LA DEMOCRAZIA CRISTIANA IN ITALIA

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V° GOVERNO RUMOR: REPLICA DI MARIANO RUMOR ALLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Roma, 23 marzo 1974)

A causa di scontri tra il Partito repubblicano ed il Partito socialista su alcuni provvedimenti di natura economica, il IV° Governo Rumor rassegna le proprie dimissioni il 2 marzo 1974.
Lo stesso Mariano Rumor ricostituisce un governo di centro-sinistra, con il PRI solo nella maggioranza e non dentro il governo.
Il Presidente del Consiglio presenta il proprio governo ed il suo programma alla Camera dei Deputati il 21 marzo 1974. La replica al dibattito avviene il 23 marzo.

* * *

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, verso la conclusione del mio discorso di presentazione del programma ebbi occasione di affermare: «Dove la chiarezza di impostazione c'è, dove c'è chiarezza di indirizzi generali di politica interna, di politica economica, di politica estera, gli incontri e scontri ne risultano politicamente più qualificati, ma senza il rischio che la coscienza pubblica non possa distinguere più l'una o l'altra parte».
Non ho la presunzione che nel mio intervento iniziale vi sia stata la chiarezza di cui parlavo. Ma chi - come me - ha avuto l'onore di seguire il dibattito svoltosi in aula può, senza ombra di dubbio, affermare che gli scontri e gli incontri che in esso si sono verificati sono risultati completamente e altamente qualificanti, con una lucidità ed una schiettezza di posizioni che non hanno consentito quel rischio che indicavo. E' stato un dibattito che onora il Parlamento, che ha recato un contributo comunque costruttivo all'azione che il Governo, se otterrà la fiducia che ho chiesto, intende intraprendere, sia per le valutazioni e gli indirizzi che possono essere condivisi, sia per quelli che non possono essere accolti, ma che sono sempre motivo di attenzione e di riflessione per chiunque non abbia la presunzione di possedere la verità tutta intera.
Per questo ringrazio schiettamente gli onorevoli Benedikter, Biasini, Rognoni, Mariotti, Orlandi per l'apporto di consenso e di consiglio che hanno dato alle mie indicazioni; ringrazio gli onorevoli Berlinguer, Malagodi, Almirante e Chanoux che hanno espresso la loro opposizione con chiarezza, precisando le diverse angolazioni da cui essa è motivata.
Il dibattito ha messo in evidenza differenze di schieramento, ha consentito di confrontare prospettive, anche di lungo periodo, ha - come era logico - collocato il giudizio delle singole forze politiche nel contesto di scelte ideologiche e storiche che ci uniscono o ci dividono, senza con questo incrinare la civiltà della nostra convivenza.
Una prima constatazione intanto si impone. Certo una crisi insorge sempre per delle ragioni; esse non sono state da me né taciute né sottovalutate, ma esse - ripeto - non hanno avuto per oggetto gli obiettivi della politica su cui si realizzò nello scorso luglio la ripresa del centro-sinistra, né il quadro politico, ma le modalità con cui affrontare la difficile situazione economica. Il tema dominante dell'inflazione da fronteggiare senza attenuare il sostegno del processo produttivo, quindi senza riflussi deflazionistici o recessivi, è stato appunto l'oggetto di questa riflessione. Le dichiarazioni programmatiche, che ho avuto l'onore di illustrare, ne esprimono il risultato e definiscono la posizione assunta dai partiti di maggioranza. Alla democrazia cristiana, al partito socialista democratico ed al partito socialista italiano rinnovo i miei sentimenti di gratitudine e di apprezzamento per la responsabilità di governo in cui si sono impegnati in una congiuntura tanto difficile.
L'onorevole Biasini ha spiegato il senso esatto dell'immutata collocazione del partito repubblicano nella maggioranza, ed io desidero ringraziarlo per l'apporto costruttivo che il suo partito assicura di conseguenza al Governo.
La crisi ha fatto anche riscontrare che la tenuta del quadro politico era ed è la premessa per una condotta efficiente ed autorevole di una azione orientata al conseguimento degli obiettivi che ci proponiamo. Le stesse forze protagoniste della ripresa del centro-sinistra hanno confermato che questa direttrice di marcia condiziona la tenuta del quadro economico, anzi ne è il presupposto sicuro e certo. Del resto, il centro-sinistra, come ogni coalizione di partiti, ha una sua vicenda di travagli e di confronti, nella quale i momenti dialettici non sono mancati, ma che ha visto forze di ispirazione diversa, ciascuna con la sua origine, la sua fisionomia, la sua storia, giungere ad associarsi in un disegno comune di rinnovamento e di progresso. Riconoscere il ricco articolarsi della nostra storia è comprendere il senso profondo della Repubblica. A questo contraddice ogni rigido schematismo, come quello che tende a coinvolgere – come qui è stato accennato – in un giudizio sommariamente negativo, una classe dirigente di maggioranza che, uscita dalla Resistenza, ha consolidato la Repubblica, ha garantito le libertà costituzionali, ne ha attuato istituti fondamentali, tra cui primo le regioni, ha dato una impetuosa spinta in avanti ad un paese povero, distrutto, paurosamente squilibrato, si è fatta interprete di grandi esigenze popolari di rinnovamento, ha partecipato come protagonista alla creazione della Comunità europea, è stata partecipe attiva di una politica di sicurezza, di pace e di distensione.
Nessuno di noi è esente da errori; ma giudizi sbrigativi e assoluti, a parte la loro ingiustizia, finiscono per far smarrire il filo di una dialettica anche tra posizioni diverse e contrastanti, che è la condizione prima del confronto democratico. L'esperienza e le stesse insorgenti difficoltà ci hanno resi anche più consapevoli di una verità elementare: che il collegamento con il paese passa attraverso la solidarietà delle forze popolari e democratiche e che il loro impegno concorde nella gestione del Governo è la prefigurazione della solidarietà che si chiede al paese in un'ora che a tutti impone gravi, proporzionati sacrifici. E le forze che sorreggono questo Governo sono largamente, anzi maggioritariamente espressive di consensi che si collocano lungo un arco di articolazioni sociali poggianti prevalentemente sui ceti popolari. Su questa linea, nel paese, nel Parlamento e nel Governo è saldamente ancorata la prospettiva democratica. Ad essa continua a far riferimento il Governo che ho presentato alle Camere.
La storia non si costruisce con soli interrogativi, ma è lecito almeno porsi quello di ciò che sarebbe oggi il quadro politico se un'intesa sulla base degli stessi accordi di luglio non fosse stata raggiunta. Ringrazio gli oratori della maggioranza per averlo rimarcato. La solidarietà dei partiti di centro-sinistra continua, dunque, a segnare un essenziale riferimento per tutte le forze democratiche. Non ci sono alterazioni di prospettiva, né credo che ne possa produrre l'adempimento costituzionale del referendum, che il Governo affronta, lo ripeto, nello spirito e nella lettera delle mie dichiarazioni programmatiche: uno spirito che postula comportamenti conseguenti da parte dell'esecutivo, compreso quello della gestione obiettiva e scrupolosa dei mezzi pubblici di informazione.
Era naturale che, per la gravità dei problemi congiunturali e di struttura e per le conseguenti dimensioni date nel mio intervento ai problemi economici, la politica economica del Governo fosse tra i temi centrali del dibattito. Anche in sede di replica ne riconfermo l'obiettivo fondamentale: assicurare il processo espansivo, ma attraverso iI contenimento rigoroso delle spinte inflazionistiche.
Mi pare che nel dibattito abbia trovato larga conferma il concetto fondamentale secondo cui, nella grave situazione del nostro paese, non vi è prospettiva di sviluppo reale economico e civile, di difesa dell'occupazione e dei livelli di reddito, di progresso sociale e di ammodernamento delle nostre strutture, se non in un quadro di recuperata stabilità e di rinnovato equilibrio economico e finanziario. Chiara, anche se complessa, mi pare la linea d'azione che il Governo ha annuncialo. Essa è imperniata su una politica della spesa pubblica volta a contenere le spese correnti e a stimolare quelle di investimento; su una politica fiscale rigorosa ma equa; su una politica dei rapporti economici con l'estero intesa a ridurre al massimo il deficit della bilancia dei pagamenti, con la compressione di alcuni consumi e la spinta decisa all'espansione dell'esportazione e del turismo; su una politica dei prezzi articolata e che combatta la speculazione e le strozzature monopolistiche; su una politica monetaria e creditizia che tolga basi di manovra alla speculazione, ma dia tutto il sostegno necessario al sistema produttivo.
In questo senso, criterio particolarmente significativo di selezione del credito è costituito dal sostegno alle piccole e medie imprese ad alta intensità di occupazione ed alle imprese impegnate in programmi di ricerca e di investimenti tecnologicamente avanzati.
Di fronte a questo indirizzo, che è elaborazione comune di tutte le forze che sostengono questo Governo, non ho rilevato – salvo appunti marginali o accentuazioni di particolari aspetti – vere e proprie proposte di linee alternative, ma piuttosto dubbi circa la volontà e la possibilità di realizzarlo. La linea di politica economica che ho esposto ha alcuni punti nevralgici sui quali il dibattito, come era giusto che fosse, si è concentrato. Debbo rilevare che sul tema della lotta all'inflazione, posta nelle dichiarazioni programmatiche come condizione necessaria per una politica economica di sviluppo, si è manifestata una larga convergenza di valutazioni, sia nel riconoscere al fattore inflazionistico un alto grado di pericolosità per la tenuta complessiva del sistema, sia per quanto attiene alle politiche necessarie per contrastarlo. Credo di poter interpretare questa adesione come segno di alta responsabilità per i doveri che incombono su noi tutti.
Nel quadro di questa politica, è stata richiamata l'attenzione del Governo sui vincoli della politica di bilancio, in particolare sull'accresciuta previsione del disavanzo di cassa. Ribadisco la volontà di arrestare la crescita di tale disavanzo, contrastando alle radici le cause che determinano l'espansione della spesa corrente.
Gran parte dei consumatori italiani è costituita da lavoratori dipendenti e dalle loro famiglie. Essi sono i più esposti agli effetti della perdita del potere di acquisto della moneta e pertanto sono i più interessati alla politica di stabilità monetaria che il Governo intende fermamente perseguire.
Per quanto concerne l'azione intesa a riequilibrare i conti con l'estero, giustamente si è insistito nel sottolineare l'esigenza di essere sempre più inseriti nella economia internazionale e di svolgere politiche coerenti con queste scelte fondamentali. Confermo che la nostra politica è nettamente orientata in questa direzione e che anche a questo obiettivo è finalizzata la nostra azione intesa a riequilibrare la bilancia dei pagamenti. Siamo consapevoli che nessun paese ad economia aperta può vivere in una situazione di persistente deficit dei suoi conti con l'estero; sia che il deficit costituisca effetto di uno squilibrio delle partite correnti nella bilancia dei pagamenti, sia che esso derivi dall'eccesso netto di esportazione di capitali, sia infine che discenda dalla somma del primo e del secondo. Una volta utilizzato il credito internazionale (che per sua natura non è illimitato), interventi adeguati si debbono porre in essere se non si vuole correre il rischio di trovarsi respinti in un'economia autarchica.
Assicuro che siamo ben consapevoli del fatto che gli impegni che stiamo per assumere coincidono con la linea di risanamento delle condizioni economiche del paese che abbiamo scelto e lungo la quale intendiamo fermamente procedere. Ripeto che adempiere questi impegni non significa soltanto difendere la pur essenziale credibilità internazionale dell'Italia, ma significa anche creare le premesse per dare nuovo slancio al nostro sistema produttivo. In questo contesto vanno viste le recenti decisioni quali l'allineamento della nostra struttura di tassi a breve termine a quella del mercato internazionale e l'eliminazione del doppio mercato della lira che contribuisce a migliorare il nostro credito sui mercati esteri. L'aumento dei tassi ufficiali di sconto e anticipazione non fa che colmare divario esistente con quelli già praticati sul mercato monetario. Esso, quindi, sanziona una situazione di fatto, ma in tal modo indica anche la volontà di proseguire lungo una precisa linea di politica monetaria. Questa linea, già iniziata a metà del 1973 con gli investimenti obbligatori in titoli da parte delle banche, e poi costantemente perseguita dal precedente Governo, tende ad innalzare gradualmente i tassi a breve, adeguandoli ai livelli del mercato internazionale, contenendo entro limiti accettabili l'aggiustamento dei tassi a più lunga scadenza.
L'aumento dei tassi ufficiali è stato accolto con grande favore nei commenti e sui mercati monetari esteri. Ancor più sensibili sono stati i miglioramenti registrati nel nostro mercato valutario, mentre le ripercussioni negative sul mercato obbligazionario sono state, per i titoli di più largo mercato, contenute.
Le quotazioni del mercato azionario hanno continuato a progredire. È anche da osservare che questa politica tende a rendere più facile il finanziamento con mezzi non monetari del disavanzo del tesoro, e come tale è complementare, non alternativa, ad una politica di contenimento dello stesso disavanzo.
Di fronte ai dubbi sollevati sul carattere eccessivamente ambizioso del programma di Governo in materia di investimenti produttivi e sociali, osservo che essi rispondono, secondo un criterio di rigorosa selettività, all'esigenza di sostenere nel breve termine la domanda globale e l'occupazione, cioè di soddisfare esigenze immediate, ma operando nel quadro di obiettivi di più lungo periodo, legati alla politica delle riforme. In questo senso, le priorità e le scelte operative effettuate nei cinque settori indicati (Mezzogiorno, agricoltura, trasporti, edilizia abitativa, edilizia scolastica ed universitaria) esprimono valutazioni realistiche di esigenze indifferibili, per il cui soddisfacimento si può fare assegnamento su tempi brevi.
Per concludere sulla politica economica, sono convinto che in realtà la strada è per buona parte obbligata, se veramente e non a parole si desidera uscire dalle attuali difficoltà, salvare il paese ed assicurare ad esso un avvenire ed un ruolo tra gli Stati moderni, democratici e civili. È stato giustamente sottolineato che questa strada non è percorribile se non vi è concordia di sforzi, simultaneità di impegni e, fondamentalmente, il sostegno convinto del Parlamento, l'apporto indispensabile delle forze del lavoro e l'attiva collaborazione dei cittadini. Il nostro obiettivo è portare il paese al di fuori della crisi con una azione rigorosa, che imponga necessari e proporzionati sacrifici ai cittadini, ma che sostenga un processo di generale avanzamento della comunità nazionale.
Un tema che ha portato nel Parlamento l'eco di ansie e di preoccupazioni, largamente diffuse nella generalità degli italiani, è stato quello del dilagare della criminalità e della violenza, che - lo diciamo non per sottrarci alla obiettiva rilevazione di realtà e di doveri nostri - rispecchiano però un fenomeno gravemente diffuso dovunque, nel mondo. Dissi che il Governo è ben consapevole di questi temi; confermo, quindi, i precisi intendimenti enunciati in proposito avant'ieri, né ignoro che esiste una criminalità connessa al perseguimento di ideologie politiche, attraverso gli strumenti della violenza e della sovversione.
È impegno del Governo garantire per tutti il pieno rispetto delle libertà costituzionali, ma è anche fermo intendimento perseguire ogni forma di attività che infranga la legge penale o che si esprima attraverso la violenza.
Su due temi particolari e diversi, sollevati nel corso del dibattito, desidero fare breve cenno. Per quanto riguarda alcuni problemi interessanti l'Alto Adige, assicuro che essi sono attentamente esaminati per essere avviati a soluzione con la maggiore sollecitudine. Mi è stato chiesto se il ministro del lavoro, in occasione dell'inaugurazione dell'ufficio di collocamento di Roma, abbia dichiarato che solo i partiti dell'«arco costituzionale» avrebbero diritto di governare, e che gli altri dovrebbero essere eliminati. Il ministro, da me interpellato, esclude di aver fatto una dichiarazione del genere.
Nel corso del dibattito, naturalmente da diversi angoli visuali e con diversi accenti, è stato richiamato il quadro mondiale della crisi in atto. Si è parlato di una crisi generalizzata del mondo capitalista che sarebbe causata dalla spinta dei popoli emergenti a mutare i rapporti con i paesi capitalisti. Io stesso, nel mio intervento in quest'aula, avevo avanti ieri sottolineato i forti condizionamenti derivanti dal quadro internazionale in cui operiamo. Ma non si può ridurre l'attuale difficile congiuntura internazionale ad un confronto dialettico tra mondo capitalista e paesi emergenti: il fenomeno è più specifico nelle cause e più generale nelle conseguenze. La richiesta di revisione delle ragioni di scambio ci proviene dai paesi produttori di materie prime, e in particolare di greggio, i quali non esauriscono la categoria dei paesi emergenti. Molti di questi ultimi hanno sofferto e soffrono dell'aumento del greggio altrettanto se non più dei paesi industrializzati, non pochi dei quali, a loro volta, sono essi stessi produttori di materie prime. Basti pensare al caso macroscopico dell'India. Le nazioni povere del mondo dovranno pagare intorno ai 10 miliardi di dollari in più nel 1974 per i propri fabbisogni di greggio.
La verità dunque è che questo ampio riassetto di rapporti internazionali e la crisi che ne deriva si pongono come un problema non solo per il mondo ad economia di mercato come tale, ma per l'insieme del sistema economico mondiale, e quindi per la generalità dei paesi. Noi vediamo una via sola per risolverlo, quella della cooperazione internazionale, la quale assume contenuti diversi a seconda dei diversi piani su cui il problema viene considerato. Innanzitutto, sul piano europeo tale cooperazione significa per noi la deliberata e positiva scelta di difendere la Comunità economica europea dalle ripercussioni negative della crisi e di consolidare le basi su cui andare innanzi nel processo di unificazione dell'Europa. Tale nostra linea è qualche cosa di più che una scelta di politica estera. Per questo non è nemmeno pensabile di allontanarci dall'Europa. Con lucida consapevolezza delle difficoltà contingenti, siamo fermamente decisi a mantenere il nostro impegno economico e politico alla costruzione unitaria dell'Europa: è una scelta comunitaria contro quella della esaltazione nazionalista e dello spirito di sopraffazione e di egemonia che fatalmente ne derivano; una scelta di integrazione contro quella di una chiusa autarchia; una scelta ideale, cioè, di democrazia e di progresso nella libertà.
Ma la cooperazione internazionale deve naturalmente abbracciare in un pili vasto quadro anche i rapporti con gli altri principali paesi industrializzati, sempre naturalmente avendo cura che non sia creato un fronte di consumatori contro i produttori.
Pensare di poter fronteggiare altrimenti la crisi in atto sarebbe impossibile. Questo raccordo riveste per noi un significato del tutto particolare quando si riferisce agli Stati Uniti. Ma qui si va oltre l'ambito della politica energetica. Richiamandomi anche a considerazioni fatte nel corso del dibattito, desidero a questo punto insistere sulla piena coerenza della nostra scelta europea con una politica di stretta amicizia e di cooperazione con gli Stati Uniti, il cui appoggio è da noi considerato non soltanto come condizione essenziale per la comune sicurezza nel quadro dell'alleanza, ma anche, sul piano politico ed economico, come una condizione compatibile con lo sviluppo della identità europea.
La via dell'Europa non è quella della neutralità o della sterile contrapposizione polemica con gli Stati Uniti, che creerebbe in Europa solo spinte centrifughe e disgreganti. Al contrario, desideriamo un dialogo euroamericano dignitoso e franco, che rafforzi le basi di una partnership effettiva ed alimenti il processo di distensione con l'est.
L'armonia fra le posizioni dei principali paesi industrializzati costituisce il miglior presupposto per rendere più efficace quella collaborazione che desideriamo promuovere ed intensificare con i paesi produttori di materie prime e con i paesi emergenti in genere. Con essi, senza partire da preconcetti, ma insieme ed in una obiettiva valutazione dei comuni interessi, ci proponiamo di affrontare sul piano globale i complessi problemi derivanti dalla revisione della ragione di scambio, dalla indilazionabile esigenza dello sviluppo e dalla necessità di eliminare gli squilibri determinatisi fra essi e le società più avanzate.
Nei confronti, più specificamente, dei paesi arabi, questo tipo di collaborazione paritetica e globale riflette, sia da parte italiana sia da parte europea, il desiderio di sviluppare con reciproco vantaggio un dialogo favorito dalla continuità geografica, dalla complementarietà economica e dalla tradizione di rapporti e di amicizie. Questa politica non si pone, né si deve porre in alcun modo, come un elemento alternativo concorrenziale rispetto alle fondamentali scelte dell'Italia e dell'Europa in campo internazionale.
Si è parlato da più parti dei rapporti con la Iugoslavia. In effetti, l'irrigidimento polemico del governo di Belgrado non è comprensibile, perché, come ho dichiarato, non è e non sarà in discussione l'integrità territoriale della Repubblica socialista federativa di Iugoslavia.

DE VIDOVICH. Ma noi vogliamo sapere dell'integrità territoriale italiana!

RUMOR, Presidente del Consiglio dei ministri. Non vi sono ragioni obiettive perché subiscano turbamento le relazioni tra i due paesi confinanti, che ho auspicato continuino a svilupparsi in modo amichevole. Quanto alle tesi ed alle accuse ingiuste che sono state formulate a Belgrado, le ho respinte fermamente. Non esistono accordi segreti, e quindi esse non rispecchiano le implicazioni giuridiche e territoriali che discendono dagli accordi in vigore: il trattato di Londra ed il memorandum d'intesa di Londra, che noi vogliamo veder rispettati, come scrupolosamente li rispettiamo.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel corso di questo dibattito sono echeggiati temi ideologici e politici di largo respiro e una prospettiva di lungo periodo che investe i partiti, la loro dialettica, la battaglia che essi devono portare avanti in coerenza con i propri ideali, nell'interesse stesso della democrazia. I governi - e quindi anche questo Governo - esprimono lo spazio e la caratterizzazione politica delle convergenze di indirizzo e operative tra i partiti che li compongono, ed esprimono quindi un'assunzione particolare di responsabilità nello Stato. Per questo i governi sono ad un tempo punto di riferimento e segno di contraddizione. Da ciò derivano al Governo compiti e responsabilità propri dinnanzi alla nazione: prima di tutto di fronteggiare i problemi del paese, di indicarne le possibili soluzioni e le condizioni del loro superamento, ma soprattutto di mantenere intatta la prospettiva della stabilità democratica e, insieme, del movimento e del progresso.
Questa, del resto, è stata la preoccupazione costante dei Governi democratici, avendo come sicuro ancoraggio lo sviluppo della comunità nazionale nel segno della libertà e della democrazia. Collocare il paese su questa linea è pregiudiziale: una linea non astratta, una scelta precisa, che prefigura in una direzione invece che in un'altra gli sviluppi della storia umana, e quindi anche della nostra. Questa scelta si ritrova al fondo di tutte le questioni, al fondo di tutti i problemi; è la scelta del pluralismo politico e sociale contro l'autoritarismo, è la scelta di una società più giusta attraverso il consenso, è la scelta di un'economia aperta ed internazionalmente integrata anziché di un'economia chiusa, è la scelta di solidarietà internazionali che siano più rispondenti alle ragioni della libertà e della pace. Io credo in questi valori e, al di là degli errori e delle contraddizioni che segnano l'esperienza degli uomini, credo che per questa via i popoli e le nazioni affermano la loro libertà e trovano le faticose vie della giustizia. questa la scelta che abbiamo compiuto, ed è a questa scelta di fondo che il Governo è impegnato dalla Costituzione e dalle forze che lo esprimono e lo sostengono. Essa è più stringente in un passaggio come l'attuale, così irto di difficoltà gravi e complesse; per questa ragione ho insistito sulla tenuta dell'equilibrio democratico, sulla stabilità del quadro politico e sulla solidarietà democratica, come valori e condizioni irrinunciabili per il loro superamento.
Si è parlato di Governo a termine: credo abbia scarsa importanza domandarsi se e perché debba esserlo questo che ho l'onore di presiedere e di presentare alle Camere.
Come è stato detto giustamente ieri, la durata di questa formazione dipenderà da quello che farà e da come lo farà. Il Parlamento giudicherà della validità dei programmi, dell'esattezza delle nostre intuizioni, dell'efficacia della nostra azione. Per quanto mi riguarda, e quale che sia il tempo del mio impegno, non mi sono sottratto al compito che mi è stato affidato, per assolvere un preciso dovere verso il paese e per servirlo assieme a valorosi colleghi, in coerenza ai nostri propositi. È in questo spirito che rinnovo a voi, onorevoli colleghi, la richiesta del voto di fiducia (Vivi applausi al centro e a sinistra — Congratulazioni).

On. Mariano Rumor
Camera dei Deputati
Roma, 23 marzo 1974

(fonte: Camera dei Deputati - Atti parlamentari - Resoconto della seduta di sabato 23 marzo 1974)


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