LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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LA POLITICA ESTERA DEL CENTRO-SINISTRA: INTERVENTO DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 23 luglio 1971)

Nel luglio 1971 il Ministro degli Esteri, Aldo Moro, risponde ad una serie di interpellanze sulla politica estera del Governo Colombo alla Camera dei Deputati.

* * *

MORO, Ministro degli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Governo è lieto rispondendo alle varie interrogazioni presentate sui principali problemi internazionali del momento, di procedere, in questa sede parlamentare, ad un dibattito di politica estera prima delle vacanze estive. È un confronto di opinioni e di valutazioni che si prospetta non solo utile, ma anche tempestivo, perché si svolge a chiusura di una stagione diplomatica ricca di avvenimenti e di sviluppi che cercherò di analizzare e commentare brevemente. Uno di essi, quello delle mutate relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina, la cui importanza non vi è bisogno che io sottolinei e sulle cui conseguenze mi soffermerò più oltre, dà oggi una colorazione verosimilmente differente alla situazione mondiale.
Purtuttavia, io vorrei iniziare dall'Europa e ricordare — ricollegandoli — i due eventi di qualche settimana fa: la conferenza atlantica di Lisbona e la felice conclusione del negoziato per l'allargamento della Comunità europea. Su entrambi questi temi ho già avuto modo di esprimere il pensiero del Governo dinanzi alla Commissione esteri dell'altro ramo del Parlamento. Mi sembra opportuno riprenderli oggi, perché anche gli sviluppi intervenuti nelle ultime settimane hanno contribuito a renderne evidente tutto il valore per la politica estera del nostro paese in un settore che è per l'Italia essenziale, e cioè quello europeo.
Nella sua sessione estiva infatti, l'alleanza atlantica — di cui siamo parte attiva — ha confermato i suoi compiti di sicurezza e di distensione in Europa e, per conseguenza, il ruolo essenziale che essa svolge attualmente per assicurare l'equilibrio delle relazioni internazionali e la pace nel mondo.
È per noi motivo di soddisfazione constatare ancora una volta che la nostra partecipazione a questa alleanza difensiva e geograficamente limitata consente alla politica estera italiana non soltanto di svolgersi in piena coerenza con gli ideali di libertà e di rispetto dei diritti degli uomini e dei popoli, che sono l'eredità del Risorgimento e della Resistenza e stanno a fondamento della Costituzione repubblicana, ma anche di agire con spirito di iniziativa e con efficacia crescente tenuto conto del peso che il nostro paese può avere nella politica mondiale, ma anche dell'afflato ideale di cui esso è portatore. Non vi è forse settore in cui questa constatazione appaia più valida che quello della distensione. Vi è dunque per íl Governo italiano l'impegno instancabile per la ricerca di nuove forme di pacifica convivenza nel mondo e in specie nel continente europeo.
Se oggi possiamo rilevare, con doverosa cautela, che l'Europa comincia ad intravvedere la prospettiva di un assetto più sereno ed umano, ciò è anche in forza della solidarietà di una alleanza che ha saputo e voluto a tempo opportuno porre l'accento sulla sua funzione politica, al che ha fatto riscontro dall'altra parte una apertura costruttiva al dialogo est-ovest.
L'atteggiamento positivo che l'Italia con i suoi alleati hanno assunto a Lisbona discende da queste premesse, sia che si tratti ad esempio della riduzione bilanciata delle forze, sia che si tratti della conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che oggi appare un obiettivo politico serio e non più remoto.
Partendo dal riconoscimento delle realtà oggi esistenti in Europa, come è avvenuto per la coraggiosa iniziativa del cancelliere Brandt, ma che non può riguardare solo le frontiere create dalla guerra ma anche quella unione di Stati che da 20 anni va creandosi in Europa occidentale e che mira alla confederazione, dobbiamo cercare di giungere ad un assetto equilibrato fiducioso ed umano mediante un serio incontro tra tutti i paesi e i popoli del nostro continente oltre a quelli che ad esso sono storicamente legati, come gli Stati Uniti e il Canadà, un incontro appunto di sicurezza e di cooperazione. La disponibilità che è stata proclamata a Lisbona ad aprire appena possibile la fase di esplorazione o di preparazione multilaterale della conferenza non può non essere di buono auspicio per un rapido progresso degli obiettivi che ci proponiamo.
Ma non tutto dipende da noi e dai nostri alleati. È in questo contesto che deve essere vista la cosiddetta pregiudiziale di Berlino, di cui è stata nostra cura concorde di precisare il significato e la portata. L'intesa che auspichiamo su questo problema — sul quale, secondo le più recenti indicazioni, sono stati fatti non indifferenti progressi — servirà da un lato a denotare una autentica, reciproca propensione negoziale che dovrà, tra l'altro, evitare che una permanente incertezza in un settore di tanta delicatezza possa rimettere ad ogni momento in questione la pacifica convivenza cui vogliamo pervenire. Né possiamo, d'altra parte, disattendere l'aspirazione della coraggiosa popolazione berlinese a vedere riconosciuti e garantiti i propri elementari diritti umani.
L'altro grande tema del dialogo est-ovest, quello della riduzione bilanciata delle forze in Europa, che gli occidentali avevano continuamente riproposto da tre anni a questa parte, ha assunto una rinnovata attualità a seguito del crescente interesse che è stato manifestato per esso da parte sovietica. Non possiamo che compiacercene, perché siamo convinti che nel quadro della progrediente distensione, debba potersi garantire la sicurezza in Europa con un più basso livello di armamenti che, senza perdere di efficacia e di equilibrio, sia meno oneroso per tutti gli Stati interessati, mettendoli così in grado di liberare risorse ;economiche indispensabili alla prosperità dei nostri come degli altri popoli. È un problema di cui, però, è impossibile disconoscere la complessità e che richiede un attento e ponderato sforzo di esplorazione, verso il quale l'Italia, come i suoi alleati, si è dichiarata disponibile nell'intento di favorirne lo sviluppo positivo.
In questo campo, oltre agli interessi delle grandi potenze, sono essenzialmente in giuoco gli interessi diretti e specifici degli europei, la cui piena partecipazione ad ogni fase del negoziato è indispensabile. Quali debbano essere i rapporti prevedibili della trattativa sulla riduzione delle forze con il più grande negoziato per la conferenza europea, è oggi forse difficile precisare. Per noi un nesso esiste, perché pur potendosi immaginare un procedere in qualche misura parallelo, entrambe le trattative rispondono allo stesso spirito e si inseriscono nella stessa prospettiva politica: muovere verso una maggiore fiducia, essa stessa elemento di sicurezza, e verso una maggiore cooperazione in Europa.
A questi obiettivi di distensione e di cooperazione, reca un contributo efficace, in un quadro più vasto, la trattativa SALT; ma anche — e vorrei sottolinearlo — la avvenuta conclusione delle fasi essenziali del negoziato per l'allargamento della Comunità europea alla Gran Bretagna e agli altri paesi candidati.
In occasione della visita compiuta dal Presidente del Consiglio e da me a Londra, e nel corso dei colloqui cordialissimi svoltisi con il primo ministro ed il ministro degli esteri britannico, è stato possibile rendersi conto come da parte britannica si apprezzi l'impulso che l'Italia ha dato, con perseverante coerenza, alla causa dell'allargamento della Comunità europea ed al felice esito del negoziato. Negli incontri di Londra, si è ulteriormente consolidato il nostro convincimento che la presenza della Gran Bretagna e degli altri paesi nella Comunità darà la giusta dimensione ed un assetto equilibrato all'Europa occidentale unita, rafforzerà le esistenti istituzioni comunitarie, contribuirà ad intensificare la dialettica tra Consiglio e Parlamento europeo, investito quest'ultimo di maggiore autorità e di crescenti poteri.
Sebbene il nodo centrale del negoziato britannico sia stato sciolto nella sessione di Lussemburgo dello scorso giugno, permangono tuttora aperti taluni problemi di indubbia portata, in particolare per quanto riguarda i negoziati di ampliamento: quello della pesca e quello dei rapporti tra la Comunità ampliata e i paesi dell'EFTA non candidati all'adesione. Portare a felice soluzione tali problemi costituirà uno dei compiti della presidenza italiana del Consiglio dei ministri della Comunità, che coincide appunto con il secondo semestre dell'anno in corso.
Il problema dei rapporti tra la Comunità da un lato e l'Austria, la Finlandia, la Svezia e la Svizzera dall'altro è di estrema delicatezza, sia per la posizione di neutralità che è propria di questi Stati, sia per l'esigenza che alla questione sia data una soluzione adeguata che, pur salvaguardando gli interessi di tali paesi, non arrechi intralcio al normale funzionamento delle istituzioni comunitarie.
Con particolare impegno ci apprestiamo altresì ad affrontare, nel periodo di presidenza italiana, il problema della realizzazione dell'unione economica e monetaria e delle altre politiche di integrazione comunitaria che ne costituiscono gli aspetti salienti. In particolare, siamo ben decisi ad operare a che nel contesto delle politiche agricola, industriale, regionale e sociale comunitarie, talune esigenze italiane, e non solo italiane, trovino adeguato riconoscimento; e ciò anche in vista di un più equilibrato sviluppo del processo di integrazione comunitaria.
L'avvio del negoziato sull'allargamento delle comunità ad una positiva conclusione ha suscitato favorevoli echi negli Stati Uniti. L'unificazione europea, pur ponendo dei problemi, contribuirà a dare basi anche più solide ai rapporti tra l'Europa e gli Stati Uniti. È nostra speranza che il negoziato globale, sul problema CEE-USA possa impostarsi non appena il processo di allargamento comunitario sarà concluso. Si tratterà, del resto, di definire la fisionomia autentica della comunità in confronto delle varie aree economiche, evitando che essa resti artificiosamente chiusa sul terreno economico come su quello politico.
Nel parlare dei rapporti fra la Comunità europea e i paesi neutrali in Europa ho menzionato l'Austria. Desidero qui soffermarmi sulla visita ufficiale che il ministro federale austriaco degli affari esteri, dottor Rudolf Kirschlaeger ha fatto a Roma il 16 e 17 luglio, visita che ha avuto un particolare significato per un duplice motivo. E stata questa la prima volta, dopo decenni, che un ministro degli esteri della vicina Repubblica austriaca è venuto in visita ufficiale in Italia. Ciò costituisce una prova del nuovo spirito che anima i rapporti fra Italia e Austria, ormai caratterizzati da stretta e fattiva collaborazione. In secondo luogo perché il ministro Kirschlaeger è venuto a firmare, in aggiunta ad altri strumenti intesi l'uno a risolvere un annoso contenzioso finanziario italo-austriaco e l'altro a rendere ancora più agevole il transito delle persone dall'uno all'altro dei due Stati, l'accordo che concerne la modifica dell'articolo 27, lettera a), della convenzione europea per la soluzione pacifica delle controversie, firmata a Strasburgo il 29 aprile 1957.
Come la Camera ben sa, esso riveste particolare importanza in quanto comporta l'impegno, per i due paesi, di sottoporre alla Corte internazionale dell'Aja tutte le controversie concernenti l'interpretazione e l'applicazione degli accordi bilaterali fra i due Stati, anche quando le controversie riguardino fatti e situazioni anteriori all'entrata in vigore della citata convenzione di Strasburgo, cioè anteriori al 1957. Ciò significa che, dato il carattere giuridico della controversia che l'Assemblea delle Nazioni Unite riconobbe nel 1960 e nel 1961 circoscritta all'interpretazione e all'attuazione, dell'accordo di Parigi del 5 settembre 1946, il quale definiva rigorosamente i rapporti tra i due paesi per quanto riguarda le minoranze, quando l'atto firmato a Roma il 17 luglio sarà entrato in vigore, il foro naturale dove i problemi derivanti dall'accordo di Parigi potrebbero essere eventualmente sollevati è la Corte internazionale di giustizia dell'Aja.
Quella che io ho fatto è un'ipotesi che, come italiano e come europeo, mi auguro vivamente non debba mai verificarsi e analogo voto è stato espresso in questi giorni dal mio collega austriaco. Nel quadro di amichevoli rapporti, infatti, ogni frizione può essere evitata e ogni problema risolto. Di più: si può contare sulla leale e scrupolosa realizzazione tanto da parte austriaca quanto da parte italiana degli atti previsti nel calendario operativo; il che costituisce un elemento idoneo a far prevedere prossimo il superamento della controversia che ha reso difficile per tanti anni i nostri rapporti con Vienna. L'attuazione poi delle misure previsto darà al gruppo altoatesino di lingua tedesca la sicurezza della salvaguardia dei suoi interessi presenti e futuri, contribuendo così al rinsaldamento di sentimenti di fiducia tra i cittadini italiani di varie lingue che convivono in Alto Adige e fra tutte le popolazioni e lo Stato italiano.
Per quanto riguarda in particolare l'accordo testé firmato, ritengo utile precisare che esso, pur essendo un elemento importante ai fini della chiusura della controversia altoatesina, ha una portata generale in quanto vale nei confronti di qualsiasi controversia possa sorgere tra Italia e Austria sull'interpretazione e sull'attuazione di accordi in vigore tra i due Stati.
I due grandi temi che ho finora sviluppato chiariscono l'indirizzo che il Governo persegue, basato da un lato sull'alleanza atlantica anche come strumento di distensione e di pace, dall'altro sulla comunità europea come nuova e moderna struttura politica e fattore di progresso verso l'avvenire. È in coerenza con queste premesse, e quindi nel quadro della collocazione internazionale dell'Italia, che si è svolta la visita che ho avuto il piacere di effettuare nei giorni scorsi nell'Unione Sovietica su cortese invito di quel governo. Nel corso di essa vi è stata una utile presa di contatto con i massimi dirigenti sovietici. Essa è stata la prima di un esponente di un paese membro dell'alleanza atlantica dopo la riunione di Lisbona e la prima di un esponente di un paese membro della CEE dopo la storica decisione dell'ingresso della Gran Bretagna e degli altri paesi nella Comunità.
I colloqui di Mosca sono stati ampi ed approfonditi; condotti sempre con amichevole franchezza, hanno permesso di constatare non pochi elementi di convergenza, ma anche differenti giudizi e valutazioni, il che riflette evidentemente il diverso collocamento dei due paesi nell'arco politico europeo e mondiale. La posizione italiana così definita è stata considerata con grande rispetto dai nostri interlocutori; ovviamente eguale rispetto vi è stato da parte nostra. Non ho qui la possibilità di soffermarmi su tutti gli elementi espressi nel comunicato congiunto né sulla esegesi di quest'ultimo. Desidero solo sottolineare come nell'approfondito discorso con i nostri interlocutori sovietici l'accettazione delle complesse realtà politiche e non solo territoriali che costituiscono il tessuto connettivo dell'Europa di oggi abbia trovato un principio di comprensione. Quando tale comprensione sarà avanzata, come lo è largamente quella delle realtà territoriali, non sarà così difficile instaurare in Europa un'atmosfera di maggiore fiducia e di più costruttiva collaborazione.
Nel corso dei nostri colloqui l'Europa ha costituito l'argomento principale. Abbiamo accolto con soddisfazione le assicurazioni sovietiche che vi è un fermo intendimento di individuare possibili soluzioni pratiche del complesso problema di Berlino, anche se vi sono ancora punti non facili in connessione ai princìpi riaffermati da parte sovietica sulla natura dello statuto di Berlino e delle relazioni con il territorio circostante, cioè con la Repubblica democratica tedesca.
Da parte nostra abbiamo voluto rispondere che la soluzione di Berlino è un elemento essenziale per far procedere il discorso sulla distensione in Europa. Essa simboleggia le prospettive favorevoli della soluzione di altri problemi: quello della sicurezza generale, certo, ma anche quello altrettanto importante di come instaurare in Europa liberi e molteplici contatti fra i popoli, condizione indispensabile di una pace stabile e feconda nel nostro continente.
In merito alla riduzione delle forze armate in Europa abbiamo ribadito che l'alleanza atlantica l'ha da tempo proposta con convinzione, fornendo in fasi successive indicazioni e criteri attentamente meditati. Con il ministro Gromiko ne abbiamo discusso a lungo e credo che questo scambio di idee sia stato utile per entrambi. Da parte mia ho voluto soprattutto precisare come la riduzione delle forze armate in Europa centrale non deve andare a nocumento della sicurezza negli altri settori europei e nel Mediterraneo. Da parte sovietica ci si è detti disponibili a considerare ogni proposta ma senza indicare rigidi criteri poiché si ritiene che solo il negoziato potrà mano a mano chiarire come l'accordo potrà essere trovato.
Si tratta di un problema estremamente complesso e quindi di un negoziato non breve. Proprio perciò si è più volte insistito perché vengano perseguiti contatti bilaterali idonei a illuminare le rispettive posizioni. Questo era il fine cui miravamo, fra l'altro, nelle conversazioni di Mosca. Sono convinto che gli elementi acquisiti saranno utili all'alleanza atlantica nella elaborazione delle proprie posizioni e, in definitiva, a tutte le parti interessate ad un negoziato destinato a dare grande impulso alla distensione.
I problemi del Mediterraneo e del medio oriente hanno anch'essi formato oggetto di ampi scambi di vedute. La posizione dell'Italia ed il suo contributo ad una soluzione che assicuri l'esistenza e l'avvenire di tutti i paesi della regione hanno incontrato apprezzamento. È un fattore positivo la circostanza che l'Italia intrattenga con i paesi arabi così come con Israele rapporti tali da permetterle di intervenire con consiglio prudente e con giudizio equo presso le parti.
I dirigenti sovietici hanno confermato l'intendimento di operare per la difesa dei legittimi interessi arabi ma al tempo stesso per il diritto di Israele a vedere la propria libertà e indipendenza salvaguardate. Entro questa indubbia convergenza di propositi tra noi e i nostri interlocutori possono essere ovviamente considerati metodi diversi di realizzazione.
Numerosi erano i temi riguardanti la situazione, in Asia. La drammatica crisi del Pakistan orientale, con il suo corteo di sofferenze e lutti fuori dell'ordinario perfino per una zona del mondo in cui sofferenza e lutto sono da secoli una quotidiana realtà, è stata giudicata dominabile in presenza di una politica lungimirante del governo di Islamabad.
Circa la penisola indocinese, abbiamo auspicato una pronta soluzione pacifica basata sulla libera scelta del proprio destino da parte di ciascuno dei popoli della penisola. Dirò più giù delle prospettive attuali di questa situazione.
Vorrei concludere il quadro delle conversazioni con i presidenti Podgorni e Kossyghin ed il ministro Gromiko, rilevando la cordialità degli incontri e l'attenzione con la quale si guarda all'Italia con particolare riferimento alle relazioni economiche e commerciali con il nostro paese. Sono apparse chiare le possibilità esistenti anche in futuro per le nostre iniziative, che noi vorremmo vedere estendersi dal campo della collaborazione economica e tecnica a quello degli scambi scientifici e culturali. Le premesse esistono per l'approfondimento e l'allargamento dell'area di collaborazione reciproca, e sono certo che da ambo le parti non farà difetto la necessaria buona volontà.
È stato confermato, poi, il desiderio comune di svolgere consultazioni a vari livelli per una opportuna ed utile informazione dei rispettivi punti di vista.
Se in Europa va collocato il fulcro delle recenti vicende diplomatiche di cui l'Italia è stata attivamente partecipe, ciò non significa che gli avvenimenti che interessano altri continenti ed i nostri rapporti con paesi in essi situati passino in seconda linea. Anzi, quanto più operiamo perché l'Europa torni a svolgere nel mondo una funzione di equilibrio, di progresso civile e di pace, tanto più vale per noi l'impegno a ripensare con spirito aperto i rapporti tra la comunità allargata ed il resto del mondo e i grandi problemi politici e sociali del momento.
Nel protendere lo sguardo oltre i confini del nostro continente, è naturalmente in Asia che dobbiamo fermare la nostra attenzione. Già recenti avvenimenti avevano messo in evidenza il fermentare di profonde trasformazioni nei rapporti interni ed esterni di questo scacchiere nevralgico. Ciò è stato confermato dalla notizia, che ha colpito l'opinione pubblica mondiale, della visita del presidente Nixon a Pechino in un futuro relativamente prossimo.
Non è da oggi che il Governo italiano ha manifestato la sua profonda convinzione che il mondo ha bisogno della partecipazione della Cina per l'edificazione di una pace durevole, così come la Cina ha a sua volta bisogno del resto del mondo per sviluppare le sue eccezionali possibilità in ogni campo. Ne avevamo d'altra parte tratto coerentemente le necessarie conseguenze con lo stabilimento di relazioni diplomatiche con la repubblica popolare e con l'affermazione del principio dell'universalità delle Nazioni Unite.
Salutiamo quindi con compiacimento ogni iniziativa che favorisca lo sviluppo di indirizzi distensivi in Asia e attraverso l'oceano Pacifico e che faccia del più grande popolo asiatico un membro attivo della comunità delle nazioni.
Ancor più ce ne rallegreremo se ci sarà dato di vedere nell'annunciato avvenimento l'inizio di un dialogo franco e costruttivo che, oltre a portare alla normalizzazione graduale dei rapporti fra Stati Uniti e Cina, faciliti il ritorno della pace nel sud-est asiatico e quella soluzione politica del conflitto in Indocina che deve garantire ai popoli della penisola la libertà di scegliere il proprio destino. Vi si accompagna l'auspicio che siano resi più sciolti e fiduciosi i rapporti con e fra tutti i popoli del continente asiatico.
In questo momento così delicato e così importante per la pace non crediamo sarebbe utile un'alterazione della situazione esistente. È per questa ragione che, noi pensiamo non opportuno il riconoscimento del Vietnam del nord, come ci è stato suggerito.
Riassumendo, la storica decisione del presidente Nixon ci appare capace di promuovere sviluppi positivi nelle relazioni internazionali. Essa contribuisce, come evidentemente è nei voti del governo americano, ad un più sicuro equilibrio mondiale e alla piena partecipazione del popolo cinese all'edificazione della pace, al disarmo e allo sviluppo economico. Da tali migliorate relazioni non potranno non derivare effetti favorevoli per il generale processo di distensione, che è naturalmente indivisibile. È importante che nuove nazioni e nuove forze partecipino al dialogo già in atto e contribuiscano al consolidamento dell'equilibrio mondiale. Si tratta, dunque, di un nuovo aspetto della distensione e non di una alternativa ad essa.
In Europa, in generale, così come in Asia, le nostre speranze di pace e di cooperazione non sembra quindi vadano in tutto deluse. Nel considerare i problemi dell'area mediterranea, tanto vicina quanto per noi vitale, sarebbe nostro vivo desiderio che il nostro animo potesse aprirsi ad analoghe prospettive di prudente ottimismo.
La situazione presenta invece talune ombre e in un settore come quello medio orientale persistenti motivi di tensione e di grave preoccupazione. Essa continua infatti ad essere fortemente influenzata dal prolungarsi del conflitto arabo-israeliano il quale, malgrado gli sforzi compiuti dalle Nazioni Unite e da paesi animati da buona volontà, non accenna ancora ad avviarsi verso una soluzione negoziata.
Una nota di speranza è data dal fatto che, malgrado l'attuale apparente stasi nelle trattative condotte sotto l'egida del rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, ambasciatore Jarring, il dialogo non può considerarsi interrotto e la tregua d'armi non è stata violata dall'agosto scorso. Un certo interesse sembra ancora sussistere, sia al Cairo sia a Gerusalemme, nei confronti di una sistemazione finale del conflitto passando per soluzioni parziali. Fra di esse figura quella relativa ad una possibile riapertura del canale di Suez, accompagnata dal ritiro delle truppe israeliane da una parte del Sinai. Questo primo approccio verso il regolamento definitivo, al quale deve essere naturalmente legato nelle intenzioni dei paesi interessati, non è senza qualche possibilità di riuscita, beninteso purché dalle due parti in causa si dimostri una valutazione realistica della situazione mondiale e locale la quale rifletta lo spirito della risoluzione che il Consiglio di sicurezza adottò nel novembre 1967.
Un altro punto sul quale è venuta recentemente a polarizzarsi l'attenzione è quello relativo alla città di Gerusalemme dato il carattere spirituale che dà alla città la presenza in essa dei principali luoghi santi delle tre grandi religioni monoteiste. Noi ci auguriamo che, in attesa della sua destinazione definitiva, si eviti, in conformità delle risoluzioni delle Nazioni Unite, ogni azione che possa alterare il carattere della città santa ove tre grandi comunità di fedeli al culto di un dio unico devono poterlo adorare liberamente secondo le forme loro proprie.
Un fattore che non può venire ignorato in una sistemazione generale della regione del levante è quello costituito dai profughi palestinesi, costretti a vivere parte nei territori della Cisgiordania, occupati da Israele, parte in campi di raccolta istituiti nei paesi circonvicini. A più riprese, l'attenzione mondiale e stata attirata sullo stato doloroso nel quale essi si trovano, attendendo da molti anni di ottenere condizioni più confacenti alla dignità e ai diritti dell'uomo. Anche ultimamente ci sono pervenuti appelli per segnalare l'urgenza di trovare soluzioni al problema il quale, fra l'altro, mette in pericolo la stabilità economica di vari paesi del vicino oriente e a risolvere il quale la violenza non sembra utile.
E nostra speranza, commossa speranza, che per volontà di tutti i responsabili si addivenga ad una pacificazione degli animi.
Posso assicurare che da parte nostra siamo consapevoli dell'urgente necessità di alleviare le sofferenze di questi sventurati e di concertare fin da ora, insieme con gli altri paesi industrializzati, i mezzi migliori per provvedere al momento opportuno ad un'equa soluzione dei problemi sociali, come di quelli politici, dolorosamente aperti in questa regione.
In questa travagliata area del levante noi constatiamo con soddisfazione la presenza di un paese come il Libano il quale, superando le difficoltà di coesistenza tra popolazioni di confessioni diverse, ha saputo costituire uno Stato nel quale tali popolazioni vivono in armonico equilibrio e nel reciproco rispetto delle proprie libertà. Il Libano costituisce un elemento di stabilità che è nell'interesse di tutti vedere salvaguardata. In tal senso ci siamo espressi in occasione della recente, gradita visita in Italia del ministro degli affari esteri di quella Repubblica con il quale, in atmosfera di sincera amicizia, abbiamo preso in esame i diversi problemi relativi al levante.
Anche con la Siria i nostri rapporti hanno subito un notevole miglioramento, mentre con l'Iraq abbiamo stabilito qualche proficuo contatto, in occasione anche di un viaggio fatto in medio oriente dal sottosegretario Salizzoni.
Eccellenti sono i nostri rapporti con l'Arabia Saudita, con il Kuwait e con l'Iran, con il cui ministro degli affari esteri Ardechir Zahedi ho avuto occasione di intrattenermi recentemente, nel corso della sua visita ufficiale a Roma, in interessanti ed approfondite conversazioni.
La situazione del golfo Persico è tale da sollevare qualche problema. Vogliamo esprimere qui l'augurio che essi possano essere risolti nella concordia e senza mettere in pericolo la tranquillità della regione.
Abbiamo visto infine con piacere lo Yemen riprendere il suo cammino verso il progresso sociale e civile nell'indipendenza, al quale l'Italia dà tradizionalmente il suo apporto. La nostra assistenza ed il nostro consiglio giungono dunque anche sulle rive del mar Rosso: ci occupiamo infatti di buon grado perché migliorino e si intensifichino le relazioni tra due paesi a noi egualmente amici, l'impero di Etiopia e la repubblica somala.
Del resto, numerosi viaggi in Africa, compiuti da me e dai sottosegretari Salizzoni e Pedini, testimoniano il nostro costante interessamento per il continente africano e la nostra politica in favore dell'indipendenza dei popoli e della non discriminazione razziale; né voglio dimenticare di sottolineare i particolari legami che per molteplici ragioni ci stringono ai paesi amici dell'America latina.
Tornando al mare Mediterraneo, desidero rilevare che il nostro impegno politico in un settore per noi essenziale non è affatto in contrasto con il nostro impegno europeo. L'uno e l'altro si completano anzi armonicamente: svolgiamo presso i nostri amici europei, ed in particolare verso i membri attuali e futuri della Comunità, un'opera di costante illustrazione delle esigenze di progresso dei popoli del Nord Africa. Siamo lieti dell'interesse che ad esso prendono non solo paesi mediterranei, come la Francia, o di vecchia tradizione mediterranea, come la Gran Bretagna, ma anche i governi della repubblica federale di Germania e del Benelux; e quando ci accingiamo a trattare della sicurezza in Europa e della parziale riduzione delle forze in centro Europa non perdiamo di vista il fatto che la sicurezza è indivisibile e che non si possono assicurare pace ed equilibrio in Europa senza garantirli anche in Mediterraneo.
Siamo convinti, dunque, che debba operarsi per stabilire tra tutti i popoli che abitano le terre settentrionali e quelle meridionali di questo mare una reciproca fiducia ed una feconda cooperazione. Questo vale per tutti i paesi del Maghreb: dall'Algeria, che ho visitato recentemente e con la quale i nostri rapporti sono destinati a divenire sempre più intensi, al Marocco, che speriamo di vedere procedere con passo rapido verso un appropriato sviluppo sociale e politico, alla Tunisia, paese che sentiamo particolarmente vicino e non solo geograficamente, anche se momentaneamente alcuni problemi in sospeso attendono soluzione nell'interesse comune.

DE MARZIO. Con un altro colpo di Stato!

MORO, Ministro degli affari esteri. Ciò vale, infine, per la Libia, con cui le nostre relazioni hanno subito un miglioramento, ma con la quale vi è ancora del cammino da percorrere perché esse siano fiduciose e sicure, com'è naturale tra due paesi che nulla divide e che tutto, incluso il braccio di mare Mediterraneo, unisce.
A questo stesso atteggiamento verso i paesi mediterranei intendiamo ispirare anche i nostri rapporti con Malta, vicina all'Italia geograficamente e per comunanza di interessi, ove il libero processo democratico ha portato al potere il nuovo governo guidato dal signor Dom Mintoff. E nelle intenzioni del nuovo governo maltese ricercare, nella piena salvaguardia dell'indipendenza e della sovranità del paese e delle esigenze di progresso e di sviluppo del popolo maltese, una diversa impostazione dei rapporti con il governo britannico.
Per parte nostra, posso dire che siamo sensibili a queste esigenze e che non mancheremo di considerare con comprensione le possibilità che ci si offrono di mantenere i rapporti con la Repubblica di Malta su basi reciprocamente soddisfacenti e di amichevole comprensione.
Auspichiamo, analogamente, che anche i rapporti tra Malta e altri paesi dell'Europa della cui istituzione più larga, il Consiglio di Europa, fa parte sin dalla proclamazione della sua indipendenza, possano trovare adeguata e durevole sistemazione nel comune interesse. Ci sembra, d'altra parte, che le condizioni per un positivo negoziato in questo senso siano positivamente esistenti. Con i paesi rivieraschi in genere intratteniamo rapporti correnti e costruttivi e il più possibile amichevoli.
Onorevoli deputati, non ho avuto la pretesa né la possibilità di farvi un quadro completo delle relazioni dell'Italia con tutti i paesi del mondo. Ho voluto soprattutto rispondere ad alcuni interrogativi che erano stati posti al Governo rispetto agli ultimi avvenimenti mondiali e all'atteggiamento del nostro paese riguardo ad essi. Sono certo, comunque, che non mancheranno, alla ripresa parlamentare, occasioni per una analisi più dettagliata della politica estera italiana. Se questa politica estera io volessi riassumere in poche frasi, direi che essa è costantemente dedicata alla ricerca della pace e della cooperazione internazionale. Queste parole possono apparire convenzionali ma, nel caso dell'Italia, esse corrispondono, oltre che a radicali sentimenti del popolo italiano, ai suoi interessi più veri. Essere convinti che il massimo interesse del nostro popolo è che la pace prevalga nel mondo e particolarmente nel continente europeo e nel Mediterraneo, non vuole d'altronde dire che vogliamo rinunciare alla difesa intelligente ed equilibrata dei nostri interessi: vuol dire che dobbiamo farlo tenendo presenti le condizioni dell'equilibrio mondiale e dell'equilibrio europeo. Se non le valutassimo esattamente, potremmo mancare al nostro primordiale dovere, che è quello di assicurare per noi e per le generazioni future la libertà e l'indipendenza del nostro paese.
È appunto per meglio garantire l'una e l'altra che dal 1950 tutti i governi che si sono succeduti hanno voluto legare l'Italia, con il costante conforto del Parlamento, ad un grande programma di azione, e cioè all'iniziativa europea. Coscienti che essa in tanto può svolgersi in quanto sia mantenuto l'equilibrio di forze in Europa, desideriamo però operare perché, al di sopra delle contrapposizioni politiche, si crei un'atmosfera di crescente fiducia e si allarghi l'area della collaborazione economica e culturale e del libero contatto umano. Siamo certi che dal canto nostro abbiamo fatto tutto il possibile perché questa atmosfera si confermi e si consolidi nel rispetto dell'indipendenza di tutti, nella non ingerenza negli affari interni di alcuno Stato e nella lotta perché ogni paese abbia la possibilità di scegliere liberamente il proprio reggimento politico e di conservarlo secondo le imperative condizioni della volontà popolare. (Applausi al centro).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 23 luglio 1971

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 23 luglio 1971)


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