LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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IL BICOLORE DC-PRI: REPLICA DI ALDO MORO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 7 dicembre 1974)

Il "Patto di Palazzo Giustiniani" riporta nel 1973 Amintore Fanfani alla segreteria della DC, Aldo Moro nella maggioranza del partito e Mariano Rumor alla guida di un governo organico di centro-sinistra.
Anche a seguito delle forti polemiche intorno al referendum sul divorzio del 12 maggio 1974, il V Governo Rumor non ha la coesione parlamentare necessaria per continuare la propria azione, e il 3 ottobre 1974 si dimette. Dopo una lunga crisi, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone affida ad Aldo Moro l'incarico di formare il nuovo governo, che viene costituito il 23 novembre 1974: è un bicolore DC-PRI, con il PSI ed il PSDI che garantiscono dall'esterno la maggioranza al governo.
Il Senato vota la fiducia al governo il 5 dicembre. Il 7 dicembre, Moro replica al dibattito alla Camera, che vota anch'essa la fiducia al nuovo governo.

* * *

MORO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, tocca a me, giunti a questo punto, di trarre le conclusioni del dibattito, svoltosi, dopo il Senato, alla Camera dei deputati. Compito difficile, questo. Come si può immaginare che nel corso di poche ore, si affronti criticamente una discussione così approfondita ed intensa? Ma questa è la prassi, alla quale io non voglio sottrarmi, chiedendo scusa del carattere sommario e, in qualche modo, superficiale di questa mia replica. E invece ben vivo in me un senso di sincera gratitudine per tutti coloro che sono intervenuti, di qualunque parte essi siano, dando un rilevante contributo di adesione o di critica alle mie tesi. Ma tanto più vivo è questo sentimento nei riguardi di coloro che hanno pienamente difeso íl mio operato ed espresso motivata fiducia al Governo da me presieduto, come hanno fatto, sia pure con qualche caratterizzante sfumatura, l'onorevole Rognoni e gli onorevoli De Martino, Orlandi e Biasini. Ne sono profondamente lieto e spero di potere in qualche modo corrispondere alle comuni attese.
Farò innanzitutto delle osservazioni su quanto è stato detto in materia economico-sociale ovvero sulla politica estera. Farò seguire poi alcuni orientamenti di carattere generale sul significato politico della crisi e della soluzione che ne è stata data.
Ho risposto molto analiticamente alle obiezioni al programma economico del Governo sollevate nella discussione al Senato. Molti di questi rilievi critici sano stati ripresentati in questa discussione alla Camera, ma vi è un tema che richiede da parte mia un chiarimento di fondo, poiché l'incomprensione su questo punto delle mie dichiarazioni programmatiche lascia aperti equivoci sull'intera azione che il Governo intende impostare per la stabilizzazione e la ripresa dell'economia italiana. Ho parlato di due tempi della politica economica nel corso del 1975: questa distinzione è stata interpretata a volta a volta nel corso del dibattito in modi diversi ed equivoci, e minaccia di lasciare aperto nell'opinione pubblica un dibattito scolastico che distoglie l'attenzione dalla serietà dei problemi economici e dall'impegno di concretezza con cui avevo cercato di presentare il programma governativo. Non si tratta di superare le difficoltà per fare soltanto in un secondo tempo le riforme (onorevole Amendola), e tanto meno di dilazionare le misure per la ripresa e il sostegno della domanda — che debbono essere prese con urgenza — per attendere il miglioramento della situazione, anche col rischio di ritrovarci dopo molti mesi in una situazione economica pressoché sull'orlo della rovina (onorevole De Martino). La teoria dei due tempi non ci riporta, come è stato detto, al vecchio tipo di espansione. Con quella espressione ho voluto soltanto distinguere i provvedimenti che sostengono la domanda interna, ma provocano un peggioramento del deficit della bilancia dei pagamenti, e i provvedimenti che, sempre sostenendo la domanda interna, hanno invece un effetto riduttivo dello squilibrio dei nostri conti con l'estero. È curioso che questa distinzione non sia stata tenuta presente proprio da quegli oratori che si sono soffermati a porre in risalto i costi politici per il nostro paese di un accrescersi dei debiti esteri, che, nelle presenti circostanze, non possono essere debiti privati, ma debiti con Governi o con istituzioni internazionali, spesso subordinati a precise richieste di determinati comportamenti della politica economica interna. Per sottrarci a questi costi, il cui peso può forse essere meno grave di quanto appaia nella preoccupata valutazione di taluno, si debbono formulare politiche economiche che, anziché aggravare il deficit, permettano di operare per un suo rapido contenimento.
L'onorevole Malagodi ha detto che l'equilibrio esterno si può ristabilire essenzialmente in due modi; una minore domanda che corrisponda ad una offerta pari o meno decrescente, e una maggiore offerta che corrisponda ad una domanda pari o meno crescente; e ha ripetuto che questa seconda soluzione sia non soltanto preferibile, ma la sola realmente percorribile.
Il Governo è d'accordo su questo giudizio; e il suo programma esclude che per migliorare i conti con l'estero si debba ulteriormente contenere la domanda interna con nuove restrizioni della politica monetaria o della politica fiscale. Le misure del primo tempo sono invece intese ad allargare l'offerta in relazione ad un'espansione delle esportazioni e alla sostituzione delle importazioni in taluni settori con una maggior produzione interna. Il contenimento di alcuni consumi, in settori in cui la produzione nazionale è inelastica e la domanda oltre un certo limite è soddisfatta soltanto attraverso le importazioni, implica un immediato aumento della domanda in altri settori, per i quali esiste la possibilità di espandere l'offerta interna.
Cento miliardi di lire di minor domanda di carne, di gasolio, di grano duro hanno lo stesso effetto di cento miliardi di lire di maggiori opere pubbliche, per quel che attiene al sostegno della produzione e dell'occupazione, con il vantaggio che questo effetto è immediato e non si materializza soltanto dopo i lunghi tempi, decisionali e tecnici, che un analogo aumento degli investimenti pubblici, invece, richiede.
Tra questi provvedimenti del primo tempo, insisto a ritenere opportuno, nonostante le obiezioni dell'onorevole Malagodi, il sostegno alle esportazioni di macchinari e impianti a pagamento differito. Vi è, infatti, la necessità, su cui molti oratori hanno insistito, di un riadeguamento strutturale del nostro sistema al mutamento della domanda internazionale. In prospettiva, il settore che produce beni capitali sarà decisivo per l'espansione della nostra economia, poiché i mutamenti nella distribuzione della ricchezza nel mondo a seguito della crisi del petrolio determineranno un rilevante aumento nella domanda di prodotti connessi al processo d'accumulazione dei capitali.
Su questi settori si è abbattuta la crisi della domanda interna per gli investimenti ed essi rischiano, per carenza di mercati, di perdere di ritmo e di subire un deterioramento nella loro capacità produttiva e nel loro aggiornamento tecnologico. Di qui l'opportunità di un sostegno che, nelle presenti circostanze, non può venire se non dalla domanda estera, opportunamente incentivata con finanziamenti agevolati e con l'assicurazione alle esportazioni: misure concesse dai nostri concorrenti in misura anche più ampia di quanto previsto dalla legislazione italiana.
Questa esigenza di favorire un salto di qualità del nostro apparato produttivo ha motivato la scelta dei tre settori d'intervento del secondo tempo; ma naturalmente tale scelta non esaurisce il complesso lavoro di messa a punto delle istituzioni e dei comportamenti attraverso cui l'azione del Governo può creare gli opportuni stimoli alla riorganizzazione della nostra economia, per porla in grado di affrontare le sue antiche e nuove debolezze.
La programmazione economica poteva apparire un lusso superfluo in tempi in cui il sistema economico era spinto dalle circostanze a normali ritmi di crescita: e in tutti i paesi dell'occidente, dalla seconda metà degli «anni sessanta», si è di fatto assistito ad un processo di perdita di importanza e di incisività degli organismi governativi preposti alla programmazione dell'economia. Ma quando la crescita non è più un dato scontato e, anzi, scontata è la recessione e la depressione, quando — soprattutto — la crescita non può essere più un'espansione equiproporzionale di tutti i settori, e vi sono problemi di nuove proporzioni da inventare, di adeguamenti strutturali da favorire, allora l'intervento pubblico nell'economia ha bisogno di darsi nuovamente un ordine e di attingere nell'interdipendenza delle difficoltà ad una più compiuta globalità.
Energia, casa e agricoltura sono certamente settori in cui l'intervento pubblico deve essere riorganizzato e potenziato, e per questo, in un momento d'emergenza in cui il tempo disponibile per l'azione è breve, il Governo ha deciso di dare ad essi il massimo di priorità e di concentrare su di essi il massimo sforzo finanziario. Ma non vogliamo che essi rimangano interventi episodici e siamo, invece, consapevoli della necessità, a breve scadenza, di fornire alle imprese, ai sindacati, agli amministratori pubblici, un quadro compiuto nel quale esaminare le strategie, le mosse, le strade per un riadeguamento strutturale della nostra economica. Occorre, per questo, ridare autorevolezza e prestigio alla programmazione economica dello Stato e formulare un piano a medio termine che abbia il respiro e l'orizzonte adeguati alla lunghezza dei tempi richiesti per la ristrutturazione del nostro sistema economico, in un mondo che ci appare tanto mutato.
L'allentamento dell'interesse per la programmazione è stato certamente una delle cause dello sviluppo caotico e torrentizio della finanza pubblica negli ultimi anni e della perdita di controllo sulla produttività dell'azione pubblica, che da molte parti in questo dibattito è stata denunciata. La ripresa, invece, dalla presente congiuntura non potrà essere duratura se avverrà soltanto per un rilancio della domanda aggregata, poiché d'ora innanzi per molti anni ancora il vincolo della bilancia dei pagamenti allo sviluppo della nostra economia sarà più stretto; minori, di conseguenza, i margini per lo sperpero di risorse, per l'inefficienza, per gli errori di calcolo economico; meno ampie che per il passato saranno anche le possibilità di compensare con aumenti dei guadagni monetari il sentimento della giustizia offeso dalle ineguaglianze nella distribuzione della ricchezza e dalle imperfezioni nei meccanismi di sanzione delle responsabilità per gli errori e per le negligenze di tutti coloro che hanno ruoli direttivi nelle attività economiche e nell'esercizio di pubbliche funzioni.
L'onorevole De Martino ha correttamente riproposto il tema dei rapporti tra Governo e sindacati come il nodo della politica congiunturale dei prossimi mesi, e si è detto fiducioso che il Governo saprà stabilire con il mondo del lavoro una relazione di lealtà e di collaborazione. La base per questo rapporto non potrà certamente essere (e l'onorevole De Martino non ha lasciato dubbi in proposito) un atteggiamento di dimissione da parte del Governo rispetto alle sue responsabilità nel risanamento dell'economia, ma la sua capacità di indicare, al di là dei sacrifici attuali, obiettivi che il mondo del lavoro possa apprezzare come parte del proprio patrimonio e della storia delle sue lotte, e di allargare, già nel momento stesso della formulazione delle politiche economiche per l'oggi, lo spazio di partecipazione e di dialogo.
Scadenze impegnative sono prossime per questo non facile dialogo, ed è intenzione del Governo non dilazionarle: la vertenza per l'adeguamento della contingenza nell'impiego pubblico e in quello privato, l'adeguamento delle pensioni, la richiesta di un reddito garantito per i disoccupati. Vi sono problemi di tempi e di gradualità di applicazione in taluni casi; in altri, l'ammontare delle richieste della piattaforma rivendicativa non appare compatibile con la necessità di contenere l'aumento dei prezzi e di difendere il cambio della nostra moneta.
Il Governo intende verificare punto per punto, in un incontro con i sindacati a breve scadenza, ma opportunamente preparato, tutta questa materia. Esso ritiene, con il programma che ha comunicato al Parlamento, di presentarsi a questo incontro avendo fornito la dimostrazione che la politica economica proposta, volta a contenere la recessione e a predisporre massicci programmi di sostegno della domanda, è esattamente l'opposto di quella di chi volesse trarre profitto per restaurare antichi equilibri di forze dall'obiettiva condizione di debolezza dei lavoratori in un difficile momento di crisi.
Non mancano, del resto, da parte dei sindacati alcuni incoraggianti segni di una maggior disponibilità a trovare soluzioni positive di gravi problemi connessi alla riorganizzazione del lavoro: tale è il caso, nel settore del pubblico impiego, delle loro proposte in materia di mobilità del lavoro, di riqualificazione professionale, di limitazione alle nuove assunzioni e di eliminazione degli enti inutili. Tale disponibilità delle confederazioni il Governo è pronto a verificare, auspicando che ad essa corrisponda, anche a livelli organizzativi inferiori, una conformità di atteggiamenti.
È stato ripetuto da quasi tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito che l'equa distribuzione del costo della recessione fra tutti i gruppi sociali è una condizione essenziale per evitare che il processo inflazionistico si alimenti nel risentimento, nella diffidenza e nello scontento, attraverso il tentativo di ciascun gruppo di riguadagnare i precedenti livelli di reddito monetario. Il Governo considera a questo proposito che l'attuazione severa della riforma tributaria sia la punta avanzata del suo disegno riformatore. La progressività delle aliquote dell'imposta sulle persone fisiche non è certo inferiore a quella applicata da paesi conosciuti per il loro rigore fiscale e per l'efficacia delle loro politiche di redistribuzione dei redditi attraverso lo strumento tributario. Vi è un tremendo lavoro organizzativo da svolgere per tradurre in gettito effettivo il dettato della legge; essa offre tuttavia strumenti d'accertamento e di controllo molto più potenti di quelli finora disponibili e stabilisce sanzioni assai più severe.
Un miglioramento nell'efficienza dell'amministrazione può ora ridurre significatamente la zona dell'evasione, attuando un'azione redistributiva assai più durevole di quella che potrebbero permettere contribuzioni straordinarie che il programma di governo esplicitamente esclude. Rimane valido tuttavia l'impegno, ereditato dal precedente governo, relativo all'una tantum sui fabbricati.
L'onorevole Orlandi, assieme ad altri, ci chiede un chiarimento sulle intenzioni del Governo in tema di riforma sanitaria e di consolidamento dei debiti degli ospedali. Come già feci al Senato, rileggerò su questo punto il programma discusso con i partiti della maggioranza.
L'altra grande riforma attualmente all'esame del Parlamento, è la riforma sanitaria. Occorrerà discuterla avendo ben presenti gli sviluppi degli oneri finanziari e dei problemi della loro copertura, nonché la necessità di disegnare sistemi di decentramento dell'amministrazione sanitaria che forniscano incentivi e sanzioni per un impegno corretto delle risorse e il contenimento dei costi delle prestazioni. Già è stata deliberata la legge che prevede il trasferimento dell'assistenza ospedaliera alle regioni. Il problema più urgente per avviare questa legge d'applicazione è quello del ripianamento dell'esposizione debitoria degli enti ospedalieri verso il sistema bancario. Il volume complessivo di spesa previsto a carico dello Stato è di circa 2.700 miliardi. L'assunzione di tale onere, essendo legata al ricorso al mercato finanziario, non può non tener conto delle condizioni di quest'ultimo, che al momento non si dimostra in grado di assorbire titoli pubblici. D'altra parte, risulta impossibile affidare l'assunzione di cifre così imponenti al finanziamento monetario: ciò farebbe precipitare quel tanto di equilibrio che si è potuto ricostruire. Si richiede pertanto gradualità nell'operazione. Il primo passo può essere il consolidamento dei debiti bancari, e per questo è in corso l'esame delle modalità; si sta, in ogni caso, operando in questa direzione.
Ringrazio l'onorevole De Martino per le interessanti idee espresse su taluni aspetti che saranno all'esame dei capi di Governo e dei ministri degli esteri europei a Parigi. La linea che da parte italiana è stata sostenuta in sede di preparazione del «vertice», e verrà ribadita nella riunione di Parigi, ha posto in primo piano, nel settore delle questioni di fondo, i problemi della politica energetica, di quella regionale e dell'occupazione, e in quello istituzionale il rafforzamento delle istituzioni e l'esigenza di una maggiore democratizzazione del processo decisionale in seno alla Comunità.
Sul primo punto riteniamo che la crisi energetica fornisca una ragione supplementare alla Comunità perché sia accelerata la realizzazione di una politica comune in campo energetico. L'avviata concertazione con i maggiori paesi consumatori, che intendiamo sviluppare ulteriormente, dovrebbe d'altra parte consentire un sollecito avvio del dialogo con i paesi produttori. Non dovranno per altro essere ignorati, anche in questo contesto, i particolari bisogni dei paesi del «terzo mondo».
Quanto alla politica regionale, il Governo italiano ha chiesto che il problema venga trattato al «vertice», in uno spirito costruttivo, per giungere a decisioni concrete circa l'entrata in funzione del fondo previsto nelle precedenti intese di Parigi e di Copenaghen. I meccanismi di funzionamento saranno precisati successivamente. A questo stadio sembra per altro più efficace e produttiva, rispetto ad un appello diretto ai risparmiatori comunitari, un'opera di sollecitazione e di stimolo sul mercato dei capitali che valga ad orientare verso le aree più depresse, attraverso strumenti adeguati, da definire ulteriormente, un flusso di investimenti da parte delle imprese della Comunità.
Anche per la politica dell'occupazione l'azione italiana è stata rivolta ad un rafforzamento delle possibilità di intervento del fondo sociale, per consentire un suo contributo alla soluzione dei problemi delle regioni e delle categorie di lavoratori maggiormente colpite da difficoltà d'occupazione. Su questa linea continueremo a muoverci al «vertice».
Sul piano istituzionale l'azione italiana è stata coerentemente rivolta al potenziamento degli organismi comunitari, al rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo e alla promozione del consenso tra i paesi membri per l'elezione a suffragio universale dei componenti del Parlamento stesso. Posso assicurare che anche al prossimo «vertice» l'azione del Governo sarà fedele a tale impostazione.
Come ho già avuto modo di dire nel corso della replica al Senato, onorevole Malagodi, e desidero assicurare anche adesso, nessuna iniziativa sarà tralasciata da parte nostra perché il processo d'unificazione del nostro continente sia portato innanzi con il contributo e la partecipazione piena e convinta dell'Italia.
L'onorevole De Martino e l'onorevole Malagodi hanno giustamente posto in rilievo la stretta interdipendenza che lega oggi ancor più che per il passato al «terzo mondo» il destino dei paesi industrializzati. E un rapporto che da oltre un anno è entrato in una evoluzione radicale, e che ci apparve subito, almeno per ciò che attiene al possesso delle materie prime, intercorrere ormai tra paesi ricchi potenzialmente poveri e paesi poveri potenzialmente ricchi. Occorre, dunque, trovare una sistemazione nuova per una necessità incombente su tutte le componenti della comunità internazionale, anche quelle più privilegiate da un punto di vista economico, nella quale trovi spazio adeguato il problema drammatico dei paesi emergenti privi di risorse naturali. Il Governo darà a questo fondamentale e decisivo aspetto della politica estera l'attenzione ed il peso che merita.
Circa il trattato di non proliferazione, sono d'accordo con le considerazioni in proposito svolte dall'onorevole Malagodi, mentre dissento dall'impostazione dell'onorevole Romualdi. La questione della non disseminazione nucleare ha infatti molteplici aspetti, che tutti, nella conferma dell'adesione italiana ai principi del trattato di non proliferazione, vanno tenuti presenti, in modo particolare per ciò che attiene agli auspicati sviluppi unitari europei e all'utilizzazione non discriminatoria dei benefici attuali e potenziali delle applicazioni pacifiche dell'energia atomica. Il Governo italiano, pertanto, si adopererà perché la conferenza di revisione del trattato di non proliferazione abbia per risultato un aggiornamento del trattato alle nuove realtà internazionali, condizione indispensabile perché il sistema raccolga le adesione più larghe possibili.
In merito alla recente risoluzione dell'assemblea generale delle Nazioni unite sui diritti nazionali del popolo palestinese, ricordo poi agli onorevoli Malagodi, Orlandi e Romualdi che tutti i nove paesi della Comunità europea si sono astenuti in sede di voto, poiché essi hanno ritenuto che il testo della risoluzione stessa non salvaguardasse esplicitamente il principio del rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale di tutti gli Stati della regione, ivi incluso, naturalmente, Israele. Principio, invece, chiaramente previsto dalla risoluzione n. 242 del Consiglio di sicurezza, di cui, per nostra parte, non abbiamo mancato, anche in questo dibattito, di ribadire la validità. D'altro canto, i nove non hanno ritenuto di spingere il loro dissenso fino al voto negativo non intendendo assumere un atteggiamento incoerente con l'affermazione contenuta nella dichiarazione congiunta del 6 novembre 1973, secondo la quale il futuro regolamento di pace in medio oriente deve tener conto dei diritti legittimi dei palestinesi.
Israele ci ha dato atto del nostro conseguente atteggiamento ogniqualvolta si sia voluto mettere in dubbio il suo diritto come Stato membro della comunità internazionale. Così è avvenuto, benché senza successo, in occasione di votazioni in seno all'UNESCO, laddove le decisioni assumono un carattere di sanzione che esorbita dalla competenza dell'istituzione.
Qualche cenno critico mi è stato rivolto per non essermi abbastanza soffermato sul tema, così sentito nel paese, della moralizzazione della vita pubblica. Facendo osservare che me ne sono occupato soprattutto in sede di replica al dibattito in Senato, non ho difficoltà a rilevare che si tratta di un impegno di normalizzazione di rilevante importanza. È innegabile che la sensibilità popolare sia colpita profondamente da informazioni su comportamenti disdicevoli tenuti da persone investite di pubbliche funzioni, che sia in gioco direttamente la vita pubblica o quella privata con riflessi, però, sulla prima. È vero che si tratta talvolta di informazioni incomplete o superficiali, destinate ad essere ridimensionate o addirittura annullate in un tempo breve o lungo che sia; ma, in ogni caso, quella sensibilità di cui si diceva rimane scossa e domanda un chiarimento e, occorrendo, una riparazione.
Il nostro impegno, al quale ci sforzeremo di rimanere rigorosamente fedeli, è che luce piena sia fatta e che non rimanga l'ombra del sospetto, anche a tutela di chi sia, come può avvenire, ingiustamente accusato. Questo impegno di verità fino in fondo vale in modo tutto particolare per i casi in cui siano evidenti particolari implicazioni politiche, e specie, come è accaduto abbastanza di frequente, ad altissimo livello. Ciò vale per le terribili stragi che hanno insanguinato l'Italia in questi anni, sulle quali cade ancora un'ombra più o meno cupa. Ciò vale per le vicende del SID, che meritano, nell'interesse di tutte le parti in causa, più rapido e obiettivo chiarimento, per rendere giustizia alla società offesa, per valutare in modo imparziale le responsabilità personali, per restituire ad un servizio essenziale per la nostra comune sicurezza credibilità ed efficienza. Nulla sarà fatto che possa intralciare il corso della giustizia; ed anzi, nella riaffermata e reale continuità degli indirizzi politici del nuovo Governo, tutto il possibile sarà fatto perché siano portate a compimento tutte le indagini il cui inizio aveva dato il segno di una rinnovata tensione e di un'accentuata volontà politica a difesa delle istituzioni democratiche e dello Stato. Dobbiamo essere tutti, onorevoli deputati, gelosi custodi del prestigio delle forze armate, le quali, al di sopra delle parti, tutelano i supremi interessi della sicurezza esterna ed interna della nostra comunità nazionale.
Benché sia troppo facile chiamare in causa, data la loro stessa natura e funzione, questo o quel servizio segreto straniero, posso dire che nessuna seria prova è stata addotta, qui o altrove, d'attività illecite di siffatte organizzazioni o di reali interferenze — che sarebbero intollerabili e non tollerate — nella vita interna del nostro paese.
Con riguardo alle osservazioni che con tanta misura e responsabilità ha formulato l'onorevole De Martino, desidero precisare che il Governo ha ben presente l'importanza che l'attività informativa e di tutela della sicurezza riveste per la difesa interna ed esterna dello Stato democratico. Per questo, è suo fermo intendimento affrontare e risolvere, in un quadro di conformità ai principi della Costituzione e alle esigenze fondamentali del nostro sistema democratico e repubblicano, il problema del riordinamento dei servizi cui è, o dovrà essere, affidato lo svolgimento di detta attività. A tal fine sarà ricostituito il Comitato interministeriale, che, valendosi di apposito gruppo operante presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, proporrà le necessarie misure amministrative e normative da adottarsi nelle competenti sedi amministrative, politiche e costituzionali.
All'onorevole Rognoni, che ha voluto esattamente sottolineare come uno dei punti centrali del programma sia rappresentato dalla realizzazione dei progetti di riforma della pubblica amministrazione, in parte già all'esame del Parlamento, desidero confermare l'impegno del Governo per una moderna politica delle istituzioni amministrative, strumento importante per il rinnovamento dei rapporti fra Stato e cittadini e per lo sviluppo del paese.
Anche in questo ramo del Parlamento si è parlato delle regioni a statuto speciale, per le quali vigono particolari ordinamenti e alle quali sono destinate speciali provvidenze.
Desidero confermare integralmente qui quanto ho detto in Senato circa la seria disponibilità del Governo ad esaminare, con animo aperto, residui problemi per la cui felice soluzione costituisce garanzia la buona volontà dello Stato dimostrata in tante occasioni: la buona volontà — sia detto con tutta chiarezza — dello Stato democratico, ma unitario. L'integrità della patria italiana è fuori di discussione. Mi sia consentito perciò di dire con quanta sorpresa e disappunto abbia sentito accennare da un parlamentare sardo, e senza alcuna seria motivazione, all'autodeterminazione dell'isola. Conosco abbastanza ed amo tanto la Sardegna da poter dire che sentimenti di questo genere sono assolutamente estranei a quelle generose popolazioni.
Mi è stato domandato se io abbia la volontà e la possibilità di esercitare le mie funzioni di coordinamento,, che si addicono al Presidente del Consiglio in quanto responsabile dell'unità d'indirizzo del Governo e della sua esecuzione. Rispondo che questo è non solo il mio dovere, ma il mio intendimento, e che mi trovo nella condizione di potere e di volere adempiere questo mio indeclinabile dovere; e ciò sia all'interno sia all'esterno della compagine governativa.
Rispettoso, come sono, delle prerogative del Parlamento, farò uso allo stesso modo delle mie prerogative in quanto Presidente del Consiglio e delle prerogative del Governo in quanto tale. E poiché mi trovo a parlare del Parlamento, nell'imminenza d'un voto di fiducia dal quale dipende che sia piena l'investitura e compiuta la nostra potestà, desidero ridire il mio profondo rispetto per il Parlamento. Ad esso per primo si indirizza, insieme con la domanda della fiducia, quell'appello che, rivolto ai rappresentanti del popolo, è destinato a giungere, per loro cortese tramite, a tutti gli uomini di buona volontà desiderosi di dare un contributo per il bene e per la salvezza della patria.
Dalla mia impostazione generale, dalla mia replica in Senato, risulta chiaro che io ho inteso, nella misura del possibile, sdrammatizzare questa pur difficile crisi e togliere ad essa, disegnandone un percorso accidentato ma normale, ogni carattere di autentica drammaticità e di drastica scelta. L'ho fatto per convinzione, e non per opportunità e contro coscienza. Ciò non toglie che la crisi abbia avuto passaggi difficili e risvolti tali da destare preoccupazione.
L'ombra delle elezioni anticipate non si è mai addensata su di noi come una nuvola nera apportatrice di maltempo, e tuttavia è vero che la divergenza iniziale, l'irrigidimento delle parti abbia destato in me, come negli osservatori più obiettivi, serie apprensioni. Ed è pur vero che la convergenza felicemente riscontrata intorno all'idea del bicolore e alla generosa decisione repubblicana abbia fatto tirare a me e ad altri un respiro di autentico sollievo.
E tutto questo spiega come mai, soprattutto nella mia responsabilità di Presidente del Consiglio, mi sia dato tutto per allentare le tensioni e per configurare le parti come non destinate ad irreparabili fratture. Ciò vuol dire che ho registrato come fatti importanti le disponibilità che si sono a mano a mano espresse, a cominciare da quella pregiudiziale del partito socialista italiano, e le ho coltivate per sgomberare l'orizzonte dal minaccioso incombere delle elezioni anticipate: le elezioni che sarebbero state dell'irrigidimento, della tensione, della temuta radicalizzazione della vita del paese.
Poiché se non era questo l'intendimento deliberato di alcuno, non è men vero che il pericolo obiettivamente potesse sussistere. Da qui la mia profonda riconoscenza per quanti hanno concorso a scongiurare una tale pericolosa eventualità quando, al momento giusto, l'offerta del bicolore è apparsa, come era, non una provocazione, ma una garanzia di equilibrio e di naturale sblocco della situazione.
All'onorevole Orlandi vorrei dire una sola parola per dissipare un'incomprensione: non ho mai temuto — il che sarebbe innaturale ed assurdo — che quel partito potesse essere risucchiato niente meno entro l'orbita fascista; ho semplicemente temuto che esso potesse essere dissociato dalla grande opera di approfondimento e sviluppo democratico alla quale, costituendo il Governo di centro-sinistra, ci siamo accinti.
L'ho detto per giustificare ad un tempo la mia sollecitudine e il mio apprezzamento per una componente storicamente importante nel nuovo equilibrio politico: un equilibrio politico — sia detto per inciso — del quale è così facile e frequente decretare la fine, quanto è difficile trovare un'alternativa; il che concorre a confermarmi nel mio primitivo convincimento, rafforzato da tante vicende che hanno visto sovente risorgere una formula data per finita, che si è trattato e si tratta di una vera operazione storica che non ha ancora esplicato tutti i suoi benèfici effetti.
Appare così in pieno rilievo l'importanza che assume il fatto del passaggio del partito socialista italiano dalla lunga opposizione alle responsabilità di Governo, tenute dignitosamente ed efficacemente anche in momenti difficili; quel collocarsi del partito, certo in zona di frontiera sulla sua sinistra, ma entro l'ambito in cui sono — accada quel che accada — le forze cui spetta la responsabilità di guida dello Stato. È questa l'acquisizione storica importante, che aggiunge un'essenziale componente alla solidarietà tradizionale, ma ormai bisognosa di integrazione — oltre che numerica — politica, di un partito socialista divenuto partito di governo.
E mi sia consentito di dire che tutta questa operazione ebbe il segno della freschezza e del coraggio della democrazia cristiana e continua ad avere lo stesso segno, nella misura in cui l'operazione continua e impegna solidamente tutti i partecipanti, al di là di ogni presuntuosa mediazione. Partendo da queste considerazioni, e nella consapevolezza di assicurare una conquista civile, ho dato come obiettivo di Governo di restaurare, nell'integrità della formula, tutta intera la politica di centro-sinistra, il cui spirito non è cambiato, anche se la lunga esperienza e la evoluzione storica non hanno mancato di insegnare a tutti noi qualcosa.
La divergenza di fondo, che ci contrappone al Movimento sociale italiano-destra nazionale, è chiara come sempre e questo stesso dibattito ne ha costituito la conferma. Si è discusso se sia ammissibile parlare di una destra esterna e diversa: ebbene, io sono convinto che in Italia la destra è più forte e pericolosa che non dicano le sue espressioni parlamentari. Il movimento sociale mostra di contestare questa convinzione e quasi di offendersene. Io non ne vedo né la ragione né l'interesse, ma non voglio imbarcarmi in una discussione su questo punto. Mi basta che risulti chiara la differenza di fondo, che infatti è chiara come la luce del sole. Non è che sia il Governo a collocare chicchessia all'opposizione, ma è facile prevedere che saremo su sponde opposte.
La posizione liberale ha avuto in questa circostanza toni pacati e costruttivi, dei quali è doveroso prendere atto. Come essi ci attendono alla prova dei fatti, così faremo anche noi. Resta ferma che, pur in atteggiamento responsabile, quel partito è fuori della logica di centro-sinistra, mentre una convergenza in questo senso sarebbe tutta da verificare e sembra dover essere esclusa.
Il discorso dei comunisti è stato condotto con la consueta abilità e con accenti sinceri dall'onorevole Amendola, il quale però, nell'intento di giustificare il suo assunto dell'esaurimento della formula di centro-sinistra e dell'avvento di una realtà nuova, sembra passare sopra con una certa disinvoltura a parecchie cose. Esse significano vitalità di una formula, pur sottoposta a forti tensioni e in qualche misura logorata; e rilevanti diversità sottaciute dell'assetto politico che verrebbe a sostituirsi al primo in via di esaurimento.
Ho già detto in Senato — e in particolare nella replica — le diversità esistenti e le profonde ragioni che ne stanno a base: le ragioni di una storica diffidenza, che non è facile dissipare, come i comunisti sanno benissimo. Ed allora non ci si può stupire del fatto che il centro-sinistra abbia una sua autonomia e autosufficienza, della quale le possibili integrazioni in termini di confronto costituiscono piuttosto una conferma che non una contestazione.
Sulla compagine del Governo e sui suoi immutati indirizzi politici di fondo mi sono tanto intrattenuto in Senato che non vorrei assolutamente ripetermi qui, quantunque gli argomenti siano stati ripetuti con zelo, forse degno di miglior causa. Basta infatti aspettare e vedere.
Signor Presidente, onorevoli deputati, né le indubbie, riconosciute difficoltà del momento, né la diversità dai comunisti or ora riaffermata, a dispetto degli arzigogoli (mi sia consentito dirlo) degli onorevoli Almirante e Roberti, i quali hanno sprecato, nel tentativo di dimostrare il contrario, le indubbie risorse del loro ingegno; tutto questo, dicevo, non diminuisce questo Governo, anzi lo rafforza. Esso è in possesso di tutti i suoi poteri, e con le sue storiche prospettive. Siamo, abbiamo detto, in una fase di acuta crisi economica e politica, che esige, per essere affrontata, l'impegno di tutti e íl coscienzioso e generale adempimento dei doveri di solidarietà sociale. Ma pur s'intravede uno spiraglio di luce: la situazione è difficile ma non disperata, altrimenti non saremmo qui a fare diagnosi e a lanciare moniti. Passiamo per un lungo e oscuro tunnel, ma la luce, al di là del cammino, c'è ed il nostro destino è nelle nostre mani. Se saremo saggi, se saremo solidali, se saremo consapevoli dei dati della situazione, nonché dei doveri che ne scaturiscono, potremo considerare chiuso — quali che ne siano le responsabilità — questo oscuro periodo della nostra storia; al di là (ed è quello che conta) c'è qualche cosa per la quale vale la pena di sacrificarsi oggi. L'onorevole De Martino si domandava, dopo preoccupate considerazioni sulla grande crisi che sottende la piccola crisi che questo Governo risolve, verso quale Italia andiamo: ebbene, andiamo verso l'Italia, verso un paese che, senza rinnegare le sue tradizioni, si colloca, moderno e civile, tra i più grandi popoli del mondo. (Vivi prolungati applausi al centro e a sinistra — Molte congratulazioni).

On. Aldo Moro
Camera dei Deputati
Roma, 7 dicembre 1974

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di sabato 7 dicembre 1974)


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