LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA ESTERA DEL CENTRO-SINISTRA: INTERVENTO DI ALDO MORO AL SENATO DELLA REPUBBLICA
(Roma, 21 marzo 1971)

Nel febbraio 1971 il Presidente del Consiglio, Emilio Colombo, ed il Ministro degli Esteri, Aldo Moro, compiono una visita negli Stati Uniti. Il 21 marzo, in qualità di Ministro degli Esteri, Moro risponde ad una serie di interpellanze presentate in Senato sulla politica estera del governo Colombo.

* * *

MORO, Ministro degli affari esteri. Onorevoli senatori, numerose interpellanze sono state rivolte al Governo da membri del Senato sui maggiori problemi internazionali. In esse sono stati richiamati la visita a Washington e New York del Presidente del Consiglio e mia, i compiti attuali dell'Alleanza atlantica, lo sviluppo della Comunità europea, il progresso delle iniziative di distensione in Europa, lo stato della crisi nel Medio Oriente, i nuovi aspetti di quella da molti anni in atto in Indocina ed altri punti minori.
Il Governo è ben lieto di presentare al Senato ed all'opinione pubblica del Paese la sua valutazione di tali problemi ed il quadro dell'azione che, in ordine ad essi, sta svolgendo o si propone di svolgere.
Il Presidente del Consiglio, parlando all'altro ramo del Parlamento, ha gia riferito sull'approfondito scambio di vedute che egli insieme con me ha avuto con i massimi dirigenti degli Stati Uniti. I colloqui sono stati caratterizzati dallo spirito di profonda amicizia che lega tradizionalmente i popoli americano ed italiano. Il che non ha impedito ai due Governi di manifestare con franchezza le rispettive posizioni; una franchezza che esprime e serve nel modo più utile l'amicizia.
Dai contatti con i dirigenti americani si è tratto un ulteriore convincimento circa la validità delle impostazioni là dove esse sono comuni, com'è nella grande maggioranza dei casi. Nei punti per i quali le valutazioni sono risultate, in qualche misura, differenziate, un pieno rispetto per l'altra parte ha caratterizzato le rispettive posizioni.
L'amicizia, la collaborazione e l'alleanza con il grande Paese americano, nel quelle vivono milioni di uomini e di donne di origine italiana, corrispondono ad un obiettivo di fondo della politica estera del Governo, e cioè la creazione di condizioni di sicurezza per l'Italia, una sicurezza che promuova la distensione e la pace. Una tale complessa finalità in nessun modo potrebbe essere tanto efficacemente perseguita, quanto partendo da una intesa con i tradizionali amici ed alleati dell'Italia, che sull'una e sull'altra riva dell'Atlantico condividono le preoccupazioni e le speranze italiane.
È per questo che l'Alleanza atlantica resta uno dei cardini dell'azione internazionale del Governo. L'Alleanza e la sua organizzazione sono state create per assicurare un equilibrio di forze in Europa grazie ad un adeguato livello di preparazione difensiva dei Paesi membri.
L'Alleanza è però ed in modo essenziale anche uno strumento per promuovere la coesistenza in Europa, attraverso la formulazione ed il coordinamento di iniziative politiche e diplomatiche. Il binomio difesa-distensione è stato dunque, fin dall'inizio, connaturale all'Alleanza. Attraverso la sua costante e coerente applicazione è stato possibile salvaguardare la pace in Europa per oltre vent'anni, avvicinare Paesi divisi da profonda sfiducia, impedire la diffusione delle armi nucleari, iniziare un dialogo i cui momenti più o meno lunghi di interruzione non hanno fortunatamente compromesso la prospettiva di pace.
Invece di arroccarsi passivamente dietro la garanzia di sicurezza offerta dal dispositivo difensivo comune, un forte impulso è stato impresso negli ultimi anni al processo distensivo, sia attraverso le prese di posizione comuni che hanno caratterizzato in particolare le riunioni ministeriali di Rejkyavik, di Roma e di Bruxelles, sia attraverso coordinate iniziative dei singoli Governi alleati. Il negoziato sovietico-americano per la limitazione delle armi strategiche, la Ostpolitik vigorosamente sviluppata dal cancelliere Brandt, il contatto fra tutti i Paesi d'Europa, — cui, per parte sua, il Governo italiano ha attivamente è fruttuosamente partecipato sono elementi che testimoniano in termini concreti l'impegno dell'Alleanza sul cammino della distensione.
E ovvio che tale impegno non potrebbe mantenersi, senza che la struttura difensiva che lo rende possibile sia adeguata al potenziale delle forze che sono a ridosso dell'area protetta dal Patto Atlantico. Esse non hanno subito diminuzione né perduto la loro potenza ed efficacia. A venticinque anni dalla fine della guerra, ancora milioni di uomini ed ingenti mezzi di distruzione si fanno fronte. Se, come ho detto più sopra, l'equilibrio è stato salvaguardato e con esso la sicurezza e la pace, non si può non considerare quanto utile sarebbe a tutti i Paesi europei, e di riflesso all'intero mondo ed in particolare ai Paesi in via di sviluppo, se tale equilibrio fosse mantenuto a un livello più basso e con minore dispendio di risorse, utilizzabili invece per il progresso civile. In questo spirito l'Alleanza atlantica ha indirizzato da oltre due anni alle nazioni del Patto di Varsavia un appello per aprire un negoziato con l'obiettivo di ridurre progressivamente ed in modo equilibrato le forze dall'una e dall'altra parte. Tale appello è rimasto fino ad ora senza adeguata risposta, mentre sono in corso le conversazioni per la limitazione delle armi strategiche e continua utilmente la conferenza per il disarmo a Ginevra. Il Governo si augura che esso venga accolto, aprendo così la possibilità di progressive riduzioni nelle spese militari e contribuendo in modo fondamentale alla distensione.
Fin qui dunque l'attuale equilibrio delle forze, di cui è elemento essenziale la presenza in Europa di quelle americane, costituisce la premessa necessaria della pacifica coesistenza e del dialogo distensivo con i Paesi dell'Est. Le assicurazioni fornite recentemente da parte del Governo americano circa la continuazione del suo impegno per la sicurezza dell'Europa occidentale sono state perciò accolte dal Governo con compiacimento.
Non sarebbe d'altra parte logico, non solo a oltre venticinque anni dalla fine della seconda guerra mondiale, ma soprattutto in presenza di una situazione economica e sociale in Europa del tutto diversa da quella di allora, continuare a far conto indefinitamente per l'equilibrio in Europa, a parte la garanzia nucleare, su di un massiccio apporto proveniente da oltre Atlantico. Consci di questa realtà, i Paesi europei dell'Alleanza hanno intrapreso una serie di iniziative che contribuiranno a ripartire più equamente tra le parti interessate l'onere della difesa comune.
Le nostre responsabilità sono naturalmente più dirette nell'area geografica di cui l'Italia fa parte. Nel Mediterraneo abbiamo vitali interessi, che vengono messi in pericolo dalle attuali tensioni. L'accresciuta presenza sovietica sta ad indicare anche qui la possibilità ed il rischio di confronto. La crisi del Medio Oriente offre l'occasione a questo rafforzato schieramento militare ed accumula nella zona ragioni di sensibile frizione. Se è vero il principio dell'indivisibilità della pace e della sicurezza, la distensione fra Est e Ovest non avrebbe consistenza e durata se limitata all'Europa centrale.
Occorre dunque una iniziativa politica per la soluzione del conflitto. Occorre, di più, un'intesa globale, che ristabilisca sicurezza e fiducia anche nel Mediterraneo e permetta di riprendere a pieno ritmo, così come è stato per secoli, i contatti ed i traffici fra i popoli delle diverse sponde di questo mare. In questo insieme va collocata la nostra politica mediterranea.
Pur senza porre condizioni pregiudiziali, riteniamo quindi che la normalizzazione della situazione nell'area mediterranea — nella quale dobbiamo intanto, come è ovvio, mantenere una responsabile vigilanza — debba costituire un elemento del dialogo Est-Ovest.
Il Senato è al corrente delle discussioni in corso da vario tempo circa i modi migliori per far compiere decisivi passi in avanti alla distensione in Europa ed alla cooperazione tra tutti gli Stati europei.
Ad avviso del Governo si possono e debbono esplorare tutti i mezzi per approfondire e consolidare il dialogo fra i vari Paesi, con l'obiettivo finale di raggiungere per il continente europeo un solido assetto di garantita e fiduciosa convivenza.
Si è parlato dunque e si parla di una conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa o di una serie di conferenze dirette a tale scopo. La posizione dell'Italia, che d'altronde è analoga a quella degli altri alleati, è ben nota, ma converrà ripeterla qui. A nostro giudizio è necessario che questo grande negoziato, per essere, come noi desideriamo, fruttuoso, sia fondato su sicure premesse.
La prima di esse è che uno ,sforzo coraggioso e costante sia fatto da parte di ognuno per tenere conto delle realtà politiche da cui non si può prescindere nella zona più sensibile e delicata del Continente europeo. Nessuno può disconoscere lo sforzo compiuto, con lucido coraggio, dall'attuale Governo della Repubblica federale tedesca diretto dal cancelliere Brandt, e che ha portato alla firma dei trattati di Mosca e di Varsavia. Si attende da parte dell'Unione sovietica il riconoscimento di un'altra realtà politica dalla quale anche non si può prescindere: e cioè dall'esistenza a Berlino di due milioni di persone che vivono in un regime politico di loro libera scelta. Conversazioni sono da molti mesi in corso tra i quattro Governi firmatari delle intese di Potsdam ai quali ancora oggi spetta la responsabilità per l'intera Germania, al fine di garantire i diritti della popolazione berlinese, fra cui il diritto di muoversi liberamente al di fuori della città, di corrispondere ed avere contatti con tutti gli altri uomini della Germania e dell'Europa; diritto primario in ogni civiltà. Noi ci auguriamo che tali conversazioni volgano al più presto a soddisfacenti conclusioni. Si sarà realizzata così la condizione fondamentale per passare alla preparazione della conferenza europea. Eguale successo auguriamo ai contatti in corso fra i due Stati della Nazione tedesca. La preparazione della conferenza va fatta con la dovuta attenzione, affinché ne risulti la diminuzione degli ostacoli che ancora si frappongono ad intensi contatti fra tutti i popoli europei, la libertà degli scambi di idee ed esperienze, la garanzia data ad ogni Paese d'Europa di potere, liberamente ed in piena indipendenza, scegliere e mantenere il regime politico e sociale che il suo popolo preferisce.
Ho parlato di realtà politiche attuali. Fra di esse non è soltanto il riconoscimento, cui il Governo aderisce, dei limiti che la guerra ha posto ai vari Stati europei e che senza una nuova, impensabile, guerra non potrebbero venire mutati, ma anche quelle più larghe unioni che sono state create in questi anni con sforzi crescenti.
Noi consideriamo del resto che l'approfondirsi, il rafforzarsi e l'allargarsi di quell'originale forma di collaborazione tra i popoli dell'Europa occidentale, che si chiama Comunità europea, costituiscono di per sè elementi favorevoli all'instaurazione di condizioni più avanzate di civile convivenza e di collaborazione nell'intero continente. La Comunità europea, cosciente delle responsabilità che le deriveranno dalla propria solidità politica e dalla propria forza economica, non potrà non avere sullo scacchiere, mondiale una funzione riequilibratrice, che dovrebbe essere apprezzata da tutte le parti in causa. La volontà di pace e di distensione che anima indistintamente i popoli che attualmente la compongono, e quelli che entreranno a farne parte, non può essere messa in dubbio da nessuno. In tale unanime volontà sta dunque nel futuro un'importante garanzia dell'equilibrio e della stabilità in tutta l'Europa.
Il Governo compie e compirà tutti gli sforzi, in unione agli altri Governi membri della Comunità, per raggiungere forme più avanzate e concrete di unione. Sono importanti passi su questa strada l'inizio del processo che dovrà portare ad una moneta comune e quindi a più complesse forme di solidarietà economica, con benefici riflessi sulle regioni meno progredite; nonché l'adozione di meccanismi per la consultazione sui grandi problemi della vita internazionale. Accanto a questo sviluppo della più alta importanza si pone la trattativa in corso per l'allargamento- della Comunità ai Paesi insulari e peninsulari a occidente di essa, e in primo luogo alla Gran Bretagna. Un'azione coerente e costante viene svolta dal Governo italiano, perché il negoziato possa concludersi favorevolmente al più presto, nel rispetto altrettanto delle norme fondamentali che reggono la Comunità quanto delle esigenze di carattere del resto transitorio dei Paesi candidati. Ne risulteranno accresciuti e riconfermati l'equilibrio interno e lo spirito democratico della Comunità, la sua capacità di far fronte ai problemi dello sviluppo tecnologico.
Quando il negoziato di Bruxelles sarà favorevolmente concluso, e nuovi progressi saranno stati fatti sulla via dell'unione, anche politica, comincerà ad emergere un sistema coerente di Stati, uniti da un comune e irreversibile destino. Non ha grande importanza il nome con cui si vorrà designare questo complesso, sia esso Confederazione, come è stato proposto dal Presidente dell'amica Repubblica francese, oppure Unione o Comunità. Ciò che importa è che esso si doti ad un certo momento di istituzioni le cui forme si possono anche non distinguere oggi esattamente, ma che debbono essere tali da permettere alle nazioni europee di agire con rafforzata efficienza ed energia per partecipare più intensamente alla vita del mondo, al progresso ed alla pace.
Che un'esigenza in questo senso si faccia fortemente sentire è quanto dimostra anche il sussistere di un acuto conflitto che dopo aver insanguinato a più riprese una zona vicina all'Europa ed importantissima per il suo benessere, vale a dire il Medio Oriente, non appare ancora vicino ad una soluzione. La voce dell'Europa nel suo insieme, e quindi con adeguata efficacia, non vi è presente. Spetta comunque nell'attuale momento, oltre che alle due superpotenze, ad ogni Paese d'Europa, e in primo luogo all'Italia, che è più vicina all'area del conflitto, fare tutto il possibile per una composizione della gravissima vertenza tra Israele e gli Stati arabi.
In effetti, per parte nostra, non abbiamo lasciato nulla di intentato per favorire tale pacifica composizione, cercando di avvicinare i punti di vista delle parti direttamente coinvolte.
È in questo spirito che vanno valutati i numerosi incontri che ho avuto nei mesi passati con i principali dirigenti di diversi Paesi arabi, nonché con quelli di Israele, ove ho appena compiuto una visita ufficiale, in restituzione di quella del ministro Abba Eban in Italia nel giugno dello scorso anno.
Nell'ambito delle relazioni che il Governo ha costantemente mantenuto con il mondo arabo, si è dimostrato di indubbio interesse il recente viaggio del sottosegretario onorevole Salizzoni, il quale ha avuto modo di prendere contatto con le principali personalità irachene, siriane e libanesi.
Tutta questa attività è stata spiegata per ricercare con obiettiva valutazione, le possibilità di soluzione della crisi, esistenti attualmente o in un futuro ravvicinato. Abbiamo conferma di come questa discreta azione sia positivamente valutata da ambedue le parti, tanto più che l'Italia è forse il solo Paese che mantiene relazioni improntate a sincera amicizia con tutti gli Stati della regione.
E costante opinione del Governo italiano che le Nazioni Unite siano il foro più adatto per discutere della soluzione dei conflitti. È quindi nell'ambito di tale organizzazione che deve essere risolta la crisi in Medio Oriente. Noi riteniamo che tale soluzione debba esser trovata mediante l'applicazione, in tutte le sue parti, della Risoluzione delle Nazioni Unite del 22 novembre 1967; Risoluzione accettata da Israele altrettanto che dai principali Paesi arabi. È per questo che il Governo ha sin dal principio riposto la sua fiducia nella missione affidata all'inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, ambasciatore Jarring. Egli sta percorrendo una strada irta di ostacoli ma, nonostante le difficoltà incontrate, è indubbio che, grazie ai suoi sforzi costanti e pazienti, i problemi da risolvere sono stati più chiaramente delineati ed è stata riscontrata una convergenza di vedute sui principi della cessazione dello stato di belligeranza, del rispetto della sovranità ed integrità territoriale di tutti gli Stati della regione e del loro diritto di vivere in pace entro frontiere sicure e riconosciute.
La tregua è ora osservata di fatto e ci auguriamo che possa essere mantenuta per tutto il tempo necessario, tenuto anche conto che il Presidente egiziano ha specificato nel suo ultimo discorso che il mancato rinnovo non significa che i fucili torneranno a parlare e che i negoziati debbano cessare.
Il mio recente viaggio in Israele mi ha offerto la possibilità di intrattenermi con i massimi dirigenti di quell'operoso popolo, che nello spazio di una generazione ha saputo compiere una ammirevole opera di valorizzazione delle risorse locali, assicurando dignitose e libere condizioni di vita a centinaia di migliaia di persone sfuggite alle repressioni naziste ed ai loro figli.
Come nei precedenti contatti con i Governi arabi avevo cercato di raccogliere tutti i possibili elementi per una completa valutazione dei modi secondo i quali essi intendono che la vertenza sia risolta, in questo viaggio ho potuto completare il quadro approfondendo il punto di vista israeliano, soprattutto in questa nuova e delicata fase del negoziato. I punti di divario sono certo rilevanti.
Il Senato mi consentirà un doveroso riserbo. Non sta a noi che, per quanto interessati, siamo estranei al conflitto, giudicare le posizioni di fondo delle parti. Ciò che si può qui dire è che una vera prospettiva a lunga scadenza hanno le soluzioni che nascono da incontri di volontà e dischiudono un'era di pacifica e feconda convivenza fra questi popoli. Come ha osservato il Segretario generale delle Nazioni Unite nel suo rapporto al Consiglio di sicurezza del 5 marzo, rapporto che riflette un'azione per la quale il Governo italiano esprime il suo apprezzamento, la situazione presenta da un lato elementi promettenti, ma dall'altro motivi di crescente preoccupazione. È quindi compito di tutte le parti fare il possibile- perché la trattativa sotto l'egida di Jarring continui a svolgersi. I dirigenti israeliti mi hanno detto nei giorni scorsi che essi accettano la missione Jarring ed intendono collaborare per una positiva conclusione. Il presidente Sadat ha confermato di mirare ad una soluzione politica. Se le parti vorranno per il tramite del mediatore presentare proposte costruttive, le quali possano soddisfare la loro ansia di giustizia e di sicurezza, senza turbare l'equilibrio cui si ispira la risoluzione del Consiglio dell'ONU, l'apprezzamento e la riconoscenza dell'opinione pubblica mondiale saranno loro assicurati.
L'Italia, che ha piena consapevolezza dei problemi delicati e gravi che sono sul tappeto, continuerà a svolgere una funzione che non è già di mediazione (la quale spetta a Jarring), ma di chiarificazione e di amichevole contatto con tutte le parti. Essa si unisce all'appello a che, con comportamenti adeguati, sia consentito all'ambasciatore Jarring di riprendere le fila del negoziato e di condurlo avanti. Nell'esprimere questo voto, l'Italia non è mossa da altro interesse che da quello di un sollecito ristabilimento della pace nel Mediterraneo orientale: premessa indispensabile a ogni azione intesa a promuovere la ricostruzione nei territori danneggiati dal conflitto, nonché l'accrescimento del benessere dei popoli della regione, azione cui non mancherà a suo tempo il concorso dell'Italia, e, ne sono certo, quello dell'Europa tutta.
L'importanza del Medio Oriente consiste in primo luogo nell'essere un ponte che unisce tre continenti, l'Europa, l'Africa e l'Asia. Per quanto riguarda l'Africa, sia quella mediterranea che quella a Sud del Sahara o del Corno d'Africa, non si può non apprezzare con legittima soddisfazione il consolidamento e lo sviluppo delle relazioni dell'Italia con tutti gli Stati in cui essa è divisa. L'azione dell'Italia è, in Africa come dovunque, un'azione di pace e di distensione, che ha permesso di compiere apprezzata opera chiarificatrice in taluni casi di contrasti, anche gravi, tra Paesi africani o tra Paesi europei ed africani. Anche se perdurano in quel continente rilevanti focolai di tensione, il Governo è certo che in un futuro non lontano la voce della ragione e della tolleranza, il diritto all'uguaglianza e al rispetto della personalità degli uomini e dei popoli dovranno prevalere. E chiaro da che parte sia l'Italia. Noi ci auguriamo che in tal modo inevitabili trasformazioni e adeguamenti possano effettuarsi senza quei laceranti conflitti che hanno in passato impoverito di uomini e di risorse larghe zone del continente africano.
Non è mai mancata né mancherà in futuro la costruttiva collaborazione che l'Italia dà, con profondo rispetto, allo sviluppo di tutti i Paesi dell'Africa. Fra di essi non si vogliono stabilire delle priorità, anche se l'Italia ha una responsabilità particolare verso i Paesi che sono associati alla Comunità europea, o che si assoceranno ad essa.
Vogliamo così che l'intero bacino del Mediterraneo possa, in un tempo il più possibile breve, trasformarsi in un'area ad alto livello economico. E continueremo a dare il nostro concorso, nei limiti delle nostre capacità, al progresso degli altri popoli del Continente, in forma sia bilaterale che multilaterale. Ciò vale in particolare per due Paesi ai quali una lunga vicenda storica ci ha legato e con cui vincoli particolari sussistono. Voglio parlare dell'Etiopia e della Somalia, gli ottimi rapporti con le quali sono stati riconfermati dalla visita dell'Imperatore Hailé Selassié, e da quella tuttora in corso del Ministro degli affari esteri della Repubblica democratica somala, signor Omar Arteh. Nei confronti di tutti i Paesi facciamo il possibile perché le relazioni fra di essi e con noi siano le più costruttive, mentre ci auguriamo in modo particolare che la concordia regni in ogni parte del Corno d'Africa.
Dopo la visita che ho compiuto lo scorso anno in alcuni Paesi dell'Africa Orientale, mi propongo in un non lontano futuro di visitare altri Paesi africani e di manifestare anche ad essi il concreto interessamento del Governo italiano per il loro sviluppo e la loro piena partecipazione su basi di parità all'attività internazionale.
L'amicizia e la cooperazione con l'America latina, di cui spesso ho parlato anche dinanzi alle Camere, sono una costante della politica italiana.
Se torno ora sui miei passi al di là del Medio Oriente in direzione dell'enorme continente asiatico, posso assicurare il Senato che il Governo italiano sta facendo tutto quanto è in suo potere per rendere più stretti i suoi rapporti con i grandi ed antichi Paesi di quel continente, ridivenuti fattori di capitale importanza nella storia del mondo.
Con quasi tutti quei Paesi abbiamo ora relazioni che possono definirsi più che soddisfacenti, ma che meritano di essere ancora intensificate. Due fattori nuovi, anche se di disuguale importanza, indicano l'interesse che l'Italia attribuisce all'Asia.
Si è trattato dello stabilimento di rapporti diplomatici da un lato con la Repubblica popolare mongola, dall'altro con la grande Repubblica popolare cinese. Oggi funzionano già a Pechino e a Roma le rispettive ambasciate ed è ormai imminente l'invio degli ambasciatori, nominati entro i termini concordati durante la trattativa italo-cinese.
Anche in Asia si presentano purtroppo zone di tensione e di conflitto. Se perdurano alcuni spiacevoli contrasti fra due Paesi che sono egualmente amici, come l'India e il Pakistan, ben pii doloroso è il non essersi potuto sinora metter termine al conflitto che da tanti anni pesa drammaticamente sulla penisola indo-cinese. La nostra azione al riguardo rimane ispirata al fine fondamentale di favorire con i mezzi a disposizione il ristabilimento della pace nel rispetto della libera scelta dei vari Stati. Abbiamo più volte espresso nelle capitali dei Paesi che hanno una responsabilità primaria per la soluzione del conflitto, oltre che le nostre gravi preoccupazioni, la nostra convinzione che essa non potrà avere che un carattere politico, ed è da ricercare perciò attraverso un negoziato realistico in cui da una parte e dall'altra si eviti ogni irrigidimento.
Quali che siano le motivazioni che le parti danno al loro atteggiamento, è pur vero che le ragioni della pace sono alla lunga prevalenti ed apportatrici di benefici effetti.
Per quanto riguarda la presenza in Italia di componenti della delegazione vietcong al negoziato di Parigi, mi richiamo alle indicazioni date, circa il suo significato e i suoi limiti, dall'onorevole Presidente del Consiglio.
Nel viaggio del Presidente del Consiglio e mio negli Stati Uniti ci siamo naturalmente fermati a New York per intrattenerci con il Segretario generale delle Nazioni Unite e abbiamo riconfermato — come avevo fatto in occasione della solenne cerimonia del XXV anniversario delle Nazioni Unite e come sono lieto di ribadire di fronte al Senato — la ferma volontà del Governo italiano di collaborare attivamente all'opera di pace e di progresso dell'Organizzazione.
Anche se le Nazioni Unite non hanno risposto a tutte le aspettative in esse riposte, anche se la loro azione in difesa della pace e della sicurezza internazionale, che ne costituisce la fondamentale ragione d'essere, rimane in qualche misura limitata e condizionata alla dialettica dei rapporti tra le maggiori potenze, l'ONU rappresenta pur sempre il foro mondiale nel quale trovano espressione e, per quanto possibile, componimento le istanze dei popoli di tutti i continenti. L'Organizzazione offre strumenti insostituibili di pace che vanno migliorati e resi efficaci, non svalutati e paralizzati. Ecco perché il problema del rafforzamento strutturale e funzionale dell'Organizzazione è importante ed attuale; dalla sua soluzione, alla quale stiamo cercando di dare il nostro più attivo contributo, possono dipendere l'ordinato sviluppo e l'avvenire stesso della società internazionale. Ecco perché siamo a favore di tutto ciò che può consolidare le Nazioni Unite e contro tutto ciò che può indebolirle.
Ma, oltre che alle questioni attinenti direttamente alla pace e alla sicurezza, l'impegno societario è rivolto ad una serie di problemi che, per le loro dimensioni su scala mondiale, trascendono i singoli Stati: problemi che costituiscono il sostrato delle tensioni e delle crisi che minacciano la pacifica convivenza.
Sono i problemi dello sviluppo del terzo mondo, di quella che si può chiamare la giustizia sociale internazionale, della tutela dei diritti dell'uomo, dell'uso pacifico e comune dello spazio e delle risorse del fondo marino, della difesa dell'ambiente ecologico, dell'adeguamento del diritto all'evoluzione della coscienza mondiale, della repressione della criminalità internazionale, e in particolare del traffico di sostanze stupefacenti, della pirateria aerea e dei sequestri di diplomatici.
Noi siamo oggi presenti nei maggiori organi delle Nazioni Unite. Con soddisfazione posso affermare che la nostra voce vi è ascoltata con il rispetto dovuto ad un Paese che dal passato eredita tradizioni di alta civiltà fondata sul rispetto della persona umana ed opera nel presente per servire, in maniera coerente e positiva, la causa del progresso della comunità internazionale.
Nel Consiglio di sicurezza, dove da gennaio sediamo per il periodo del nostro mandato, intendiamo contribuire costruttivamente all'azione che esso potrà essere chiamato a svolgere, secondo la sua responsabilità primaria, per il mantenimento della pace.
Nel Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, di cui pure siamo membri, abbiamo promosso, facendoci interpreti dei sentimenti di profonda emozione suscitati nel nostro e in molti Paesi dalle recenti condanne a pene capitali pronunciate in varie parti del mondo, un'azione, dal contenuto esclusivamente umanitario, mirante a impegnare l'ONU in un ampio dibattito che possa condurre alla graduale eliminazione della pena di morte dalle legislazioni degli Stati membri, nonché all'umanizzazione delle procedure giudiziarie e delle pene. Tale azione, nella quale siamo confortati dal consenso dei Governi e delle opinioni pubbliche di numerosi Paesi, ci proponiamo di sviluppare anche nella prossima sessione dell'Assemblea generale, con la speranza di conseguire risultati che rappresentino un sostanzioso progresso rispetto a quelli che in tale materia le Nazioni Unite hanno finora raggiunto.
Anche in una sfera di attività affini a quelle delle Nazioni Unite, pur se tecnicamente distinte dalla normale attività dell'Organizzazione, l'opera dell'Italia è impegnata e costante. Parlo di quelle del disarmo che si svolgono da molti anni in uno speciale Comitato a Ginevra. Se taluni rilevanti risultati sono stati raggiunti in questi anni, e da ultimo con la conclusione di un Trattato per l'interdizione del fondo del mare e degli oceani all'uso delle armi di distruzione di massa, non altrettanto positivo può essere il giudizio sui progressi fatti nel campo del disarmo generale e completo, e in particolare in quello del disarmo nucleare. Nel vitale settore che per ultimo ho menzionato sono in corso trattative fra le due superpotenze nucleari. Noi auspichiamo che esse raggiungano ben presto risultati anche parziali. Vale anche qui quanto detto più sopra in materia di equilibrio di forza in Europa: si deve tendere a che l'equilibrio venga stabilito su livelli progressivamente più bassi, e non al contrario a livelli continuamente crescenti. Inoltre non ignoriamo che le armi nucleari sono sistemate anche da una parte e dall'altra della frontiera politica che attualmente divide l'Europa. La sorte che tali armi debbono avere costituisce un problema assai complesso e dalle molte facce: alla soluzione del quale non può e non deve comunque mancare la presenza dell'Europa.
E dunque anche in questo settore del disarmo, conseguenza e causa a sua volta dello stabilirsi di una più larga fiducia, che debbono essere adoperate continuamente le virtù della paziente ricerca, attraverso il contatto ed il dialogo, di soluzioni accettabili per tutte le parti. Nessuno può rimproverare al Governo italiano di non attenersi a tale principio nell'esplicare la propria azione in campo internazionale. Siamo perciò certi che in quest'opera ci accompagnano la fiducia della stragrande maggioranza del popolo italiano nonché dei suoi rappresentanti che siedono nel libero Parlamento di cui il Senato è così alta e responsabile espressione. (Vivissimi applausi dal centro, dal centro-sinistra e dalla sinistra).

On. Aldo Moro
Senato della Repubblica
Roma, 21 marzo 1971

(fonte: Senato della Repubblica - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di domenica 21 marzo 1971)


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