione, avrebbe dovuto compiere l'aggiornamento prima della formazione del Governo e come condizione per una piena partecipazione ad esso delle correnti di sinistra della Democrazia Cristiana. E se ciò non fosse stato possibile, l'esigenza si sarebbe dovuta riproporre in questo Consiglio Nazionale. Ma poiché gli amici di Base riconoscevano e riconoscono la serietà dell'operazione, la importanza della revisione da apportare, richiedano e richiedono, ormai invano, mi pare, che il dibattito in Consiglio Nazionale per la sua profondità e spregiudicatezza, per l'apertura e la disponibilità, per così dire, di tutti a tutto, si discostasse il meno possibile da quelle caratteristiche di libertà, novità e creazione dal basso, le quali sono appunto proprie di un Congresso.
Ebbene, noi ci troviamo qui oggi a discutere della situazione nuova della vita sociale e politica in Italia e dei mezzi per farvi fronte mediante una Democrazia Cristiana rinnovata, consapevole, unita, impegnata, siamo qui a discutere di maggioranza e di guida politica, mentre tutto è già stato concordato, segretamente, non so quando, come, ad opera di chi in ristretti vertici di partito. A decidere sono intervenuti alcuni e non altri, perpetuando la divisione e la gerarchia che si volevano eliminare, prospettando quasi con ostentazione una maggioranza già costituita e sufficiente a se stessa, ammettendo gli altri sì, ma solo per aderire, se lo desiderano, alle decisioni già prese ed ormai immodificabili. Una tipica operazione, insomma, di ricerca di voti aggiunti solo per ragioni di opportunità, per rendere, se possibile, più accettabile una maggioranza, la quale è comunque disposta ad andare avanti da sola. Tutto ciò è in contraddizione con l'impostazione data, che era di rivedere tutti insieme, dal basso, senza posizioni precostituite, il modo di essere della Democrazia Cristiana in questo momento storico. Noi abbiamo conosciuto le decisioni, come spesso suole avvenire, attraverso la stampa, il che esalta di essa la preziosa funzione informativa, ma deprime al più basso livello il leale dibattito di Partito. Ma perché mai questa fretta, questa dimostrazione di forza, questa ostentata indifferenza per le opinioni altrui, delle quali pure s'era chiesto l'apporto, delle posizioni altrui, esse pure invocate per uno sforzo supremo di comune responsabilità ? Questa indifferenza e questa sufficienza sono incomprensibili e addirittura contraddittorie con le impostazioni date, con un così largo consenso, soprattutto dal maggio scorso circa le prospettive della vita interna di partito. Si è voluto venire incontro forse alle sollecitazioni del gruppo di Base, che postulava una nuova maggioranza al più presto, anche in Consiglio Nazionale ? Certamente no, perché quello che oggi si offre, da prendere o lasciare, non è una seria offerta di modifica, giustificata e veramente accettata, dell'assetto interno della DC. Si è voluto, come si dice, trarre fuori il Partito dalla condizione di provvisorietà, la quale avrebbe compromesso il necessario vigore della sua azione ? Ammettiamo che sia così, che sia questa la ragione di un comportamento così rude ed ultimativo. Ciò significherebbe che non si vuole fare una nuova maggioranza, ma ridar vita alla vecchia maggioranza, ad una maggioranza qualsiasi. Comunque, se si voleva, se si pensava di dover giungere a tanto, contraddicendo la comune attesa di una maggioranza veramente nuova, se quest'ultima appariva di minor conto di fronte all'altra esigenza di dare rapidamente una guida stabile al partito, non si poteva far scaturire questa valutazione dal dibattito in Consiglio Nazionale (e non prima e fuori di esso), mettendo in discussione oggi, tra noi la opportunità di provvedere subito alla guida del Partito, scansando almeno per ora la procedura lunga, ma costruttiva di un Congresso Nazionale ? Si poteva almeno lasciar decidere il Consiglio circa questa esigenza prioritaria, senza metterci di fronte al fatto compiuto. Non si è fatto nulla di tutto questo; non si è nemmeno salvata la forma; si è reso con un atto di autorità inutile questo dibattito.
Io ne sono profondamente rammaricato. Ne sono rammaricato per la Democrazia Cristiana che vede dare, in termini di solo potere, una risposta ai suoi problemi in un momento che poteva e doveva essere di grande tensione ideale. Ne sono rammaricato per l'amico Piccoli, la cui persona non è in discussione in questi rilievi critici ed al quale desidero dire una parola sinceramente rispettosa e cordiale. Egli non si giova certo del modo con il quale è chiamato ad assumere la sua responsabilità.
Io non voglio giudicare il comportamento delle forze che sono coinvolte in questa vicenda. Ma non posso non dire, del resto con profonda amarezza, amarezza e non risentimento, che tanto più colpisce in questa circostanza il comportamento di coloro, a tacere del gruppo dell'On. Fanfani, che si sono raccolti intorno all'On. Taviani, proprio per esprimere più vigorosamente l'esigenza di un contatto con le correnti di sinistra ed hanno fatto di questo incontro auspicato la base politica del loro successo congressuale. Ora essi hanno ripiegato in fretta, tornando indietro verso la maggioranza, senza avere neppure cercato di vedere, se, al di là del ponte, ci fosse qualche cosa da fare. Una decisione quale oggi si assume, anzi quale oggi è stata già presa, sarebbe stata ineccepibilmente corretta, se dopo il Congresso fosse fallita la ricerca della nuova maggioranza che tutti dicono di volere. Sarebbe stata mediocremente corretta, se essa fosse stata presa al termine di questo Consiglio Nazionale, dopo un vano tentativo di costituire una nuova maggioranza, facendo valere l'inderogabile necessità di dare immediatamente un assetto non provvisorio alla Democrazia Cristiana. E' del tutto scorretta, in quanto viene proposta oggi senza avere neppur tentato di realizzare il voto espresso sin dal Consiglio Nazionale dell'estate scorsa. Non si può dunque non esprimere un duro giudizio morale e politico su questa vicenda, la quale è segno, oltre tutto, di scarsa saggezza politica e disconoscimento di difficoltà serie, le quali avrebbero dovuto consigliare di associare, il più largamente possibile, alle responsabilità della gestione del Partito. Sia dunque ben chiaro che non ci si è chiesto di concorrere a risolvere il problema della guida della Democrazia Cristiana, ma solo di aderire alla soluzione trovata in sede privata e preclusiva.
Poiché, qua e là, si è parlato di me e di una mia possibile candidatura alla segreteria del Partito, quasi di una gara tra me e l'onorevole Piccoli, il che sarebbe poco confacente alla dignità di entrambi, desidero precisare, anche perché sia chiaro che io pongo qui solo un problema di metodo e non ho da difendere nessuna posizione né per oggi, né per domani, che io non ho mai pensato di assumere la segreteria della Democrazia Cristiana. Qualche amico, anche autorevole, ne ha parlato, senza peraltro ottenere da me incoraggiamenti. E' noto a tutti che non ho mai richiesto nessun ufficio, anche se il mio senso di responsabilità mi ha impedito in passato di rifiutare offerte che fossero serie, sincere ed amichevoli. Niente sarebbe più contrario alla mia natura che il tentare di forzare una situazione, per ricavarne, magari di stretta misura, un qualche ipotetico e discutibile vantaggio.
Io sono pago di quello che ho potuto dare, con il consenso degli amici, in questi anni alla Democrazia Cristiana ed al Paese. Ma niente avrei potuto fare, se proprio la investitura spontaneamente offerta non mi avesse posto in condizioni di libertà, di dignità ed anche di prestigio, nel rendere il servizio che mi era stato richiesto. Queste condizioni mancherebbero, se fossi io a chiedere o contrattare alcunché. Sia ben chiaro che non farò mai niente di simile e che riconosco e rispetto il diritto sovrano della Democrazia Cristiana di scegliere il più opportuno modo di rappresentanza e di guida in aderenza alle esigenze del momento politico.
In questo spirito ribadisco che non vi è stata e non vi è da parte mia alcuna preclusione personale nei confronti dell'On. Piccoli o di altri amici, anche se di volta in volta ho espresso con obiettività e con animo sereno, anche se oggi con qualche forza, una mia valutazione politica.
A questo punto non resta che prendere atto delle cose come sono e dire con rammarico che, in presenza di questo dato di fatto, io non posso che essere all'opposizione; all'opposizione, tra l'altro, di una grave quanto inutile sopraffazione.
Resta ora l'impegno del Congresso. Mi auguro che esso resti fermo, perché sarebbe atto di insipienza politica non tentare di correggere nel tempo questa situazione, di dare finalmente modo alla periferia democratica cristiana di esprimersi in un ampio e spregiudicato dibattito. Certo la situazione di fronte alla quale ci troviamo è diversa da quella che era stata immaginata, quando l'idea del Congresso fu avanzata, per sbloccare, diciamolo pure, una situazione chiusa che rischiava di pregiudicare la formazione del Governo, interesse preminente del nostro partito e delle forze democratiche ad esso alleate.
Allora si pensava ad un Congresso aperto, mentre ora siamo di fronte ad un Congresso chiuso; si pensava allora ad un Congresso di decisione, mentre ora siamo di fronte ad un Congresso di ratifica. I dati sono dunque mutati; ma se non si vuole irrigidire la situazione, se si vuole superare il dato sconcertante di una orgogliosa maggioranza che accetta solo di integrarsi, per far luogo invece ad una costituente di maggioranza, ebbene l'unico tentativo da fare è quello di un Congresso il più possibile aperto e libero. Perché il punto è proprio qui. Occorre disfare, con una sorta di disarmo psicologico, la vecchia maggioranza, per consentire alla nuova di emergere, pian piano, nelle cose, nella voce della base, nell'incontro distaccato ed amichevole di coloro che devono ritrovarsi insieme.
Quando io ho assunto la mia iniziativa, che seguiva quella dell'On. Taviani, quando ho dichiarato cioè una posizione di autonomia che avrei tenuto, ho detto, con senso di responsabilità, ho pensato che si dovesse compiere questa operazione dolorosa, ma feconda, dello scomporre, per ricomporre, dell'abbandonare a poco a poco il vecchio, per permettere al nuovo di nascere. E così facendo, inserendo nella situazione la mia iniziativa, che era per un verso di amaro distacco e per l'altro di fiducioso e costruttivo collegamento, un inizio di collegamento che pareva da tutti auspicato, rispondevo a gravi interrogativi che angustiavano tutti noi, mi sforzavo di sbloccare, nella prospettiva aperta di un Congresso rinnovatore e conciliatore, la situazione di difficoltà nella quale si trovavano non solo le correnti di sinistra, ma tutto il Partito. Era quello il modo più prudente per superare delle pregiudiziali rigide e facilitare, attraverso una larga rappresentanza democratico-cristiana al Governo, analoga larga rappresentanza del Partito Socialista nella gestione democratica del potere. Quel punto morto è stato, per fortuna, superato. Ma credo che oggi non saremmo veramente responsabili, se, percorrendo purtroppo le vie tortuose nelle quali siamo stati condotti dall'imprudenza altrui, non facessimo uno sforzo supremo, attraverso un sollecito, libero e serio dibattito congressuale, per realizzare davvero le cose nuove attese nella Democrazia Cristiana e far corrispondere alla comune responsabilità di Governo una comune ed impegnativa responsabilità di Partito.
Desidero assicurare gli amici chiamati a guidare la DC, che, malgrado la mia grave riserva per questo inutile atto di forza, collaborerò lealmente al dibattito congressuale e in generale nella vita del Partito, affinché la Democrazia Cristiana abbia la forza, l'autorità e l'iniziativa che sono necessarie, per assolvere bene i compiti che, nel Governo e nel Paese, questo momento storico, così difficile, ma così importante, ci propone.
Un punto determinante è dunque nel consentire ai nostri iscritti ed ai nostri simpatizzanti di capire e di volere essi stessi le cose che sono utili per la salvezza ed il progresso del Paese. Strana cosa, cari amici, questa inerzia, questa passività, questo appagarsi di un misterioso rimescolio dei vertici del Partito in un momento come quello che viviamo.
Viviamo infatti in un'epoca che potremmo dire, per essere giusti e prudenti nell'espressione, se non di contestazione, almeno di coscienza critica e di vigorosa ed impaziente iniziativa personale. E ciò crea dei problemi, noi lo sappiamo, poiché si tratta di assumere il dato vitale della presenza della persona, senza peraltro disperdere in una mera corrosione critica la ricchezza dei valori della vita sociale.
Parliamo, giustamente preoccupati, di distacco tra società civile e società politica e riscontriamo una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità, una meno spiccata attitudine a risolvere, su basi di comprensione, di consenso e di fiducia, i problemi della vita nazionale. Ma, a fondamento di questa insufficiente presenza dei partiti, non c'è forse la incapacità di utilizzare anche per noi, classe politica, la coscienza critica e la forza di volontà della base democratica ? Noi vogliamo corrispondere sì, capendo e facendo, all'inquieta richiesta della nostra società, ma ostruiamo poi contraddittoriamente i canali che potrebbero portare nel Partito, proprio nel Partito, quella carica di vitalità e di attesa che è pure nel nostro Paese. Sicché essa finisce per riversarsi altrove, mettendo in crisi la funzione dei partiti, i quali sovente fronteggiano dall'esterno, senza una esperienza interiormente vissuta del dramma sociale del nostro tempo, le situazioni che si presentano e spesso si esauriscono, senza autorevole mediazione, nella società civile. Non credo che occorra aggiungere altro, per dire che significato io intenda dare alla sollecitazione al Congresso, all'invito pressante ad aprire finalmente le finestre di questo castello nel quale siamo arroccati, per farvi entrare il vento che soffia nella vita, intorno a noi. Non è un fatto di politica interna di Partito, di distribuzione o redistribuzione del potere. Io non so che fare di queste cose. Vorrei dire solo che oggi un grande dibattito con l'intero Paese del maggiore partito italiano è strumento essenziale di sviluppo politico, un modo per dominare gli avvenimenti, non costringendoli fin quando si può, ma assumendoli come dati importanti, inseriti ordinatamente in un'autentica dinamica sociale.
Ma quale mai caratterizzazione può avere, deve avere un partito, come la Democrazia Cristiana, nell'assolvimento della funzione, tuttora determinante, che è ad esso affidata dal consenso popolare ? Certo la politica è un fatto di forza, più propriamente di consapevolezza, di fiducia nel proprio compito, di volontà vigorosa. Ogni partito esprime un potere da esercitare, quale che sia la forma, di ordinamento o di contestazione, in cui, rispettivamente al Governo o all'opposizione, esso si esplica. E per esercitare il potere un partito si compone, si assesta e si definisce in se stesso. Non è certo quindi in termini di moralismo astratto, e forse fatalmente un po' ipocrita, che ha da essere stabilito il modo di essere di un partito ed il nostro stesso modo di essere nella politica italiana. Ma per tutti, e soprattutto per noi, questo coefficiente di forza e di volontà, può essere solo un aspetto, per quanto essenziale, della posizione di Partito. Ci deve pur essere, più in fondo, una ragione, un fondamento ideale, una finalità umana per i quali ci si costituisce in potere ed il potere si esercita. Al di fuori di essi, al di fuori del rispetto di un criterio di moralità, e quindi, tra l'altro, dello svolgersi di un'autentica democrazia interna, nell'apertura e mobilità che di essa sono proprie, un partito cessa, anche solo magari a lungo termine, di essere un punto di riferimento efficace e vien meno la sua attitudine a prospettare ideali credibili, strumento di un ordinamento sociale libero e progressivo. E' solo dall'accettazione incondizionata di una ragione morale che si sviluppa con coerenza il patrimonio delle nostre idealità sociali ed il complesso degli impegni per il nostro tempo. Certo, io credo che dobbiamo avere un giusto orgoglio, un grande vigore, una seria capacità realizzatrice. Questo tempo lo richiede; anche questo tempo lo richiede. Ma io penso che dobbiamo dare affidamento, con tutto il nostro essere, all'opinione pubblica italiana, che crediamo davvero in alcune cose e che solo per esse chiediamo di essere seguiti.
Il Paese certo è carico di interrogativi, d'impazienze e di aspirazioni. Siamo ad una svolta nella quale noi siamo giudicati in un duro confronto con la vasta attesa della società. Per cogliere di essa il carattere inquieto ed esigente ed intendere il peso delle responsabilità politiche che, quasi in forma ultimativa, ci sono ancor oggi affidate, non occorre sopravalutare il dato esteriore, talora sconcertante e pericoloso, magari per un qualche irragionevole massimalismo, delle forme più vistose di contestazioni. Vi è la sottostante realtà di validi fermenti sociali, specie studenteschi ed operai, i quali chiedono una sostanziosa risposta. Vi sono le universali aspirazioni vive e pressanti nei più diversi settori della vita sociale. Rivendicazioni di benessere, di giustizia, di dignità e di libertà. Entro questo movimento, anche se sovente sottovalutando difficoltà obiettive ed esigenze di tempo in ordine ad una generale soddisfazione degli interessi proposti e ad una piena attuazione del progresso popolare, vi è una intuizione nuova e più penetrante della condizione umana e dei giusti rapporti sociali; la richiesta di una comprensione profonda: l'esigenza di una costante attenzione e di un grande senso umano. Ma obiettivamente ai partiti, specie di Governo, è affidato, pressoché per intero, il compito, non assolto altrimenti nella società civile, di stabilire le compatibilità, di ordinare e comporre, di graduare nel tempo i necessari interventi.
E' affidata cioè una responsabilità pesante ed indeclinabile che corre ormai parallela alla responsabilità di non spegnere e neppure mortificare l'anelito di giustizia che emerge prepotente dalla società civile. Queste due responsabilità s'intrecciano tra loro e sono insopprimibili. In nessun caso la necessaria sapienza del governare, che impegna in qualche modo anche le opposizioni, può essere un alibi per far tardi, poco e male tutto quello che è possibile, e quindi necessario fare, per dare un volto nuovo al nostro Paese. Eppure da questa democrazia sociale, da questa evidenza, data sovente attraverso la protesta, dei risvolti anche più oscuri dei problemi sociali del Paese, dalle rivendicazioni di settore, nel loro ambito, comprensibili e giustificabili, da questo sistema potente di libertà e d'iniziativa che si afferma in senso, per così dire, orizzontale, occorre risalire ad una sintesi politica alla logica del suffragio universale, il quale, senza staccarsi dal pluralismo, così ricco e significativo, della società civile, assolva tuttavia al compito suo proprio, di trasformare le molteplici proposte sociali in attuabili, giuste ed umane decisioni politiche.
Questo compito, partendo da un'analisi, non meramente ricognitiva, ma ricca di partecipazione umana, della società in movimento, deve sapere giungere ad una sintesi vitale, la sintesi politica, disegnare un quadro d'insieme, indicare la giustizia per tutti, qual è proponibile, al più alto livello raggiungibile in un determinato momento storico ed in una avanzata, matura e libera esperienza politica. Ciò richiede il dibattito politico, il richiamo alle grandi idee, il confronto fra le tesi che prospettano le diverse intuizioni sulla composizione in unità, nella più avanzata giustizia, che sia dato immaginare, della società civile.
Questo è il compito insostituibile dei partiti, tanto più impegnativo oggi di fronte ad una realtà ricca di dati così vari e percorsa da spinte così forti. In questo senso il nostro lavoro di oggi è di gran lunga più difficile e più esposto al rischio che non quello di ieri. E la difesa della libertà e delle istituzioni, prima possibile in forme molto semplici con il sostegno di un'opinione pubblica più agevolmente appagata, è diventata di gran lunga più difficile, più segmentata, più complicata, ma insieme più seria e profonda. Si tratta di appagare esigenze di ordine più elevato. E la necessaria difesa delle istituzioni segue vie più lunghe e difficili, è impegnata nella ricerca di contenuti, comporta una affermazione della libertà politica, meno compresa e in certo senso contrastata, come presidio e condizione di reale e duratura esistenza delle libertà civili. Si tratta per la Democrazia Cristiana di elaborare, alla luce della sua tradizione ed esperienza, ma senza essere condizionata dal passato, la sua sintesi di giustizia, di confrontarla e farla prevalere in un dibattito politico sempre più vivo ed incalzante e largamente condizionato dalle molteplici ed incoercibili forme nelle quali, nella società civile, accanto alla società politica, idee, aspirazioni e tensioni si manifestano e si fanno valere.
Non possiamo rinunciare al dibattito politico, quello delle grandi idee di sintesi, e non possiamo, non dobbiamo neppure sminuire il dibattito sociale. Il nostro successo di oggi, al quale è legata la prospettiva del permanere della nostra funzione storica, è legato alla capacità di salvaguardare nella sua integralità la problematica sociale del nostro tempo, ma insieme di ricondurla ad un assetto vitale, accettabile ed originale. Vitale perché la sintesi deve essere espressione di una non esaurita varietà e ricchezza della vita sociale; accettabile perché la soluzione da dare ai problemi del Paese dev'essere, nella sua necessaria realizzabilità, democratica e perciò consensuale; originale perché deve riflettere, nei suoi criteri e nelle sue finalità, una intuizione che abbia forza emotiva ed una propria ragione di prevalere. Una soluzione tecnocratica e razionalizzante, in termini di efficienza, è tendenzialmente una soluzione neutra che resta fuori del dibattito politico quale intuizione della storia e fermento vitale di una società democratica.
E' in questa visione d'insieme, la quale nell'esperienza di governo si arricchisce di reciproci contributi d'idee e d esperienze tra le forze democratiche, che si compie il nostro confronto dialettico e polemico con il Partito Comunista. Sono esperienze storiche l'una di fronte all'altra, cariche, nelle molte divergenze e nelle limitate convergenze, ciascuna della propria intuizione del mondo e della propria visione dell'uomo.
La via del progresso economico, sociale e politico passa attraverso il rispetto delle differenze, l'orgoglio che si ha di essere se stessi, la consapevolezza di servire il Paese non con la rinuncia, ma con l'esaltazione e valorizzazione del proprio apporto originale.
Noi siamo dunque con la nostra fisionomia e la nostra funzione, non dimentichi, ma neppure appagati per quello che siamo stati ieri, salvaguardando la nostra radice culturale e morale, ma aperti ad una attiva e libera interpretazione della realtà.
Tutto si colorisce del nuovo e tutto appare problematico, difficile, stimolante. Non siamo fermi in niente. Camminiamo, andiamo avanti, consapevoli di noi e consapevoli delle cose, dei problemi, dei contrasti, delle persone, dei gruppi, delle nazioni che sono intorno a noi e con i quali tutti siamo profondamente immedesimati. Certo bisogna forgiare nuovi strumenti; bisogna eccitare la nostra curiosità; bisogna accrescere la nostra disponibilità; bisogna esaltare la nostra responsabilità; bisogna tradurre in termini nuovi, egualmente appaganti, ma ad un livello infinitamente più alto, quel senso di sicurezza, di giustizia, di libertà, di pace e apertura verso l'avvenire che ha caratterizzato la nostra azione passata, così come i tempi la consentivano e richiedevano e che ha costituito il titolo per il lungo, e non esaurito, assolvimento della nostra funzione nella vita nazionale. E' questa libera traduzione nell'oggi della esperienza, nutrita ieri di dedizione e di passione, che ci può ancora assicurare un titolo preferenziale per il consenso popolare e la guida del Paese. Se questa traduzione nell'oggi della nostra esperienza fosse inadeguata o rinnegatrice, la ragione del consenso ed il titolo della guida passerebbero ad altri, forse non senza drammatiche vicende.
L'originale apporto, il determinante contributo che noi siamo chiamati a dare in una fase così difficile e nuova della vita sociale in Italia e nel mondo, non significa naturalmente diminuita attenzione e rispetto per altre forze, altre idee, altre esperienze. La rivendicazione che abbiamo fatto del dialogo politico, del grande dibattito delle idee nel Governo, nel Parlamento e nel Paese, significa che vogliamo sì essere noi stessi, che vogliamo avere il nostro peso, vogliamo fare la nostra parte, ma non vogliamo, non immaginiamo di essere soli. Questa è la legge della democrazia alla quale siamo fedeli. Ma pensiamo in particolare quanto è grave la responsabilità che ricade sulle forze politiche in un momento come questo. Immaginiamo più acuta l'esigenza per tutti di sostenere, in un grande e libero dibattito, il movimento di ordinamento e di progresso della nostra società. Le posizioni sono naturalmente assai diverse, da quelle che confluiscono in leali intese politiche, per la comune gestione del potere, a quelle che sono di ben caratterizzata e vigorosa opposizione.
Questa è la lotta politica. Ad essa non si richiede d'intorpidirci in inammissibili attenuazioni delle differenze e confusione delle funzioni. Non è in questo modo che si provvede agli interessi del Paese; non è in questo modo che si esprime la comunità di destino del nostro popolo. A tale fine occorre solo che ciascuno faccia la propria parte e che ciascuno, nella dialettica democratica, sia attento e rispettoso dell'altro. E' solo in questo modo che tutto il Paese partecipa alla soluzione dei suoi problemi ed all'assicurazione del suo avvenire. Così noi ascoltiamo la voce dell'opposizione, sapendo di ascoltare la voce del Paese tutto intero. Così, noi pensiamo, l'opposizione può concorrere, pur nella fedeltà alle proprie intuizioni, ragionevolmente proponendo, correggendo, richiamando, rappresentando, alla scelta della giusta strada ed alla corretta evoluzione sociale e politica della Nazione. Senza prepotenza dunque, ma con profonda fede in noi stessi e grande senso di responsabilità affronteremo le rilevanti incognite di questa fase politica e ci sforzeremo di fare diventare realtà di un più alto equilibrio di dignità, di solidarietà e di pace le possibilità di progresso offerte da questo momento di storia.

On. Aldo Moro
Consiglio Nazionale della DC
Roma, 18 gennaio 1969

(fonte: biblioteca Butini)


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