LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL GOVERNO COLOMBO: REPLICA DI EMILIO COLOMBO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 12 agosto 1970)

I contrasti sociali e sindacali del 1968 e 1969, nonché le divisioni politiche all'interno del Partito socialista e la progressiva frammentazione del gruppo maggioritario interno alla DC, portano ad una difficile crisi dei rapporti tra le forze politiche del centro-sinistra. La nuova Segreteria politica della DC (Arnaldo Forlani) ed il nuovo Presidente del Consiglio (Emilio Colombo) frenano la frammentazione politica e salvano la formula governativa del centro-sinistra.
L'on. Emilio Colombo presenta il suo Governo di centro-sinistra il 10 agosto 1970, replica al dibattito il 12 agosto.

* * *

COLOMBO EMILIO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho seguito con doverosa attenzione la discussione e con interesse gli interventi che si sono succeduti a ritmo serrato in questi due giorni.
Ringrazio tutti gli oratori intervenuti, gli onorevoli Ferri, Mancini, Bucalossi e Forlani, che hanno portato il pensiero e l'adesione dei partiti della maggioranza; gli onorevoli Greggi, Roberti, Gatti, Morgana, Ollietti, Berlinguer, Vecchietti, Mitterdorfer, Almirante e Malagodi, ciascuno dei quali ha portato a questa discussione il suo contributo dialettico. Li ringrazio soprattutto per lo sforzo di approfondimento dei temi proposti dalle dichiarazioni programmatiche in un dibattito che, nell'alternarsi delle posizioni di consenso e di dissenso, riflette evidentemente uno stato d'animo diffuso, la consapevolezza cioè di tutte le parti politiche della serietà e della complessità della situazione, una situazione destinata a logorarsi rapidamente, con tutti i rischi che ho indicato nelle mie dichiarazioni, ove non si fosse riusciti a ricomporre un equilibrio capace di dare uno sbocco democratico alla crisi, contribuendo alla continuità della legislatura mediante la formazione di un Governo per quanto possibile stabile e perciò in grado di assumere l'impegno davanti al paese di promuovere una nuova fase di sviluppo economico e civile.
Questo obiettivo, cioè la ricostituzione di un Governo organico di centro-sinistra, è stato raggiunto e rappresenta, al di là di tutte le affermazioni polemiche udite in questo dibattito, la prova che c'è stato il chiarimento richiesto, o perlomeno quel chiarimento che era necessario per la ripresa di una collaborazione che, certo, dovrà poi confermarsi giorno per giorno nel vivo dell'azione di governo. Su questo argomento ha insistito con particolare efficacia l'onorevole Forlani, e lo ringrazio.
Negli interventi degli oppositori ho colto affermazioni di incredulità davanti a questo risultato, ma la discussione ha confermato due dati: il primo è che, pur nelle differenziazioni, che nessuno nega, fra i partiti di centro-sinistra gli elementi che uniscono sono di gran lunga prevalenti e tali da costituire la linea politica più omogenea che si possa esprimere in questo Parlamento; il secondo dato, che ho già praticamente anticipato, è che dalle opposizioni non è venuta l'indicazione di una convincente linea politica alternativa concretizzabile in una formula parlamentare. Direi anzi che, andando al nocciolo della questione, le opposizioni sono apparse pienamente consapevoli, al di là delle posizioni di facciata, della mancanza di questa alternativa, e che forse per questo motivo hanno lasciato trasparire nei loro interventi l'accettazione di un simile dato di fatto.
Vi è in ciò evidentemente il riconoscimento che, in assenza dell'equilibrio rappresentato dal centro-sinistra, non si creano altri equilibri ma tutto rischia di essere compromesso, fino ad un punto di deterioramento tale da coinvolgere le stesse forze di opposizione.
Certo, la crisi si è aperta in presenza di innegabili sintomi di disarticolazione della maggioranza, soprattutto dopo il voto del 7 giugno, e ciò, evidentemente, sulla base di una analisi del voto portata più a porre l'accento sul risultato singolo che non sulla indicazione complessiva di riconferma della formula, verso la quale anche le fasce di confine dell'elettorato erano state indotte a indirizzare il proprio voto. A crisi aperta si è potuto verificare la improponibilità di ogni diverso sbocco e gradualmente e non senza tensioni è stata colta l'indicazione di fondo del voto del 7 giugno ed è risultata più nitida la convinzione della insostituibilità dell'equilibrio dell'attuale maggioranza e delle sue potenzialità, aprendo così la strada alla ricostituzione della solidarietà di governo.
Gli interventi degli onorevoli Ferri, Mancini, Bucalossi e Forlani, nella loro convinta adesione all'impostazione politico-programmatica del Governo, hanno dimostrato la perdurante validità di questa linea e la volontà di arricchirla con apporti originali che ci auguriamo le consentiranno di far fronte via via con pronta sensibilità agli sviluppi che potranno sopravvenire.
È emersa poi la consapevolezza della necessità di sforzarsi di ricondurre sempre ad un dato di unità le posizioni dialettiche su questo o quel punto che potranno svilupparsi fra le componenti di centro-sinistra. Il Governo sa dunque di poter contare in Parlamento su una maggioranza solidale e sente di poter dire che con la sua azione potrà a sua volta contribuire a rendere sempre più convinta questa solidarietà.
Dalle opposizioni sono venute sostanzialmente due indicazioni. La prima è venuta dall'onorevole Malagodi, quella, cioè, di un monocolore, capace di imporsi alla fiducia di una parte sufficiente delle forze democratiche per la sua linea politica e il suo programma e di aprire un periodo di riflessione, al termine del quale vi doveva essere la fine della convinzione (o superstizione, mi pare egli abbia detto) della irriversibilità della formula di centro-sinistra. È adombrata, in questa indicazione, una ipotesi neocentrista, tendente verosimilmente a concretarsi in un nuovo schieramento comprensivo del partito liberale e con la esclusione del partito socialista italiano? Ora, a me non sembra che questa sia una prospettiva realistica, anche perché porterebbe ad una pericolosa radicalizzazione (ancora ieri l'onorevole Almirante parlava di radicalizzazione), spingendo all'opposizione forze democratiche e popolari dal cui apporto, come da quello delle altre componenti originarie della formula – e lo abbiamo già detto altre volte – una politica di progresso non può prescindere.
Neppure ha il pregio della originalità l'indicazione che emerge dagli interventi dell'opposizione di sinistra. In essa il superamento del centro-sinistra viene, in sostanza, individuato nella aggregazione di un arco di forze che dovrebbe andare dal partito comunista alla sinistra democristiana, sulla base di un minimo comune denominatore assai più labile di quello che, secondo questo settore, è alla base del centro-sinistra. Non sarebbe questo il frontismo classico? Anche chiamandolo in altro modo, resta il fatto che comunque in questo schieramento il partito comunista italiano ricoprirebbe un ruolo egemone, e lo ricoprirebbe senza nessuna approfondita revisione delle proprie posizioni su punti che sono fondamentali per tutte, senza eccezioni, le forze appartenenti all'area del centro-sinistra. Tutto ciò senza parlare della assoluta inaccettabilità di questa previsione della appartenenza a simile schieramento della sinistra della democrazia cristiana.
Il partito comunista italiano non sa andare, in realtà, oltre una posizione di pura e semplice disarticolazione degli equilibri esistenti, rinviando ad altri momenti quello che pur aveva deciso di voler fare nel congresso di Bologna, cioè innanzitutto un'analisi demistificata (direi marxista, se me lo consente l'onorevole Berlinguer) dell'esperienza storica del comunismo, con tutte le implicazioni di principio che ne dovrebbero derivare e, quindi, anche con le prevedibili fratture (che già del resto hanno accennato a manifestarsi) all'interno dello stesso partito comunista. Per ora l'onorevole Berlinguer ci propone un partito comunista che in nome dello «storicismo marxista» vuole capire tutto: vuole capire le ragioni della Cina nei confronti della Russia e quelle della Russia nei confronti della Cina; le ragioni dello stalinismo e quelle del krusciovismo; il revisionismo di Praga e i carri armati a Praga; Dubcek e la sua liquidazione; le ragioni per cui non può esservi un modello unico del socialismo e le ragioni per cui le diversità dei modelli non possono non ritrovarsi in una unità sostanziale; le ragioni dell'internazionalismo e quelle del nazionalismo; le ragioni della necessità di un'azione rivoluzionaria e le ragioni di una politica di rinnovamento nella continuità; le ragioni della contestazione e le ragioni della reazione operaia alla contestazione. Forse questo sforzo di «comprensione» è anche il risultato di una inquietudine e di una tensione psicologica e culturale. Ma ad una valutazione realisticamente politica questo sforzo mostra il suo tatticismo e la sua insufficienza, e non può che ispirare diffidenza. Quindi, niente occhio (come ella ha detto ieri, onorevole Almirante) a simili posizioni.

ALMIRANTE. Però uno sguardo mi sembra che lo stia dando.

COLOMBO EMILIO, Presidente del Consiglio dei ministri. In realtà, a me pare che ci sia veramente bisogno che ciascuno svolga il proprio ruolo: la maggioranza faccia la maggioranza, l'opposizione faccia l'opposizione, nel modo più serio e costruttivo possibile, vivendo questo momento assai importante in un sistema democratico, rispettando lo spirito della Costituzione. Quello spirito che non sembra essere penetrato a fondo quando si polemizza contro il concetto stesso di maggioranza; quando si identifica il funzionamento della democrazia con l'assenza di ogni linea di demarcazione (che esiste non certo per motivi pretestuosi); quando si chiama «discriminazione» ciò che è invece una doverosa distinzione e contrapposizione, sia dal punto di vista ideologico sia dal punto di vista politico; quando sì vuole contrabbandare l'eventuale convergenza su di un determinato problema come la prova automatica dell'esistenza di un indirizzo politico generale comune, valido per tutto l'arco di problemi a incominciare dalla politica estera cui deve applicarsi un Governo.
L'onorevole Berlinguer ha voluto contrapporre ad un nostro preteso provincialismo la ispirazione internazionalistica del partito comunista che a noi sembra, per la verità, sempre alquanto appannata, se i silenzi e i giudizi sulla situazione continuano ad essere quelli che ci vengono offerti. Lasciamo da parte i silenzi, che pure sono gravi. La metà in luce dell'analisi comunista comprende già di per sé un numero sufficiente di contraddizioni e di ritardi.
L'onorevole Berlinguer – e gliene diamo atto – non nega che esista la tendenza al mantenimento dei blocchi. Non nega nemmeno – anche se non si è sentito di fare nomi e attribuire responsabilità – che (cito le sue parole) «si possa persino parlare di spinte a irrigidire ancora la divisione del mondo e in particolare dell'Europa in blocchi contrapposti». Tanta lucidità però si arresta quando passa ad indicare la via che, a suo avviso, il nostro paese dovrebbe imboccare per cooperare al superamento di questa situazione.
All'inizio degli anni '70 egli non sente l'imbarazzo nel reclamare come una panacea l'adozione di una politica «veramente nazionale». Cosa significa «veramente nazionale»? Significa neutralismo? In Europa l'inversione di tendenza rispetto alla distensione, originata dall'invasione militare della Cecoslovacchia, dai giri di vite subiti da quel paese e dalle minacce che lascia planare su tutti i paesi dell'Est la teoria della sovranità limitata, sembra arginata. Ciò è accaduto grazie all'equilibrio e al senso di responsabilità e di solidarietà dell'occidente consolidatosi attraverso un dialogo cui abbiamo dato il nostro attivo contributo.
Ebbene, proprio in questo momento dovremmo tirarci indietro e ripiegarci su noi stessi venendo meno a quella solidarietà? Queste indicazioni non ci sembrano responsabili né penetranti. Noi invece, come abbiamo già detto, siamo fermamente decisi a non venir meno alla solidarietà con i nostri alleati che si concilia perfettamente, quando è il caso, con una franca e leale dialettica. Siamo decisi a proseguire nell'impegno di sempre meglio delineare, per darle sempre maggiore forza, una coerente autonoma linea politica di quel qualificato nucleo di paesi democratici europei appartenenti o in via di adesione alla Comunità economica europea.
Perché dovremmo tirarci indietro proprio ora che in questa direzione si cominciano a raccogliere i primi significativi frutti che lo stesso onorevole Berlinguer, del resto, deve in parte riconoscere? Cosa, infatti, se non la solidarietà di cui sto parlando, ha consentito alla Germania occidentale di smontare preclusioni e una martellante campagna propagandistica ostile e di giungere oggi all'accordo con l'Unione Sovietica, domani, ce lo auguriamo ad una intesa con la Polonia e forse anche ad una sistemazione di alcuni almeno dei problemi derivanti dalla divisione ereditata dalla guerra? E cosa se non quella solidarietà - come ha giustamente rilevato l'onorevole Forlani - ci permette oggi di non considerare ipotetica la possibilità di incontrarci nelle forme più opportune fra paesi dell'ovest e paesi dell'est per discutere con le necessarie garanzie di serietà i problemi della sicurezza del nostro continente?
Mi dispiace di dover osservare all'onorevole Berlinguer l'assoluto silenzio su quest'ultimo punto: e si tratta di un silenzio assai grave. Il partito comunista italiano non ha cessato di agitare strumentalmente il tema della conferenza sulla sicurezza finché l'impostazione data ad esso dai paesi dell'est non era matura né, quindi, accettabile. Oggi che i membri del patto di Varsavia hanno replicato alle proposte occidentali riconoscendone almeno in parte il fondamento, il partito comunista italiano, proprio il partito comunista italiano, diventa il fanalino di coda e si scorda interamente dell'argomento. Forse la sua volontà di superamento dei blocchi non sa nemmeno sportivamente superare la difficoltà di riconoscere il successo delle nostre tesi?
All'onorevole Vecchietti, che non possiamo invece rimproverare di non aver citato la conferenza sulla sicurezza, ma scusandoci se non avessimo ben compreso, vorremmo chiedere perché si compiaccia con il governo francese della solidarietà che innegabilmente ha dato alla politica tedesca verso Mosca che ha condotto oggi la Germania all'accordo e potrebbe facilitare domani per tutta l'Europa occidentale un concreto discorso distensivo con i paesi dell'est, e rimproveri invece noi per aver seguito una linea a questa assolutamente parallela. Forse che una stessa linea può essere buona a Parigi e cattiva a Roma?
In realtà, è proprio la solidarietà dell'occidente che ha consentito di arrivare al trattato russo-tedesco. Vorrei qui, se me lo permette, far parlare il ministro degli esteri tedesco che, nel partire per Mosca, ieri dichiarava: «L'Europa, oggi dei sei, domani dei dieci, è avviata a diventare il più grande partner commerciale del mondo. È logico che il Cremlino desideri predisporre i suoi piani di cooperazione a lunga scadenza su una piattaforma sicura. Questa una delle ragioni del trattato che deve servire ad un generale miglioramento dei rapporti di tutta l'area, occidentale e orientale, dell'Europa».
Non si è trattato, insomma, onorevole Vecchietti, di affidare a Brandt il mandato di normalizzare le relazioni di tutto l'Occidente con l'Unione Sovietica; ad esempio, le nostre relazioni con l'Unione delle repubbliche sovietiche sono normalizzate da oltre due decenni, e l'ampiezza raggiunta dai nostri scambi economici e scientifici ne costituisce una riprova lampante. Si è trattato di dare a Bonn quella base di solidarietà che le era necessaria per avviare a soluzione un problema particolare della Germania nei confronti dell'Unione Sovietica.
Quanto al problema dell'eventuale riconoscimento della Germania dell'est, vorrei far rilevare che, se intempestivo, esso non faciliterebbe in alcun modo lo svolgimento dei delicati negoziati in corso tra Bonn e Pankow e fra Bonn e Varsavia. Tali negoziati, così come quelli tra le quattro potenze relativi a Berlino, costituiscono importanti aspetti - intimamente collegati fra loro - di quel processo distensivo che, per essere veramente tale, non può limitarsi a singoli settori.
Anche nell'analisi delle situazioni di conflitto locale, dal medio oriente al Vietnam, la visione qui espressa dall'onorevole Berlinguer ci appare - ce ne scuserà - stanca e reticente. La tregua tra Israele e i suoi vicini - che, non dimentichiamocelo, è per ora solo una piccola fiammella di speranza - deriva da una prima disposizione, da una attitudine ancor timida, e che va rafforzata presso- entrambe le parti contendenti, a riconoscere i reciproci diritti. La pace in medio oriente non può venire dalla prevalenza dell'uno o dell'altro. Lo sanno infatti anche i comunisti, che affermano i diritti di esistenza per tutti gli Stati della zona, e quindi anche per Israele. Poi, però, pur conoscendo quanto intricata e delicata sia la situazione e come mescolati torti e ragioni, non resistono alla tentazione di mettere in luce le attese di una sola delle parti, che noi pure ben conosciamo ed apprezziamo.
Non è così che si serve - a me pare - la causa della pace in quella travagliata regione, bensì andando a fondo nei sentimenti, nei timori, nelle aspettative degli uni e degli altri, sforzandosi di comprenderli e perciò di facilitarne, senza parteggiare, una composizione.
Vorrei qui osservare che è proprio il raggiungimento di una situazione avviata alla pace ed in prospettiva alla collaborazione intorno al canale di Suez la strettoia principale attraverso la quale passa il ripristino di una situazione di maggiore tranquillità in tutto il Mediterraneo, alterato dalla sinora crescente presenza militare sovietica, che ha rischiato di trasformarlo in una delle più delicate zone di confronto tra le due maggiori potenze.
Per quanto riguarda la crisi del sud-est asiatico, mi sono già espresso con chiarezza. Vorrei soltanto aggiungere la mia convinzione che il nostro riconoscimento del governo di Hanoi, alterando l'attuale situazione, non gioverebbe in questo momento al delicato negoziato politico in corso tra le parti direttamente interessate, negoziato cui da parte di Washington si è voluto dare un nuovo vigoroso impulso con la nomina, a capo della delegazione americana a Parigi, di un diplomatico della esperienza dell'ambasciatore Bruce, mentre purtroppo il Vietnam del nord persiste nel proclamare la propria volontà di ottenere, anche intorno al tavolo delle trattative, il trionfo completo delle proprie tesi (Commenti all'estrema sinistra).
All'onorevole Malagodi ed anche all'onorevole Almirante desidero confermare quanto ho avuto occasione di dire in merito alla priorità da noi assegnata al problema degli italiani in Libia, sia della loro protezione sia del loro dignitoso inserimento nella comunità nazionale. Certo, all'onorevole Almirante devo fare osservare che, se il Governo, in quanto tale, facesse sue le espressioni da lui usate nei confronti del governo libico, probabilmente avverrebbe il contrario di ciò che egli sicuramente desidera.

ALMIRANTE. Il governo libico le fa sue nei vostri confronti!

COLOMBO EMILIO, Presidente del Consiglio dei ministri. L'onorevole Berlinguer ha considerato insufficiente, anzi del tutto negativa, per la sommarietà ed erroneità dell'analisi, la mia esposizione sulla situazione economica. Egli ha rivendicato al partito comunista italiano di non aver esitato a riconoscere la serietà della presente situazione economica e, per conseguenza, essendo il partito più forte e più rappresentativo della classe operaia, di non aver esitato ad assumere la propria responsabilità.
Devo riconoscere, e del resto altri lo hanno fatto in quest'aula, ad esempio anche l'onorevole Bucalossi, che il partito comunista italiano ha preso atto di tale situazione con le proposte avanzate l'8 luglio. Tali proposte sarebbero caratterizzate dalla necessità di una forte espansione produttiva e dalla necessità della occupazione piena e stabile di tutte le forze di lavoro disponibili. Inoltre, affermava l'onorevole Berlinguer, «la difesa e l'elevamento dei livelli di occupazione costituiscono elementi essenziali per il rafforzamento contrattuale dei lavoratori». Non posso non ricordare, di fronte a tale impostazione, che proprio in quest'aula, concludendo il dibattito sul bilancio il 19 dicembre dello scorso anno e facendo una valutazione del cosiddetto «autunno caldo», io affermavo che, pur avendo qualche riserva da fare sulla concentrazione nell'anno 1970 della maggior parte degli aumenti salariali, consideravo i nuovi contratti un fatto importante, sia in relazione alle condizioni individuali dei lavoratori, sia in relazione alla funzione di stimolo che la crescita della domanda interna avrebbe potuto avere sull'economia del paese. Inoltre, sottolineai allora la necessità di una politica di espansione della produzione e degli investimenti durante l'anno 1970, proprio al fine di riassorbire un'importante quota dell'aumento dei costi delle imprese, attraverso un incremento della produttività. Furono anche previsti allora l'aumento del reddito e l'aumento degli investimenti, considerati indispensabili per realizzare l'obiettivo prefissato. L'aumento della produzione e degli investimenti aveva come suo obiettivo quello di garantire le conquiste dei lavoratori, sia sotto il profilo del potere di acquisto dei salari, sia sotto il profilo del mantenimento e dell'accrescimento dei livelli di occupazione.
Se c'è un'osservazione da fare è che il partito comunista, interprete di larghi strati di lavoratori, sembra essersi accorto l'8 luglio che per difendere le conquiste operaie era necessario promuovere una politica di espansione e di aumento della produzione. Il fatto è che, nei sei mesi precedenti, come risulta dalle statistiche, anche le ultime pubblicate che riguardano il mese di luglio, la produzione aveva ristagnato, le nostre importazioni erano aumentate ad un elevato tasso e le esportazioni ad un tasso di gran lunga più ridotto delle importazioni.
Due le conseguenze di questo ristagno della produzione: in primo luogo la tensione sui prezzi, che tocca direttamente il potere d'acquisto delle famiglie (ho riconosciuto nel mio precedente intervento che una parte della tensione sui prezzi deriva per altro dall'influenza sulla nostra situazione economica delle tensioni internazionali); la seconda conseguenza riguarda la bilancia dei pagamenti e tocca perciò l'equilibrio economico generale.
Abbiamo posto e poniamo il quesito: il mantenimento di un clima di tensione nelle fabbriche, il protrarsi delle astensioni dal lavoro, hanno forse contribuito a difendere le conquiste dei lavoratori? Non credo: a non lungo andare una situazione del genere può compromettere la concorrenzialità delle nostre produzioni sui mercati esteri e quindi provocare conseguenze sull'occupazione, su quell'occupazione che vogliamo difendere e incrementare. Quando l'occupazione diminuisce, allora sì che diminuisce il potere contrattuale dei lavoratori.
È quindi proprio dal punto di vista dei lavoratori, oltre che ai fini del raggiungimento, a livelli più alti, di un nuovo equilibrio economico, che noi riteniamo necessaria una ripresa intensa delle attività produttive con il prossimo settembre. Se questo non si verificasse, si accrescerebbe ancora di più lo squilibrio fra domanda e offerta, e il vuoto monetario sarebbe coperto da ulteriori aumenti dei prezzi e da ulteriori squilibri dei nostri conti con l'estero.
Quando allora il Governo, interprete delle forze politiche che ne costituiscono la maggioranza e che hanno una vastissima rappresentatività popolare ed operaia, attira l'attenzione su questo problema, richiama da una parte alla applicazione dei contratti (ed io l'ho fatto molto chiaramente presente nel mio discorso di presentazione del programma) e dall'altra alla intensa ripresa del lavoro; quando il Governo fa questo non compie un atto unilaterale ma parla in nome dell'interesse generale e in particolare degli stessi lavoratori.
Il nostro discorso sulle riforme non è, come è stato detto, una pura esibizione di etichetta né «una concessione da fare ai sindacati allo scopo di favorire l'instaurazione di un cosiddetto clima di collaborazione nelle fabbriche». Questo discorso parte dalla constatazione di un bisogno di espansione dei consumi sociali che sale da larghi strati del paese e si collega alla ripresa della produzione perché, se la ripresa non avvenisse, non vi sarebbero i mezzi per potere far fronte a questa esigenza largamente sentita. Le due cose vanno fatte contestualmente. La connessione, dunque, non è strumentale né mozza il respiro alle riforme, come si è detto, è nella realtà delle cose; e una politica sindacale che voglia essere ancorata a questa realtà non può negarlo.
Non credo sia giusta l'accusa di genericità sulle riforme principali. Abbiamo detto quali sono i nostri indirizzi, abbiamo detto che siamo pronti a discuterne insieme con i sindacati. Il Governo definirà collegialmente tempi e modalità di realizzazione, concretizzando la propria volontà riformatrice in provvedimenti che saranno poi sottoposti al vaglio delle Camere.
Dell'intervento dell'onorevole Malagodi, largamente centrato sul tema delle riforme, sulla loro compatibilità con i livelli raggiunti nella spesa pubblica, desidero soprattutto sottolineare - pur in un contesto di affermazioni critiche che non mi sento di condividere - quella che le riforme, anche le più radicali, possono essere apportatrici di bene sociale se si realizzano nella logica del sistema della libertà. Così come ho apprezzato il richiamo all'esigenza di una programmazione flessibile ed efficace a livello nazionale e oggi anche a livello regionale.
Concordiamo altresì con l'onorevole Malagodi quando sottolinea la inconciliabilità di disavanzi incontrollati del settore pubblico e di investimenti pubblici e privati volti a migliorare le condizioni della vita civile.
Quanto all'ardita operazione di anticipazione suggerita dall'onorevole Malagodi per finanziare la ripresa produttiva, mi permetto di ricordare che essa ha un precedente illustre. Nel 1933 Keynes suggeriva di promuovere la ripresa produttiva incitando le banche ad espandere il credito; ma lo stesso Keynes avvertiva che la sua proposta muoveva dalla premessa dell'esistenza di fattori produttivi disponibili: altrimenti egli stesso riconosceva che l'espediente si sarebbe esaurito in gran parte nel far crescere i prezzi o nell'importare di più dall'estero.
Il tempo non consente di entrare in ulteriori approfondimenti; credo però che l'onorevole Malagodi potrebbe trovare la risposta nello scritto di Einaudi che reca il titolo Il mio piano non è quello di Keynes. Il rispetto dei vincoli ai quali ho fatto riferimento prima non consente ardite anticipazioni ma esige che contestualmente si agisca dal lato della riduzione del disavanzo pubblico e da quello del finanziamento degli investimenti. In questo senso desidero assicurare l'onorevole Malagodi che le risorse che intendiamo procurarci mediante ricorso ai gravami fiscali non saranno destinate a finanziare nuove spese correnti ma parte di quelle che corrono impetuose, quali le spese relative al settore della sanità.
L'onorevole Malagodi, infine, ha affermato che il processo inflazionistico nel momento attuale si manifesterebbe da noi con maggior forza che altrove; desidero però far gli notare che nel mese di giugno e in quello di luglio gli aumenti dei prezzi sono stati in Italia assai moderati e comunque contenuti entro limiti inferiori a quelli verificatisi nei principali paesi occidentali.
L'onorevole Mancini, nel suo intervento - nel corso del quale ha largamente approfondito temi politici e temi economici - ha particolarmente sottolineato l'esigenza di proseguire una politica per il Mezzogiorno, affermando che essa non può aspettare, non può conoscere rinvii, legata com'è non soltanto all'equilibrio economico generale del paese ma anche all'esistenza di stati d'animo di insofferenza nelle popolazioni di quelle regioni.
Occorrerà intensificare il nostro sforzo, sia con la nuova legge per il finanziamento della Cassa per il mezzogiorno, sia proseguendo nella sollecitazione degli investimenti industriali. È superfluo qui sottolineare che si può fare di più e più intensamente nella misura in cui si possa disporre di mezzi più ampi da destinare ad investimenti ed a spese produttive.
Questo tema, collegato a quello più vasto delle finanze pubbliche e del loro risanamento, è stato affrontato con incisività nell'intervento dell'onorevole Bucalossi e costituisce l'apporto più caratteristico e costruttivo del partito repubblicano italiano.
Più di un oratore, e in particolare l'onorevole Ferri, ha giustamente richiamato l'attenzione sull'esigenza di una unità di indirizzo amministrativo e politico, di un metodo di lavoro che, al di là dei singoli punti programmatici, sappia valorizzare il momento della gestione quotidiana con atti che giorno per giorno traducano in pratica la linea di governo.
Sui tempi relativi all'agricoltura mi è parsa strana l'affermazione da parte comunista circa una pretesa inconsistenza delle mie dichiarazioni che, oltre tutto, avrebbero riproposto impostazioni e strutture di una politica fallita.
A me pare che non si ignori affatto il quadro del rapporto tra industria e agricoltura quando si afferma, come io ho affermato, che i punti di riferimento di una politica agricola sono la programmazione in rapporto alla nuova realtà regionale e il mercato comune europeo. Se c'è un modo di affrontare i nodi strutturali del settore, questo è certamente agganciato ad una visione organica dello sviluppo del paese, collegata a tutto l'assetto territoriale che si vuol conseguire negli anni avvenire. Ciò è esattamente quello che si tende a conseguire con la programmazione.
Inoltre, proprio la politica agricola comunitaria si trova in un momento di particolar e sviluppo che riteniamo debba favorire vigorosamente lo sforzo di ristrutturazione della nostra economia agricola. Accennai, nel mio discorso di presentazione alle Camere, alla esigenza di utilizzare gli strumenti della politica agricola comunitaria per la ristrutturazione dell'agricoltura piuttosto che indirizzarli solamente o prevalentemente verso la difesa dei prezzi.
Infine, l'entrata in funzione delle regioni rappresenta il terzo elemento caratterizzante dell'attuale fase di assestamento e di trasformazione del settore agricolo che riteniamo possa conseguire, attraverso l'azione di questi nuovi enti, livelli più avanzati di sviluppo.
Proprio per ciò, mentre riteniamo di aver dato e di voler dare il giusto rilievo ai problemi sociali delle campagne - sforzandoci di assicurare a coloro che si dedicano all'esercizio agricolo la prospettiva di una condizione di vita più equa ed umana ed una soddisfacente valorizzazione professionale - riteniamo del pari che tutto lo sviluppo dell'economia agricola passi attraverso l'ammodernamento delle strutture produttive, ossia attraverso la creazione di imprese economicamente sane, modernamente, e tecnicamente organizzate, socialmente progredite, facendo perno sull'impresa familiare alla quale è riservato anche in futuro un ruolo di primaria importanza. Anche per l'organizzazione della produzione ritengo ormai acquisito un dato in discutibile: che solo l'autogoverno delle categorie agricole, in forme associative, opportunamente integrate, sia in grado di affrontare il coordinamento tra apparato produttivo e mercato.
Molto si è parlato in questa discussione del ruolo che i sindacati devono assolvere nell'ambito del nostro ordinamento costituzionale. Ho già chiarito, credo con sufficiente ampiezza, il pensiero del Governo su questo tema così delicato e importante. Ma una risposta particolare devo a lei, onorevole Almirante, che ha voluto fare riferimento ad un fatto particolare. Ella ha ritenuto di rivolgermi un iniziale rimprovero - che è poi divenuto, se ho ben capito, una accusa di scorrettezza costituzionale rivolta all'intero Governo - per aver ricevuto i rappresentanti del mondo del lavoro e della produzione nell'arco di tempo intercorrente tra il giuramento dei ministri e la presentazione del Governo alle Camere.
Devo dire che concordo con lei sulla affermazione che «il programma di Governo non può che essere sottoposto al Parlamento». E come potrei non concordare ? Ma durante l'iter di formulazione di questo programma da sottoporre al Parlamento, non possono essere considerati inammissibili scambi di opinione sulla situazione economica e sociale del paese, e soprattutto l'acquisizione responsabile del punto di vista di coloro che sono direttamente impegnati nelle attività economiche.
È infondata, onorevole Almirante, sia sotto il profilo costituzionale o di mera correttezza, sia - me lo consenta, e me ne scuso - anche sotto il profilo logico, la sua affermazione per cui il Governo che non ha ottenuto la fiducia non potrebbe avere dei contatti extraparlamentari, che oltre tutto, a suo giudizio, sarebbero anche espressione di mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento.
Il Governo, dopo il giuramento, è nella pienezza dei suoi poteri. Acquista col voto parlamentare la fiducia sul programma che esprime l'indirizzo politico generale. Tra questi due atti il Governo non può subire e non subisce nessuna menomazione nelle sue attribuzioni; cosicché il Presidente del Consiglio è in grado, deve essere in grado - lo intendo riaffermare formalmente - di svolgere tutti i contatti e i rapporti che ritiene utili prima di chiedere la fiducia sul programma di governo.
Questo mi premeva precisare, non già per mera polemica, ma per non lasciare senza risposta una affermazione che sarebbe suonata in qualche modo come una menomazione delle prerogative del Governo e del Presidente del Consiglio.
Anche la nuova realtà regionale è stata al centro del presente dibattito; né, ovviamente, poteva essere diversamente per le implicazioni politiche che il funzionamento dei nuovi organismi comporta. Ma i riferimenti specifici a quel che le regioni dovranno rappresentare nel nostro ordinamento, al modo col quale esse dovranno funzionare, contenuti in numerosi interventi, mi inducono a ribadire il nostro orientamento, l'orientamento del Governo, rispetto al processo che ho definito, non a caso, di «fondazione» dei nuovi enti.
Il nuovo ordinamento regionale investe tutta l'organizzazione dello Stato; comporta una nuova articolazione dei suoi compiti; rappresenta ormai uno dei canali istituzionali di maggiore rilevanza che consente ai cittadini una partecipazione politica più diretta, attiva e consapevole.
La contrapposizione che è stata fatta da parte comunista tra una concezione che vede le regioni come organi di decisione e di direzione politica ed un'altra che le vorrebbe trasformare in meri strumenti di sottogoverno, oltre che di comodo, è, oltretutto, capziosa. Il Governo vuoi fare delle regioni quelle istituzioni volute dalla Costituzione, ossia enti autonomi con propri poteri e funzioni, in grado di realizzare un profondo decentramento politico e amministrativo.
Una contrapposizione di comodo del tipo indicato tenderebbe ad attribuire al Governo una inesistente volontà di compressione del fatto autonomistico, e ciò al solo fine di pretestare comportamenti o atteggiamenti di contrapposizione tra potere centrale e regioni, innestati in una esaltazione fine a se stessa dell'assemblearismo regionale.
Il Governo respinge questa concezione e intende garantire, con le norme che predisporrà, con il comportamento della pubblica amministrazione, con l'impostazione che darà a tutta la sua azione, quella funzione di coordinamento e di indirizzo che è attribuita al potere centrale dalla Costituzione e dalle leggi; fugando fenomeni accentratori da una parte e fenomeni degenerativi - anche sotto il profilo del dispendio finanziario - dall'altra, ma realizzando nel contempo un efficace raccordo fra regioni e Stato, anche sotto il profilo di una politica di programmazione.
Il Governo, insomma, intende ribadire l'impegno politico di fondo di favorire lo sviluppo delle regioni e di sostenerne - non già di comprimerne o di modificarne - le iniziative nel quadro dell'unità dell'ordinamento e della nuova articolazione amministrativa dello Stato.
Manifestando fiducia per il proseguimento dell'azione di governo per la soluzione dei fondamentali problemi politici dell'Alto Adige, l'onorevole Mitterdorfer ha ricordato problemi specifici: essi sono senz'altro degni di un esame di merito approfondito e conclusivo e quindi di conseguenti risposte adeguate.
Si procederà nella convinzione che le premesse di pacificazione e di intesa duratura poste dalle decisioni assunte dal Parlamento vanno valorizzate in ogni direzione e da tutti su di una linea di rafforzamento della corresponsabilità e della solidarietà. Questo nuovo clima di rapporti consentirà alla minoranza di lingua tedesca di conseguire quei gradi di sicurezza che sono anche nel diritto e nella aspirazione delle altre popolazioni conviventi nella regione Trentino-Alto Adige ed in particolare nella provincia di Bolzano.
Così - per esempio - l'esame delle domande per la concessione della cittadinanza italiana a persone definitivamente reinserite nella vita locale sarà proseguito con equità e tempestività, affinché ognuno abbia consapevolezza piena dei diritti e dei doveri che discendono dall'essere compartecipe attivo della vita di una società democratica.
Egualmente posso assicurare che per il problema delle ricezioni televisive saranno date disposizioni ai competenti organi tecnici per un attento esame al fine di pervenire a definitive e possibilmente positive conclusioni.
In merito ai problemi della Valle d'Aosta, di cui ha parlato l'onorevole Ollietti, il Governo desidera confermare che tutti i problemi prospettati nel suo intervento, da quello della titolarità delle acque pubbliche a quello dei beni demaniali e patrimoniali da trasferire alla Valle, al problema della zona franca, sono all'attento esame delle competenti amministrazioni statali. Posso assicurare che non mancherò di svolgere ogni interessamento perché si giunga a possibili favorevoli definizioni per queste importanti questioni che interessano lo sviluppo della Valle.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi scuso se, data la brevità del tempo a mia disposizione, non sono stato in grado di riprendere analiticamente ciascuno degli argomenti che sono stati svolti in questa discussione, tra i quali alcuni di particolare rilevanza. Desidero, però, assicurare che le posizioni espresse sono state e saranno oggetto di attenta valutazione. Confido che le dichiarazioni programmatiche, il dibattito e questa incompleta replica abbiano chiarito a sufficienza su quale linea e con quale programma il Governo intende muoversi.
È per questa linea e per questo programma, di cui ritengo nessuno - pur nelle diverse valutazioni - possa mettere in dubbio l'ispirazione e la tensione autenticamente democratica e il sincero spirito innovatore, che ho l'onore, onorevoli colleghi, di chiedere la vostra fiducia (Vivi applausi al centro e sinistra).

On. Emilio Colombo
Camera dei Deputati
Roma, 12 agosto 1970

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di mercoledì 12 agosto 1970)


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