LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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III° GOVERNO RUMOR: INTERVENTO DI ARNALDO FORLANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 16 aprile 1970)

Dopo la parentesi del II° Governo Rumor, un monocolore democristiano che governa nella difficile situazione interna al mondo socialista e nelle turbolenze del Paese tra contestazioni giovanili e rivendicazioni sociali, la collaborazione tra i partiti del centro-sinistra ritrova una ricomposizione governativa nel III° Governo Rumor.
Il Presidente del Consiglio presenta le linee programmatiche il 7 aprile 1970. Il 16 aprile interviene nel dibattito della Camera dei Deputati il Segreteraio politico della DC, Arnaldo Forlani.

* * *

FORLANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il fatto che questo dibattito parlamentare abbia praticamente aperto la campagna elettorale per il rinnovo dei consigli comunali e provinciali e per l'elezione dei consigli regionali certo ha reso più difficile, io credo, per molti oratori qui intervenuti la ricostruzione oggettiva delle ragioni e delle vicende della crisi; una crisi lunga e complessa - l'onorevole La Malfa ne ha colto poco fa gli aspetti di maggiore concretezza - una crisi che ha rischiato di interrompere il corso della legislatura, che ha posto in modo acuto e drammatico davanti all'opinione pubblica e alle forze politiche i termini reali e gli spazi assai ristretti e rischiosi delle possibili alternative.
Sarebbe pertanto utile ed auspicabile da parte di tutti un impegno di riflessione, un esame obiettivo diretto a comprendere, pur partendo da posizioni diverse, che cosa sta al fondo della crisi e quali sono le condizioni e le possibilità di risolverla completamente, al di là della formazione di una compagine di Governo. E questo perché possa continuare a realizzarsi nel nostro paese un sistema democratico secondo una linea di sviluppo graduale e sulla base dell'ordinamento voluto dalla Costituzione.
Per quanto mi riguarda, a nome della democrazia cristiana, cercherò di farlo in qualche misura, evitando il più possibile di raccogliere gli elementi inutili della polemica di stampo chiaramente elettorale.

ROMUALDI. Siete stati voi che avete voluto che questo dibattito fosse un dibattito elettorale.

FORLANI. Cercherò, signor Presidente, come ho detto, di cogliere invece soltanto i dati e le occasioni di un confronto che possa riuscire in qualche modo utile. La crisi è partita da una situazione che sempre più manifestava l'esigenza di essere fronteggiata da un Governo che non fosse sostanzialmente minoritario. Questo giudizio e la conseguente iniziativa del Presidente del Consiglio erano stati fatti propri dalla democrazia cristiana.
Gli incontri dei segretari dei partiti che avevano concorso alla maggioranza parlamentare avevano portato al superamento di una serie di pregiudiziali e ad una convergenza su alcuni punti di una possibile piattaforma politica. Su questi dati che non ignoravano certo le difficoltà, ma registravano una volontà politica o quanto meno la comune consapevolezza che allo stato dei fatti non esisteva, a fronte della situazione, un più adeguato tipo di risposta, i quattro partiti avevano, con toni e mandati diversi, convenuto che potessero essere avviate le trattative formali con un Presidente incaricato della formazione di un nuovo Governo.
Non ignoravamo le difficoltà psicologiche, di ordine politico, le diverse esigenze programmatiche, e così via; ma il problema era e resta quello di sapere se queste divergenze sono più importanti della richiesta che sale in modo oggettivo dalle cose, dalla situazione: la richiesta cioè che un Governo democratico, espressivo di una forte base parlamentare, faccia fronte alla situazione, garantendo lo sviluppo, salvaguardando il normale svolgimento della vita democratica e le possibilità di un costruttivo lavoro che la legislatura ha di fronte.
Non avevamo certo tratto da questi dati oggettivi della situazione un tipo di proposta che si giustificasse in modo angusto e chiuso, su un mero stato di necessità. Al contrario, tenendo conto delle difficoltà e dei problemi acuti che il paese pone, siamo partiti dalla proposta di una linea politica avanzata, aperta cioè rispetto alle esigenze di una fase di sviluppo e di espansione democratica della società.
Che il partito comunista abbia subito, come sempre d'altra parte, classificato come immobilista e conservatore il disegno che ci eravamo proposti, non può essere oggetto di meraviglia.
In realtà, nel fragile e pericoloso equilibrio politico del nostro paese, tutto ciò che tende a contrastare le spinte di disgregazione e centrifughe è in direzione del progresso democratico della società, non viceversa.
Il nostro giudizio e il nostro rammarico per la scissione del partito socialista nascevano da questa convinzione e non da altro. Un conseguente impegno democratico nel nostro paese, che voglia tener conto in concreto della sua storia e delle sue componenti culturali, civili, politiche, deve essere diretto a comporre, lungo una direttrice di equilibrio e di sintesi, quanto più è possibile della realtà nazionale. Questa è, d'altra parte, la storia, ed è il significato attuale della democrazia cristiana. Quello di disunire e di scomporre può essere il disegno di un partito che, legato ad una concezione classista, tenda ad imporre la propria egemonia su una delle due parti in cui dovrebbe radicalmente dividersi la società.
Per questo, rilanciando la collaborazione quadripartita, noi perseguiamo una linea democratica che solo in una visione distorta delle cose può essere definita come corrispondente alle pressioni conservatrici della società. Noi proponevamo e proponiamo una linea politica aperta, attenta a ciò che accade, ma sicura e coerente rispetto alla difesa dei valori e delle concezioni della vita democratica, rispetto alla difesa della libertà che è mezzo e fine della nostra lotta, nell'impegno che abbiamo assunto di fronte al paese. Una linea politica che non si riconosce nella difesa di un sistema considerato immutabile nei suoi equilibri sociali ed economici, nel funzionamento del suo meccanismo istituzionale, nella accettazione passiva di una realtà internazionale rigidamente definita nelle sue divisioni e nelle sue chiusure; una linea politica espressiva di forze democratiche che sentono e vogliono rappresentare un moto che è progressivo, di espansione verso una piena valorizzazione dell'uomo e della sua libertà.
Ad essa riconosciamo che possono concorrere, anche attraverso una collaborazione di Governo, i partiti di centro-sinistra per ciò che rappresentano nella storia del nostro paese, per il modo in cui intendono porsi i problemi nuovi della società, per i collegamenti sociali che hanno o intendono rafforzare.
Il tentativo, la proposta di costituire un Governo di coalizione democratica partiva per noi da un impegno e da una linea che andavano dunque oltre gli aspetti di necessità determinati dal fatto che la democrazia cristiana non ha una maggioranza per poter governare da sola.
E' vero, molti non credevano alla possibilità di accordo tra i partiti del centro-sinistra; ma dal momento che questo accordo sarebbe stato utile per il paese, utile per la linea politica che vogliamo portare avanti, noi abbiamo ritenuto che si dovesse tentare di superare oggi le difficoltà, non per precipitazione, come è stato detto, ma perché tutto lasciava credere che le difficoltà di domani, ove si fossero accentuate – come si sarebbero accentuate – le polemiche e le divisioni, non sarebbero state più lievi di quelle di oggi.
Le formule di Governo non sono certo tutto per noi, e la democrazia cristiana, così come gli altri partiti, naturalmente non intendeva e non intende esaurire se stessa all'interno di una formula di Governo. Ma dobbiamo dire che è semplicistico, sarebbe semplicistico ritenere, nella situazione attuale del nostro paese, che vi siano alternative facili rispetto alla soluzione che abbiamo proposto secondo una linea che è di coerenza e di sviluppo democratico.
I problemi da affrontare, quelli già all'esame del Parlamento, quelli conseguenti all'attuazione dell'ordinamento regionale, quelli relativi all'equilibrio e allo sviluppo economico del paese, richiedevano più che mai una piena e diretta corresponsabilità di forze democratiche in un Governo pienamente sostenuto da una sicura e larga base parlamentare.
La ripresa della collaborazione organica di governo tra i partiti del centro-sinistra si colloca in un quadro per molti aspetti nuovo. Di queste novità è espressione il discorso serio ed onesto del Presidente del Consiglio, che noi condividiamo pienamente, perché offre appunto una risposta a misura della nuova realtà; è capace, quindi, di proporre al paese una linea di sviluppo democratico aggiornata rispetto alle tendenze delle forze sociali e ai problemi che esse pongono.
L'autunno sindacale può rappresentare un momento importante nel processo di formazione di un ruolo originale del movimento operaio. Il rafforzamento del sindacato, proprio perché arricchisce l'articolazione pluralistica della società, deve essere da noi valutato come un punto di forza da porre in valore per uno sviluppo della democrazia nel paese. Nessun atteggiamento, quindi, di timidezza o tanto meno di impaccio di fronte alla prospettiva di un movimento sindacale più forte che guardi con coerenza i processi unitari e si ponga di fronte alle forze politiche quale portatore di esigenze più ampie di quelle tradizionali, salariali o normative, e voglia farsi carico dei grandi nodi sociali che incidono direttamente sulla condizione dei lavoratori.
Certo, di fronte ad una tendenza di sempre più ampi gruppi sociali verso una crescente politicizzazione (processo che riguarda le stesse comunità di base: le fabbriche, le scuole, i gruppi culturali ed i tecnici), spetta ai partiti, spetta al Governo fare emergere un tipo di proposta che porti il movimento e le spinte all' interno della prospettiva democratica del paese. Le riforme dell'assetto istituzionale e l'impegno di rinnovamento rispetto alle tradizionali, storiche questioni sociali, che all'aprirsi dell'esperienza di centro-sinistra determinarono un'attesa viva nel paese, hanno mostrato in questi anni nella realtà limiti di ideazione e ritardi operativi dei quali siamo consapevoli, anche se dobbiamo sempre ,valutare con realismo le difficoltà di un'iniziativa politica che veniva e viene a svilupparsi nel vivo delle trasformazioni stesse della società, cumulando pertanto questioni quantitative con problemi di qualità, per dover compiere da un lato scelte di efficienza necessitate dall'esigenza di fondo di inserire il paese a pieno titolo e con forza autonoma nel circuito europeo, e dall'altro lato scelte civili e sociali quali risposte moderne ai problemi che il passaggio verso strutture urbane ed industriali pone con urgenza al nostro sistema.
Il complesso di queste nuove realtà ha determinato la crisi definitiva anche del mito secondo cui i problemi aperti avrebbero potuto essere risolubili automaticamente e meccanicamente attraverso lo sviluppo delle forze produttive. E proprio la crescente tendenza verso una partecipazione critica e creativa ai processi sociali e politici, che è il dato originale della dialettica vissuta dal paese negli anni trascorsi, può offrire le indicazioni più coerenti per una linea politica rinnovata.
Non si tratta certo di scindere le esigenze di funzionalità e di efficienza dei meccanismi dello sviluppo dalla nuova richiesta di partecipazione. Occorre piuttosto formulare, anche nelle linee della pianificazione, ma prima ancora nella volontà e nel disegno del Governo e delle forze politiche, una nuova proposta.
In questa proposta, corrispondente alle esigenze di un più articolato e forte pluralismo, l'istituzione dei consigli regionali, la riforma universitaria, le grandi scelte che riguardano nel profondo la condizione sociale e civile dei lavoratori attraverso la politica dei piani, lo statuto dei lavoratori nelle fabbriche, una nuova politica della casa, costituiscono tutti insieme gli elementi di una vasta ripresa di iniziativa politica. Ad essa compete di operare la promozione di un rapporto nuovo e più profondo tra la società e le sue richieste e un potere politico che superi talune tentazioni illuministiche per ritrovare una propria funzione nel contatto diretto, nella verifica costante delle proprie scelte con le tendenze popolari, in un rapporto fatto di fiducia e di solidarietà profonda.
La crisi della pianificazione nasce anche di qui: dal logoramento progressivo di un modello globale da offrirsi quale tavola di valori e punto di riferimento elaborato e proposto sulla base di un disegno politico di analoga natura.
Il progetto di sviluppo democratico deve invece qualificarsi attraverso il dialogo e il contatto vivo con le forze della società, della scienza, della cultura. Esso non può proporsi un prevalente compito di razionalizzazione del sistema, proprio perché, come è stato giustamente rilevato, gli elementi irrazionali che persistono (il divario nord-sud, le fasce di disoccupazione, il settore agricolo) non sono razionalizzabili, ma costituiscono situazioni da superare in un nuovo e diverso assetto sociale del paese.
Certo, non si può non ricercare nel piano la verifica della compatibilità tra obiettivi perseguiti e vincoli fissati. Ma ciò che deve emergere con forza diversa è il carattere operativo di questo strumento primario della azione pubblica e la coerenza tra le indicazioni formulate e i concreti fenomeni che si sviluppano. Facendo perno su questi dati, una nuova politica di piano può dare un contributo decisivo e restituire nel concreto alla politica la sua funzione più propria.
Con questo tipo di pianificazione non è immaginabile che i sindacati rinuncino a dialogare, misurando al di fuori di vincoli pregiudiziali la loro capacità di rappresentanza delle più larghe esigenze dei lavoratori. Abbiamo quindi di fronte a noi l'impegno a costruire un tipo di iniziativa che determini spazi di autonomia crescenti in cui articolare i poteri di base negli enti locali, nei gruppi sociali e della cultura, offrendo una risposta che sia in direzione delle tendenze che si sviluppano nelle società industriali moderne ad est come ad ovest, dove si accentua la crisi dei sistemi centralistici e autoritari, incapaci di determinare un consenso e una partecipazione di segno positivo quali sono richiesti dal progresso di liberazione dell'uomo che la cultura e la scienza sono oggi in grado di determinare nel profondo.
La crisi che scuote il movimento comunista internazionale, rispetto al quale fenomeni crescenti di dissenso si sviluppano nel nostro stesso paese, come ha ricordato l'onorevole Pintor in questo dibattito, è un elemento della più generale crisi dei sistemi burocratici e centralistici di organizzazione statuale.
Proprio la sfiducia nel ruolo creativo delle forze sociali, all'interno di modelli rigidi e burocratici, è all'origine della rivolta libertaria degli anni recenti, in sé stessa potenzialmente aperta in qualche modo verso forme pienamente pluralistiche. Essa pone in questione nel movimento comunista internazionale il ruolo e la funzione del partito-guida e dello Stato che ne egemonizza la prospettiva politica.
Di qui nasce la rivolta di Sartre e di Garaudy e degli intellettuali più vivi dell'Unione Sovietica; di qui si sviluppa il movimento della primavera di Praga e il dissenso marxista in Italia; così come il maggio francese mostra i limiti gravi dei sistemi in cui si esprime con maggior precisione l'alleanza dei grandi gruppi finanziari con il potere politico: qui è proprio contro il ruolo egemone delle forze tecnocratiche che si esprime l'opposizione di forze popolari crescenti; e la ripresa del controllo parlamentare da parte di quelle stesse forze tecnocratiche segna, sì, il rifiuto popolare dei metodi e dei fini del ribellismo, ma non può giungere a mistificare una realtà che si muove verso la ricerca di più reali e nuovi contenuti democratici.
Ecco dunque come, onorevoli colleghi, nel vasto processo in atto di ricollocazione del sindacato in forme nuove nel sistema democratico, nella linea che tende ad assegnare alla università e alla scuola un ruolo critico e creativo nel processo di formazione civile e culturale, nel disegno regionalista, alternativo rispetto al modello centralistico di organizzazione dello Stato, si deve riconoscere una generale linea di direzione che muove verso una più piena rispondenza al modello costituzionale e lo ripone, attuale e vivo, al centro di una nuova stagione di impegno politico che ci fa guardare con fiducia, se abbiamo coraggio, ai tempi che si appressano, e richiama le energie migliori all'esigenza dell'impegno politico come fatto di rinnovamento profondo del costume e della prassi sociale e politica.
Se questo disegno sarà al centro del rapporto tra le forze politiche e il paese, non vi sarà spazio per posizioni rinunciatarie nell'arco delle forze democratiche; ad esse compete una responsabilità nuova e crescente cui occorre far fronte, nella consapevolezza che esse garantiscono un tipo di equilibrio politico che non solo non appare realisticamente sostituibile, onorevole Amendola, ma nella sostanza può essere liberatore di energie popolari crescenti, consapevoli come siamo che la forza dell'opposizione al nostro confronto nasce dall'incertezza del nostro campo per quanto in esso si riflette dell'ambiguità stessa della storia che viviamo, in una stagione che nella cultura e nella scienza, e di qui all'interno delle coscienze, apre nel contempo spazi di libertà nuovi e nuove tentazioni autoritarie.
Ecco perché il nostro compito di democratici è, ancor più oggi, quello di giocare la partita sul nostro terreno, che è di necessità un terreno di frontiera, cui non si offrono i comodi ripari del dogmatismo e dell'autoritarismo. In questo momento si presentano quindi in maniera nuova anche da noi i grandi temi intorno ai quali si interrogano e lottano le forze più dinamiche, ad est come ad ovest: sono i problemi che riguardano la struttura e l'articolazione del potere, i rapporti delle forze sociali di fronte al potere politico. Queste sono le cose che sempre più contano e su queste saremo giudicati; su queste cose comincerà ad essere giudicato lo stesso ruolo dei partiti comunisti, siano essi al potere o alla opposizione.
Porre il problema del dialogo in termini di intesa con il partito comunista italiano, che è diviso al suo interno tra riforme e rivoluzioni, ed è in una posizione di sostanziale sudditanza verso l'esterno, significherebbe aprire una linea regressiva per la moderna coscienza civile del paese, quella coscienza civile che il paese ha acquisito in questi anni, e gettare le basi per un incontro di potere che non rappresenterebbe se non l'ultima, e con ogni probabilità rovinosa, incarnazione del vecchio vizio trasformistico della nostra storia politica.
Ora, il lungo itinerario della crisi ha confermato ulteriormente le ragioni politiche concrete della validità di un incontro tra alcune forze quale momento necessario della prospettiva di sviluppo democratico. Il partito comunista italiano nulla ha lasciato di intentato per impedirne la realizzazione: minacce e lusinghe sono state di volta in volta affacciate per provocare la rottura dell'attuale equilibrio politico allo scopo di indebolirne lo spazio e di spostare verso il partito comunista il ruolo determinante e decisivo di questo equilibrio.
Ma, onorevoli colleghi, nonostante gli sforzi che si notano nelle posizioni di alcuni dei suoi dirigenti, l'incapacità di sciogliere le grosse remore e le pesanti ambiguità - così forti in un partito che non rinuncia a trarre i comodi vantaggi del gestire l'opposizione, qualunque essa sia, nel paese - condiziona le capacità di iniziativa del partito comunista verso le forze democratiche e popolari, cattoliche e socialiste. Ad esse forze quindi viene a competere, anche per questo, con pienezza, l'esercizio del ruolo di guida del paese, ruolo che per sua natura impone scelte concrete e spesso alternative, così che deve ancor più sollecitare in noi la coscienza e la responsabilità di una rappresentanza delle esigenze sociali che va oltre l'arco delle forze che noi più direttamente rappresentiamo.
Ecco una ragione ulteriore che spinge verso un rapporto solidale e franco con i sindacati, e di qui deriva la necessità di un centro-sinistra che non si chiuda in se stesso, che non tenda cioè a svolgere un ruolo di mera occupazione del potere, espressivo della sola volontà dei gruppi sociali e politici che rappresenta.
Le ragioni che hanno determinato in noi la convinzione che il Governo monocolore Rumor avesse esaurito il proprio compito e si dovessero ricercare le condizioni politiche e programmatiche necessarie a dar vita a un nuovo Governo di coalizione nascono quindi dalla valutazione delle complesse esigenze che la società italiana propone. In primo luogo occorreva contrastare la pericolosa tendenza diretta a marcare nel paese una linea divisoria proprio sul tema della repressione e della legalità, tendenza che, ove avesse preso ulteriormente corpo, avrebbe finito con l'avvelenare la situazione, inserendovi elementi in gran parte di artificio, ma comunque disgreganti. Ero a nostro avviso necessario non solo ristabilire la verità delle cose, sgombrare il terreno di tutti gli elementi di ambiguità, ma soprattutto promuovere un adeguamento dei modi di presenza dello Stato in ragione di quel complesso di trasformazioni strutturali che il nostro sistema ha vissuto in questi anni e che ha inciso nel profondo sui modi di comportamento e quindi sui modelli culturali e sui valori civili che riguardano direttamente la coscienza democratica dei cittadini.
Ora, è evidente che a pressioni di questo tipo non si fa fronte in modo proprio e politicamente corretto se non attraverso una corresponsabilità delle forze che, pur partendo da posizioni diverse, sono comunque interessate ad una evoluzione democratica del paese. Del resto, la funzione del monocolore Rumor proprio su questo terreno avrebbe finito con il risultare insufficiente a far fronte agli obiettivi che esso si era proposto al momento della sua costituzione e che si riassumevano, in ispecie, nell'impegno a preservare le condizioni politiche per una più piena e diretta corresponsabilità di governo da parte dei partiti del centro-sinistra.
Proprio l'emergere progressivo, sia pure in larga misura artificioso e strumentale, della tematica sulla repressione o sulla legalità, avrebbe finito con il coinvolgere le forze politiche, sviluppando spinte centrifughe tra i partiti e nel paese. L'impegno a concludere costruttivamente per l'equilibrio sociale la fase dei conflitti contrattuali aveva, di necessità, di fronte a sé la prospettiva di una nuova e solidale ripresa di collaborazione politica tra le forze che vogliono realizzare un clima di pacificazione e uno sviluppo equilibrato, fondato sul buon senso consapevole dei gruppi sociali.
Unitamente a questa esigenza di solidarietà, la realtà sociale ed economica, con la carica crescente di complessità che viene assumendo, spinge in direzione di una guida politica di più ampia base. Programmazione, difesa dell'occupazione, contenimento dei prezzi e difesa delle conquiste salariali, politica creditizia diretta a tenere alti gli investimenti, a non far entrare in crisi le piccole e medie aziende, promozione di reali condizioni di sviluppo in agricoltura, incremento delle possibilità di intervento nel Mezzogiorno: sono tutti aspetti di una politica che deve essere organica per essere operativa e, per essere tale, richiede un Governo con una sicura e forte base parlamentare, con la piena corresponsabilità dei partiti di maggioranza.
La stessa scadenza elettorale, con l'impegno all'attuazione alle regioni, sollecita l'esigenza di presentare al paese in modo chiaro un quadro politico di riferimento, utile per il giudizio che gli elettori esprimeranno in ordine a questa riforma destinata a realizzare un nuovo tipo di organizzazione dello Stato.
Infine, la stessa nostra volontà di utilizzare il Parlamento come sede idonea a mettere in movimento la dialettica tra le forze politiche e ancorarla alla realtà del paese suppone l'esistenza di una maggioranza solida, autonoma, capace di iniziative e di confronto con le opposizioni.
Queste esigenze, nel loro complesso, furono condivise dai segretari politici del centro-sinistra nel corso dei loro incontri. Sulla base di questa convergenza di fondo espressa dagli organi direttivi dei quattro partiti l'onorevole Rumor trasse le conclusioni necessarie, aprendo ufficialmente la crisi di Governo. Il primo tentativo operato da Rumor a seguito dell'incarico ricevuto dal Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni offerte dai gruppi parlamentari non giunse a positiva conclusione a causa del riemergere di spinte contrapposte e di polemiche. La consapevolezza che, oltre e fuori della solidarietà tra i partiti del centro-sinistra, di necessità diveniva angusto lo spazio di possibili alternative non si era rivelata ancora sufficiente a far superare gli ostacoli e le diffidenze che si erano andati accumulando nei mesi precedenti . Restava comunque il fatto che, nel corso di questa prima fase delle trattative, si erano realizzati importanti punti di incontro su questioni assai rilevanti: basti ricordare l'accordo intervenuto sul problema dell'amnistia e sulle relative motivazioni, sulla riforma del codice di procedura penale, sulla data per l'indizione delle elezioni regionali.
Le ragioni più gravi che spinsero verso l'insuccesso di questa iniziativa presero corpo invece dal riaprirsi della polemica e delle contrastanti interpretazioni sulla cornice politica, in ordine specialmente alla questione del rapporto tra maggioranza, Governo e opposizione, e in ordine al complesso problema delle giunte, o meglio della corrispondenza generale dei partiti rispetto alla linea politica che viene insieme assunta al centro della vita nazionale.
Ulteriore elemento di contrasto divenne la questione sorta con la necessità di dover corrispondere alla nota della Santa Sede con un confronto interpretativo che, come tutti i confronti, non doveva pregiudizialmente negare la disponibilità reciproca a prendere in considerazione gli argomenti delle parti, salva sempre per noi la decisione definitiva e sovrana del Parlamento.
Nel corso di questa prima fase della crisi, in coerenza con una prospettiva di radicalizzazione della lotta politica nel paese, la direzione comunista non tardò ad esprimere un giudizio nettamente negativo sulla proposta di formazione d'un governo quadripartito, «che assume – come si disse – da una parte il significato di una operazione conservatrice in contrasto stridente con gli orientamenti dei lavoratori e delle masse popolari e appare, dall'altra, una soluzione elusiva e precaria della crisi politica». Di contro, la direzione comunista proponeva, come è noto, la soluzione di un governo orientato a sinistra per le sue scelte programmatiche, per la sua formula e per la sua struttura.
D'altro lato la destra esprimeva il proprio favore ad una immediata consultazione elettorale politica, spingendo a fondo un'esigenza legittimamente sentita anche da molte parti nell'arco delle forze democratiche per l'ipotesi di un rovesciamento o di una deviazione della linea politica stabilita chiaramente dal paese attraverso il voto elettorale.
Emergevano così con chiarezza le linee alternative alla ricostituzione del quadripartito. La richiesta comunista di un Governo orientato a sinistra, che configurava una linea apparentemente duttile e articolata, era diretta in realtà a determinare la crisi definitiva dell'attuale equilibrio democratico. Ad essa non poteva non corrispondere anche la spinta verso una consultazione elettorale che ponesse problemi nuovi e le proposte alternative di indirizzo al giudizio dell'elettorato.
La perseveranza nel ricercare le condizioni dell'intesa, nonostante le difficoltà, dopo la rinuncia dell'onorevole Rumor del 28 febbraio, rimase al centro dei successivi tentativi dell'onorevole Moro e del Presidente del Senato, Fanfani, e si dimostrò preziosa per la soluzione della crisi proprio in quanto veniva a riproporre il quadripartito con tenacia, quale più realistica via d'uscita dalla crisi e come salvaguardia rispetto ai rischi di radicalizzazione che sarebbero conseguiti ad uno scioglimento anticipato delle Camere nella presente situazione del paese, a causa dei problemi che erano insorti e dello stato dei rapporti fra i partiti.
Comunque, in merito alle difficoltà incontrate dall'onorevole Moro nel corso del suo tentativo di verificare le condizioni per costituire, secondo l'indicazione della nostra direzione del 2 marzo, un Governo di solida base democratica sulla linea politica di centro-sinistra, queste riprodussero nella sostanza le divergenze riscontrate nella precedente fase, con qualche maggiore difficoltà dovuta all'inasprirsi delle polemiche a distanza, dal momento che gli incontri dovettero svolgersi al di fuori di ogni possibilità di confronto e di discussione collegiale dei punti programmatici e delle questioni di indirizzo.
Il lavoro paziente e gli approfondimenti svolti dall'onorevole Moro sono stati tuttavia assai utili nel fare avvertire a tutti che i margini per una possibilità di ripresa e dì svolgimento della legislatura si andavano progressivamente riducendo. Noi crediamo di aver lavorato «in positivo» in ogni momento della crisi per evitare i rischi connessi alla prospettiva dello scioglimento anticipato delle Camere, con ciò ritenendo anche di interpretare nella nostra autonoma valutazione il giudizio equilibrato, la grande sensibilità, la superiore obiettività di cui non possono non essere testimoni gli uomini politici responsabili nel rapporto di consultazione con chi è garante supremo dell'ordinamento costituzionale e della vita democratica del paese.
Abbiamo avuto presenti i pericoli di un tipo di battaglia che avrebbe ridotto ulteriormente la possibilità di coesione tra le forze di centro-sinistra, avrebbe dato nuova iniziativa alle posizioni estreme in ragione di una radicalizzazione seria dello scontro politico, avrebbe frenato e sospeso un lavoro parlamentare in larga misura proficuo.
Il 12 marzo venne affidato al Presidente del Senato un incarico analogo a quello assegnato all'onorevole Moro. Il 17 marzo il Presidente Fanfani, dopo una serie di accertamenti, in una riunione collegiale cui presero parte i rappresentanti del partito socialista italiano e del partito socialista unitario (i repubblicani erano in posizione di attesa) chiese il giudizio dei partiti su un documento che riguarda i punti più importanti e controversi della vicenda e che il Presidente del Consiglio ha riassunto nella sua esposizione.
Le direzioni centrali dei partiti consultati approvarono sostanzialmente il documento, con riserve e dissensi relativamente al punto riguardante la partecipazione dei segretari politici al Governo. Ritenendo irrinunciabile tale aspetto nel contesto delle proposte formulate, il Presidente del Senato ha ritenuto che esistessero le condizioni per un proseguimento del tentativo da parte di altri. Il lavoro costruttivo svolto al fine di consentire una ulteriore feconda prosecuzione della legislatura attraverso la ricostituzione della coalizione quadripartita trovò ulteriori indicazioni quando il Presidente Fanfani, all'uscita dal colloquio col Presidente della Repubblica, mise in risalto quanto di positivo nel corso di questo sondaggio si era acquisito, restando ovviamente in caso contrario l'opportunità di un dibattito parlamentare.
È così che l'onorevole Rumor, nel corso del suo ultimo tentativo, ha potuto proporre ai partiti un quadro globale di accordo e su questo chiedere una risposta definitiva: un accordo politico laborioso, ma proprio per questo non superficiale o evasivo rispetto alle scelte politiche e programmatiche da portare avanti. Da questa piattaforma può (se vogliamo, se le forze politiche non sono afflitte da una sciocca e immotivata rassegnazione) riprendere un'iniziativa politica di ampio respiro, aperta alle esigenze di fondo della società.
Noi abbiamo rifiutato che intorno al centro-sinistra si costruissero le mura perimetrali di un sistema difensivo di potere. Quella che abbiamo ritenuto essenziale in questa esperienza di coalizione è stata piuttosto la capacità di muovere le cose e gli uomini e quindi gli istituti e le forze politiche del paese. E ciò è possibile, a nostro giudizio, se si guarda all'essenziale rispetto ad una coerente politica di promozione democratica che dobbiamo fare crescere nel paese e nella società. Anche negli enti locali quindi ciò che conta è questo: che le alleanze che si formano devono rispondere innanzitutto a questa esigenza di fondo. Questo abbiamo chiesto e chiediamo ai nostri alleati di Governo: una scelta alla periferia, specie nelle regioni, che valorizzi e ponga al centro le esigenze di fondo che ci siamo proposti in uno spirito che è al servizio della crescita della democrazia nel paese.
Ed è per questo che noi non potremmo comprendere scelte pregiudiziali estranee rispetto a questo disegno, scelte che anche agli occhi e al giudizio dell'opinione democratica del paese apparirebbero in manifesta e grave contraddizione con le ragioni di fondo poste alla base di questa comune esperienza di governo.
Del resto, fare le regioni non significa eleggere soltanto i consigli regionali. Il disegno offertoci dalla Costituzione è ben più complesso e impegnativo. Fare le regioni è una vera opera di fondazione nella realtà viva del paese. Ed è in questa opera che si riqualificheranno, di fronte allo Stato nuovo e di fronte al nuovo modo di porsi della nostra società, le forze politiche.
Quest'opera non può essere strumentalizzata, diventare occasione per forzare o eludere la situazione politica e le difficoltà che in essa si manifestano. Si è parlato di «regioni aperte», ma su questo dobbiamo chiaramente intenderci: aperte a costituire un modo veramente nuovo del rapporto tra società e istituzioni; ma non aperte a utilizzare tutto ciò che di vecchio, di vischioso, di arretrato ancora permane nella nostra società per strumentalizzarlo a fini di rottura e per colpire una politica o, come più esplicitamente si dice, la politica di centro-sinistra.
Si tratta innanzi tutto di fare degli organi regionali dei modi nuovi del potere rispetto alla società, un potere il quale non diventi diverso solo perché più ravvicinato. Si tratta di fare delle regioni le sedi di elaborazione di un più puntuale e rispondente indirizzo nelle materie di loro pertinenza, un punto determinante della formazione degli indirizzi di programmazione generale e di gestione delle programmazioni particolari.
Siamo perciò convinti che bisognerà mettere molta cura nella elaborazione degli statuti regionali e nelle leggi di trasferimento delle competenze perché si offra un nuovo modo di esprimersi del potere: un potere veramente posto al servizio della società e non per strumentalizzare le esigenze della società ai fini della lotta per il potere. Regioni e programmazione sono le due dimensioni intorno alle quali deve delinearsi il nuovo edificio, ma esse non sono semplicisticamente componibili. Occorre del resto ricordare che, se esse entrano oggi insieme nei programmi e nei propositi di molle forze politiche, alla Costituente regionalisti e programmatori non si identificavano all'interno delle forze politiche. Solo all'interno della democrazia l'incontro della generazione giovane con quella della tradizione popolare riuscì a conciliare queste due dimensioni, a tradurle nel dettato costituzionale; ma non si può dire che intuizioni del dettato costituzionale abbiano alimentato e risolto una dialettica che non è solo concettuale all'interno delle forze che oggi propugnano questi due obiettivi.
La suggestione di regioni come meri strumenti della programmazione economica ritorna sempre; eppure noi dobbiamo riuscire a costruire un metodo di programmazione che sia democratico non solo perché sanzionato dal Parlamento, non solo perché riconosce la pluralità di soggetti economici pubblici e privati, non solo perché sollecita piena e autonoma capacità alle espressioni qualificate delle diverse forze sociali, ma perché dobbiamo darci una programmazione economica capace di operare una sintesi pure in presenza di una riconosciuta autonomia e pluralità dei soggetti pubblici su cui deve fondarsi il nostro ordinamento.
Questo richiede un impegno di fondo, un impegno a portare avanti la fase costituente delle regioni in modo ordinato e costruttivo, per consolidare, non per indebolire la nostra struttura democratica. Perché questo disegno si svolga è necessario che vi sia una chiarezza di fondo sia nelle regioni sia nel primo interlocutore che le regioni avranno di fronte a sé, che è il potere centrale. Un disegno nel quale questo processo di articolazione autonomistica sia sorretto e ricondotto ad una sintesi unificante, al senso unitario che l'ordinamento complessivo deve alla fine esprimere; ed è qui che ritorna, esaltato, e non indebolito dall'istituzione delle regioni, l'altro aspetto qualificante della nostra Costituzione democratica: l'aspetto garantito dalla struttura dei partiti politici. Spetterà ai partiti, alla vitalità del sistema dei partiti garantire questa funzione unificante dell'ordinamento. Questo richiede indubbiamente che l'occasione regionale sia concepita come un modo per ritrovare un nuovo e più immediato rapporto con la società; ma richiede anche la vitalità del sistema, la chiarezza delle sue componenti. Regioni aperte, aperte ad interpretare tutto il nuovo che dalla società deve esprimersi in un ordinamento rinnovato, ma chiarezza nella funzione propria, nella distinzione, nei rapporti, nelle collaborazioni e contrapposizioni tra i partiti, perché il sistema manifesti tutta la sua validità. Regioni aperte, quindi, non possono né debbono significare confusione. Non debbono e non possono significare la loro strumentalizzazione, ma la attenzione a cogliere quanto di valido si esprime in tutte le sedi ed attraverso tutti gli organismi, nella chiarezza delle responsabilità proprie di chi sarà chiamato a gestire ed interpretare le espressioni locali, e di chi deve interpretare il momento centrale di questo disegno. Chiarezza, infine, nel gestire e nel garantire la sintesi unitaria del disegno complessivo.
Ecco perché il Governo non si legittima solo perché indice i comizi elettorali; ecco perché fare le regioni richiede tutta questa legislatura; ecco perché è necessaria una maggioranza responsabile, che consenta a questa grande riforma di non diventare un fatto strumentale, ma il momento necessario d'una nuova fase di sviluppo democratico del paese.
Per quanto riguarda l'altro tema, che ha assunto, nei giorni scorsi, rilievo centrale, e cioè la questione sorta con la necessità di dover corrispondere alla nota della Santa Sede, è stata qui presentata dal Presidente del Consiglio la proposta del Governo, che noi valutiamo corretta, ed approviamo. Già nel corso delle trattative avevamo espresso con chiarezza la nostra opinione che si trattasse, indubbiamente, di un problema delicato, ma non di tale difficoltà da non essere superato da forze politiche responsabili. Si è, da parte di alcuni colleghi appartenenti a diversi gruppi parlamentari e da parte anche di giornalisti, parlato molto, in verità non a proposito, di un venir meno, o di un attenuarsi dell'autonomia della democrazia cristiana in questa circostanza. Dico «non a proposito» consapevolmente, perché spero ci verrà concesso che le vicende interne e la storia del nostro movimento forse le conosciamo meglio noi di quanto non possano gli osservatori esterni, per quanto animati da buona volontà. Qui non era in questione la nostra particolare configurazione di partito della democrazia cristiana, che con questi caratteri porta con sé, nella prospettiva democratica del paese, dodici milioni di cittadini. Qui si trattava di capire perché ci si sarebbe dovuti sottrarre, e come sarebbe stato possibile sottrarsi, ad un confronto. La posizione della democrazia cristiana nei confronti del problema del divorzio in generale, e della legge oggi pendente dinanzi al Senato, che noi giudichiamo nel modo più negativo, è assolutamente chiara: convinti che si tratti di un errore sociale, indipendentemente dall'origine religiosa o civile della comunità familiare, abbiamo lottato e lottiamo senza mezzi termini contro questa novità che reputiamo infausta.
La richiesta della Santa Sede di una ricerca di soluzione amichevole al contrasto interpretativo circa la violazione dell'articolo 34 del Concordato ad opera dell'articolo 2 della legge Fortuna si è posta fin dagli inizi delle trattative di governo come un problema in un certo senso a sé, rispetto all'atteggiamento dei singoli gruppi parlamentari sul merito della proposta di legge. Non abbiamo esitato ad opporci alle tesi, pure esposte in termini rispettosi e non certo di vecchio anticlericalismo, secondo le quali dovesse eccepirsi una incompetenza pregiudiziale da parte della Santa Sede. Attraverso l'approfondimento comune, guidato prima dall'onorevole Rumor, successivamente dall'onorevole Moro e infine dal senatore Fanfani, si è giunti ad una formulazione che, nella perfetta e doverosa tutela sia della sovranità statale sia degli obblighi internazionali, consente di superare una stretta che poteva veramente condurre a deprecabili rotture. Il senso dello Stato noi crediamo di averlo vivo non meno degli altri, e di non aver bisogno di riaffermarlo in ogni circostanza.
Mi si lasci infine dire che la democrazia cristiana, pur non potendo responsabilmente mettere in discussione valori civili e politici altrettanto importanti in una situazione così difficile e priva di alternative, non può nascondere – e non ha nascosto – la propria amarezza per aver constatato la impossibilità di far comprendere ai propri alleati il fondo disinteressato e convinto della sua radicale battaglia contro questa legge. La proposta del Governo, dicevo, corrisponde a questa esigenza da noi prospettata, e non contraddice certo il fondamento di alcune preoccupazioni degli altri partiti.
Nell'altro ramo del Parlamento e nel paese noi continueremo naturalmente, con coerenza e secondo le nostre convinzioni di cittadini e di democratici cristiani, la nostra battaglia contro la proposta di legge Fortuna-Baslini sul divorzio, una proposta che nel quadro delle legislazioni divorziste si qualifica come quella che delinea le più gravi possibilità di attacco contro l'unità del vincolo familiare.
I giudizi espressi sulla situazione politica, i termini programmatici indicati dal Presidente del Consiglio ci trovano, ripeto, del tutto consenzienti. Vi è delineata una piattaforma, una base per un comune impegno democratico, in una linea di coerenza e di sviluppo secondo le esigenze di libertà e di progresso che la società esprime ed alle quali era difficile far fronte con soluzioni di governo provvisorie e comunque precarie.
Quando, onorevole Amendola, si pongono i temi della politica economica nel modo in cui sono stati posti, possiamo discutere ed essere in contrasto; ma una cosa è certa: che, rispetto a quegli obbiettivi, appare essenziale l'esigenza di un Governo nella pienezza delle possibilità di iniziativa, forte per la base parlamentare che lo sostiene e per le componenti democratiche che esprime, capace di resistere a tentazioni e a spinte corporative e dispersive. Anche una politica di piano che voglia essere democratica e ancorata alla realtà umana e sociale del paese può esprimersi in modo istituzionalmente costruttivo se, a fronte dei sindacati presumibilmente sempre più uniti e nella misura in cui su una parte di essi non peseranno tentativi di strumentalizzazione, spesso in verità aperti e manifesti, ci sarà la politica, cioè il momento essenziale e primario della politica, caratterizzato non dalla debolezza e dalle divisioni, ma forte per una ritrovata capacità di collaborazione e di presenza.
Con riferimento a questi temi posti dai partiti e raccolti in modo coordinato e conclusivo dall'onorevole Rumor nella sua relazione alle Camere, con riferimento a questi temi generali e a quelli conseguenti relativi a una politica della casa, degli ospedali, dei trasporti, della scuola, noi esprimiamo la nostra adesione alle linee programmatiche qui espresse dal Governo. Anche se di fronte a questi obiettivi, di fronte a queste esigenze, non possiamo non riconoscere con l'onorevole Rumor che procederemmo in astratto se non cogliessimo gli aspetti difficili, che il Presidente del Consiglio ha indicato responsabilmente, di una situazione in cui tensioni di varia natura, che possano mettere in crisi l'equilibrio economico e finanziario del sistema, non vengano controllate con decisione e con autorità.
Onorevoli colleghi, è dunque la serietà dei problemi e la necessità di affrontarli organicamente che ha spinto i partiti di centro-sinistra a ritrovare la possibilità di una collaborazione. Nessuno può certo dire che manchi a questo Governo una base programmatica impegnativa. Già gli impegni presi e all'esame del Parlamento, ove si voglia, come noi vogliamo, tradurli in fatti, costituiscono un programma che copre molti mesi di attività.
Anche di fronte alle possibilità di linee di politica economica alternative, il Governo si è sforzato di individuare una risposta coerente e realistica, una politica volta ad accrescere la propensione al risparmio e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento dei mezzi finanziari. Di qui discende la necessità di una politica di difesa della stabilità monetaria e, dall'altro lato, di una risoluta politica di incentivo del mercato azionario. Le difficoltà riscontrabili oggettivamente non sono per altro tali da non offrire la possibilità di una linea di soluzione nel quadro di una politica economica che si ponga con coerenza e con ampio respiro.
Anche per l'amnistia le dichiarazioni del Governo sono in larga misura rispondenti alle opinioni emerse negli incontri tra i partiti della maggioranza. È rimasto acquisito il principio di emanare un provvedimento di clemenza unico, di cui una prima parte per reati commessi in occasione delle manifestazioni sindacali dello scorso anno, e una seconda parte per i reati comuni, prevedendo l'esclusione dall'amnistia di alcuni di essi che colpiscono gravemente la coscienza sociale.
Per quanto riguarda la fissazione della data delle elezioni regionali, onorevole Romualdi, la polemica intervenuta nei giorni scorsi è stata un esempio clamoroso di come spesso i problemi vengano posti in modo artificioso a fini di speculazione e di propaganda (Interruzione del deputato Romualdi).
Per la parte più propriamente relativa, diciamo così, alla cornice politica, il Presidente del Consiglio ha colto gli aspetti essenziali e ha indicato le condizioni su cui può fondarsi in modo stabile un rapporto serio e coerente di collaborazione fra i partiti della maggioranza. Maggioranza autonoma che si caratterizza per una sua precisa linea politica, aperta al confronto con le opposizioni, dalle quali riceve anche il contributo di proposte sulla base di una comune e solidale valutazione dei gruppi che la compongono. Sul problema delle giunte riconfermiamo la nostra convinzione nel senso che occorre un impegno diretto a far corrispondere l'atteggiamento dei quattro partiti nella più larga misura possibile, e comunque nei punti politicamente più significativi, e in modo poi particolarmente preciso nelle regioni.
Nell'analisi dei problemi che investono la realtà internazionale, un aspetto del programma del Governo deve, a nostro avviso, assumere un particolare significato. Mentre progressivo e crescente si fa il ruolo delle superpotenze sullo scacchiere mondiale, una spinta decisiva viene avanti nelle richieste di potere decisionale, di spazio politico, di presenza da parte dei paesi minori. Sarebbe grave errore non rilevare che le più forti richieste di partecipazione e di potere, che mettono i sistemi interni agli Stati di fronte a nuovi e più complessi problemi per un assetto più moderno e democratico della vita politica, non riguardano una dimensione puramente nazionale e interna, slegata da tutta una serie di collegamenti e di condizionamenti su scala mondiale. Ora, le grandi linee di politica estera debbono farsi carico anche del ruolo crescente spesso decisivo del fattore tecnologico per i condizionamenti che ne derivano nei rapporti tra i popoli e che spesso si esprimono in termini di mera potenza.
Una valutazione seria che tenga conto di questi dati non può ignorare che le stesse prospettive di integrazione continentale, di superamento dei blocchi militari, di eliminazione delle numerose aree di tensione o di conflitto non procederebbero in avanti senza un preciso controllo e una diversa utilizzazione dei mezzi tecnici in Italia. Una grossa discriminante passa di fatto tra le nazioni che di tali mezzi possono disporre in misura massiccia e quelle che invece si trovano a livelli di arretratezza o di sottosviluppo tecnologico. Immaginare, onorevoli colleghi, un puro e semplice smantellamento dei blocchi militari o una recessione unilaterale da essi nel momento in cui i moderni sistemi missilistici ed il progressivo perfezionamento degli armamenti permettono il controllo a distanza di ogni area del mondo, risponderebbe e risponde ad una concezione semplicistica, carica di rischi, che va contraddetta come irrealistica o mistificante. Per divenire una prospettiva politica seria, una strategia di pace deve essere costruita con pazienza e con tenacia attraverso mediazioni politiche che mettano i mezzi di distruzione e di controllo internazionale sotto la guida articolata di un diverso equilibrio mondiale. La pace non è solo, infatti, assenza di guerra, e neppure può essere fondata sull'equilibrio del terrore nucleare. Una pace fondata solo su queste ragioni ha come risultato una situazione di egemonia bilaterale, che ritarda il dialogo e l'intesa fra le nazioni e consente zone di conflitto aperto dove le sfere di potere non siano sufficientemente delineate e garantite. In queste zone, lacerate tuttora ed in modo sempre più esteso e preoccupante, si esercita la potenza politica, economica e militare delle grandi potenze, mentre le soluzioni dei problemi della fame e del sottosviluppo ritardano a progredire, e anzi quei problemi ne risultano pesantemente aggravati.
Ogni governo amante della pace guarda con preoccupazione all'estendersi del conflitto vietnamita, che sta coinvolgendo progressivamente le nazioni limitrofe – il Laos e la Cambogia – pur sapendo tutti che attraverso una estensione del conflitto non si troverà una soluzione neppure sul piano militare. Al contrario, solo attraverso la riduzione della pressione militare e attraverso appropriate iniziative politiche e diplomatiche potrà prendere l'avvio un nuovo equilibrio in quell'area, in cui i sacrifici umani delle popolazioni coinvolte e l'impoverimento crescente di quei paesi sono il prezzo drammatico di uno scontro che si riflette all'interno delle coscienze di tutti i democratici, anche nella stessa America, cioè ovunque i cittadini hanno la possibilità di una libera espressione. Se accanto al progressivo disimpegno americano non procederà un deciso e vincolante controllo internazionale sulle attività militari nel sud-est asiatico, diventerà sempre più illusoria l'idea di un confronto politico democratico da cui nascano le condizioni di uno sviluppo civile ed economico fondato su una pacificazione reale. Ecco perché contro ogni scetticismo e a dispetto di tutte le difficoltà la coscienza democratica del mondo non deve e non può arrendersi e deve essere mobilitata per rafforzare il potere delle Nazioni Unite e accelerare i negoziati di pace orientandoli verso soluzioni concrete. Questi sono i passaggi necessari per favorire nelle parti contrapposte una autentica volontà di pace; questo è l'obiettivo che non può vedere estraneo il Governo democratico del nostro paese.
La neutralizzazione controllata dell'intera area al fine di consentire libere elezioni e un arretramento dei blocchi di potenza è la soluzione necessaria che s'impone dopo la fallita attuazione degli accordi di Ginevra. Ma il potere delle Nazioni Unite e la loro autentica forza non sono disgiunti dalla rappresentatività di questa rispetto a tutta la realtà mondiale, e noi approviamo pienamente i propositi del Governo in questa direzione.
Che la Cina, attraverso ragionevoli procedure e senza pretese reciproche non realistiche, possa entrare nel consesso delle Nazioni Unite, per esprimere, nelle forme e nei modi più propri, il ruolo che le compete nell'equilibrio mondiale, può essere un fatto di incalcolabile importanza per la ricerca della pace e per la costruzione di un giusto equilibrio internazionale.
La crisi cino-sovietica, che dal piano del conflitto ideologico ha minacciato e minaccia ancora di trasferirsi sul piano militare, ha contribuito senza dubbio a determinare una presenza più chiusa dell'Unione Sovietica nei confronti dei paesi dell'Europa orientale. La spietata e sorda dottrina di Breznev sulla sovranità limitata ha in realtà anche questo risvolto, in direzione del contenimento delle spinte centrifughe dei paesi dell'est europeo e per consolidare una zona di sicurezza alla frontiera occidentale, in verità illusoria quanto più è brutalmente compressa, mentre più grande si fa il pericolo di una crisi ai confini orientali. Essa rappresenta pure il volto reale di una politica sempre meno rispettosa dell'autonomia anche riguardo a paesi impegnati sulla strada del socialismo in Europa e in Asia.
Il fatto è, onorevoli colleghi, che il processo irreversibile di degradazione del modello di socialismo, di cui scrive Sartre, è giunto ad una fase estrema che investe ora anche il vertice del suo potere politico e dà obiettivamente una luce sinistra al ruolo e alla presenza del comunismo di ispirazione sovietica tra i popoli e nei paesi impegnati a costruire la propria indipendenza.
Ci troviamo oggi di fronte ad una crisi di scala mondiale dei modelli-guida di società che erano emersi dopo la guerra e nel periodo successivo, e più forte diviene per noi, per i popoli democratici, l'impegno a ricercare, ma non nel chiuso di noi stessi, i valori comuni intorno ai quali possa passare la ripresa di una strategia di pace e di sviluppo democratico, e quindi un più giusto equilibrio tra i popoli.
Il confronto delle esperienze tra nazioni diverse, un più ricco dialogo tra di esse e la distensione tra est e ovest per creare in Europa un'area di pace durevole, rispondente ai sentimenti di amicizia esistenti tra i popoli europei, è un punto centrale da portare avanti in questa direzione. È quindi con sodisfazione che registriamo il processo iniziato con i colloqui di Erfurt, orientati verso una soluzione del problema tedesco, elemento centrale di divisione e di tensione nel continente europeo.
La capacità degli Stati europei di risolvere le loro controversie ridà fiducia a coloro che intravedono nell'integrazione del continente non solo un grande ideale, ma anche un importante momento di articolazione della realtà mondiale e l'inizio di quella serie di mediazioni in grado di determinare un processo di decentramento delle decisioni internazionali.
La nuova realtà che si delinea con l'affermarsi del ruolo della Cina – nella misura in cui ad essa verrà consentito – e con l'integrazione europea, va per altro guardata con interesse nella misura in cui questi due nuovi elementi si qualifichino come funzionali rispetto all'obiettivo del superamento delle tradizionali e rigide aree di influenza, e per quanto di contributo potrà venirne anche per l'esigenza di autonomia e di sviluppo del terzo mondo.
La conferenza per la sicurezza europea, a cui si deve tendere come obiettivo di grande validità, può rappresentare un momento importante per un nuovo tipo di rapporti internazionali; a tale conferenza deve giungersi con un lavoro paziente, ma deciso nel suo obiettivo, perché essa non sia semplicemente un fatto strumentale rispetto alla vecchia logica dei blocchi, né espressione o supporto della teoria della sovranità limitata.
La partecipazione dei paesi neutrali e non impegnati sarà, a questo scopo, un elemento significativo e di riconoscimento del fatto che solo in comune, e non unilateralmente, i paesi europei possono compiere le scelte che le aumentate responsabilità dei governi nei confronti della pace pongono ad essi.
In questa prospettiva noi valutiamo i colloqui per il controllo e la riduzione degli armamenti che prendono l'avvio dalla conferenza di Helsinki, anche se non possiamo non riconoscere, e sarebbe stolto ignorarlo, che il clima di guerra fredda non solo continua per molti aspetti a permanere, ma in alcuni casi va intensificandosi. La presenza crescente nel Mediterraneo di forze contrapposte è una pesante realtà che grava anche sulla politica dell'Italia, che condiziona lo sviluppo dei popoli mediterranei e disperde l'occasione di un dialogo ricco, per più versi, di interesse tra civiltà e culture diverse.
Il conflitto arabo-israeliano è senza dubbio l'elemento centrale di questa prospettiva sciagurata; e nessuno più dell'Italia, che resta uno dei pochi paesi democratici del Mediterraneo, deve essere parte attiva e di collegamento per la ricerca di una soluzione pacifica nel medio oriente che passa senza dubbio attraverso il dramma e i diritti del popolo palestinese, ma anche attraverso le garanzie ad Israele di una pace durevole nella sicurezza delle proprie frontiere.
Alle proposte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite deve fare riscontro il tentativo di una ricerca di sicurezza mediterranea che faccia arretrare i blocchi da questa area di tensione. Noi crediamo che ogni bilateralismo nell'area europea vada rifiutato in favore di accordi multilaterali sempre più vincolanti non solo sul piano economico ma anche su quello politico. La stessa integrazione europea dei «sei» può considerarsi esaurita rispetto agli obiettivi segnati dai trattati di Roma ed un salto di qualità – che preveda l'allargamento della Comunità alla Gran Bretagna, la sua presenza crescente sul piano della politica economica, monetaria e di difesa ed un suo atteggiamento univoco verso l'esterno – si impone nel corso degli «anni settanta». Il Governo italiano, che tanta parte ebbe nella firma dei trattati di Roma, deve farsi elemento propulsore in ordine alla proposta di un deciso avanzamento degli obiettivi della Comunità, che rimane, di fatto, il vero elemento di svolta per una ristrutturazione e un'articolazione democratica delle società nazionali.
Ma l'Europa come potenza di pace ha la propria proiezione nella liberazione del terzo mondo dallo sfruttamento, dalla guerra e dalle dittature che l'opprimono. Specie in America latina, nel continente legato cioè dai più forti vincoli culturali, storici ed economici con il nostro paese, l'Italia deve sostenere le forze democratiche che mirano ad una emancipazione del continente. E se gli Stati Uniti sapranno trarre le conseguenze della esperienza della «Alleanza per il progresso» per un nuovo rapporto che favorisca le soluzioni democratiche, da cui dipende un reale decollo dello sviluppo sociale ed economico del continente latino-americano, nuove prospettive di pace e di iniziativa potranno essere aperte.
La coerenza democratica di pace del nostro paese deve quindi esercitarsi costantemente per favorire le condizioni di una crescente emancipazione dei popoli e per rispondere alle richieste di cui si fanno portatrici attente e decise le nuove generazioni.
Queste sono le cose su cui si misura tutta intera una classe politica che voglia affrontare realtà che, ad ogni livello, divengono sempre più di scala mondiale, in una società internazionale che cambia ed alla quale anche noi, pur coscienti della limitatezza delle nostre possibilità, ma anche consapevoli della forza morale e politica di un impegno deciso, dobbiamo offrire il contributo che ci compete, se vogliamo che la nostra interna democrazia continui a crescere e a progredire.
L'invasione della Cecoslovacchia, le ragioni che l'hanno determinata, e di qui il discorso sul modello di costruzione del socialismo, sono in tutto il movimento comunista i temi di fondo su cui si interrogano forze sempre più vaste.
Nel migliore dei casi, un silenzio di imbarazzo, ma anche di precise connivenze, è sceso su questi temi di fondo negli ultimi tempi nel PCI; nel corso del suo discorso in occasione della celebrazione del centenario della nascita di Lenin, al teatro della federazione comunista romana, ed ora nel suo intervento in questo dibattito, l'onorevole Amendola è tornato a ribadire gli elementi centrali della strategia del PCI, quando ha affermato: «Siamo stati e continueremo ad essere fedeli all'internazionalismo proletario, come resteremo fedeli alla struttura del partito che ci siamo dati». Cioè a dire, fedeltà al modello sovietico e fedeltà alla struttura di partito organica a quel tipo di modello.
Del resto, questa stessa linea era stata espressa con altrettanta chiarezza dall'onorevole Natta nella sua relazione al comitato centrale che si concluse con la radiazione degli esponenti impegnati nella proposta del Manifesto.

PAJETTA GIAN CARLO. Noi abbiamo convocato perfino il comitato centrale. Quando avete espulso Melloni e Bartesaghi non avete fatto lo stesso. Prendete nota di come noi discutiamo (Commenti).

FORLANI. Onorevole Gian Carlo Pajetta , mi auguro che all'interno del partito comunista possano svilupparsi una dialettica ed una libertà di discussione quali si svolgono all'interno della democrazia cristiana (Commenti all'estrema sinistra).

PAJETTA GIAN CARLO. Non per niente ci sono due partiti (Proteste al centro).

FORLANI. Le discussioni ed i contrasti all'interno della democrazia cristiana sono chiaramente espressi … (Interruzione del deputato Amendola) … ed in genere trovano una amplificazione sugli organi di stampa al di là della realtà.

PAJETTA GIULIANO. Non avete convocato nemmeno la vostra direzione.

PRESIDENTE. Onorevole Forlani, la prego di continuare senza raccogliere le interruzioni.

FORLANI. D'accordo, signor Presidente; però mi consenta di rivolgere alla democrazia cristiana l'augurio che le sue discussioni e i suoi contrasti interni non debbano essere espressi all'opinione pubblica e comunicati quando i suoi protagonisti sono morti, e ormai da parecchi anni (Vivi applausi al centro — Commenti all'estrema sinistra).

PAJETTA GIAN CARLO. Ella non ha la battuta pronta, onorevole Forlani, ma questa è anche scorretta!

PRESIDENTE. Onorevole Gian Carlo Paletta!

FORLANI. Non sempre avere la battuta pronta è un dato positivo: spesso vi è necessità di riflessione; non tutti sono abituati a parlare e a rispondere senza riflettere (Applausi al centro).
Le motivazioni portate per giungere a quei provvedimenti furono significativamente le stesse di sempre, e cioè: «il loro significato di attacco alla strategia, alla collocazione internazionale del partito, ai modi della sua presenza ed azione internazionalista»; e concludendo l'onorevole Natta affermava che «sciogliendo questo nodo noi diamo anche risposta a chi ci dice, talvolta, di diventare un'altra cosa, di rinunciare a questo o a quell'elemento essenziale della nostra politica o della nostra concezione di partito, al rapporto tra autonomia nazionale e presenza internazionalista o al principio del centralismo democratico».
Ecco, consentiteci di dire che è proprio questo tipo di risposta che non serve, e non rende credibile l'immagine di un partito comunista italiano disponibile per una strategia democratica; non serve non solo alle forze popolari che si raccolgono nei gruppi sociali più vivi, ma non serve nemmeno alle forze più moderne dello stesso movimento comunista.
Né serve più a salvare quel modello per un intellettuale di lunga solidarietà con il movimento comunista come Sartre, il quale deve amaramente tirare le conclusioni sulla linea di tendenza prevalente in seno a quel movimento, riconoscere che «il socialismo è ricaduto nella lunga notte del suo medioevo» e soggiungere: «Ho talora la coscienza che nulla sia irreversibile se non la degradazione implacabile e continua del socialismo sovietico». Di quel modello, cioè, che Amendola e Natta continuano a riproporci nel suo valore di simbolo e rispetto al quale una posizione di critica assunta all'interno del partito comunista è stata ragione di radiazione dalle file del partito stesso.
Certo non ignoriamo che all'interno del partito comunista italiano esistono posizioni più articolate, meno chiuse alle spinte che vengono dal mondo che cambia, dagli intellettuali, dai giovani: entro certi limiti la polivalenza può essere funzionale o può rappresentare anche posizioni sincere, autentiche. Ma come non convenire con lo scrittore francese quando dice: «Chi può vantarsi, nel partito, del fatto che la chiave per interpretare la sua azione oggi sarà, tra un anno, ancora la stessa» e quando ricorda che «esistono, nel comunismo, dodici gradini di sincerità»? (Commenti all'estrema sinistra).
Ecco, quindi, perché l'analisi dello scrittore francese riguarda anche il partito comunista italiano, quando egli giunge a concludere, onorevoli colleghi, che il partito è diventato «un organismo per sua natura incapace di adattarsi giacché ogni minimo cambiamento rischia di spezzarlo».
Noi non ignoriamo, d'altro canto, le difficoltà che sono presenti all'interno dei nostri partiti, dei partiti di centro-sinistra, e che riguardano i modi di essere del loro stesso rapporto. Abbiamo misurato anche nella recente crisi il peso che esercita la scissione socialista nell'esasperare le frizioni e nel rendere più pesante la ricerca di una linea di intesa e di solidarietà. Abbiamo creduto di offrire un contributo costruttivo quando abbiamo proposto di misurare le possibilità di una comune iniziativa politica sul metro dei problemi reali del paese, prima che intorno alle formule o agli schieramenti, avvertendo il pericolo che, per questa via, tornasse ad emergere la tentazione di credere che il paese potesse andare avanti e progredire in virtù di un certo tipo di incontro tra i partiti, così come essi sono. Ma crediamo anche che la strada di crescita per ciascuna di queste forze stia nella ripresa di una comune iniziativa politica. Al di fuori di questa non c'è oggi che la prospettiva del blocco di ordine o di un equilibrio determinato dai comunisti: comunque sia, una spaccatura verticale del paese che riproporrebbe nella società linee rigide e contrapposte di divisione, facendo arretrare il vasto processo di crescita del disegno costituzionale in atto e riportando il paese nel chiuso della sua dimensione interna. Le difficoltà che esistono non devono quindi venire nascoste sotto una sorta di ideologia superpartitica, bensì richiedono che si porti avanti una linea democratica che non si esaurisca in una sua interna dimensione nazionale, ma sia partecipe di processi di scala mondiale intorno ai quali si gioca la prospettiva di sviluppo e di crescita anche del nostro destino.
Concludendo, vorrei dire, onorevoli colleghi, che dobbiamo guardare alle cose nuove con fiducia e considerarle parte essenziale di un movimento della società che è ascensionale e che continuerà. Esso è determinato da un processo di rinnovamento della cultura italiana, che è uscita fuori dalle secche del provincialismo nel momento in cui si è inserita nel circuito della società europea. Certo, anche questo Governo ha di fronte a sé, come problemi, i nodi degli equilibri interni del nostro sistema, così come è andato formandosi, le contraddizioni che permangono e talora si accrescono; ma la linea di sviluppo e di direzione dei processi sociali, proprio questa, ci consente oggi di mettere in valore potenzialità nuove, capaci di liberare energie a lungo compresse e di inserirle nel circuito della società a pieno titolo e con tutta la carica di rinnovamento che portano in sé. Di qui la motivazione profonda delle regioni, la funzione da assegnare alla riforma della scuola e dell'università, il valore di una nuova politica di piano e i suoi obiettivi centrali, anche in ordine ai problemi del territorio. Noi pensiamo che questo Governo, onorevole Presidente del Consiglio, possa aiutare questo cambiamento; il programma da lei esposto delinea un tipo di assetto istituzionale che sposta verso la società funzioni più larghe, che assegna alla scuola un ruolo attivo e critico, che stringe con il paese, per il contributo delle forze che sostengono questo impegno, un patto profondo di solidarietà.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, io so che ostacoli duri e resistenze tenaci si frappongono in questa direzione; ma credo anche, con la DC, che esistano nel paese forze disponibili e pronte ad intraprendere con coraggio questo cammino e che ad esse possa venire da noi, dalla forza del nostro impegno, l'indicazione che serve per procedere in avanti guardando al futuro della nostra società (Vivissimi applausi al centro — Molte congratulazioni).

On. Arnaldo Forlani
Camera dei Deputati
Roma, 16 aprile 1970

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 16 aprile 1970)


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