LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

LA STORIAGLI UOMINII CONGRESSILE ELEZIONILE CORRENTI
I DOCUMENTILE IMMAGINITESTIMONIANZEISTITUTO BRANZIRINGRAZIAMENTI

 

IL GOVERNO COLOMBO: INTERVENTO DI EMILIO COLOMBO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 10 agosto 1970)

I contrasti sociali e sindacali del 1968 e 1969, nonché le divisioni politiche all'interno del Partito socialista e la progressiva frammentazione del gruppo maggioritario interno alla DC, portano ad una difficile crisi dei rapporti tra le forze politiche del centro-sinistra. La nuova Segreteria politica della DC (Arnaldo Forlani) ed il nuovo Presidente del Consiglio (Emilio Colombo) frenano la frammentazione politica e salvano la formula governativa del centro-sinistra.
L'on. Emilio Colombo presenta il suo Governo di centro-sinistra il 10 agosto 1970.

* * *

COLOMBO EMILIO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Governo che ho l'onore di presiedere e che ho formato adempiendo il mandato conferitomi dal Capo dello Stato – al quale mi è gradito esprimere il sentimento di deferente omaggio dei colleghi e mio – si presenta al Parlamento in un momento in cui sull'orizzonte internazionale la volontà di mediazione e di collaborazione sembra prevalere su complesse difficoltà obiettive, ed anche su quelle oscure spinte alla radicalizzazione dei conflitti, che sempre pongono in pericolo la razionalità e l'umanità della vita delle nazioni.
Sul conflitto arabo-israeliano si apre una concreta speranza di pace. La Repubblica federale tedesca e l'Unione Sovietica stanno affrontando con spirito di realistica comprensione problemi che coinvolgono gli interessi dell'Europa e del mondo.
Credo che il Governo possa interpretare l'animo di tutto il Parlamento augurandosi che la volontà pacifica continui il suo difficile nobile cammino.
Una delle caratteristiche del nostro tempo è rappresentata dal fatto che i problemi di politica estera che interessano singole nazioni finiscono con l'essere problemi di tutte le nazioni. Il nostro avvenire sarà sempre più comune. Il nostro destino è già indivisibile. L'Italia sa che la pace degli altri, la ricerca sicura della pace di ogni paese è anche la sua ricerca, la sua pace.
Abbiamo avuto ed abbiamo anche noi un ruolo da svolgere in questo complesso quadro internazionale e sappiamo che la nostra stabilità politica ed i risultati che si conseguono sul piano economico e sociale sono condizioni essenziali per garantire piena efficacia e continuità alla nostra azione.
Il tema della stabilità interna ci richiama alle condizioni politiche ed economiche del nostro paese ed a ciò che, rispetto ad esse, vuole essere il Governo che ho l'onore di presiedere e che oggi si presenta al Parlamento per chiedere la fiducia, con sentimento di profondo rispetto per le Assemblee parlamentari e per i loro illustri Presidenti.
Le difficoltà della situazione che sono a tutti presenti, un certo deterioramento, che non si vuoi negare, del quadro politico e dei rapporti fra le forze politiche, la conseguente precarietà degli equilibri faticosamente raggiunti e continuamente rimessi in discussione, potrebbero indurci a presentare la linea e il programma del nuovo Governo in termini estremamente riduttivi, quasi nel segno dell'ordinaria amministrazione, con la preminenza dei problemi economici che si pongono con particolare urgenza.
L'alternativa a questa impostazione, cioè il tentativo di guardare più lontano e più a fondo, può passare per velleitarismo, quasi un far finta di ignorare le crisi ricorrenti che segnano questa quinta legislatura e un far finta di credere che per un evento miracoloso tutto sia andato a posto.
Eppure, senza nessun velleitarismo che evidentemente sarebbe fuor di luogo e si scontrerebbe, del resto, subito con le difficoltà e i limiti oggettivi della situazione, io credo che questa nazione richieda e meriti lo sforzo di delineare e realizzare, con continuità e costanza, un disegno che ne guidi la crescita ordinata, ne incanali la vitalità e l'ansia di progredire, ne assecondi il desiderio di vedere le proprie strutture amministrative e civili all'altezza del posto che l'Italia in pochi anni ha saputo raggiungere tra i grandi paesi industriali.
Sono ambizioni legittime, proprie di una grande nazione democratica, uscita da uno stato di secolare arretratezza, profondamente inserita nel quadro europeo, forte delle sue istituzioni conquistate con la lotta di liberazione e consacrate nella Carta costituzionale.
Sono ambizioni, tuttavia, che per un vuoto di potere ricorrente, per la progressiva confusione di compiti e di funzioni, per una certa abdicazione delle forze politiche a loro compiti istituzionali, sempre più frequentemente si crede di poter realizzare per vie esterne, scavalcando le aedi istituzionali di decisione e di controllo, o premendo su queste nel tentativo di imporre un proprio particolare punto di vista.
Di qui lacerazioni sempre più profonde del tessuto civile del paese, contrasti acuti, tentativi di trovare uno spazio o nella fuga in avanti della contestazione globale o nella pura e semplice difesa organizzata di interessi corporativi, vista come unico mezzo per contare nel processo di formazione delle decisioni. Si disperde, in questo contesto, ogni possibilità di realizzare una sintesi operativa efficace, secondo valori e tempi validi, ogni possibilità di lavorare tenendo fede a linee prefissate.
Certo il paese va avanti: ma non ci può essere indifferente il modo in cui va avanti, non siamo indifferenti rispetto alla sua crescita su ogni piano. Sappiamo che ogni giorno vi sono delle scelte da compiere e che si possono anche eludere per qualche tempo, non all'infinito. E crediamo, soprattutto, che l'esigenza di una guida stabile, di un Governo che realizzi con continuità il suo programma, che non eluda le scelte, non possa non essere condivisa anche dalle opposizioni, nella misura in cui si riconoscano nella Costituzione o siano interessate a che ne venga ripresa ed approfondita la tematica riformatrice e non siano indifferenti ad un logoramento delle istituzioni della Repubblica.
Da qui appunto siamo partiti nel nostro tentativo di ricomporre la crisi, nel nostro tentativo di chiarimento della situazione, per dare alla crisi uno sbocco democratico, rispettoso della volontà dell'elettorato da cui è venuta ancora due mesi fa una chiara indicazione complessiva a favore dei partiti di centro-sinistra, pur non ignorando le diverse accentuazioni che da quel voto ogni componente del centro-sinistra era portato a dedurre.
Questo Governo nasce da una nuova crisi, forse una delle più complesse del centro-sinistra e della politica di solidarietà democratica che lo esprime e lo ispira.
Negli ultimi anni il succedersi di crisi analoghe ha, da un lato, posto in risalto le spinte disarticolanti che tendono ad indebolire il centro-sinistra e, dall'altro, riproposto le ragioni obiettive che spingono i quattro partiti a ritrovarsi e ad unirsi in esso, dopo averlo essi stessi posto in difficoltà.
Questa contraddittorietà di comportamento riflette, in gran parte, la realtà complessa di un paese che in fretta cresce socialmente e politicamente secondo spinte che molte volte si contrappongono e si contraddicono. È naturale che sia così, anche per il carattere di schieramento-cerniera che questa formula assume nel quadro politico parlamentare; allo stesso modo è naturale il bisogno di reagire alle contraddizioni e di ricondurre le diverse forze in gioco, senza privarle della loro vitalità, ad un ordine, ad una azione, ad una continuità proprio perché non si disperdano in esperienze frammentarie ed episodiche.
Il centro-sinistra riflette anche questo bisogno, questa necessità. Questo bisogno, questa necessità sono stati alla base dell'impegno con il quale l'onorevole Mariano Rumor ha presieduto in un momento particolarmente difficile due governi di coalizione ed un monocolore di raccordo. Mi sia consentito di rendere omaggio all'opera da lui compiuta ed esprimergli sentimenti di profonda gratitudine e amicizia.
Il Governo che si presenta oggi alle Camere si colloca dunque nella continuità della politica di centro-sinistra, non solo per la sua composizione quadripartitica, per la presenza cioè delle componenti originarie della formula, ciascuna con le proprie peculiarità, che le rendono complementari e dunque non fungibili con altre; ma si colloca nella continuità con i governi precedenti innanzitutto per la sua rispondenza ai motivi ispiratori di questa politica: una politica di collaborazione democratica, con una sua propria visione delle prospettive di sviluppo civile e sociale del paese, animata da una precisa volontà riformatrice, impegnata a promuovere una vivace dialettica democratica nel Parlamento e nella società. Al tempo stesso questa linea intende garantire un quadro politico generale sufficientemente stabile che metta la nostra Repubblica al riparo da ogni pericolosa avventura e la porti con gradualità, ma con sicura progressione, a nuovi livelli di maturità civile e di progresso economico. Ognuna delle componenti del centro-sinistra, pur nella diversità delle proprie tradizioni e ideologie, si è riconosciuta e si riconosce in questo disegno, che da questa varietà esce arricchito nella misura in cui i partiti sono consapevoli degli obblighi propri di una coalizione, e quindi dei limiti oggettivi che questo rapporto non può non porre alle visioni particolari di ciascuna forza, pena la paralisi delle istituzioni e l'incertezza elevata a sistema.
Non per questo il centro-sinistra vuoi essere – come è stato detto da qualcuno – un «superpartito», una «camicia di Nesso»: ma, nel rispetto della collocazione propria a ciascuna delle sue componenti, deve sempre prevalere la convinzione che alla base del centro-sinistra c'è una visione politica generale che può, se esiste una volontà comune, affrontare e risolvere i problemi del nostro presente. Qui non si vuoi mitizzare una formula, ma prendere atto della sua insostituibilità, dell'assenza di alternative valide. E, dicendo questo, non si vuoi invitare a una più o meno rassegnata accettazione di uno stato di necessità: in realtà proprio la constatata assenza di alternative pone in rilievo, in termini politici generali, il profondo valore di questa alleanza di cui nessuno vuole nascondere i limiti, ma di cui sarebbe un grave errore misconoscerne il ruolo che è chiamata a svolgere, ancora per molto, nel Parlamento e nel paese.
Messi a fuoco, con le approfondite discussioni nel corso della crisi, quei punti su cui ultimamente si erano determinate tendenze centrifughe, chiarite le rispettive posizioni e ricondotte il più possibile ad una visione unitaria dei problemi (e tutto ciò è in qualche misura fisiologico per una coalizione), si è in tal modo rinnovata l'intesa tra DC, PRI, PSI e PSU. Questa rinnovata intesa trova la sua motivazione più immediata nella volontà di dare al paese un Governo che per la sua stabilità, garantita dalla convinta partecipazione e dalla solidarietà di tutti i partiti della coalizione, lo ponga al riparo dal pericolo di logoramento delle sue istituzioni, assicuri l'ordinato svolgimento della vita democratica, dia alle forze sociali organizzate un interlocutore autorevole, consenta di affrontare in modo non episodico e frammentario, ma secondo una visione organica, i problemi contingenti e quelli di lungo respiro, in una sicura prospettiva democratica e di fecondo svolgimento della legislatura. Soltanto un Governo che nasce dalla volontà manifesta di stabilità e di continuità crea la condizione essenziale al superamento delle difficoltà e testimonia l'impegno di assicurare al paese una nuova base di sviluppo economico e civile. Per noi, è appena il caso di sottolinearlo, stabilità non vuoi dire staticità.
Non ci interessa creare una sorta di crosta fredda e inerte sotto la quale si agita un magma incandescente, una società in ebollizione che non riesce a trovare idonei canali di partecipazione e di presenza, che si scontra quotidianamente con strutture paralizzate. In questo modo la frattura tra la comunità nel suo insieme e le strutture che dovrebbero rappresentarla si approfondisce, e viene meno la possibilità di un'efficace direzione che ne interpreti le attese. Sappiamo che una stabilità conseguita al prezzo di non scegliere, di non fare, sarebbe illusoria, radicalizzerebbe ancor più la situazione.
Stabilità, quindi, come condizione e insieme come obiettivo, da raggiungere e consolidare giorno per giorno accrescendo con concreti atti di governo la fiducia e il consenso del cittadino, affrontando i problemi per portare via via a livelli più avanzati le condizioni di vita in ogni campo della collettività nazionale.
I partiti del centro-sinistra, nel momento in cui confermano la loro collaborazione, ribadiscono l'autonomia della maggioranza, contraddistinta dal comune impegno nella difesa intransigente della democrazia, della libertà e della legalità democratica da ogni tentazione eversiva; contraddistinta da un disegno di progresso inteso ad affrontare i problemi più urgenti del paese, dalla consapevolezza delle differenze che distinguono il proprio disegno da quello delle opposizioni in Parlamento e nel paese.
È questo un dato di chiarezza necessario: la confusione non giova a nessuno, maschera le differenze e annulla le responsabilità, sfocia in un assemblearismo inconcludente e diseducativo che avvilisce la nostra concezione della democrazia basata sull'esaltazione del momento del confronto e della differenziazione, e quindi all'opposto di un potere indifferenziato.
Naturalmente la maggioranza, nel momento in cui si mostra capace di superare in sé le divergenze, di precisare e non sfumare i suoi confini e di proiettarsi nel tempo, non solo non ha difficoltà, ma ha interesse a instaurare nel Parlamento una chiara e corretta dialettica con le opposizioni, precisando e delimitando il suo proprio ambito senza dannose e improduttive confusioni e cogliendo solidalmente quanto di valido si esprime attraverso le minoranze.
Ma riteniamo che debba spettare a quelle forze democratiche e popolari che hanno ritenuto di unirsi in una esperienza di governo stabilire i tempi, i modi, i ritmi di una azione che incida anche sul piano delle riforme secondo valori e sensibilità che sono, diversi da quelli di ciascuna delle altre forze presenti nel Parlamento.
Crediamo sia questo il modo più autentico per rispettare e valorizzare il Parlamento, per farne non la stanca cassa di risonanza di dibattiti che si svolgono altrove e di decisioni prese altrove, non uno strumento di improduttiva cogestione, ma il centro reale di un dibattito e di un confronto che contribuiscano a rinnovare e ad accrescere attorno ad esso una più ampia sfera di consensi. Queste Assemblee parlamentari, sotto la guida autorevole dei loro Presidenti, hanno dimostrato di saper lavorare con grande efficacia: su questa capacità di lavoro, su questa dedizione alla cosa pubblica di ogni singolo parlamentare, il Governo fa affidamento per realizzare il proprio programma. Per parte sua, il Governo intende manifestare il suo convinto rispetto per le prerogative del Parlamento in ogni atto della sua vita.
Una coerente e solidale maggioranza parlamentare ha poi una sua rilevanza particolare nel momento in cui si tratta di far procedere con la necessaria tempestività e accortezza quella profonda riforma che è costituita dall'ordinamento regionale, appena agli inizi di un cammino che per essere fecondo deve essere seguito passo passo, secondo un indirizzo che sappia trovare il giusto contemperamento fra le esigenze di autonomia e di effettivo decentramento e quelle di una reale salvaguardia dell'unità dell'ordinamento dello Stato.
Il necessario contemperamento di queste due esigenze impone di evitare dannose contrapposizioni. Il Governo, mentre saluta i nuovi amministratori democraticamente eletti e confida nella loro saggezza e nella loro capacità creativa, sa di dover secondare, promuovere, incoraggiare la fondazione di questi nuovi organismi che rappresentano, nel quadro dell'ordinamento della Repubblica, la più avanzata e democratica istanza autonomistica.
Il Governo è impegnato a realizzare con prontezza gli adempimenti che sono di sua spettanza: le leggi delegate per il trasferimento alle regioni delle funzioni, degli uffici e del personale per le materie previste dall'articolo 117 della Costituzione; le leggi-cornice nelle materie di maggiore rilevanza; la nomina delle commissioni di controllo; la definizione con apposito provvedimento dell'ufficio e delle attribuzioni del commissario di Governo.
Il Governo collaborerà con le regioni per la predisposizione degli statuti. All'attenzione del Governo è anche il problema della modificabilità della legge 10 febbraio 1953, n. 62, da più parti prospettata.
Per quanto riguarda i problemi dell'Alto Adige, il Governo continuerà l'azione di sua competenza per l'attuazione delle misure indicate nel programma approvato dal Parlamento il 4 e 5 dicembre scorso. In armonia con le previsioni di tale programma, il 19 gennaio è stato presentato alla Camera dei deputati il disegno di legge costituzionale per la modifica dello statuto speciale della regione Trentino-Alto Adige. Il Governo coglie questa occasione per chiedere al Parlamento di procedere nell'esame di tale disegno di legge con quella procedura d'urgenza che ha già voluto accordare con ampia adesione dei gruppi parlamentari.
In questo spirito, mentre assicura anche a quelle popolazioni la sua costante attenzione per il loro progresso, il Governo mantiene fermo il suo impegno di presentare nei prossimi mesi altri disegni di legge relativi a misure già previste, per corrispondere ad aspirazioni delle popolazioni altoatesine.
Ritornando al tema generale dell'ordinamento regionale, affinché la nuova articolazione democratica dello Stato avvenga nel quadro dell'unità dell'ordinamento e in una atmosfera di intensa collaborazione, il Governo confida che i partiti della maggioranza sappiano coordinare gli indirizzi che vengono espressi nei nuovi istituti. Per questo obiettivo di fondo è naturale che le forze politiche del centro-sinistra si sentano impegnate, quale che sia il contesto di alleanze in cui si trovino ad operare sul piano locale.
Dopo il voto del 7 giugno, che ha visto le elezioni per la prima volta dei consigli regionali e il rinnovo di gran parte delle amministrazioni provinciali e comunali, si è posto il problema della formazione delle giunte, problema che ha costituito uno degli elementi che più hanno pesato sulla soluzione della crisi. Il problema si pone per noi in modo non meccanico. Non si vuole ignorare la varietà delle situazioni locali e l'esigenza di dare vita ad amministrazioni democraticamente elette. Ma neppure si può sostenere una sorta di «indifferenza» dei partiti di centro-sinistra rispetto a questo problema: l'esigenza che le forze che sono solidali in Parlamento e nel Governo siano solidali ovunque è possibile, anche negli enti locali, ha un suo fondamento reale che non si può misconoscere in un serio discorso sul valore politico delle formule, anche quando queste vengono applicate a realtà amministrative.
La formazione del Governo e la rinnovata collaborazione dei partiti del centro-sinistra costituiscono un elemento di sollecitazione in questa direzione. I partiti che collaborano al Governo hanno confermato le precedenti intese ed in particolare l'impegno di promuovere la partecipazione, senza esclusioni pregiudiziali, di tutte le componenti della maggioranza nelle giunte di centro-sinistra e, nei casi in cui esista l'alternativa tra giunte di sinistra e giunte di centro-sinistra, di dar luogo in prevalenza alla formazione di queste ultime.
E' noto, d'altra parte, che una delle componenti della maggioranza, il partito socialista italiano, ha ritenuto di entrare a far parte, in alcune situazioni locali, di giunte di sinistra. Ebbene, i quattro partiti della maggioranza hanno concordemente affermato che queste soluzioni non assumono rilevanza politica generale, giacché resta fermo il giudizio di inconciliabilità, per ragioni ideologiche e politiche, con il partito comunista, la cui posizione, in particolare sui temi dell'autonomia e della democrazia, segna una linea di demarcazione con i partiti della coalizione (Commenti all'estrema sinistra).
Con sempre maggiore frequenza la comunità nazionale ha dovuto registrare, da qualche tempo a questa parte, dolorosi episodi di violenza, che hanno turbato profondamente la coscienza di ognuno. Su questo tema così delicato il Governo vuole dire una parola ferma e insieme una parola di pacificazione degli animi. La democrazia italiana è come stretta dalla realtà delle trasformazioni che essa stessa ha in gran parte suscitato: trasformazioni, anche di costume, di mentalità, in gran parte positive, che certo vanno guidate e dominate.
Sappiamo, d'altra parte, quante ingiustizie, quali abbandoni, quante insoddisfazioni e frustrazioni antiche e nuove stiano sotto certe esplosioni di furore apparentemente senza spiegazioni. Profonda è anche la nostra convinzione che ciò che nasce ed esplode violentemente e quasi improvvisamente, in un clima di libertà, possa in breve tempo maturare nell'ordine.
Questa è la nostra fiducia. Ogni fiducia ha il suo rischio, e quello della democrazia è grande, perché la sua fiducia riposa sulla libertà. La libertà è sempre minacciata, anche da se stessa. Un'istintiva diffidenza nei riguardi del potere e della forza la insidia. C'è molta nobiltà in questa diffidenza, ma anche tanta fragilità. C'è l'origine di molti abbagli. Lo spirito che anima la democrazia non è quello che disciplina una fortezza: ma quante volte la democrazia ha perduto se stessa per non aver saputo, per non aver voluto essere forte! Non è la forza della libertà a generare l'autoritarismo, ma certamente la sua debolezza. Nello stesso tempo non è certamente un ordine imposto con strutture intimamente autoritarie, pur nel rispetto delle libertà formali, che salva la democrazia.
Non abbiamo altro avvenire che una libertà capace di difendersi. E per unire la forza e la libertà il mezzo più sicuro è ancora quello di partire dalla libertà, perché è più facile dare forza alla libertà che rendere liberale la forza. Noi vogliamo partire appunto da qui, senza tremori e paure. Vorremmo che la comunità nazionale si liberasse da questa cappa di sfiducia e di insofferenza, di violenza gratuita. Vorremmo che si riuscisse gradualmente a ricostituire un clima di civile convivenza, vorremmo che si imparasse da parte di tutti ad usare di questa libertà riconquistata a prezzo di tante sofferenze, or sono 25 anni, liberandoci da un regime autoritario che era proprio nato dal disordine.
Certo, è innanzi tutto un problema di clima generale: e il Governo intende fare quanto è suo dovere per instaurare questo clima, da un lato prevenendo esplosioni di insofferenza e di protesta, attuando in definitiva il suo programma, dall'altro dando la sensazione dell'esistenza di un potere legittimo che sa e vuole servirsi degli strumenti legittimi a sua disposizione.
Dobbiamo abituarci a distinguere, come è giusto in una democrazia moderna, in un paese industrialmente avanzato, ciò che è fisiologico da ciò che è patologico. Non si può vedere in ogni manifestazione un fatto eversivo, ma non si può vedere neppure in ogni intervento dell'autorità un fatto repressivo.
Dobbiamo uscire da questi automatismi che tolgono ogni spazio a un confronto sereno, che radicalizzano i comportamenti, che avvelenano i rapporti, che sfociano inevitabilmente nello scontro.
Siamo arrivati, su questo piano, ad un punto critico: occorre tornare indietro, dobbiamo tornare indietro. E tornare indietro significa anzitutto isolare i violenti, i provocatori e i facinorosi, il teppismo che strumentalizza le manifestazioni popolari coinvolgendole poi in un ingiusto giudizio di condanna e prende pretesto magari da contese di sapore municipalistico per scatenarsi in una violenza fine a se stessa.
La violenza chiama violenza, gli estremismi si alimentano a vicenda. In questo clima si finisce per ridare spazio a forze e movimenti già condannati dalla storia, si offrono alibi a disegni autoritari, viene meno ogni possibilità di crescita ordinata, di maturazione costante. Noi non vogliamo questo: e perciò intendiamo tutelare la legalità democratica senza esitazioni.
Il Governo che ho l'onore di presiedere si presenta al Parlamento con un particolare impegno sul piano economico. Anzi, esso nasce dalla convinzione che la costituzione di un Governo di coalizione, con una solida base parlamentare e con le caratteristiche della stabilità e della immediata capacità realizzatrice, è elemento essenziale per assicurare il superamento del delicato momento economico.
Le forze politiche che compongono il Governo sono consapevoli che anche i provvedimenti tecnicamente più elaborati e più congeniali alle nostre condizioni presenti avrebbero una efficacia limitata qualora il paese non percepisse la certezza e la stabilità del quadro politico in cui è chiamato ad operare.
L'economia italiana attraversa una fase delicata, gravida di problemi; impone quindi l'assunzione di grandi responsabilità. La situazione economica non è compromessa, ma potrebbe esserlo se il Governo non fosse in grado di intervenire con prontezza, se le forze politiche, tutte le forze sociali non divenissero consapevoli ciascuna delle proprie responsabilità.
Poiché quando si parla di misure da adottarsi la mente di taluni corre a misure monetarie nel senso della svalutazione, desidero confermare quanto già detto in altra veste e in sede internazionale: che nel nostro caso, proprio perché la concorrenzialità della nostra posizione sui mercati internazionali non è compromessa, una tale decisione sarebbe un grave errore economico che accrescerebbe i nostri squilibri; non potrebbe infatti costituire stimolo per le esportazioni, dato che queste ristagnano per insufficienza di produzione, e sarebbe la più iniqua delle imposte, a carico in primo luogo dei consumatori, e poi delle imprese, per i maggiori costi dei prodotti acquistati all'estero.
La via non è dunque questa. Occorre agire sul terreno economico, provocando un accostamento tra il volume della domanda interna e il volume della offerta, ed evitare che, in attesa di un aumento della produzione interna, il circuito si chiuda con una riduzione degli investimenti.
Ad una incisiva distribuzione di reddito avvenuta negli ultimi due anni in favore dei dipendenti del settore pubblico e del settore privato in servizio e in quiescenza, non ha fatto riscontro l'atteso aumento della produzione. Prima conseguenza di tale situazione è che non siamo in grado di fronteggiare in maggiore misura con la nostra produzione la domanda interna e dobbiamo perciò importare di più, né possiamo corrispondere con i nostri prodotti alla domanda estera, che pure rimane intensa, conservando tuttora i nostri prodotti la loro concorrenzialità.
Ciò provoca tensioni nei nostri conti con l'estero, particolarmente nelle partite correnti, proprio nella fase in cui i controlli introdotti dalle autorità monetarie all'esportazione non autorizzata di capitali hanno più che dimezzato questo fenomeno e quindi ricondotto ad un maggior equilibrio la parte della bilancia dei pagamenti relativa al movimento dei capitali.
Inoltre si originano tensioni nei prezzi in aggiunta a quelle di derivazione internazionale: e perciò aumento del costo della vita e conseguentemente aumento dei costi di produzione a causa dei frequenti scatti della contingenza. La ricerca dell'equilibrio va fatta seguendo contemporaneamente più vie. Anzitutto dal lato della domanda: occorrono opportuni e urgenti interventi capaci di spostare risorse dall'area dei consumi privati all'area dei consumi pubblici e della produzione, affinché si possa conseguire il necessario incremento degli investimenti produttivi.
E' una via, questa, che impone dei sacrifici; ma consentirà di contrastare la mentalità inflazionistica, di difendere il potere di acquisto delle retribuzioni, di accrescere il volume globale dell'occupazione, di portare avanti il faticoso processo di riequilibrio fra zone avanzate e zone sottosviluppate, tra agricoltura e altri settori produttivi. È una via, questa, che garantirà lo sviluppo ulteriore dell'industria italiana e assicurerà mezzi di finanziamento specialmente alle medie e piccole industrie.
Il Governo interverrà con un complesso di misure, alcune delle quali di carattere fiscale, e con provvedimenti di urgenza che non dovranno colpire i consumi popolari né incidere sul costo di produzione delle imprese per evitare di deteriorarne la competitività internazionale. Dovrà trattarsi di misure il più possibile selettive. Ma se, come appare evidente, il problema che abbiamo dinanzi è quello di ridurre il vuoto monetario, è necessario che non si adottino provvedimenti o scelte di politica economica capaci di aggravare ulteriormente lo squilibrio in atto.
L'esempio deve essere fornito dal settore pubblico, anzitutto non accrescendo la spesa corrente; coprendo, attraverso la dilatazione delle entrate, i suoi deficit; riordinando i suoi programmi di spesa; spostando nel tempo le spese in conto capitale non immediatamente produttive di più alti redditi né capaci di far aumentare in breve termine il volume della offerta. E in tal senso una prima testimonianza vuol essere il bilancio dello Stato del 31 luglio scorso, che si chiude con un deficit non eccedente quello dell'anno precedente: il che, in una fase di prezzi crescenti, significa in sostanza una riduzione del deficit.
Nella predisposizione di un piano pluriennale di risanamento delle gestioni pubbliche che deve riconsiderare il programma di spese già stanziate e non utilizzate, occorre tener conto anche di quegli importanti centri di spesa dotati di larga autonomia - tra i quali le aziende autonome, gli enti territoriali locali, gli enti previdenziali - i quali scaricano sulle autorità monetarie i deficit delle loro gestioni, ponendo problemi di non facile soluzione ed impegnando risorse che vengono così sottratte al finanziamento del processo produttivo.
Il Governo si impegna a presentare in Parlamento, così come è suggerito dall'onorevole La Malfa, un «libro bianco» sulla spesa pubblica al fine di valutare la compatibilità di questa con le risorse del paese; mentre è necessario che venga tenuto presente tale rapporto di compatibilità, è anche indispensabile garantire che il livello di spese pubbliche riconosciuto compatibile si traduca in realtà, anche per quel che attiene alla distribuzione settoriale della spesa.
Sarà in proposito prontamente realizzata la costituzione di una commissione mista tra i Ministeri del tesoro e del bilancio, la quale provveda, a scadenza periodica, a informare i due ministri e, per loro tramite, il Comitato della programmazione dello stato di avanzamento della spesa della pubblica amministrazione e delle previsioni circa la sua evoluzione.
La ricerca dell'equilibrio tra volume della domanda e volume dell'offerta implica inoltre che si agisca anche dal lato dell'offerta. Per rendere possibile il raggiungimento di questo obiettivo occorre alimentare un adeguato flusso di investimenti particolarmente in quei settori nei quali la capacità produttiva può considerarsi pressoché integralmente impiegata, nei settori che appartengono alla tecnologia avanzata, nelle piccole e medie industrie, che risentono particolarmente le conseguenze delle ridotte disponibilità finanziarie.
Quanto all'insediamento di nuovi impianti industriali, il Governo continuerà con perseveranza a sollecitarne la localizzazione nel Mezzogiorno e nelle altre zone depresse del paese.
Una politica di investimenti è strettamente legata alla possibilità di svolgere una politica del risparmio, tenendo tra l'altro conto che non è indifferente per le imprese realizzare investimenti con il solo capitale che viene dal credito. Occorre che le imprese possano disporre più ampiamente che in questi ultimi anni di capitali di rischio.
Il Governo ripropone perciò al Parlamento la sollecita approvazione dei due disegni di legge concernenti le agevolazioni fiscali agli aumenti di capitale di società quotate in borsa e la istituzione in Italia dei fondi comuni di investimento. Inoltre, il Governo si propone di sollecitare la ripresa degli investimenti prorogando agevolazioni fiscali particolarmente incisive che scadrebbero nei prossimi mesi.
E' superfluo aggiungere che il risparmio presuppone il risparmiatore e questo, a sua volta, la fiducia nella stabilità della moneta. Lo Stato moderno non ispira la propria condotta alla massima attribuita da Dickens al signor Micawber: a chi guadagna 20 sterline e ne spende 19, prosperità; a chi guadagna 20 sterline e ne spende 21, miseria. Lo Stato moderno solitamente segue il comportamento indicato nella seconda metà della massima; ma ciò è possibile in quanto un certo numero di cittadini segua quello indicato nella prima metà di essa e lo Stato spenda bene i soldi che spende. Oppure lo Stato ricorre all'inganno della moltiplicazione dei segni monetari, i quali diventano «spettri di carta», fantasmi stampati ai quali corrisponde un valore fraudolento. La vita economica diventa così il luogo delle illusioni, dove i mistificatori assumono il comando.
Se vogliamo impedire che ciò accada, dobbiamo accettare le limitazioni poste dalla nostra capacità di produrre il reddito. Vi riusciremo certamente se avremo la forza di carattere necessaria per graduare le nostre aspirazioni secondo un ordine coerente con la nostra capacità di soddisfarle. Il problema è innanzitutto di ordine morale.
La ricerca dell'equilibrio fra domanda e offerta non potrà ottenersi soltanto attraverso la definizione e l'applicazione delle politiche che si son fin qui descritte. Occorre poter contare, con il prossimo settembre, su una forte ripresa produttiva assicurata dalla continuità del lavoro oltre che dall'afflusso di mezzi finanziari alle imprese. È nell'interesse dei lavoratori e degli imprenditori ricercare un clima sociale nelle fabbriche che dia luogo ad una intensificazione della produzione, nella consapevolezza che ogni alternativa a questo obiettivo danneggerebbe l'espansione e la reale tutela del potere di acquisto dei lavoratori.
Gioverà a questo fine da un lato la puntuale applicazione dei contratti che sono stati via via siglati, dall'altro la consapevolezza che ulteriori aumenti dei costi di produzione, oltre quelli già previsti, rischierebbero di mettere l'industria italiana fuori mercato.
Il Governo, dal canto suo, sa di potere e dover fare qualcosa per contribuire alla ripresa produttiva; e chiede a questo fine la collaborazione dei sindacati. Si introduce qui il discorso sul rapporto che intercorre fra l'azione congiunturale e l'azione riformatrice, essendo la seconda (cioè l'azione riformatrice), soprattutto per alcune particolari riforme, un risvolto della prima (cioè dell'azione congiunturale). Sappiamo cioè che vi è una connessione fra la continuità di lavoro nelle fabbriche, l'instaurarsi di un clima di collaborazione e la capacità dello Stato di rispondere concretamente ed in tempi prestabiliti alla domanda di consumi sociali, che così incisivamente emerge dal paese, in settori nei quali è necessaria l'adozione di precisi impegni e l'inizio di concreti programmi attuati in correlazione con la disponibilità delle risorse. Questi settori sono in particolare la sanità, l'edilizia, i trasporti pubblici.
Per quanto attiene al settore della casa, la ripresa dell'attività edilizia promossa e sostenuta dall'intervento pubblico è, fra l'altro, un'azione congiunturale necessaria e urgente se si vuol evitare una grave recessione nel settore delle costruzioni. Occorre pertanto predisporre un nuovo assetto delle norme concernenti gli indennizzi per l'acquisizione dei suoli di pubblica utilità, nonché di quelle relative alle procedure. Obiettivo di tali norme è l'acquisizione delle aree a prezzi tali da non addossare alla collettività il gravame della rendita edilizia.
Il rilancio e il finanziamento della legge n. 167, una più intensa presenza dell'impegno pubblico nel settore delle abitazioni, l'ammodernamento e lo svolgimento delle procedure operative, facendo ampio ricorso, ove necessario, alle possibilità di intervento delle imprese a partecipazione statale, la proroga delle disposizioni transitorie in materia di locazioni di immobili urbani e le agevolazioni fiscali sono altrettanti aspetti di una politica della casa che deve trovare una sua sollecita attuazione.
Per quanto attiene all'assistenza sanitaria, si pongono ad un tempo i problemi della sua razionalizzazione e della sua estensione. Le misure per il ripianamento del deficit degli enti mutualistici, che è pesante e grave, non possono andare disgiunte da misure relative alla riduzione dei costi delle prestazioni sanitarie, eliminando gli sprechi e migliorando la qualità delle prestazioni. Si pone qui il tema del servizio sanitario nazionale, della sua organizzazione e del suo finanziamento.
Nel settore dei trasporti pubblici l'impegno prioritario riguarda l'adozione di un programma di trasporti metropolitani, sotterranei o in superficie, che dovrà risolvere in un congruo numero di anni il grave problema della concentrazione nelle grandi aree urbane e dei movimenti pendolari (Commenti all'estrema sinistra), realizzando un programma di spostamenti rapidi ed efficienti, opportunamente collegati con la rete ferroviaria nazionale. Tale programma dovrà essere realizzato, con contributo dello Stato, da società o imprese a prevalente capitale pubblico.
A queste riforme, particolarmente interessanti la vita dei lavoratori italiani, che sono proposte dai sindacati ma che erano già nella linea e nel programma del precedente Ministero, il nuovo Governo intende dare attuazione assumendo concreti impegni sulle priorità e sui loro tempi di realizzazione.
Su tali argomenti il discorso è aperto con le organizzazioni sindacali, il cui contributo di collaborazione il Governo sollecita e con cui intende proseguire il dialogo nel quadro di una rigorosa ripresa della politica di piano.
La forza crescente del sindacato, il suo passaggio dalle rivendicazioni di carattere contrattuale a quelle di ordine generale, la spinta ad una unità che si realizzi in un'autentica autonomia sono tutti elementi di per sé positivi. In essi vediamo il segno tangibile della crescita della nostra società, di un'Italia più ricca economicamente e più matura politicamente. In questi elementi vediamo la possibilità di un ulteriore consolidamento delle istituzioni e del tessuto democratico; in questi elementi individuiamo, infine, la possibilità di rendere effettivo un disegno di programmazione e di sviluppo del paese, giacché se il sindacato pone obiettivi generali non può non entrare nella logica di un disegno che per realizzarsi richiede un quadro coerente di comportamenti, di rispetto di alcune condizioni, l'assunzione di impegni precisi. Gli incontri con i sindacati che il Governo riprenderà sollecitamente avranno un contenuto concreto e non vorranno essere solo un confronto, ma anche la ricerca di un avvicinamento dei punti di vista sulle riforme proposte.
Quella che non vorremmo è una trasposizione meccanica di un metodo e di una mentalità contrattualistici, che fanno dell'esecutivo la controparte, più che l'interlocutore. Il Governo non è l'ottocentesco comitato di affari della borghesia, né il gendarme eretto a difesa del sistema neocapitalistico di per sé poco propenso ad andare al di là di una semplice redistribuzione dei redditi fra le classi, mentre il problema è anche di dare una risposta precisa alla giusta esigenza dei lavoratori di contare sempre di più nelle scelte di fondo. Al contrario, il Governo - espressione di forze democratiche e popolari - è impegnato a lavorare secondo una linea complessiva che non è certo antagonistica rispetto agli obiettivi del mondo del lavoro. Ma il Governo è anche il centro in cui si opera una necessaria sintesi politica tra le molte richieste ed esigenze, secondo una visione globale che risponde del resto al suo ruolo istituzionale di direzione del paese, con atti che il Parlamento è poi chiamato a valutare, a perfezionare, ad arricchire.
Se il Governo abdicasse al suo ruolo e vi abdicassero anche le forze politiche, allora sì che il rapporto con i sindacati assumerebbe quasi inconsapevolmente il carattere di un mutamento sostanziale del nostro regime politico.
Il Governo ritiene inoltre necessaria ed urgente la modifica della legge sul CNEL, un organo la cui attività, che tende ad esprimere razionali punti di incontro su temi specifici tra le forze del lavoro e della produzione, deve essere ancora più valorizzata. Tale modifica potrà basarsi sulle proposte di massima avanzate da più parti, anche dai sindacati, tendenti a dare maggiore rappresentanza al mondo del lavoro e della produzione, e sulla fissazione di norme e forme per una utilizzazione sistematica di questo corpo rappresentativo da parte del Parlamento, del Governo e delle regioni.
Dinanzi al Parlamento trovasi il disegno di legge per la riforma tributaria. Esso è già in fase di avanzata definizione. Il Governo intende sollecitarne l'approvazione.
Una vigorosa ripresa dell'azione pubblica, un rapporto più vitale e proficuo fra il cittadino e lo Stato presuppongono che sia portato a termine il riordinamento della pubblica amministrazione. Lo strumento per addivenirvi è la delega legislativa che si trova in discussione alla Camera. Il Governo si permette di chiedere al Parlamento, e in particolare alla Camera dei deputati e al suo illustre Presidente, di consentire il completamento dell'esame e l'approvazione della legge alla ripresa dei lavori, dopo le vacanze estive. Dal canto suo, il Governo intende emanare con la massima rapidità consentita le norme delegate.
Il Governo sa quale patrimonio di competenza, di esperienza, di dedizione allo Stato vi è nell'amministrazione statale, e si attende da essa la più larga collaborazione. Il Governo intende esprimere segnatamente la riconoscenza del paese a quanti servono lo Stato in condizioni più difficili e assolvendo a mansioni più delicate. Fra questi, un particolare riconoscimento voglio qui rivolgere alla forza pubblica per l'abnegazione con cui quotidianamente svolge i suoi compiti impegnativi.
La politica del Mezzogiorno è centrale nella strategia dello sviluppo nazionale. Il Governo proseguirà nell'azione diretta ad incrementare tangibilmente gli investimenti pubblici e privati, a fini produttivi, nel Mezzogiorno.
E' ormai generale il convincimento della convenienza economica, oltreché dell'utilità sociale, che il capitale e le capacità imprenditoriali si spostino là dove c'è il lavoro.
L'applicazione della contrattazione programmata ha già prodotto tangibili segni. L'azione delle aziende a partecipazione statale ha dato e darà il suo insostituibile apporto.
La creazione di un unico centro di direzione della politica economica da realizzare con l'assorbimento nel CIPE dei vari comitati di ministri e in particolare l'assorbimento del Comitato per il mezzogiorno e per le zone depresse può essere un utile strumento per interventi organici.
Per quanto riguarda la nuova legge per l'intervento straordinario nel sud, essa tenderà soprattutto a ricondurre l'azione della Cassa, previo accordo con le regioni, ai settori che possiamo definire strategici del Mezzogiorno, lasciando all'amministrazione ordinaria e alle regioni gli interventi negli altri settori. Devo aggiungere che con tale legge si provvederà anche a prolungare nel tempo la fiscalizzazione degli oneri sociali.
Anche per le aree depresse del centro-nord verrà presentato un nuovo provvedimento, articolato secondo la nuova realtà regionale e tendente a favorire le zone realmente più depresse.
Vorrei qui dire per inciso – perché non si ravvisi contraddizione con quanto ho detto in precedenza – che per tutti questi impegni che importano spese sono già stati previsti adeguati stanziamenti nel bilancio che è stato presentato al Parlamento il 31 luglio scorso.
Le linee di azione del Governo per l'agricoltura trovano due naturali punti di riferimento nel piano e nella politica agricola comunitaria, entrambi aventi l 'obiettivo di far conseguire al settore adeguati livelli di produttività in rapporto alle altre attività produttive e alle differenti realtà territoriali.
E' evidente che una più moderna ed efficiente organizzazione del settore agricolo sarà in grado di accrescerne e meglio qualificarne l'apporto alla formazione del reddito nazionale. Le regioni assumeranno precise responsabilità in materia agricola: e ciò impone al Governo di predisporre da un canto la naturale cornice della legislazione regionale e dall'altro di adottare e rendere operanti i provvedimenti che il settore richiede.
Ricorderò al riguardo:
1) la legge per i territori montani, resa più urgente anche nel più vasto quadro della difesa del suolo, alla quale occorrerà, appena possibile, provvedere con specifici interventi;
2) il nuovo provvedimento da adottare alla scadenza del secondo «piano verde», che attraverso scelte selettive sia in grado di recare un ulteriore impulso alle attività agricole, sempre più impegnate in uno sforzo di adeguamento alla realtà dell'agricoltura europea;
3) il rinnovo della legge per lo sviluppo della proprietà coltivatrice, che contribuisca ad accrescere e potenziare le imprese familiari;
4) il rifinanziamento degli enti di sviluppo;
5) la ristrutturazione dell'AIMA, assicurandole soprattutto i mezzi finanziari sufficienti e modificandone l'attuale meccanismo di provvista dei fondi;
6) l'aumento degli assegni familiari ai coltivatori diretti.
Sono inoltre presenti all'attenzione del Governo i problemi che riguardano l'artigianato e il commercio per quanto attiene alla riforma della legislazione, al potenziamento produttivo, al miglioramento dei meccanismi creditizi.
Tutto quanto attiene allo sviluppo economico del paese va ricondotto in una vigorosa e coerente ripresa della politica di piano. Questa deve trovare il suo impulso in un comitato della programmazione costituito da un numero ristretto di ministri e nella normalizzazione degli organi della programmazione. Il CIPE non ha potuto finora assolvere al suo compito di emanare le direttive per il programma economico nazionale 1971-75 anche per la necessità di procedere alla elaborazione del secondo programma economico nazionale consultando i nuovi organi regionali. Per queste ragioni l'emanazione delle direttive del secondo piano subirà qualche ritardo.
E' nel quadro di un'azione di governo diretta a garantire ed espandere il sistema di libertà che vanno visti, a mio giudizio, i problemi di una scuola moderna, centro di cultura, di orientamento e di partecipazione.
Non credo sia necessario sottolineare la centralità del problema scolastico nell'ambito del nostro impegno di governo. Mi limiterò pertanto ad indicare alcuni punti che in parte ribadiamo e in parte specifichiamo:
1) il Governo fa suo l'impegno assunto dal precedente Governo circa la presentazione del disegno di legge di delega sullo stato giuridico degli insegnanti, che avverrà al più presto, essendo ormai predisposto;
2) per la legge universitaria, mentre si pone il problema della sua definitiva approvazione, occorrerà anche coordinare il suo maggior costo con le reali nostre possibilità, effettuando uno scorrimento delle scadenze originariamente previste;
3) confermiamo inoltre l 'impegno, già assunto dal Governo Rumor, di realizzare la riforma dell'istruzione secondaria superiore. È in atto una consultazione dei sindacati e delle associazioni interessate: le indicazioni che ne discenderanno saranno poste a base dei relativi provvedimenti, che il Governo ritiene possano essere predisposti entro quest'anno;
4) circa il nuovo piano quinquennale il Governo desidera ribadire, anche con tale strumento, la sua linea politica, che è quella di tendere a realizzare gradualmente ma pienamente il diritto allo studio. Perciò gli obiettivi saranno la diffusione della scuola materna, la realizzazione di adeguate strutture di aggiornamento del personale docente, la gratuità di taluni servizi e, in definitiva, una riforma coraggiosa delle nostre strutture scolastiche.
Vi sono altri temi tutti importanti e tutti essenziali per una società che vuole crescere e progredire: un serio impulso alla ricerca scientifica e tecnologica, anche attraverso il riordinamento degli enti ed istituti che operano in questo campo; la tutela e la valorizzazione dei beni culturali; la salvaguardia del suolo e dell'ambiente naturale, con particolare riferimento al problema così urgente e sentito della lotta contro gli inquinamenti idrico ed atmosferico.
Come pure si richiama l'attenzione del Parlamento sulla volontà del Governo di portare avanti l'opera già intrapresa di rinnovamento organico dei codici: quello penale, quello di procedura penale, il codice di procedura civile con particolare riferimento alle controversie in materia di lavoro, il diritto di famiglia; sulla necessità di assicurare ai cittadini una giustizia sollecita e garantita da chiare norme che tutelino ad un tempo la libertà e la dignità della persona umana e gli interessi di una civile convivenza; sull' esigenza di una politica per la gioventù e di interventi per l'editoria giornalistica diretti a garantire la libertà di stampa, bene prezioso per la vita democratica. Per questi ed altri temi, ai quali non avessi fatto specifici accenni, faccio mie le impostazioni programmatiche del terzo Governo Rumor approvate di recente dal Parlamento.
E' mio dovere avvertire che ciascuno di questi obiettivi - soprattutto quelli che importano oneri - vanno graduati nel tempo in relazione alle disponibilità di risorse e ad un esame realistico delle capacità di intervento della pubblica amministrazione.
L'Italia è animata da una volontà di pace, di progresso e di collaborazione con gli altri popoli, con tutti gli altri popoli senza alcuna discriminazione. Sente di poter esplicare questa volontà in un continuo e fruttuoso intensificarsi dei rapporti, sia sul piano puramente politico, sia su quello economico, commerciale e di assistenza tecnica. La sua statura nei rami della cultura e della scienza, da quelli tradizionali a quelli più attuali, le dà inoltre la responsabilità di essere presente, con una sua originalità, proprio là dove il dialogo fra gli uomini e i popoli per il progresso della civiltà è più intenso.
La rinnovata solidarietà tra i partiti di centro-sinistra ci offre ora, credo, la possibilità di proseguire, e se possibile potenziare questa linea.

MANCO. E' d'accordo anche conia Libia, signor Presidente?

COLOMBO EMILIO, Presidente del Consiglio dei ministri. Adesso mi occuperò di questo argomento, onorevole Manco, sperando che ella abbia la pazienza di farmi esaminare tutti gli altri argomenti (Interruzione del deputato Covelli).
Fondamento indispensabile della nostra politica estera è la tutela della sicurezza del paese. Di essa, le nostre forze armate costituiscono il nobile simbolo e la garanzia (Interruzione del deputato Cuttitta). Alle forze armate, espressione genuina del nostro popolo, di cui riflettono il moto in avanti nell'impegno di raggiungere una sempre più elevata preparazione civica e tecnica, va l'espressione del nostro apprezzamento e rispetto.
Guardiamo al quadro nel quale l'Italia è chiamata ad operare. Accanto alle vaste possibilità del nostro paese che si esplicano sul piano bilaterale, vi è il suo collocamento nel sistema internazionale, caratterizzato, in sintesi, dalla sua appartenenza all'ONU, all'alleanza atlantica e alla Comunità europea.
E' appena il caso di ribadire l'importanza della funzione che le Nazioni Unite svolgono quale supremo presidio dei principi che dovrebbero regolare la comunità internazionale, quale garanzia per i diritti e la dignità di tutti i paesi, grandi e minori, quale foro di discussione e di incontro per tutti i popoli.
Un avvenire migliore per l'umanità non è una chimera. Le Nazioni Unite devono essere poste in grado di affermare la loro autorità ed il loro prestigio, e di contribuire ad instaurare quel clima di fiducia reciproca che è la premessa per il componimento di tensioni e conflitti e per una ritrovata intesa tra tutti i popoli. In questa visione, il rafforzamento delle Nazioni Unite e l'universalizzazione dell'organizzazione rispondono ad un interesse generale che coincide anche con gli interessi di un paese come il nostro.
L'alleanza atlantica - nessuno obiettivamente può negarlo - si è confermata anche in occasione delle crisi più recenti uno strumento essenziale per la tutela della pace nel nostro continente. Ad essa intendiamo rimanere fedeli, così come ai particolari rapporti di collaborazione e di amicizia che ci legano agli Stati Uniti, attenendoci agli impegni che, con il suo carattere istituzionalmente difensivo e geograficamente delimitato, l'alleanza comporta.
A proposito del superiore obiettivo di pace e di unificazione in Europa, che ha guidato una parte significativa - credo di poter dire - della nostra generazione, si sente a questo punto del cammino la necessità di rinnovare il nostro linguaggio, di rifiutare le formule che prima esprimevano una realtà ed aiutavano a comprenderla, ma che oggi, com'è normale, se ne sono allontanate.
La visione che noi perseguiamo è quella di una Europa che nel contesto atlantico non perda la sua identità, che affermi tra l'altro con fermezza come rigorosamente discriminanti, per ogni partecipazione a qualsiasi forma di sviluppo politico, i valori democratici, e voglia essere una forza di equilibrio e di pace.
Questa Europa ci appare come la risposta giusta a tutta quella gamma di problemi che sono venuti emergendo negli ultimi tempi. È una visione che ci sembra capace di portare il continente fuori del suo attuale stato di crisi, di rimarginare le sue lacerazioni, di riscoprire un suo autonomo ruolo e di elaborare un modello originale di sviluppo civile e politico, di garantire la sicurezza a tutti i suoi membri.
Solo una coerente ed urgente rimeditazione di questi temi di fondo, di cui la nostra generazione ha la precisa responsabilità, che sia 'd'impulso a decisioni ponderate, ma coraggiose, può far sì – dobbiamo avere la franchezza di riconoscerlo – che la grande idea dell'unità dell'Europa, cioè di una ritrovata dignità e autonomia per i nostri paesi, non si perda nella sabbia e sopravviva al rischio di risorgenti, seppur velleitari, nazionalismi. Il rilancio, per riuscire, deve appartenere soprattutto ai giovani, riflettendone speranze e problemi, aspirazioni e ricerche, cioè il modo d i essere e di pensare.
Ma proprio la sempre rinviata creazione di un'Europa veramente unita, di una Europa cioè capace di dare un senso superiore al lavoro e agli sforzi dei popoli che la compongono, non poteva non provocare nei giovani, come è accaduto, un forte contraccolpo psicologico e morale.
Alla visione centrale cui ho accennato, a queste urgenti esigenze, occorre costantemente rapportare i progressi concreti e graduali che è possibile compiere. Sono finalmente aperti i negoziati per l'allargamento della comunità economica alla Gran Bretagna e a Danimarca, Irlanda e Norvegia. A nostra ferma intenzione di contribuire ad un loro rapido e felice svolgimento, mediante una attenta ricerca di soluzioni eque per i singoli problemi e inoltre sempre affermando la preminenza, nell'interesse sia dei paesi membri sia di quelli candidati, dell'obiettivo globale di chiara portata politica da raggiungere con l'adesione.
Anche il cosiddetto processo di consolidamento della Comunità, cui ha dato luogo l'intesa raggiunta al «vertice» dell'Aja, offrirà nei prossimi mesi vasto campo al dispiegarsi dei nostri sforzi.
Ampliata attraverso il negoziato di adesione, la Comunità dovrà avere l'immaginazione e la perseveranza per impostare e risolvere i problemi che pongono la sua esistenza e le sue stesse dimensioni. La nuova e dinamica Commissione, sotto la guida del presidente Malfatti, potrà dare a ciò un contributo essenziale.
Il progresso verso l'unione economica e monetaria presuppone il supporto di una organizzazione politica ed una progressiva convergenza degli obiettivi economici a medio termine e delle loro priorità, nonché delle politiche economiche messe in atto per raggiungere gli obiettivi stessi. Negli ultimi incontri comunitari abbiamo messo l'accento sulla necessità di un parallelismo fra i progressi da realizzare nel campo economico e quelli da realizzare nel campo monetario.
La nostra azione sarà intesa a ridare nuovo slancio ai motivi ispiratori del trattato di Roma, il quale si era proposto, tra l'altro, di rafforzare l'unità delle nostre economie e di assicurarne lo sviluppo armonioso riducendo le disparità tra le differenti regioni e il ritardo di quelle meno favorite. Non mancano prese di posizione recenti della Commissione indirizzate all'eliminazione delle disparità strutturali, sociali e regionali tra gli Stati membri.
In questo contesto, si dovrebbe tendere ad un'azione coordinata delle istituzioni finanziarie della Comunità – il Fondo sociale europeo, il FEOGA e la Banca europea per gli investimenti – su obiettivi precisi che rivestono particolare importanza in relazione all'esigenza comunitaria di mantenere un alto livello di occupazione e di sviluppo negli Stati membri.
È nostra convinzione che la Comunità riceverebbe, in questa fase, essenziale impulso dal rafforzamento dei poteri di un Parlamento europeo che fosse espressione del suffragio universale e diretto. Riteniamo poi indispensabile, per cogliere i fermenti del mondo in via di rinnovamento, una più ampia partecipazione della gioventù alla costruzione europea, mediante la creazione nella Comunità stessa di organi rappresentativi dei giovani ed inoltre dando finalmente luogo alla ripresa e alla rapida conclusione – come abbiamo recentemente proposto – del negoziato per la creazione, a Firenze, dell'università europea. Il vertice dell'Aja ha rilanciato l'insieme del discorso. Ma il tema che occorre soprattutto riprendere è quello politico.
Occorre discutere, cioè, sulle tappe e fasi che saranno necessarie per realizzare l'unificazione, ma anche sul suo modo di essere e sui suoi obiettivi, che non potranno non essere originali e autonomi; sulla responsabilizzazione, ovviamente graduale, delle nuove strutture che via via si renderanno necessarie, ma anche sul controllo non solo dei governi, ma soprattutto democratico, che dovrà su di esse esercitarsi in forme efficienti e innovatrici.
Questi progressi della costruzione comunitaria vanno visti oggi anche nel contesto della situazione di dolorosa divisione del nostro continente e cioè nel contesto dei rapporti con i paesi dell'est. Vi è stato infatti, in questi anni, un intenso e da noi favorito espandersi delle relazioni commerciali, economiche, culturali e umane tra l'Europa occidentale e quella orientale. Contrariamente a tendenziosi sospetti, la stessa costruzione comunitaria, nel suo avanzare, ha finito col costituire un potente incentivo a questi sviluppi.
L'intervento in Cecoslovacchia, la progressiva e forzata riduzione di quel paese ad una ortodossia oppressiva - che così profonda eco negativa sollevano presso l'unanimità, si può ben dire, della nostra opinione pubblica - le non dissipate ombre che gravano su altri paesi dell'est a seguito dell'enunciazione della teoria della sovranità limitata, non sono riusciti ad invertire la tendenza, grazie all'estremo equilibrio e al senso di responsabilità dimostrati dall'occidente.
L'obiettivo deve oggi essere quello di superare le tensioni e, se possibile, di prevenirle.
Nello scorso mese di maggio abbiamo ospitato il consiglio atlantico. Con uno sforzo concorde, cui l'Italia può dire con serena coscienza di aver dato un contributo quanto mai importante, l'alleanza ha, in tale occasione, formulato proposte precise e realistiche per portare innanzi il discorso tra est e ovest nella ricerca della soluzione dei maggiori problemi europei, tra cui molti lasciati insoluti dall'ultimo conflitto.
La replica dei paesi del patto di Varsavia, avutasi con la riunione di Budapest lo scorso giugno, ha mostrato di apprezzare queste posizioni dei paesi NATO e non è stata pertanto negativa. Questa replica lascia intravvedere la possibilità di passare dalle infruttuose dichiarazioni unilaterali ad un dialogo, che potrà essere costruttivo se terrà conto di alcune motivate premesse: occorre che un'occasione come quella di una conferenza paneuropea sulla sicurezza non si tramuti in una inutile e dannosa giostra oratoria.
Vorrei ora accennare ad alcuni singoli punti di politica estera che presentano per noi un particolare interesse.
Nel medio oriente, come ho già rilevato, si è dischiusa la via della pace. Una via non priva di ostacoli; ma un primo passo avanti significativo è stato compiuto con la accettazione del cessate il fuoco da parte dei belligeranti. È intenzione del Governo di continuare ad operare, così come ha già operato il nostro ministro degli esteri, onorevole Moro, perché le prospettive di pace si consolidino in quell'area geografica.
Una considerazione a parte nell'esame della situazione del Mediterraneo va purtroppo fatta per la Libia. Dopo gli avvenimenti del settembre scorso, l'Italia ha cercato di mantenere i suoi rapporti con il paese vicino sul piano della collaborazione e della sincera amicizia, rendendosi conto delle difficoltà che gli attuali dirigenti si trovano ad affrontare nel rinnovamento del loro paese.
Nonostante i nostri sforzi, non è stato per altro ancora possibile instaurare una atmosfera di reciproca fiducia e collaborazione, e si è giunti, anzi, a gravi misure che hanno ingiustamente colpito i nostri connazionali e sono chiaramente in contrasto con le risoluzioni delle Nazioni Unite concernenti la Libia, con le intese intervenute con il governo libico e con chiari principi del diritto e della convivenza internazionali.
Per sbloccare la situazione ha avuto luogo, come è noto, a Beirut l'incontro tra il ministro Moro e il ministro degli esteri libico. Si è trattato di una presa di contatto per impostare quel dialogo che riteniamo indispensabile avviare nel reciproco interesse dei due paesi.
Ci proponiamo di insistere su questa via, nella meditata convinzione che nessun problema sia insolubile se le parti sono disposte a discutere con spirito realistico e costruttivo. I punti di vista, sul piano politico e giuridico, sono diversi e permangono inalterati. Tuttavia noi siamo animati dalle migliori intenzioni e non abbiamo pregiudiziali, all'infuori della imprescindibile esigenza, conformemente ai diritti dell'uomo, alle norme internazionali e ai trattati, che ai nostri connazionali siano garantite sicurezza e dignità, nonché il diritto di rimpatriare liberamente. E' nelle nostre aspettative che il governo di Tripoli voglia, con l'urgenza imposta dalle circostanze, dimostrare il dovuto rispetto di tali princìpi, affrontando il discorso con noi con gli stessi sentimenti di misura e di responsabilità che ci animano (Commenti a destra).
Ai connazionali rientrati o che rientrano dalla Libia, che stanno vivendo un dramma umano al quale tutta la nazione partecipa, il Governo manifesta la sua piena solidarietà, che si tradurrà in una sollecita azione per assicurare in ogni modo il loro dignitoso inserimento nella comunità nazionale.
È intendimento del Governo di proseguire per la via fin qui seguita nelle relazioni con i paesi dell'America latina e dell'Africa. I nostri rapporti con questi paesi si sono venuti infatti rafforzando e sviluppando negli ultimi tempi in modo incoraggiante, tanto sul terreno politico – con i paesi che si ispirano a ideologie simili alla nostra – quanto su quello della collaborazione economica e tecnica. Per quanto concerne in particolare l'Africa, tale felice congiuntura scaturisce dalla coerente azione politica da noi costantemente spiegata in favore della libertà, dell'indipendenza e dello sviluppo economico di quei paesi.
Le linee della politica italiana nei riguardi della crisi del sud-est asiatico sono state più volte precisate nel corso di questi ultimi anni. Desidero confermare che anche il nuovo Governo è convinto che una soluzione della crisi debba ricercarsi sul terreno di un negoziato politico; esso si dichiara pertanto disponibile ad appoggiare, in tutti i modi possibili, le iniziative dirette a riportare la pace nella penisola indocinese.
Il Governo esprime eguale auspicio ed impegno per la Cambogia dove gravi sofferenze, perdite di vite umane ed incalcolabili danni materiali pesano su quelle laboriose e pacifiche popolazioni coinvolte in successivi interventi di forze straniere in una guerra ad esse estranea.

LIBERTINI. E il riconoscimento del governo di Hanoi?

COLOMBO EMILIO, Presidente del Consiglio dei ministri. Per quanto riguarda i rapporti tra Italia e Austria, il Governo, dopo l'azione finora svolta e quella che si appresta ad effettuare, auspica che, nella rinnovata atmosfera dei rapporti tra i due paesi, la collaborazione possa diventare più stretta e feconda.
Anche con la Jugoslavia la collaborazione, tanto nel campo politico quanto in quello economico, ha registrato progressi che possiamo definire estremamente soddisfacenti e che ci proponiamo di continuare a sviluppare. Si tratta ora di costruire sul solido terreno predisposto dal lavoro dei precedenti governi.
L'Italia continuerà a recare un fiducioso ed attivo contributo ai lavori della conferenza per il disarmo. Sulla traccia di una risoluzione delle Nazioni Unite, la nostra delegazione a Ginevra ha promosso un'importante iniziativa intesa a rilanciare le discussioni sul tema del disarmo generale e completo, che da troppo tempo erano rimaste in quella sede ai margini del dibattito. L'obiettivo che intendiamo perseguire è di far sì che la conferenza elabori un programma organico di disarmo il quale, senza fissare scadenze rigide – che potrebbero rivelarsi controproducenti ai fini del negoziato – valga tuttavia a tracciare il corso che tali dibattiti dovranno in futuro seguire.
Nello spirito della ricerca concreta di una distensione generale, il Governo italiano proseguirà anche nella sua azione per il riconoscimento e lo stabilimento di normali relazioni diplomatiche con la repubblica popolare cinese. Contatti sono in corso da tempo, in un'atmosfera di serietà e di reciproca ponderazione. Siamo ora in attesa di una risposta da parte cinese a concrete proposte da noi avanzate nella primavera scorsa.
La ricerca di sempre più idonee soluzioni dei problemi dei nostri lavoratori all'estero e dei loro familiari rappresenta una costante della politica governativa, alla quale saranno di valido ausilio le indicazioni e proposte emerse nel corso dell'indagine conoscitiva promossa dalla Camera dei deputati.
In tale contesto ci si avvarrà, altresì, del contributo fornito dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro con le sue recenti osservazioni sul tema emigratorio. L'obiettivo principale dell'azione governativa resta sempre quello di trasformare il fenomeno emigratorio da un fatto di necessità ad una situazione di libera scelta individuale.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono queste le linee su cui intendiamo lavorare. C'è una preminenza, naturale in questo momento, dei problemi economici, intendendo con questo sia l'aspetto congiunturale sia quello connesso con alcune riforme di grande respiro. C'è l'impegno di portare avanti alcuni punti programmatici del Governo precedente, come è naturale in un quadro di continuità di indirizzo politico-programmatico fra questo Governo e quelli che lo hanno preceduto con la stessa base parlamentare. C'è l'impegno, al di là dei singoli aspetti del programma, di valorizzare – come ci sembra giusto e utile – il momento della gestione quotidiana, che è poi il momento che dà base concreta alle enunciazioni, agli indirizzi, li trasfonde nell'attività amministrativa e parlamentare di ogni giorno. Ma tutto questo presuppone un dato di fondo, che è poi il motivo ricorrente in questo discorso, l'elemento che sottende a tutta l'impostazione politico-programmatica del Governo che oggi si presenta alle Camere. E questo dato è quello della stabilità, che è poi un fatto di volontà politica che deve animare le forze della coalizione.
Come ho già detto all'inizio, questo elemento dev'essere assieme un punto di partenza e un obiettivo. La stabilità è una condizione perché il Governo possa lavorare, e d'altra parte il Governo è consapevole che nella misura in cui gli sarà consentito di realizzare i suoi obiettivi potrà dare esso stesso un forte contributo alla stabilizzazione del quadro politico ed economico, eliminando le residue diffidenze, valorizzando le ragioni d'essere di questa alleanza, invertendo una tendenza alla dissociazione.
Su questo punto è necessario che ciascuno si assuma, oggi e in futuro, le proprie responsabilità di fronte al Parlamento e al paese, per un elementare dovere di chiarezza.
Il Governo si considera impegnato a portare avanti fino in fondo questa linea, che ritiene utile e necessaria al paese. Questo può avere fiducia in se stesso e nella sua vitalità, nelle sue capacità di recupero, nella sua forza, per raggiungere conquiste più alte proprio nel momento delle difficoltà.
È con questa certezza e con questo intendimento che il Governo chiede la vostra fiducia per assolvere ai compiti che ci siamo proposti (Vivi applausi al centro e a sinistra — Molte congratulazioni).

On. Emilio Colombo
Camera dei Deputati
Roma, 10 agosto 1970

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di lunedì 10 agosto 1970)


torna indietro home page stampa la pagina Portale della Democrazia Cristiana - un progetto ideato dall'Istituto "Renato Branzi" di Firenze
hogan interactive, hogan stivali scarpe, hogan scarpe 2015, hogan scarpe italia, hogan scarpe outlet, hogan scarpe 2014