LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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III° GOVERNO RUMOR: REPLICA DI MARIANO RUMOR ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 17 aprile 1970)

Dopo la parentesi del II° Governo Rumor, un monocolore democristiano che governa nella difficile situazione interna al mondo socialista e nelle turbolenze del Paese tra contestazioni giovanili e rivendicazioni sociali, la collaborazione tra i partiti del centro-sinistra ritrova una ricomposizione governativa nel III° Governo Rumor.
Il Presidente del Consiglio presenta le linee programmatiche il 7 aprile 1970. Il 17 aprile l'on. Mariano Rumor replica al dibattito della Camera dei Deputati, ottenendone la fiducia.

* * *

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei anzitutto – e credo di poterlo fare a nome del Governo e del paese – elevare in queste ore di attesa drammatica e piena di speranza il nostro pensiero ai tre astronauti dell'«Apollo 13». Noi ci auguriamo che essi siano restituiti alle loro famiglie e alla loro patria, che questa drammatica avventura spaziale si concluda con un altro non meno importante trionfo del coraggio e della scienza umana. Ad essi dobbiamo un richiamo brusco alla condizione umana, con le sue alternative di successo e di insuccesso; l'averci richiamato a questi elementari pensieri ci fa esprimere ai tre astronauti un motivo di ancor più intima, commossa solidarietà.
Onorevoli colleghi, il dibattito che ci ha impegnati in questi giorni ha avuto il merito, di cui sono grato agli oratori intervenuti, di avere colto i problemi di fondo, la sfida politica che il Governo, e con il Governo le forze che lo sostengono, deve fronteggiare. La mia replica è facilitata dagli interventi degli oratori di maggioranza: mi riferisco in particolare agli onorevoli Ferri, Forlani, La Malfa e Mancini, che hanno espresso in termini concreti e costruttivi le ragioni sostanziali della partecipazione della democrazia cristiana, del partito socialista italiano, del partito socialista unitario e del partito repubblicano al Governo impegnandosi a sostenerlo. Ad essi esprimo, anche a nome dei colleghi di Governo, il mio ringraziamento.
Ringrazio dei loro interventi l'onorevole Fortuna e l'onorevole Ollietti, al quale assicuro la mia attenzione per i problemi che mi ha indicato. Devo altresì ringraziare gli onorevoli Cottone, Santagati, Orilia, De Lorenzo, Amendola, Almirante, Pintor, Bozzi, Ceravolo , Manco, Bignardi, Biondi, Giorno, Delfino, Cantalupo, Cuttitta, Quilleri, Tripodi, Romualdi, Serrentino, Cassandro, Servello e Roberti, che hanno ribadito la loro opposizione e quella dei gruppi cui appartengono, recando, ognuno secondo il suo punto di vista, elementi interessanti di chiarimento e di riflessione.
Si è riproposto anche in questa sede il tema dello svolgimento della crisi, dei suoi passaggi, dei risvolti definiti oscuri e preoccupanti. E non sono mancate valutazioni insidiose e artificiosamente forzate, che non hanno fondamento obiettivo.
Ogni crisi segna di per se stessa il momento culminante di una ricerca nella quale le diverse prospettive si confrontano, le varie ipotesi si misurano. Non vi sono, in tutto questo, pericoli quando, come pure è avvenuto, tutto si svolge e resta nell'ambito istituzionale.
Da una parte delle opposizioni mi è stato contestato di avere volutamente attenuato, fino quasi a sfumarlo, il quadro della crisi stessa. Ho detto che non era certo mia intenzione attenuare, a crisi risolta, le difficoltà a volte gravi, le diversità dei punti di vista anche sensibili che sono emerse durante il suo svolgimento. Ma è una contestazione singolare, ove si pensi che prima della crisi dalla stessa parte si muoveva la critica di un eccesso di pessimismo, cioè la critica esattamente opposta.
Abbiamo attraversato una fase certamente densa di rischi e abbiamo imboccato la strada per fronteggiarli. Si tratta di rischi che non sono di un solo segno o in una sola direzione; di essi il più grande, oggi, è e rimane la confusione dei ruoli e delle prospettive, e la loro conseguenza certa avrebbe potuto essere quella della radicalizzazione della lotta ai due poli estremi dello schieramento. E dirò subito che, se questa è, stata ed è la mia persuasione, essa ne è risultata rafforzata dal dibattito.
È stato proprio lei, onorevole Amendola, a mettere l'accento, nel suo intervento, sul punto critico della nostra situazione, e cioè sul fatto che le tensioni politiche, sociali e culturali del paese rischiano di mettere in discussione ad ogni tensione lo stesso quadro istituzionale. Lo ha ammesso in termini espliciti, e direi contraddittori rispetto a tutta la logica del suo intervento, perfino l'onorevole Pintor, il quale ha detto che - purtroppo, a suo avviso - non sono oggi auspicabili rotture radicali perché esse, nell'attuale contesto, finirebbero col mettere in crisi non solo l'assetto sociale ma lo stesso assetto istituzionale.
Il rischio, il pericolo reale, è quello della dispersione, della diaspora, della mancanza di un coagulo di forze in grado - pur nella diversità di prospettive finali - di convergere su una comune piattaforma di valori e di obiettivi politici che rendano possibile una iniziativa di governo, un punto di riferimento per il Parlamento, per le forze politiche, per il paese.
Gli oratori di parte liberale, di parte «missina» e di sinistra hanno sostanzialmente convenuto nel definire fragile e precario lo sbocco politico cui siamo pervenuti, e dall'una e dall'altra parte dell'opposizione ci è pervenuto l'invito e il monito a tener conto, da un lato, della «lega liberale» (per usare l'espressione dell'onorevole Cottone), dall'altro della presenza del partito comunista.
Non credo che il discorso possa limitarsi a scalfire così in superficie le cose. Il voto del 19 maggio (ebbi occasione di dirlo nelle mie dichiarazioni) ha reso, con i suoi contraccolpi, più difficile l'equilibrio di centrosinistra, ha posto e pone alle forze che lo sostengono problemi complessi di adeguamento della loro iniziativa e, nella misura in cui le tensioni sociali hanno registrato un salto qualitativo, esprimendo non solo una generica carica rivendicativa ma una domanda politica più penetrante ed articolata che coinvolge i ceti più diversi, si è fatto più arduo per le forze di centro-sinistra un collegamento razionale e coerente (come ha giustamente sottolineato l'onorevole Ferri) tra i problemi della responsabile gestione del potere nell'immediato e la responsabilità – pur essa indeclinabile - di predisporre scelte e prospettive di lungo termine.
Questi sono problemi reali, che esistono, che non neghiamo; ma il senso positivo e significativo della soluzione data alla crisi non è in una sorta di stanchezza che avrebbe convinto i partiti della maggioranza, ma nel fatto - sottolineato particolarmente dall'onorevole Mancini - che i partiti di centro-sinistra si sono sentiti corresponsabili di un equilibrio democratico e di una stabilità politica non contrastanti ma aperti rispetto alle esigenze di rinnovamento e di movimento della società italiana.
E c'è di più : credo che su questo equilibrio, su questa linea i partiti del centro-sinistra sentano di poter trovare storicamente il loro spazio, la possibilità e la capacità di iniziativa unitaria, di una presenza efficace che saldi insieme la loro forza di incidenza nella complessa realtà del paese. Solo su questa linea è anche possibile approfondire il discorso politico e svilupparlo in condizioni di certezza per il quadro politico generale.
Non è un caso, del resto, che da parte delle opposizioni non siano state indicate prospettive concrete, che non vi sono, e che sia stato sfumato il discorso sulle forze politiche.
Su alcune valutazioni dell'onorevole Amendola, ad esempio, in sede di diagnosi, per la loro stessa ovvietà si può convenire. Ma giustamente - lo ha rilevato l'onorevole Forlani - è la sostanza del suo discorso che non è accettabile. Siamo quelli che siamo e andiamo presi in considerazione per quello che siamo: questo, se non testualmente, è nella sostanza, il senso di una sua affermazione. D'accordo, ma perché allora il partito comunista non prende gli altri per quelli che sono? Non si coglie la tattica e la strategia del partito comunista se non si mette a nudo questo dato fondamentale.
La verità è che il partito comunista punta ad equilibri sempre più fragili, sempre più faticosi, che non portano alla soluzione dei problemi sul tappeto e quindi ad uno sbocco democraticamente risolutivo delle tensioni in atto. Punta incessantemente a passare all'interno delle forze politiche, a divaricare in esse i punti di vista, trasformando in contrasti anche le naturali differenziazioni proprie della dialettica democratica. C'è in questa sua strategia, certo, anche la volontà di coprire le contraddizioni e il travaglio che pur sono in esso.
Ma la sua non è una vocazione collaborativa. Il suo è pluralismo di comodo che finisce per annullare lo spazio e la dimensione popolare delle forze politiche, che tende a subordinare e a frammentare l'ideologia e la strategia del blocco storico e la scelta di una radicale spaccatura del paese. Non è una scelta coerente ad un modello di società pluralisticamente articolata, dove abbiano pieno diritto di cittadinanza tradizioni, punti di vista e sensibilità diverse. Ciò vale per la prospettiva di sviluppo, vale per la politica economica, vale per la politica estera.
Per quest'ultima non è che da confermare e ribadire quanto ho già detto in sede di dichiarazioni programmatiche. La nostra vuole essere, anzi è, una politica di pace e di collaborazione internazionale che perseguiamo nel quadro di una continuità di scelte.
La quasi generalità dei rilievi mossi alla linea del Governo è andata, anche di fronte ad una situazione particolarmente interessante in sede internazionale, a sottolineare l'esigenza di una nostra più diffusa ed incisiva presenza ed iniziativa che noi manteniamo vive con realismo, nell'ambito concreto delle nostre possibilità.
Siamo, certo, dinanzi a sviluppi interessanti della situazione mondiale, sviluppi che investono il processo di distensione e di intensificazione del dialogo tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Si discute sul tema del disarmo; si è messa in movimento, con i colloqui tra la Repubblica federale tedesca e la Germania orientale e la Polonia, una serie di rapporti che apparivano destinati a condizionare ancora per lungo tempo ogni possibilità di movimento. E' per ora un tentativo che noi condividiamo in vista di una maggiore flessibilità di rapporti verso i paesi dell'est, che gli eventi di Praga parevano avere definitivamente allontanato. Credo che l'iniziativa di Bonn vada perciò sostenuta ed incoraggiata, cogliendo nella situazione che essa può determinare occasioni e spunti per un nostro contributo.
Non siamo rimasti del resto fermi ed è in tale spirito, ad esempio, che, contrariamente alle tesi sostenute dall'onorevole Orilia, il Governo italiano si è adoperato e si adopera sul piano bilaterale ed in seno all'alleanza atlantica per la conferenza sulla sicurezza europea. Ho già precisato al riguardo il nostro punto di vista che è e resta, onorevole Cantalupo, che l'iniziativa sia preparata con cura adeguata all'importanza che essa riveste e che ad essa partecipino gli Stati Uniti, il Canada e i paesi europei non impegnati che desiderino parteciparvi e apportarvi il loro contributo.
Nel contesto della situazione che si viene delineando, riconfermo la preminenza, per noi, dell'obiettivo della integrazione europea. Sono noti i passi avanti che negli ultimi tempi si sono potuti registrare, senza che essi possano far dimenticare le difficoltà tanto generali, quanto su temi specifici. Elemento di affidamento è che ad una maggiore duttilità della Francia corrisponde anche, nel quadro dei nuovi orientamenti della sua politica, una più accentuata esigenza di Bonn di consolidare i suoi vincoli con i paesi europei.
Si riapre anche in questa direzione, per noi essenziale, una prospettiva più ampia sia per quanto riguarda il consolidamento delle istituzioni comunitarie, sia per l'ampliamento dell'originario nucleo dell'Europa a sei il cui obiettivo abbiamo tenuto sempre fermo in vista di una più articolata ed incidente realtà europea.
E' stato sollevato nel dibattito, a proposito della politica europeistica, anche il tema delle elezioni a suffragio universale e diretto del parlamento europeo. Ho già posto in risalto il nostro interesse a questo naturale sbocco della politica di integrazione e lo confermo. Aggiungo che siamo anche pronti a realizzare quella procedura di contatti tra le istituzioni comunitarie che il parlamento europeo ha sollecitato con la sua risoluzione del 3 febbraio scorso.
Un accento particolare ha avuto nel dibattito il tema del Mediterraneo. Assicuro gli onorevoli colleghi, di cui ho vivamente apprezzato l'interessamento per questo tema, che abbiamo consapevolezza di una nostra naturale funzione di ponte tra l'Europa e i paesi del bacino del Mediterraneo, del valore e dell'amicizia che ci legano alla vicina Jugoslavia, dell'orientamento particolarmente favorevole dei popoli magrebini, della esigenza di ritessere un rapporto di fiducia con la Libia, delle singolari prospettive offerte dall'amicizia con la Repubblica turca, del valore esemplare della nostra esperienza di crescita e di sviluppo per svolgere in questo bacino una intensificata collaborazione in spirito di comprensione, di libertà e di pace. Anche nei confronti di questo scacchiere e della preoccupante escalation della tensione per atti di guerra, non è vero, onorevole Ceravolo, che la nostra politica si limiti a platonici telegrammi di solidarietà. Nonostante tutte le difficoltà obiettive l'Italia come ha svolto, continua a svolgere nel bacino mediterraneo una sua azione ispirata non solo ad una equilibrata valutazione dei suoi interessi, ma anche alla convinzione di servire la causa dell'occidente nel suo complesso.
E' in questa visione che ci siamo adoperati per mantenere aperto un contatto con gli arabi quando alcune potenze occidentali avevano visto venir meno i propri diretti rapporti con quei popoli e a questo scopo rispondono anche i recenti contatti che ha avuto il ministro degli esteri.
Condividiamo naturalmente l'interesse e la preoccupazione che da più parti sono stati manifestati in questa sede circa il conflitto arabo-israeliano e il ristabilimento della pace nel sud-est asiatico, dove il conflitto minaccia di ampliarsi e di coinvolgere altri paesi. Per entrambi confermo l'impegno di un nostro contributo ad una soluzione politica del conflitto. Naturalmente è da respingere la tesi avanzata dall'onorevole Amendola di una posizione di neutralità attiva da parte dell'Italia.
Infatti, proprio nel momento in cui l'evoluzione della situazione offre motivi ed occasioni per una nostra iniziativa più sciolta ed incisiva, a maggior ragione e se necessario con più chiarezza, devono essere confermate le scelte nel quadro di irrinunciabili riferimenti cui essa deve ispirarsi.
In questo quadro la proposta dell'onorevole Amendola di un'Italia neutrale è evidentemente inaccettabile perché essa prescinde dalle scelte compiute e dagli impegni di lealtà contratti e non offre alcun contributo positivo alla situazione generale. A che servirebbe infatti, anche in campo internazionale, la brusca rottura di equilibri che pur costituiscono un'attuale garanzia di pace e consentono di sviluppare un processo di distensione? Non è cioè attraverso la strada dell'isolamento che la nostra iniziativa può essere resa più penetrante. Ciò è possibile invece proprio nella misura in cui non venga messo in discussione il problema della nostra sicurezza e della nostra autonomia, garantite dall'appartenenza all'alleanza atlantica.
Errore fatale sarebbe perciò non intendere che la nostra azione va collocata come momento di sviluppo e non in contrasto con la continuità delle nostre scelte di fondo, cui intendiamo restare fedeli.
In questo quadro mi sia consentito di ricordare che qui sono stati sollevati i problemi complessi delle forze armate nei loro molteplici aspetti, che non sono e non saranno ignorati dal Governo. Cercheremo, con la collaborazione del Parlamento, di dare a tali problemi eque e razionali soluzioni, che siano rispondenti alle necessità di sicurezza della patria ed al lodevole impegno che tutti i componenti delle forze armate della Repubblica pongono nell'assolvimento del loro dovere.
Diversi oratori hanno ricordato il problema del divorzio e delle note vaticane. Al riguardo confermo quanto ebbi a dire nell'altro ramo del Parlamento, e cioè che su tale punto la dichiarazione programmatica riflette fedelmente l'accordo tra i partiti di Governo ed è rispettosa della sovranità dello Stato, dei diritti del Parlamento, della corretta prassi internazionale. Confermo altresì che è nostro impegno - come ebbi occasione di dire di comunicare al Parlamento i documenti in questione, in modo che esso possa valutarli unitamente ai dati di diritto e di interpretazione che il Governo ad esso sottoporrà, dopo gli accertamenti di cui appunto si parla nell'accordo di maggioranza. Ripeto che viene così garantita al Parlamento la possibilità di pronunciarsi in piena cognizione di causa ed in piena autonomia sulla delicata materia; ed assicuro gli onorevoli Bozzi e Fortuna che il Governo agirà con la necessaria sollecitudine per mettere il Parlamento in condizioni di esprimere tempestivamente le sue valutazioni.
All'onorevole Bozzi, che mi ha posto il problema circa la natura delle risposte italiane alle note vaticane, preciso che si è trattato di risposte interlocutorie del Ministero degli affari esteri, d'intesa con la Presidenza del Consiglio, il cui contenuto essenziale ho indicato nelle mie dichiarazioni programmatiche.
E vengo ora ai problemi di politica interna. L'onorevole Bozzi e l'onorevole Almirante hanno creduto di ravvisare, nella fissazione della data delle elezioni amministrative regionali, non il segno positivo di un nostro disegno politico, ma la riprova di una nostra abulia, di una nostra certa quale acquiescenza alla volontà del partito comunista.
Se posso rendermi conto delle esigenze politiche, tuttavia credo che una siffatta tesi non possa essere ragionevolmente portata avanti, né sotto il profilo dell'alternativa elezioni politiche-elezioni regionali - che l'onorevole Almirante ha tentato di teorizzare - né sotto il profilo di una nostra subordinazione ad una concezione di sviluppo che si vuole definire disegno comunista, ma che non lo è.
Non è di oggi l'opposizione della destra alle regioni, così come non è di oggi la nostra concezione regionalistica. E le ragioni che ne hanno consigliato ieri il rinvio, oggi l'attuazione, su cui ha insistito l'onorevole Bozzi, non partono da una valutazione di comodo, ma dalla necessità ed opportunità di una risposta efficace ai problemi che dobbiamo fronteggiare.
Se ieri l'esigenza pressante era di ricostituire lo Stato come centro politico ed amministrativo della vita sociale, oggi è la sua riforma, in direzione del decentramento politico ed amministrativo, che si impone.
Lo sviluppo delle autonomie locali e regionali risponde ad un nostro impegno, essenzialmente rivolto ad ampliare ed arricchire la vita democratica, e quindi a creare le condizioni per una libera espressione di ceti forze non partecipanti, per decenni, alla responsabilità della vita sociale e politica del paese.
La nostra scelta è dunque coerente ad una prospettiva che il partito liberale, se vuole, ha il diritto di contrastare, ma che non può, sia pure per ragioni polemiche, giudicare subalterna agli obiettivi del partito comunista.
Quando abbiamo affermato che non ignoriamo le difficoltà ed i rischi che una riforma così incisiva comporta, non abbiamo mai posto in dubbio l'unità della nazione, che è fuori discussione; i rischi sono impliciti, come in ogni grande riforma, nelle difficoltà di creare organismi capaci di iniziative, di presenza, di operatività, in modo da essere non punti di disarticolazione e di ritardo nel rapporto tra il cittadino e le istituzioni pubbliche, ma elementi di raccordo, premesse per un generale riordinamento dello Stato e degli enti locali.
Questi rischi non ce li nascondiamo, ed anche gli oratori della maggioranza non hanno mancato di mostrarsene consapevoli. Anche per questo, ci sono ben chiari i compiti propri delle regioni, e non intendiamo uscire dall'alveo che la Costituzione ben precisa. La loro attività e le loro competenze devono rispettarne le norme, le competenze e i rapporti; esse vanno gestite, e non ci nascondiamo la serietà di questo particolare impegno, con la consapevolezza che i loro bilanci non possono essere occasione per un pericoloso appesantimento della spesa pubblica, ma devono ispirarsi rigorosamente ai criteri di una severa ed oculata amministrazione delle pubbliche risorse.
All'onorevole Bozzi, che ha parlato di una azione contestatrice delle regioni nei confronti dello Stato, che determinerebbe una sopraffazione del momento del decentramento su quello dell'unità, ripeto che il Governo ha inteso ed intende dar vita alle regioni attraverso un programma articolato ed in un quadro di certezze giuridiche e politiche: dalla elezione dei consigli regionali, in ottemperanza ad una precisa disposizione della legge elettorale per le regioni a statuto speciale, al concomitante perfezionamento della legge finanziaria per le regioni, alla emanazione di leggi-cornice destinate a fissare i princìpi limite della legislazione nazionale e regionale, al trasferimento di funzioni amministrative alla regione e all'adeguamento dell'organizzazione amministrativa statale, all'inserimento, infine, delle regioni stesse in una attiva partecipazione alla programmazione nazionale. Il Governo ha deciso, dunque, per le elezioni, sulla base di una valutazione complessiva di una esigenza politica di fondo.
Nella misura in cui la tesi comunista delle regioni aperte lascia intravvedere il disegno di rottura di un equilibrio generale e di accentuazione radicale di ogni eventuale tendenza rivendicativa e contestativa, tale disegno va efficacemente contrastato, ponendo il problema della coerenza tra il centro e la periferia non in modo meccanico, ma politico, coinvolgendo cioè le forze di maggioranza in una vasta ed organica iniziativa di rinnovamento.
Questo è ciò che intendevo, riaffermando il nostro dissenso con il partito comunista. Esso passa non per sfumature filologiche, ma per fatti essenziali, per un diverso modo di concepire lo sviluppo sociale, civile ed istituzionale della comunità italiana.
È stato detto giustamente che proprio questa grande riforma istituzionale e civile chiede la continuità dell'azione di Governo, e il legame tra politica di programmazione e politica delle istituzioni, di cui ho parlato, costituisce veramente l'occasione per realizzare un nuovo tipo di efficienza dell'azione pubblica.
Viene qui a proposito il discorso sui temi economici e sociali sui quali, accanto agli apporti degli oratori di maggioranza, sono venute dalle opposizioni diagnosi sempre degne di attenzione, ma talora fra esse contrastanti.
Farò a tale proposito qualche ulteriore precisazione sul pensiero del Governo, a proposito di taluni punti essenziali, dei grandi problemi che abbiamo di fronte e che i partiti di centro-sinistra si sono impegnati ad affrontare. Ma mi preme assicurare quanti sono intervenuti che anche sui problemi specifici che, per la economia della mia risposta, non affronto, terremo presenti suggerimenti e osservazioni, e se ne terrà il debito conto.
Vi sono anzitutto i problemi determinati dalla situazione congiunturale. Non ci siamo nascosti la presenza nell'attuale momento di punti di tensione nel sistema. Taluni sono non soltanto nostri; del resto, ben si sa che i temi congiunturali sono oggi all'ordine del giorno non soltanto dei paesi occidentali, ma anche del mondo comunista. Alla base della nostra impostazione stanno due esigenze per noi irrinunciabili, che sembrano essere state dimenticate da taluno degli oratori intervenuti: garantire lo sviluppo dell'occupazione e salvaguardare il potere d'acquisto reale dei lavoratori e dei percettori del reddito fisso. Fra i mezzi da me indicati per attenuare le tensioni esistenti, un posto preminente abbiamo dato all'aumento degli investimenti, essendo questo il mezzo più corretto per aumentare la produzione e la produttività del sistema.
In tema di produttività ritengo opportuno riprendere alcune considerazioni svolte dall'onorevole Amendola quando ha affermato che negli ultimi dieci anni si è avuto un forte incremento della produttività del lavoro, essendo aumentata la produzione industriale del 100 per cento e l'occupazione del 10. In realtà l'occupazione complessiva industriale è aumentata del 12,2 e quella dipendente del 19 per cento. Ma su questi ed altri arrotondamenti od omissioni non mi soffermerò.
Debbo invece correggere l'affermazione che nello stesso periodo gli investimenti non sono aumentati. Parlando di produttività del settore industriale, è agli investimenti di tale settore che occorre riferirsi. Orbene, nel settore industriale gli investimenti sono aumentati, nel periodo considerato, di oltre il 50 per cento.
Ma problema centrale di breve e di lungo periodo è assicurare l'impiego di tutte le risorse e di garantire l'espansione delle strutture produttive e la loro competitività, con il preciso fine, lo ripeto, di creare nuovi posti di lavoro, quindi nuovi investimenti specie laddove esistono le energie umane ma difettano le iniziative industriali.
Occorre anche creare le condizioni per una agricoltura moderna, socialmente e tecnicamente avanzata, colmare il deficit di consumi sociali particolarmente grave in alcune zone del paese, impostare la soluzione dei problemi nuovi connessi alla concentrazione dello sviluppo e all'addensamento di popolazione in alcune zone.
Questi sono gli obiettivi della programmazione. Quando poniamo l'accento su di essa non intendiamo esaltare un metodo dimenticando le esperienze e le lacune che sono state, nel corso della discussione, largamente ricordate. Anche a tal fine abbiamo proposto il potenziamento degli organi della programmazione. Si tratta cioè di riportarla al centro dell'azione di Governo e all'attenzione del paese e delle forze politiche e sociali, perché essa è la sola strada per evitare, da un lato, che il meccanismo di espansione proceda in modo disordinato aggravando gli squilibri storici e nuovi della società italiana, e dall'altro, che provochi per contrasto una spinta rivendicativa sempre più frazionata e disarticolata, che rischierebbe alla lunga di generare sfiducia nella capacità del sistema democratico ad affrontare e risolvere le contraddizioni del nostro sviluppo sociale e civile.
È stato sottolineato – e da parte che certamente non può lasciare dubbi sulla validità della tesi – la crescente internazionalizzazione della nostra economia. Questa è nella logica della scelta di un inserimento in una economia aperta, non di una subordinazione politica. Una scelta in senso contrario sarebbe stata e sarebbe un errore sotto il profilo economico e politico. L'esperienza di mercati vincolati e sostanzialmente chiusi dell'est conforta questa nostra tesi; tanto più quando si pensi al peso che anche le difficoltà economiche hanno avuto nel frenare i fermenti autonomistici di alcuni di questi paesi.
Ma, se ciò è vero, questo richiede anche una penetrante conoscenza da parte di tutte le forze, in particolare di quelle sindacali e produttive, delle condizioni in cui opera il nostro sistema economico. Comporta cioè che dobbiamo tutti sentirci corresponsabili perché il progresso si svolga senza perdite dei vantaggi e dei risultati acquisiti. Ed è contraddittorio sostenere semplicemente che la spesa pubblica deve aumentare senza preoccuparsi di ciò che può significare in termini di rigidità e di attenuazione della capacità di intervento un suo non razionale collegamento con tutte le componenti del quadro economico.
Condivido quindi le preoccupazioni più volte espresse – e ancora una volta ieri nel suo intervento – dall'onorevole La Malfa sul complesso problema della spesa pubblica. Riaffermando qui quanto ho già detto al Senato sulla necessità di un rigido controllo della sua espansione e di una sua espansione nei settori produttivi e sociali, desidero anche assicurare l'onorevole La Malfa che il Governo procederà a sempre più approfondite analisi sulla situazione attuale degli impegni assunti e sulla loro validità. Gli assicuro che di tali più approfonditi esami non mancheremo di dare notizia al Parlamento con gli strumenti più opportuni.
E in questa prospettiva si impone anche per il Governo un dialogo costruttivo con i sindacati, di cui va apprezzata la volontà di esprimere le proprie indicazioni sui grandi temi sociali del presente e dell'avvenire, con gli imprenditori, con quei ceti e con quelle categorie cui manca un'adeguata rappresentanza e di cui il Governo si deve far carico se vuole svolgere il suo ruolo proprio di promotore degli interessi generali. Ma è ovvio, onorevole Roberti, che al vertice di ogni determinazione politica sta la responsabilità irrinunciabile del Governo e del Parlamento.
Ci sono state richieste da molti intervenuti maggiori garanzie in tema di politica per il Mezzogiorno – l'onorevole Cassandro vi si è intrattenuto in modo particolare, e così pure l'onorevole Amendola e molti altri oratori – per l'agricoltura, per i problemi della casa e delle sistemazioni dei grandi centri. Riguardo al Mezzogiorno, nessuno può disconoscere che la politica di questi anni ha già dato un valido contributo al progresso delle regioni meridionali ed ha creato le premesse di uno sviluppo industriale diretto a rimuovere le condizioni passive di sottosviluppo. Ma occorre ormai procedere con rinnovata decisione a creare un meccanismo autonomo di sviluppo che sia garanzia di effettivo riequilibrio nei confronti delle zone tradizionalmente industrializzate, dove fenomeni di congestione rischiano d'altronde di essere elementi di freno alla espansione dell'intero sistema economico.
In questa prospettiva vuole operare il Governo con concretezza, in conformità del resto con gli indirizzi votati dal Parlamento; e non mancheremo di rinnovare e qualificare gli strumenti normativi e operativi esistenti. In rapporto alle grandi attese del mondo delle campagne, di cui si è avuta una eco anche in questo dibattito, riaffermo che sul piano legislativo e sul piano amministrativo (Commenti all'estrema sinistra) adotteremo tutte le iniziative necessarie per avanzare concretamente verso gli obiettivi che ci siamo chiaramente posti: sviluppo produttivistico del settore, anche attraverso il riammodernamento delle sue strutture, così da rafforzare la competitività con gli altri paesi del mercato comune e il miglioramento delle condizioni di vita nelle campagne, in modo da stabilire rapporti di sostanziale equilibrio rispetto agli altri lavoratori e alle popolazioni dei centri urbani.
Un particolare rilievo hanno avuto anche le indicazioni e le proposte da più parti sollevate, e in particolare da alcuni colleghi specialmente competenti, per un deciso rilancio degli interventi per l'edilizia popolare ed economica e più in generale per una politica della casa che sia adeguata alle necessità del paese. Già dissi che è uno dei temi fondamentali della nostra politica; e riconosco, onorevole Mancini, che i nostri comuni non possono sopportare spese così ingenti come quelle necessarie per le infrastrutture urbane fino a quando saranno tenuti a sostenere gli attuali oneri per l'acquisizione delle aree.
Anche di tali essenziali aspetti terremo conto nella predisposizione della legge urbanistica che ho annunciato essere negli intendimenti del Governo.
Su un ultimo punto mi pare di dover richiamare l'attenzione della Camera: la necessità di portare avanti il disegno di legge sulla riforma tributaria, che dovrà essere valido strumento di politica economica, garantendo l'eliminazione delle zone di evasione e consentendo una più equa ripartizione del carico tributario.
Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, al termine di un dibattito ricco ed articolato debbo ancora una volta richiamarmi alle dichiarazioni programmatiche e ribadire i motivi che ci hanno convinti, responsabilmente convinti, degli impegni che ci assumiamo. Abbiamo creduto fosse nostro comune dovere riprendere una collaborazione di Governo per una ragione essenziale: assicurare la dialettica democratica, garantire l'evoluzione sociale del paese. Si trattava e si tratta cioè di corrispondere ad un dovere preliminare, che è quello di garantire l'ordinato sviluppo della vita democratica, che deve essere preoccupazione massima di una classe dirigente e in modo particolare di forze che intendono muoversi nel senso del rinnovamento e del progresso.
Nessuna innovazione significativa, nessun passo avanti, nessuna riforma volta ad ampliare la sfera della libertà e ad allargare i margini di giustizia e di benessere è possibile o regge ove manchi questa condizione preliminare, questa garanzia fondamentale.
Abbiamo chiesto su questa base ai partiti di centro-sinistra la ripresa di una collaborazione che sola può garantirci da un senso di precarietà e di fragilità che nessun paese è in grado di tollerare a lungo. La risposta è stata positiva. Siamo dunque di nuovo insieme, consapevoli del delicato equilibrio politico che la coalizione esprime, dei compiti di libertà, di sviluppo economico e sociale, di tutela degli interessi nazionali e di pace che ci sono affidati. L'esigenza primaria, che per il Governo è poi un dovere indeclinabile, è di tenere alti e affermare sempre i valori politici della convivenza e del metodo democratico, che è anche il solo modo per selezionare non dall'alto, ma dal basso, in base alla stessa esperienza, ciò che è moda e ciò che è conquista duratura, ciò che è mera insofferenza e ciò che è reale ed autentico arricchimento di valori.
È fuori discussione che il Governo si pone in posizione di rispetto verso ogni manifestazione che esalti la vitalità della nostra esperienza democratica e ne consolidi i metodi nella coscienza pubblica. In quest'Aula si è però anche adombrata l'ipotesi di muovere piazza contro piazza. Di fronte ad essa il Governo dichiara al Parlamento e al paese che garantirà la legalità repubblicana, i diritti e le libertà di tutti i cittadini, senza incertezze, nei confronti di tutti.

MANCO. Fino ad ora il Governo non lo ha fatto! (Commenti).

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Io sento di dover dare al paese questa assicurazione formale, tanto più doverosa nel momento in cui ci accingiamo a procedere verso modificazioni significative e di vasto respiro. Il Governo, cioè, non può non farsi carico della richiesta di fiducia che sale dal paese: fiducia nelle prospettive del nostro domani, fiducia in un clima di operosità serena, fiducia in un'azione decisa e realistica che vada incontro alle legittime richieste popolari.
Dobbiamo sentire tutti che questa è la condizione per procedere avanti. Il Governo sa di avere in questo un ruolo preminente di responsabilità e intende svolgere sino in fondo il proprio dovere. È per questo che il Governo chiede la vostra fiducia (Vivissimi applausi al centro e a sinistra — Congratulazioni).

On. Mariano Rumor
Camera dei Deputati
Roma, 17 aprile 1970

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 17 aprile 1970)


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