LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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XII CONGRESSO NAZIONALE DELLA DC: INTERVENTO DI FLAMINIO PICCOLI
(Roma, 9 giugno 1973)

Il XII Congresso nazionale della DC (dal 6 al 10 giugno 1973) segna la conclusione della parentesi centrista nella politica nazionale, ed il ritorno di Amintore Fanfani alla segreteria politica della DC. Aldo Moro, dopo una lunga parentesi di emarginazione, ritorna nella maggioranza politica della DC.
Di seguito si riporta l'intervento al Congresso del Capogruppo DC alla Camera dei Deputati, Flaminio Piccoli.

* * *

La «questione democristiana»: così sono stati definiti in uno studio di parte comunista i problemi connessi alla presenza della DC nello Stato e nella società.
Noi potremmo rispondere con la «questione comunista», con la «questione socialista», con la «questione liberale»: perché – oltre, ed al di là, dei gravi interrogativi che si pongono a questo Congresso per la situazione civile del paese – un punto riunifica tutte le forze culturali e politiche nell'attenzione sulla nostra assise: la coscienza che nell'ultimo decennio sono entrati in crisi le funzioni e i tradizionali strumenti, con cui abbiamo affrontato i problemi dell'Italia risorta dalla dittatura, obbligando tutta la classe politica, marxista, laica e democratico-cristiana a riconsiderare il ruolo stesso dei partiti nella cultura politica di questo acuto momento di storia della democrazia italiana.
Questo Congresso è inquieto: e lo è per il tempo breve, in quanto siamo dinanzi ad una situazione chiusa che occorre riaprire con un vigoroso tentativo di iniziativa politica (ed io concordo completamente con l'amico Rumor che non ha esitato a farlo, con vigore e chiarezza e senza furberie, in un'atmosfera così dubbiosa, contraddittoria e difficile). Ma lo è soprattutto – ed occorre dirlo - per il tempo lungo, perché noi possiamo anche riaggiustare le cose del paese con uno sforzo coraggioso e impegnato, ma il balzo in avanti sarà di breve fiato e ci farà trovare, dopo poco, spossati sr non avremo affrontato, nel Partito – e se non avranno, nei loro recinti gli altri partiti affrontato per la loro parte di responsabilità - la più seria crisi d'identità che abbia investito le forze politiche italiane, inclusa, in prima fila, la Democrazia cristiana.
Per il breve tragitto del nostro lavoro vorrei che riflettessimo al di fuori delle passioni, superando gli schemi di corrente e ricordandoci che noi dobbiamo fare politica, che non ci è consentito di tacere o di equivocare sulla realtà della situazione, che non possiamo accarezzare i nostri desideri ma che dobbiamo indicare le soluzioni possibili, tenendo fede agli indirizzi di fondo del nostro essere democratici cristiani.
Alla immediata vigilia del Congresso – questo è il punto – la situazione politica si è bloccata. Occorre sbloccarla e l'iniziativa non può che essere nostra, per quanto apprezzabile sia l'impegno con cui altri, prevedendo che saremmo arrivati ad un punto di crisi ha tentato di avviare un colloquio fra le forze democratiche. Il merito di chi ha operato fin qui, raccogliendo le forze disponibili ad una seria e costruttiva azione di governo, rimane importante e intatto: ma, avendo l'onore e la responsabilità di guida del gruppo dei deputati in un anno denso di difficoltà, debbo riconoscere che, se le cose dovessero continuare o riprendere cosi con i rischi di una maggioranza esigua, con la divisione della DC sulle ragioni stesse della maggioranza di governo, con l'assenza di una parte importante della DC dalle posizioni di responsabilità primarie, – e non parlo ovviamente delle posizioni assunte dagli altri partiti – entrerebbe rapidamente in crisi il ruolo stesso di direzione politica che l'elettorato ha attribuito, con l'autorità del suo voto, alla Democrazia cristiana.
Questa maggioranza ebbe, all'indomani del 7 maggio, il nostro voto, senza dubbi e senza esitazioni: ed anche coloro che rimasero fuori, dichiarando la loro non concordanza con le posizioni assunte dalla maggioranza del Partito, dovrebbero riconoscere l'importanza ed il valore di ciò che fu fatto, amico Moro, noi rispettosi da sempre della tua posizione rigorosamente critica ci limitiamo ad osservare che nel Partito si può più facilmente restare all'opposizione quando ci sono le forze che si assumono l'ingrato dovere di reggere una situazione controversa e complicata come quella emersa dalle elezioni del maggio '72, in un momento che recava il segno di una vicenda elettorale, ricuperata da tutto il Partito con una fatica che ricorderemo; in cui vibrava la protesta per le pesanti contraddizioni in cui si era chiusa, in un labirinto senza sbocchi, la politica della maggioranza di centrosinistra.
Il rientro dei liberali in una coalizione di governo, la fine dell'irreversibilità, le cose serie che sono state fatte appartengono alla DC tutta intera che ne riconosce il valore e ne trae le necessarie esperienze.
Credo di poter ricordare l'impegno con cui, giorno dopo giorno, abbiamo provveduto ad appoggiare, a salvaguardare l'opera meritoria dei nostri amici – e non oso neppure nominarli per il rispetto, l'amicizia che sento per loro perché si sta svolgendo qui una specie di rito degli applausi – che diventano stranamente polemici creando un'incredibile atmosfera da umiliati e offesi, quasi che la risposta di questo Congresso al paese dovesse essere una spaccatura sul giudizio da dare sulla validità della loro iniziativa. Noi non abbiamo dato applausi ma solidarietà piena, operante e impegnata, nel bello e nel cattivo tempo, senza un attimo di esitazione, con cuore aperto ed esponendoci in prima persona, fissando per noi e per tutti l'immagine di un Partito che nelle assemblee parlamentari e nel governo, ben lungi dal divorare i suoi uomini, garantisce un corso di cose che abbia il massimo possibile di unità, tenendo conto dell'asprezza della battaglia e della divisione che il Partito non è riuscito a superare in se stesso su temi così delicati e importanti.
Colombo ieri ha parlato di amicizia da riconsiderare tra di noi. Essa, per me e per noi, esiste e piena: e dobbiamo fare tutti una riflessione di questo Congresso così travagliato e quindi così severo e decisivo, per le scelte che deve fare; e che vedranno poi, insieme, impegnati gli stessi uomini, la stessa classe dirigente, perché mai come ora il Partito ha bisogno di tutti questi uomini; e mai come ora questi uomini – che hanno così grandi e anche esaltanti responsabilità, a cui il Partito ha consentito in una lunga milizia di offrire il meglio di se stessi – sanno che solo in un serio lavoro di cordata possono ricuperare il paese da una situazione in cui è la libertà in gioco non le nostre personali posizioni.
Anche noi, dunque, rivendichiamo la lealtà con cui abbiamo operato per questa politica. Essendo, però, uomini politici e non sognatori, dobbiamo dire al Congresso che nessuno, qui dentro, può lasciar credere che sia in atto un tentativo di forzare la situazione per battere la maggioranza nata un anno fa a favore di una scelta diversa. Questa maggioranza non c'é più, il Congresso si è aperto in una situazione diversa da quella che avremmo immaginato, in una situazione che avremmo voluto evitare perché esso potesse fare le sue scelte più generali, senza lo stimolo e la sollecitazione di un'urgenza cosi critica.
Dobbiamo, quindi, prendere atto che una nuova iniziativa si impone; e che il ruolo del Congresso non può essere quello di applaudire o di negare i personaggi che si succedono a questa tribuna, ma dev'essere una proposta politica sulla quale la dirigenza del Partito, che il Congresso eleggerà, possa muoversi col massimo di unità possibile. Sempre, per il momento, nel quadro di una visione limitata alle cose, senza risalire come cercherò di fare poi a considerazioni più attente della situazione debbo pure reagire al tentativo, che pure è stato fatto, di attribuire all'indisciplina dei parlamentari democristiani la causa prima della situazione chiusa in cui è venuta a trovarsi questa maggioranza.Il gruppo è intervenuto con alcuni atti precisi, in qualche caso rilevanti, nei confronti di evasioni delle norme di convivenza che ci siamo dati.
Per il resto, debbo qui dichiarare a tutte lettere che i deputati hanno sostanzialmente «tenuto», accettando il metodo di un confronto sui singoli provvedimenti e sulle diverse posizioni metodiche che ha richiesto una lunga opera di mediazione ma che ha dato buoni risultati; ed avendo noi riconosciuto su alcuni temi opinabili il diritto di esprimere qualche posizione particolare a singoli deputati. Occorre collocare la presenza dei gruppi parlamentari nella situazione di divisione sull'indirizzo politico all'interno del Partito, la prima che si è verificata da quasi un decennio, per capire come sia giusto rivendicare l'impegno con cui i parlamentari hanno risposto al loro doveri. Ed occorre anche che io qui ricordi che ci siamo trovati, da soli, ad affrontare come parlamentari, problemi politici di prima grandezza ed a superare situazioni delicate e nuove; per i quali e per le quali io invoco per coloro che saranno portatori delle responsabilità del Partito e dei gruppi parlamentari «un accordo sempre più stretto e fecondo». Esiste il problema di alcuni franchi tiratori, un fenomeno disgustoso, ma che bisogna smettere di attribuire tutto alla DC essendo il bene e il male distribuiti con grande equità in tutti i partiti democratici. Dobbiamo però essere seri. Un nodo politico come quello che abbiamo incontrato non può essere risolto con un giudizio sui franchi tiratori, senza ingannare palesemente noi stessi.
La disciplina è un modo fondamentale per dei deputati e dei senatori: ma al di sopra di essa che vale in ogni decisione degli organi del Partito e dei gruppi, tutto si fonda, per chi é investito di responsabilità, sulle ragioni di una linea politica. E nessuno può immaginare che un partito come il nostro, portatore di istanze di libertà e di giustizia, interprete di una società così composita, possa considerare i suoi parlamentari delle macchine elettorali, semplici strumenti di una politica che essi pure debbono essere chiamati ad elaborare, sicché essa richiami il più vasto consenso possibile.
Questo del comportamento dei gruppi parlamentari è un problema ma non è dunque il problema.
Il vero problema urgente ha due facce, la prima: di ricuperare una area di maggioranza vasta e rigorosa che ci consenta di operare rapidamente dinanzi a situazioni che, se non risolte, ci portano rapidamente ad una crisi di regime, non già ad una successione di crisi di governo.
L'amico Rumor ha già indicato le ragioni della necessità di una apertura di dialogo e di trattativa con il Partito socialista, alla luce di ciò che si è verificato nelle diverse passate esperienze, nella cautela di un incontro che ha da sempre verificato con condizioni precise e non superabili, ma io farò su di essa, verso la conclusione del mio intervento, alcune altre considerazioni. La seconda faccia del problema investe la natura stessa, il modo di essere della DC e riflette lo sforzo — vorrei quasi dire l'obbligo per la DC — di fare scelte unitarie almeno sui problemi più rilevanti di indirizzo politico.
Abbiamo noi tutti, io penso, dal 7 maggio in poi, molto meditato sul nostro Partito, sul suo interno disporsi rispetto alle sue responsabilità parlamentari e di governo, sui suoi rapporti con le forze politiche e sociali. Dalla riflessione balza evidente la necessità di rispettare la natura composita del Partito, di rispettarla con un impegno massimo di unità della sua dirigenza politica; di rispettarla perché, essa, e soltanto essa, dà titolo alla DC di restare il pilone centrale della democrazia italiana, di impedirne la disintegrazione e di guidarne le sorti, con tutti i possibili dati che da quella natura composita emergono per intuizione e per conoscenza. Ebbi io stesso un giorno, proprio in quest'aula, in un momento grave di doveri, l'invito, della cui validità, verifiche dure, anche personali, mi hanno fatto convinto assertore, a considerare che la nave democratico-cristiana ha bisogno di rematori sulla destra ma anche sulla sinistra, senza di che finisce per ruotare su se stessa.
Quell'invito voleva significare proprio questo: il dovere di affrontare tutta la realtà, tutti i nostri doveri, salvaguardando come patrimonio essenziale la molteplicità di apporti che formano la natura stessa della DC: senza dei quali, o amputando i quali, la DC cambierebbe fisionomia, sarebbe un'altra cosa; e con essa cambierebbe e diventerebbe un'altra cosa questo sistema di libertà che ci è così caro e per il quale bisogna essere pronti, se occorre, a combattere, giovani e anziani, con tutto il nostro ardore di uomini liberi.
Il Congresso ha questo compito primario: di impedire, appunto, che discorsi chiusi e senza sbocco possano portare la nave democratico-cristiana a ruotare stancamente su se stessa, con il rischio incombente di un naufragio.
Questo Congresso ha il dovere di raccogliere la maggior parte dei consensi su una linea politica chiara, consapevole che soltanto con la raccolta del massimo delle forze si può imprimere vigore ad una scelta, la si può sottrarre agli altrui condizionamenti, la si può legare a precise condizioni. Capisco che il Congresso abbia reagito all'impressione di scelte già fatte, agli organigrammi riportati dalla stampa, capisco assai meno che si protesti per un'iniziativa di contatto che è stata presa dall'on. sen. Fanfani, al quale va per questo il nostro ringraziamento, su istanza del Segretario del Partito, preoccupato, nella sua responsabilità, che si tentasse un raccordo almeno su alcuni punti che ci aiutassero a superare la congiuntura politica.
Sulla libertà del Congresso non c'è da discutere: e ognuno di noi, nei congressi, si è esposto in tesi contraddittorie, anche pagando di persona quando era necessario per le cose che abbiamo dette. Quando mai, però, una classe dirigente democristiana è andata ad un congresso completamente allo sbaraglio, nel momento in cui cercava una linea politica e, quindi, il raccordo doveva essere ritrovato su punti non minori, ma sui comportamenti e le decisioni definitive che competono al nostro Partito?
Per questo, abbiamo detto di sì all'iniziativa, sottoponendo il nostro giudizio finale all'esito di questo dibattito, per la libertà e l'apporto dei delegati che consideriamo decisivi ai fini della scelta, e lo abbiamo fatto con piena disponibilità nell'interesse generale del Partito, sapendo quanto grave sia la situazione del paese, e quanto difficile sia la posizione del Partito.

La crisi di identità del Partito

Iniziando questo intervento, ho ricordato il pregevole studio che i comunisti hanno fatto su questo nostro Congresso: pregevole anche se il ritratto non ci coglie, per una culturale estraneità a ciò che noi siamo; ed anche se lo sforzo è importante e meriterebbe che il nostro Partito rispondesse, oggi, con un'analisi sulla «questione comunista» che avevamo tentato a San Pellegrino per il comunismo degli anni '60 e che ci consentirebbe alcuni significativi raffronti. In questo studio, ad un certo momento, si attribuisce a qualche uomo della DC un'angoscia onesta rispetto al tentativo, che fu fatto, di unità socialista – poi purtroppo fallito – un'angoscia per le sorti stesse della DC che si sarebbe vista – se quell'unità fosse fiorita – contestare una presunta sua rappresentanza del neo-capitalismo italiano.
Quell'angoscia, se c'è stata, se c'è, non è altro che la costante interpretazione sulle ragioni storiche, ideali e culturali dell'esistenza e del ruolo della DC. Una inquietudine se volete, ma una positiva inquietudine che si fa pungente quando l'identità del nostro Partito appare, sia pure momentaneamente, appannata.
Certo, posso anche nutrire qualche invidia per i partiti laici, per il loro concretismo, per il loro attualismo di partiti pragmatici; e non mi scandalizzo neppure davanti alla prospettiva che pure taluni di noi, in buona fede, ci segnalano quale punto di arrivo di un'ipotetica Democrazia cristiana – così come mi è apparso di sentire a Perugia – partito di pura gestione, fiducioso nelle risorse tecnocratiche, pacificato tra i guanciali della sociologia. Non mi scandalizzo perché il richiamo illuministico ha toccato da qualche tempo, con qualche successo, le più inaccessibili sponde del cristianesimo politico.
Siamo, è vero, un Partito più complesso degli altri e sarebbe più semplice risolvere i nostri problemi se consistessero nell'accordare una ideologia con l'azione politica di ogni giorno, ammesso che l'ideologia possa diventare un fossile.
Ma in che consiste una crisi di identità, la crisi cioè di un partito che si rifiuta di abbandonare da una parte il monopolio dei valori nelle mani dei partiti marxisti e delle reincarnazioni liberali del capitalismo dall'altra?

1 - C'è anzitutto un tema che dobbiamo indicare con forza anche se con la coscienza dei nostri limiti. Noi non possiamo credere di aver fatto tutto il nostro dovere svolgendo la nostra iniziativa tutta rivolta com'è giusto, a creare condizioni più certe di libertà, di giustizia e di progresso – ed oggi tesa al recupero da una profonda e vasta situazione di crisi sociale probabilmente sollecitata dalla velocità del cambiamento – lasciando questi obiettivi a sé stanti; come un assoluto, anche quando l'esperienza dimostra come tali obiettivi, lasciati a se stessi, non garantiti da un grande rilancio ideale, non appoggiati da una seria mobilitazione culturale, non filtrati da una mediazione comune sul tipo di società che così si va creando, diventano esplosivi di decadenza culturale e spirituale, lesivi dei diritti di una generazione di sapere per che cosa vive, per quale disegno opera, per quale bene comune avanza e lavora.
Noi sappiamo che il costume non si impone con le leggi; ma ciò che manca appunto – e ciò che è mancato nell'esperienza politica dell'ultimo decennio: questa è stata forse la mina più esplosiva alla politica di incontro con i socialisti – è la coscienza che un impegno politico di grande ampiezza e di respiro generazionale deve garantire i traguardi materiali con un serio ed ordinato disegno che garantisca ed esalti alcuni valori che sono di tutti, che toccano nei punti nevralgici la sopravvivenza stessa del sistema di libertà.
La tradizione cristiana – che non è un'etichetta di accomodante esteriorità, ma sofferto costante impegno – ci impone, infatti, di portare in questa società, spesso dissacrata e dissacrante, una iniziativa che attenui e contrasti la decadenza spirituale e un'interpretazione errata della libertà, che nella falsa scoperta dell'uomo in tutte le sue potenzialità rischiano di creare cittadini disumanizzati, in una fuga progressiva dai doveri, in una rincorsa ad un permissivismo che distrugge, non costruisce.
Tale iniziativa vale per tutte le forze politiche popolari e su di essa occorre trovare il massimo dei consensi, poiché nel disimpegno, nel cedimento, nell'ampliamento senza fine dei diritti, ignorando una corrispondenza di doveri, si annidano insidie mortali per lo stesso sistema di libertà.
Anche il Partito comunista ha, recentemente, sottolineato la esigenza di un «rinnovamento morale» del paese, e questo, certo, è importante, ma occorre, poi, collegarlo con un coerente impegno che esalti in ogni sede il complesso dei valori della persona umana. Come non si accorgono i partiti in cui si riassume tanta parte dell'esperienza civile del nostro paese che non giova a nessuno la distruzione delle risorse morali di un popolo, sotto il pretesto di tutta la libertà, di tutta la licenza – anche quella di uccidere la vita – e che questo contribuisce soltanto a preparare il varco per la distruzione di ogni impegno civile?

2 - Il Partito deve rilanciare un suo lavoro autonomo nel segno della giustizia sociale. Vi siete accorti che parliamo molto di progresso, che citiamo molti dati, che portiamo molti contributi a livello sociologico ed economico, ma che è venuta meno in noi la coscienza di un grande dovere di creazione per dare una carica di libertà e di civiltà a strutture che sono spesso effettivamente disalienanti e disgreganti della persona e della famiglia? Questo è un ruolo del Partito.
Il nostro, in definitiva, è un problema di credibilità per la democrazia italiana e per noi stessi. Ecco il perché di questa mobilitazione di impegno, di questa più avvertita responsabilità di partito, di questa autonoma ma non chiusa ricerca di strategie programmatiche valide per una comunità, come la nostra, che alle soglie degli anni '80 – mentre ovunque nei più avanzati paesi si esplorano moduli nuovi di espansione economica e sociale, si prospettano formule inedite di qualità di vita – sconta con pesantezza immeritata le innumerevoli contraddizioni di un irrazionale sviluppo.Credete veramente che non dobbiamo riprendere l'iniziativa del Partito degli anni migliori, in presenza di nodi che, non superati, coinvolgono la possibilità stessa di sopravvivenza del sistema? Il problema dell'azienda industriale e dell'equilibrio fra capitale e lavoro che viene in questo momento affrontato con coraggio dalle forze politiche democratiche di vari paesi, il problema del cambiamento del tipo di lavoro all'interno delle imprese, lo sforzo per una situazione diversa e più sicura nelle aziende agricole, il problema delle centinaia di migliaia di laureati e di diplomati che fra pochi anni costituiranno il punto di svolta della società italiana, a seconda degli sbocchi che saremo riusciti a creare per essi, il problema stesso del diritto all'informazione che oggi appartiene solo alle enormi centrali del potere economico; tutto questo e altro ancora richiedono da parte di tutti noi la capacità di un rilancio di riflessioni, di ricerche, di studi. La nostra possibilità di essere, domani, non è e non può essere nella gestione dell'esistente – apparentemente la grande barca del Partito può navigare sotto tutte le tempeste, sta a galla, ma quanto può resistere al più grave assalto della stanchezza, dell'abitudine e della mera gestione del potere? – le ragioni della nostra nascita non sono state semplicemente la garanzia democratica, le ragioni della nostra presenza sono anche – dobbiamo dirlo – in questa capacità di un serio impegno di cambiamento e di intervento.

3 - Noi non possiamo continuare a definirci attraverso quello che non siamo. Dobbiamo essere capaci di arricchire di contenuti nuovi la definizione di Partito democratico, popolare, libero, dobbiamo essere capaci di saldare queste essenziali caratteristiche politiche a valori che rendano riconoscibile il nostro Partito in una cultura cristiana socialmente impegnata.
Il Partito popolare di Sturzo nacque come partito prevalentemente contadino; la DC di De Gasperi era fatta di lavoratori, di ceti medi, agricoli e impiegatizi; la DC di oggi appare composta in prevalenza di classi medie urbane, impiegatizie, artigiane, commerciali e agricole con una grossa presenza di lavoratori dell'industria. Teniamo presente che la stratificazione sociale va mutando, in base al fatto che l'aumento del reddito per abitante e la progressiva riduzione di lavoro spingono a consumare più istruzione, più assistenza medica, più turismo, più comunicazione, più libri, più trasporti. Cito un solo dato: nel 1951 la classe operaia più la borghesia superavano come numero i ceti medi; nel 1971 i ceti medi superavano la borghesia sommata alla classe operaia.
Sorgono, allora, due interrogativi rispondendo ai quali o cercando di rispondervi, si può attribuire il superamento della crisi di identità della DC. Il primo: in che rapporto si pongono le riforme con i mutamenti di cui si è detto? Il secondo: in che misura la lotta alle rendite, logica conseguenza delle riforme, è destinata ad incidere sulla stratificazione e sul consenso sociale del paese?
Innanzitutto c'è da dire che case, scuole, trasporti, infrastrutture sono nodi di struttura, certamente, ma anche occasioni di riequilibrio congiunturale: oltre a stimolazioni di rilievo per la politica della occupazione.
Ma dire sì alle riforme non significa contribuire in misura decisiva al superamento della crisi di identità della DC.
Al Convegno economico democristiano di Perugia ed a quello del PSI a Roma sono state date definizioni dottrinarie al tema delle rendite economiche che le riforme debbono combattere. Ma quelle definizioni non bastano, non possono bastare al politico che deve sapere quali gruppi e quali classi sociali stanno dietro le rendite.
L'on. Giolitti al Convegno economico del PSI ha respinto la politica della «Santa alleanza» fra i ceti produttivi contro i ceti medi ed ha insistito fra l'altro sulle interconnessioni fra capitale finanziario e capitale industriale, che avrebbero determinato l'accrescimento delle rendite patologiche.
Confesso di avere provato una certa amarezza ed un certo sconforto quando, ribattendo su questo stimolante dibattito, ho cercato invano uno studio approfondito, una ricerca sistematica, un approccio empirico a questa problematica da parte del nostro Partito, che più di ogni altro partito dovrebbe essere sensibile e interessato a veder chiaro nei rapporti veri, e non ipotetici fra lavoratori, imprenditori e ceti medi quei ceti medi il cui consenso è indispensabile ad una incidente politica.
Infatti i ripensamenti dell'ultima ora che facemmo sulla legge per la casa, l'emorragia elettorale che ci procurò la legge sui fondi rustici, le stesse accese polemiche fra ministri sulle riforme sanitarie e della casa furono, forse, il portato anche del mancato approfondimento da parte della DC dei legami sociali, politici ed economici tra riforme e strati intermedi della società. Ecco un altro grave sintomo della crisi di identità che non da oggi travaglia il nostro Partito.
Per questo – e faccio solo alcuni esempi – dobbiamo chiarire che l'economia entrerebbe in una crisi di sottoconsumo sociale, e quindi di paralisi produttiva forse ancor più grave di quella attuale, se il modello di sviluppo non venisse gradualmente modificato in modo da produrre più case, più scuole, più ospedali ai quali i ceti medi sono interessati non meno di altri; per questo si debbono manovrare selettivamente le leve del credito, del fisco, degli incentivi e delle partecipazioni statali, così che la problematica del decollo industriale del Mezzogiorno si saldi a quella tendenzialmente post-industriale del Settentrione, e l'industrializzazione del Sud non ricalchi quella spontaneista e, talvolta disumana, verificatasi in questo dopoguerra al Nord; per questo dobbiamo accompagnare il processo di legiferazione a tempestive immagini – e qui il ruolo delle regioni è essenziale – per evitare di privilegiare il grande latifondista affittuario ai danni del piccolo proprietario di terra che magari lavora nelle miniere del Centro-Europa; per questo, dobbiamo distinguere certa avida e mafiosa intermediazione all'ingrosso dalla massa dei piccoli esercenti che sono il portato del trapasso da una società prevalentemente agricola ad una prevalentemente industriale; per questo, dobbiamo distinguere ed individuare i grandi intrecci finanziari per il possesso di vaste aree edificabili e di grossi immobili dalla proprietà di una piccola fetta di suolo o di due abitazioni.

La programmazione

4 - In questo sforzo di individuare una carta di identità della Democrazia cristiana che sia il più possibile rispondente ai nuovi fermenti sociali ed economici in atto nel paese, merita una breve riflessione l'esperienza, certo deludente, della politica di piano.
Bastino due soli dati consuntivi: nel quinquennio 1966-'70, gli investimenti globali sono risultati inferiori del 10 per cento a quelli previsti; e, in particolare quelli della pubblica amministrazione, – che avrebbero dovuto costituire un fondamentale elemento propulsivo – hanno raggiunto a malapena i due terzi della spesa prevista.
Si è rivelata così errata quella tesi che ha caratterizzato nel corso degli anni cinquanta il dibattito politico in Italia e che attribuiva l'impossibilità di realizzare le riforme alla prevalenza del potere economico privato nei confronti del potere politico.
Il quadro oggi è mutato. L'iniziativa pubblica – ormai largamente estesa – influenza direttamente o indirettamente il sistema produttivo.
Inoltre il progressivo trasferimento dei centri di accumulazione del capitale dall'ambito aziendale a quello familiare verificatosi nell'ultimo decennio (consideriamo che nel 1970 il risparmio delle imprese è stato del 10 per cento contro l'85,6 per cento di quello delle famiglie), ha determinato un larghissimo accentramento delle risorse finanziarie nel settore bancario, ampiamente controllato dallo Stato.
Ecco allora il paradosso: più è aumentato il grado di governabilità e di pubblicizzazione dei mezzi produttivi, più numerosi sono stati gli strumenti per pilotare l'economia nell'interesse della collettività, maggiormente deludente è risultata la politica di piano.
È un problema, questo, che coinvolge i rapporti fra «classe politica» e «tecnostruttura» all'interno, e fra Stati e «Società multinazionali» all'estero di cui poco si parla e su cui poco si indaga.
Certo, non siamo un'economia opulenta. Non facciamoci, in proposito, illusioni soverchie. E il perché è noto, riconducibile com'è allo stato di lunga depressione dell'apparato produttivo, ben lontano dall'aver riassorbito tutte le spinte involutive (in chiave di produzione, di produttività, di utilizzo degli impianti, di volume di investimenti e di capacità occupazionale) accumulate, con impietosa costanza, da più di quattro anni a questa parte. Risulta, quindi, evidente che le difficoltà del paese non potranno essere superate se non in un quadro di grandi responsabilità e di oculate scelte razionali, che impegnino le forze attive del paese in uno sforzo necessario di adeguamento alla mutata realtà che abbiamo precedentemente indicato.
È un disegno innovativo; per individuarlo nelle sue linee organiche noi siamo disponibili: lo diciamo alle forze politiche (di potenziale maggioranza e di opposizione), alle forze sociali e a quelle imprenditoriali. Ciò significa (e il richiamo alla sincera autocritica di Giolitti è automatico) ripudio di pianificazioni in velocità di fuga o di programmazioni autoritarie, come significa anche rigetto di improvvisati schemi (e qui l'accento è su quei cento giorni che sebbene sottolineano i toni drammatici dell'urgenza, non dissipano i dubbi sugli esiti napoleonici della impresa), nonché richiamo alla responsabilità di tutti, ciascuno nell'ambito della propria sfera di competenza, ma in operante spirito di collaborazione.

Rapporti con i sindacati

5 - Un altro punto nodale del dibattito odierno, è il modo di essere del sindacato. Il problema dei rapporti del governo e dei partiti con i sindacati non nasce e non si impone tanto per la forza e per il peso che i sindacati sono venuti assumendo nella società italiana quanto per l'obiettiva esigenza di chiarire, politicamente e socialmente, l'utilità e l'indispensabilità del dialogo.
Il sindacato è venuto sempre più irrobustendo il cordone ombelicale che lo lega ai lavoratori che rappresenta; nonostante il tentativo di gruppuscoli, quasi sempre fallito, di sfilacciare e indebolire quel cordone.
È da immaginare che la presa di coscienza della difesa della condizione operaia anche al difuori dei recinti aziendali sia stata non tanto il frutto di un attrezzato ufficio studi, quanto della protesta dei lavoratori denuncianti nelle assemblee di fabbrica i fitti proibitivi delle abitazioni, l'amaro strappo dell'emigrazione interna, i trasporti pubblici inefficienti, la viabilità congestionata, l'aria sporca. Come pure è stato il contatto diretto e a doppio senso fra la base e il vertice del sindacato a portare in tempi più recenti la Federazione unitaria su posizioni anti-corporative e anti-settoriali; a farle intuire e sviluppare il collegamento, tramite le «compatibilità», fra rivendicazioni e riforme; e permetterle di battersi, senza troppi rischi di incomprensione, per piattaforme rivendicativi- nelle quali la monetizzazione delle richieste è stata più debole rispetto alle novità qualitative ed emancipatrici delle conquiste. Le recenti vicende nel settore metalmeccanico, delle poste e della scuola sono al riguardo eloquenti e promettenti. «Non sarebbe possibile rivendicare una politica di sviluppo economico, di occupazione e di riforme, di rinascita del Mezzogiorno – si legge in un documento della Federazione unitaria – e, nel contempo, promuovere politiche contrattuali in contraddizione con questi obiettivi generali».
A me pare che il superamento della fase corporativa e angustamente rivendicativa da parte del sindacato, la finalizzazione delle sue lotte per traguardi non solo classisti ma collettivi, la sua presa di coscienza, anche se confusa e ancora stentata, che il «sistema» va migliorato e umanizzato e non distrutto, fanno ritenere che vi siano margini per un dialogo proficuo del sindacato con i partiti e con il governo. Non sottovaluto né la difficoltà, né la vischiosità, né la possibilità di ritorni di fiamma massimalisti e populisti; dico solo che qualcosa si sta muovendo, e, ciò che più conta, qualcosa di qualitativamente importante e operante.

Il quadro internazionale

6 - Sempre in questa ricerca di una carta di identità per la DC rilevo che il quadro politico internazionale non presenta solo dati positivi. Siccome quelli positivi sono stati detti, non li ripeto. Desidero solo richiamare la nostra comune attenzione sulle vicende del rapporto Germania-Unione Sovietica per riconoscere che se la Ostpolitik ha contribuito in misura importante al processo di distensione, dobbiamo stare molto attenti alla «diplomazia segreta» fra partiti cugini che sta dietro agli impegnati colloqui del Mar Nero e di Bonn: una diplomazia segreta che potrebbe essere ideologicamente impegnata più di quel che non lasci precedere la funzione di interprete del neo-capitalismo tedesco che la socialdemocrazia, con la concezione del «nuovo Centro», va assumendo. Occorre, a questo proposito, che noi dc coltiviamo un rapporto più stretto con i partiti democratici cristiani della Germania, per una riflessione e una linea comune che salvaguardi la comune funzione europea. C'è un rischio di isolamento dei partiti DC europei che va accrescendosi; e l'isolamento DC è l'obiettivo dei partiti socialisti europei; i quali si stanno collegando saldamente col Partito comunista italiano, nel quale – per ragioni che non possiamo qui affrettatamente dichiarare – finiscono per riconoscere semplicemente un modello italiano di socialismo, il solo che abbia titolo per garantirsi, attraverso successivi processi democratici, di acquisire il potere in Italia. La ricerca di un rilancio di iniziativa dei partiti DC europei costituisce un motivo importante e decisivo per la nostra stessa posizione all'interno del nostro paese.
Il secondo timore è di altra natura.
Mentre la gara economica e commerciale tende a darsi una struttura e una dimensione continentali; mentre la forza e la potenzialità espansiva della produzione americana poggiano su un mercato regionale integrato di oltre 200 milioni di consumatori, mentre si avvicina il «Nixon Round» i cui protagonisti sembrano essere continenti e non gli Stati; mentre sull'economia europea grava una strozzatura energetica preoccupante (l'Europa importa il 60 per cento del suo petrolio dal Medio Oriente) che potrebbe fiaccarne la capacità competitiva mediante l'incremento dei costi energetici ai quali purtroppo si assiste; mentre le «società multinazionali», sulle quali si è fatta poca luce, elaborano una strategia mondiale che non sempre potrebbe sintonizzarsi con le programmazioni economiche nazionali. Mentre questa è la realtà e questo accade, gli Stati europei litigano per il prezzo del latte o del grano; constatano quanti pochi passi abbiano essi fatto sulla strada della loro unità, limitandosi allo smantellamento delle sole palizzate doganali, continuano a parlare di Europa come di un affare o di un problema di politica estera anziché di politica nazionale. Tutto sarebbe più facile naturalmente se l'Europa occidentale fosse unita e si preparasse a parlare con una sola voce ai prossimi appuntamenti internazionali.
Ma purtroppo l'Europa unita non è, e se non si unirà nel futuro prevedibile, la poltrona che le è stata assegnata al tavolo del direttorio multipolare rischia di restare vuota o di essere occupata da un fantasma.

Rapporti con gli altri partiti e formula di governo

Ho messo l'attenzione soltanto su alcuni temi del dibattito politico: i nuovi rapporti fra le classi sociali; i legami tra riforme e ceti medi; i motivi della debolezza della programmazione, i rapporti con i sindacati; alcune novità pericolose in politica estera, perché ritengo che soprattutto nei confronti di questi temi vi sia per la DC un problema di identità, di dover essere, di scelta. Certo, ve ne sono altri non meno sentiti e pressanti – il mantenimento dell'ordine pubblico e la lotta alla violenza in generale e a quella fascista in particolare, la certezza dei diritti, il tempestivo funzionamento della giustizia, dalla quale deve essere eliminato anche il sospetto che vi sia una magistratura di parte, che il cittadino possa incontrarsi con un magistrato che inventa la legge; la messa a punto dei rapporti tra Stato e regioni, la lubrificazione e lo svecchiamento degli ingranaggi burocratici, lo snellimento e la migliore precisazione del rapporto tra il potere legislativo e quello esecutivo, la libertà d'informazione – ma su questi temi ci sembra che esistano nel nostro Partito estesi margini di convergenza di opinioni.
Accennerò solo a tre argomenti: la violenza, la libertà di stampa, le regioni.

Il «no» alla violenza

7 - Nelle scorse settimane abbiamo assistito al prorompere di un coro eccitante al recupero dei valori della Resistenza. Siamo nel giusto binario; ma quanto avvilente sarebbe il constatare che gli appelli e i richiami scattano nelle coscienze politiche più per una sorta di riflesso che insorge sui morti e sugli eccidi che non per un fatto di consapevolezza. Per questo – di fronte a quell'allucinata catena di delitti (quasi un disegno di stage, senza soluzione di continuità) che ha insanguinato il paese - non basta proporre con appassionati accenti il ricordo delle tristi nefandezze di regime, occorre anche soprattutto opporre il quadro costruttivo di un nuovo Stato, quale la Resistenza voleva che fosse e s'imponesse.
Ecco allora il richiamo giusto, non fuorviante o pretestuosamente ammiccante. La linea della libertà non si varca: la democrazia non si plasma a modelli di comando, la lotta al fascismo non consente a nessuno a sinistra dello schieramento di usarne metodi, di apprestare organizzazioni, di imporre fanatismi, di esercitare l'odio, di discriminare i fedeli e gli infedeli che sono la espressione eguale – e spesso, ahimè, quanto robusta negli uomini, negli apparati e nei mezzi – al fenomeno della violenza a cui la Costituzione dedica la sua XII norma transitoria.
Quando abbiamo denunciato il fenomeno fascista alla Camera, qualche nostro collega obiettò che avevamo dimenticato l'altra violenza, pure armata, pure sovvertitrice e altrettanto pericolosa. La condanna al fascismo, amici congressisti, da parte della DC non è un rito, è un dovere. Noi non dobbiamo avere niente a che fare col movimento fascista: e questo non per un odio politico che non è nel nostro costume, ma per un'esperienza storica che non si cancella; è meglio perdere con la democrazia che vincere col fascismo. Non dobbiamo aver nulla da spartire con chi tenta la carta della difesa dello Stato per poi usarla, se mai dovesse sciaguratamente accadere, per togliere al nostro popolo ciò che esso si è conquistato attraverso mille sofferenze e dolori. Nei momenti di emergenza, cari amici, la stampella fascista finisce per diventare il bastone con cui si distrugge la democrazia.
Ma questo nulla toglie alla nostra esatta denuncia dell'altra violenza che trova in giornali, in organizzazioni un tipo di sollecitazione che non può essere accettato da chi come noi ha le massime responsabilità del paese.

La libertà di informazione

8 - E proprio noi democristiani dobbiamo dire una parola chiara sulla libertà di informazione; non a caso il segretario politico ha aperto la sua relazione, affrontando questo delicato tema. Un paese che ha una stampa nelle mani di poche forze, in un'area che si restringe per il progressivo fenomeno della concentrazione delle testate, non può, certo, dirsi compiutamente democratico.
E i nostri colleghi giornalisti debbono stare attenti: la protesta non si deve riferire ad un giudizio sulla direzione in cui si è mosso il capitale; qualunque tipo di concentrazione è funesta, è mortificante, segna un passo indietro nella libertà dell'informazione, indica, come testimonianza primaria, che una società che si dice libera non lo è nella misura in cui la libertà deve consentire una sua piena e qualificante espressione al di fuori degli strumenti di pressione.
Noi, quindi, chiediamo che questo delicato problema venga affrontato non in modo superficiale né contingente, soltanto, cioè, in occasione dei passaggi di pacchetti azionari, ma mediante una legge – a favore dell'editoria giornalistica quotidiana – che deve ormai esser ampia ed organica, evitando il frammentarismo, gli interventi parziali.
Occorre, infatti, assicurare la sopravvivenza delle testate esistenti – caratterizzate soprattutto a livello provinciale e regionale da gravi crisi finanziarie che hanno portato a minacce di chiusura o di ridimensionamento – consentendo, nel contempo, che in talune regioni d'Italia, sprovviste di quotidiani, si creino – come prevede anche un progetto delle Partecipazioni statali già presentato al CIPE — strutture editoriali a spese della comunità nazionale e in direzione, soprattutto, di quei gruppi culturali e delle cooperative di giornalisti e tipografi che oggi – per gli alti costi gestionali – non sono in grado di esprimersi.
In questo contesto potremmo anche concordare su un'indagine parlamentare che approfondisca il tema dello «stato della stampa» in Italia, ma non vorrei che in attesa dei risultati da conseguire, certo, non entro tempi brevi, la situazione dell'editoria quotidiana superi il già grave limite di guardia.
Il fatto è che la riforma dell'informazione è prioritaria al pari delle altre grandi riforme di struttura perché essa è legata alla libertà di stampa che è presupposto di tutte le altre libertà civili.
Occorre, dunque, una risposta urgente e concreta così come su un altro delicato problema daremo una risposta, io credo positiva, e per questo già siamo collegati agli altri gruppi parlamentari. Mi riferisco al finanziamento pubblico dei partiti.
Non posso, in proposito, che respingere una polemica, spesso astiosa, nei confronti delle forze politiche per le loro compressioni e debolezze verso i centri di potere economico; una polemica la quale non ammette l'esigenza di impegnare i partiti entro rigorosi confini – che devono essere garantiti da precisi controlli, senza però, bloccare una severa autonomia e una indispensabile libertà delle forze politiche stesse –, attraverso un finanziamento pubblico che esalti e non mortifichi la democrazia.
Sono questi – riforma dell'informazione, finanziamento pubblico dei partiti – modi per esprimere e valorizzare la libertà, uscendo dalla situazione precaria dei finanziamenti occulti, che finiscono per influenzare, dominare.

Le regioni

9 - Altro argomento di fondo è quello delle regioni; le regioni, con la loro carica innovatrice, con la loro autonoma capacità programmatrice. Ricordo che nel Consiglio nazionale del 1970, alla vigilia delle elezioni che diedero vita alle regioni, richiamammo il profondo mutamento di rapporti che si sarebbe verificato entro il Partito, tra i suoi vertici centrali e periferici e le nuove importanti realtà istituzionali, per ciò che esse avrebbero comportato come centri di potere legislativo, come costituzione di una classe dirigente eletta, capace di un potere che sino allora era stato soltanto delle rappresentanze parlamentari e statali.
Prima di essere sopravanzati o sottesi dalla realtà di situazioni che si muovono, prima che si verifichi lo scontro inevitabile – se cotesti rapporti non saranno regolati con una grande presa di coscienza anche statutaria del Partito – fra partiti e poteri legislativi autonomi, occorre muoversi, ponendo il problema tempestivamente ed operando con soluzioni che tengano conto delle esperienze di altri paesi, in cui le autonomie e persino il federalismo non hanno frantumato la realtà del potere nazionale.
Come presidente del gruppo parlamentare non posso anche non richiamare il problema di un rinvigorimento selettivo del Parlamento, nella sua azione di controllo e nel suo slancio legislativo, dai quale i parlamentari nazionali traggono il motivo fondamentale della loro presenza e della loro dignità, nel momento stesso in cui viene meno necessariamente il loro compito di essere tramite, dalla periferia al centro, di una rappresentanza di temi e di problemi che per gran parte saranno sempre più assorbiti dalle rappresentanze regionali.

Il Partito

10 - Occorre anche una nostra iniziativa innovatrice che riveda l'emarginamento delle sedi decisionali del Partito costrette solo ad una faticosa mediazione, alla ratifica di tante singole situazioni, perdendo cosi un'iniziativa generale con la frammentazione non già nelle correnti, che è fenomeno al quale tutti diciamo di voler porre rimedio, ma nei particolarismi geografici.
Da qui, discende un preciso dovere per il centro: di partecipare più da vicino alle prospettazioni periferiche; di determinare un più stretto collegamento con la base in un'indicazione di partecipazione che deve essere reciproca, che deve coinvolgere tutti i livelli del Partito il quale non intende, giustamente, essere semplice oggetto di decisioni di vertice.
Il problema del Partito è fondamentale anche per i suoi doveri di formazione civica delle nuove generazioni, che giungono ormai a noi il più delle volte prive di quella carica di dottrina e di formazione che veniva dal particolare assetto del mondo cattolico.
Quella che noi vogliamo è una DC rinnovata, capace di un'incidente iniziativa, omogenea nella sua maggioranza interna – che non deve risultare schematicamente né da una somma aritmetica né da un giuoco di collocazioni artificiose a sinistra, al centro e a destra, pur se una vera destra, un vero centro e una vera sinistra sono necessari – chiara nell'indicazione di un modello di sviluppo e nelle condizioni da porre a tutte le forze politiche democratiche per un cammino in comune.
Ho parlato del nostro Partito, per il quale l'impegno di tutti, e in prima fila del segretario politico, è stato gravoso e responsabile. Ne ho parlato perché è qui che giocheremo le carte decisive dei prossimi anni, è nella prospettiva che gli sapremo imprimere rispetto alla società italiana, rispetto al mondo della cultura, rispetto al grande travaglio del mondo cattolico che potremo giudicare se esso potrà svolgere il suo ruolo che non è di mero potere ma deve essere e restare di crescita civile del nostro popolo. Mi potrò sbagliare ma abbiamo dedicato poco del nostro tempo a questi problemi; e se non acceleriamo il processo di rinnovamento – che non è un fatto generazionale perché l'età fa grado nella DC come si è visto quando l'impegno è serio, intelligente e qualificato – altri si muoveranno con serietà e prenderanno il nostro posto, altri nei quali la carica di libertà è sostituita pericolosamente da altre motivazioni che finirebbero per rendere sterile il lavoro compiuto.
In un tale contesto si pone oggi il problema cui ho già accennato, del PSI. Chi considerasse finito il ruolo dei socialisti si assumerebbe una responsabilità con la quale non abbiamo nulla da spartire: proprio perché ci collocherebbe fuori da una linea scelta dai congressi e che oggi nessuno credo voglia ribaltare. D'altra parte noi abbiamo un dovere che è emergente rispetto alla strategia comunista, che si pone, logicamente, il problema di occupazione dell'area dalla estrema sinistra fino ai margini dello schieramento democratico cristiano per trarre da essa una più grande autorità, per immettere nuovi elementi per la sua sintesi politica, per porre le condizioni di un collegamento con la DC più stringente e, quindi, anche in una sfera di accelerazione, più drammatico e convulso.
Certo, il discorso sulla ripresa di collaborazione col PSI pesa sul nostro Partito per la delusione di molti anni di collaborazione che non hanno portato al rafforzamento ma all'indebolimento dei rapporti.
Non credo che talune esperienze di centro-sinistra siano state negative per errori dovuti a spericolatezza, a improvvisazione, a immaturità, quanto piuttosto perché esse furono la conseguenza della mitizzazione taumaturgica di una formula, dello scarso approfondimento delle linee di tendenza della società italiana, della mancata individuazione delle cose reali con cui vivificarlo in una società nella quale i termini dell'equazione economica, sociale e politica si sono modificati.
Noi non chiediamo al socialismo italiano di rinunciare alla sua storia e di buttare alle ortiche il suo bagaglio di ideali.
Noi chiediamo ai socialisti, proprio perché la DC sta dando connotati precisi al suo dover essere di fronte ai problemi pressanti del paese, come intendano realizzare davvero i loro ideali di umanità, di libertà, di giustizia. Era schematico per loro realizzarli un secolo fa o giù di lì, quando le ingiustizie erano sfacciate, lo sfruttamento spietato, la scelta di campo tra borghesia e proletariato ovvia e scontata.
Oggi no, oggi la protesta o la predicazione classista non può bastare per portare avanti una linea di rinnovamento perché le ingiustizie, che pure esistono, sono di più difficile individuazione; perché lo sfruttamento, che pure c'è, non passa più per lo spartiacque borghesia-proletariato, infine, perché la visione angustamente classista della società e dello Stato non solo è una visione di minoranza, ma impedisce quella saldatura tra classe operaia e ceti medi che dà carattere di incontro davvero storico all'alleanza di governo tra cattolici e socialisti.
Il discorso sulle «compatibilità macro-economiche» al quale agganciare la politica riformatrice, non è stato sottovalutato dall'on. Giolitti al recente Convegno economico del PSI: l'intuizione che il nodo da sciogliere non è più o non è solo nel binomio borghesia-proletariato ma nelle incrostazioni burocratico-clientelari di varia natura e di diversa estrazione; la presa di coscienza che una politica indiscriminatamente punitiva dei ceti medi spaccherebbe il paese in verticale e darebbe fiato alle manovre eversive; la consapevolezza che certo miracolismo programmatorio di stampo illuministico deve cedere il passo a provvedimenti, sì programmati, ma tempestivi e realizzabili; tutto questo, insomma, fa ritenere che vi possa essere uno spazio per un discorso tra le forze democratiche e il PSI anche se esso non sarà facile né dall'esito scontato. Un punto è certo. Noi riprendiamo il discorso, ma non partiamo dalla ragione ideologica dell'irreversibilità. Siamo consapevoli che se non verificheremo con crudezza la situazione, se non avremo la lealtà reciproca di un confronto senza veli sul passato e sul presente, potremmo incorrere in un errore politico che segnerebbe la definitiva conclusione di un'esperienza che noi consideriamo importante e che per questo non vogliamo compromettere con atteggiamenti superficiali o compromissori.
Anche i liberali ci pare abbiano compiuto significative revisioni del loro modo di impostare taluni problemi. Non si allude certo alla loro fedeltà al metodo della democrazia sulla quale non si dubita oggi come non si dubitava ieri e non si dubiterà domani. Si allude piuttosto ad alcuni loro atteggiamenti di politica economica. Dobbiamo dire con molta chiarezza che non abbiamo condiviso le critiche mosse loro perché al governo non avrebbero ricalcato le gesta di Quintino Sella che passò alla storia per aver pareggiato il bilancio dello Stato con la tassa dei poveri, la tassa sul macinato.
Il fatto che i liberali al governo abbiano dato più importanza al problema della disoccupazione che a quello dell'equilibrio del bilancio, mi pare stia a testimoniare lo svecchiamento di una mentalità, la dissacrazione di miti e feticci ai quali il liberalismo per molto tempo era rimasto romanticamente attaccato. Dico questo perché sulla strada della revisione della linea politica ma non del rinnegamento dei valori, si potranno fare utili dialoghi dai quali la democrazia italiana avrà tutto da guadagnare, come ne ha guadagnato quella europea.
Alcune considerazioni, infine, sul Partito comunista. Affermare che esso sia quello di ieri o di avant'ieri è, più che un errore, una pigrizia mentale che può costare un altissimo prezzo: a meno che non si vogliano chiudere gli occhi sulle novità, sulle tensioni all'interno del PCI, sulle modificazioni del quadro internazionale. Il tempo non passa soltanto per gli altri partiti: anche per il Partito comunista italiano che forse più degli altri deve temere le novità rimescolatrici di rapporti e di situazioni.
Noi come DC, dobbiamo seguirne con grande attenzione l'evoluzione, dobbiamo conoscerne stile, idee e metodi, dobbiamo fare nei suoi confronti una politica di civile alternativa democratica, che è la spinta, la sollecitazione più importante che può avere nel lungo corso degli anni, effetti di vero cambiamento sul Partito comunista. Il Partito deve dedicare tutto il suo impegno per conoscere meglio ciò che si muove dentro il PCI, il tipo dei suoi rapporti con le forze sociali, le ragioni della sua battaglia parlamentare, la sua capacità di distinguere dal vuoto malsano delle posizioni della sinistra extraparlamentare. Dobbiamo però prendere atto che il Partito comunista italiano è ancora un partito leninista.
Il PCI continua ad avere, come ha, una struttura centralizzata verticalmente: vive di un processo politico di mobilitazione continua della base attraverso strutture unitarie e non reciprocamente competitive; offre una cultura politica leninista sia ai militanti di base sia ai quadri intermedi, e questa cultura, essendo leninista, non può essere che una cultura antisistema. Lo sviluppo e l'evoluzione attuali del Partito comunista non modificano il quadro globale di struttura partitica centralizzata.
Perché possa diventare un'altra realtà, il PCI dovrebbe rinunciare esplicitamente al leninismo come tattica e strategia; dovrebbe riconoscere che può tentare la sua via proprio perché non è inserito nel sistema di influenze egemoniche dell'Unione Sovietica.
Per questo, occorre delimitare esattamente l'area di governo. È il Partito comunista che si auto-promuove a forza di opposizione in un sistema democratico pluralistico nel momento stesso in cui conferma la sua struttura di partito monolitico centralistico, legato ad esperienze di altri paesi che tutto si possono definire fuorché democratiche nel senso in cui noi intendiamo la vita e la dialettica democratica. Del resto, quella del PCI è una opposizione che è anche potere al centro come in periferia. Potere che gli deriva dal suo peso elettorale, che il metodo della democrazia rappresentativa fedelmente registra: potere che lo inserisce attivamente nelle strutture politiche e amministrative del paese: potere che ne fa una forza politica di rilievo con la quale il confronto si pone da sé. Su questa realtà dovrebbero meditare quei socialisti che amano bizantineggiare ogni qual volta si pone in termini precisi il problema della netta delimitazione della maggioranza di governo.
Noi siamo certo ansiosi per le condizioni del paese, non ci fa velo la gravità della situazione, abbiamo sentito ieri da Colombo i dati di una situazione economica estremamente pesante. Abbiamo ascoltato i nostri delegati, ci muoviamo, su una proposta di mozione per dare forza alla dirigenza nazionale, per garantire una DC certa dei prossimi passaggi, per ridare al Partito la forza ideale del suo messaggio nel cuore del popolo italiano.

On. Flaminio Piccoli
XII Congresso Nazionale della DC
Roma, 9 giugno 1973

(fonte: biblioteca Butini)


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