LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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III° GOVERNO RUMOR: INTERVENTO DI MARIANO RUMOR ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 7 aprile 1970)

Dopo la parentesi del II° Governo Rumor, un monocolore democristiano che governa nella difficile situazione interna al mondo socialista e nelle turbolenze del Paese tra contestazioni giovanili e rivendicazioni sociali, la collaborazione tra i partiti del centro-sinistra ritrova una ricomposizione governativa nel III° Governo Rumor.
Il Presidente del Consiglio presenta le linee programmatiche il 7 aprile 1970.

* * *

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, nel presentare il Governo che ho l'onore di presiedere per chiedere la fiducia del Parlamento, desidero innanzi tutto rivolgere un deferente saluto al Capo dello Stato, alle Camere e ai loro Presidenti.
Questo Governo è il punto di arrivo di una lunga e difficile crisi e di una complessa vicenda politica, nel corso della quale la democrazia cristiana, il partito socialista italiano, il partito socialista unitario e il partito repubblicano italiano - superando divisioni e polemiche - hanno, con grande senso di responsabilità verso il paese ed i suoi problemi di sviluppo democratico, riconosciuto la necessità della ripresa della loro collaborazione su basi organiche.
Nella stessa crisi, con il suo svolgimento complesso, con i suoi margini di dubbio, non sono mancati elementi suscettibili di riserve circa la validità dello sbocco cui essa è pur pervenuta.
Nel momento in cui il Governo si presenta alle Camere e, nel confronto con le forze che lo compongono, intende manifestare e far valere le proprie ragioni e caratterizzare la maggioranza cui vuole richiamarsi, non credo convenga a nessuno, e meno che mai al Governo, tacere delle difficoltà e quasi svalutare le pesanti responsabilità ed il gravoso compito che ci attendono.
Occorre dire subito che la crisi non si è imposta al di fuori di ben precise ragioni e di valutazioni responsabili e attente delle condizioni politiche obiettive. Essa in sé non si collega a fatti esterni, clamorosi e gravi, che pure hanno avuto una incidenza profondamente turbativa nella coscienza pubblica; ed è assolutamente fuori di ogni logica - non fosse altro per l'ispirazione popolare dei partiti che lo compongono - l'insinuazione che il Governo nasca da una linea arretrata e quasi di difesa dinanzi a quello che è stato definito «l'autunno caldo».
Sotto questo profilo il Governo monocolore ha svolto positivamente un'azione che nel complesso si è rivelata idonea a garantire il paese in uno dei passaggi più difficili della nostra esperienza democratica. Un'azione che non ha perso di vista né l'esigenza di assicurare in concreto le condizioni di una libera e ordinata convivenza, né quella di riconoscere alle forze sociali il loro legittimo e non contestabile spazio di movimento e di iniziativa.
La richiesta di un ripensamento, di un confronto, di un tentativo di raccolta delle forze che avevano manifestato la volontà e avevano dato la prova - al di là delle lor pure accese polemiche - di imprimere una spinta rinnovatrice allo sviluppo della società italiana, era nelle cose, sorgeva, con forza, non dinanzi alla situazione contingente, ma alle prospettive di fondo, ad obiettivi essenziali ed imminenti. Questi chiedevano che non si aggravasse il malessere che era ed è nel paese e nelle forze politiche; chiedevano da quelle forze un vigoroso atto di volontà politica che assicurasse una guida tanto più autorevole ed efficace al paese, quanto più vasta ne è la base di consenso e la solidità che ne deriva per lo Stato democratico, e quindi la capacità di una efficace funzionalità delle istituzioni, la salda tenuta del sistema di libertà, la tempestività di una politica di riforme, in sostanza di un razionale e non disarticolato o traumatico processo di sviluppo democratico.
Era, quindi, anzitutto, l'annebbiarsi delle finalità primarie ed essenziali che si era proposto il Governo monocolore ad imporre questo sforzo, cui si mostrarono attenti e sensibili la democrazia cristiana, il partito socialista italiano, il partito socialista unitario e il partito repubblicano italiano, pur tra difficoltà e perplessità che la gravità stessa della situazione e il serio impegno della scelta rendevano ben comprensibili. Era soprattutto la consapevolezza delle prospettive sommamente impegnative, e di ciò che esse comportavano, che imponeva questo atto di grande responsabilità, questo duro dovere, quasi contro lo stesso fatale andare delle cose nell'ambito delle singole forze politiche.
Siamo infatti di fronte a momenti storicamente determinanti dello sviluppo democratico del paese. Siamo in vista della realizzazione – attraverso le elezioni dei consigli regionali – della riforma istituzionale più incisiva dell'esperienza democratica repubblicana. Siamo di fronte alla predisposizione del secondo piano quinquennale, che si colloca allo sbocco di una fase che non può non essere valutata, come farò più innanzi, in tutta la sua portata impegnativa e severa ed in un periodo considerato universalmente e giustamente decisivo per la trasformazione definitiva – anche se di lungo periodo – della società italiana. Siamo di fronte ad una società in trasformazione in cui le richieste anche legittime e comprensibili – non fosse altro per il lungo, secolare accumularsi di squilibri e di depressioni – si incontrano con una realtà economica e finanziaria che impone scelte ferme e precise. Siamo in presenza d'una domanda di partecipazione politica e civile che sale dai sindacati, dai centri culturali, dalle categorie produttive, dai giovani, cui va data una risposta che per diventare costruttiva deve essere, fin dove è possibile, istituzionalizzata e comunque ordinata entro le linee della Costituzione repubblicana.
Siamo infine in presenza di un nuovo corso della politica comunitaria – che abbiamo lungamente auspicato – che impegna il nostro paese non solo in uno sforzo grandioso e sollecito di adeguamento, ma ad un contributo di idee, di interventi, di volontà politica, nella persuasione che esso è uno dei veicoli fondamentali per la convivenza pacifica e costruttiva di comunità sempre più vaste e per ciò stesso fra di loro sempre più comprensive e collaborative.
Questa la ragione per ricercare, contro ogni difficoltà, un raccordo tra forze che avevano pur ripetutamente dichiarato la loro volontà di assicurare le condizioni essenziali per la stabilità democratica, il rispetto delle fondamentali libertà che sono una garanzia per tutti, l'impegno di avanzamento coraggioso che quelle libertà consolida nelle coscienze dei cittadini.
Certo, ogni partito che ha aderito a questa coalizione porta con sè le sue caratteristiche e non intende rinunciarvi; e un accordo di governo non può esaurire in se stesso tutte le ipotesi – positive o negative – del domani, né può assicurarsi da ogni rischio. E tuttavia il rinnovato assenso alla linea politica di centro sinistra, ai suoi obiettivi di rinnovamento e ad una piattaforma di comune organico impegno è proprio per questo più significativo. Un vivo riconoscimento devo all'onorevole Moro ed al Presidente Fanfani per l'importante contributo che hanno dato alla soluzione raggiunta; soluzione che trova un elemento fondamentale della sua piattaforma politica proprio nelle linee indicate dal Presidente Fanfani, che la coalizione fa sostanzialmente proprie.
Le divergenze, le differenze, si sono cioè manifestate e hanno un peso non trascurabile, e tuttavia le spinte centrifughe non sono prevalse.
Se questo è l'accento che dobbiamo porre dinanzi ad uno sbocco positivo, inutile sarebbe non aver presenti i rischi insiti nella situazione generale. La linea di collaborazione tra i partiti di centro-sinistra è una libera scelta; ma è pure un dato obiettivo e non trascurabile il fatto che essa oggi non presenti ipotesi alternative a destra. Sono, del pari, impossibili ipotesi di spostamento verso il partito comunista, per il dissenso che permane tra noi e quel partito in ordine a valori essenziali della concezione della vita democratica e dei collegamenti internazionali.
Proprio per questo il sorgere di questo Governo ha dimostrato la volontà generale delle forze che lo compongono di garantire per quanto sta in esse la continuità della legislatura e quindi di evitare l'ipotesi dello scioglimento delle Camere e delle elezioni anticipate.
È un tema su cui tanto si è discusso nel corso della crisi. Esso non deve evidentemente essere posto sotto il profilo della legittimità giuridica e costituzionale del ricorso allo strumento delle elezioni anticipate, la cui decisione, giustamente, la Costituzione riserva alla prudente e saggia valutazione del Capo dello Stato.
Il vero problema è che un'ipotesi siffatta costituisce l'extrema ratio quando appaia inevitabile il ricorso alla fonte popolare del potere; un'ipotesi di cui non possono essere disattesi i rischi impliciti e suscettibili di far prevalere linee drasticamente alternative. Abbiamo voluto e cercato, invece, di salvare il dialogo costruttivo fra le forze democratiche, che è stato l'elemento caratterizzante della nostra esperienza repubblicana.
Se questo è un dato positivo e rasserenante, occorre tanto più valutare come il delicato equilibrio politico difficilmente può reggere a brusche tensioni.
Il voto del 19 maggio, nella misura in cui ha reso manifesta una più intensa domanda politica di base, ha indubbiamente portato all'interno della linea di centro-sinistra le tensioni insite nella società e reso più faticosa ed ardua quella funzione mediativa fra i dati egualmente necessari della stabilità e dello sviluppo, tra l'esigenza di una forte coesione e quella di un articolato ruolo delle forze della maggioranza, in cui è la vitalità della linea di centro-sinistra.
È questa capacità che va ora verificata nella realtà operativa e che parte dalla convinzione che alla base della collaborazione organica di governo deve stare la comune iniziativa tendente a collegare le esigenze democratiche che il paese esprime al quadro istituzionale della società, attraverso un'organica politica di programmazione e di riforme.
E, pertanto, l'esigenza di un più profondo e vasto collegamento con la realtà del paese, la volontà di guidarlo in una linea di sviluppo e con efficacia, i fenomeni di trasformazione (sociali ed economici, territoriali e di generazione), costituiscono la più autentica ragione della collaborazione. Attraverso questo incontro di governo si intende mettere in movimento e far crescere il rapporto tra politica, e società civile, aprendo un dialogo fiducioso e costruttivo con le forze sindacali, culturali e produttive, cui spettano responsabilità crescenti in una moderna società pluralistica.
Il disegno politico, che i partiti della maggioranza porranno alla propria iniziativa parlamentare e di governo, vuole dunque trovare la più profonda rispondenza nel paese e sarà tale, nella sua organicità, da riguardare conseguentemente le comunità locali, la soluzione dei loro problemi e l'atteggiamento delle forze che in esse si muovono. Anche in questa direzione è quindi necessario che si esprima una linea politica capace di determinare, con lo sviluppo delle autonomie locali, una comune iniziativa che, pur non ignorando la varietà delle situazioni locali e l'esigenza di assicurare amministrazioni democraticamente elette, impegni, ovunque sia possibile, le forze che sono solidali nel Parlamento e nel Governo.
La programmazione e la riforma dello Stato con l'ordinamento regionale – cui alludevo prima – sono obiettivi non rinunciabili, costituiscono il banco di prova della democrazia in Italia, del suo consolidamento, del suo sviluppo. Ecco perché anche il problema di un collegamento alla periferia, di una rispondenza a livello degli enti locali e delle regioni tra i partiti che insieme assumeranno al centro la responsabilità di governo, non è un frutto di meccanica trasposizione di schemi, ma obbedisce a criteri di necessaria coerenza, rispetto a una linea politica che voglia essere perseguita con serietà.
La maggioranza si fonderà sull'organicità del proprio disegno politico e si distinguerà per la chiarezza degli obiettivi e degli atti della coalizione, per le condizioni di pace e di sicurezza che intende garantire, per i valori di libertà e di democrazia che vuole promuovere, qualificando così la propria sicura autonomia intorno ad una precisa linea politica.
Nella chiarezza dei rapporti tra maggioranza e opposizione, tra funzioni di governo e di proposta parlamentare, dovrà essere ricercato utilmente il confronto per misurare nel concreto la capacità e la volontà di tutte le forze politiche di contribuire al progresso del paese e alla promozione del complesso delle libertà democratiche. In tal senso il Governo di centro-sinistra non dovrà chiudersi in se stesso e nella rigida immutabilità di contenuto delle singole proposte; ma sarà aperto, sulla base della comune e solidale valutazione dei gruppi che lo sostengono, ai contributi positivi che potranno venire dal dibattito parlamentare, specie per quanto riguarda le proprie iniziative di riforma destinate ad accogliere diffuse aspirazioni popolari. La posizione di corretto confronto parlamentare che sarà assunta dalla maggioranza, senza aprioristiche chiusure rispetto a sollecitazioni e contributi obiettivi, dovrà esprimersi avendo però sempre ben presenti le ragioni proprie e qualificanti della sua costituzione e della sua iniziativa.
In questa prospettiva generale il Governo che ho l'onore di presentare alle Camere è ben consapevole che il ritmo della dinamica della società italiana e il logoramento o il superamento di previsioni e di soluzioni immaginate come valide in un certo periodo di tempo impongono una continua riflessione ed un continuo impegno creativo per non perdere il contatto con la naturale evoluzione del paese.
Ma esso, nella valutazione della permanente attualità di alcuni fondamentali problemi storici del nostro paese, ribadisce la volontà di portare avanti celermente le proposte legislative che nel corso della legislatura sono state sottoposte all'esame del Parlamento, sottolineandone il particolare valore e significato.
Vorrei qui richiamare soltanto quelle che consentono l'attuazione di riforme e innovazioni di grande incidenza in importanti settori come quello istituzionale pubblico, della scuola, dei diritti dei cittadini in generale e dei lavoratori in ispecie, e quelli che consentono una politica più efficiente e realistica del risparmio da avviare ad investimenti di alto e diffuso valore occupazionale.
Ho la certezza che - ove ottenga la fiducia - il Governo potrà contare sulla cordiale e fervida collaborazione di cui il Parlamento mi ha onorato e che ho profondamente apprezzato nelle mie precedenti esperienze, e di cui devo particolare gratitudine alle Assemblee ed ai loro Presidenti, senatore Fanfani e onorevole Pertini, cui va l'alta e deferente considerazione del Governo.
Ho già detto che la situazione politico-sociale del paese denota con evidenza imperiosa, attraverso una serie di vicende che non possono più considerarsi episodi, un profondo travaglio. Le indicazioni che una classe politica consapevole della sua missione deve trarne convergono essenzialmente in una direzione, che è insieme unitaria e composita.
Sul piano istituzionale, il perno di un rinnovamento orientato in questo senso è l'ordinamento regionale. Nella piena attuazione di esso, attraverso le regioni a statuto ordinario, la volontà politica ha individuato, in conformità alle previsioni statutarie, il fondamentale strumento di realizzazione di una grande riforma democratica e del riordinamento dell'apparato amministrativo.
A queste indicazioni risponde la volontà del Governo per cui ho l'onore di chiedere la vostra fiducia di indire le elezioni regionali e quelle dei consigli comunali e provinciali per il 7 giugno; l'attuazione dell'ordinamento regionale è pertanto il punto forse più significativo del programma di governo.
E non posso, a questo proposito, non esprimere il mio stupore per una campagna artatamente condotta al fine di revocare in dubbio un intendimento su cui fin dal 25 febbraio i partiti che formano il Governo avevano trovato un preciso accordo; così come hanno assunto l'impegno preciso di dare il loro contributo perché prima di quella data la legge finanziaria regionale venga approvata dal Parlamento (Commenti a destra); ciò nella considerazione che un ordinato svolgimento dei lavori parlamentari consente una positiva previsione in proposito.
Non è certamente necessario che io esponga al Parlamento il significato costituzionale e politico e gli effetti di profondo e radicale rinnovamento che dalla istituzione delle regioni a statuto ordinario derivano.

ROBERTI. E se il Parlamento non approva?

PRESIDENTE. Onorevole Roberti!

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Come ogni realizzazione di questi istituti previsti dalla Costituzione, anche questa in modo particolare, per gli effetti che dovrà produrre, rappresenta un momento carico di speranze e di prospettive positive ma non scevro di interrogativi. Ebbi già occasione di dire che - a mio avviso - le utilità fanno premio sui dubbi. Certamente l'importanza della riforma, il suo valore innovativo sulla intera organizzazione dello Stato, la complessità e difficoltà dei problemi da risolvere giustificano e spiegano la lunga preparazione e talune incertezze sui tempi e i modi della attuazione delle regioni.
Così, se oggi il Governo si presenta davanti a voi, non semplicemente per rinnovare l'impegno regionalistico, ma per realizzare questa riforma istituzionale della nostra società democratica, è perché siamo convinti che ai grandi obiettivi di libertà, di partecipazione, di progresso e di crescita civile che perseguiamo (Commenti a destra) debba corrispondere una nuova capacità decisionale ed operativa che solo un nuovo sistema di autonomie politiche e amministrative può favorire e garantire.
Ribadisco che la regione, sul piano istituzionale, esprimerà un nuovo modo di essere di uno Stato che - nella salda garanzia della unità nazionale assicurata nelle coscienze da cento anni di storia unitaria e solennemente proclamata dalla Costituzione - …

COVELLI. Come è possibile dire queste sciocchezze?

ALMIRANTE. Andate in Sicilia a fare questi discorsi!

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. … vuole che l'istanza di autonomia si realizzi in un istituto dotato, in ben precisate materie, di poteri deliberanti, collegato nel rigoroso rispetto di un ordine giuridico unitario con i poteri di controllo e di iniziativa centrali dello Stato …

ROBERTI. Avete pazientato per cento anni!

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. … che estenda la sua attività e la sua capacità di coordinamento su territori che hanno una loro omogeneità storica; sì che la regione sia ad un tempo punto di riferimento autonomo e anello di congiunzione con enti territoriali comunali e provinciali adeguatamente ristrutturati e rinnovati e con l'autorità centrale dello Stato.
E sotto questo riflesso la regione sarà punto di riferimento essenziale per una politica di programmazione che abbia la razionalità dell'unità e dell'articolazione, che saldi continuamente le esigenze locali a quelle generali, che imponga scelte che non rispondano più soltanto all'esigenza di uno sviluppo generale economico e civile del paese, ma ad una distribuzione organica e questa sì - se seriamente attuata - davvero unificatrice della condizione e della coscienza nazionale (Interruzioni dei deputati Roberti e Tripodi Antonino).
Per questo credo che sia giunta l'ora del coraggio e della consapevolezza. E quando da qualche parte di questo Parlamento si svilisce questo grande fatto innovativo a livello di una occasione di dissolvenza politica o ad un motivo di rissa pregiudiziale, si alza dal profondo della coscienza un interrogativo la cui risposta non è il rinvio ma la volontà politica di affrontare questo problema con il massimo impegno di serietà, di unità delle forze di guida del paese.
È manifesto che le regioni dovranno operare in un contesto di certezze politiche e legislative essenziali per l'ordinato sviluppo del nuovo istituto, per l'equilibrio politico generale, per il buon andamento della cosa pubblica (Commenti a destra).
L'attuazione dell'ordinamento regionale richiede perciò valutazioni attente e responsabili di ordine politico e giuridico. Quando le regioni saranno nel pieno esercizio dei poteri legislativi che ad esse riconosce l'articolo 117 della Costituzione, il compito del Governo sarà quello di garantire che esse si mantengano nell'ambito delle loro competenze e non si pongano in contrasto con gli interessi generali del paese.

FRANCHI. Quali saranno le competenze?

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Lo dice la Costituzione.
Oggi e nella fase della costituzione, dell'organizzazione e del primo funzionamento il nostro compito è certamente più grave e delicato, testimoniato anche dall'incarico affidato a un ministro senza portafoglio di seguire i problemi relativi all'attuazione dell'ordinamento regionale.
Di qui l'impegno del Governo di adoperarsi, oltre che per l'immediata approvazione della legge finanziaria regionale, per disporre entro un biennio, come previsto da tale legge, il trasferimento alle regioni delle funzioni amministrative di loro competenza, nonché per provvedere alla presentazione in Parlamento delle leggi-cornice, delle leggi di adeguamento della legislazione statale e di ristrutturazione degli enti locali intermedi.
Ma è necessario, perché il nuovo ordinamento divenga operante, che siano apprestati i singoli statuti regionali, base prima e imprescindibile per l'organizzazione e per il funzionamento delle regioni. Gli statuti, secondo la Costituzione, devono essere deliberati dai consigli regionali prima di essere approvati con leggi della Repubblica e presuppongono quindi la preventiva formazione di tali consigli, il cui intervento è d'altra parte necessario anche per rendere operante il sistema di finanziamento previsto dalla legge finanziaria regionale.
La volontà chiaramente espressa dalla maggioranza parlamentare di procedere fin da ora alla elezione dei consigli regionali risponde dunque ad una insopprimibile esigenza giuridica e funzionale.
Soltanto così sarà possibile pervenire con la necessaria tempestività, attraverso l'azione congiunta degli organi centrali e regionali, a realizzare l'incisivo rinnovamento che la situazione del paese urgentemente richiede.
Il Governo, nella sua competenza, sarà particolarmente attento ad evitare che all'interno dei nuovi organismi si ripetano fenomeni accentratori e di dispendio finanziario e ad assicurare il raccordo operativo richiesto dalla politica di programmazione.

NICOSIA. Fantascienza!

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Nella realizzazione di questo sistema politico-amministrativo un nuovo significato, una nuova dimensione ed una nuova urgenza assume il problema del riordinamento dell'amministrazione centrale. E' infatti essenziale che l'amministrazione centrale adegui le sue strutture, le sue procedure e le modalità dei controlli alla nuova realtà istituzionale del paese.
Nella cornice delle norme costituzionali si intende pertanto definire la sfera di competenza e di responsabilità della Presidenza del Consiglio dei ministri e dei singoli ministeri, precisando nettamente le competenze ed operando tra funzione di direzione politica e funzione di amministrazione una distinzione che, salve le responsabilità costituzionali e politiche dei ministri, dia, da un lato, alla direzione politica strumenti più liberi e più duttili e, dall'altro, alla funzione amministrativa una dignità nuova ed una imparzialità maggiormente salvaguardata.
Torna a questo punto il problema della riforma del procedimento amministrativo. Occorre infatti che, accanto alla riforma strutturale degli apparati, vi sia anche una nuova disciplina razionale ed unitaria del modo nel quale le funzioni statali vengono svolte, e cioè delle procedure amministrative.
Questo ha già costituito oggetto della richiesta del Governo al Parlamento di apposita delega, contenuta nella proposta di modifica della legge 18 marzo 1968, n. 249, ed è articolata in alcuni razionali criteri di fondo che prevedono che l'azione della pubblica amministrazione sia ispirata non solo ai criteri della legittimità formale, ma anche a quelli della economicità e della rapidità.
Altro criterio di fondo è quello che la garanzia del cittadino - fermo l'obbligo per la amministrazione di rispondere in ogni caso alle domande che le siano rivolte - dovrà essere rafforzata sia attraverso la necessità di motivazione di tutti i provvedimenti di natura discrezionale, sia attraverso la comunicazione integrale agli interessati del testo di essi con l'indicazione dei possibili mezzi di gravame, sia infine attraverso l'acquisizione da parte della pubblica amministrazione durante il corso del procedimento del punto di vista dei soggetti nella cui sfera verrà ad incidere il provvedimento.
Noi ribadiamo ancora una volta la volontà di favorire il più costruttivo rapporto con le regioni a statuto speciale, nel doveroso rispetto della loro autonomia. In particolare, per quanto riguarda l'Alto Adige, negli ultimi mesi sono stati compiuti passi di importanza decisiva verso la soluzione del problema. Il Governo rinnova al Parlamento la richiesta di approvare il disegno di legge costituzionale per la modifica dello statuto della regione Trentino-Alto Adige, avente obiettivo carattere di urgenza, inteso a venire incontro alle aspirazioni delle popolazioni altoatesine e ad assicurare così le migliori condizioni per la loro pacifica convivenza ed il loro armonico sviluppo nell'ambito dello Stato democratico (Commenti a destra).
Con spirito aperto e con fiducia nel senso di responsabilità dei cittadini si intende procedere, in forma novellistica, ad una revisione del vigente codice penale.
La riforma trova il suo fondamento nella necessità di dare una adeguata risposta alle istanze di adeguare talune norme della legislazione penale allo spirito della Costituzione repubblicana. Essa ha come obiettivo di realizzare una tutela penale che soddisfi l'interesse generale alla punizione dell'azione delittuosa, ma che, attraverso l'abrogazione di alcune norme e la diversa configurazione di talune fattispecie criminose, renda la legislazione penale più rispondente al comune sentire di una società arricchita di valori democratici di libertà e di civile coscienza, caratterizzata da forme nuove di presenza del cittadino singolo o associato nella vita della comunità.
Così, mentre si attende il completamento dell'iter del disegno di legge per la riforma del codice di procedura penale, si provvederà, sulla base del progetto di riforma presentato dal Governo Leone - se necessario, ricorrendo ad uno stralcio - ad accelerare i tempi della riforma penale, tenendo conto sia delle modifiche già approvate dalla Commissione giustizia del Senato sia delle indicazioni delle proposte di legge Pieraccini ed altri.
La riforma del diritto di famiglia, già oggetto di un disegno di legge governativo esaminato nella precedente legislatura e attualmente di varie proposte di iniziativa parlamentare, sarà seguìta dal Governo con alacre iniziativa e con spirito di collaborazione, affinché la riforma stessa, la cui necessità è tanto vivamente sentita, possa conseguire rapidamente la sua realizzazione.
Sarà inoltre perseguita e accelerata la preparazione dei provvedimenti di riforma dell'ordinamento giudiziario, per rispondere alle attese della magistratura e della classe forense. E' anche nella considerazione del nuovo impegno che le modificazioni legislative richiederanno all'ordine giudiziario che il Governo rinnova il suo sentimento di viva considerazione e ferma fiducia per l'opera della magistratura italiana, che in autonomia di ordinamento e con indipendenza di giudizio assolve alla sua alta funzione.
Fugato ogni equivoco circa presunti disegni repressivi dei pubblici poteri e come convenuto negli accordi fra i partiti della maggioranza, il Governo presenterà un disegno di legge di delega per la concessione di amnistia e di indulto, il quale, nella sua unicità, si riferirà sia ai fatti commessi per cause e in occasione delle agitazioni sindacali, sia a reati comuni. Il provvedimento, che nasce da una esigenza di pacificazione sociale e dalla considerazione delle storiche ricorrenze (Interruzione del deputato Roberti) che si verificheranno in quest'anno, si ispirerà all'amnistia concessa nel 1966 per il ventennio della Repubblica.
L'amnistia dovrà essere applicata in termini obiettivi, con riferimento alla pena edittale nel massimo. Dovranno essere esclusi quei reati che per la loro gravità offendono profondamente la coscienza sociale.
Il Governo confida che, attraverso un atto siffatto di pacificazione sociale, si possa favorire un clima di reciproca comprensione e fiducia tra cittadini, componenti sociali e politiche e poteri pubblici.
In questo clima è dovere non solo del Governo, ma di tutti contrastare decisamente la insorgenza di situazioni di violenza che sconvolgono la coscienza pubblica, turbano la pace civile, confondono le responsabilità e mettono a dura prova il già pesante compito delle forze dell'ordine, che spesso operano in situazioni difficili e al cui spirito di dedizione e di sacrificio rivolgo il grato apprezzamento del Governo e del paese (Interruzioni a destra). Dobbiamo essere tutti consapevoli che il valore massimo in cui si esprime la coscienza civile di un popolo è l'obiettiva supremazia della legge. La comunità trova in essa un limite autonomo ed obiettivo per la garanzia di tutti i diritti di tutti i cittadini.
Certo, ciò è più difficile in un periodo di transizione e di radicali trasformazioni anche di costume come l'attuale. E tuttavia ciò è tanto più necessario per dare un senso razionale e vivo al rinnovamento che vogliamo perseguire e portare avanti. E' la coscienza civica che va risvegliata, che deve sollecitare, pungolare, ma anche sorreggere il non facile compito del legislatore e del Governo. Coscienza civica che tanto più deve essere attenta dinanzi a certi aspetti di malcostume e di vizio, che allarmano ancor più quando investono la gioventù, come clamorosi fatti recenti hanno bruscamente rivelato.
Per questo assicuro che nel quadro della riforma dei codici sarà proposto un severo inasprimento delle pene per gli spacciatori di droga e sarà intensificata l'azione più adeguata diretta ad individuare e a stroncare un traffico che attenta a beni che abbiamo il grande dovere di tutelare.

ALFANO. Poi avremo le amnistie!

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Ma ci rendiamo conto che ciò non basta se non saranno assunte e favorite tutte le possibili iniziative di prevenzione e di illuminazione, in particolare dei giovani; per questo contiamo sul senso civico, sul ruolo educativo delle famiglie e della scuola.
I problemi della scuola restano fondamentali e prioritari e vanno affrontati, da un lato, riconoscendo alla scuola il carattere di centro autonomo di elaborazione di valori culturali e civili, dall'altro, approntando un servizio efficiente e moderno che consenta alla scuola italiana di godere di idonee strutture. Sulla base di questa impostazione, rimane impegno fondamentale l'approvazione della riforma universitaria, cui il Governo auspica si pervenga con la ormai necessaria rapidità.
Problema essenziale e per certi aspetti preminente della scuola è per altro quello della istruzione di secondo grado. Una sollecita raccolta di suggerimenti e di esperienze, nel mondo stesso della scuola e della cultura, potrà consentire di predisporre un adeguato progetto di riforma dell'istruzione secondaria superiore. Un impegno più ravvicinato sarà il nuovo piano quinquennale della scuola che, nell'ambito della programmazione, dovrà prevedere una azione di rinnovamento e potenziamento delle strutture scolastiche, in stretto rapporto con le esigenze sentite da tutto il mondo della scuola.
Ed anche i problemi della ricerca scientifica chiedono al Governo una serie di scelte coordinate e strumenti normativi che prevedano anche la sistemazione degli enti e degli istituti che operano in Italia in tale campo, con particolare riguardo al CNR. e al CNEN.
Scuola e ricerca scientifica portano al tema della valorizzazione di tutte le espressioni culturali che si manifestano nella nostra società e alla tutela dei beni culturali e del patrimonio d'arte e di bellezza del nostro paese. Si tratta di temi e problemi di dimensioni non affrontabili certo in tempi brevi o, con impegni superficiali, di cui il Governo misura la vastità e la portata, ma cui intende rivolgere un'attenzione particolare in corrispondenza alle attese dei cittadini e, tra questi, dei giovani.
A proposito dei giovani e dei problemi del loro mondo, il Governo intende mettere a frutto, con impegno, le conclusioni della commissione della gioventù, che fu costituita presso la Presidenza del Consiglio. Non si tratterà solo di dettare una linea di coordinamento delle iniziative o degli stanziamenti di competenza di ministeri od enti, ma di una azione di governo che tenga conto che i problemi giovanili sono strettamente collegati ai problemi di sviluppo della società italiana, a quelli cioè che interessano la scuola, il mondo del lavoro, la stessa sfera delle pubbliche istituzioni.
In vista del rinnovo della convenzione, dell'importante ruolo che lo strumento assolve e ancor più è chiamato ad assolvere, e tenendo conto dei dibattiti in corso, il Governo rinnova poi l'impegno assunto dai precedenti di predisporre una moderna e democratica riforma della RAI-TV che ne esalti le funzioni pubbliche.
Il Governo è altresì sensibile ai problemi della stampa, a favore della quale rinnova l'impegno di varare i provvedimenti già predisposti e di mantenere il dialogo iniziato con le organizzazioni professionali del settore.
E vengo alla politica economica. Direttrice fondamentale della nostra azione sarà la tutela delle recenti conquiste del mondo del lavoro, e cioè la sostanziale stabilità del valore della moneta, l'occupazione e l'ulteriore dinamica espansiva del sistema produttivo.

GUARRA. Ma ha letto la Relazione generale sulla situazione economica del paese?

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. I problemi che occorre affrontare per assicurare all'economia italiana sviluppo produttivo e stabilità dei prezzi richiedono una analisi particolareggiata del quadro congiunturale e della sua prevedibile evoluzione. In queste ultime settimane non sono mancate indagini di natura congiunturale da parte dei ministri competenti, né mancheranno nei prossimi giorni in occasione della presentazione alle Camere della Relazione generale sulla situazione economica del paese, che purtroppo quest'anno non si è potuta approntare nei termini fissati.
Per altro, le cifre che già si conoscono sulla dinamica dei prezzi, sull'andamento dei conti con l'estero, sui livelli degli investimenti e dell'occupazione, sull'evoluzione della domanda globale, avvertono comunque sull'urgenza di una pronta e decisa politica congiunturale a difesa delle conquiste salariali dell'autunno scorso, della occupazione operaia, della competitività delle nostre industrie sul mercato internazionale.
Abbiamo una bilancia dei pagamenti sostanzialmente sana, anche se indebolita negli ultimi tempi dall'irresponsabile esodo dei capitali; abbiamo un apparato industriale che è in grado di gareggiare con successo sul piano internazionale; abbiamo risorse umane e materiali da utilizzare per accrescere il nostro potenziale produttivo, e soprattutto per dislocarlo in quelle regioni del paese che più ne hanno bisogno per antichi ritardi o negligenze.
Ma non possiamo sottovalutare né le tensioni dei prezzi, né la rigidità e la pesantezza della spesa pubblica, né l'esigenza di finanziamento pubblico e privato: tutti elementi che ci impongono per il 1970 una attenzione severa, al fine di mantenere l'equilibrio finanziario e quindi la stabilità della moneta.
L'economia italiana, nel momento attuale, è caratterizzata, sul piano produttivo, da un processo espansivo originato in primo luogo dall'esigenza di ricostituire le scorte ridotte in conseguenza del minor numero di ore lavorate nell'ultimo quadrimestre del 1969; in secondo luogo per far fronte alle prospettive di aumento della domanda interna. Anche per la domanda internazionale le prospettive, sia pure meno brillanti degli anni precedenti, si presentano ancora soddisfacenti.
Lo sforzo produttivo delle imprese implica una concorde volontà di tutti i partecipi alla vita delle aziende nel secondare l'ordinata evoluzione del ciclo lavorativo ed implica anche che le aziende possano realizzare i loro programmi di investimenti resi necessari dall'alto grado di utilizzazione della capacità produttiva esistente. Ne deriva quindi l'esigenza di assicurare i mezzi finanziari necessari alla realizzazione dei nuovi programmi di investimento.
La continuità dello sviluppo esige un aumento degli investimenti nel 1970 in una misura intorno al 15 per cento; ciò implica, fra l'altro, che il mercato monetario e finanziario sia in grado di offrire i mezzi corrispondenti a queste esigenze e contestualmente alle necessità di finanziamento del settore pubblico. In pratica, si tratta di assicurare un ricorso al mercato monetario e finanziario molto vicino ai 5 mila miliardi, di cui 3.100-3.200 circa per il settore pubblico e la rimanente parte per il settore privato. Nell'ipotesi in cui l'aumento del reddito nazionale sia dell'ordine dell'11 per cento in termini monetari, si può ragionevolmente prevedere una formazione di risparmio che consenta il finanziamento della indicata domanda di capitali.
Ma aumento degli investimenti, incremento del reddito, formazione di risorse sul mercato monetario e finanziario, sono condizionati dall'andamento dei prezzi e dei conti con l'estero. Ciò significa, ad esempio, che dobbiamo risolvere, non certamente con la creazione di mezzi monetari, ma con il ricorso a risorse reali, il problema del deficit degli enti previdenziali e assistenziali.
Quanto ai prezzi, il loro dinamismo deve essere attentamente seguito in modo che non superi il livello oltre il quale la produzione italiana perde competitività rispetto a quella estera, con effetti evidenti sulla formazione del reddito, sul volume di occupazione, sulla bilancia dei pagamenti. In altri termini, si tratta di assicurare che l'aumento dei prezzi italiani non ecceda l'aumento previsto sui mercati internazionali col nostro più strettamente legati da rapporti di scambi.
Ciò implica, tra l'altro, la necessità di predisporre ed attuare subito misure volte a prevenire l'aumento dei prezzi: a) sollecitando nel settore alimentare l'aumento dell'offerta con più alte importazioni di derrate; b) bloccando temporaneamente le tariffe pubbliche e più in generale i prezzi amministrati; c) riducendo, in alcuni settori ad alto ritmo di progresso tecnologico e verso i quali si rivolge la domanda di larghe masse di consumatori (come quello farmaceutico), il prezzo dei prodotti; d) adottando una politica della spesa pubblica di parte corrente che non contribuisca a dilatare eccessivamente l'aumento della domanda monetaria interna per beni di consumo.
Quanto alla bilancia dei pagamenti, data la prevedibile riduzione dell'avanzo delle partite correnti per la più forte pressione della domanda interna e forse anche per il minor tasso di crescita prevedibile per le esportazioni, occorre agire drasticamente per ridurre la forte esportazione netta di capitali.
Un quadro politico stabile è indubbiamente la prima condizione per dare al risparmiatore italiano una prospettiva rassicurante alle sue scelte. Ciò significa che gli interventi di politica economica volti a contrastare il fenomeno della fuga dei capitali debbono essere proseguiti e, se necessario, intensificati. In questa prospettiva occorre non solo che il sistema dei tassi di interesse nazionale sia in equilibrio con quelli internazionali, ma che il Parlamento approvi con ogni urgenza i disegni di legge già al suo esame in materia di agevolazioni fiscali agli aumenti di capitale delle società e di istituzione di fondi comuni di investimento.
Assicurate le condizioni di stabilità monetaria a base di un intenso processo di sviluppo, occorre contemporaneamente che le previsioni relative alla domanda globale interna siano realizzate nei tempi previsti. Si deve cioè evitare il pericolo che la domanda globale interna non consegua i livelli attesi per carenza di una delle sue componenti fondamentali, che è quella che fa capo agli investimenti del settore pubblico.
Mentre, cioè, è necessario che non si eccedano i limiti più sopra specificati di compatibilità con l'equilibrio del mercato monetario e finanziario, è anche indispensabile garantire che il livello di spesa pubblica riconosciuto compatibile si traduca veramente e senza ritardi in realtà, anche per quel che attiene alla distribuzione settoriale della spesa.
Viene in risalto ancora una volta l'esigenza di evitare ritardi nella spesa pubblica di investimento. La scarsa flessibilità che caratterizza la spesa pubblica, nonché l'esigenza inderogabile che non venga diminuito ma anzi esaltato il complesso degli investimenti nei settori essenziali ai fini dello sviluppo civile – scuole, edilizia popolare, infrastrutture sanitarie – sono altri elementi che rafforzano le considerazioni che siamo venuti facendo.
Al fine di realizzare un controllo permanente ed efficace, atto ad avviare ad una soluzione organica un problema ormai da tempo sul tappeto, il Governo costituirà prontamente una commissione mista tra i Ministeri del tesoro e del bilancio, la quale provvederà, a scadenza periodica, ad informare i due ministri e, loro tramite, il CIPE, dello stato di avanzamento della spesa della pubblica amministrazione (Stato, aziende autonome, enti previdenziali ed enti locali) e delle previsioni circa la sua evoluzione. Ciò consentirà di attuare gli interventi necessari a far sì che i tempi e la qualificazione della spesa corrispondano alle esigenze dell'evoluzione congiunturale ed a quelle della programmazione economica. Sarà così più agevole, anche attraverso una costante informazione al Parlamento, evitare alcune iniziative volte a dilatare in modo frammentario la spesa pubblica.
A questa misura di immediata attuazione occorre accompagnare altri interventi diretti ad adeguare lo strumento del bilancio alle esigenze della politica economica generale: bilancio di cassa, bilancio consolidato di tutta la pubblica amministrazione.
Naturalmente, il Governo è convinto che la politica congiunturale non è che un aspetto, un momento della politica economica di sviluppo.
Ciò significa che la politica congiunturale va strettamente legata alla politica economica di lungo termine, e cioè a quella politica di programmazione che è la forma attraverso cui si prende coscienza della governabilità politica del fatto economico.
L'esperienza acquisita ci rende però oggi consapevoli della necessità di razionalizzare la struttura degli organi della programmazione. L'impegno, innanzi tutto, è quello di potenziare il CIPE, e, per potenziarlo, occorre restringere il numero dei ministri che sono chiamati a farne stabilmente parte, ferma restando la partecipazione, per specifici argomenti, dei titolari di altri dicasteri.
Sempre al fine di potenziare il CIPE, occorre proseguire nella riduzione del numero dei comitati interministeriali esistenti; e, anche in riferimento all'ultima legge per il Mezzogiorno, il passo da compiere è quello di far rifluire nel CIPE - come già in questa sede ebbe a proporre lo stesso ministro Taviani tutti i poteri ancora spettanti al Comitato dei ministri per il mezzogiorno.
Il collegamento invece tra la politica economica di programmazione e la politica di tesoreria può essere in primo luogo assicurato attraverso il funzionamento della commissione mista Tesoro-Bilancio, di cui abbiamo detto prima, e in secondo luogo attraverso la partecipazione alle riunioni del Comitato interministeriale per il credito del ragioniere generale dello Stato e del segretario generale della programmazione, oltre al direttore generale del tesoro, che continuerà a svolgere la funzione di segretario. Il segretario generale della programmazione verrà ad assumere poteri di coordinamento di tutta l'attività del Ministero del bilancio, divenendo così segretario generale di quel Ministero; dal che consegue che bisogna riconoscergli la possibilità di presiedere all'ISPE.
C'è da aggiungere che i problemi di programmazione stanno per farsi più complessi e per trovare nuove efficaci forme operative decentrate, con l'istituzione dell'ordinamento regionale. E' questa una ottica non nuova dell'attività programmatoria: ma ora la dimensione regionale sta per uscire dal puro terreno degli studi per entrare in una fase esecutiva, fase che richiederà precise soluzioni nella distribuzione delle funzioni decisionali e, conseguentemente, forme nuove e adeguate di coordinamento. Il nuovo piano quinquennale sarà predisposto seguendo questi criteri, e cioè realizzando una stretta collaborazione con gli organi di programmazione regionale.
Sulla base di questa più stretta e rigorosa unità che verrà a realizzarsi nella conduzione della politica economica, di breve e di medio periodo, più intense dovranno farsi le consultazioni con il mondo del lavoro e della produzione. In questo senso il Governo ha anche presenti taluni grandi temi posti dai sindacati. Esso promuoverà con le organizzazioni sindacali un incontro, in un quadro di responsabilità e nell'ambito della programmazione.
Il Governo si impegna a predisporre, nel più breve tempo possibile, il piano quinquennale 1971-1975 in linea con gli studi condotti per la formulazione del «progetto '80» e sulla base dell'esperienza fin qui compiuta. Nell'ambito del nuovo piano quinquennale andranno individuati con particolare cura le modalità e gli strumenti atti ad accelerare il processo in corso per il superamento degli squilibri antichi e nuovi dell'economia e della società italiana, che sono principalmente costituiti ancora dal divario economico fra Mezzogiorno e altre zone del paese e dalla persistenza del divario tra redditi agricoli e non agricoli; ed è quindi logico che uno dei provvedimenti da predisporsi con assoluta precedenza, in attuazione del nuovo piano quinquennale, sia quello relativo al finanziamento del programma di interventi straordinari nel sud per il quinquennio 1971-1975.
Stabilito l'ammontare delle risorse da destinare allo scopo, riaffermata la validità della politica di contrattazione programmata, la legge dovrà porre in essere un sistema di incentivi che siano effettivamente orientati verso gli investimenti industriali - particolarmente quelli manifatturieri - ad alto potenziale di occupazione e suscettibili di una dislocazione a larga maglia territoriale. Naturalmente, l'apporto delle imprese a partecipazione statale sarà sempre determinante per intensificare l'industrializzazione meridionale. La loro opera, insieme a quella che svolgeranno le imprese private che hanno investito e che si accingono ad investire nel Mezzogiorno, costituirà un fattore trainante per il pieno decollo della economia meridionale.
Per quanto riguarda l'agricoltura, l'obiettivo è di sollecitare - con adeguati interventi - il superamento di fenomeni strutturali o non strutturali, che favoriscono il divario fra la sua produttività e quella dell'agricoltura di altri paesi, specie dell'area comunitaria. Di qui l'esigenza di un rinnovamento delle strutture agricole, al fine di rafforzare l'impresa coltivatrice e di una azione di promozione delle organizzazioni fra produttori, necessari anche come validi interlocutori per una politica calmieratrice dei prezzi agricoli. In tale prospettiva va vista l'azione dell'AIMA, resa più incisiva ed organica.
Il Governo sottolinea inoltre l'esigenza di predisporre sollecitamente lo schema di legge cornice sull'agricoltura, con la quale provvedere alla definizione dei principi della legislazione regionale, e, nel contempo, anche alla definizione del complesso delle funzioni amministrative da attribuire alle regioni; il che comporta la trasformazione delle strutture del Ministero dell'agricoltura. Il Governo si impegna anche a portare avanti, in sede parlamentare, i provvedimenti relativi al finanziamento degli enti di sviluppo, al fondo di solidarietà, al finanziamento per la montagna, all'assetto dei fondi rustici. Tutta la politica agricola, per altro, dovrà essere riconsiderata in rapporto ai meccanismi comunitari in atto.
Il Governo ha ben presenti anche i problemi che interessano il settore terziario e, più in particolare, quelli del commercio. Occorre accelerare, a tale riguardo, la riforma della legislazione sull'esercizio del commercio interno, che è già all'esame del Parlamento, con gli eventuali perfezionamenti che si renderanno necessari, nonché prendere in esame tutti i provvedimenti diretti a migliorare i meccanismi creditizi e a favorire nuove forme di organizzazione e di associazione tra i commercianti. Del pari, il Governo ritiene che debba essere sostenuto l'artigianato, che rappresenta un settore di particolare importanza nel nostro paese. Si provvederà a predisporre gli interventi per incentivare la produttività dell'impresa artigiana e a valutare realisticamente le altre esigenze del mondo artigianale.
Definito il quadro globale delle direttive di politica economica, particolare risalto assumono alcune specifiche misure la cui attuazione consentirebbe di superare talune strozzature riscontrate nel passato e la cui persistenza rischierebbe di pregiudicare le scelte economico-sociali delineate. In particolare, la realizzazione tempestiva di infrastrutture adeguate alla domanda del paese, richiede nuovi strumenti operativi. Occorrerà avvalersi di particolari istituzioni pubbliche per raggiungere, in tempi brevi, importanti traguardi di investimenti soprattutto per quanto riguarda gli ospedali, le scuole, i porti, gli aeroporti, gli acquedotti e così via.
Sempre nel quadro della politica di programmazione, è evidente che una politica di lungo periodo per il risparmio non può prescindere, come più volte si è affermato, da una seria riforma tributaria, nel cui quadro potranno trovare definitiva soluzione le proposte di aumento del minimo imponibile per l'imposta di ricchezza mobile e quella dell'abbattimento alla base in ordine all'esenzione fiscale per i redditi più bassi, pur prevedendone anticipazioni a partire dal 1971.
Il Governo ribadisce altresì il suo interesse per una realistica riforma delle società per azioni. Tutti i problemi della politica economica di breve e medio periodo verranno considerati nel quadro di una economia aperta e, in particolare, dell'integrazione europea e delle sue prospettive di allargamento di cui parleremo.
La politica della previdenza e della sanità costituisce per il Governo un altro impegno fondamentale; ciò anche in rapporto alle esigenze - di cui già si è fatto cenno - di far fronte al deficit consolidato degli enti previdenziali. Per quanto riguarda i problemi dell'assistenza sanitaria occorre procedere ad una programmazione accurata delle varie fasi di trasformazione graduale dell'attuale sistema. Un primo concreto avvio per la riforma sanitaria lo si avrà con una progressiva attuazione del piano ospedaliero.
C'è però, nell'ambito della programmazione, una linea di politica economico-sociale alla quale vogliamo dare un rilievo particolare: ed è la politica del territorio. Come ieri si combattevano la fame e l'analfabetismo, così oggi l'uomo deve combattere anche altri pericoli non meno insidiosi e disumanizzanti: la congestione della grande città, l'assetto squilibrato delle localizzazioni industriali, lo spopolamento patologico delle campagne, l'inquinamento atmosferico e delle acque, la speculazione che deturpa centri storici e bellezze naturali.
I problemi di fondo di una società avanzata appaiono collegati a questi gravi fenomeni, molti dei quali non sono affatto il portato fatale dello sviluppo industriale. Noi riteniamo dunque che una politica del territorio debba impostare coerentemente e con una visione unitaria i problemi dell'assetto territoriale, della casa, del controllo delle localizzazioni produttive, dei trasporti, dei servizi sociali e sanitari, della tutela dell'ambiente, delle aree metropolitane e del loro riassetto. Sono problemi non disgiungibili che è necessario impostare in modo organico, anche se la loro attuazione non potrà non essere graduale ovviamente in relazione alle risorse disponibili.
Occorre perciò innanzitutto procedere ad una più approfondita verifica delle situazioni e delle esigenze relative al territorio (dalle caratteristiche geofisiche alla dislocazione delle risorse naturali e delle grandi infrastrutture esistenti) per poter provvedere ad una attività di pianificazione territoriale. In questa opera di pianificazione occorrerà prendere a base le indicazioni formulate in sede regionale. Si impone – contestualmente – una nuova legge urbanistica che abbia presenti le competenze regionali in materia e tale che non ponga a carico della collettività il peso della rendita edilizia.
In questo ambito va vista la politica della casa, che rimane uno degli impegni preminenti del Governo.
Non ci nascondiamo la vastità e la complessità di questi problemi e degli altri ad essi connessi. Ma è in questa prospettiva, dunque, che va attuata una strategia di potenziamento delle nostre risorse e di superamento degli squilibri territoriali, una strategia che colpisca alla radice – fin dove è possibile – i fenomeni più alienanti del nostro tempo. In definitiva, si tratta di avere una visione unitaria, organica e moderna con cui programmare territorialmente lo sviluppo e mettere a disposizione dell'uomo i progressi esaltanti della tecnica e della scienza.
In politica estera, la nostra azione continuerà a svolgersi secondo una linea che ha già caratterizzato i precedenti governi da me presieduti, in conformità alle aspirazioni di cooperazione, di giustizia e di pace che hanno il loro fondamento nella coscienza civile degli italiani ed il loro saldo presidio nelle nostre forze armate. Esse rappresentano una componente viva della nostra tradizione popolare e, quanto più sono impegnate nel custodire ed arricchire un grande patrimonio di valore e di sacrificata dedizione al servizio della patria, tanto più debbono sentire intorno a sé l'apprezzamento, il rispetto ed il riconoscimento del Governo e del paese.
Il momento politico internazionale, nonostante il permanere di gravi conflitti locali, le drammatiche vicende di Cecoslovacchia, il soffocamento della libertà in Grecia, le residue sconcertanti manifestazioni di colonialismo e di razzismo, presenta alcuni elementi positivi. Fra di essi, citerò in primo luogo le conversazioni tra Mosca e Washington per la limitazione degli armamenti strategici e il colloquio della Repubblica federale tedesca con l'URSS, la Polonia e la Germania orientale. Queste iniziative sono da noi incoraggiate per le possibilità di pace in esse contenute.
Noi non intendiamo, d'altronde, rimanere semplici spettatori della favorevole evoluzione in alcuni campi, ma siamo invece determinati a darvi un apporto fattivo sia pure nei limiti delle nostre possibilità. Perché una politica estera possa dare risultati positivi, occorre che essa poggi su solide basi. L'Italia può fare da sé alcune cose, ma assai più riuscirà a farne congiungendo le sue risorse a quelle di altri Stati che, animati dagli stessi ideali, intendano fermamente attuare una vera distensione in Europa, concorrere alla ricerca di soluzioni durature di conflitti locali, dare concreto aiuto ai paesi in via di sviluppo.
Il Governo si adopererà, dunque, affinché l'integrazione europea, che considera obiettivo fondamentale della sua politica estera, riprenda il suo slancio, come sta avvenendo, e si trasformi in una realtà operante nel campo politico oltre che in quello economico. È essenziale rafforzare il nucleo originario dei «sei», sia allargandolo alla Gran Bretagna ed agli altri Stati democratici candidati, sia dotando il raggruppamento di nuove competenze e di adeguate strutture politiche. In tal modo l'Europa avrà voce ed influenza nella politica mondiale.
È con soddisfazione che noi abbiamo visto negli ultimi mesi la Comunità europea, in armonia con la volontà manifestata dai sei governi della CEE lo scorso dicembre all'Aja, completare l'attuazione del periodo transitorio previsto dai trattati, puntare al raggiungimento di politiche economiche, fiscali, finanziarie e monetarie comuni, riprendere il discorso sulla costruzione politica dell'Europa, cui daremo tutto il nostro impulso, elaborando anche proposte, alcune delle quali riguardanti la politica sociale e quella regionale.
L'elezione diretta del Parlamento europeo, espressione di un'autentica democrazia comunitaria, resta obiettivo predominante dell'Italia.
Un accordo globale soddisfacente per i problemi del completamento e dello sviluppo della Comunità è stato raggiunto in dicembre e successivamente tradotto in regolamenti, in una decisione per la costituzione di risorse proprie comunitarie ed in progetti di modifica dei trattati istitutivi per quanto riguarda i poteri del Parlamento europeo. Noi l'abbiamo accettato, ritenendo sufficientemente garantiti gli interessi italiani, a patto che esso risolva tutti i problemi che ci riguardano e in ispecie quelli del regolamento comunitario del vino. Su questo ultimo punto abbiamo incontrato difficoltà che possono e debbono essere superate al più presto. Noi ci auguriamo così di potere sciogliere la nostra riserva, legata appunto all'approvazione del regolamento vinicolo, sì da aprire tempestivamente la via all'auspicato approfondimento e allargamento della Comunità.
Mentre promuove questi sviluppi, tutti nel senso della storia, la nostra politica estera deve pur esprimersi in una continuità di scelte costruttive e pacifiche, prima fra tutte quella diretta a salvaguardare la sicurezza nazionale. A questo fine mira la nostra partecipazione all'alleanza atlantica. Di essa, con il suo carattere difensivo e geograficamente delimitato, osserveremo completamente e lealmente gli impegni.
È opportuno ricordare che in questi anni l'alleanza, dopo aver assolto – come assolve tuttora – allo scopo prioritario di garantire la sicurezza comune (il che ha consentito venti anni di pace e di progresso), ha sviluppato anche una sua funzione politica importante, favorendo un approfondimento fra gli alleati dei temi della distensione in Europa e l'impostazione di un fruttuoso dialogo con i paesi dell'est, naturale premessa di un auspicabile superamento dei blocchi.
Di tale nuova prospettiva la prima importante manifestazione è stata la proposta, fatta nel giugno 1968, di una riduzione bilanciata delle forze militari della NATO e del patto di Varsavia. motivo di rammarico che ad essa non sia finora venuta risposta dai paesi dell'est. Altre iniziative sono in corso di esame; faremo il possibile perché dalla riunione di Roma del Consiglio ministeriale atlantico emergano significativi contributi alla creazione di un migliore clima politico nel nostro continente (Interruzione del deputato Guarra).
Per iniziativa del presidente degli Stati Uniti è stato proposto agli alleati, di recente, un tema sociale, che si esprime ora nello studio dei gravi problemi connessi allo sviluppo tecnologico della società moderna. Il Governo è convinto che da uno sforzo collettivo possa derivare una valida soluzione dei problemi nascenti dal vertiginoso sviluppo industriale e tecnico del nostro tempo. In questa cornice, il Governo italiano ritiene che la politica di distensione in Europa vada tradotta in atti concreti, attraverso negoziati sui vari problemi politici, economici e culturali, nonché su quei rapporti umani che condizionano un effettivo miglioramento delle relazioni internazionali.
Consideriamo perciò favorevolmente la prospettiva di una conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione europea, che sia opportunamente preparata, senza che ciò significhi temporeggiamento, e che non sia limitata solo ai paesi del patto atlantico e di Varsavia, ma estesa agli altri Stati europei che desiderino parteciparvi ed apportarvi il loro contributo. Per parte nostra, lavoriamo in vista del negoziato nelle sedi multilaterali come in quelle bilaterali. Opportune iniziative in tal senso sono in parte attuate, in parte programmate.
Si tratta non solo di sciogliere i nodi di una situazione estremamente complessa, nella quale si intrecciano problemi fondamentali tuttora insoluti e concezioni che vanno armonizzate circa le norme regolatrici dei rapporti internazionali, ma di dar vita, col tempo, ad un processo di cooperazione su vari piani.
Il negoziato va predisposto con l'indicazione dei fori più adatti alla trattazione dei vari problemi e di talune mète il cui raggiungimento potrà consentire, il più rapidamente possibile, il passaggio da una fase ad un'altra successiva. Siamo dell'avviso che la problematica europea vada vista sotto un profilo organico e con scadenze successive, cosicché si possa giungere al culmine, ad una soluzione, cioè, delle questioni di fondo in un'atmosfera di crescente fiducia che sola può assicurare alla proposta conferenza un successo reale e duraturo.
Questa prospettiva politica non è separabile da quanto accade nel Mediterraneo. E' per noi motivo di seria preoccupazione constatare come il confronto arabo-israeliano vada assumendo proporzioni sempre più minacciose e comporti una colossale dispersione di risorse che potrebbero invece essere dedicate allo sviluppo dei paesi coinvolti nel conflitto, dei quali tutti noi siamo e vogliamo continuare ad essere amici.
Particolarmente interessati, dunque, al ristabilimento della pace nel levante, siamo dell'avviso che esso trovi il suo fondamento nella applicazione, in tutti i suoi aspetti, della risoluzione delle Nazioni Unite del 22 novembre 1967. Non ci stancheremo di incoraggiare le consultazioni che si svolgono nella cornice del Consiglio di sicurezza per facilitare la missione del rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, ambasciatore Jarring.
Il Governo italiano non mancherà di dare il suo contributo alla pace nel medio oriente, in ispecie nel quadro delle Nazioni Unite.
L'Italia guarda con naturale simpatia e comprensione a Malta, che ha ritrovato la sua secolare tradizione di indipendenza. Il nostro orientamento nei confronti degli Stati del Nord Africa e del levante, di cui apprezziamo gli sforzi di rinnovamento è, e continuerà ad essere, quello di moltiplicare i contatti politici, di accrescere gli scambi e di contribuire allo sviluppo delle loro economie. Siamo infatti sicuri che è interesse di tutti che il Mediterraneo divenga una zona di diffusa prosperità, di cui è insieme condizione e conseguenza il consolidamento della pace e della sicurezza.
Speciale attenzione rivolgeremo - come stiamo già facendo - all'essenziale sviluppo dei nostri rapporti in tutti i campi con il Marocco, con la Tunisia e con l'Algeria.
Merita una particolare menzione la Libia, oggi impegnata in una difficile opera di rinnovamento, non solo per la sua vicinanza e per gli ingenti interessi comuni, ma anche perché vi risiedono diverse migliaia di italiani che con il loro lavoro hanno grandemente concorso al suo sviluppo ed ai quali siamo particolarmente legati. E' dunque da augurarsi che Italia e Libia manifestino reciproca fiducia: ed è su questo assunto che noi intendiamo, al di là di spiacevoli episodi finora verificatisi - e che ci auguriamo restino episodi - basare la nostra politica.
Tra le costanti della nostra politica estera ha un posto preminente la progressiva attuazione del disarmo mondiale. Il Governo si propone dunque di dare nuovo impulso ai lavori della conferenza di Ginevra, attraverso un programma organico di disarmo in conformità alla risoluzione - presentata per iniziativa italiana - che fu approvata alla quasi unanimità dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua scorsa sessione.
Riteniamo che un'intensificazione del negoziato per il disarmo a Ginevra debba accompagnare lo svolgimento delle conversazioni bilaterali sovietico-americane per la limitazione degli armamenti nucleari che riprenderanno a Vienna in aprile. A queste trattative auguriamo pieno successo, nell'interesse generale della stabilità e della pace.
Il trattato contro la proliferazione nucleare è entrato qualche settimana fa in vigore, ma ad esso non hanno aderito finora alcuni degli Stati più importanti dal punto di vista della capacità nucleare, né molti di quelli appartenenti alla nostra area geografica (Commenti a destra).
Perché il trattato possa dare i suoi auspicati frutti, occorre che siano poste le premesse per il raggiungimento delle sue finalità, previste in particolare dall'articolo 6, sia nel campo del disarmo, sia in quello della collaborazione internazionale per gli usi pacifici dell'energia nucleare. Per il Governo italiano, il trattato è un punto di partenza e non un punto di arrivo. Deve essere anche istituito un sistema di controlli, in conformità all'articolo 3 del trattato stesso, il quale postula la conclusione di accordi con l'agenzia atomica delle Nazioni Unite, su base bilaterale o multilaterale. L'Italia farà il possibile, insieme con gli altri paesi membri dell'EURATOM, perché il negoziato per la conclusione di accordi con l'agenzia atomica delle Nazioni Unite sia portato al più presto a termine e in maniera tale da tutelare i legittimi interessi della nostra industria nucleare in rapido sviluppo.
Anche nel campo degli usi pacifici della energia nucleare, che diventerà sempre più importante per noi, l'agenzia atomica delle Nazioni Unite è destinata a svolgere un ruolo di rilievo. Per questo motivo, oltre che per essere presenti là dove si decide l'applicazione di controlli alle nostre industrie, abbiamo proposto la riforma dell'organo direttivo dell'AIEA, nell'attuale sua composizione inadeguato ad assolvere i nuovi compiti che spetteranno all'agenzia sia in conseguenza del TNP sia per lo sviluppo dell'energia nucleare.
Si ricollega al tema del disarmo il problema più generale della riaffermazione dell'autorità dell'ONU nel mondo. Noi continueremo a dare costante appoggio alle Nazioni Unite, perché siamo convinti che esse restano un insostituibile strumento di pace. Sono ben ferme due direttive essenziali della nostra politica: a) cercare nell'ambito dell'ONU le soluzioni di tutti i conflitti che minacciano la pace internazionale; b) realizzare, attraverso le Nazioni Unite, un ordine internazionale in cui tutti i problemi fondamentali del mondo moderno, e particolarmente quelli dello sviluppo del «terzo mondo» - si tratti dei paesi dell 'America latina, ai quali ci legano vincoli di sangue e di comuni tradizioni, o di quelli dell'Africa e dell'Asia, che vediamo con soddisfazione emergere con piena dignità sulla scena internazionale – possano gradualmente trovare la loro soluzione.
Nel riconoscere che le Nazioni Unite non sono ancora in grado di rispondere pienamente alle generali aspettative, abbiamo anche di recente affermato la nostra persuasione che il problema della loro funzionalità va oggi acquistando nuove e più complesse dimensioni: non si riduce più solo alla prevenzione dei conflitti armati e alla soluzione delle crisi politiche suscettibili di provocarli, ma comporta anche la progressiva eliminazione di tutti quegli squilibri economici, sociali e tecnologici che operano come fattori di instabilità e di disordine nella vita internazionale.
A tale visione globale della pace rispondono talune nostre proposte intese a rafforzare l'Organizzazione sul piano istituzionale e funzionale come su quello del coordinamento sistematico delle sue attività e dell'efficacia delle sue azioni assistenziali. Al rafforzamento delle Nazioni Unite, come noi lo concepiamo, non si può per altro pervenire se l'organizzazione non acquista l'universalità che può consentirle di accrescere la sua autorità e di estendere la sua forza di irradiazione in tutto il mondo.
In questo spirito, il Governo italiano intende proseguire nella sua politica relativa al riconoscimento della Repubblica popolare cinese ed allo stabilimento di normali relazioni diplomatiche con essa. Opportuni contatti sono in corso.
Gli ultimi sviluppi verificatisi nel Laos e in Cambogia sono da noi seguiti con preoccupata attenzione, per le incidenze che essi potrebbero avere sulle trattative per una soluzione negoziata del conflitto nel Vietnam. Anche se le trattative di Parigi non sembrano, avere dato finora apprezzabili risultati, siamo più che mai convinti che la soluzione della questione non può trovarsi che sul piano politico.
Gli sforzi per restituire la pace alla martoriata penisola indocinese non possono essere efficaci se non compiuti da parte dei diretti protagonisti del conflitto. Reiteriamo tuttavia la nostra piena disponibilità per ogni azione che sia gradita ed utile, nonché per la realizzazione di quei piani di ricostruzione che richiederanno uno sforzo internazionale.
Fra le componenti di ogni politica estera vi è il problema dell'irradiazione culturale, che anche ai nostri giorni assume particolare rilevanza per i rapporti sempre più complessi con tutti gli altri popoli, e in particolare con quelli di nuova indipendenza. Per questo l'Italia si propone di intensificare la sua azione in tale settore, sia sul piano bilaterale sia sul piano multilaterale. Un impegno tutto particolare – anche se adeguato alle nostre possibilità – intendiamo svolgere sul piano dell'assistenza tecnica.
A tale scopo sarà presentato quanto prima al Parlamento un progetto di testo unico, nel quale siano armonizzate le disposizioni in atto, articolate e diversificate le forme di intervento, aggiornati gli strumenti di gestione ed infine precisato il volume del nostro contributo finanziario in favore dei paesi in via di sviluppo.
La nostra attenzione e sensibilità va in massimo grado ai problemi dei nostri lavoratori e delle nostre collettività residenti all'estero. La Camera dei deputati sta conducendo su questo tema un'indagine conoscitiva, dei cui risultati il Governo intende avvalersi. Il Governo intende controllare la piena applicazione del principio della parità di trattamento del lavoratore italiano con i lavoratori dell'area comunitaria e realizzare, al massimo possibile, il riconoscimento di tale principio anche negli altri paesi.
È nostro intendimento portare a compimento alcuni provvedimenti di notevole interesse per i nostri lavoratori all'estero. Per la trattazione dei problemi relativi ai lavoratori all'estero, in aggiunta alla normale attività della commissione esteri-lavoro, recentemente allargata, è stato istituito un comitato esteri-confederazioni sindacali. Tale comitato consentirà di mettere in evidenza e di soddisfare le istanze che verranno espresse dalla viva voce dei lavoratori.
Il Governo si propone di conformarsi alle direttive tracciate dal Parlamento nell'ottobre del 1967, allorché fu espresso il voto che le eventuali modifiche del Concordato, rese opportune dall'evoluzione dei tempi, fossero oggetto di accordi con la Santa Sede. Nella convinzione che la pace religiosa assicurata al popolo italiano dai Patti lateranensi va salvaguardata nella sua pienezza, il Governo si adopererà perché la comune volontà delle due parti possa produrre i risultati positivi da tutti auspicati.
Un problema è emerso, durante la crisi. Un problema, quello relativo al tema del divorzio e della posizione della Santa Sede, che presenta aspetti delicati e complessi. La Santa Sede nel 1966 richiamò l'attenzione del Governo italiano sull'importanza che, anche al di fuori del campo strettamente religioso, assume la tutela della indissolubilità del matrimonio. Nella stessa comunicazione si sottolineava che una legge, la quale consentisse lo scioglimento del matrimonio celebrato davanti a un ministro del culto cattolico secondo le norme del diritto canonico, avrebbe comportato una violazione del Concordato. Né – si aggiungeva – sarebbe valida la tesi che, con il divorzio, sarebbero sciolti solamente gli effetti civili senza pregiudicare la validità del vincolo religioso, in quanto, a norma del Concordato, gli effetti civili devono perdurare finché perdura il matrimonio da cui derivano.
Nel 1967, con una nuova nota, riferentesi ad interpretazioni del Concordato stesso emerse in occasione dell'iter legislativo della proposta di legge relativa al divorzio, la Santa Sede ribadiva il concetto che con l'articolo 34 del Concordato lo Stato italiano, dopo aver indicato il fine della disposizione, che è quello di ridonare all'istituto del matrimonio dignità conforme alle tradizioni cattoliche del popolo italiano, si è impegnato a riconoscere gli effetti civili al matrimonio celebrato secondo le norme del diritto canonico e che mediante detto articolo il matrimonio canonico già in sé perfetto nei suoi elementi costitutivi è valido a tutti gli effetti civili, considerati inseparabili dal matrimonio stesso. Si aggiungeva che dichiarare «sciolto» il matrimonio canonico sarebbe non un regolarne gli effetti civili, poiché l'indissolubilità non è un «effetto» ma una proprietà del matrimonio, sibbene non riconoscere l'atto che di tali effetti è la causa.
Successivamente, il 30 gennaio del 1970, in un'ulteriore nota, la Santa Sede, pur continuando a considerare indissolubile ogni matrimonio valido, limitava le sue considerazioni ai matrimoni concordatari ed esprimeva il desiderio di evitare che, con l'eventuale definitiva approvazione della nota proposta di legge da parte del Parlamento italiano, si giungesse a dare unilateralmente all'articolo 34 del Concordato una interpretazione che sarebbe in antitesi con quella fatta conoscere dalla Santa Sede con la nota del 1967; si richiamava inoltre l'attenzione delle autorità italiane sull'articolo 44 del Concordato e si chiedeva in qual modo il Governo italiano intendesse dare attuazione, nel caso presente, a tale norma, mentre da parte della Santa Sede ci si dichiarava disposti ad aprire conversazioni in proposito.
Alle note del 1966-67 fu risposto nell'aprile 1967 che la questione sollevata dalla Santa Sede veniva tenuta nella più attenta considerazione da parte del Governo italiano e si informava che il Governo in carica non aveva nel suo programma l'introduzione del divorzio nell'ordinamento giuridico italiano.
Alla nota del 30 gennaio 1970 è stato risposto che sui problemi in essa richiamati si è manifestata una difformità di pareri fra le forze politiche italiane impegnate nella formazione del Governo. Si aggiungeva che, in presenza di tale diversità di punti di vista, è intervenuta l'approvazione da parte della Camera dei deputati delle proposte parlamentari relative ai casi di scioglimento del matrimonio e che, data la delicatezza della materia, sembrava pertanto opportuno, nonché riguardoso nei confronti della controparte, attendere che la valutazione della nota, in particolare per quanto riguarda il summenzionato punto degli eventuali contatti tra le due parti, venisse compiuta quando fosse possibile assumersi una responsabile decisione.
Ora, anche in considerazione dei punti sollevati con la nota in data 30 gennaio, è nostra intenzione affrontare il problema consenso dello Stato, preoccupazione di non turbare la pace religiosa e consapevolezza dei problemi che agitano la società civile, attenendoci ai seguenti princìpi e norme procedurali.
a) Il Governo italiano è vincolato al voto del Parlamento nella interpretazione delle clausole concordatarie in materia matrimoniale.
b) Ciò premesso, lo Stato italiano, consapevole della propria sovranità e nel rispetto della propria firma, non può temere di esporre le proprie ragioni all'altra parte, e non può rifiutare di ascoltare le ragioni della Santa Sede, utilizzando l'opera dei ministri competenti di grazia e giustizia e degli esteri.
c) Come è norma in materia di relazioni internazionali e di applicazioni di patti in vigore, il Governo, prima della discussione e del voto della legge al Senato, informerà il Parlamento di quanto finora con le note gli è stato comunicato dalla Santa Sede e di quanto nei prossimi tempi avrà accertato.
d) Il Parlamento italiano giudicherà dei dati di diritto e di interpretazione che, dopo gli accertamenti, ad esso il Governo sottoporrà; e nel corso dei dibattiti parlamentari i partiti della coalizione governativa resteranno liberi delle loro decisioni, le quali non avranno ripercussione sulla stabilità del Governo.
e) Senza venir meno alla propria autonomia, il Parlamento comproverà ai cittadini italiani lo scrupolo messo in tutte le proprie deliberazioni, proprio esaminando prima della pronuncia definitiva i dati che il Governo gli avrà sollecitamente sottoposto.
f) A garanzia dei diritti che la Costituzione riconosce e per rispetto delle convinzioni di ognuno, tutti gli elettori potranno esprimersi sulle suddette decisioni del Parlamento, partecipando all'eventuale referendum abrogativo, per poter consentire tempestivamente il quale i partiti della coalizione confermano l'impegno a fare approvare sollecitamente anche dalla Camera il disegno di legge che il Senato ha già approvato e che è all'ordine del giorno di questo ramo del Parlamento.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho esposto, nelle linee generali, la ragione politica, gli impegni programmatici e gli obiettivi del Governo che ho l'onore di presiedere. Ho già detto che fin dalla sua costituzione non sono mancati rilievi e contrapposte riserve. Da sinistra si insiste nel raffigurare pregiudizialmente il Governo fin dai suoi primi passi come immobilizzato dalle sue intime contraddizioni, come un estremo tentativo di frenare, se non bloccare, la spinta di progresso del paese e delle classi lavoratrici; da destra si vuol far credere ad una volontà rassegnata di abdicazione in ordine a valori irrinunciabili di libertà e di autonomo sviluppo democratico.
Si è anche parlato e scritto di «Governo dei cento giorni». Chi vi parla ha ritenuto e ritiene di assolvere ad un dovere costituendo un Governo per il quale tutto – la gravità dei problemi da affrontare, la serietà delle condizioni da garantire perché il paese possa procedere in ordinato progresso economico e civile – lascia prevedere una vita tutt'altro che facile.
Il paese chiede di essere governato. Chiede alla classe politica di indicare un disegno, una prospettiva e di agire conseguentemente. Non ci preoccupa, perciò, quanto possiamo durare; sentiamo tutta la responsabilità di fronte ad una mancanza di alternative reali, che non siano obiettivamente prive di consistenza.
Certo, questa è una linea che richiede ed esige un reciproco sacrificio di punti di vista particolari, una accentuazione volonterosa di ciò che unisce forze tutte necessarie più che di ciò che può dividerle. Ma questa è anche una occasione, che è stata diffusamente considerata non più ripetibile, per trasformare un passaggio a volte confuso in un momento intensamente produttivo per il paese, in un momento più riflessivo e insieme più significativo di risultati concreti.
Ciò vale per tutti noi. Perché è quando il confronto avviene su una linea e su un disegno politico che il Parlamento viene esaltato nella sua funzione e nel suo ruolo nella vita politica del paese. Allora la battaglia politica impegna le forze ideali, dà senso e vigore alla maggioranza come alle opposizioni, offre ai cittadini un quadro di chiarezza necessario all'una e alle altre. Nessuno ha da trarre responsabile guadagno dalla confusione e dall'affievolimento di ciò che rende diverse le varie forze. Nessuno ha da trarre guadagni dal sovrapporsi e dal sostituirsi, che naturalmente da quella confusione deriverebbe, di componenti disarticolate, disgregative, sostanzialmente incapaci di un impatto costruttivo con la realtà civile e sociale del paese, ma che mostrano di presumere di potersi o volersi sostituire, magari con la forza, alle grandi componenti politiche, sindacali, culturali e sociali che sono il tessuto connettivo della società e dello Stato.
In sostanza, un'essenziale validità di questo Governo di centro-sinistra sta nel costituire un punto di riferimento politico delineato nei suoi termini e nelle sue finalità: perché, nel momento in cui maggioranza e minoranze, Governo e opposizioni si fronteggiano su un discorso politico, è possibile liberare il paese da un andamento disgregativo della vita pubblica; è possibile – ricercando quelli positivi – isolare gli elementi negativi che inevitabilmente accompagnano lo svolgimento della lotta politica e vi si intrecciano. Perché, se questi elementi marginali e disgregatori si ponessero al centro della vita politica, allora è la possibilità di orientamento e di indirizzo del paese che viene meno, con danno irreparabile per il sistema democratico.
Abbiamo dinanzi a noi una prova elettorale non politica (Commenti a destra), ma la novità che introduce, significativa come poche, porrà problemi non lievi, scelte coerenti, perché una riforma così incisiva, se deve costituire una spinta a forme sempre più intense di autonomia, non può non avere un punto di riferimento e di orientamento.
Certo, e lo ripeto, non sono da sottovalutare le difficoltà che ci attendono, anche dinanzi ad opposizioni che si preannunciano ben decise a portare fino in fondo la loro battaglia. È nel loro diritto, in quel diritto che il regime democratico riconosce.
Nessun dubbio, però, deve permanere sulla nostra altrettanto decisa volontà di fare la nostra parte, nel pieno rispetto delle regole democratiche. Non è infatti immaginabile che il Governo, per le responsabilità e i compiti che la Costituzione gli affida, possa rinunciare ad un suo disegno e ad avere un suo punto di vista sui grandi temi del paese e a farlo valere ragionevolmente, ma anche con fermezza tanto più decisa quanto più alta si presenti la posta in gioco.
Obiettivi di fondo della coalizione sono pertanto la difesa intransigente della libertà politica e delle istituzioni democratiche, la promozione di una società più giusta e umana nel quadro di tutte le libertà garantite dalla Costituzione, l'elevazione dei lavoratori sul terreno economico, sociale e politico.
Si tratta di secondare la forte spinta che è nel paese in questa direzione, senza sbandamenti, senza timore, anzi alla ricerca di un dialogo aperto con tutte le forze sociali e culturali, ma anche senza compromissioni del regime democratico.
Non si tratta di aprire una corsa demagogica, ma un confronto ragionevole e serio perché continui il moto ascensionale del paese, perché siano progressivamente consolidate e arricchite le conquiste democratiche, reso più stabile, più largo, più equilibrato il progresso.
Conto, per questo compito gravoso, sul comprovato senso di responsabilità che i partiti della maggioranza hanno dimostrato pur dinanzi a tante difficoltà.
Al paese, all'opinione pubblica democratica, a quanti hanno a cuore le sorti della democrazia italiana, come tutti noi, rivolgo un appello: di comprendere le ragioni della nostra fatica, di sorreggerla, di stimolarla con la critica e i suggerimenti, ma senza indulgere a posizioni pregiudizialmente negative, avendo di mira sempre la comune corresponsabilità per la vitalità degli istituti democratici.
Con questi propositi, onorevoli deputati, il Governo che ho l'onore di presiedere chiede la vostra fiducia per assolvere ai compiti che ho esposto (Vivi applausi al centro e a sinistra — Congratulazioni).

On. Mariano Rumor
Camera dei Deputati
Roma, 7 aprile 1970

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di martedì 7 aprile 1970)


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