LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL II° GOVERNO ANDREOTTI: INTERVENTO DI ARNALDO FORLANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 4 luglio 1972)

Le elezioni politiche del maggio 1972 forniscono alcuni punti di riferimento chiari. Non c'è alcuna "ondata" a sinistra, nonostante il movimento del '68. La destra non sfonda dal punto di vista elettorale. La DC rimane con una consistenza forza elettorale (oltre il 38% dei voti).
In questo quadro, con le difficoltà a varare una nuova maggioranza di centro-sinistra, la DC avalla un ritorno ad una formula centrista (DC-PSDI-PLI, con l'appoggio esterno del PRI) guidata dall'on. Giulio Andreotti.
Il II° Governo Andreotti si presenta alla Camera dei Deputati per presentare il programma ed ottenere la fiducia il 4 luglio 1972. Il Segretario politico della DC, on. Arnaldo Forlani, interviene nel dibattito il 6 luglio

* * *

FORLANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, le critiche che hanno accompagnato la formazione di questo Governo e che sono state ripetute qui da coloro che lo avversano, sollecitano una nostra risposta anche perché esse si rivolgono soprattutto alla democrazia cristiana, ad una presunta svolta che il suo gruppo dirigente, come è stato detto, avrebbe operato rispetto ad una linea politica che ormai da più di dieci anni aveva caratterizzato l'impegno del nostro partito. Noi naturalmente non condividiamo queste critiche, ma mentre per una parte di esse vediamo in modo manifesto e scoperto l'aspetto artificioso di una polemica strumentale e finalizzata ad alterare la realtà, per altre critiche, più motivate e sincere, che riecheggiano anche preoccupazioni e dissensi emersi nel dibattito interno alla democrazia cristiana, la nostra riflessione non può non essere attenta, attenta e disponibile per approfondire e chiarire le ragioni delle nostre decisioni e di questo nostro attuale impegno, ed è a queste, ovviamente, che siamo maggiormente interessati a rispondere ed è a queste che si indirizzano ora le nostre considerazioni.
Vi è stata una tendenza nel corso della crisi e c'è ancora una tendenza a portare sulla democrazia cristiana tutte le responsabilità del difficile cammino che ha condotto alla formazione del Governo presieduto dall'onorevole Andreotti. Dobbiamo dire che si tratta di un atteggiamento sbagliato quando è assunto in buonafede, mentre in alcuni casi è manifestamente pretestuoso, quando addirittura non copre in realtà incertezze e contraddizioni altrui.
Nel corso della campagna elettorale noi abbiamo detto in modo chiaro che avremmo ricercato la possibilità di incontro e di collaborazione fra le forze democratiche comprese nell'arco che va dal partito liberale al partito socialista. La democrazia cristiana ha chiarito ancora che la possibilità di una ripresa del governo di centro-sinistra era condizionata al superamento di ambiguità e di contraddizioni che avevano progressivamente portato il partito socialista in una posizione diversa e tale da logorare la formula e il significato della coalizione.
Di fronte ai gravi problemi del paese, specie con riferimento a quelli della ripresa economica e dell'ordine pubblico, la democrazia cristiana, conclusa la battaglia elettorale, ha proposto subito un confronto con tutti i partiti democratici che considerava e considera interlocutori per la formazione di una maggioranza e di un Governo, in un momento eccezionale e particolarmente impegnativo per la salvaguardia delle condizioni di vita e di sviluppo della democrazia, in ciò concordando con una proposta dell'onorevole La Malfa e del partito repubblicano. Questo confronto collegiale non è stato possibile, mentre d'altra parte la riunione del comitato centrale socialista ha confermato la necessità che all'interno di questo partito si svolga un chiarimento che solo il congresso nazionale potrà concludere.
Non è un mistero per nessuno, credo, che la democrazia cristiana aveva manifestato la disponibilità ad esaminare in sede di direzione una formula di governo comprensiva della DC del PSDI e del PRI che, in attesa dei congressi nazionali di alcuni partiti, potesse contare sull'appoggio parlamentare del partito socialista italiano e del partito liberale. Anche questa proposta non ha trovato incoraggiamento alcuno e possibilità di accoglimento; e, per quanto ne so, neanche le ipotesi alternative pure avanzate.
Sulla base di questi fatti e partendo da una esigenza di collegamento e di collaborazione con altre forze democratiche, il Presidente Andreotti, adempiendo il mandato ricevuto e in accordo con il suo partito, ha concluso la crisi con questo Governo. Un Governo tale, per programma e per orientamento politico, da non rappresentare alcuna chiusura e alcun arroccamento rispetto alle esigenze di progresso e di rinnovamento della società, impegnato con tutte le sue forze a realizzare le condizioni della ripresa economica e a garantire l'ordine democratico, ancorato ai valori della Costituzione, chiuso al Movimento sociale italiano e alle torbide minacce reazionarie, coerente nel confronto critico e costruttivo con il partito socialista, chiaro nella contrapposizione ideale e politica al comunismo.
Su queste linee l'onorevole Andreotti ha avuto la nostra fiducia, la nostra solidarietà, il nostro consenso a formare nell'ambito del mandato ricevuto un Governo di coalizione.
Governo che nasce, certo, in circostanze di particolare gravità, o eccezionali come qualcuno ha detto, ma che una volta costituito e investito della fiducia parlamentare avrà pienezza di potere e di autorità per affrontare i problemi gravi del paese.
E anche ora è giusto che di fronte alle difficoltà e agli ostacoli che il Governo dovrà superare per portare a realizzazione il programma enunciato, confermiamo non solo l'impegno pieno del partito, ma la grata solidarietà della democrazia cristiana per l'amico che con coraggio e spirito di dedizione si accinge ad un arduo compito nell'interesse del paese, non sottraendosi in alcun modo alle proprie responsabilità.
Il programma che la democrazia cristiana ha proposto nella campagna elettorale e che abbiamo indicato al Presidente come base di confronto e di discussione con gli altri partiti è largamente compreso nelle dichiarazioni che abbiamo ascoltato. Partecipazione attiva al processo di costruzione europea, piena fedeltà all'alleanza atlantica, elemento decisivo per la pace e la sicurezza del nostro paese; lotta alla criminalità e alla violenza, difesa intransigente della legalità e dell'ordine costituzionale contro chiunque e da qualsiasi parte vi attenti; valorizzazione delle forze preposte alla difesa dello Stato e della sicurezza dei cittadini; rilancio della produzione e ripresa del processo di sviluppo economico, perseguendo l'obiettivo della massima occupazione e indirizzando quindi tutte le risorse nazionali in modo coerente in questo senso; una oculata politica della spesa pubblica, la ripresa dell'edilizia e la espansione degli investimenti industriali costituiscono le linee di un immediato intervento fondato sul sostegno all'iniziativa privata, sulla massima concentrazione degli interventi delle partecipazioni statali nel Mezzogiorno e nelle altre aree regionali non industrializzate; attuazione delle riforme impostate nella precedente legislatura, dall'università alla scuola secondaria, dalla politica dei trasporti a quella edilizia, dalla riforma sanitaria a quella del diritto di famiglia, alla coerente attuazione dell'ordinamento regionale.
Per la politica agricola inoltre approviamo pienamente il proposito del Governo di commisurarla sull'ordinamento regionale e sugli impegni europei in rapporto alla partecipazione finanziaria della Comunità per la ristrutturazione dell'agricoltura. La revisione dei criteri di definizione dei canoni nella legge sui fitti è tutt'altro che un fatto regressivo ma nasce dalla generale constatazione delle assurde sperequazioni che comporta il riferimento ai valori del catasto così come è stabilito nella legge approvata nella precedente legislatura, legge che solo con queste modifiche può essere salvaguardata nel suo sostanziale valore.
Dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio appare chiaro che vi è stata sul terreno dei contenuti una chiara intesa che rende fiduciosi in ordine alla coerenza dell'azione di Governo. È comune la consapevolezza della serietà della situazione economica e vi è nei quattro partiti democratici la volontà di operare scelte conseguenti per ridare slancio e condizioni di sicurezza al sistema produttivo. Ha certo ragione l'onorevole La Malfa quando ricorda che la relazione del governatore della Banca d'Italia, a parte la diversità dei giudizi in ordine alle cause immediate della crisi, non può trovare obiezioni consistenti o non componibili con riferimento ai dati oggettivi di una situazione che è quella che è, con riferimento cioè alla constatazione di una realtà di crisi dalla quale occorre uscire con una politica risoluta e con una rinnovata capacità di direzione che, rispetto agli obiettivi primari della salvaguardia dell'occupazione e della ripresa dello sviluppo, coinvolga certo la responsabilità dei sindacati e degli operatori economici secondo un metodo e relativamente a misure che trovano, secondo noi, nel documento Giolitti una base importante di convergenza.
Così in ordine alla politica delle riforme mi pare che accanto ad una visione realistica abbia preso più diffusa ed approfondita consistenza la convinzione che alcune di esse si presentano non solo indilazionabili rispetto ad esigenze umane, sociali e di giustizia ma possano diventare esse stesse elemento di spinta e di ripresa, elemento cioè condizionante dello stesso sviluppo economico, a condizione certo che alla qualità, alla bontà delle leggi, alla loro efficacia si accompagnino criteri generali di sana amministrazione, di severa responsabilità nella spesa pubblica, di lotta più incisiva alle dispersioni, alle indiscipline e alle inerzie che minano la macchina complessiva dello Stato.
Sull'altro aspetto emergente dell'impegno di Governo, che è quello dell'ordine pubblico, della difesa della legalità, della lotta al crimine e alla violenza mi pare di poter dire che i fatti, le trame ancora oscure che avvelenano la vita del paese, l'inquietudine che serpeggia ovunque, abbiano spostato la generica disponibilità su un piano di maggiore rigore per tutti, di maggiore consapevolezza e senso di responsabilità. Credo che rispetto a queste esigenze vi sia in realtà oggi un accordo abbastanza generale e diffuso, voglio dire anche al di là dell'area attuale di Governo. E se questo Governo fosse giudicato anziché in via preliminare e secondo schemi precostituiti, sulla base della concreta capacità di iniziativa e di direzione, non ho dubbi che la sua base di consenso potrebbe essere ben più ampia di quella che di fatto la coalizione comporterà.
Ma noi sappiamo che difficilmente qualcuno è disposto, nel nostro sistema politico, a concordare sugli aspetti programmatici, sui contenuti dell'azione ove non abbia condiviso e non condivida la formula di Governo.
E dobbiamo riconoscere che non si tratta solo di nominalismi. Il fatto è che in una situazione come la nostra, pressata a sinistra da una forza comunista così rilevante e da destra dalla continua minaccia di un riflusso reazionario, qualsiasi impegno di governo si definisce in primo luogo su una linea di sicurezza democratica.
L'aver posto dunque la nostra posizione a confronto con tutti i partiti democratici per ricercare con tutti una soluzione corrispondente alla serietà della situazione, mi pare sia stato da parte nostra un atto di responsabilità. Credo che questo debba restare, in una fase così difficile e grave, il nostro metodo, la nostra linea di condotta. L'opinione pubblica deve avere ben chiaro come il nostro sia stato e sia un atteggiamento di responsabilità. Veniamo spesso accusati di tendenze integraliste, ma in realtà, alla prova dei fatti, noi siamo sempre aperti a una visione complessiva ed equilibrata della realtà, ad un rapporto vasto di collaborazione. E se per integralismo si intende una orgogliosa presunzione di autosufficienza, una interpretazione unilaterale della realtà sulla base di rigidi schemi ideologici, allora vediamo che in effetti questo integralismo esiste più in altri che in noi, e non si traduce pienamente nei fatti solo perché manca a questi altri, la forza necessaria per affermarlo.
Comunque, indipendentemente da questo, noi abbiamo riconfermato, riconfermiamo la nostra precisa volontà di incontro e di collaborazione democratica. Perciò abbiamo ricercato anche la possibilità di un confronto collegiale dai socialisti fino ai liberali. Pur conoscendo le difficoltà, abbiamo ritenuto e riteniamo che in un momento così serio vi potrebbero essere fra tutti i partiti democratici preoccupazioni comuni, valutazioni programmatiche vicine, lo stesso desiderio di vedere garantite le condizioni della libertà e dello sviluppo. Solo che questa realtà fatica a venir fuori, perché la polemica delle ideologie si è stratificata nel tempo e ha formato una spessa crosta che non è facile penetrare. Ma, indipendentemente dal risultato immediato a cui siamo pervenuti, io credo che scalfire questa crosta, spessa ma di superficie, sia necessario, sia utile; e comunque mi pare giusto che la democrazia cristiana lo faccia con ostinazione, con continuità, perché l'ammodernamento del nostro paese passa anche attraverso il superamento dei tabù, il superamento delle parti secche delle vecchie ideologie e la riscoperta invece di ciò che è valido, attuale, in rapporto ai fatti, alle modificazioni profonde intervenute nel mondo e all'interno della nostra società. Questo dico per chiarire che il tentativo non aveva, come è stato detto, un carattere accademico, di studio o di diversione. No. Noi abbiamo fatto una proposta, abbiamo indicato un metodo che aveva una sua concretezza, una sua specifica giustificazione politica attuale.
Siamo usciti da una campagna elettorale che ha avuto al centro del dibattito questa nostra richiesta di superamento dello schema obbligato, della formula precostituita, questo tentativo di dare più respiro alla democrazia, di non identificare le sue possibilità di vita e di sviluppo all'interno di una formula. Questa richiesta è intervenuta in corrispondenza a dei fatti, a un'opinione diffusa nel nostro elettorato, nel paese, relativa a contraddizioni che non siamo riusciti a superare nella esperienza di centro-sinistra, nel nostro rapporto di collaborazione con i socialisti. Contraddizioni, onorevole Bertoldi, che hanno certo concorso a portare alla fine anticipata della precedente legislatura e che hanno contrassegnato d'altra parte lo svolgimento della campagna elettorale ed anche il suo risultato.
I comunisti nel loro comitato centrale, e anche ieri alla Camera il segretario nazionale del partito comunista, onorevole Berlinguer, hanno dovuto prendere atto della capacità di presenza, della forza di penetrazione, della solidarietà popolare che circonda e accompagna il nostro partito nel paese, dopo 25 anni di governo, in mezzo a processi di trasformazione che avrebbero logorato qualsiasi partito democratico diverso dalla democrazia cristiana. Essi hanno anche sottolineato la straordinaria partecipazione dei giovani a questa nostra battaglia. Ciò che i comunisti non rilevano, e di cui forse non si rendono conto, è che questa democrazia cristiana ha battuto spinte reazionarie molto pericolose, che hanno usufruito di appoggio di solidarietà complesse, come mai era avvenuto nei 27 anni di rinascita democratica.
La democrazia cristiana ha impedito la frattura irrimediabile, la lacerazione fra ceti medi e popolari, e, ripeto - indipendentemente dalle difficoltà che abbiamo ritrovato pressoché intatte e a quelle che abbiamo ora incontrato per la formazione di un Governo - ha consolidato nel paese in termini di fiducia, di impegno popolare, la prospettiva democratica di fronte alla spirale della sua involuzione e della sua caduta.
La soluzione di governo che ora giudichiamo non è contraddittoria rispetto alle esigenze che abbiamo espresso nella campagna elettorale e sulle quali abbiamo trovato un riscontro non solo di voti ma, come ho detto, di partecipazione o di solidarietà attiva. Questo significa forse rinnegare l'esperienza che abbiamo fatto nella passata legislatura e ricercare formule che segnino una frattura irrimediabile rispetto a questa esperienza? Non credo che questa sarebbe la frase giusta. Noi dobbiamo piuttosto ricercare fra le forze democratiche un rapporto di collaborazione nuovo, una fase di riesame e di confronto che ci consenta di superare quelle contraddizioni e quei punti di incertezza e di contrasto che nel passato hanno finito per far prevalere gli elementi di crisi e di incompatibilità sulle ragioni della coesione necessaria ai compiti di direzione nella, vita dello Stato.
Né potevamo ridurre, così credendo di risolverlo, il problema ad un fatto numerico, arrivando alla conclusione che, essendo il rapporto di collaborazione con i socialisti quello che garantisce una base parlamentare più consistente, in questa direzione avremmo dovuto senz'altro muoverci. I numeri sono importanti, ma non bastano. Chi ha creduto, onorevoli colleghi, e crede che nel rapporto con i socialisti, nella ricerca di una collaborazione democratica a sinistra vi sia un aspetto essenziale in ordine alle possibilità di costruire e rendere solido un sistema di democrazia in Italia, chi crede sul serio a queste cose non può farne una mera questione numerica. Bisogna invece che questo rapporto trovi una sua coerenza, una sua giustificazione politica e strategica; non può e non deve essere un mero fatto di potere, come avrebbe rischiato di diventare senza superare le contraddizioni che si sono manifestate.
Era possibile oggi, a ridosso della battaglia elettorale, di una battaglia nella quale il partito socialista ha ritenuto di poter giocare con successo le sue carte a sinistra, in direzione del partito socialista di unità proletaria, accreditando a proprio titolo di merito quelle contraddizioni che noi invece vogliamo superare; era possibile oggi, dicevo, all'indomani della battaglia, determinare in un confronto rapido una risposta capace di corrispondere alle esigenze di chiarezza, di convinzione, di coerenza, che non soltanto noi, ma la vasta opinione democratica del paese reclama? Noi pensiamo che oggi questa risposta avrebbe finito per essere tanto più negativa e legata a fatti precostituiti e di prestigio, quanto più fosse stata puntigliosa e severa la richiesta. E tale questa sarebbe stata.
Ecco perché rimango convinto che anche questo accertamento in direzione delle possibilità di ricostituzione del centro-sinistra non sarebbe stato utile, e probabilmente sarebbe riuscito dannoso, se si fosse svolto in via preventiva, fuori da un confronto complessivo con tutti i partiti democratici.
In questo periodo certo anche per noi si pongono problemi di approfondimento, di specificazione, per rendere più concreto il nostro impegno di adeguamento e di direzione nella vita dello Stato, per ricercare il massimo possibile di intesa fra le forze democratiche, tutte in qualche modo oggi essenziali nell'equilibrio politico del paese, e per lo sviluppo della nostra azione di salvaguardia del sistema e di superamento della attuale fase di rischio e di crisi. E qui noi non possiamo che procedere con grande cautela avendo presenti le esigenze di governo, ma senza perdere di vista le nostre responsabilità più generali che si proiettano nel futuro, che hanno riguardo allo svolgimento dell'intera legislatura, che debbono mirare a salvaguardare le condizioni complessive dell'equilibrio democratico del paese. Siamo in una situazione che alcuni partiti definiscono di emergenza, che comunque presenta aspetti particolarmente gravi.
Era giusto dunque che noi ricercassimo il collegamento con tutte le forze democratiche, che non ponessimo preclusioni o pregiudiziali nei confronti di alcuno, che non rischiassimo di rimanere isolati o chiusi in una strettoia priva di alternative. Sarebbe stato certamente superfluo, a poche settimane dalla relazione Carli, che il Presidente del Consiglio avesse qui messo in luce con dovizia di dati il sostanziale ristagno in cui versa la nostra economia, si fosse cioè diffuso in dettagliate analisi. E tuttavia egli ha fatto bene, a nostro avviso, a ricordare gli aspetti essenziali che concorrono a caratterizzare la situazione economica in termini tali che male si prestano a miracolistici interventi risanatori.
Il rilancio può venire principalmente dagli investimenti, e in particolare da una ripresa dell'edilizia, ma va precisato che nessuno di noi vuole incidere sul principio degli espropri così come è accolto nella recente legislazione. È però indispensabile alleggerire e semplificare le procedure per consentire dei celeri interventi che arrestino il declino, che ormai dura da quasi un triennio, dell'industria delle costruzioni. Ma la ripresa dell'edilizia per altro non può essere che lenta per sua natura. E' necessario favorire l'espansione degli investimenti industriali. I problemi a questo riguardo sono molti, ma non c'è dubbio che è indispensabile ricreare dei margini di redditività per le imprese, anche se le statistiche coprono situazioni molto diverse e sono spesso lacunose ed impressionanti (secondo la stima della Banca d'Italia le società industriali hanno nel complesso registrato un risparmio negativo di circa 400 miliardi).
È evidente che in situazioni di questo tipo, gli investimenti si bloccano e sono necessari provvedimenti di fiscalizzazione e di detassazione.
In secondo luogo, trovandoci in presenza di capacità produttive non utilizzate, è indispensabile un qualificante rilancio della domanda. Non si può far conto soltanto sulle imprese a partecipazione statale. Basti pensare che queste hanno nel 1971 eseguito quasi la metà degli investimenti industriali, mentre la loro quota sulla produzione nazionale è di circa un decimo del totale.
Stiamo attraversando un momento critico nel quale molte contraddizioni del nostro sviluppo economico sono emerse in piena evidenza ed il loro superamento è reso ancora più difficile dal non agevole contesto internazionale.
I recenti avvenimenti hanno dimostrato come la situazione monetaria mondiale presenti elementi di notevole complessità, e non pochi paesi si dibattono tra gli scogli dell'inflazione e quelli della recessione, mentre i rapporti con i paesi del terzo mondo sì fanno sempre più difficili.
L'opera di rilancio della nostra economia non può quindi arrestarsi a considerazioni di breve periodo. Interi settori industriali devono essere ristrutturati e nuovi equilibri devono essere ritrovati nell'ambito delle imprese per tener conto delle conquiste compiute dai lavoratori.
Non è certo, infatti, nostra intenzione rimettere indietro l'orologio e gettare un colpo di spugna su quanto di positivo si è verificato negli anni recenti. Ma ha fatto bene il Presidente del Consiglio a mettere in guardia tutte le forze sociali sulle difficoltà obiettive del momento e sulla necessità di superarle con uno slancio unitario di rinnovamento in cui tutti concorrano ad avviare a soluzione i problemi irrisolti del nostro paese.
Noi abbiamo auspicato e ricercato una soluzione che consentisse di portare avanti in modo coerente una programma di Governo adeguato alle esigenze attuali, secondo una linea di sicurezza democratica. Non diamo a questo Governo un carattere di provvisorietà. Sarà un Governo che agirà secondo un programma preciso, nella pienezza di una autorità che viene dal consenso parlamentare.
Oggi siamo in una fase che obiettivamente pone alle forze politiche esigenze di revisione e di approfondimento. Non Governo provvisorio, dunque, nel senso di un Governo cui si assegni l'ordinaria amministrazione, ma piuttosto un impegno di direzione che realizzi il massimo di efficienza operativa rispetto ai problemi più gravi del paese. Ma questo non va disgiunto dalla consapevolezza che il dialogo, la riflessione, le revisioni che nei partiti si determineranno in questa stagione, in questo periodo, e gli stessi congressi dei partiti, saranno momenti decisivi, di definizione delle linee politiche che segneranno poi l'equilibrio ed il corso della presente legislatura.
Abbiamo dovuto ora concludere questa crisi senza lasciare troppo spazio a polemiche e ad incertezze che avrebbero ancora logorato la situazione; e naturalmente era importante che la conclusione fosse tale da garantire da una parte l'efficienza del Governo e dall'altra le condizioni di chiarezza e di coerenza che debbono accompagnare una linea di sicurezza democratica.
I dirigenti comunisti ci ricordano che senza il contributo dei loro nove milioni di voti non è possibile assicurare al paese alcuna garanzia reale di sviluppo democratico. Noi pensiamo che, certo, nove milioni di voti comunisti pesano sulla vicenda politica del paese e nelle prospettive di consolidamento e di sviluppo della democrazia; ma pensiamo che ancora di più sia difficile guardare a questa prospettiva prescindendo dai tredici milioni di cittadini che votano per la democrazia cristiana, questa grande forza democratica e popolare che insieme con altri partiti ha consentito che l'Italia andasse avanti salvaguardando le condizioni e le possibilità di sviluppo della vita democratica (Commenti all'estrema sinistra).
L'onorevole Amendola ha invitato i socialisti a considerare come, dopo gli accordi di governo conclusi in Finlandia e nel Cile, viene oggi l'indicazione della Francia, dove un partito socialista aderente all'Internazionale socialista e protagonista – come egli scrive – per lunghi periodi di aspre lotte condotte contro i comunisti, non esita a concludere, dopo lunghe e difficili trattative, un accordo di governo con il partito comunista.
Lasciando da parte la situazione della Finlandia, dove l'autorevole esponente del comunismo italiano sa meglio di noi quale peso e quale condizionamento obiettivo eserciti nelle vicende interne la pressione ai confini da parte dell'Unione Sovietica, dobbiamo dire che, avendo avuto qualche occasione per conoscere da vicino la situazione cilena, è proprio questo che riteniamo debba essere evitato qui, se vogliamo sviluppare veramente un processo democratico e consolidare un sistema di libertà. E ben a ragione per questo aspetto l'Avanti!, quotidiano ufficiale del partito socialista, ha replicato come il problema del rapporto col partito comunista non possa essere ridotto a una questione di programmi, essendo questi non punti di partenza, ma punti di arrivo dei processi politici. Trovare a tavolino le formule per la politica estera, per la politica interna, per la politica economica, per la politica comunitaria, non serve a nulla se dietro a queste formule non c'è una forza politica reale, convinta e convincente, che all'accordo su queste formule è pervenuta avendo superato quegli ostacoli – si chiamino di principio o in qualsiasi altro modo – che nella realtà dei partiti esistono e che esistono anche nella realtà più vasta in cui siamo chiamati ad operare.
E ancora conveniamo con i socialisti che «la questione va riportata nel suo ambito naturale, e cioè ai fatti politici, ideologici, dottrinari, alla diversità di esperienze in campo internazionale che costituiscono altrettanti nodi da sciogliere al fine di avviare un discorso che trovi sviluppi positivi non solo all'interno dei partiti della sinistra, della loro base, dei loro militanti, dei loro elettori, ma presso altri partiti e presso l'opinione pubblica di quei settori politici, e sociali che non rientrano direttamente nella sfera di influenza dei partiti di sinistra». Così l'Avanti!
Ma se così stanno le cose, onorevoli colleghi del partito socialista, quale senso ha sullo stesso giornale la critica sommaria al centrismo degasperiano che fu proprio anche nei confronti dei socialisti – allora chiusi nel patto di unità d'azione – l'assunzione coerente di una responsabilità democratica da parte di uomini e di partiti che volevano appunto, per dirla con le vostre parole, riportare la questione nel suo ambito naturale, e cioè ai fatti politici, ideologici, dottrinari, alla diversità di esperienze in campo internazionale che costituiscono altrettanti nodi da sciogliere?
Ora, il problema resta anche per noi in questi termini essenziali, termini che hanno riferimento soprattutto a una linea di sicurezza democratica che si voglia perseguire con coerenza nel nostro paese.
Anche con i socialisti non è stato il problema delle riforme a dividerci, e non sarà questo a impedirci di collaborare al Governo. Ed è abbastanza presuntuoso ritenere che i processi di trasformazione intervenuti nella nostra società non abbiano trovato risposte adeguate se non nel partito socialista, mentre la democrazia cristiana e gli altri partiti democratici si sarebbero fatti – leggo sempre l'Avanti! – «unicamente portavoce e rappresentanti delle paure, dei rancori, delle volontà punitive emergenti dal seno dei ceti più rapaci e provinciali del capitalismo, degli strati più retrivi della borghesia parassitaria, delle caste burocratiche afflitte da nostalgie autoritarie».
Ecco, ho letto sempre dall'Avanti!, onorevole Bertoldi.

MANCINI GIACOMO. Potrebbe leggere anche qualche discorso dei suoi amici, fatto durante la campagna elettorale.

FORLANI. I discorsi dei nostri amici erano un invito a superare delle contraddizioni che avevano pesato nella nostra esperienza, nella nostra collaborazione, non a precludere un rapporto e la continuità di una politica.
Questo che ho citato è un modo abbastanza sintetico attraverso il quale è possibile cogliere per certi aspetti la totale incomprensione della nostra realtà, un modo ottocentesco di interpretare ciò che noi rappresentiamo, la ragione, quindi, anche del comprensibile vostro stupore di fronte alla nostra riconfermata forza elettorale, e anche, in sostanza, le ragioni delle difficoltà intervenute in un rapporto di collaborazione e nell'esperienza di centro-sinistra.
Per noi non sono le formule di Governo a decretare se si va avanti o se si torna indietro. Le formule di necessità si ripetono e si alternano in un sistema democratico, e la loro attualità rispetto ai problemi del paese non può essere predeterminata in termini nominalistici e schematici. E' la capacità di adeguamento e di collegamento dei partiti con la società a segnare la validità o meno delle formule di Governo, sempre, per noi, nell'ambito di forze che siano componibili in una comune prospettiva democratica.
Ed è qui che ci sembra molto semplicistico un tipo di critica diretta a vedere nella centralità della democrazia cristiana una linea precostituita e di condizionamento specifico rispetto a una formula di Governo, una linea, cioè, meramente difensiva quando in realtà essa altro non è che il modo di essere di un partito non classista, ma popolare, legato in modo organico a questa società ed alla sua prospettiva democratica e di rinnovamento. Questa nostra centralità non è legata dunque a formule di Governo, è espressiva del nostro carattere di forza politica, della nostra natura di movimento democratico, della vasta base elettorale che rappresentiamo, dell'incontro fra ceti popolari diversi. È la espressione della saldatura più ampia che sia mai stata realizzata in Italia da un partito, fra ceti diversi della campagna e della città, del nord e del Mezzogiorno.
Non comprendere questo significa non comprendere la democrazia cristiana e neppure le ragioni del consenso che ci accompagna e che ci fa forza necessaria di Governo all'interno di questo difficile processo di costruzione democratica.
La nostra capacità di collegamento con la vasta opinione democratica del paese, la nostra crescente saldatura con grandi componenti popolari nelle fabbriche e nelle campagne, negli uffici e nelle scuole, con i ceti intermedi dell'artigianato e del commercio, la nostra presenza così forte nel mondo dei giovani e delle donne sono apparsi come dati politicamente rilevanti anche nelle recenti elezioni. Ma ciò non è avvenuto per caso, onorevoli colleghi. Ciò è stato possibile in ragione di una linea politica indicata con chiarezza agli elettori, una linea che è risultata capace di determinare i consensi necessari per rendere concreta la nostra funzione in Italia, la nostra funzione di grande movimento popolare di democrazia. per questa presenza che è stato possibile ridimensionare le tendenze involutive e reazionarie sviluppatesi nel paese, ridurne la forza di attrazione verso più consistenti gruppi sociali, bloccare un processo di progressiva rottura dell'equilibrio democratico e costituzionale.
Il problema, come responsabilmente ha sottolineato, anche nel corso della campagna elettorale, il senatore Saragat impegnava soprattutto la democrazia cristiana, ma certo riguardava tutti i partiti democratici che si pongono dal punto di vista dell'interesse generale del paese. Ed è con questo spirito che noi ci siamo battuti. Ed i rischi sono stati molto seri. Ma noi usciamo bene da questa prova, ed ha ripreso vigore in molti la consapevolezza del ruolo centrale e decisivo che spetta alla democrazia cristiana a sostegno delle nostre istituzioni.
Abbiamo messo in valore con chiarezza il nostro carattere di forza democratica, popolare, antifascista e il paese ha compreso le nostre ragioni, che poi sono in così larga misura quelle di una democrazia pluralistica che vuol procedere sulla via del progresso, sviluppando le grandi potenzialità civili, sociali ed economiche che in essa risiedono.
Siamo stati da sempre al centro di tentativi diversi e contraddittori volti a ridimensionare la nostra presenza nel paese e nelle istituzioni; ma certo mai come negli anni recenti si sono sviluppati processi così vasti e complessi volti da un lato a porre in crisi il nostro collegamento con le forze emergenti dal processo di sviluppo della società e dall'altro a interrompere l'immediata e diretta saldatura col nostro più naturale retroterra sociale e culturale. Di qui anche è venuta avanti, e in modo pericoloso, una più spregiudicata capacità di manovra del Movimento sociale italiano.
Siamo usciti dalla stretta in cui si è venuta a trovare la situazione politica del paese attraverso il risultato di una consultazione elettorale (per altro da noi non ricercata) che ha riconfermato la capacità di collegamento della democrazia cristiana con la larga, opinione democratica del paese e con grandi componenti sociali e popolari.
Ora ci troviamo in presenza di fenomeni di evidente gravità. La stagnazione produttiva (ha ragione l'onorevole La Malfa) comporta pericoli di regresso come paese industriale moderno. Gli attacchi contro l'ordine democratico e costituzionale si appoggiano su fatti organizzativi di una certa consistenza. Essi chiamano in causa, a nostro giudizio, la responsabilità di tutte le forze democratiche.
Rovesciando strumentalmente la logica che ci ha guidato in questa difficile crisi, si è voluta da alcune parti accreditare l'idea di una nostra scelta di schieramento, di un ritorno alla vecchia formula centrista. Da parte nostra, avendo conosciuto il valore e il significato di una fase importante dell'esperienza degasperiana, non avremmo certo complessi o difficoltà ad attribuire questo preciso significato all'esperienza in atto. Il fatto è che questo Governo non si pone in quella dimensione e non solo perché, come è stato detto, la realtà di oggi non è certo quella di allora sia sotto il profilo sociale ed economico sia sotto quello più propriamente politico e civile, ma in primo luogo perché con questa attuale esperienza intendiamo fare fronte alla situazione grave che esiste nel paese, ma non rifiutare il valore costruttivo e strategico dell'impegno che la democrazia cristiana ha posto in questi anni per allargare la base democratica dello Stato.
Siamo una forza centrale per la democrazia in quanto operiamo per garantire le condizioni utili per la sua complessiva crescita in termini civili, sociali e di lavoro. La nostra contrapposizione al comunismo, onorevole Berlinguer, è valida, e noi rappresentiamo una componente così rilevante della nostra società in quanto abbiamo offerto alla prospettiva nazionale il contributo democratico e non già integralistico di una lunga esperienza storica che è quella, in primo luogo, dei cattolici democratici, che da Murri a Sturzo a De Gasperi hanno rappresentato una strategia costruita su valori culturali e politici alternativi rispetto alla logica del clerico-moderatismo e antagonistici rispetto alla spinta aggressiva di natura fascista e autoritaria.
Su questa linea intendiamo muoverci nel Parlamento e nel paese, ricercando ogni utile apporto volto a favorire una crescente solidarietà verso le istituzioni da. parte di tutte le forze democratiche. Certo, di fronte all'obiettivo di saldare intorno allo Stato democratico le più vaste forze sociali, l'impegno non può che essere complessivo e deve pertanto riguardare ogni espressione politica, sindacale e civile della nostra società che intenda nel profondo le permanenti ragioni del disegno costituzionale.
Alla democrazia cristiana spetta un suo preciso e rilevante compito al riguardo e noi ci sentiamo unitariamente impegnati, con piena consapevolezza della nostra tradizione storica e politica, a dare forza e consenso crescente alla attuazione di un disegno costituzionale che ha per noi valore unificante, sul piano civile prima ancora che politico, della intera coscienza democratica del paese.
Questo è anche il compito che noi assegniamo a questo Governo che, per rispondere alle attese del paese, deve poter intervenire con prontezza nell'immediato, e insieme lavorare per il futuro, costruendo le condizioni per più vasti rapporti di solidarietà e di consenso.
Al contrario di quanto si vuoi far credere da talune parti, questo esecutivo e la sua politica non potranno di necessità essere un fatto di chiusura. Esso verrà a caratterizzarsi piuttosto per un metodo di azione e per un rapporto con il Parlamento e con il paese tendente a mettere in movimento, anziché bloccare, il confronto tra le forze democratiche, per favorire gli approfondimenti richiesti da una valutazione oggettiva e realistica delle condizioni della nostra società.
Naturalmente, che questo accada non dipende soltanto da noi ma, in ugual misura, dalle altre forze, dagli altri partiti.
Ecco perché, per quanto ci riguarda, non c'è il sovrapporsi di una logica di schieramenti rispetto a problemi acuti che non possono essere lasciati inevasi, ma sui quali si deve e si può intervenire ora. Ora, quando è ancora possibile una ripresa del consenso democratico per battere la spirale della violenza e spezzare le trame eversive che vogliono corrompere il tessuto civile della nostra democrazia. Ora, quando è necessario determinare un rinnovato sviluppo del reddito nazionale che ci consenta di consolidare la nostra posizione nel circuito delle nazioni moderne e industriali contro il rischio di regressione verso un tipo di sistema incapace di garantire le riforme che il paese attende e la promozione complessiva che deve consolidarsi per più ampi strati popolari e per più vaste aree territoriali del paese.
Per questo ringraziamo i colleghi della SVP per la rinnovata solidarietà. Per queste ragioni, abbiamo apprezzato l'atteggiamento così responsabile della socialdemocrazia, alla cui continuità di alleanza e di collaborazione noi attribuiamo un grande valore. Per queste stesse ragioni, onorevole La Malfa, noi apprezziamo il sostegno che viene a questo Governo dal suo partito, che da tempo si segnala per un costante richiamo di problemi di contenuto piuttosto che a quelli di formule. Ma non saremmo sinceri, appunto per questo, se non esprimessimo anche il disappunto per la mancata partecipazione dei repubblicani alle dirette responsabilità di Governo.
È vero che nella democrazia cristiana vi è stata una diversità di posizione. Essa è stata però espressa nei modi propri di un confronto democratico quale si sviluppa normalmente all'interno dei nostri partiti e se può dispiacere che alcuni amici di indiscusso prestigio abbiano ritenuto di rimanere fuori del Governo, ciò non dovrebbe mai, io penso, condizionare l'atteggiamento di altri partiti quando essi siano concordi sulle soluzioni politiche democraticamente adottate.
Del resto, l'ingresso dei liberali nella diretta responsabilità di Governo nasce, in questa situazione, anche dalla coerenza con cui essi hanno svolto, e con precisa consapevolezza, una responsabile funzione democratica e costituzionale.
Che nella particolare gravità della situazione il partito liberale abbia rafforzato la propria volontà di collegamento con gli altri partiti democratici, non solo sui problemi della difesa e dello sviluppo delle nostre istituzioni, ma anche in termini programmatici, è per noi un fatto positivo che deve essere come tale valutato.
Noi rispettiamo l'autonomia di partito e rispettiamo le decisioni del partito socialista. Seguiremo con grande attenzione il dibattito interno, le analisi, le riflessioni che riguardano la funzione e le prospettive di questo partito nel paese, la sua strategia complessiva. Sin da ora, al di là delle ingiuste e altezzose polemiche, riconfermiamo il valore da noi sempre assegnato all'incontro tra forze espressive di così vaste componenti sociali. Le ragioni che determinarono quell'incontro ci appaiono ancora in tutto il loro valore. Non intendiamo in alcun modo il nostro rapporto con il partito socialista al di fuori di una sua funzione di sinistra democratica né sottovalutiamo le implicazioni che di qui possono venire riguardo al suo modo di porsi di fronte ad altre forze esterne rispetto all'area di Governo, ma espressive di componenti popolari così rilevanti, quali quelle raccolte attorno al partito comunista.
Ciò che deve però compiutamente emergere sono le ragioni complessive di una iniziativa politica che parte e si sviluppa all'interno di una prospettiva democratica; è l'impegno di solidarietà nel quadro di una strategia complessiva che va sviluppato facendosi carico insieme delle esigenze di rinnovamento che riguardano l'intera società e che quindi deve trovare una proiezione coerente più completa e chiara nell'azione di Governo, nel Parlamento e nel paese. Questa è, a nostro avviso, anche la strada per ricondurre, nell'ambito corretto e producente della vicenda storica nata con la Resistenza e la Repubblica, le pericolose deviazioni che hanno riguardato settori non irrilevanti del paese. Per questa via si dà all'antifascismo, doveroso per uno Stato democratico come il nostro, una dimensione attuale positiva, commisurata ai pericoli di oggi e ai problemi e alle prospettive di domani. Questo nostro impegno noi intendiamo svilupparlo nel concreto respingendo con intransigenza ciò che di fatto rappresenta questa destra nazionale: un tentativo spregiudicato e trasformistico di rivincita antistorica.

COVELLI. Chi glielo ha detto questo? Ma che cosa dice? Trasformisti siete voi!

FORLANI. Certo, dipende da noi, dalla azione di tutte le forze democratiche e dei suoi istituti sconfiggerne le ambizioni e ridurne uno spazio di manovra che, in presenza di una nostra coerente, ferma strategia politica, per forza propria di convincimento o anche di suggestione non potrebbe certo avere. Occorre, innanzi tutto, non determinare mai un vuoto di potere che indebolisca le istituzioni e le loro capacità di iniziativa. Qui sta una delle ragioni che affidiamo a questo Governo.
La nostra democrazia è insidiata da spinte involutive e da fermenti che non possono essere spiegati solo come momenti di riflusso conseguenti a processi evolutivi e di progressi intervenuti nel paese. Queste ragioni possono essere ritrovate anche in certe carenze di iniziativa delle forze democratiche, specie per quanto riguarda la loro capacità di portare avanti una strategia di avanzamento sociale ed istituzionale che non perde il collegamento con valori tradizionali ma così vivi e unificanti nella stessa coscienza popolare. Spetta alle forze vive del paese, alla complessiva coscienza democratica della nostra società, far maturare ed emergere una consapevolezza sempre più diffusa del carattere antistorico di certe insorgenze reazionarie, della loro organica incapacità a divenire componibili con le ragioni vere, con le profonde storiche aspirazioni di un paese che vuoi procedere in avanti e commisurarsi alle dimensioni civili di una democrazia di livello europeo, tecnologicamente più avanzata e socialmente più matura.
In questi giudizi sta un grande momento di salda unità per tutti i democratici cristiani, come continuatori dell'antifascismo sturziano, che non avendo confuso le proprie ragioni con quelle degli altri, non fu certo per questo meno intransigente ed anzi ne poté cogliere le più profonde implicazioni popolari e nazionali. Con la più ferma coscienza democratica, questo Governo è chiamato dunque a garantire il paese, nel concreto, da rischi involutivi e di reazione e a far procedere in avanti un impegno deciso in direzione del progresso delle nostre istituzioni e dei valori che ne sono a fondamento.
Ecco perché non ha senso reale ma appartiene ad un tipo di polemica ingiusta e pericolosa parlare di questo Governo come di uno strumento di svolta a destra. Noi intendiamo allargare l'area della corresponsabilità democratica e non già restringerla. Sappiamo che occorre dislocare le più ampie forze a sostegno della nostra democrazia.
Di fronte a noi stanno altre scadenze importanti alle quali il Presidente del Consiglio ha fatto riferimento. Vengono a scadenza nell'anno in corso oltre cinquanta contratti sindacali che riguardano più di 4 milioni di lavoratori. Questi rinnovi cadono in una fase assai contratta della nostra capacità produttiva e pongono quindi problemi seri di equilibrio e di compatibilità tra aumento del costo del lavoro e rilancio della produzione, che debbono essere avvertiti con serietà e trovare un fattore attivo e costruttivo di proposte di incontro nell'azione del Governo. I margini per questo incontro, su una piattaforma positiva per i lavoratori e per le aziende, esiste. Noi crediamo che l'esigenza del rilancio della nostra economia sia avvertita da tutti. I lavoratori chiedono ai partiti e ai sindacati una strategia che si assegni obiettivi generali di rinnovamento sociale e per questa via concorrono a determinare una linea di politica economica utile per far procedere in avanti la condizione sociale e la ripresa dello sviluppo.
Del resto, un meccanismo di sviluppo adeguato e collegato alla realtà comunitaria europea non è certo oggi in condizione di fondarsi su un costo del lavoro differenziato.
Da parte nostra, e non soltanto per il rapporto di confronto e di collaborazione che abbiamo con parte notevole del movimento sindacale, crediamo che possa emergere una coerente consapevolezza dei problemi che spettano alle grandi organizzazioni dei lavoratori nel contrastare spinte settoriali, e quindi corporative, sconfiggere facili e avventurose suggestioni proprie di certe tendenze pseudo rivoluzionarie e spontaneistiche, ma in realtà oggettivamente reazionarie, per ricondurre invece verso obiettivi generali e secondo scelte razionali le esigenze di rinnovamento e di partecipazione avvertite dalla vasta opinione democratica della nostra società.
Noi siamo impegnati a sviluppare un .corretto rapporto fra le forze politiche saldate alle prospettive costituzionali e le forze sociali che esprimono interessi legati alle più profonde ragioni della nostra democrazia. Questo può determinarsi costruttivamente nel quadro di una iniziativa puntuale ed organica del Governo in tema di politica fiscale, di spesa pubblica diretta ai consumi sociali necessari, di un serio controllo sui prezzi ma certo una prioritaria dimensione deve essere affidata al problema del Mezzogiorno e delle aree non industrializzate. Su questo tema è urgente un approfondimento serio delle reciproche volontà volte a non far pagare a queste regioni costi gravi indotti dalla crisi economica in atto.
Per quanto riguarda i sindacati, un atteggiamento di coerenza tra l'azione contrattuale e l'impegno con il Mezzogiorno e l'occupazione offre una via destinata a tutti gli sviluppi per costruire un meccanismo a misura dei problemi attuali della nostra società democratica. Non abbiamo dimenticato quanto in tre congressi nazionali è stato considerato da noi necessario per dare più largo significato popolare alle nostre istituzioni. Ma anche gli elementi di incertezza e di debolezza che sono emersi in questi anni debbono essere seriamente valutati, senza di che si cade in un trionfalismo che appare quanto mai strano in chi alla provvisorietà di quella politica ha più volte esplicitamente fatto riferimento, svalutandola in vista di diversi equilibri. Noi non immaginiamo di essere estranei alle ragioni di crisi di quella esperienza e non vogliamo cadere in un pericoloso e deviante integralismo di bandiera attribuendo ad altri tutte le responsabilità. Se così fosse non riusciremmo a riprendere neanche un discorso e non già una collaborazione.
I prossimi congressi dei partiti sono chiamati ad individuare linee utili per il progresso della democrazia e del paese e quindi potranno offrire elementi di grande rilievo se si svolgeranno su una analisi impietosa della situazione attuale e del cammino che dobbiamo ancora percorrere per porre in atto una operante iniziativa che tenda ad esprimersi in fedeltà ai valori della nostra Costituzione.
Del resto i fatti che intervengono nel mondo, il processo di distensione e di dialogo che si sviluppa con più forte consistenza tra le maggiori potenze, la funzione che all'Europa in questo quadro deve competere in termini di autonomia nell'equilibrio internazionale, sono certo elementi che debbono essere al centro di una riflessione rapportata anche ai nostri problemi interni e sui quali ogni forza deve commisurarsi con spirito creativo.
Per questa via potremo lasciare al passato quanto ha perso vigore di fronte ai problemi di oggi e più ancora del domani e le stesse ideologie potranno superare quanto le fa apparire come ideologismi rigidi ed inattuali. É su queste cose che si può sviluppare una ampia corresponsabilità democratica, anche diversa da quella della comune funzione di Governo. Una corresponsabilità democratica che appaia tale per associare intorno a temi di fondo e attuali quanti vogliano irrobustire davvero le strutture della nostra democrazia e condurre avanti il paese verso grandi obiettivi storici che si richiamino alla pace, all'autonomia dei popoli, alla distensione, alla sicurezza internazionale intesi come proiezioni nel mondo di un nostro interno modo di essere come democrazia moderna.
Noi ricerchiamo la più ampia corresponsabilità democratica possibile ma per costruirla davvero occorre guardare ai problemi che abbiamo di fronte con un impegno severo, volto a cogliere ciò che vi è di essenziale per allargare il consenso popolare verso le istituzioni al di là delle aggregazioni di volta in volta possibili come maggioranza o come opposizione.
Ecco come sia urgente e necessario trovare una strategia di corresponsabilità democratica aperta alle esigenze del paese e allo sviluppo della nostra democrazia.
Potrà svilupparsi questo processo, tanto necessario ed urgente, di aggiornamento e di attualizzazione del confronto politico in presenza delle difficoltà e delle remore che ancora permangono ai vari livelli e in tante direzioni? Questa è la domanda che ci poniamo e che tutti ci riguarda. Certo non è a noi consentito, onorevole Berlinguer, in questa situazione che mostra elementi di movimento così vasti e diffusi, abbassare la guardia, dare per risolti i nodi che occorre sciogliere, che voi non avete sciolto. Noi dobbiamo lavorare nel presente, tener conto in piena responsabilità dei dati attuali della situazione sociale e politica. Facciamo fronte ai nostri impegni, alle responsabilità che ci competono, con tutta la forza di un movimento politico come il nostro, rappresentativo di così vasta realtà e per ciò stesso differenziato al suo interno.
Ma tutte queste nostre interne espressioni hanno trovato sempre nella democrazia cristiana una dimensione politica unificata per il collegamento che ci siamo sempre proposti di realizzare tra diversi gruppi sociali ma espressivi di valori civili e democratici comuni. L'incomprensione di questo nostro modo di essere è stata all'origine di illusioni dure a morire, volte a separare al nostro interno espressioni diverse, sulla destra come sulla sinistra. Ma fuori della nostra forza unitaria non c'è per i cattolici democratici consenso possibile nel paese. Lo abbiamo visto, tutti lo hanno toccato con mano, qualcuno vi ha sbattuto la faccia, come suol dirsi, anche nel risultato davvero esplicito ottenuto da velleitarie formazioni presenti nelle elezioni politiche del 7 e dell'8 maggio. Così al nostro interno occorre fare i conti, se si vuole essere concreti e realistici, con tutta la democrazia cristiana. Non è utile per nessuno, è dispersivo portare avanti il confronto fra i partiti cercando di deformare la nostra funzione democratica e popolare, affidando alla nostra parte compiti di stabilizzazione conservatrice. Le grandi forze popolari che ci affidano il loro consenso non possono essere e non sono forze immobilistiche e legate a posizioni chiuse. Esse esprimono una realtà che è di per sé il frutto di un grande rinnovamento sociale. Eravamo un partito legato alla struttura di un paese ancora agricolo e artigianale, si diceva. Bene, ora tutti hanno visto che restiamo una forza così rilevante anche all'interno di una società profondamente trasformata nelle sue strutture così profondamente industrializzate. Questo vuol dire che abbiamo una nostra autonoma capacità di presenza che va bene al di là di una dimensione sociologica. Siamo una forza politica che raccoglie esigenze vaste e diffuse, e con queste ha stretto rapporti profondi e sicuri.
È anche questa forza, onorevoli colleghi, che esprime la fiducia al Governo presieduto dall'onorevole Andreotti, insieme con altri partiti che sono essenziali nella vicenda politica e nell'equilibrio democratico del paese. Il nostro augurio di buon lavoro, onorevole Andreotti, non è espressione formale; è un impegno a sostenere in modo chiaro ed aperto il programma e l'azione del Governo. Il nostro non è solo un voto di fiducia; è un impegno di attiva partecipazione perché gli obiettivi da lei indicati a nome del Governo possano essere realîzzati (Vivi applausi al centro — Moltissime congratulazioni).

On. Arnaldo Forlani
Camera dei Deputati
Roma, 6 luglio 1972

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di giovedì 6 luglio 1972)


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