LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL II° GOVERNO ANDREOTTI: REPLICA DI GIULIO ANDREOTTI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 4 luglio 1972)

Le elezioni politiche del maggio 1972 forniscono alcuni punti di riferimento chiari. Non c'è alcuna "ondata" a sinistra, nonostante il movimento del '68. La destra non sfonda dal punto di vista elettorale. La DC rimane con una consistenza forza elettorale (oltre il 38% dei voti).
In questo quadro, con le difficoltà a varare una nuova maggioranza di centro-sinistra, la DC avalla un ritorno ad una formula centrista (DC-PSDI-PLI, con l'appoggio esterno del PRI) guidata dall'on. Giulio Andreotti.
Il II° Governo Andreotti si presenta alla Camera dei Deputati per presentare il programma ed ottenere la fiducia il 4 luglio 1972. Il Segretario politico della DC, on. Arnaldo Forlani, interviene nel dibattito il 6 luglio. Il giorno successivo, il Presidente del Consiglio replica agli intervenuti.

* * *

ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il tempo relativamente breve che ho avuto a disposizione per meditare sugli interventi che ho ascoltato in quest'aula nei precedenti giorni di discussione mi consente di rispondere soltanto ad alcuni degli argomenti che sono stati posti; e chiedo scusa se lo farò in un modo che non so se chiamare «dimesso», per usare un termine che è stato impiegato per giudicare la mia esposizione programmatica, la quale, come tutte le esposizioni programmatiche, incontra sempre valutazioni più o meno analoghe, comunque strutturata. Mi scuso, ad ogni modo, con i colleghi ai quali non potrò dare una risposta. Se questo Governo avrà modo di durare, le risposte sui singoli argomenti avremo modo di svilupparle a mano a mano che potremo attuare il programma; ma anche nel caso inverso sarebbe poco utile soffermarci qui a discutere a lungo tutti gli argomenti. Ringrazio i colleghi che hanno preso la parola e, senza alcuna retorica, ringrazio anche coloro che non daranno voto favorevole a questo Governo, non avendogli lesinato critiche, e qualche volta anche invettive, spinte fino all'esplicito augurio di una sua rapida morte anche nel caso che non si potesse riuscire ad impedirne il decollo.
Credo, però, che obiettivamente possa trarsi una prima conclusione dalla discussione, cioè che essa ha confermato – seppure ve ne fosse stato il dubbio – che la strada che noi abbiamo seguito nel risolvere la crisi era l'unica strada possibile in questo momento. E dirò il perché, a mio avviso, può farsi nettamente questa affermazione.
Avevo cercato nella presentazione del Governo di caratterizzare il periodo attraverso il quale noi passiamo come un periodo straordinario e in un certo senso «costituente», sia pure con la «c» minuscola rispetto al grande periodo della Costituente della nostra Repubblica. Straordinario per la gravità della situazione economico-produttiva, straordinario per l'esistenza nota o temuta di forme gravi di pericolo per l'ordine pubblico; «costituente» sia per l'avvio di una attività regionale ordinaria, che proprio in questo periodo sta vivendo il suo momento ad un tempo più difficile e più interessante, e «costituente» per il respiro europeo della nostra politica e anche della nostra amministrazione nei confronti della Comunità, ed anche nei confronti di una politica che il continente sta elaborando in questo momento in preparazione di un incontro di enorme interesse quale la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione europea.
Nessuno ha contestato l'obiettività di queste valutazioni. Anzi, ieri e nei giorni precedenti, in quest'aula e sulla stampa di partito direi che, se una critica eventualmente è stata rivolta a questa diagnosi di partenza sulla quale ho impostato il programma del Governo, essa ha riguardato il fatto, come ieri l'onorevole Ugo La Malfa ha detto e giustamente documentato, che sono stati attenuati i toni di certe preoccupazioni invece di esagerarli.
Tutti sono concordi nel considerare con allarme la presente situazione economica. Tutti hanno accentuato – comunque poi lo si interpreti dal punto di vista della dottrina criminologica o della catalogazione politica o pseudopolitica – questo senso di pericolo e questo obbligo di stroncare il teppismo di varia natura che cerca di emergere. Tutti sono concordi nella necessità di rendere più viva questa sensibilità da parte nostra – come Governo e come amministrazione – nei confronti delle regioni, e, da parte delle regioni nei confronti delle esigenze del coordinamento, che devono poter operare non soltanto attraverso leggi-quadro, pur necessarie, ma anche grazie ad una spontanea sensibilizzazione delle istituzioni e dell'opinione pubblica, proprio allo scopo di imprimere quell'unità di indirizzo che, pur salvaguardando ed accentuando le caratteristiche differenziali dell'una o dell'altra zona (senza di che il regionalismo non avrebbe alcun significato) sia capace nel contempo di far manifestare una volontà concorde sui grandi problemi che il paese deve affrontare.
Tutti hanno detto in questa sede che la presenza del nostro paese nelle strutture comunitarie non è ancora sufficiente, che deve essere potenziata con una cura attenta, con una selezione rigorosa del personale; tutti hanno riconosciuto la nostra ridotta competitività non soltanto in senso assoluto, ma anche in senso comparativo rispetto a un passato più o meno recente, augurando che si passi da una situazione politica più distesa nel continente europeo all'assunzione di iniziative concrete che portino anche - senza voler esagerare il nostro ruolo, ma anche senza sottovalutarlo - il marchio della nostra funzione internazionale.
Tutti infine hanno riconosciuto in questo ruolo attivo dell'Italia nella politica europea uno degli elementi che possono dare tono e colpo d'ala alla rinascita psicologica che dobbiamo attorno a noi suscitare.
Mi è stato anche rimproverato, sostenendosi che in altre occasioni i programmi governativi vi avevano sempre accennato, di non aver fatto alcun richiamo al progetto di legge per l'elezione popolare diretta dei rappresentanti italiani in seno al Parlamento europeo. Già altre volte questo problema, nonostante il suo inserimento nei programmi di governo, non ha potuto ricevere una concreta soluzione. Spero però che questa volta, nonostante la mancanza di una specifica sua indicazione nella mia esposizione programmatica, esso potrà finalmente essere affrontato e risolto dal Parlamento con il più ampio consenso, trattandosi di un tema al di sopra delle tradizionali ed attuali distinzioni tra maggioranza e opposizione. Se è vero, allora, che questo quadro intorno a noi è riconosciuto grave, se tutti sono concordi nel dare l'allarme, dov'è poi una notevole e diffusa incongruenza? Io dico, cioè, che se si dà un allarme, se si riconosce uno stato di difficoltà accentuata, vi è poi l'obbligo da parte delle forze politiche di dare nello stesso momento una risposta, sia essa solenne o dimessa.
Molti sono stati coloro che qui hanno detto che il Governo attuale non è accettabile. Non ho però sentito porre delle alternative valide e concrete. L'onorevole Bertoldi ha detto che c'è una maggioranza di centro-sinistra, ma a sua volta non si è spinto fino al punto di dichiarare e motivare che questa maggioranza sia attuale. Del resto, gli alleati del centro-sinistra sono stati concordi nelle loro dichiarazioni rese in quest'Aula, compreso un collega dello stesso mio gruppo parlamentare. L'onorevole Bodrato ieri ha esposto, e credo con un metodo validissimo di vita democratica, la sua opinione. Dobbiamo riabituarci a dire le cose qui dentro e nell'aula del Senato e non a doverle conoscere soltanto (e già questo è un modo nobilissimo) attraverso discorsi o articoli firmati, ma più spesso attraverso insinuazioni o notizie di agenzia che qualche volta rappresentano il metodo più sicuro per chi voglia assicurarsi una porta d'uscita quando vuol far macchina indietro, ma che non credo illuminino veramente il Parlamento e la vita politica; così come dobbiamo abituarci ad esprimere le nostre tesi in via diretta e senza avere paura di quelle che possono essere manifestazioni secondarie o accessorie di critica o di impressione.
Dirò che le bordate che contro il centro-sinistra hanno fatto partire in modo diverso l'onorevole Enrico Berlinguer, con una solennità, direi, più austera, e l'onorevole Anderlini, in modo più analitico, ma nella sostanza non meno vivace e profondo, hanno messo in crisi anche sotto un altro aspetto questa presunta attualità o validità di una politica di centro-sinistra. Abbiamo infatti assistito senza dubbio con una prospettiva che noi non soltanto non accettiamo, ma che non consideriamo neppure valida - ad un nuovo tentativo da parte del partito comunista di ricercare una sorta di cartello delle sinistre, che passi attraverso le diverse forze politiche e che implica anche un tentativo di avvicinamento alla sinistra della democrazia cristiana. Compiuto inutilmente, al momento delle elezioni, l'esperimento, che abbiamo visto subito vanificato, di avere un assistente ecclesiastico laico proveniente dagli ex quadri delle ACLI, i comunisti tornano a sperare nella sinistra democristiana. Mi pare che l'onorevole Bodrato abbia ieri molto bene respinto questa prospettiva: essa è ingiuriosa nei confronti di coloro che partecipano a formare una volontà collettiva, che è però una volontà collettiva di democratici cristiani, per cui non si incontrerà mai con forze che siano fuori dalla nostra prospettiva.
Rebus sic stantibus, l'ipotesi di un centro-sinistra non esiste; in quanto alla prospettiva di una grande sinistra superpartitica credo veramente che, per poterla formare, occorra più di qualche settimana, e non era possibile vederla realizzata durante il periodo di gestazione della crisi … Tutte le altre formule si sono qui dimostrate vane, come ieri sera ha detto l'onorevole Forlani e, come ho sperimentato nel momento della crisi, si sono dimostrate con chiarezza inesistenti.
Si è dimostrata purtroppo inesistente la formula del Governo a cinque, dai liberali ai socialisti. Si è dimostrata inesistente la formula di un centro-sinistra «originario», per usare l'espressione che era stata adottata dalla direzione del partito socialista democratico. A chi afferma che questa possibilità non è stata esperimentata devo anzi far rilevare che è stata questa la prima formula che nei contatti tra i partiti era stata avanzata e che non fu raccolta …

BERTOLDI. Non è esatto, onorevole Presidente del Consiglio. Ne abbiamo parlato insieme …

ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Ho detto «tra i partiti», e mi riferisco alla presa di posizione del partito socialdemocratico, la prima manifestazione politica assunta dai partiti all'inizio della crisi, prima ancora che io potessi occuparmi della sua soluzione in quanto non avevo avuto alcun incarico da chi aveva il potere di conferirmelo. Ebbene, con un suo documento la direzione del partito socialdemocratico invitò proprio voi, colleghi socialisti, insieme agli altri partiti del centro-sinistra, a sperimentare la possibilità di un ritorno (cito a memoria) ad un centro-sinistra «originario» cioè ad un centro-sinistra basato su tre punti fondamentali: l'allargamento dell'area democratica; la conformità, sia pure non meccanica, della formula centrale con le formule periferiche; l'isolamento del partito comunista. A questo proposito, onorevole Bertoldi, ricordo che alcuni mesi fa, quando vennero appunto discussi in quest'aula questi problemi, ella disse che il centro-sinistra non aveva mai inteso realizzare questo isolamento: affermazione che «cartolarmente», per così dire, non esatta, dal punto di vista della storia del centro-sinistra nel nostro paese. Non vado oltre, limitandomi ad osservare che se ella, onorevole Bertoldí, nega addirittura, con retroattività, valore a questa formula, a maggior ragione non può trovarla valida come possibilità di soluzione della crisi di cui ci stiamo occupando (Commenti).
Non giudico qui se questa presa di posizione sia giusta o non giusta: ne prendo atto, a memoria dei fatti, e anche perché rimanga una traccia precisa di quanto è avvenuto, cioè che la possibilità offerta agli altri partiti di un ritorno al centro-sinistra «originario», conseguente ad una iniziativa politica della socialdemocrazia, non fu accolta (uso la frase più tenue perché mio compito è cercare di unire delle forze, non certamente quello di approfondire dei solchi).
Non era possibile - e su questo punto credo che non vi siano contestazioni, onorevole Bertoldi - un tripartito appoggiato dal partito socialista italiano perché, giustamente, questo lo considerava, in un certo senso, provocatorio: non si sarebbe compreso infatti perché, una volta ricostituita la formula di centrosinistra, si dovesse tenere, per così dire, in frigidaire una delle forze che la sostenevano e non si potesse invece riaprire un dialogo completo.
Non era possibile un tripartito appoggiato dal partito liberale il quale considerava, e credo giustamente, discriminatoria nei suoi confronti questa distinzione tra le forze politiche che avrebbero dovuto sostenere il Governo. Nello stesso tempo questa formula sarebbe stata ancora più fragile di quella, non granitica, che noi abbiamo realizzato, qualora la maggioranza così ristretta di cui il Governo dispone fosse stata composta quasi più da forze esterne (politicamente parlando) che non interne al Governo stesso.
Non era nemmeno possibile un monocolore. Innanzitutto, va rilevata la debolezza intrinseca di una simile formula. A questo proposito dovremmo intraprendere una discussione nella quale, come ho detto nelle mie dichiarazioni programmatiche, non intendo entrare. Mi sia tuttavia consentito affermare che mai, io credo, nella sua storia, la democrazia cristiana ha acceduto all'idea di un monocolore per una specie di bramosia di potere. Sono state sempre condizioni difficili che hanno indotto la democrazia cristiana al diritto-dovere di scegliere quella formula. Ma, soprattutto, riteniamo che all'inizio di una è legislatura, sia pure con tutte le difficoltà che ci stanno di fronte, fosse doveroso cercare di costituire una maggioranza e non soltanto una formazione di appoggio ad un Governo monocolore.
In fondo, il monocolore non lo voleva nessuno; forse (stando ai documenti non potrei dire nemmeno questo) il partito socialista italiano lo avrebbe potuto prendere in considerazione, qualora ci fosse stata una proposta in tal senso, ma questo avrebbe aumentato la frattura con le altre ex componenti del centro-sinistra e, in ultima analisi, non avrebbe dato una risposta concreta ai problemi del momento. Nel periodo difficile creatosi, non soltanto dopo le elezioni, in una situazione di polemica non superficiale tra i due partiti numericamente più forti del centro-sinistra, la creazione di un monocolore (senza una vera e propria discussione, ma semplicemente in una vaga prospettiva di ripresa successiva di discussione) non sarebbe stata neppure una soluzione e, comunque, sarebbe stata una soluzione che avrebbe avuto un enorme fragilità e un notevole potere confondente nei riguardi della pubblica opinione.
Ritengo che la proporzionale sia un enorme bene perché evita ad un paese una serie di guai potenziali; tutte le difficoltà della proporzionale le preferisco alle difficoltà molto più serie ed ai pericoli dei meccanismi non proporzionalistici; la proporzionale deve però abituarci a precise autolimitazioni; noi dobbiamo contemporaneamente avere presente il desiderio dell'optimum, che ciascuna forza politica può a suo moda configurare, e, insieme, conservare la duttilità necessaria per riconoscere che bisogna arrivare a conclusioni concrete, con sacrifici di quelle che sono le aspirazioni e le vedute ottimali di ciascuno.
Comunque, una maggioranza noi abbiamo potuto raccoglierla. Credo che noi dobbiamo veramente elogiare gli elettori che hanno consentito questo, perché se non si fosse verificata una situazione del genere, probabilmente lo «sbando», come altra volta fu detto in questo Parlamento, e il senso di disorientamento avrebbero potuto arrecare dei gravi colpi alla legislatura appena iniziata. dunque su questa maggioranza che noi facciamo affidamento.
Io non bado a quei titoli di giornali che si sono riallacciati a frasi isolate pronunciate in quest'aula. Chi ha assistito al dibattito non ha dubbi circa la retta impostazione e la chiara delimitazione che noi abbiamo dato del problema dei voti di sostegno a questo Governo. Noi abbiamo parlato della nostra concorde necessità di sostegno del Governo e delle sue iniziative da parte dei partiti che lo compongono o che lo appoggiano. Sulla questione dei voti aggiuntivi su singole leggi (che quindi non siano sostitutivi dei voti di maggioranza) qui si è cercato da una parte o dall'altra di fare delle elucubrazioni piuttosto fragili (anche se colpiscono con una certa immediatezza la fantasia). Il primo oratore che ha detto, se non ho capito male (ed anzi lo ringrazio) che su singole leggi esiste una certa concordanza di valutazioni (è questo il caso, spesso, della ripresentazione di vecchie leggi) il primo che ha sostenuto, dicevo, che su alcune leggi questa disponibilità c'è, è stato proprio l'onorevole Bertoldi.
Certamente le trasfusioni di voti sono un po' come quelle di sangue: bisogna stare attenti ai gruppi sanguigni, perché altrimenti esse possono produrre strani risultati, qualche volta finiscono anche con l'essere letali; e non è certo questo l'auspicio che, proprio al momento della sua nascita, questo Governo può fare a se stesso ed alla funzione cui crede di dover assolvere (Commenti).
Del resto, credo che se ripercorriamo a ritroso la storia parlamentare, ci accorgeremo che non sempre certe intransigenze quanto all'accoglimento di voti di maggioranza hanno sortito effetti positivi.
L'onorevole Enrico Berlinguer - giustamente nel fatto, ma ingiustamente nella prospettiva - ha parlato l'altro giorno dello statuto dei lavoratori, dicendosi preoccupato che lo si volesse rimettere in discussione. Stia tranquillo, onorevole Berlinguer, perché da parte del Governo e di tutte le forze che lo appoggiano non c'è alcuna volontà di rimettere in discussione quel provvedimento. Forse, anche se prima lei non si occupava molto del gruppo parlamentare, ella sa che gli appartenenti al suo gruppo non hanno votato lo statuto dei lavoratori. Se quel giorno -e questo è interessante - non si fosse alzato l'onorevole Malagodi per annunciare il voto favorevole del partito liberale allo statuto dei lavoratori, questo provvedimento, presentato dalla maggioranza che lamentava molte assenze (non di democratici cristiani!) sarebbe rimasto forse battuto nella votazione (Commenti). Possiamo quindi dire che qualche volta è utile andar cauti nel considerare necessariamente sbagliato tutto ciò che viene proposto dalla maggioranza.
Noi abbiamo in questo Governo dei margini minimi, lo sappiamo benissimo; abbiamo una notevole fragilità, di cui siamo consapevoli; però, come ho detto prima, non eravamo in grado, concretamente, di adottare in questo momento una soluzione diversa. E' quindi nell'unico modo possibile che veniamo lealmente ad offrire la nostra forza, direi, «quanto basta» (come si dice in alcune ricette mediche, anche se in realtà quella quantità non basta sempre per ottenere il risultato che il medicamento dovrebbe produrre).
Però, onorevole Bertoldi, ella che ha parlato dell'«araba fenice» di questa maggioranza nuova, sa bene come insieme abbiamo molte volte - e non sempre con successo inseguito l'«araba fenice» della grande maggioranza di cui eravamo componenti nella legislatura passata.
Io rivolgo qui il mio ringraziamento particolare non soltanto ai colleghi che in una situazione difficile hanno accettato l'invito di entrare nel Governo, ma anche a coloro che ci hanno dato la possibilità di formare il Governo e che, anche in quest'aula, hanno esplicitamente spiegato le ragioni politiche per cui lo sostengono. Ringrazio l'onorevole-La Malfa, l'onorevole Riz, gli onorevoli Bignardi e Baslini, l'onorevole Orlandi, l'onorevole Bodrato e l'onorevole Forlani, con il quale, durante una difficile campagna elettorale, abbiamo vissuto momenti di grande emozione ed anche - possiamo anche dirlo, democraticamente - di grande preoccupazione, ed abbiamo potuto sentire quella grande forza che è l'unica che vale in un sistema democratico: la grande forza di una formidabile ripresa di contatto con la pubblica opinione, che ha consentito, sia pure con margini ristretti, di iniziare l'odierno discorso.
Se avrà la vostra fiducia, onorevoli deputati, questo Governo comincerà subito ad attuare il suo programma. Molti hanno voluto mettere l'accento su una presunta mancanza di autorevolezza del nostro Governo. Noi crediamo che l'autorevolezza non sia una caratteristica connaturata, ma che la si debba conquistare attraverso la propria azione, attraverso la serietà del proprio operato. Certamente noi respingiamo alcune boriose definizioni che vorrebbero dipingere questo Governo come nemico dei lavoratori o, addirittura, come una deliberata provocazione nei confronti della classe operaia. Chi fa dei discorsi, e fa soltanto dell'opposizione, può anche permettersi di ironizzare, come è avvenuto in questa sede, sui provvedimenti immediati che, pur legati ad un quadro riformatore, ad un quadro programmatico, hanno una consistenza forse umile, ma rispondono di certo all'assoluta necessità di porli urgentemente in atto.
Ci si dice: ma sono provvedimenti settoriali. Io so per altro (e non voglio fare una facile polemica) che parlamentari di tutti i partiti vengono costantemente da me o dai vari ministri a sollecitare - e giustamente proprio alcuni di quei provvedimenti. Alcuni se lo dimenticano e, nella retorica (mi si consenta di dirlo) di un certo tipo di opposizione, li definiscono come sintomi di un empirismo deteriore con cui il Governo cerca di lavorare.
Allorché dobbiamo fronteggiare non soltanto le grandi linee di una riforma di settore, ma anche l'urgenza di situazioni estremamente critiche, non possiamo che comportarci in una certa maniera. Per quanto attiene al settore tessile, ad esempio, vorrei rilevare che se, per opposizione politica, non si fosse fatto dormire per alcuni anni in Commissione industria della Camera, il progetto di legge relativo - progetto che era tanto giusto che alla fine fu approvato - forse alcune industrie - la Rossari e Varzi, la Bernocchi, le Cotoniere Meridionali, la Luciani - non avrebbero avuto necessità quasi drammatiche di interventi di sostegno. Che sono poi interventi piccoli, di settore, ma che debbono in ogni caso impegnarci e che impegneranno nei prossimi giorni fortemente l'attività del Governo, come accadrà pure per altri casi e per altri settori.
Ci è stato anche rimproverato di non aver pensato ai braccianti nei decreti-legge che il Governo ha emanato. A parte che questo non risponde a verità, perché uno dei decreti riguarda proprio tale categoria (quindi, anche su queste cose bisognerebbe essere un po' più documentati), noi sappiamo che esiste un insieme di provvedimenti che, già predisposti dall'onorevole Donat-Cattin, verranno in questi giorni portati avanti per l'approvazione dal ministro Coppo.
Abbiamo sentito in questa sede molti discorsi, non ingiusti in se stessi se dovessimo giudicarli in veste di semplici commentatori politici. Abbiamo ascoltato discorsi che criticano (non è la prima volta) lo sviluppo italiano come uno sviluppo disordinato. Ecco, mi pare che si debba cercare di prendere lezioni dal passato per sostituire allo sviluppo «disordinato» uno sviluppo «ordinato» e non un non sviluppo o una recessione. E' su tale terreno che abbiamo posto, con chiarezza, l'incontro con i sindacati, in termini assolutamente espliciti, senza confondere le posizioni.
A quanti ci hanno accusato di non essere legittimati a parlare con i sindacati, vorrei ricordare che nel 1969 non vi era questa formula di governo e che pure l'autunno di quell'anno non fu proprio tutto rose e fiori nei rapporti tra esecutivo e sindacati … Noi cercheremo, guardando responsabilmente fin da questo momento - in collaborazione con i sindacati - alle varie situazioni, di fare tutto quel che occorre per evitare al nostro paese momenti di difficoltà che si aggiungano a quelli che purtroppo non siamo in grado con immediatezza di superare.
Passo ora a rispondere rapidamente ad alcune osservazioni che sono state fatte sul programma di Governo, nel quale non vi è certo la presunzione di poter raggiungere immediatamente grandissimi risultati, ma nella preparazione del quale, effettuata concordemente con le delegazioni dei gruppi che compongono la maggioranza, ci siamo soprattutto preoccupati di conferirgli caratteristiche di realizzabilità e di concretezza, sia pure attraverso i tempi tecnici che sono sempre indispensabili.
Devo dire (e non per citarne solo i lati buoni, anche se in definitiva sono quelli che mi interessano di più) che nel discorso ieri pronunciato dall'onorevole Barca sulla parte economica della mia esposizione, ho notato alcune aperture nei confronti di temi che possono trovare una certa concordia al di là di quella che è la posizione della maggioranza.
E mi spiego immediatamente. I colleghi presenti erano ieri meno numerosi di adesso; per questo voglio citare alcune parti del discorso dell'onorevole Barca, che tuttavia ciascuno di noi potrà comodamente leggere per conto proprio sul resoconto stenografico.
L'onorevole Barca ha affermato che occorre fronteggiare determinate situazioni per evitare fallimenti e per evitare anche acquisti pericolosi, da parte di gruppi stranieri, di nostre industrie. Perché pericolosi ? Perché l'esperienza ci dimostra che molte volte, quando ci si inserisce in un complesso di ampia ramificazione internazionale, l'apparenza è di solidità, ma la sostanza è di una enorme debolezza, perché viene immediatamente ridiscussa - e non sempre a nostro favore - la politica delle esportazioni. Inoltre, in un momento di crisi sorge il rischio che gli ultimi arrivati siano esclusi dalle costellazioni dei grandi gruppi internazionali. Per l'appunto - è questo che desidero rilevare - ieri l'onorevole Barca ha parlato, con notevole costruttività di posizioni, della legge sulle società per azioni e anche del regolamento delle borse. Sui problemi monetari, invece, ha parlato in modo abbastanza critico, sia pure in parte retrodatato. Noi possiamo dire che non esistono soluzioni di continuità; esiste il modo di fronteggiare, tempestivamente e nella maniera migliore che via via si offre come possibile, le situazioni difficili. Noi abbiamo avuto un collaudo - ancor prima di venire in questa sede a chiedere il voto di fiducia proprio nelle vicende successive alla svalutazione della sterlina.
Si è trattato di un primo saggio; e chi voglia guardare obiettivamente alla posizione realistica del Governo, ed anche del ministro del tesoro, non può non prendere atto di quanto ho affermato nel mio discorso programmatico, e cioè la ferma linea di difesa degli interessi italiani, condotta con assoluta obiettività ed inattaccabile autonomia delle nostre posizioni. Tutto ciò senza confondere l'amicizia con gli Stati Uniti con l'atteggiamento nei confronti del dollaro; senza confondere le nostre giuste aspirazioni ad essere soci attivi della costruzione europea con il rischio di dover assistere ad un esodo dell'oro dal nostro paese a causa di ingiuste manovre speculative; bloccando, infine, il cambio speculativo della moneta espatriata. Questo è stato fatto nei giorni scorsi e, naturalmente, poiché si è trattato di una ferma presa di posizione che andava a tutto merito del Governo, l'opposizione non ne ha preso atto. Però, anche se non lo ha fatto ufficialmente, io la invito ad una seria rimeditazione su questi punti perché, come ho detto presentando il Governo alle Camere, sono i fatti che debbono qualificarci, e non certi timbri, che, dopotutto, non riconosciamo ad alcuno il diritto di apporre con tanta gratuità sulle spalle di singoli o di collettività governative.
Un altro settore che è stato considerato nel corso di questo dibattito e di cui si è riconosciuta necessaria l'urgentissima ripresa, è quello dell'edilizia. Concordiamo nel riconoscere che le prospettive di questo settore debbono ricercarsi in una congiunta incentivazione dell'edilizia pubblica e privata più popolare. Sappiamo che determinate percentuali, poste fin dal tempo del piano Pieraccini, non sono state assolutamente realizzate: neppure un quinto dell'edilizia pubblica, rispetto a quelle percentuali, è stato attuato. Credo che nessuno sia così nichilista da auspicare che, per ottenere un forte rilancio percentuale nel settore dell'edilizia pubblica, occorra sopprimere completamente o quasi l'edilizia privata. Noi crediamo che la strada da seguire sia quella indicata dalla legge varata lo scorso anno, con le modifiche che si renderanno eventualmente necessarie. Se in alcuni punti la legge non sarà attuabile, quei punti dovranno essere modificati, senza che per questo si debba parlare di deplorevole autocritica o di svolta a destra. Una legge per costruire deve consentire di costruire e se in qualche caso non consente di costruire non c'è proprio niente da «svoltare». Dobbiamo riconoscere con assoluta umiltà che dobbiamo rettificare le cose quando, dopo averle sperimentate, ci accorgiamo che una rettifica è necessaria.
Vorrei dire all'onorevole Almirante, che su questo argomento ha fatto una specie di insinuazione, che ciò non vuol dire affatto che i fondi erano di più e ne sono stati destinati di meno. Ho parlato di duecento miliardi che sono stati destinati all'acquisto di suoli e per le opere di urbanizzazione in applicazione della legge n. 865, secondo il piano che il Comitato per l'edilizia residenziale ha presentato al CIPE che, a sua volta, su proposta del ministro del tesoro e del ministro dei lavori pubblici, lo ha varato nei mesi scorsi. Ma questo riguarda le cifre per le urbanizzazioni e per l'acquisto dei suoli. In quella stessa tornata il CIPE approvò il riparto di fondi tra le regioni per complessivi 1.062 miliardi. Quindi i conti quadrano e non vi è stato assolutamente un giuoco di cifre. Naturalmente, sappiamo che occorre fare molto di più e che occorre rapidamente attuare la legge urbanistica per fissare un punto fermo che è reso necessario anche dai nostri doverosi adempimenti nei confronti delle regioni. Non voglio entrare in una minuziosa elencazione di cifre perché, se se ne abusa, le cifre finiscono con l'essere troppo indigeste, ma vorrei pregare l'onorevole Barca (al quale manderò personalmente una memoria che mi è stata preparata circa la percentuale effettiva del costo dei fitti pagati dai nostri lavoratori rispetto ai lavoratori di altri paesi), vorrei pregare, dicevo, l'onorevole Barca di considerare che la percentuale molto elevata da lui citata si riferiva a salari di seicentomila lire all'anno.

BARCA. Proprio così!

BALLARIN. Sono i salari dei pescatori, ad esempio.

ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Non discuto questo, dico soltanto che per fortuna salari così bassi non sono in molti a doverli percepire. E ci dovremmo vergognare tutti se, dopo venticinque anni di vita democratica, avessimo ancora una massa di salari di questo tipo. Comunque vorrei pregarla, onorevole Barca, di considerare (facendosi con ciò compartecipe attraverso l'opposizione parlamentare, di una linea di vita politica) che noi abbiamo avuto un miglioramento notevole nella percentuale di famiglie che occupano una casa di loro proprietà.
Si possono fare tanti bei discorsi; si può persino dire che, in fondo, alla gente non interessa la proprietà perché aspira soltanto all'utilizzo della casa, anche se in realtà sappiamo che ciò non è vero. In ogni modo, dal 1951 ad oggi, noi abbiamo visto migliorare notevolmente la situazione fino ad un livello che era ambiziosamente atteso, e cioè far diventare il numero delle famiglie abitanti in case di loro proprietà, da minoranza, maggioranza. Negli ultimi venti anni si è passati dal 40 per cento delle famiglie italiane che avevano la proprietà della casa, al 52 per cento, sia pure con punte in basso, in alcune città, veramente preoccupanti e che certamente devono essere da noi considerate come stimoli per la realizzazione di questa politica dell'edilizia abitativa.
Mi riferisco ora alle partecipazioni statali, che hanno formato oggetto di qualche accenno nei discorsi dei vari oratori. Ieri l'onorevole Forlani ha giustamente ricordato come spetti alle partecipazioni statali una funzione di guida e di saldatura, sia nei momenti di difficoltà economica generale, sia nella politica verso l'Italia meridionale e verso le zone non industrializzate del resto del paese. Chiarisco che quando ho parlato di una connessione tra programmi di difesa e sviluppo dell'industria verso tecnologie avanzate non ho inteso fare un discorso che si colleghi a guerre; basti pensare al discorso sull'aeronautica, al discorso AERITALIA, che è il primo in materia: un settore territoriale e merceologico di grandissimo rilievo trova le sue possibilità di sviluppo proprio nell'accordo intercorso tra partecipazioni statali e amministrazione militare.
In tutto questo quadro di politica economica – che non ho ripreso, anche perché molte proposte concrete che ho enunciato non sono state commentate nel corso del dibattito – in tutto questo quadro – dicevo – vi è una linea che trova concordi noi che abbiamo preparato il programma di Governo e che ne abbiamo discusso con le delegazioni dei partiti della maggioranza. L'auspicio fatto dall'onorevole Bertoldi, che si giunga a frenare la corsa ad un determinato tipo di consumi, al fine di incrementare, invece, una politica di consumi sociali, chiedendo contemporaneamente il massimo sforzo ai più abbienti, in questa linea e in questo indirizzo politico, ci trova concordi. Noi sappiamo che alcuni grandi problemi relativi alle aree metropolitane e all'assetto territoriale possono proprio attraverso questa strada trovare una soluzione; e questo unitamente ad alcuni problemi che, pur essendo specifici, hanno un notevole valore in se stessi e sono caratterizzanti. Mi riferisco al disegno di legge per la salvaguardia della città di Venezia, che il Governo ripresenterà immediatamente: si tratta di una legge che deve cercare di andare incontro alle esigenze di salvaguardia sia del patrimonio artistico e storico, sia della vitalità sociale ed economica di questa città.
Per quanto riguarda la scuola, ripeto che, oltre alle questioni relative allo stato giuridico del personale e alla riforma universitaria, si pone con una certa urgenza anche il problema della retribuzione di quel personale, per i punti che sono rimasti ancora pendenti; e il ministro della pubblica istruzione, d'accordo con il ministro del tesoro, esaminerà in dettaglio tutti questi problemi che negli interessati suscitano in queste settimane qualche vivace discussione.
Per quanto riguarda l'edilizia scolastica, ho ricordato gli accordi che il Governo intende realizzare con l'IRI per varare un programma che possa essere rapidamente attuato, imperniato anche sulla industrializzazione dell'edilizia e, quindi, che abbia una funzione in qualche modo pionieristica in questo settore, il che si rende necessario sulla scorta dell'esperienza fin qui fatta. Le spese per la edilizia scolastica non sono state poche, gli stanziamenti non sono stati esigui; però, se consideriamo l'andamento dell'edilizia scolastica dal 1967 ad oggi, cioè da quando ha avuto inizio il primo programma per l'edilizia scolastica, ci rendiamo conto che la tabella delle opere già realizzate è assolutamente deludente, mentre soltanto un po' meno deludente è quella delle opere appaltate. E le difficoltà che si incontrano in questo settore, alcune delle quali sono anche di ordine locale e di ordine supplementare, dimostrano quanto sia necessario ricercare nuove strade, come è indicato nel programma di governo. E queste strade nuove possono ricercarsi anche con l'ausilio – mediante l'anello di congiunzione dell' IRI – dell' industria privata.
Faccio solo un accenno ai problemi della stampa e non parlerò delle biblioteche, per non disturbare alcuni colleghi che non amano sentirle rievocare. Accenno dunque ai problemi dell'editoria quotidiana, per alcuni dei quali il ministro del lavoro sta cercando in questi giorni di aiutare le varie categorie che compongono quel mondo a trovare dei modi di soluzione dei loro problemi. Per quanto riguarda le forze armate, sono stato rimproverato dall'onorevole Birindelli di non averne parlato, salvo che di scorcio in qualche punto. Ho cercato di fare un discorso di impostazione delle cose da fare, evitando di ripetere frasi che tra l'altro credo siano abbastanza presumibili, dato il mio senso di attaccamento e di rispetto affettuoso nei confronti delle forze armate, accresciuto anche dal fatto di essere stato per parecchi anni ministro della difesa. Non c'è quindi bisogno di ripetere certe frasi, che quando si esprimono secondo un determinato modulo, qualche volta assumono l'aria di atti dovuti; ed è questa l'ultima cosa che vorrei fare e che credo che neanche gli interessati si attendano da me.
Se me lo consente l'onorevole Birindelli, vorrei fare tre rilievi. Il primo rilievo riguarda la frase dell'onorevole Birindelli, allorché ha affermato che l'«impresa» delle forze armate è in stato fallimentare. Noi tutti conosciamo le difficoltà che si incontrano in questo difficile rincorrersi tra esigenze e possibilità di finanziamento; sappiamo (vi sono stati accenni precisi a questo problema nell'intervento dell'onorevole Birindelli) che ognuna delle forze armate vede spesso con accento encomiabile, ma monopolistico, i propri problemi, e svaluta, viceversa, i problemi delle altre due. Ma dobbiamo stare molto attenti, perché se in una frettolosa sintesi parliamo di inutili spese fatte in tutti questi anni, si ha come risultato che poi l'onorevole Anderlini parla del «prodotto difesa»: si giunge, cioè, addirittura all'antiretorica anche un po' pericolosa nei confronti delle forze armate (Interruzione del deputato Anderlini). Non tutti possono essere raffinati anglosassoni come lei, onorevole Anderlini. Il «prodotto difesa» – a detta dell'onorevole Anderlini – finisce con il costare 1.500 Miliardi in bilancio per non dare alcun risultato. Vorrei pregare quindi l'onorevole Birindelli, che è nuovo di questa Camera, di trattare sempre con molta riservatezza tali problemi, e di farlo molto in Commissione, perché la Commissione competente conosce bene i problemi del personale, dei ruoli, di una effettiva unificazione, e credo sia disponibile come per il passato – per cercare di trovare soluzioni adeguate.
Il secondo rilievo che vorrei fare riguarda i manifestini, che certo costituiscono un fatto deplorevole; devo dire tra l'altro che ho sentito citare una serie di gruppi che non conoscevo, come quello dei comunisti della linea rossa, o dei comunisti della linea nera. Ho imparato alcune cose, ed è sempre utile! Vorrei dire tuttavia che c'è una linea di non politicizzazione delle forze armate che noi dobbiamo giustamente salvaguardare, e non soltanto per quanto riguarda i manifestini – ripeto, deplorevolissima cosa – ma anche per quanto riguarda i modi di prospettare i problemi della politica militare di un paese, che non possono mai essere legati ad una determinata forza particolare: perché questo è un modo di indebolirci internazionalmente, anche se non lo si vuole. Ma, lo si voglia o no, gli effetti sono gli stessi.
Vorrei infine dire all'onorevole Birindelli – ed è questo il terzo rilievo – che non è giusto dar sempre tutta la colpa ai ministri (magari del periodo fascista, come egli ha anche fatto), pur se c'è la vecchia tradizione di prendersela sempre con i ministri. Ella poi, onorevole Birindelli, ha detto una cosa che non è giusta: ha parlato di Vittorio Emanuele Orlando – sia pure per giungere alla frase finale del suo intervento – citando quella ingiusta svalutazione di Orlando, quando si parlò dei «periodi che incominciano con il gerundio» ; il periodo di Orlando – vorrei ricordarlo – è finito con Vittorio Veneto, e non si tratta poi di un periodo da buttar via. Credo che Orlando intuisse tutto questo, e c'è una citazione molto bella che vorrei offrire non solo a lei, onorevole Birindelli, ma a tutta la Camera.
Orlando, che aveva avuto una parte notevole nella politica militare del nostro paese, sapeva che i politici non possono mai attendersi dei grandi riconoscimenti. E nelle sue Memorie, parlando delle critiche che gli aveva rivolto il maresciallo Giardino, scrive: «La tesi del Giardino ha per sé tutta la lunga tradizione delle altre guerre, eternata dalla speciale iconografia dei pittori di battaglie, da Salvator Rosa a David, a Delacroix. Sul vasto campo che fa da sfondo alla scena, in cui masse di fanti e di cavalieri si lanciano all'attacco o sono già confusi in furibonda mischia, domina in una collina il gruppo centrale: il comandante su un cavallo (preferibilmente bianco), con un cannocchiale in mano, tutto assorto nell'attesa dell'attimo in cui al suo occhio linceo apparirà la manovra decisiva, mentre intorno a lui la gravità silenziosa e raccolta dello stato maggiore contrasta con il movimento di portatori di ordini che partono o arrivano trafelati e ansanti, mentre in un angolo il soldato morente volge il suo ultimo sguardo verso l'eroe predestinato alla vittoria. Introdurre in questa composizione un signore in giacchetta, sedicente Capo di Governo, che si permette di disturbare il solenne raccoglimento del capo: quale stonatura estetica, quale delitto militare!» (Si ride — Applausi al centro e a sinistra).
Ho voluto ricordare questo brano, onorevole Birindelli, perché ella oggi non è soltanto un glorioso militare, ma fa parte anche della classe politica: perciò la prego di guardare anche da quest'altra parte l'insieme dei problemi delle leggi e della politica militare.
Assicuro l'onorevole Riz, che mi ha rivolto qui precise richieste circa la tutela della minoranza, che alcune di queste richieste ne abbiamo discusso con lui e con i suoi colleghi – trovano già con immediatezza possibilità di essere accolte, come quelle del tribunale per i minorenni e quelle di salvaguardia di carattere culturale; così anche le altre, che riguardano non soltanto l'interesse di una parte della popolazione (ad esempio quelle relative alle strade della provincia di Bolzano), formeranno oggetto della più attenta considerazione da parte dell'ANAS e del ministero dei lavori pubblici.
La ringrazio, onorevole Riz, per le espressioni di fiducia e di solidarietà che ha voluto rivolgere al Governo e a me; e colgo l'occasione per dire che la tutela delle minoranze, prevista non soltanto dalla Costituzione ma, direi, da una esigenza di costume democratico, non riguarda soltanto la minoranza di lingua tedesca, ma anche le altre, come la minoranza slovena.
A questo punto vorrei dire che non è giusto continuare a ripetere una cosa che il Ministero degli affari esteri ha smentito nella maniera più precisa quando ha detto: «L'unico accordo esistente tra Italia e Jugoslavia in materia di territorio libero di Trieste è il Memorandum d'intesa di Londra del 5 ottobre 1954, il cui testo fu portato a suo tempo a conoscenza del Parlamento dove formò oggetto di esaurienti dibattiti. Come è stato più volte e ripetutamente chiarito, tale Memorandum è sempre in vigore e nessun altro accordo o progetto di accordo al riguardo è in discussione» (Vivi commenti a destra).

ROMUALDI. C'è un preliminare d'accordo del 28 febbraio.

ANDREOTTI. Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Romualdi, quando le dico che nessun progetto d'accordo esiste, lei di queste cose deve prendere atto, perché tra l'altro è finita la campagna elettorale, e quindi non devono più essere messe in discussione certe cose (Applausi al centro).

ROMUALDI. Lo vedremo!

ALMIRANTE. Scenda piuttosto lei da cavallo!

ANDREOTTI. Presidente del Consiglio dei ministri. Non ci sono, onorevole Almirante, né aspiro ad andare a cavallo; preferisco far politica qui dentro e molto sommessamente (Commenti a destra).

ALMIRANTE. Anche lei ha il suo cavallo bianco, onorevole Andreotti! Anzi, lei ha un somaro, non un cavallo!

ANDREOTTI. Presidente del Consiglio dei ministri. Bene, onorevole Almirante. Tutto sommato dovrei esserle grato, perché così lei dà una risposta a coloro che dicono che noi abbiamo il suo appoggio sottobanco. Ma voglio dire che di questi temi è stato, a mio avviso, ingiusto fare, nel momento caldo della campagna elettorale, un argomento - uso tutti termini estremamente cortesi - mentre nel passato mi pare che siamo stati tutti ossequienti a una determinata linea perché su argomenti simili non si facessero campagne, che poi finiscono col farci anche svalutare nel mondo.

ROMUALDI. Ho chiuso la campagna elettorale a Trieste e non ho parlato in termini speculativi di questo argomento.

ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Romualdi, mi scuso, ma non conoscevo la sua chiusura della campagna elettorale. Però a Napoli, dove mi trovavo, ho letto il Roma che a titoli su tutta pagina fece di ciò un grande argomento per commuovere un po' tutti su un tema verso il quale certamente vi è grande sensibilità.

ROMUALDI. Ma quello è un giornale!

PRESIDENTE. Onorevole Romualdi, adesso lei è stato messo fuori causa. L'onorevole Presidente del Consiglio ha preso atto. Ha parlato del Roma.

ROMUALDI. La campagna elettorale la facciamo noi, non il giornale.

ANDREOTTI. Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Romualdi, non vorrei che lei dimenticasse che il Roma è di proprietà dell'onorevole Lauro, non è certamente mio o di un suo avversario. Comunque io vi prego di considerare adesso che, se su questi argomenti vi sono dubbi, è buona norma rivolgersi al ministro degli esteri o a me per chiedere dei lumi, ma non portare alla opinione pubblica tali temi.

DE VIDOVICH. È stato scritto dalla stampa francese.

ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Si tratta di un «pezzetto» del Combat. Forse allora potrei anche dire, se fossi maligno, che vi siano state possibili forme di un qualche collegamento; ma può darsi di no, e quindi non voglio essere maligno, onorevoli colleghi.

ROMUALDI. Ne riparleremo.

ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Circa la politica estera, sono stati qui toccati non molti argomenti. È stato toccato l'argomento del Vietnam e si è cercato di dire come a fatti in se stessi, dal punto di vista umano così toccanti, il Governo abbia dedicato soltanto poche righe. Devo dire che sono stato anche rimproverato per avere usato l'espressione «costruttive proposte americane». Devo dirle, onorevole Berlinguer, che questa frase è stata usata in una capitale a lei non sgradita e quindi non si tratta di frase di un governo di un tipo troppo ossequiente. È un tipo di governo che tra l'altro si preoccupa meno di quanto si preoccupa lei delle valutazioni di una parte della stampa di lingua inglese - quella economica - che forse, se noi avessimo adottato delle diverse soluzioni nella vicenda monetaria, ci avrebbe fatto anche degli elogi; ma sarebbero stati piuttosto cari per l'economia italiana. Preferiamo essere eventualmente meno considerati, anche se lo stesso New York Times, che lei ha citato, negli articoli su tutto questo tema non ha avuto affatto lo spirito di quella frase che lei ha tratto fuori. Se vuole, le faccio avere le fotocopie di questi ritagli di giornale.
Mi sono domandato perché proprio da parte dei russi, pur in una chiara linea politica, si usi sempre una grande prudenza nel valutare la politica americana in questo specifico campo del Vietnam, tanto è vero che, nonostante le previsioni di molta stampa internazionale che davano per rinviato di necessità il viaggio di Nixon a Mosca, dati gli avvenimenti che erano intercorsi (il blocco navale al largo dell'Indocina) questo viaggio si è svolto regolarmente. Io credo che una ragione si potrebbe individuare, una ragione che non è peregrina. Credo che a Mosca, quando si parla di interventi americani - che possono essere bene attuati o non bene attuati, giusti o non giusti, come tutte le cose di questa terra - c'è però chi non dimentica che a un determinato momento fu proprio l'intervento americano a salvare il nostro continente dall'aggressione nazista. Credo che forse, in questo caso, un insegnamento potremo attingerlo anche lì dove normalmente noi non attingiamo ispirazioni per la nostra linea di politica generale. Ma devo qui dirle dei rapporti commerciarli con l'URSS che ella ci ha chiesto. Sono cifre discrete. Nell'ultimo anno vi è stata una leggera diminuzione poiché è finita la tranche di esportazione dei macchinari di Togliattigrad. Nel complesso, però, l'interscambio nei confronti della Russia e degli altri paesi dell'est è discreto. Per quanto concerne le manifestazioni culturali nel mese di aprile - dato che scadeva l'accordo biennale la commissione mista si è riunita - e sono state adottate alcune misure (compreso un interscambio di lettori tra le università) che credo siano utili e, del resto, sono comuni a molti altri paesi.
All'onorevole Roberti posso dire, per quanto riguarda i lavoratori all'estero, che si cercherà di migliorare la loro assistenza (ne avevo parlato anche nel discorso programmatico) e di stipulare degli accordi bilaterali con i singoli paesi, dove già non esistono, per la parità di trattamento: si cercherà inoltre di arrivare ad accordi per problemi particolari, come quello delle case e della convivenza, che saranno risolti anche in modo nuovo. Il vecchio tema invece del voto degli italiani all'estero incontra parecchie difficoltà da parte di molti paesi, specialmente per l'aspetto «campagna elettorale». Dobbiamo andare cauti proprio per non suscitare difficoltà, in alcuni di questi paesi, ai nostri lavoratori e alle nostre colonie di residenti.

ROBERTI. Presenteremo una proposta di legge.

ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Grazie, la esaminerò con la dovuta attenzione, onorevole Roberti. L'ultimo argomento che vorrei toccare, sia pure ambizioso, è proprio distintivo, direi, di questo Governo. Mi rifaccio al discorso dell'onorevole Bertoldi, quando egli ha detto che non si può stare in mezzo: o si è dalla parte dei colonnelli greci o dalla parte di milioni e milioni di lavoratori. L'onorevole Orlandi lo ha richiamato su questa che poi era forse una frase, non una tesi. Noi cerchiamo proprio di affermare questo diritto a poter stare in mezzo, non in una posizione di agnosticismo, ma in una difesa attiva di un certo modo di vivere democratico che di per sé comporti il diritto e il dovere di non scegliere né dalla parte dei colonnelli né dalla parte, diciamo, dei … non colonnelli, di persone e di tipi cioè di organizzazione politica che certamente noi non riteniamo egualmente conformi alla nostra Costituzione.
Devo ritornare su questo poiché evidentemente non mi sono spiegato chiaramente. Non per superbia, ma perché è la nostra Costituzione a stabilirlo, noi crediamo proprio di dover essere dei garanti del diritto di non scelta sotto questo aspetto. Io ho parlato l'altra volto di costo umano del comunismo. E in ciò non vi è niente di grossolano perché proprio nel corso degli anni è giusto che tutta la polemica politica anticomunista si nobiliti e vada sempre più a temi generali, si spersonalizzi. Non vorrei però che a forza di togliere aggettivi si togliessero anche i sostantivi.
Vi è uno studio, uscito di recente ad opera del Congresso americano, una di quelle documentazioni sul resto del mondo che gli americani fanno; un documento assolutamente rigoroso dal punto di vista scientifico, affidato in questo caso allo scrittore inglese Robert Conquest. E in questo studio l'autore si documenta sul costo del comunismo sovietico, non in base a materiale di propaganda anticomunista, ma sulla scorta di atti ufficiali e di ricostruzioni dei vari momenti di destalinizzazione ed altri simili. Si tratta di cifre veramente spaventose, che devono confermarci nella nostra antica convinzione: il partito comunista all'opposizione, che spinge per le riforme, è una cosa non soltanto lodevole ma, credo, utile; ma dobbiamo stare attentissimi a che non possa esservi il rischio di una acquisizione del potere da parte del comunismo nel nostro paese.
A questo proposito si profila il tema della «lotta su due fronti», tema caro a De Gasperi che in anni passati ebbe a questo riguardo vivacissime polemiche con l'onorevole Nenni. All'ultimo comitato centrale del partito socialista, tuttavia, l'onorevole Nenni ha parlato della necessità di una «netta distinzione» con il partito comunista, il che significa che, se di lotta su due fronti non vuole parlare, deve almeno riconoscere l'esigenza di una difesa su due fronti. Non si tratta dunque di un discorso che non possa essere recepito.
Su questo punto non vi possono essere discussioni, soprattutto quando sono in atto tentativi giuridici o di fatto di giustificare la violenza. Del resto lo stesso onorevole Enrico Berlinguer, con frase eloquente, ha riconosciuto che vi è chi fa un uso «degenerativo» delle conquiste democratiche. Si tratta di «gruppuscoli» che non possono essere ricondotti a nostalgie del passato; che almeno apparentemente non hanno una disciplina, che non guardano verso l'avvenire, ma dei quali occorre pure tenere conto.
Vi è poi il grosso dubbio, che permane in noi, riguardo alla ricostituzione del partito fascista. Gli onorevoli Covelli e Lauro, nei loro discorsi di ieri, hanno detto di non essere dei neofascisti. L'onorevole Almirante, dal canto suo, ha detto che non voleva essere confuso con il fascismo. Lo stesso onorevole Almirante, dinanzi ad un dubbio espresso dal magistrato, ha detto di essere a disposizione della giustizia e di non volere nessuna copertura; ed è giusto che così avvenga.
Noi non siamo dinanzi al dubbio che si stia costituendo un fenomeno politico marginale. Quando dinanzi alla coscienza democratica del paese si affaccia il dubbio che si stia ricostituendo il partito fascista, bisogna sgomberare il campo senza indugi da simili dubbi; altrimenti mancheremmo radicalmente al nostro dovere.
Mi si rimprovera una sorta di furbizia che consisterebbe nel dire alcune cose e nel tacerne altre per non far dispiacere all'onorevole Bertoldi: insinuazioni del genere sono riecheggiate anche nel dibattito di questi giorni; ma, di fronte a un problema del genere, non vi è Bertoldi che tenga! Vi sono numerose, quasi illimitate libertà nel nostro paese, ma non vi è la libertà di ricostituire il partito fascista, poiché lo vietano la Costituzione e la legge del 1952. Non si può dunque ricostituire quel partito (Commenti a destra). Voi, colleghi dell'estrema destra, non avete niente a che fare con il partito fascista? Meglio così! Anzi, chiederemo aiuto anche a voi, allora, per sconfiggere nettamente queste posizioni. Ma, certamente, che il partito fascista non possa essere ricostituito è un punto che non può assolutamente venire posto in discussione: se noi non recidiamo queste pianticelle quando esse possono essere distrutte senza difficoltà, potremmo trovarci domani in presenza di una somma di condizioni negative che forse non potremmo rimuovere senza conseguenze tragiche per il nostro paese.
In un momento difficile come l'attuale, di fronte ad un insieme di fatti preoccupanti, noi dobbiamo esprimere chiaramente il nostro pensiero in Parlamento e dinanzi all'opinione pubblica e indicare con altrettanta chiarezza i responsabili una situazione che dobbiamo modificare, impegnandoci a fondo, con una piccola o non piccola maggioranza, per risolvere questi problemi. E' tuttavia necessario che i democratici abbiano consapevolezza che il problema esiste e che, sollevandosi per un momento dalle cose che li dividono, sappiano guardare con una visione unitaria alla situazione che sta di fronte a loro.
Ai numerosi giovani deputati che siedono in quest'aula, non pochi dei quali eletti per la prima volta in questa legislatura, vorrei comunicare un'esperienza compiuta in sede di Consulta nazionale e di Assemblea costituente, allorché ci radunavamo attorno a uomini politici del passato e sentivamo da loro rievocare momenti di vicende che risalgono ormai a cinquant'anni fa. Il dato dominante che coglievamo da loro era il rimpianto di non aver saputo a tempo opportuno mettere l'accento più sulle cose che univano i democratici che non su quelle che li dividevano. Gli scritti di Togliatti sono stati pubblicati recentemente in un primo volume dalle vostre edizioni, colleghi comunisti. Non so se siano tutti (ed in questo caso non si potevano fare delle omissioni), ma tra di essi ce n'è uno contro Gobetti indicativo su queste divisioni. Dico questo senza nessuna volontà di colpire la fantasia, ma è un sintomo. E leggete i carteggi pubblicati di Turati e molte altre analoghe pubblicazioni.

MANCO. Al prossimo esame di maturità classica … (Proteste all'estrema sinistra).

ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Onorevole Manco, gli esami proponevano anche parecchi altri temi: mia figlia ne ha svolto un altro e si è trovata benissimo; quindi non c'è assolutamente da preoccuparsi.
Ho detto questo non certamente per affermare che oggi siamo in condizioni uguali o analoghe al 1920-1925, ma per sostenere che alcune cose vanno viste con lungimiranza e prima che assumano un grado di pericolosità. Ecco, io guardo proprio a quel lontano periodo come a uno dei periodi più importanti e significativi. Nel momento in cui noi abbiamo iniziato la vita pubblica ne abbiamo sentito dalla tradizione orale le luci, le ombre, le forze e le debolezze. Noi quindi dobbiamo stare attenti.
Se si guarda sotto questi profili, non è poi tanto peregrino il voler cercare dei punti di collegamento anche tra socialisti e liberali; se si guarda, ripeto, in questa ottica, che non è certamente un'ottica di difesa di una formula o di una maggioranza.
Vorrei concludere richiamandomi per un momento a quanto ha detto l'onorevole Anderlini. L'onorevole Anderlini ieri ha citato Montale, che però fa parte della maggioranza …

ANDERLINI. Cito anche quelli della maggioranza.

ANDREOTTI, Presidente del Consiglio dei ministri. Quando l'onorevole Anderlini ha parlato in modo particolare di queste «piume lacerate», non so se si riferisse ad una o ad un'altra poesia. Comunque, onorevole Anderlini, le, spiegherò poi perché non voglio chiederle certe cose in pubblico, proprio perché non vorrei essere accusato di «montar sul cavallo bianco» dell'onorevole Almirante.
Certamente non era suo desiderio incitarmi a far ciò. Comunque c'è un'altra poesia che ella non ha citato e che è molto bella - certo, non poteva citarle tutte; ci mancherebbe altro, staremmo ancora qui - ma la cito io perché mi giova per concludere questo mio un po' frammentario modo di rispondere agli oratori. Ed è una delle poesie della raccolta Ossi di seppia. Dice così: «Non domandarci la formula, che mondi possa aprirti. Codesto solo -oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
Vorrei proprio che la mia conclusione potesse ispirarsi a questa frase di Montale. Noi «non siamo» quello che molti degli avversari, con una ostinazione svalutativa degna a mio avviso di causa migliore, cercano di dipingerci; noi «non siamo» disponibili a qualsiasi tolleranza verso forme involutive o verso pericoli di qualunque genere per la democrazia. Noi «non vogliamo» rimanere al nostro posto un giorno più del necessario e vogliamo rimanerci con l'unica preoccupazione … (Interruzione del deputato Romualdi). E' vero, onorevole Romualdi, ci sono momenti come questo in cui ho la nostalgia di quando potevo fare i discorsi stando dall'altra parte di questo banco: ero molto più libero e meno imbrigliato. Dicevo che noi «non vogliamo» rimanere al nostro posto un giorno più del necessario e vogliamo rimanerci con l'unica preoccupazione, fino a quel momento, di essere stati sempre coerenti fino allo scrupolo con il vincolo politico che ci lega agli elettori e con gli impegni che abbiamo assunto dinanzi a tutti voi deputati - di maggioranza e no - che qui rappresentate nella sua interezza la nazione (Vivi applausi al centro e a sinistra — Molte congratulazioni).

On. Giulio Andreotti
Camera dei Deputati
Roma, 7 luglio 1972

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di venerdì 7 luglio 1972)


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